Archive pour février, 2019

Apocalisse

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Publié dans:immagini sacre |on 27 février, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Nel sottosuolo dell’esistenza (2013)

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PAPA FRANCESCO – Nel sottosuolo dell’esistenza (2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Mercoledì, 5 giugno 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 128, Giov.06/06/2013)

Per le persone che vivono «nel sottosuolo dell’esistenza», in condizioni «al limite», e che hanno perso la speranza ha pregato Papa Francesco durante la messa di stamane, mercoledì 5 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Tra gli altri, hanno concelebrato il cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e padre Anthony Ward, sottosegretario, che accompagnavano officiali e dipendenti del dicastero. Tra i presenti, anche un gruppo della Biblioteca Apostolica Vaticana con il prefetto, monsignor Cesare Pasini.
L’invito a rivolgere il pensiero ai tanti che sperimentano situazioni di abbandono e «di sofferenza esistenziale» è stato suggerito dalle letture liturgiche. Nella prima, tratta dal libro di Tobia (3, 1-11.16-17), il Papa ha individuato nelle esperienze di Tobia e di Sara le storie di due persone sofferenti, al limite della disperazione, in bilico tra la vita e la morte. Entrambe sono in cerca di «una via d’uscita», che trovano lamentandosi. «Non bestemmiano, ma si lamentano» ha puntualizzato il Santo Padre.
«Lamentarsi davanti a Dio non è peccato» ha affermato. E subito dopo ha raccontato: «Un prete, che io conosco, una volta ha detto a una donna che si lamentava davanti a Dio per le sue calamità: Ma signora, quella è una forma di preghiera, vada avanti. Il Signore sente, ascolta i nostri lamenti». Il Pontefice ha quindi ricordato l’esempio di Giobbe e di Geremia che, ha notato, «si lamentano anche con una maledizione: non al Signore, ma per quella situazione». Del resto, ha aggiunto, lamentarsi «è umano», anche perché «sono tante le persone in questo stato di sofferenza esistenziale». E facendo riferimento alla fotografia del bambino denutrito pubblicata ieri pomeriggio sulla prima pagina dell’Osservatore Romano, ha chiesto: «Quanti ce ne sono così? Pensiamo alla Siria, ai rifugiati, a tutti questi?». E «pensiamo agli ospedali: quanti, con malattie terminali, soffrono questo?».
La risposta è stata offerta da Papa Francesco riferendosi al terzo personaggio proposto nella liturgia odierna: la donna descritta nel brano evangelico (Marco, 12, 18-27). Rivolgendosi a Gesù i sadducei la presentavano, ha sottolineato il Santo Padre, come in «un laboratorio, tutto asettico, un caso di morale». Invece «quando noi parliamo di queste persone, che sono in situazioni al limite», dobbiamo farlo «con il cuore vicino a loro»; dobbiamo pensare «a questa gente, che soffre tanto, con il nostro cuore, con la nostra carne». E ha detto di non apprezzare «quando si parla di queste situazioni in maniera accademica e non umana», ricorrendo magari solo a statistiche. «Nella Chiesa ci sono tante persone in questa situazione» e a chi chiede cosa si debba fare la risposta del Pontefice è «quello che dice Gesù: pregare, pregare per loro». Le persone che soffrono — ha spiegato — «devono entrare nel mio cuore, devono essere un’inquietudine per me. Il mio fratello soffre, la mia sorella soffre; ecco il mistero della comunione dei santi. Pregare: Signore guarda quello, piange, soffre. Pregare, permettetemi di dirlo, con la carne». Pregare con la nostra carne, dunque, «non con le idee; pregare con il cuore» ha ribadito.
Infine il Pontefice ha messo in luce come nella prima lettura ci sia una «parolina che apre la porta alla speranza» e che può aiutare nella preghiera. È l’espressione «nello stesso momento»: quando Tobia pregava, «nello stesso momento» Sara pregava; e «nello stesso momento» la preghiera di entrambi fu accolta davanti alla gloria di Dio. «La preghiera — ha detto il Pontefice — arriva sempre alla gloria di Dio. Sempre, quando è preghiera del cuore». Invece, quando si guarda alle situazioni di sofferenza solo come a «un caso di morale», essa «non arriva mai, perché non esce mai da noi stessi, non ci interessa, è un gioco intellettuale».
Da qui l’invito a pensare ai sofferenti. È una condizione che Gesù conosce bene, fino al limite estremo dell’abbandono sulla croce. «Parliamo con Gesù oggi a messa — ha concluso Papa Francesco — di tutti questi fratelli e sorelle che soffrono tanto, che sono in questa situazione. Perché la nostra preghiera arrivi e sia un po’ di speranza per tutti noi».

