Archive pour février, 2016

LA LEGGENDA CRISTIANA DI RE ARTÙ

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LA LEGGENDA CRISTIANA DI RE ARTÙ

Autore: Gulisano, Paolo Curatore: Leonardi, Enrico

Fonte: CulturaCattolica.it

Re Artù: un nome che echeggia da secoli per l’Europa, evocando affascinanti immagini di valorosi cavalieri, di luoghi incantati, di misteri insoluti riguardanti il Santo Graal o l’Isola di Avalon.
Un mito letterario, ma anche il protagonista storicamente possibile di eventi realmente accaduti 1.500 anni fa nell’isola di Britannia. Una leggenda medievale che continua a vivere anche all’alba del ventunesimo secolo, accendendo ancora una volta la fantasia degli uomini, chiamando nuovamente l’attenzione dei cantastorie su di sé, suscitando nuove versioni del suo mito, rappresentate, oltre che sulla carta, anche sul grande schermo, già in passato più volte ispirato dal grande re, dalla sua spada Excalibur, dalla sua meravigliosa corte di Camelot.
Oltre il 2000, Artù è più vivo che mai, nella fantasia e nei sogni. La sua leggenda non finisce, una leggenda dai molti significati, dai valori profondi, arcaici, strettamente intrecciati con la storia e i miti dell’Europa.
Artù, e con lui Merlino il mago, Ginevra e Lancillotto, la perfida Morgana e Parsifal, cercatore del Sacro Graal, hanno ancora molto da dire ai cuori apparentemente cinici degli uomini del nostro tempo.
Anni fa, in una fortunata versione cinematografica del mito di Artù, Excalibur di John Boorman, il Mago Merlino pronunciava queste suggestive parole: la maledizione degli uomini è che essi dimenticano. Una frase quanto mai vera, e sulla quale riflettere.
La memoria, sembra dirci Merlino, è tra le risorse umane una delle più importanti: occorre coltivarla come una virtù, con amorevole attenzione. Ci può salvare dalla superficialità di giudizio, dall’ingratitudine, da una vita senza gusto e significato, facendoci invece considerare con più attenzione le realtà con le quali bisogna sempre fare i conti: il bene e il male, il futuro e il passato, il mistero della vita.
Le storie di Merlino, di Artù, dei Cavalieri della Tavola Rotonda, nella loro fervida immaginazione, hanno il pregio di non dimenticare queste questioni fondamentali.
Sta tutto qui il loro fascino, quello che fa produrre ancora nuove spettacolari versioni del mito: non è una pura evasione dalla realtà per rifugiarsi nella fantasia, ma è forse l’occasione per volgere lo sguardo verso cose grandi, verso noi stessi e la nostra anima assetata di Bellezza, verso le stelle, cercando i segni del nostro destino.
Come ci ha insegnato il grande creatore di miti J.R.R. Tolkien
la letteratura dell’immaginario può essere lo specchio dei gusti, degli umori e addirittura della condizione psicologica dell’epoca moderna, esprimendo i dubbi, le paure, le domande insoddisfatte, le esigenze profonde dell’animo umano. I miti, i simboli, le leggende e le tradizioni ci rivelano noi stessi, e il mito e il simbolismo medievale di Artù forse più di ogni altro.
Al centro di tutto il Medio Evo c’era il simbolo: la vita dell’uomo medievale era inscritta in un universo simbolico, dove ogni forma del pensiero, artistica, mistica, teologica, si basava su di esso. L’esperienza quotidiana era esperienza spirituale, nutrita dai simboli che la provocavano, la animavano, le conferivano un valore profondo. L’abilità narrativa e la fervida immaginazione di chi scolpiva le cattedrali gotiche, con i suoi mostri e le sue creature fantastiche, o di chi scriveva la storia della Cerca del Santo Graal o le peripezie di un Re e della sua spada incantata adoperavano il linguaggio del simbolo, che trasfigurava la realtà stessa, ed è stato capace di mantenere la sua intensità e il suo valore, trascorrendo, inattaccabile, il tempo e la storia.
Il lettore disincantato di oggi viene quindi provocato opportunamente dalle antiche fantastiche leggende, collocate in una loro ambientazione storica, in cui tuttavia ci si imbatte in personaggi e figure leggendarie e straordinarie, lasciando anche qualche interrogativo non del tutto ozioso: quanto ne sappiamo veramente del passato? Quali misteri si celano nella nostra storia? Quanto ci è rivelato effettivamente dai testi ufficiali? Nel divertirci con le appassionanti vicende che coinvolgono i personaggi, tra toni epici e avventure emozionanti, ci possiamo ritrovare a indagare tra i meandri del nostro passato, ricordandoci che, come diceva il grande Shakespeare « ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, che nella tua filosofia ».
Il racconto fantastico dunque, sia che si tratti di fiaba o di narrazione epica, di leggenda come di racconto « gotico », sospeso tra il misterioso e il terribile, è sempre in qualche modo espressione umana sottesa tra il sacro e il profano, a partire dal linguaggio, che reca sempre in sé le tracce di arcaici miti, fino ai contenuti, che sono comunque e sempre quelli del fantastico, ossia dell’irruzione, oscura e inquietante oppure solare e confortante di un evento soprannaturale nella realtà quotidiana. Non c’è generazione di lettori (o di spettatori) la quale, a dispetto di tutte le mode, non senta la suggestione dell’ elemento fantastico, mitico, fiabesco: un tipo di letteratura portatrice di una sapienza antichissima, che mimetizza i suoi contenuti nel linguaggio apparentemente semplice ed infantile delle fiabe, o del folklore popolare.
L’epica, da Omero a Tolkien passando per le gesta di Re Artù, è sempre un racconto universalizzato della condizione, dei sentimenti, dell’animo dell’uomo, una narrazione esemplare della parabola umana.

