Archive pour mars, 2016

Il giardino a Pontoise 1877, Camille Pissarro

Il giardino a Pontoise 1877, Camille Pissarro  dans PITTURA - GLI IMPRESSIONISTI Camille_Pissarro_-_Dans_le_jardin_des_Mathurins%2C_Pontoise_-_503

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immagini di bacetti? buona notte!

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Peach blossom, buona serata e buona primavera a tutti

Peach blossom, buona serata e buona primavera a tutti dans fiori e piante

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A. Vivaldi: Il Gardellino, Buona notte e buona Pasquetta

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A. Vivaldi: Il Gardellino, Op. 10 n. 3 – Concerto for flute, strings & b.c. in D major (RV 428)

Publié dans:MUSICA CLASSICA, You tube |on 28 mars, 2016 |Pas de commentaires »

Resurrezione del Signore

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Publié dans:immagini sacre |on 26 mars, 2016 |Pas de commentaires »

DAL LEGNO DISCESE COME FRUTTO E SALÌ AL CIELO COME PRIMIZIA… Efrem il Siro (+373) …

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DAL LEGNO DISCESE COME FRUTTO E SALÌ AL CIELO COME PRIMIZIA…

Efrem il Siro (+373) …

Nella sua abbondante innografia sulla Crocifissione e sulla Risurrezione di Cristo canta il mistero della nostra salvezza in tutta la bellezza della sua poesia e con la profondità della sua teologia. Del poeta siriaco abbiamo una collezione di inni pasquali che trattano tre aspetti particolari: gli azzimi -21 inni-, la crocifissione -9 inni- e la risurrezione -5 inni. Nell’inno VIII sulla crocifissione Efrem contempla lungo sedici strofe i luoghi e gli strumenti legati alla passione di Cristo, e come in altri dei suoi inni inizia ogni strofa con l’acclamazione “beato” indirizzata a ognuno di questi luoghi e strumenti. Il giardino del Getsemani è messo in parallelo col giardino dell’Eden, il luogo che vide la lotta ed il sudore di Adamo accoglie come profumo il sudore di Cristo: “Beato sei tu, luogo, che fosti degno di quel sudore del Figlio che su di te cadde. Alla terra mescolò il suo sudore per allontanare il sudore di Adamo… Beata la terra, che egli profumò con il suo sudore e che malata fu guarita”. L’Eden è anche presentato da Efrem come il luogo della volontà divisa di Adamo tra il precetto di Dio e l’astuzia del serpente, e che in Getsemani diventa per mezzo dello stesso Cristo il luogo dell’accoglienza e l’unità nella volontà del Padre: “Beato sei tu, luogo, perché hai fatto gioire il giardino delle delizie con le tue preghiere. In esso era divisa la volontà di Adamo verso il suo creatore… Nel giardino Gesù entrò, pregò e ricompose la volontà che si era divisa nel giardino e disse: «Non la mia ma la tua volontà!»”. Efrem dichiara pure beato il luogo del Golgota perché nella sua piccolezza accoglie il mistero della passione di Cristo: la riconciliazione con Dio, il saldo del debito ed il luogo da dove il buon ladrone parte per aprire ai redenti l’Eden. L’innografo si serve, come è abituale in lui, del contrasto tra i due luoghi: il cielo, luogo grande del Dio nascosto, ed il Golgota, piccolo luogo del Dio manifesto: “Beato sei anche tu, o Golgota! Il cielo ha invidiato la tua piccolezza. Non quando il Signore se ne stava lassù nel cielo avvenne la riconciliazione. È su di te che fu saldato il nostro debito. È partendo da te che il ladrone aprì l’Eden… Colui che fu ucciso su di te mi ha salvato”. Anche il buon ladrone è da Efrem dichiarato beato perché è condotto nel paradiso dal Signore stesso; la sua morte è incontro con Colui che è la Vita. Inoltre è molto bella l’immagine, sempre presentata per via di contrasto, che Efrem propone tra coloro che tradirono (Giuda), che negarono (Pietro), e che fuggirono (i discepoli), e colui che dall’alto della croce (il ladrone) lo annunzia, come se Efrem volesse sottolineare che lì nella croce il ladrone diventa apostolo: “Beato anche tu, ladrone, perché a causa della tua morte la Vita ti ha incontrato… Il nostro