 

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Publié dans:gatti francesi |on 26 février, 2019 |Pas de commentaires »

Re David danza davanti all’Arca dell’Alleanza

diario re david danza davanti all'arca dell'alleanza

Publié dans:immagini sacre |on 26 février, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 6. SALMO 115. LE FALSE SPERANZE NEGLI IDOLI

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PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 6. SALMO 115. LE FALSE SPERANZE NEGLI IDOLI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 11 gennaio 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nello scorso mese di dicembre e nella prima parte di gennaio abbiamo celebrato il tempo di Avvento e poi quello di Natale: un periodo dell’anno liturgico che risveglia nel popolo di Dio la speranza. Sperare è un bisogno primario dell’uomo: sperare nel futuro, credere nella vita, il cosiddetto “pensare positivo”.
Ma è importante che tale speranza sia riposta in ciò che veramente può aiutare a vivere e a dare senso alla nostra esistenza. È per questo che la Sacra Scrittura ci mette in guardia contro le false speranze che il mondo ci presenta, smascherando la loro inutilità e mostrandone l’insensatezza. E lo fa in vari modi, ma soprattutto denunciando la falsità degli idoli in cui l’uomo è continuamente tentato di riporre la sua fiducia, facendone l’oggetto della sua speranza.
In particolare i profeti e sapienti insistono su questo, toccando un punto nevralgico del cammino di fede del credente. Perché fede è fidarsi di Dio – chi ha fede, si fida di Dio –, ma viene il momento in cui, scontrandosi con le difficoltà della vita, l’uomo sperimenta la fragilità di quella fiducia e sente il bisogno di certezze diverse, di sicurezze tangibili, concrete. Io mi affido a Dio, ma la situazione è un po’ brutta e io ho bisogno di una certezza un po’ più concreta. E lì è il pericolo! E allora siamo tentati di cercare consolazioni anche effimere, che sembrano riempire il vuoto della solitudine e lenire la fatica del credere. E pensiamo di poterle trovare nella sicurezza che può dare il denaro, nelle alleanze con i potenti, nella mondanità, nelle false ideologie. A volte le cerchiamo in un dio che possa piegarsi alle nostre richieste e magicamente intervenire per cambiare la realtà e renderla come noi la vogliamo; un idolo, appunto, che in quanto tale non può fare nulla, impotente e menzognero. Ma a noi piacciono gli idoli, ci piacciono tanto! Una volta, a Buenos Aires, dovevo andare da una chiesa ad un’altra, mille metri, più o meno. E l’ho fatto, camminando. E c’è un parco in mezzo, e nel parco c’erano piccoli tavolini, ma tanti, tanti, dove erano seduti i veggenti. Era pieno di gente, che faceva anche la coda. Tu, gli davi la mano e lui incominciava, ma, il discorso era sempre lo stesso: c’è una donna nella tua vita, c’è un’ombra che viene, ma tutto andrà bene … E poi, pagavi. E questo ti dà sicurezza? E’ la sicurezza di una – permettetemi la parola – di una stupidaggine. Andare dal veggente o dalla veggente che leggono le carte: questo è un idolo! Questo è l’idolo, e quando noi vi siamo tanto attaccati: compriamo false speranze. Mentre di quella che è la speranza della gratuità, che ci ha portato Gesù Cristo, gratuitamente dando la vita per noi, di quella a volte non ci fidiamo tanto.Un Salmo pieno di sapienza ci dipinge in modo molto suggestivo la falsità di questi idoli che il mondo offre alla nostra speranza e a cui gli uomini di ogni tempo sono tentati di affidarsi. È il salmo 115, che così recita:

«I loro idoli sono argento e oro,
opera delle mani dell’uomo.
Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Le loro mani non palpano,
i loro piedi non camminano;
dalla loro gola non escono suoni!
Diventi come loro chi li fabbrica
e chiunque in essi confida!» (vv. 4-8).

