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PAPA FRANCESCO – 28 febbraio 2019 – Cinque minuti di saggezza

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PAPA FRANCESCO – 28 febbraio 2019 – Cinque minuti di saggezza

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 28 febbraio 2019

Nel vortice di una vita in cui l’uomo tende a confidare «nel potere», «nella salute», «nelle ricchezze», egli va avanti, «temerario», pensando di poter fare quello che vuole. E perde consapevolezza della «relatività della vita». Occorre invece — ha suggerito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 28 febbraio — avere la saggezza di fermarsi, ogni giorno, anche solo 5 minuti, per fare un esame di coscienza che ricostruisca una corretta gerarchia di valori e permetta di ripartire più «sovrani di se stessi».
La riflessione del Pontefice ha preso le mosse dalla lettura del Vangelo del giorno (Marco, 9, 41-50) nel quale si incontra Gesù che offre un «insieme di consigli». Di questi, ha sottolineato Francesco, «l’ultimo è un bel consiglio: “Abbiate sale in voi stessi, siate in pace gli uni con gli altri”». Con l’espressione “Abbiate sale”, ha spiegato il Papa, «il Signore vuole dire: abbiate saggezza, che la vostra vita sia saggia». Un invito necessario, perché «la saggezza non è scontata», non è garantita, ad esempio, dal fatto di essere «andato all’università». No, «la saggezza è una cosa di tutti i giorni», che viene dal riflettere sulla vita e dal trarre «le conseguenze dell’esperienza della vita».
È un aspetto, questo, su cui si sofferma anche la prima lettura (Siracide 5, 1-10). Il brano esordisce proprio con l’espressione: «Non confidare…». In cosa? si è chiesto il Pontefice: «Nel tuo potere, nella tua salute, nelle tue ricchezze, nelle cose che hai… Questo è molto buono ma non fidarti di questo perché queste cose sole non ti porteranno al successo». Recita la Scrittura: «Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: “Basto a me stesso”». È come leggere, ha notato il Papa, «un consiglio di un padre al figlio, di un nonno al nipote», si tratta di «un consiglio saggio», e cioè: «Fermati ogni giorno un po’ e pensa a come hai vissuto quella giornata. Non seguire il tuo istinto, la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore».
Di fatto, ha detto il Pontefice approfondendo il concetto, «tutti abbiamo passioni. Ma stai attento, domina le passioni. Prendile in mano, le passioni non sono cose cattive, sono, diciamo così, il “sangue” per portare avanti tante cose buone ma se tu non sei capace di dominare le tue passioni, saranno loro a dominarti».
Ecco allora l’appello accorato: «Fermati, fermati». Non bisogna lasciarsi vincere dalla superbia: «Non dire: “Chi mi dominerà? Chi riuscirà a sottomettermi per quello che ho fatto?”» perché, ha aggiunto, «Mai si sa che cosa succede nella vita».
Soffermandosi a riflettere sulla «relatività della vita», il Papa ha ricordato, parafrasandoli, i versetti di un salmo che lo «colpisce tanto» (37, 35-36): «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato a passare e non c’era più». E ha suggerito: «Pensiamo ai nostri nonni. Forse pochi di noi ancora hanno dei nonni, ma loro vivevano la vita concreta di tutti i giorni, e oggi non ci sono più». E ancora: «I nostri nipotini diranno: “Ah, i nostri nonni”, noi. E non ci saremo più…». Aggiungendo un consiglio a ogni uomo: «Fermati, pensa, non sei eterno», è questa «la saggezza della vita».
L’uomo non deve farsi vincere dalla tentazione di dire: «Ma si può fare un po’ di tutto perché ho peccato… e che cosa mi è successo?», non deve essere «così temerario, così azzardato da credere» che comunque se la caverà: «Non si può contare sul fatto che “Ah, me la sono cavata fino a adesso, me la caverò…”. No. Te la sei cavata, sì, ma adesso non sai… Non dire: “La compassione di Dio è grande, mi perdonerà i molti peccati”, e così io vado avanti facendo quello che voglio. Non dire così».
Cosa fare? il consiglio viene dal brano del Siracide, che il Papa considera come «il consiglio ultimo di questo padre, di questo “nonno”: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non aspettare a convertirti, a cambiare vita, a perfezionare la tua vita, a togliere da te quell’erba cattiva, tutti ne abbiamo…». Un richiamo che giunge chiaro all’uomo dalla Scrittura: «Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore». Così come si legge: «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato non c’era più», e ancora: «Non confidare in ricchezze ingiuste, non ti gioveranno nel giorno della sventura».
Si tratta, ha sottolineato il Papa, di «una parola positiva, che ci aiuterà tanto: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non rimandare di giorno in giorno il cambiamento della tua vita». Perciò «Se tu sai che hai questo difetto, fermati, prima di andare a letto, un minuto; esamina la tua coscienza e prendi il cavallo per le redini, comanda tu». Ogni uomo è chiamato a fare un esame di coscienza e a dire a se stesso: «Sì, ho sbagliato, ho avuto tanti fallimenti, tanti insuccessi, ma domani vorrei che questo non succeda». Occorre «prendere coscienza dei propri fallimenti. Tutti ne abbiamo e tutti i giorni e tanti. Ma non spaventarti, soltanto non credere che sono cosa comune, che sono il sale di ogni giorno, no».
Se, ha aggiunto il Pontefice, «prendo dalle redini questa passione e il dominatore sarò io, io sarò il responsabile delle mie azioni». Bastano «soltanto 5 minuti, prima di andare a letto». Chiedersi: «Cosa è successo oggi? Cosa è successo nella mia anima?» per «imparare ad essere più “sovrano” di me stesso, il giorno dopo».
Ha concluso quindi Francesco esortando: «Facciamo questo piccolo esame di coscienza ogni giorno, per convertirci al Signore: “Ma domani cercherò che questo non accada più”. Accadrà, forse, un po’ meno, ma sei riuscito a governare tu e non ad essere governato dalle tue passioni, dalle tante cose che ci succedono, perché nessuno di noi è sicuro di come finirà la propria vita e quando finirà».
Si tratta di soli «5 minuti alla fine della giornata» che, però, «ci aiuteranno, ci aiuteranno tanto a pensare e a non rimandare il cambiamento del cuore e la conversione al Signore. Che il Signore ci insegni con la sua saggezza ad andare su questa via».