Signore ti ha preso e adagiato nell’Eden… Giuda tradì con inganno, anche Simone rinnegò e i discepoli fuggendo si nascosero: tu però lo hai annunziato”. Nello stesso inno Efrem, come farà anche nel suo commento al Vangelo, accosta per omonimia i diversi personaggi; nel nostro testo Giuseppe di Arimatea viene messo in parallelo a Giuseppe sposo di Maria. Il ruolo di costui nell’accogliere il Bambino neonato, nel fasciarlo, nel vederlo schiudere gli occhi, diventa in qualche modo il ruolo dell’altro Giuseppe verso Cristo calato dalla croce: “Beato sei tu, che hai lo stesso nome di Giuseppe il giusto, perché avvolgesti e seppellisti il Vivente defunto; chiudesti gli occhi al Vigilante addormentato che si addormentò e spogliò lo sheol”. Efrem canta beato anche il sepolcro, paragonato e a un grembo che rinchiude per sempre la morte, e all’Eden diventato sepolcro di Adamo, da dove egli stesso verrà redento da Cristo: “Beato sei anche tu, sepolcro unico, poiché la luce unigenita sorse in te. Dentro di te fu vinta la morte orgogliosa, che in te il Vivente morto ha cacciato via… Il sepolcro e il giardino sono simbolo dell’Eden nel quale Adamo morì di una morte invisibile… Il Vivente sepolto che risuscitò nel giardino risollevò colui che era caduto nel giardino”. Infine tre città sono dichiarate beate da Efrem, città che furono testimoni di tutto il mistero della redenzione: “Beate voi tre, senza invidia: del Terzo del Padre voi foste degne. La sua nascita a Betlemme, la sua abitazione a Nazaret, e a Betania poi la sua ascensione”. Il primo inno sulla Risurrezione è un canto al mistero della salvezza adoperato in Cristo, dalla sua incarnazione nel grembo di Maria, alla sua passione, morte e risurrezione. Per Efrem il Figlio di Dio incarnandosi diventa a pieno titolo il buon pastore che esce alla ricerca della pecora smarrita: “Volò e discese quel Pastore di tutti: cercò Adamo pecora smarrita, sulle proprie spalle la portò e salì…”. Efrem si serve dell’immagine del grembo e accosta quello del Padre e quello di Maria e come conseguenza anche quello dei credenti, gravidi della presenza in loro del Verbo di Dio: “Il Verbo del Padre venne dal suo grembo e rivestì il corpo in un altro grembo. Da grembo a grembo egli procedette e i grembi casti furono ripieni di lui. Benedetto colui che prese dimora in noi!”. Efrem sottolinea fortemente lungo tutto l’inno il rapporto stretto di tutto il mistero della salvezza che si realizza in Cristo, dalla sua esistenza eterna nel seno del Padre alla sua risurrezione e ascensione in cielo: “Dall’alto fluì come fiume e da Maria come una radice. Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia… Dall’alto discese come Signore e dal ventre uscì come servo. Si inginocchiò la morte davanti a lui nello sheol e alla sua risurrezione la vita lo adorò…”. Ancora con altre immagini molto semplici e allo stesso tempo belle e profonde Efrem canta tutto il mistero della redenzione: “Maria lo portò come neonato. Il sacerdote lo portò come offerta. La croce lo portò come ucciso. Il cielo lo portò come Dio. Gloria al Padre suo!”. L’incarnazione di Cristo, sempre in questo stesso inno, Efrem la contempla ancora come l’avvicinarsi, il farsi prossimo di Cristo verso l’umanità debole e malata: “Gli impuri non aborrì e i peccatori non schivò. Degli innocenti gioì molto e molto desiderò i semplici… Dai malati non vennero meno i suoi piedi né le sue parole dagli ignoranti. Si protese la sua discesa verso i terrestri e la sua ascesa verso i celesti…”. Tutta la redenzione adoperata da Cristo Efrem la vede nella chiave del suo farsi vicino, del suo svuotarsi per sollevare e portare tutti gli uomini alla sua gloria divina: “Nel fiume lo annoverarono tra i battezzandi, e nel mare lo contarono tra i dormienti. Sul legno come ucciso e nel sepolcro come un cadavere… Chi per noi, Signore, come te? Il Grande che si fece piccolo, il Vigilante che si addormentò, il Puro che fu battezzato, il Vivente che perì, il Re disprezzato per dare a tutti onore…”