Il salmista ci presenta, in modo anche un po’ ironico, la realtà assolutamente effimera di questi idoli. E dobbiamo capire che non si tratta solo di raffigurazioni fatte di metallo o di altro materiale, ma anche di quelle costruite con la nostra mente, quando ci fidiamo di realtà limitate che trasformiamo in assolute, o quando riduciamo Dio ai nostri schemi e alle nostre idee di divinità; un dio che ci assomiglia, comprensibile, prevedibile, proprio come gli idoli di cui parla il Salmo. L’uomo, immagine di Dio, si fabbrica un dio a sua propria immagine, ed è anche un’immagine mal riuscita: non sente, non agisce, e soprattutto non può parlare. Ma, noi siamo più contenti ndi andare dagli idoli che andare dal Signore. Siamo tante volte più contenti dell’effimera speranza che ti dà questo falso idolo, che la grande speranza sicura che ci dà il Signore.
Alla speranza in un Signore della vita che con la sua Parola ha creato il mondo e conduce le nostre esistenze, si contrappone la fiducia in simulacri muti. Le ideologie con la loro pretesa di assoluto, le ricchezze – e questo è un grande idolo – , il potere e il successo, la vanità, con la loro illusione di eternità e di onnipotenza, valori come la bellezza fisica e la salute, quando diventano idoli a cui sacrificare ogni cosa, sono tutte realtà che confondono la mente e il cuore, e invece di favorire la vita conducono alla morte. E’ brutto sentire e fa dolore all’anima quello che una volta, anni fa, ho sentito, nella diocesi di Buenos Aires : una donna brava, molto bella, si vantava della bellezza, commentava, come se fosse naturale: “Eh sì, ho dovuto abortire perché la mia figura è molto importante”. Questi sono gli idoli, e ti portano sulla strada sbagliata e non ti danno felicità.
Il messaggio del Salmo è molto chiaro: se si ripone la speranza negli idoli, si diventa come loro: immagini vuote con mani che non toccano, piedi che non camminano, bocche che non possono parlare. Non si ha più nulla da dire, si diventa incapaci di aiutare, cambiare le cose, incapaci di sorridere, di donarsi, incapaci di amare. E anche noi, uomini di Chiesa, corriamo questo rischio quando ci “mondanizziamo”. Bisogna rimanere nel mondo ma difendersi dalle illusioni del mondo, che sono questi idoli che ho menzionato.
Come prosegue il Salmo, bisogna confidare e sperare in Dio, e Dio donerà benedizione.
Così dice il Salmo:

«Israele, confida nel Signore […]
Casa di Aronne, confida nel Signore […]
Voi che temete il Signore, confidate nel Signore […]
Il Signore si ricorda di noi, ci benedice» (vv. 9.10.11.12). Sempre il Signore si ricorda. Anche nei momenti brutti lui si ricorda di noi. E questa è la nostra speranza. E la speranza non delude. Mai. Mai. Gli idoli deludono sempre: sono fantasie, non sono realtà.

Ecco la stupenda realtà della speranza: confidando nel Signore si diventa come Lui, la sua benedizione ci trasforma in suoi figli, che condividono la sua vita. La speranza in Dio ci fa entrare, per così dire, nel raggio d’azione del suo ricordo, della sua memoria che ci benedice e ci salva. E allora può sgorgare l’alleluia, la lode al Dio vivo e vero, che per noi è nato da Maria, è morto sulla croce ed è risorto nella gloria. E in questo Dio noi abbiamo speranza, e questo Dio – che non è un idolo – non delude mai.

Publié dans:PAPA FRANCESCO |on 26 février, 2019 |Pas de commentaires »

Frozen Bubbles, Abraham Lake, Alberta, Canada Bubbles trapped and frozen under a thick layer of ice creating a glass type feel to the frozen lake.