Publié dans:LEGGENDE |on 29 février, 2016 |Pas de commentaires »

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Asinelli bianchi nell'isola dell'Asinara.693026_750d1054eb_o.jpg dans a. CAVALLI ED ASINI Asinello_bianco_sardegna_asinara_3593693026_750d1054eb_o

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Publié dans:a. CAVALLI ED ASINI, animali simpatici |on 28 février, 2016 |Pas de commentaires »

LEGGERI COME FALCHI, PER VIVERE MEGLIO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano10/rit_corona1.htm

LEGGERI COME FALCHI, PER VIVERE MEGLIO

Dalla montagna alla vita, con Mauro Corona, alpinista e scrittore…

MAURO CORONA, Alpinista e Scrittore

(« Il Sole 24 Ore », 1/9/’10)

Nella mia vita ho avuto spesso a che fare con il vuoto, con le arrampicate, e lì è un bel guaio non essere « leggeri »! In montagna la « leggerezza » è farsi sostenere dalle correnti, come i falchi e le poiane, senza battere le ali, senza sprecare forze. Nella vita è lo stesso: quando si è leggeri, ogni corrente, ogni minima soddisfazione ci sosterrà in aria, ci terrà allegri.
Per raggiungere una leggerezza nei comportamenti e nell’umore, occorre ottenerla anche fisicamente. Bisogna essere ascetici. Non prendersi troppo sul serio, essere leggeri nelle esigenze personali: non prendersela troppo quando qualcuno sbaglia una parola nei nostri confronti. Ricordando sempre che leggerezza nel comportamento non significa prendere la vita poco seriamente, o vivere con la testa tra le nuvole. Significa donarci, donare agli altri. Significa scrollarci di dosso la pesantezza, la serietà ed essere generosi, tolleranti, saper ridere e tentare di perdonare. Attribuire la pesantezza alla società moderna è un pretesto, mentre ogni individuo dovrebbe essere leggero nelle proprie vanità, nel proprio orgoglio, nelle proprie pretese. Per dire: facciamo un libro, crediamo che sia un capolavoro e vorremmo un premio. Invece bisognerebbe saper dire: «Ho fatto una cosa: se va, bene, altrimenti pazienza!». Essere leggeri non significa essere sciocchi, ma lasciar correre l’acqua sopra di sé, come le pietre nel torrente, senza opporsi, brontolare e « mugugnare » sempre. In amore essere leggeri significa evitare controllo, gelosie, egocentrismo e possesso. L’amore è donazione, è silenzio. E il silenzio è leggerezza!
Leggerezza è saper accettare anche la sfortuna, senza precipitare nel « tragicismo ». Ma questo dipende dall’educazione che si riceve: un bambino che cresce in una famiglia dove ogni problema diventa una tragedia, e dove si pretende sempre di più di ciò che si ha o si raggiunge, è inevitabile che presto vorrà andarsene o diventerà un adulto pesante, « greve ». Quindi la leggerezza va insegnata sin da piccoli, anzi: dovrebbe essere insegnata nelle scuole! Ma anche da adulti si può imparare: basterebbe fermarsi e ragionare un po’! Dialogare con il prossimo, non ritenersi indispensabili o migliori degli altri. Leggerezza è vivere, agire, tentare. Leggerezza è fatica: sembra un paradosso, ma dopo un’arrampicata, dopo una corsa, perdendo qualche chilo, viene voglia di essere più allegri, viene appetito, si dorme meglio.
Leggerezza è sobrietà negli oggetti di cui ci circondiamo, anche nelle nostre case, che invece sono piene di orpelli, di marchingegni a motore… E noi stessi diventiamo oggetti, in funzione degli oggetti che dobbiamo controllare, guidare, riparare.
Leggerezza è generosità, tolleranza, disincanto. È sapersi trattenere dal suonare il « clacson », quando l’auto davanti a noi resta ferma qualche secondo, dopo che è scattato il verde. Non assecondare e cadere nella trappola della pesantezza. Fare qualcosa per gli altri, ma senza aspettarci gratitudine o riconoscenza, perché questi sono sentimenti che si sciolgono come neve al sole. E infine, saper riconoscere le cose belle che abbiamo a portata di mano. Per esempio: le montagne, qui a Erto, sono bellissime! Ma molti personaggi della politica e dello spettacolo preferiscono andare a Cortina, o Courmayeur. Sono vittime della pesantezza della visibilità e dei luoghi comuni che fanno tendenza.
Impariamo ad essere leggeri: è fondamentale, per vivere meglio! 