PAPA FRANCESCO – A braccio di ferro con Dio – 4 aprile 2019

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PAPA FRANCESCO – A braccio di ferro con Dio – 4 aprile 2019

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Pregare sul serio significa fare persino a «braccio di ferro» con Dio o anche «balbettare»: l’importate è che non si faccia come i pappagalli cavandosela con due paroline «da niente». E «ce la metto tutta» è l’espressione scelta da Papa Francesco per indicare l’atteggiamento giusto nella preghiera, così come in ogni altro aspetto della vita, «perché per pregare ci vuole coraggio». È il suggerimento che il Pontefice ha proposto nella messa di giovedì mattina 4 aprile, a Santa Marta. Alla celebrazione era presente, in forma privata, il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella.
«Durante la Quaresima, ci prepariamo alla Pasqua con tre opere: la preghiera, il digiuno e la carità» ha subito affermato il Pontefice. «Oggi nella prima lettura — ha fatto presente riferendosi al passo del libro dell’Esodo (32,7-14) — la Chiesa ci parla della preghiera e specialmente della preghiera di intercessione: cioè l’intercessione di Mosè. Il Signore, possiamo dire, si è arrabbiato: “Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori” così dice Dio a proposito del popolo che si era fatto un vitello d’oro». E «Mosè, che vuole salvare il popolo, perché si sente uno di loro, incomincia a pregare, cioè a convincere il Signore di non punirli».
È «la preghiera di intercessione, ma con la persuasione e gli parla come un maestro al discepolo: “Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto? Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti Signore dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo”».
Dunque Mosè, ha spiegato il Papa, «incomincia a persuadere Dio, con una mitezza, ma anche fermezza: “Ricordati Signore di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato”». E «così ricorda a Dio le sue promesse, come se dicesse “ma, Signore, non fare brutta figura, tu hai fatto tutto questo”. È una preghiera di intercessione».
«Il Signore, quando dice a Mosè della sua ira, gli fa una promessa: “Di te invece farò una grande nazione”. Ma Mosè: “No, o con il popolo o niente. Se tu fai perire questo popolo, cancella anche me”». E questa è, ha detto Francesco, «l’intercessione con la persuasione. È un modo di intercedere. E nella Bibbia ci sono parecchi, parecchi, passi di intercessione: un altro, per esempio, è quello di Abramo, quando il Signore dice ad Abramo che distruggerà Sodoma. E Abramo, un uomo che aveva lottato nella vita, che anche aveva un nipote che ci abitava, voleva salvarla. E non lo fa con la persuasione, lo fa con il mercanteggiamento, come fa una donna sul prezzo, quando va a comprare al mercato: negozia. Dice: “Ma Signore, aspetta un po’… Ma, se fossero 40 giusti, se sono 40, io non distruggerò”. Poi, fa il conto e vede che non ci saranno. “Ma scusami Signore, e se fossero 30?”. “Non distruggerò”. “E se 20, se…” Alla fine, si rende conto che solo la famiglia di suo nipote è giusta. È un altro modo di intercedere: negoziare con il Signore. Così fa Abramo, la sua preghiera».
