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IL PRESEPE OGGI, SAN FRANCESCO E LA STORIA DI UNA TRADIZIONE NATALIZIA

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IL PRESEPE OGGI, SAN FRANCESCO E LA STORIA DI UNA TRADIZIONE NATALIZIA

Chi ha inventato il Presepe?, Perché lo ha fatto? Che c’entra San Francesco con la storia del presepe? Che significato ha? Perché una tale tradizione resiste nel tempo?
Per conoscere e approfondire la storia del Presepe e la sua attualità anche nel mondo moderno dell’oggi, ZENIT ha intervistato Padre Pietro Messa Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum.
Che c’entra San Francesco con il presepio?
Nel 1223, esattamente il 29 novembre, papa Onorio III con la bolla Solet annuere approvò definitivamente la Regola dei frati Minori. Nelle settimane successive Francesco d’Assisi si avviò verso l’eremo di Greccio dove espresse il suo desiderio di celebrare in quel luogo il Natale.
Ad uno del luogo disse che voleva vedere con gli « occhi del corpo » come il bambino Gesù, nella sua scelta di abbassamento, fu adagiato in una mangiatoia. Quindi stabilì che fossero portati in un luogo stabilito un asino ed un bue – che secondo la tradizione dei Vangeli apocrifi erano presso il Bambino – e sopra un altare portatile collocato sulla mangiatoia fu celebrata l’Eucaristia. Per Francesco come gli apostoli videro con gli occhi del corpo l’umanità di Gesù e credettero con gli occhi dello spirito alla sua divinità, così ogni giorno mentre vediamo il pane ed il vino consacrato sull’altare, crediamo alla presenza del Signore in mezzo a noi.
Nella notte di Natale a Greccio non c’erano ne statue e neppure raffigurazioni, ma unicamente una celebrazione eucaristica sopra una magiatoia, tra il bue e l’asinello. Solo più tardi tale avvenimento ispirò la rappresentazione della Natività mediante immagini, ossia il presepio in senso moderno.
Perché lo ha fatto?
Francesco era un uomo molto concreto e per lui era molto importante l’Incarnazione, ossia il fatto che il Signore fosse incontrabile mediante segni e gesti, prima di tutto i Sacramenti. La celebrazione di Greccio si colloca proprio in questo contesto.
Come si spiega la popolarità e la diffusione dei presepi?
Francesco morì nel 1226 e nel 1228 fu canonizzato da papa Gregorio IX; fin da quel momento la sua vicenda fu narrata evidenziandone la novità e, grazie anche all’opera dei frati Minori, la devozione verso il Santo d’Assisi si diffuse sempre più e in modo capillare. Di conseguenza anche l’avvenimento del Natale di Greccio fu conosciuto da molte persone che desiderarono raffigurarlo e replicarlo, iniziando a rappresentare e diffondere il presepio. In questo modo divenne patrimonio della cultura e fede popolare.
Che significato ha e perché la Chiesa invita i fedeli a rappresentare, costruire, tenere presepi in casa e in luoghi pubblici?
La Chiesa ha sempre dato importanza ai segni, soprattutto liturgico sacramentali, sorvegliando però che non sconfinassero in una sorta di superstizione. Alcuni gesti furono incentivati perché ritenuti adatti per la diffusione dell’annuncio evangelico e tra questi si segnala proprio il presepio nella cui semplicità indirizza tutto alla centralità di Gesù.
Quale rapporto tra il presepe e l’arte? Perché tanti artisti lo hanno dipinto, scolpito, raccontato, ….?
Proprio per la sua plasticità il presepio si presta a rappresentazioni in cui il particolare può diventare segno della concretezza della quotidianità della vita. E proprio tali particolari della vita umana – i vestiti dei pastori, le pecore che brucano l’erba, il fanciullo attaccato alla gonna di mamma, eccetera – sono stati rappresentati anche come ulteriori indizi del realismo cristiano che scaturisce proprio dall’Incarnazione.
Cosa pensa della devozione popolare nei confronti del presepe ancora molto diffusa tra la gente? Va incoraggiata o limitata?
Come san Francesco ogni uomo e donna ha bisogno di segni; alcuni risultano ormai incomprensibili mentre altri per la loro semplicità e immediatezza hanno ancora un’efficacia. Tra questi possiamo porre il presepe e quindi ben venga la sua diffusione.
In considerazione di questo dibattito venerdì 18 novembre si è svolto un incontro alla Pontificia Università Antonianum (Aula Iacopone da Todi), con Fortunato Iozzelli e Alessandra Bartolomei Romagnoli proprio sui luoghi di Francesco d’Assisi nel Lazio con particolare attenzione al santuario francescano di Greccio. (di Antonio Gaspari -www.zenit.org)

Publié dans:NATALE 2019, PRESEPIO (IL E SUL) |on 9 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

ARTIGIANI E SUONATORI NELLA NOTTE DEL FIGLIO, DI ALESSANDRO D’AVENIA (I PERSONAGGI DEL PRESEPE E LE NOSTRE STORIE/3)

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ARTIGIANI E SUONATORI NELLA NOTTE DEL FIGLIO, DI ALESSANDRO D’AVENIA (I PERSONAGGI DEL PRESEPE E LE NOSTRE STORIE/3)

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Scritto da Redazione de Gliscritti: 23 /12 /2015 -

Riprendiamo da Avvenire del 20/12/2015 un articolo di Alessandro D’Avenia.