G. RAVASI. ANGELI IN VOLO -

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G. RAVASI. ANGELI IN VOLO -

By Pmartucci

G. RAVASI. ANGELI IN VOLO - dans CAR. GIANFRANCO RAVASI chagall-sipario-400-214

All’improvviso s’incrina il soffitto, le crepe s’allargano e da un varco aperto, in mezzo ai calcinacci s’affaccia un volto radioso: « Un angelo! Pensai.
Tutto il giorno vola verso di me e io, scettico come sono, non lo sapevo. Adesso mi parlerà » . In realtà l’angelo scompare senza proferire parola e Kafka, che incastona questa angelofania nei suoi « Diari » , lascia aperto il dilemma reiterato nei secoli, destinato sia a cogliere il delicato e misterioso « brusio » ( Peter L. Berger) dell’angelo sia a dissolverne la presenza in sogno, anche se con nostalgia e con un rigurgito di fede, come confessava Czeslaw Milosz: « Vi ho tolto le vesti bianche,/ le ali e perfino l’esistenza,/ tuttavia io vi credo, messaggeri » .
L’angelo, però, ha come sua culla generativa per la civiltà occidentale soprattutto le Sacre Scritture. Dalla prima pagina coi « Cherubini dalla fiamma della spada folgorante » , posti a guardia del giardino dell’Eden ( Genesi 3, 24) fino alla folla angelica che popola l’Apocalisse, l’intera Bibbia è animata dalla presenza di queste figure sovrumane ma non divine, la cui realtà era nota anche alle culture circostanti a Israele, sia pure con modalità differenti.
Il nome stesso ebraico, « mal’ak » ( 215 volte nell’Antico Testamento), e greco, « ánghelos » ( 175 volte nel Nuovo Testamento), ne denota la funzione: significa, infatti, « messaggero » . Da qui si riesce a intuire la missione e, per usare un’espressione del filosofo Massimo Cacciari, la « necessità » ( L’Angelo necessarioè il titolo di una sua opera) di questa figura biblica, affermata ripetutamente dalla tradizione giudaica e cristiana, confermata dal magistero della Chiesa nei documenti conciliari ( a partire dal Credo di Nicea del IV secolo) e papali e accolta nella liturgia e nella pietà popolare.
Il compito dell’angelo è sostanzialmente quello di salvaguardare la trascendenza di Dio, ossia il suo essere misterioso e « altro » rispetto al mondo e alla storia, ma al tempo stesso di renderlo vicino a noi comunicando la sua parola e la sua azione, proprio come fa il « messaggero » . È per questo che in alcuni casi l’angelo nella Bibbia sembra quasi ritirarsi per lasciare spazio a Dio che entra in scena direttamente. Così nel racconto del roveto ardente ad apparire a Mosè tra quelle fiamme è innanzitutto « l’angelo del Signore » , ma subito dopo è « Dio che chiama dal roveto: Mosè, Mosè! » (Esodo 3, 2- 4). La funzione dell’angelo è, quindi, quella di rendere quasi visibili e percepibili in modo mediato la volontà, l’amore e la giustizia di Dio, come si legge nel Salterio: « L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva… Il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede » ( 34, 8; 91, 11- 12). Si ha qui l’immagine tradizionale dell’ « angelo custode » , bene raffigurata nell’angelo Azaria- Raffaele del libro di Tobia.
Il compito dell’angelo è, quindi, quello del mediatore tra l’infinito di Dio e il finito dell’uomo e questa funzione la espleta anche per il Cristo. Come scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar, « gli angeli circondano l’intera vita di Gesù, appaiono nel presepe come splendore della discesa di Dio in mezzo a noi; riappaiono nella Risurrezione e nell’Ascensione come splendore della ascesa in Dio » . La loro è ancora una volta la missione di mettersi vicini all’umanità per svelare il mistero della gloria divina presente in Cristo in un modo che non ci accechi come sarebbe con la luce divina diretta.L’angelo può, però, sconfinare paradossalmente in demonio. Il tema della caduta degli angeli, in verità, è molto caro alla tradizione giudaica e cristiana soprattutto popolare ma ha una presenza solo allusiva nella Bibbia: ad esempio, c’è la « Lettera di Giuda » che parla di « angeli che non conservarono lo loro dignità ma lasciarono la propria dimora » ( v. 6); oppure ci si può riferire alla seconda Lettera di Pietro che presenta « gli angeli che avevano peccato, precipitati negli abissi tenebrosi dell’inferno » ( 2, 4). Ciò che è netta è l’affermazione biblica della presenza oscura di Satana che cerca proprio di spezzare quel dialogo di vita e di amore tra Dio e l’umanità che l’angelo, invece, favorisce e sostiene.
Non per nulla il poeta madrileno Pedro Salinas nel suo Angelo smarrito cantava: « Le mani di chi ama/ terminano in angeli » . Ma il tracciato dei voli angelici pervade tutto il cielo del Natale e della Pasqua quasi come una mappa di luce, di salvezza, di speranza.