«Nella Bibbia ci sono tanti casi — ha proseguito Francesco — ma pensiamo ad un altro modo di intercedere: pensiamo ad Anna, la mamma di Samuele che, in silenzio, in silenzio, balbetta a bassa voce, muove le labbra, e sta lì, pregando, pregando, pregando, balbettando davanti al Signore, al punto che il sacerdote è lì che la guardava da vicino, e pensava fosse ubriaca. Lei sta chiedendo al Signore un figlio: l’angoscia di una donna; ma lì, intercede, davanti a Dio. Poi c’è un’altra signora, coraggiosa pure, nel Vangelo, la Cananea, che non usa la persuasione, non usa il mercanteggiamento, non usa l’insistenza silenziosa. Quando Gesù le dice: “Non posso, perché io sono per coloro del popolo di Israele. Io non posso dare il pane ai cagnolini”. Questa non si spaventa: “Ma anche i cagnolini mangiano le briciole del pane che cadono a terra”. E ottiene quello che vuole».
Il Pontefice ha rilanciato ricordando, dunque, che «ci sono nella Bibbia tanti esempi di preghiera di intercessione, con altrettante modalità. È vero, ci vuole coraggio per pregare così, perché nella preghiera si deve avere coraggio. Quella parresia, quel coraggio di parlare a Dio faccia a faccia. E delle volte, quando uno vede come questa gente lotta con il Signore per avere qualcosa, uno pensa che lo fanno come se facessero il braccio di ferro con Dio, e così per arrivare a quello che chiedono: perché sono convinti, hanno fede che il Signore può dare la grazia».
«Ci vuole tanto coraggio per pregare così — ha insistito il Papa — e noi invece siamo tiepidi tante volte. Qualcuno ci dice: “Ma prega perché ho questo problema, quell’altro…” Sì, sì, dico due “Padre Nostro”, due “Ave Maria”, e mi dimentico… No, la preghiera del pappagallo non va. La vera preghiera è questa: con il Signore. E quando io devo intercedere, devo farlo così, con coraggio».
«La gente, nel parlato comune, usa un’espressione che a me dice tanto, quando vuole arrivare a qualcosa: “Ce la metto tutta”» ha affermato il Pontefice. «Nella preghiera di intercessione questo vale pure: “Ce la metto tutta”. Il coraggio di andare avanti. Ma forse può venire il dubbio: “Ma io faccio questo, ma come so che il Signore mi ascolta?” Noi abbiamo una sicurezza: Gesù. Lui è il grande intercessore. Lui è asceso al Cielo, è davanti al Padre ad intercedere per noi. Lui fa la preghiera di intercessione continuamente. Prima della Passione, lo aveva detto a Pietro: “Pietro, Pietro, io pregherò per te, perché la tua fede non venga meno”. Quella intercessione di Gesù: Gesù prega per noi, in questo momento. E quando io prego, sia con la persuasione, sia con la negoziazione, sia balbettando, sia discutendo con il Signore, ma è Lui che prende la mia preghiera e la presenta al Padre».
«Gesù non ha bisogno di parlare davanti al Padre: gli fa vedere le sue piaghe» ha rilanciato il Pontefice. «Il Padre vede le piaghe e concede la grazia. Quando noi preghiamo, pensiamo che lo facciamo con Gesù. Quando facciamo la preghiera di intercessione coraggiosa, lo facciamo con Gesù: Gesù è il nostro coraggio, Gesù è la nostra sicurezza, che in questo momento intercede per noi».
«Che il Signore ci dia la grazia di intraprendere questo cammino, di imparare ad intercedere» ha auspicato il Papa. E «quando qualcuno ci chiede di pregare, non farlo con due preghierine da niente, no: farlo sul serio, nella presenza di Gesù, con Gesù, che intercede per tutti noi davanti al Padre».