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco

Publié dans:DOCENTI, Pasqua |on 26 mars, 2016 |Pas de commentaires »

Gesù sulla via della Croce (ingrandimento, ci sono altre belle immagini)

Gesù sulla via della Croce (ingrandimento, ci sono altre belle immagini) dans immagini sacre portfolio_9f077293e8

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Publié dans:immagini sacre |on 25 mars, 2016 |Pas de commentaires »

MARTIN BUBER – LA REALIZZAZIONE DEL REGNO DI DIO

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MARTIN BUBER – LA REALIZZAZIONE DEL REGNO DI DIO

Con « Nessuno può servire due signori » non intese che si potesse servire Dio e Roma. Intendeva che ribellione e rivoluzione sono inutili e sono condannate a consumarsi in se stesse finché non sia nata dal rinnovamento dell’anima una nuova vera forma di convivenza umana.

Il regno di Dio è la ventura società, in cui tutti coloro che hanno fame e sete di giustizia saranno sazi, e che può scaturire non dalla sola grazia divina, ma unicamente dalla sua cooperazione con la volontà umana e dalla misteriosa unione di ambedue. Gesù, per quanto possa in altri punti distaccarsi dalla dottrina tradizionale, vuole, come i profeti d’Israele, non abolire ma compiere la società; egli non vuole fuggire come gli esseni dalla comunità laica, bensì costruire in verità la Comunità vera, spirituale.
Dio vuole essere realizzato nel mondo e nel consorzio laico mediante la loro fiamme a purificazione e la loro perfezione rappresentativa; il mondo è la casa devastata, che deve esser preparata per lo spirito; prima che ciò sia accaduto, lo spirito non ha dove posare il capo: questa sapienza d’abisso è il più profondo ebraismo di Gesù. E nondimeno ci è stata tramandata una parola di lui che sembra esserne il contrasto. È la parola con cui egli risponde a chi gli domanda se si deve dare all’imperatore il tributo: «Date all’imperatore quello che è dell’imperatore, e a Dio quello ch’è di Dio». Qui pare espressa una separazione fra mondo e spirito, fra la realtà corrotta e gigantesca, di cui bisogna accettare l’esistenza, e la pura idealità, per la quale noi siamo redenti; a quella devesi pagare il tributo della vita esterna, a questa appartiene il cuore.
Ma questa separazione è solo apparente. Gesù aveva dinanzi a sé non più uno Stato che si poteva tentare di fondere nella sua totalità, guardando negli occhi il suo dominatore come faceva il profeta di fronte al re di Giuda o d’Israele, non uno Stato che si poteva colpire e vincere con l’idea; era Roma, era il nudo Stato che non conosceva e non riconosceva nulla al di fuori di sé, che neppure gli dei tollerava se non come custodi della sua potenza e della sua legge, quando non preferiva di alzare alla dignità di Dio perfino il suo imperatore; era l’unione coattiva che aveva sostituito ogni associazione naturale; era la violenza legalizzata, il sacrilegio sanzionato, il meccanismo che aveva messo la maschera dell’organico, l’organizzazione con la maschera dello spirito. Di fronte a questa macchina massiccia stava la volontà ebraica di realizzazione, la volontà della vera collettività risuscitata con nuova forza e grandezza, in una triplice forma: col ritirarsi in disparte e col salvare la legge affinché la missione divina che era racchiusa in essa fosse preservata per tempi migliori. [...]
[Gesù] che pronunciò la parola: «Nessuno può servire due signori» non intese che si potesse servire Dio e Roma. Intendeva che ribellione e rivoluzione sono inutili e sono condannate a consumarsi in se stesse finché non sia nata dal rinnovamento dell’anima una nuova vera forma di convivenza umana, che, acquistando sempre più vigore, sia destinata a sconquassare la vecchia compagine obbrobriosa.
Un’altra delle sue parole «Non fate opposizione al male!» significa: opponetevi al male facendo il bene, non colpite il regno del male, ma unitevi subito per il regno del bene; allora verrà il tempo in cui il male non potrà più opporsi a voi, non perché voi lo abbiate vinto, ma perché lo avete redento. Gesù voleva costruire sull’ebraismo il tempio della vera collettività alla cui sola vista le mura del regno di violenza sarebbero dovute crollare.
Ma non così egli fu compreso dalle generazioni seguenti. Una interpretazione enormemente erronea della sua dottrina riempie due millenni della storia spirituale dell’Occidente. La concezione ebraica del mondo unito, vinto dal turbamento e dal disordine, ma che può essere redento da questi suoi mali grazie alla volontà umana che lotta; la concezione secondo cui la volontà umana si eleva in questo processo fino a quella divina, e l’immagine si compie, e si concreta in verità l’eterna nascita di Dio: questa vera concezione ebraica viene sostituita dall’idea di un dissidio di principio insormontabile fra volontà umana e grazia divina.