Una posizione privilegiata è occupata da Gabriele, ministro nel consiglio della corona di Dio: non per nulla Luca ( 1,19) gli mette in bocca una frase che nel linguaggio orientale definisce i ministri ( » Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio » e i ministri erano appunto « coloro che avevano accesso al cospetto del re » ). Ma con Gabriele appaiono altri angeli anonimi nel Natale di Cristo; anzi Luca ( 2,14) in quella notte, come si è visto, introduce « tutta la milizia celeste » , cioè tutto l’esercito di Dio composto da legioni angeliche, pronte a combattere il male e l’ingiustizia. Quelle legioni che Gesù al momento dell’arresto nel giardino del Getsemani dirà di non voler convocare per bloccare il suo destino sacrificale ( Matteo 26,53: « Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? » ). Ma la presenza angelica si era affacciata già prima di quell’ora terribile. Ci sono, infatti, gli angeli che si accostano a Gesù al termine delle tentazioni sataniche per servirlo ( Matteo 4,11). C’è l’angelo che veglia sul piccoli: « Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli » ( Matteo 18,10).
C’è l’angelo consolatore nella sera dell’agonia: « Gli apparve ( nel Getsemani) un angelo del cielo a confortarlo » ( Luca 22,43).
C’è l’angelo che indica il destino dell’uomo oltre la morte: « Alla risurrezione… si sarà come angeli nel cielo » ( Matteo 22,30). Ma, importanti come quelli del Natale, sono gli angeli della Pasqua. Se l’angelo del Natale era simile a un profeta che annunziava l’incarnazione, cioè l’ingresso di Dio nella storia proprio sotto le spoglie di quel bambino nato nella « città di Davide » Betlemme, l’angelo della Pasqua proclama la redenzione piena operata da Cristo e sigillata dalla sua vittoria sulla morte. « Vi fu un grande terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l’angelo disse alle donne: ‘ Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso.
Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto.
Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto’ » ( Matteo 28,2- 7). Sulle labbra dell’angelo risuona la professione di fede pasquale della Chiesa: « È risorto! » . È ciò che ripeterà anche l’angelo pasquale di Marco raffigurato come « un giovane vestito di una veste bianca » ( 16,5- 6) o « i due uomini in vesti sfolgoranti » del racconto di Luca ( 24,4- 6).
Essi inaugurano anche la missione della Chiesa quando, nel giorno dell’ascensione di Cristo nella sua gloria celeste, sotto l’aspetto di « due uomini in bianche vesti » ( e il bianco nella Bibbia è simbolo dell’eterno), si rivolgeranno agli apostoli così: « Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?
Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo » (Atti 1,10- 11). La Chiesa vive da quel momento accompagnata dagli angeli. C’è l’angelo degli apostoli: apre loro le porte del carcere a notte fonda ( Atti 5,19). C’è l’angelo di Pietro: di notte gli scioglie le catene, lo riveste e gli spalanca le porte della prigione ( Atti 2,7- 11). C’è l’angelo del diacono Filippo: mette questo ministro del Vangelo sulla strada di Gaza per incontrare l’eunuco etiope, funzionario della regina Candace, e così convertirlo ( Atti 8,26). C’è l’angelo del centurione romano Cornelio: gli annunzia la via della salvezza attraverso l’incontro con Pietro ( Atti 10,3; 11,13). C’è l’angelo di Paolo: durante la tempesta che colpisce la nave che porta l’apostolo a Roma per essere processato, lo conforta e gli assicura che raggiungerà il tribunale di Cesare per testimoniare Cristo ( Atti 27,23­24). C’è l’angelo di tutti gli annunziatori del Vangelo: assiste alla lotta che il discepolo deve condurre per compiere la sua missione ( 1Corinzi 4,9). C’è l’angelo della liturgia e ce lo presenta lo stesso Paolo nel passo un po’ folcloristico sul velo delle donne (1Corinzi 11,10). Come si vede, la presenza angelica popola le strade della Chiesa e della sua storia. E non l’abbandona nel momento estremo, quello dell’approdo alla Gerusalemme celeste. Lo stesso Gesù nel suo « discorso escatologico » , dedicato alla meta ultima della vicenda umana e cosmica, aveva evocato la funzione degli angeli quasi come cerimonieri dell’evento del giudizio finale ( Matteo 13,41- 42; Marco 13,27.32; Luca 16,22). Ma sarà l’Apocalisse ad affollare il cielo di angeli, riflettendo in questo un modello tipico di una letteratura allora popolare, quella chiamata appunto apocalittica e che abbiamo già avuto occasione di evocare per l’Antico Testamento e per il giudaismo. In un trionfo di luce gli angeli dell’Apocalisse cantano, assistono al soglio divino, suonano trombe, scagliano i flagelli del giudizio, scardinano dalle fondamenta Babilonia, la città del male, simbolo della Roma imperiale, incatenano la Bestia infernale, vegliano alle porte della Gerusalemme celeste, la città della gioia, seguono Michele nella lotta estrema tra bene e male. La coreografia dell’Apocalisse ha l’angelo come attore di grande rilievo, nella prospettiva di una palingenesi di tutto l’essere e in particolare dell’umanità, chiamata alla cittadinanza celeste e alla comunione angelica, come ricorda Paolo (Efesini 1,18; Filippesi 3,20). Ma lo stesso libro nelle sue pagine di apertura, cioè nelle lettere indirizzate ad altrettante comunità cristiane dell’Asia Minore ( capitoli 2- 3), rivela che su ogni Chiesa ancora pellegrina sulla terra veglia un angelo del Signore.
Egli raccoglie il messaggio ora dolce ora aspro che il Cristo rivolge ai fedeli di Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea, divenendo così partecipe delle sorti della comunità che assiste.