 

PAPA FRANCESCO – Il padrone del tempo (25.11.2013)

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PAPA FRANCESCO – Il padrone del tempo (25.11.2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 25 novembre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 272, Merc. 27/11/2013)

Guai a illudersi di essere padroni del nostro tempo. Si può essere padroni del momento che stiamo vivendo, ma il tempo appartiene a Dio ed egli ci dona la speranza per viverlo. C’è tanta confusione oggi nel determinare a chi effettivamente appartenga il tempo, ma — ha avvertito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata martedì mattina, 26 novembre, nella cappella di Santa Marta — non dobbiamo lasciarci ingannare. E ha spiegato il perché e il come soffermandosi a riflettere su quanto propongono le letture di quest’ultimo periodo dell’anno liturgico, durante il quale «la Chiesa ci fa riflettere sulla fine».
San Paolo, ha notato il Papa, «tante volte torna su questo e lo dice molto chiaramente: “La facciata di questo mondo sparirà”. Ma questa è un’altra cosa. Le letture spesso parlano di distruzione, di fine, di calamità». Quella verso la fine è una strada che deve percorrere ognuno di noi, ogni uomo, tutta l’umanità. Ma mentre la percorriamo «il Signore ci consiglia due cose — ha specificato il Pontefice —. Due cose che sono diverse a seconda di come viviamo. Perché differente è vivere nel momento e differente è vivere nel tempo». E ha sottolineato che «il cristiano è, uomo o donna, colui che sa vivere nel momento e sa vivere nel tempo».
Il momento, ha aggiunto il vescovo di Roma, è quello che abbiamo in mano nell’istante in cui viviamo. Ma non va confuso con il tempo perché il momento passa. «Forse noi — ha precisato — possiamo sentirci padroni del momento». Ma, ha aggiunto, «l’inganno è crederci padroni del tempo. Il tempo non è nostro. Il tempo è di Dio». Certamente il momento è nelle nostre mani e abbiamo anche la libertà di prenderlo come più ci aggrada, ha spiegato ancora il Papa. Anzi «noi possiamo diventare sovrani del momento. Ma del tempo c’è solo un sovrano: Gesù Cristo. Per questo il Signore ci consiglia: “Non lasciatevi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: Sono io, e il tempo è vicino? Non andate dietro a loro (Daniele, 2, 31-45). Non lasciatevi ingannare nella confusione».
Ma come è possibile superare questi inganni? Il cristiano, ha spiegato il Santo Padre, per vivere il momento senza lasciarsi ingannare deve orientarsi con la preghiera e il discernimento. «Gesù rimprovera quelli che non sapevano discernere il momento», ha aggiunto il Papa che ha poi fatto riferimento alla parabola del fico (Marco, 13, 28-29), nella quale Cristo riprende quanti sono capaci di intuire l’arrivo dell’estate dal germogliare del fico e non sanno invece riconoscere i segni di questo «momento, parte del tempo di Dio».
Ecco a cosa serve il discernimento, ha spiegato: «per conoscere i veri segni, per conoscere la strada che dobbiamo prendere in questo momento». La preghiera, ha proseguito il Pontefice, è necessaria per vivere bene questo momento.
Invece per quanto riguarda il tempo, «del quale soltanto il Signore è Padrone», noi — ha ribadito il Pontefice — non possiamo fare nulla. Non c’è infatti virtù umana che possa servire a esercitare qualche potere sul tempo. L’unica virtù possibile per guardare al tempo «deve essere regalata dal Signore: è la speranza».
Preghiera e discernimento per il momento; speranza per il tempo: «così il cristiano si muove su questa strada del momento, con la preghiera e il discernimento. Ma lascia il tempo alla speranza. Il cristiano sa aspettare il Signore in ogni momento; ma spera nel Signore alla fine dei tempi. Uomo e donna di momenti e di tempo, di preghiera e discernimento e di speranza».
E l’invocazione finale del Papa è stata: «Ci dia il Signore la grazia di camminare con la saggezza. Anche questa è un dono: la saggezza che nel momento ci porta a pregare e a discernere e nel tempo, che è messaggero di Dio, ci fa vivere con speranza».