La volontà decaduta, è vero, ma capace – grazie al mistero della conversione – di forza salvatrice illimitata, e vocata ad un’opera salvatrice illimitata, si trasforma in volontà onninamente cattiva e incapace di sollevarsi con le proprie forze; non essa, in tutta la sua contraddizione e in tutte le sue possibilità, è la via verso Dio, bensì tale è la fede e l’aspettativa nel contatto della grazia. Il male non più «guscio» che deve essere forato, bensì una potenza elementare a cui il bene sta di fronte come un grande avversario. Lo Stato non è più la condensazione della traviata volontà sociale, e perciò penetrabile e redimi bile dalla giusta volontà; ma esso è, come per Agostino, il regno dei dannati in eterno, da cui gli eletti debbono perciò separarsi in eterno; oppure, come per Tommaso, un gradino ed una scuola preliminare della vera collettività, che è una collettività ecclesiastica.
La vera collettività ha da realizzarsi non più nella vita perfetta degli uomini con gli uomini, nella laicità chiarificata, ma nella Chiesa; essa è per principio divisa, come collettività dello spirito, dal consorzio del mondo; come collettività della grazia, da quello della natura. Anche il protestantesimo ha accettato questa divisione; anche per esso la vita è scissa in due regni, quello delle opere e quello della fede; esso vuole l’esistenza della Chiesa accanto allo Stato, non la fusione di ambedue in una unità più alta, quella della vera collettività. Solo nella mistica continuano la loro vita il sentimento dell’esistenza indivisa, l’idea della relatività del male e dell’assolutezza dell’anima umana; ma ad esso manca l’elemento dell’attività nell’assoluto, la tendenza della realizzazione della vita indivisa nel mondo umano, nel mondo della convivenza.
Così i popoli dell’Occidente, accogliendo con la dottrina di Gesù la dottrina ebraica, non ne hanno presa la sostanza; la tendenza alla realizzazione non è penetrata nelle basi spirituali della vita dei popoli. È vero che la loro fiamma divampava sempre nuovamente nella passione delle comunità eretiche e dei settari che volevano iniziare il regno di Dio; ma essa si spense sempre nell’aria che respirano i popoli, nell’atmosfera del compromesso con il dualismo. È l’atmosfera in cui è immerso ancora il nostro tempo, l’atmosfera del dualismo della verità e della realtà, dell’idea e del fatto, della morale e della politica; è l’atmosfera in cui il cristianesimo ha dato per tanto tempo all’imperatore romano quello che era «dell’imperatore», finché non ebbe più nulla da rifiutargli; in cui il cristianesimo per tanto tempo non si è opposto al male, finché fu costretto a riconoscere, quando tentò di resistere ai suoi eccessi più frenetici, che era diventato impotente a qualunque resistenza.
Ma non dimentichiamo che è stato pure un ebreo, un ebreo rappresentativo, colui per la cui opera si produsse questa rifrazione dell’ebraismo nella sua trasmissione ai popoli. Per comprendere giustamente questo violento dominatore dello spirito, bisogna ricercare in lui l’elementare psiche dell’ebreo, dalla quale sorge sempre di nuovo la tendenza alla realizzazione. Questa psiche primordiale ha per centro il sentimento elementare di quel dissidio interno che è proprio, in qualche misura, di tutti gli uomini, ma che gli ebrei però posseggono con una particolare forza, e della volontà di superarlo mediante la realizzazione dell’unità. Saulo, uomo di Tarso, ha espresso questo immanente dissidio in modo talmente rigido e preciso, come nessun altro uomo, nelle fati di che parole che sono un’introduzione all’aeon cristiano: «Poiché non riconosco quello che compio; non quello che voglio io faccio, sì faccio quello che odio».
Ma questa coscienza terribile e paradossale non è per lui quella che fu una volta per l’ebreo e dovrà diventarlo di nuovo: una spinta sovrumana a tentare un assalto che sembra impossibile, a perforare il guscio e, nell’unificazione della propria volontà, realizzare quella divina; essa non è per lui il terreno vacillante su cui può unicamente appoggiarsi la scala che barcolla su ogni terreno fermo, la scala celeste; essa è per lui bensì una rinuncia titanica.
Quest’uomo fa la somma di tutta la delusione immensa che ha prodotto nell’ebraismo fino ai suoi giorni la tendenza alla realizzazione; accanto al calcolo razionale egli fa il calcolo umano e dichiara che non possiamo compiere nulla, nulla da noi stessi, ma unicamente per mezzo della grazia di Dio; oppure ciò che significa per lui lo stesso, facendoci credenti e seguaci di colui in cui è stata visibilmente la grazia, di quell’uno che, come è detto, «non conobbe verun peccato».
Il fatto che allora non si conosceva, come sembra, nulla di preciso dei primi trent’anni di vita di Gesù; che anche la leggenda reca i segni del tempo delle sue lotte e dei suoi superamenti solo per il simbolo della triplice tentazione; questa armonia concretatasi apparentemente senza un precedente dissidio ha agevolato a Paolo la sua ideologia. Egli trasmette la dottrina di Gesù ai popoli dopo averla trasformata alla luce di questa ideologia, porge loro il dolce veleno di una fede che deve sdegnare le opere, dispensare il credente dalla realizzazione e stabilire nel mondo il dualismo. È l’età di Paolo: le cui convulsioni mortali, noi, che viviamo oggi, riguardiamo con occhi di stupore.