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Publié dans:a. paesaggi, AFFASCINANTI |on 25 février, 2019 |Pas de commentaires »

bello è!? però forse indovinate che cosa è… aglio ancora in capsule sulla pianta!

aglio-Garlic Bulbil Capsule  2

Publié dans:a. PIANTE (le) |on 22 février, 2019 |Pas de commentaires »

amate i vostri nemici…siate misericordiosi come il padre vostro

diario siate misericordiosi come misericordioso è il padre vostro

Publié dans:immagini sacre |on 22 février, 2019 |Pas de commentaires »

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) L’ESEMPIO È QUELLO DI DIO

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VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) L’ESEMPIO È QUELLO DI DIO

padre Gian Franco Scarpitta

Il re Saul lo stava perseguitando a morte per motivi di gelosia nei suoi confronti e Davide è stato costretto sempre a scappare e a trovare svariati rifugi per fuggire alla cattura e alla morte. Adesso ha trovato riparo in una caverna. Ha occasione di farlo uccidere facendo colpire alla spalle il suo aggressore, ma non solamente dissuade i suoi accompagnatori dal fare una simile azione nei confronti del re, che è un “consacrato” del Signore, ma addirittura mentre quello si allontana, gli usa un grande atto di deferenza chiamandolo appositamente per inginocchiarsi davanti a lui (cap 24).
Nella pericope esposta nella Prima Lettura si descrive che adesso Davide ha l’opportunità di uccidere sempre il re Saul che, preso da torpore assieme agli uomini della sua truppa, dorme soporitamente mentre la sua lancia giace incustodita e a portata di mano del suo nemico (cap 26). Ma questi nuovamente gli risparmia la vita e rinnova la sua sudditanza nei confronti del suo monarca, di colui che rappresenta Dio ai suoi occhi e pertanto non va toccato. Quella esternata da Davide è una grande umanità e profondità d’animo, più unica che rara considerando che nella mentalità dell’epoca il nemico andava immediatamente eliminato quando “Dio ce lo ponesse davanti” e che avrebbe pertanto egli uccidere il suo persecutore con tutta legittimità. Non si evince solamente il perdono, ma anche la disposizione a dimenticare il torto subito della persecuzione: seppure Davide cerca di dialogare con Saul in ambedue le occasioni nel tentativo di comprendere il motivo delle ostilità dell’avversario e di porvi rimedio, seppure ribadisce la sua innocenza e la sua estraneità ad ogni eventuale responsabilità nei suoi confronti, Davide vuole riconciliarsi con il monarca. Tende cioè a rappacificarsi con lui nonostante si sia palesato più volte suo acerrimo nemico e nonostante più volte avesse attentato alla sua vita. Vuole chiarire problemi e malintesi, anziché vendicarsi.
Un simile atteggiamento ci fa pensare all’attitudine di Dio come viene descritta anche da Paolo: anche se l’uomo dovrebbe lui per primo umiliarsi davanti a lui e chiedere perdono sincero per i suoi peccati, in realtà è Dio che per primo si riconcilia con l’uomo, quasi come se fosse stato lui ad offenderci. Ben lungi dal considerare il motivo della nostra condanna, ben lontano dal voler opporre i suoi criteri di giustizia alle nostre irresponsabilità, Dio cerca lui per primo di riconciliarsi con noi risparmiandoci le pene che meriteremmo per le nostre colpe.
E di fatto Gesù Figlio di Dio è della stirpe di Davide e attraverso di Lui Dio manifesta la sua misericordia e il suo perdono riscattandoci dai peccati sul sangue della croce.
Considerando tutti i peccati di cui siamo responsabili, le lacune che ci caratterizzano, il nostro procedere e la nostra mentalità avversa e ostinata ai piani divini, la nostra refrattarietà alla misericordia, ipoteticamente Dio potrebbe considerarci suoi “nemici” degni di riprovazione e di aspra condanna e potrebbe optare per una giustizia coercitiva e spietata nei nostri confronti. Tuttavia, analogamente che nei suddetti episodi di Davide, preferisce mostrare amore nei confronti dei suoi “nemici” capovolgendo ogni logica e ogni congettura alla quale siamo abituati e anzi, nella misura in cui ci rendiamo ostili e refrattari nei suoi confronti, tanto più egli viene a cercarci per instaurare appositamente relazioni promettenti.