Ci rimane un’ultima nota da fare. È facile colmare i cieli di deliziosi angioletti, è ancor più facile bamboleggiare ideologicamente con le « misteriose presenze » alla « New Age » . È pericoloso inoltrarsi nel mondo angelico con intenti esoterico- magici perché questa è idolatria nel caso peggiore o stupidità nel caso dell’ingenuità superstiziosa. Ritornare al rigore e alla sobrietà della fede, in questo come in altri campi, è necessario. Ce lo ricorda soprattutto Paolo. Egli aveva già reagito con veemenza a questa riduzione idolatrica del mistero cristiano quando, scrivendo ai cristiani di Colossi, una città della più profonda provincia dell’Asia Minore, aveva polemizzato con un loro culto angelico esasperato, forse simile a quello che sta ai nostri giorni qua e là affiorando: « Nessuno si compiaccia in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli, seguendo le proprie pretese visioni » ( 2,18).
« A quale degli angeli Dio ha detto: ‘ Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato’? » , si domanda l’anonimo autore neotestamentario della Lettera agli Ebrei ( 1,5). Al centro dell’autentica fede cristiana non ci sono gli angeli ma il Cristo che è « al di sopra di ogni potenza angelica » e nel cui nome « ogni ginocchio si piega in cielo, sulla terra e sotto terra » ( Filippesi 2,10).
Scriveva il teologo von Balthasar: «Gli enti abitatori del Paradiso circondano l’intera vita di Gesù, appaiono nel presepe come splendore della sua discesa in mezzo a noi; riappaiono nella Risurrezione e nell’Ascensione come fulgore dell’ascesa lassù» La loro missione è mettersi vicini all’umanità per svelare il mistero della gloria presente in Cristo in un modo che non ci accechi come sarebbe con la luce diretta»