(L’autore) I filosofi e Cristo – autore: Martin Buber

Publié dans:EBRAISMO |on 20 mars, 2016 |Pas de commentaires »

Via Crucis, Gesù è disceso dalla croce (francese su you tube)- ingrandimento

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Publié dans:immagini sacre |on 18 mars, 2016 |Pas de commentaires »

PERCHÉ PAPA FRANCESCO AMA IL GRIDO BLASFEMO DELLA CROCE DI CHAGALL

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PERCHÉ PAPA FRANCESCO AMA IL GRIDO BLASFEMO DELLA CROCE DI CHAGALL

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Il soggetto sembra pensato per scontentare tanto i cristiani quanto gli ebrei. Verrebbe da dire che il mite Chagall ce l’ha con tutti e vuole scandalizzare tutti. Ai cristiani mostra un Cristo non solo martirizzato in quanto ebreo e privo della compagnia di sua madre Maria e del discepolo prediletto Giovanni, ma addirittura…

Un Papa che ha per dipinto preferito la Crocifissione Bianca di Marc Chagall deve essere per forza un grandissimo anticonformista. Non ci si lasci ingannare dallo stile naif, intrinsecamente riposante e sinonimo di fuga dalla storia: quella dipinta nel 1938 dal pittore di origine bielorussa e religione ebraica è una delle più scandalose rappresentazioni di Cristo crocifisso che si ricordino. L’ingenuità delle figure, propria di ogni naif, enfatizza il contrasto con la tragicità della narrazione visiva e con la provocazione intellettuale e teologica che il quadro contiene.
La Crocifissione di Chagall, realizzata nell’anno della Notte dei Cristalli, colloca la croce con la sua vittima in un paesaggio contrassegnato esclusivamente dalle violenze che in quel tempo si compivano contro gli ebrei europei: sinagoghe in fiamme, persone in fuga singolarmente e a gruppi, case capovolte, i rotoli della torah bruciati. Cristo è palesemente condannato al supplizio in quanto ebreo: il bacino non è ricoperto dal consueto panno bianco, ma da un tallit, lo scialle di preghiera ebraico, e la scritta con la condanna che sormonta la croce è vergata esclusivamente in caratteri ebraici. Ai piedi della croce nessuna delle figure della iconografia cristiana, ma una menorah, il candelabro sacro, che spande la stessa luce bianca, soprannaturale, che dall’alto investe il crocefisso. Nessuna figura mostra attenzione per l’agonia di Cristo, tutti gli danno le spalle impegnati in una fuga per la sopravvivenza; solo mostrano commozione alcune figure volanti sospese nel cielo sopra la crocifissione: si tratta di rabbini e altri personaggi ascrivibili all’Antico Testamento.
Il soggetto sembra pensato per scontentare tanto i cristiani quanto gli ebrei. Verrebbe da dire che il mite Chagall ce l’ha con tutti e vuole scandalizzare tutti. Ai cristiani mostra un Cristo non solo martirizzato in quanto ebreo – dunque non per aver sovvertito l’ordine giudaico – e privo della compagnia di sua madre Maria e del discepolo prediletto Giovanni, sostituiti da imprecisati personaggi dell’Antico Testamento. Ma addirittura propone il suo riassorbimento nella rivelazione veterotestamentaria: la luce divina