Il Vangelo parla di pastori. E nelle due precedenti puntate domenicali sul presepe si è parlato di pastori, come è giusto che sia. A loro viene dato l’annuncio, perché sono loro a popolare i notturni ripari dove si rifugiano Giuseppe e Maria per il parto. Eppure sin da bambino ero affascinato da un presepe affollato di altre due categorie di personaggi: Artigiani e Suonatori, mutevoli a seconda della latitudine. Tra i primi si possono annoverare: fabbri, arrotini, lavandaie, portatrici di uova, acquaioli, carrettieri, venditori di frutta, marinai, facchini, osti e avventori, venditori di caldarroste, vasai, mugnai, tessitrici, filatrici, fornaie, ciabattini, falegnami, cenciaioli, guardiane d’oche, pescatori… Tra i suonatori troviamo: flautisti, zampognari, cantastorie, giocolieri, danzatori…
Questi personaggi non potevano certo essere attivi nel cuore della notte della nascita del Bambino, ma è stato da subito chiaro, a chi inventava il gioco del Mondo del presepe, che non c’è Mondo senza lavoratori e suonatori. Il Mondo in cui Cristo viene non può essere senza lavoro (egli stesso fu falegname per trent’anni) e senza musica. Festa e lavoro sono il ritmo secondo il quale si muove il Recinto del Mondo, il Presepe della Storia umana, come nella prima settimana della creazione. Inoltre l’uomo è posto da Dio nel giardino dell’Eden perché «lo lavori e lo custodisca» si dice nella Genesi (2,15). Il creato è lo spazio che l’uomo, con la sua creatività, è chiamato a lavorare e custodire, e nel farlo festeggia, riposa, gioisce ed entra in rapporto con Dio, «che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno» con l’uomo (Gn 3, 8). Con il peccato la consegna non è cambiata, è cambiata la risposta del creato: il peccato non introduce il lavoro nel piano divino, che c’era già, ma la fatica e la resistenza del creato e dell’uomo stesso a svilupparsi secondo il progetto di Dio. La dimensione di festa si offusca, Dio non passeggia più con l’uomo, tutto è fatica.
Platone, attento testimone di queste conseguenze, scrive che gli dei condannarono l’uomo al lavoro e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. Per gli antichi la festa era una specie di condono alla condanna quotidiana del lavoro. Riconoscono nella festa la luce originaria, ma non scorgono più il legame divino tra lavoro e uomo, schiacciati solo dal negativo della caduta: la fatica, la ripetitività, la necessità. L’aspirazione è poter non lavorare e la festa serve a costringere gli dei a passeggiare di nuovo con gli uomini. Con l’incarnazione il progetto divino è restituito al suo ordine originario che dà la possibilità di far festa nel quotidiano, benché sia diventato faticoso (Cristo non ci nasconde che «ogni giorno ha la sua fatica»). Ma che il Dio fatto carne abbia avuto un lavoro e lo abbia svolto per trent’anni elimina ogni ombra di condanna dal lavoro umano. Cristo era noto come falegname e chissà quanto legno avrà piallato nella sua vita, e quel legno, resistente e modellato a fatica e con il quale l’uomo gli modellerà la croce, è stato ‘redentivo’ quanto i suoi gesti straordinari: miracoli, guarigioni, trasfigurazioni. I trent’anni di vita ordinaria di Cristo ci aiutano a rientrare nel piano originario di Dio: il lavoro – purché onesto – non è condanna, ma progetto divino, e la festa, dopo il peccato originale, è ratifica del fatto che verrà un tempo, qui solo intravisto e pregustato, in cui celebreremo in un’unica ininterrotta festa i doni del creato. Senza la festa il lavoro non si comprende e viceversa.
L’uomo per dialogare con Dio è chiamato tutt’ora a coltivare e custodire il pezzo di giardino che gli è affidato. Lavorare è pro-creare: partecipare allo sviluppo e alla custodia delle risorse che gli sono date, infatti l’uomo e la donna, che lavorano nel posto giusto, vedono e sentono fiorire le proprie qualità e quelle di chi beneficia del loro lavoro, nonostante la fatica. Gioioso è solo chi lavorando riposa o riposa lavorando.
Il tempo libero (come ahimè anche i cristiani si sono abituati a chiamarlo, accettando la dinamica della schiavitù al lavoro, come la intendevano i pagani) è in realtà tempo della festa, tempo in cui si festeggia la gioia del talento ricevuto. Invece un lavoro vissuto senza la luce dell’incarnazione, tende a ridursi a condanna, semplice neg-otium, rispetto all’otium degli dei; e il tempo libero finisce con l’essere inteso come ‘privo di lavoro’, quando è libero ogni istante, feriale o festivo, vissuto da un cuore liberato dalla grazia. Solo se il lavoro è luogo della coltivazione di sé e dono dei propri talenti agli altri, il tempo in cui l’uomo non lavora diventa tempo della festa, priva, questo sì, dall’affanno dell’utile, ma pura gioia del ricevere e del condividere, del ritemprare le forze per un lavoro rinnovato, e non fuga dalla realtà in non-luoghi come gli affollati ipermercati domenicali, versione secolarizzata e insoddisfacente della festa (non mantengono mai ciò che promettono).
L’uomo è chiamato a creare la propria bellezza. Non è già tutta fatta, ma da compiere, in sé e nelle cose: il termine creatura infatti origina dal participio futuro latino ed esprime la tensione verso un compimento di ciò che è già in potenza, come avventura, che è la vita del cristiano, non da salotto, non da divano, non bigotto, ma l’avventura dell’artigiano e del suonatore. È necessario riportare il fuoco nel grigiore del quotidiano, e questo passa solo attraverso quell’arte del vivere che Cristo è venuto a insegnarci con la sua incarnazione e a rendere a ni possibile, donandoci la sua grazia.

Publié dans:PRESEPIO (IL E SUL) |on 29 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

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