 

PAPA FRANCESCO – L’atmosfera e lo spazio – 16 giugno 2016

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PAPA FRANCESCO – L’atmosfera e lo spazio – 16 giugno 2016

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.137 17/06/2016)

«Padre» è la parola che non può mai mancare nella preghiera, perché è «la pietra d’angolo» che «ci dà l’identità cristiana». Se si aggiunge anche la parola «nostro», ecco che ci possiamo sentire tutti parte di «una famiglia». E così riusciamo anche a «non sprecare parole» o a cercare «parole magiche», ma a vivere fino in fondo la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato — il Padre nostro appunto — soprattutto quando ci invita a saper perdonare gli altri. È un invito a fare «un esame di coscienza» sul Padre nostro la proposta del Papa, suggerita nella messa celebrata giovedì mattina, 16 giugno, nella cappella della Casa Santa Marta.
Per la sua riflessione Francesco ha preso spunto dal passo evangelico di Matteo (6. 7-15) proposto dalla liturgia. «Alcune volte — ha ricordato — i discepoli avevano chiesto a Gesù: “Maestro, insegnaci a pregare”». Infatti loro «non sapevano pregare o vedevano come pregavano i discepoli di Giovanni e hanno chiesto a Gesù». Da parte sua. il Signore «è chiaro, semplice, nel suo insegnamento: “Primo — dice — pregando, nella preghiera, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole”».
«Forse Gesù — ha spiegato il Papa — aveva in mente i profeti di Baal, sul monte Carmelo, che gridavano nella preghiera al loro idolo, al loro dio». Quei sacerdoti di Baal «pregavano, saltavano da una parte all’altra, si facevano incisioni: no, questo è spreco, sprecare parole; no, questa non è preghiera». I pagani, dice Gesù, «credono di venire ascoltati a forza di parole», come fossero quasi «parole magiche». Per questo egli raccomanda: «non siate come loro, Dio non ha bisogno di parole», perché «il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno, prima ancora che gliele chiediate».
«Gesù — ha fatto notare Francesco — mette da parte questa preghiera delle parole, soltanto le parole», e dice: «Voi dunque pregate così». Perciò «lui ci indica proprio lo spazio della preghiera in una parola: “Padre”». Dio infatti «sa di quali cose abbiamo bisogno, prima che noi le chiediamo; questo Padre che di nascosto, ci ascolta di nascosto, nel segreto, come lui, Gesù, consiglia di pregare: nel segreto». Un Padre, ha proseguito il Papa, «che ci dà proprio l’identità di figli». Così «quando io dico “Padre” arrivo fino alle radici della mia identità: la mia identità cristiana è essere figlio e questa è una grazia dello Spirito». Tanto che «nessuno può dire “Padre” senza la grazia dello Spirito».
«Padre», ha affermato il Pontefice, «è la parola che Gesù usava nei momenti più forti: quando era pieno di gioia, di emozione: “Padre, ti rendo lode, perché tu riveli queste cose ai bambini». Oppure «piangendo, davanti alla tomba del suo amico Lazzaro: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”». E ancora, nell’angoscia, «nei momenti finali della sua vita: “Padre, se è possibile che questo calice passi via da me, fatelo”». Poi «quando tutto è finito» dice: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito”». Insomma, ha insistito Francesco, «nei momenti più forti Gesù dice: “Padre”, è la parola che più usa». E «lui parla col Padre: è la strada della preghiera e, per questo, io mi permetto di dire, è lo spazio di preghiera».