bianchissima, che rompe il grigiore plumbeo del paesaggio, investendo diagonalmente il crocefisso dall’alto, è la stessa che fa alone attorno alla menorah e che promana dalle fiamme che stanno bruciando alcuni rotoli della Legge – mentre le altre fiamme del dipinto sono gialle. Tutto ciò è altrettanto offensivo per gli ebrei praticanti: considerati colpevoli della sua morte, in nome della croce di Cristo sono stati discriminati e perseguitati per secoli, ed ecco che nei prodromi della peggiore di tutte le persecuzioni che subiranno un loro artista si improvvisa teologo e riebraicizza il sacrificio di Gesù, e lo propone come simbolo della sofferenza giudaica.
Ma a guardare bene, lo stesso Cristo non sfugge al grido di protesta del pittore. Più che morto, Gesù pare addormentato sulla croce: fa venire in mente il Cristo dormiente nella barca in tempesta sul lago di Tiberiade. I segni del martirio sul suo corpo giallognolo sono minimi, sembra non soffrire mentre intorno a lui il mondo brucia o fugge. Addirittura contro la croce è appoggiata una scala, quasi a suggerirgli di scendere e intervenire in soccorso di chi sta perdendo tutto.
I simboli di Chagall si prestano a molte letture, e qualcuno potrebbe proporre interpretazioni diverse da queste. C’è chi nelle fiamme di cui è ricco il dipinto ha voluto vedere un richiamo ai forni crematori, che nel 1938 di certo non esistevano. Chi ha parlato di un parallelo fra le persecuzioni antigiudaiche dei nazisti (individuabili nel personaggio che distrugge gli arredi della sinagoga) e quelle dei bolscevichi, raffigurati da soldati con la bandiera rossa nei pressi del villaggio ribaltato. In realtà la citazione dell’Armata Rossa simboleggia probabilmente l’unica e insufficiente speranza umana di resistenza e riscatto di fronte all’ondata antisemita, piuttosto che un fattore della persecuzione. Chagall fu Commissario dell’arte per la regione di Vitebsk all’indomani della rivoluzione bolscevica, prima di emigrare in Francia, e nel 1943, temporaneamente emigrato negli Stati Uniti, contribuì a far raccogliere aiuti per le forze armate sovietiche che combattevano l’invasione nazista.
Papa Francesco non ignora certamente tutte queste complessità dell’olio su tela di Chagall. Non sappiamo su quali giudizi estetici e contenutistici si fondi la sua preferenza per questa opera. Il contrasto fra il crocifisso pacificato e silenzioso e il mondo intorno lacerato e scosso, l’apparente riconciliazione fra Gesù in croce e il suo popolo nel momento di massima persecuzione di quest’ultimo, a sua volta crocefisso, la discreta e insieme inisistita e insistente invocazione a Cristo a scendere dalla croce, devono averlo certamente colpito. Essendo un pastore di anime, ad averlo colpito di più dovrebbe essere stato soprattutto il grido blasfemo e umanissimo dell’artista. Nel cuore di papa Francesco c’è posto anche per gli uomini esasperati.

(Teologo Borèl) Marzo 2013 – autore: Rodolfo Casadei

Publié dans:CHAGALL MARC, PAPA FRANCESCO |on 17 mars, 2016 |Pas de commentaires »
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