pubblicato in Avvenire del 18.04.2010

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 26 février, 2016 |Pas de commentaires »

IL BUCANEVE – UNA FIABA DI HANS CHRISTIAN ANDERSEN

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IL BUCANEVE – UNA FIABA DI HANS CHRISTIAN ANDERSEN

Era inverno, l’aria era fredda, il vento tagliente, ma in casa si stava bene e faceva caldo; e il fiore stava in casa, nel suo bulbo sotto la terra e sotto la neve.
Un giorno cadde la pioggia, le gocce penetrarono oltre la coltre di neve fino alla terra, toccarono il bulbo del fiore, gli annunciarono il mondo luminoso di sopra; presto il raggio di sole, sottile e penetrante, passò attraverso la neve fino al bulbo e busso.
«Avanti!» disse il fiore.
«Non posso» rispose il raggio «non sono abbastanza forte per aprire, diventerò più forte in estate.»
«Quando verrà l’estate?» chiese il fiore, e lo chiese di nuovo ogni volta che un raggio di sole arrivava laggiù. Ma c’era ancora tanto tempo prima dell’estate, la neve era ancora lì e ogni notte l’acqua gelava.
«Quanto dura!» disse il fiore. «Io mi sento solleticare, devo stendermi, allungarmi, aprirmi, devo uscire! Voglio dire buongiorno all’estate; sarà un tempo meraviglioso!»
Il fiore si allungò e si stirò contro la scorza sottile che l’acqua aveva ammorbidito, la neve e la terra avevano riscaldato, il raggio di sole aveva punzecchiato; così sotto la neve spuntò una gemma verde chiaro, su uno stelo verde, con foglioline grosse che sembravano volerla proteggere. La neve era fredda, ma tutta illuminata, e era così facile attraversarla, e sopraggiunse un raggio di sole che aveva più forza di prima.
«Benvenuto, benvenuto!» cantavano e risuonavano tutti i raggi, e il fiore si sollevò oltre la neve nel mondo luminoso. I raggi lo accarezzarono e lo baciarono, così si aprì tutto, bianco come la neve e adorno di striscioline verdi. Piegava il capo per la gioia e l’umiltà.
«Bel fiore» cantavano i raggi «come sei fresco e puro! Tu sei il primo, l’unico, sei il nostro amore. Tu annunci l’estate, la bella estate in campagna e nelle città. Tutta la neve si scioglierà; i freddi venti se ne andranno. Noi domineremo. Tutto rinverdirà, e tu avrai compagnia, il lillà, il glicine e alla fine le rose; ma tu sei il primo, così delicato e puro!»
Era proprio divertente. Era come se l’aria cantasse e risuonasse, come se i raggi di sole penetrassero nei suoi petali e nel suo stelo, lui era lì, così sottile e delicato e facile a spezzarsi, eppure così forte, nella sua giovanile bellezza; era lì in mantello bianco e nastri verdi, e lodava l’estate. Ma c’era ancora tempo prima dell’estate; nuvole nascosero il sole, e venti taglienti soffiarono sul fiorellino.
«Sei arrivato troppo presto!» dissero il vento e l’aria. «Noi abbiamo ancora il potere, dovrai adattarti! Saresti dovuto rimanere chiuso in casa, non dovevi correre fuori per farti ammirare, non è ancora tempo.»
C’era un freddo pungente! I giorni che vennero non portarono un solo raggio di sole, c’era un tale freddo che ci si poteva spezzare, soprattutto un fiorellino così delicato. Ma in lui c’era molta più forza di quanto lui stesso sospettasse, era la forza della gioia e della fede per l’estate che doveva giungere, che gli era stata annunciata da una profonda nostalgia e confermata dalla calda luce del sole; quindi resistette con la sua speranza, nel suo abito bianco sulla bianca neve, piegando il capo quando i fiocchi cadevano pesanti e fitti, quando i venti gelati soffiavano su di lui.
«Ti spezzerai!» gli dicevano. «Appassirai, gelerai! Perché hai voluto uscire? perché non sei rimasto chiuso in casa? Il raggio di sole ti ha ingannato. E adesso ti sta bene, fiorellino che hai voluto bucare la neve!»
«Bucaneve!» ripetè quello nel freddo mattino.
«Bucaneve!» gridarono alcuni bambini che erano giunti nel giardino «ce n’è uno, così grazioso, così carino, è il primo, l’unico!»
Quelle parole fecero bene al fiore, erano come caldi raggi di sole. Il fiore, preso dalla sua gioia, non si accorse neppure d’essere stato colto; si trovò nella mano di un bambino, venne baciato dalle labbra di un bambino, poi fu portato in una stanza riscaldata, osservato da occhi affettuosi, e messo nell’acqua: era così rinfrescante, così ristoratrice, e il fiore credette improvvisamente d’essere entrato nell’estate.
La fanciulla della casa, una ragazza graziosa che era già stata cresimata, aveva un caro amico che pure era stato cresimato e che ora studiava per trovarsi una sistemazione. «Sarà lui il mio fiorellino beffato dall’estate!» esclamò la fanciulla, prese quel fiore sottile e lo mise in un foglio di carta profumato su cui erano scritti dei versi, versi su un fiore che cominciavano con « fiorellino beffato dall’estate » e terminavano con « beffato dall’estate. »
« Caro amico, beffato dall’estate! » Lei lo aveva beffato d’estate. Tutto questo fu scritto in versi e spedito come una lettera; il fiore era là dentro e c’era proprio buio intorno a lui, buio come quando era nel bulbo. Il fiore viaggiò, si trovò nei sacco della posta, venne schiacciato, premuto; non era affatto piacevole, ma finì.
Il viaggio terminò, la lettera fu aperta e letta dal caro amico lui era molto contento, baciò il fiore che fu messo insieme ai versi in un cassetto, insieme a tante altre belle lettere che però non avevano un fiore; lui era il primo, l’unico, proprio come i raggi del sole lo avevano chiamato: com’era bello pensarlo!
Ebbe la possibilità di pensarlo a lungo, e pensò mentre l’estate finiva, e poi finiva il lungo inverno, e venne estate di nuovo, e allora fu tirato fuori. Ma il giovane non era affatto felice; afferrò i fogli con violenza, gettò via i versi, e il fiore cadde sul pavimento, piatto e appassito; non per questo doveva essere gettato sul pavimento! Comunque meglio lì che nel fuoco, dove tutti i versi e le lettere finirono. Cosa era successo? Quello che succede spesso. Il fiore lo aveva beffato, ma quello era uno scherzo; la fanciulla lo aveva beffato, e quello non era uno scherzo; lei si era trovato un altro amico nel mezzo dell’estate.
Al mattino il sole brillò su quel piccolo bucaneve schiacciato che sembrava dipinto sul pavimento.
La ragazza che faceva le pulizie lo raccolse e lo mise in uno dei libri appoggiati sul tavolo, perché credeva ne fosse caduto mentre lei faceva le pulizie e metteva in ordine. Il fiore si trovò di nuovo tra versi stampati, e questi sono più distinti di quelli scritti a mano, per lo meno costano di più.
Così passarono gli anni e il libro rimase nello scaffale; poi venne preso, aperto e letto; era un bel libro: erano versi e canti del poeta danese Ambrosius Stub, che vale certo la pena di conoscere. L’uomo che leggeva quel libro girò la pagina. «Oh, c’è un fiore!» esclamò «un bucaneve! È stato messo qui certamente con un preciso significato; povero Ambrosius Stub! Anche lui era un fiore beffato, una vittima della poesia. Era giunto troppo in anticipo sul suo tempo, per questo subì tempeste e venti pungenti, passò da un signore della Fionia all’altro, come un fiore in un vaso d’acqua, come un fiore in una lettera di versi! Fiorellino, beffato dall’estate, zimbello dell’inverno, vittima di scherzi e di giochi, eppure il primo, l’unico poeta danese pieno di gioventù. Ora sei un segnalibro, piccolo bucaneve! Certo non sei stato messo qui a caso!»
Così il bucaneve fu rimesso nel libro e si sentì onorato e felice sapendo di essere il segnalibro di quel meraviglioso libro di canti e apprendendo che chi per primo aveva cantato e scritto di lui, era pure stato un bucaneve, beffato dall’estate e vittima dell’inverno. Il fiore capì naturalmente tutto a modo suo, proprio come anche noi capiamo le cose a modo nostro.
Questa è la fiaba del bucaneve.

Publié dans:FIABE D'AUTORE |on 26 février, 2016 |Pas de commentaires »

Sbadiglio di un Baby Bradipo! Divertentissimo!