Ecco perché, ha spiegato il Papa, «senza sentire che siamo figli, senza sentirsi figlio, senza dire “Padre”, la nostra preghiera è pagana, è una preghiera di parole». Certo, ha affermato Francesco, è bene «pregare la Madonna, perché è una figlia molto amata dal Padre». Lo stesso vale per i santi che «sono amati tutti dal Padre» e intercedono per noi. E anche per gli angeli. «Ma la pietra d’angolo della preghiera è “Padre”» ha affermato il Pontefice, consigliando di dire «Padre» e poi pregare. Perché «se tu non sei capace di incominciare la preghiera, dicendo col cuore e con la bocca questa parola, “Padre”, la preghiera non andrà bene».
Si tratta, ha detto ancora, di «sentire lo sguardo del Padre su di me, sentire che quella parola “Padre” non è uno spreco come le parole delle preghiere dei pagani: è una chiamata a colui che mi ha dato l’identità di figlio». Proprio «questo è lo spazio della preghiera cristiana — “Padre” — e in questo contesto preghiamo tutti i santi, gli angeli, facciamo anche le processioni, i pellegrinaggi». È «tutto bello — ha aggiunto — ma sempre incominciando con “Padre” e nella consapevolezza che siamo figli e che abbiamo un Padre che ci ama e che conosce i nostri bisogni tutti: questo è lo spazio».
Ma, ha avvertito il Pontefice, «c’è una cosa curiosa; Gesù recita il “Padre nostro”, la preghiera che tutti sappiamo, e insegna a pregare così: “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”». E «subito, subito» aggiunge: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli, perdonerà anche a voi. Ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». Sembra quasi, ha spiegato il Papa, «che Gesù avesse dimenticato di sottolineare quello che era nella preghiera che aveva detto — “e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” — e continua “non ci indurre” e poi “ma no, devo sottolineare questo!”».
Dunque, ha affermato Francesco, «se lo spazio della preghiera è dire “Padre”, l’atmosfera della preghiera è dire “nostro”: siamo fratelli, siamo famiglia». Se invece «noi siamo arrabbiati l’uno con l’altro, siamo in guerra, ci odiamo, ostacoliamo l’amore del Padre». E «questa è l’atmosfera, è la famiglia, tutti figli dello stesso Padre: posso odiare il figlio di mio Padre? Ma Caino lo ha fatto! Divengo Caino!».
Dire «Padre nostro», insomma, significa dire: «Tu che mi dai l’identità e tu che mi dai una famiglia». Per questo, ha detto il Papa, «è tanto importante la capacità di perdono, di dimenticare le offese, quella sana abitudine: “ma, lasciamo perdere… che il Signore faccia lui” e non portare il rancore, il risentimento, la voglia di vendetta». Così «se tu vai a pregare e dici soltanto “Padre”, pensando a colui che ti ha dato la vita e ti dà l’identità e ti ama, e dici “nostro” perdonando tutti, dimenticando le offese, è la migliore preghiera che tu possa fare». In questo contesto, ha riaffermato, «si pregano tutti i santi e la Madonna, tutto, ma il fondamento della preghiera è “Padre nostro”».
Francesco ha suggerito, infine, di fare «alcune volte» anche «un esame di coscienza su questo». E ha proposto anche le domande da porre a se stessi: «Per me Dio è Padre, io lo sento Padre? E se non lo sento così, chiedo allo Spirito Santo che mi insegni a sentirlo così? Io sono capace di dimenticare le offese, di perdonare, di lasciar perdere e chiedere al Padre: “ma anche questi sono i tuoi figli, mi hanno fatto una cosa brutta, aiutami a perdonare”?». Ecco l’«esame di coscienza» da fare «su di noi: ci farà bene, bene, bene». Tenendo sempre ben presente che le parole «Padre» e «nostro» ci danno «l’identità di figli» e ci danno «una famiglia per camminare insieme nella vita».