Ma se da parte del Signore vi è tanta immeritata grazia nei nostri confronti, non è impossibile che da parte nostra si possa usare il medesimo atteggiamento di amore verso coloro che ci odiano e ci perseguitano e allora Gesù esorta senza riserve a perdonare settanta volte sette (cioè sempre Mt 1, 22), a condonare ai nostri debitori morali considerando che il nostro debito nei confronti suoi è molto più colossale e insostenibile (Mt 18, 21 – 35) e nel presente discorso che fa seguito alle Beatitudini esorta ad amare i nostri nemici, a fare del bene a chi ci perseguita e a fare agli altri, ossia ai nostri nemici ciò che piacerebbe fosse fatto a noi. Amare disinteressatamente e senza attendere il contraccambio, prodigarsi con generosità verso tutti senza fare distinzioni d persone eccetto che per i poveri e gli sfiduciati è un’ulteriore Beatitudine descritta sotto altre forme. Amare i nemici rappresenta un’altra forma di beatitudine perché vincere il male facendo il bene è garanzia di serenità. Diceva Buddha: “Perdona i tuoi nemici; non perché essi meritino il perdono, ma perché tu meriti la pace” e infatti solo nell’estinzione del risentimento è possibile vivere in pace e in serenità con noi stessi e rimuovere ogni offesa e ogni motivazione di vendetta dal nostro animo, apporta sempre una soddisfazione che non garantiscono ritorsioni e malignità.
Dio inoltre fa piovere e manda il sole sui giusti e sugli ingiusti e non soltanto in senso atmosferico: a piene mani dispensa amore e rende ciascuno oggetto di fiducia e di predilezione, pazientando fino all’inverosimile con coloro che si atteggiano a suoi “nemici” e “avversari”; non vendicandosi ma perdonando, mettendo in condizioni di salvarsi e dando prolifiche opportunità di conversione e di ravvedimento. Questo costituisce per noi il massimo della grazia. Di conseguenza, se noi concediamo prestiti a coloro da cui sappiamo di essere ricambiati, se amiamo solamente coloro che ci contraccambiano, quale grazia potremo mai meritare da lui? L’espressione “che merito ne avrete” (CEI) nell’originale greco andrebbe letta infatti “quale grazia c’è per voi?” L’amore invece dev’essere interamente gratuito e spontaneo perché gratuito e disinteressato è stato l’amore di Dio nei nostri confronti e non possiamo accontentarci di essere approssimativi e circoscritti nell’esternarlo soprattutto ai nostri nemici. L’identikit del cristiano è il superarsi, andare oltre la mediocrità, dare di se stesso molto di più dell’umo “comune” e all’occorrenza non può mancare di eroismo.
Quella di Gesù può apparire in effetti una pretesa inverosimile e al di sopra delle nostre forze; certamente ci coglie alla sprovvista e ci trova interdetti in una condotta che siamo soliti definire assurda e inconcepibile. Com’è possibile dimenticare il torto che altri ci hanno fatto con cattiveria e talora anche con spietatezza? Come perdonare le ingiustizie che abbiamo immeritatamente subito, come restare impassibili e differenti di fronte al male che ci viene fatto con perversione di mezzi e di finalità? Di fronte a una simile concezione di comportamento non si può in effetti non restare allibiti ed è connaturale esternare delle reazioni.
Certamente si tratta di una logica che non esclude in ogni caso che rivendichiamo i nostri diritti e che mettiamo in atto la giustizia per rivendicarli. “Porgere l’altra guancia” non corrisponde a mancare di legittima difesa e non ci chiede di dover soccombere alle altrui percosse e umiliazioni. Neppure pretende che manchiamo di ricorrere alla giustizia legale qualora siamo parte lesa e che manchiamo in ogni caso di realismo secondo inopportuni fraintendimenti.
Alla guardia che lo colpì sul viso di fronte al sommo sacerdote che lo stava interrogando, Gesù rispose: “Se ho parlato male, mostrami dov’è il male? Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”(Gv 18, 23).
Il realismo non pregiudica però la necessità del perdono eroico e disinteressato e l’amore verso coloro che ci perseguitano, ed esige che si escluda ogni forma di vendetta, odio e di riprovazione nei confronti di chi non sopportiamo.
E’ lo stesso esempio di Cristo, raffigurato dal succitato atteggiamento di Davide a dimostrarci che si tratta di una via tutto sommato percorribile e apportatrice di vera pace e di serenità interiore poiché un solo schiaffo morale convince e converte molto più di tante percosse fisiche.

Oscar Wilde: “Perdona i tuoi nemici, nulla li fa arrabbiare di più.”

Publié dans:OMELIE |on 22 février, 2019 |Pas de commentaires »

uno scoiattolo sotto la neve…non si trova certo a Roma che qui sembra primavera!

Scoiattolo

Publié dans:animali simpatici |on 20 février, 2019 |Pas de commentaires »
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