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Publié dans:animali ed animaletti, le scimmmie |on 25 février, 2016 |Pas de commentaires »

SAN FRANCISCO DE ASÍS

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Publié dans:immagini sacre |on 17 février, 2016 |Pas de commentaires »

SAN FRANCESCO SCRITTI – SALUTO ALLE VIRTÙ

http://www.santimartiri.org/italiano/basilica/frati/francesco_scritti.html

SAN FRANCESCO SCRITTI – SALUTO ALLE VIRTÙ

[256] 1 Ave, regina sapienza,a
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa e pura semplicità.
Signora santa povertà,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa umiltà.

3 Signora santa carità,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa obbedienza.
4 Santissime virtù,
voi tutte salvi il Signore
dal quale venite e procedete.

[257] 5 Non c’è assolutamente uomo nel mondo intero,
che possa avere una sola di voi,
se prima non muore [a se stesso].
6 Chi ne ha una e le altre non offende,
tutte le possiede,
7 e chi anche una sola ne offende
non ne possiede nessuna e le offende tutte.
8 e ognuna confonde i vizi e i peccati.

[258] 9 La santa sapienza
confonde Satana e tutte le sue insidie.
10 La pura santa semplicità
confonde ogni sapienza di questo mondo
e la sapienza della carne.
11 La santa povertà
confonde la cupidigia, l’avarizia
e le preoccupazioni del secolo presente.
12 La santa umiltà
confonde la superbia
e tutti gli uomini che sono nel mondo
e similmente tutte le cose che sono nel mondo.
13 La santa carità
confonde tutte le diaboliche e carnali tentazioni
e tutti i timori carnali.
14 La santa obbedienza
confonde tutte le volontà corporali e carnali
e ogni volontà propria,
15 e tiene il suo corpo mortificato per l’obbedienza
allo spirito e per l’obbedienza al proprio fratello;
16 e allora l’uomo è suddito e sottomesso
a tutti gli uomini che sono nel mondo,
17 e non soltanto ai soli uomini,
ma anche a tutte le bestie e alle fiere,
18 così che possano fare di lui quello che vogliono
per quanto sarà loro concesso dall’alto del Signore.

Publié dans:SAN FRANCESCO D'ASSISI, SCRITTI |on 17 février, 2016 |Pas de commentaires »

amazing flowers (non trovo il nome dei fiori, ma sono veramente « straordinari »)

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Publié dans:fiori e piante |on 17 février, 2016 |Pas de commentaires »

DANTE A ROMA PER IL GIUBILEO DEL 1300

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DANTE A ROMA PER IL GIUBILEO DEL 1300

Per gli studiosi anche il sommo poeta venne a Roma pellegrino, durante l’Anno Santo indetto da Bonifacio VIII. Ecco come si è giunti a ritenere quasi certo il suo viaggio nella Città eterna