 

PAPA FRANCESCO – I sentimenti di Dio

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PAPA FRANCESCO – I sentimenti di Dio

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 19 febbraio 2019

«I nostri tempi non sono migliori di quelli del diluvio universale» e le prime vittime sono i bambini, tra guerre e ingiustizie, e «i poveri che pagano il conto salato della festa». Per questo gli uomini e le donne oggi dovrebbero avere gli stessi sentimenti di Dio pentendosi e addolorandosi: Papa Francesco ha proposto un suggerimento pastorale molte intenso nella messa celebrata martedì 19 febbraio a Santa Marta. Con l’invito a mettere da parte «sentimentalismo» o «idee astratte» ed entrare «nel mistero del cuore di Dio».
«Nella prima lettura — ha subito fatto notare il Pontefice riferendosi al passo del libro della Genesi (6,5-8; 7,1-5.10) — si parla del diluvio, ma vorrei soffermarmi su due verbi: dice che il Signore vide la malvagità degli uomini, che era tanto grande e si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra, se ne addolorò in cuor suo».
E così, ha affermato il Papa, «il Dio onnipotente che può fare tutto ha dei sentimenti, è capace di pentirsi, di addolorarsi e prende una decisione: “Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo e tutte le cose”: si è arrabbiato». Dio, ha proseguito Francesco, «è capace di ira, si è adirato davanti a questo».
«Il nostro Dio — ha spiegato — si fa vedere dall’inizio come padre, e dai profeti si presenta sempre come un padre che ci prende nelle braccia, come dei bambini, ci carezza, ci custodisce, ci fa crescere: un Dio con cuore, con sentimenti. Non è un Dio astratto, pure idee. Come mai? Ce lo spiegano i teologi, ma lui si presenta così: padre».
«I sentimenti di Dio», dunque. E «la domanda può essere questa: ma Dio soffre? E questo è il mistero del Signore. Paolo ammonisce i cristiani: “Non rattristate lo Spirito Santo”, non rattristare lo Spirito Santo. Si rattrista, è un mistero».
«Ma siamo ben sicuri — ha affermato il Pontefice — che, fatto carne, aveva la capacità di sentire come noi, col corpo e l’anima, sentire nel cuore, il cuore di Dio fatto carne, il cuore di Gesù: è il cuore del Padre, il cuore dello Spirito, è lì e ci accompagna con dei sentimenti e soffre». Del resto, ha ricordato il Papa, «ci fu tanta sofferenza nel cuore di Gesù. Anche pianse».
Ecco, allora, «i sentimenti di Dio: Dio padre che ci ama — e l’amore è un rapporto — ma è capace di arrabbiarsi, di adirarsi. È Gesù che viene e dà la vita per noi, con la sofferenza del cuore, tutto». Ma, ha insistito Francesco, «il nostro Dio ha dei sentimenti. Il nostro Dio ci ama col cuore, non ci ama con le idee, ci ama con il cuore». E «quando ci carezza, ci carezza col cuore, e quando ci bastona, come un buon padre, ci bastona col cuore, soffre più lui di noi. Abbiamo pensato a questo?».
«Il diluvio, come è qui raccontato — ha proseguito il Pontefice — non è un decreto freddo di un dio pagano, quello della mitologia: “Ma faccio questo, faccio quell’altro e così finisco, faccio la pulizia”. No. Se ne addolorò in cuor suo. Entrò in passione». E «questo è il nostro padre, questo è il nostro fratello Gesù. Questo è lo spirito che noi non dobbiamo rattristare».
Il Pontefice ha fatto presente anche che «la nostra preghiera, il nostro rapporto con Dio non è un rapporto delle idee, ma un rapporto di cuore a cuore, di figlio a padre, che si apre, e se Lui è capace di addolorarsi in cuor suo, anche noi saremo capaci di addolorarci davanti a Lui. E questo non è sentimentalismo, questa è la verità».
Francesco ha rilanciato l’immagine di «questo padre che poi si pentì: prima si pentì di aver creato l’uomo, poi si pentì di aver fatto il diluvio e ha giurato di non farlo più, di non distruggere, ma tollerare tante cose». E ha confidato: «Io non credo che i nostri tempi siano migliori dei tempi del diluvio, non credo: le calamità sono più o meno le stesse, le vittime sono più o meno le stesse». In proposito il Papa ha invitato a pensare «per esempio ai più deboli, i bambini. La quantità di bambini affamati, di bambini senza educazione: non possono crescere in pace. Senza genitori perché sono stati massacrati dalle guerre. Bambini soldato. Soltanto pensiamo a quei bambini. Non credo che il tempo del diluvio era migliore di questo e il Signore soffre e ci accompagna dalla croce, ci accompagna dal cuore, ci accompagna per non lasciarci cadere, per non distruggere. E questo è amore».
Anche l’umanità di oggi deve piangere, come Gesù, «davanti ai problemi che noi abbiamo — ognuno di noi ne ha tanti — davanti alle calamità del mondo, ai poveri, ai bambini, agli affamati, ai perseguitati, ai torturati». E, ancora, c’è «la gente che muore della guerra perché buttano le bombe come se fossero caramelle e muoiono — “Ah sì, sono morti tremila”». Dunque, ha ripetuto il Papa, «anche noi dobbiamo piangere, piangere come pianse Gesù, guardando Gerusalemme, col cuore di Dio». E «chiedere oggi la grazia di avere un cuore come il cuore di Dio, che assomigli al cuore di Dio, un cuore di fratello con i fratelli, del padre con i figli, di figlio con i padri. Un cuore umano, come quello di Gesù, è un cuore divino».
«C’è — ha rilanciato il Pontefice — la grande calamità del diluvio, c’è la grande calamità delle guerre di oggi dove il conto della festa lo pagano i deboli, i poveri, i bambini, coloro che non hanno risorse per andare avanti». Per questo, ha concluso, «pensiamo che il Signore è addolorato in cuor suo e avviciniamoci al Signore e parliamogli, parliamo: “Signore, guarda queste cose, io ti capisco”. Consoliamo il Signore: “Io ti capisco e io ti accompagno”, ti accompagno nella preghiera, nell’intercessione per tutte queste calamità che sono frutto del diavolo che vuole distruggere l’opera di Dio. “Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo”, poi ha detto che mai lo distruggerebbe. Il Signore si addolorò in cuor suo». Questo l’invito finale del Papa: «Entriamo nel mistero del cuore addolorato di Dio che è il cuore di padre, di fratello e parliamo con Lui guardando le tante calamità del nostro tempo».