di Serena Ravaglioli

Il primo Giubileo della Chiesa fu promulgato da papa Bonifacio VIII nel febbraio 1300. Erano già diversi decenni che le tombe degli apostoli avevano ripreso a essere meta di numerosissimi pellegrinaggi, come si era già verificato nei primi secoli del Medioevo. Con la bolla Antiquorum habet il Papa intese ratificare questa pia pratica devozionale, concedendo l’indulgenza plenaria a chi avesse visitato entro l’anno le Basiliche di San Pietro e di San Paolo. Da tutto il mondo folle di pellegrini accorsero a Roma. Dai racconti dei cronisti contemporanei si può ricostruire che in quell’anno la media delle presenze in città fu di duecentomila persone ogni giorno. Tale moltitudine, tanto più significativa se si pensa che gli abitanti della città erano in quel periodo solo trentacinquemila, rappresentò un fenomeno eccezionale sotto ogni aspetto, religioso, politico e anche economico. Sempre dalle cronache coeve sappiamo che i pellegrini (i romei, per usare le parole di Dante: «chiamansi romei in quanto vanno a Roma») rimanevano affascinati dalla febbrile animazione e dalla ricchezza della città, dalla quantità e dallo splendore delle chiese.
Che tra i fiorentini recatisi in pellegrinaggio a Roma nel 1300 vi fosse anche Dante è opinione generalmente accolta dagli studiosi, anche se, in realtà, non ci sono documenti certi su questo. L’unica visita di Dante a Roma sicuramente attestata avvenne l’anno successivo, nel settembre 1301, quando fece parte dell’ambasceria inviata da Firenze al Papa per ben disporne l’animo verso la città. Cosa spinge allora a ritenere quasi certa la partecipazione di Dante al Giubileo? Soprattutto un passo della Divina Commedia, per l’esattezza del canto XVIII dell’Inferno. In esso Dante paragona il procedere in senso opposto delle due schiere di peccatori della prima bolgia ai pellegrini che sul ponte Sant’Angelo, durante il Giubileo, si incrociavano, gli uni diretti a San Pietro, gli altri, di ritorno, diretti a Monte Giordano: «come i Roman per l’essercito molto, / l’anno del giubileo, su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto, / che da l’un lato tutti hanno la fronte / verso ’l castello e vanno a Santo Pietro; / da l’altra vanno verso il monte…». La notizia del “doppio senso di marcia” sul ponte, disposto per organizzare la grande ressa («l’essercito molto») di quelli che andavano e venivano dalla Basilica, la si ritrova solo in Dante e ha chiaramente il sapore di un ricordo personale di una “cosa vista”, anche se, a rigore, egli potrebbe averla appresa da altri pellegrini o dai romani nella sua visita dell’anno seguente.
Secondo i cronisti del tempo, da Firenze partirono alla volta di Roma numerosissimi pellegrini. Fra loro ricordiamo en passant Giovanni Villani, che fu tra i molti che trassero impressioni forti e feconde dalla visita giubilare e «in quello benedetto pellegrinaggio nella santa città di Roma» ebbe l’ispirazione a scrivere la sua Storia di Firenze per emulare i grandi scrittori di storia romana. In ogni modo, basandosi sul passo relativo all’andirivieni su ponte Sant’Angelo e sui dati relativi all’affluenza così robusta di romei fiorentini, e considerando naturalmente la profonda e sollecita religiosità di Dante, gli studiosi, come si è detto, sono pressoché concordi nel ritenere che Dante sia venuto a Roma per il primo Giubileo. Quanto si sa dell’attività del poeta in quel torno di tempo induce a datare questa visita alla prima parte dell’anno. È particolarmente suggestivo pensare che sia avvenuta proprio in quella settimana santa del 1300, in cui si colloca l’inizio del viaggio della Divina Commedia.
Un altro riferimento al Giubileo, meno diretto e personale, si trova in alcuni versi del II canto del Purgatorio, nell’episodio di Casella: questi spiega all’amico che l’angelo che ha l’incarico di trasportare in purgatorio le anime raccolte alla foce del Tevere ormai da tre mesi non rifiuta a nessuno l’entrata nella sua barca: «veramente da tre mesi elli ha tolto / chi ha voluto intrar, con tutta pace». Tutti i commentatori vedono in questo brano una chiara allusione all’indulgenza accordata alle anime del purgatorio con il Giubileo a partire dal Natale 1299.
Più difficile, invece, è connettere precisamente all’occasione giubilare un celebre passo del Paradiso, canto XXXI, dove Dante paragona se stesso in contemplazione del volto di san Bernardo al pellegrino venuto da una regione molto lontana, la Croazia, per saziare il desiderio da lungo tempo provato di vedere la sembianza del Cristo nell’immagine della Veronica: «Qual è colui che forse di Croazia / viene a veder la Veronica nostra, / che per l’antica fame non sen sazia, / ma dice nel pensier, fin che si mostra: / “Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, / or fu sì fatta la sembianza vostra?”; / tal era io…». La Veronica è il Santo Sudario, conservato nella Basilica di San Pietro forse dai primi secoli del Medioevo. Secondo la tradizione, questo lembo di lino sarebbe stato porto a Cristo durante la salita al Calvario da una pia donna, chiamata appunto Veronica, perché si asciugasse il volto sudato e insanguinato, e i tratti divini sarebbero così rimasti impressi nella stoffa. Nel Medioevo la Veronica fu oggetto di grande venerazione ed esercitò un enorme richiamo, perché era considerata l’immagine più importante di Cristo di tutto l’Occidente. Da Giovanni Villani abbiamo la notizia che durante il Giubileo del 1300 la Veronica venne esposta ogni venerdì e tutti i giorni festivi. Da altre fonti però sappiamo che l’esposizione della sacra reliquia avveniva tutti gli anni in diverse occasioni, in particolare durante la settimana santa. È per questo che un diretto riferimento all’ostensione durante l’anno giubilare nel passo del Paradiso è solo un’ipotesi. Quel che comunque è certo è la profonda devozione che si incentrava intorno a questa immagine sacra e la fortissima impressione che Dante, come tutti gli altri pellegrini che potevano contemplarla, ne riportò. Oltre che nel canto di san Bernardo, Dante parla della Veronica in un brano della Vita Nuova definendola «quella imagine benedetta la quale Iesu Cristo lasciò a noi per essemplo de la sua bellissima figura». Un’altra suggestiva testimonianza della vivezza della pratica devozionale per il Santo Sudario si ha in un noto sonetto del Petrarca, in cui è descritto il pellegrinaggio del «vecchierel canuto et biancho» che abbandona casa e familiari per intraprendere il lungo e faticoso viaggio che lo porterà finalmente a contemplare la “sembianza” del Redentore.
Si possono citare per concludere alcuni altri passi in cui Dante accenna a monumenti o a luoghi romani. Sono cenni fugaci e non è possibile distinguere quelli che derivano da una conoscenza mediata da altri che risultano invece da una visione personale. Tanto meno, è evidente, è possibile avanzare ipotesi per valutare se queste conoscenze gli venissero dalla visita del 1300 o da quella del 1301. Nel canto XV del Paradiso è citato il colle di Monte Mario, dal quale chi veniva dal Nord aveva la prima visione sulla città. Nell’Inferno la faccia del gigante Nambrotte è paragonata alla «pina di San Pietro» ed è menzionato il «sasso di Monte Aventino». Un brano del Convivio, infine, parla della notorietà della «guglia di San Pietro», l’obelisco ora al centro della piazza e a quei tempi situato sul fianco della Basilica. Si può ricordare, per finire, l’ipotesi, suggestiva ma tutt’altro che comprovata, che Dante abbia appreso la vicenda della “donazione costantiniana” nel corso di una visita alla Basilica dei Santi Quattro Coronati, dagli affreschi dell’oratorio di San Silvestro.

Publié dans:DANTE |on 16 février, 2016 |Pas de commentaires »
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