PAPA FRANCESCO – Nel sottosuolo dell’esistenza (2013)

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PAPA FRANCESCO – Nel sottosuolo dell’esistenza (2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Mercoledì, 5 giugno 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 128, Giov.06/06/2013)

Per le persone che vivono «nel sottosuolo dell’esistenza», in condizioni «al limite», e che hanno perso la speranza ha pregato Papa Francesco durante la messa di stamane, mercoledì 5 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Tra gli altri, hanno concelebrato il cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e padre Anthony Ward, sottosegretario, che accompagnavano officiali e dipendenti del dicastero. Tra i presenti, anche un gruppo della Biblioteca Apostolica Vaticana con il prefetto, monsignor Cesare Pasini.
L’invito a rivolgere il pensiero ai tanti che sperimentano situazioni di abbandono e «di sofferenza esistenziale» è stato suggerito dalle letture liturgiche. Nella prima, tratta dal libro di Tobia (3, 1-11.16-17), il Papa ha individuato nelle esperienze di Tobia e di Sara le storie di due persone sofferenti, al limite della disperazione, in bilico tra la vita e la morte. Entrambe sono in cerca di «una via d’uscita», che trovano lamentandosi. «Non bestemmiano, ma si lamentano» ha puntualizzato il Santo Padre.
«Lamentarsi davanti a Dio non è peccato» ha affermato. E subito dopo ha raccontato: «Un prete, che io conosco, una volta ha detto a una donna che si lamentava davanti a Dio per le sue calamità: Ma signora, quella è una forma di preghiera, vada avanti. Il Signore sente, ascolta i nostri lamenti». Il Pontefice ha quindi ricordato l’esempio di Giobbe e di Geremia che, ha notato, «si lamentano anche con una maledizione: non al Signore, ma per quella situazione». Del resto, ha aggiunto, lamentarsi «è umano», anche perché «sono tante le persone in questo stato di sofferenza esistenziale». E facendo riferimento alla fotografia del bambino denutrito pubblicata ieri pomeriggio sulla prima pagina dell’Osservatore Romano, ha chiesto: «Quanti ce ne sono così? Pensiamo alla Siria, ai rifugiati, a tutti questi?». E «pensiamo agli ospedali: quanti, con malattie terminali, soffrono questo?».
La risposta è stata offerta da Papa Francesco riferendosi al terzo personaggio proposto nella liturgia odierna: la donna descritta nel brano evangelico (Marco, 12, 18-27). Rivolgendosi a Gesù i sadducei la presentavano, ha sottolineato il Santo Padre, come in «un laboratorio, tutto asettico, un caso di morale». Invece «quando noi parliamo di queste persone, che sono in situazioni al limite», dobbiamo farlo «con il cuore vicino a loro»; dobbiamo pensare «a questa gente, che soffre tanto, con il nostro cuore, con la nostra carne». E ha detto di non apprezzare «quando si parla di queste situazioni in maniera accademica e non umana», ricorrendo magari solo a statistiche. «Nella Chiesa ci sono tante persone in questa situazione» e a chi chiede cosa si debba fare la risposta del Pontefice è «quello che dice Gesù: pregare, pregare per loro». Le persone che soffrono — ha spiegato — «devono entrare nel mio cuore, devono essere un’inquietudine per me. Il mio fratello soffre, la mia sorella soffre; ecco il mistero della comunione dei santi. Pregare: Signore guarda quello, piange, soffre. Pregare, permettetemi di dirlo, con la carne». Pregare con la nostra carne, dunque, «non con le idee; pregare con il cuore» ha ribadito.
Infine il Pontefice ha messo in luce come nella prima lettura ci sia una «parolina che apre la porta alla speranza» e che può aiutare nella preghiera. È l’espressione «nello stesso momento»: quando Tobia pregava, «nello stesso momento» Sara pregava; e «nello stesso momento» la preghiera di entrambi fu accolta davanti alla gloria di Dio. «La preghiera — ha detto il Pontefice — arriva sempre alla gloria di Dio. Sempre, quando è preghiera del cuore». Invece, quando si guarda alle situazioni di sofferenza solo come a «un caso di morale», essa «non arriva mai, perché non esce mai da noi stessi, non ci interessa, è un gioco intellettuale».
Da qui l’invito a pensare ai sofferenti. È una condizione che Gesù conosce bene, fino al limite estremo dell’abbandono sulla croce. «Parliamo con Gesù oggi a messa — ha concluso Papa Francesco — di tutti questi fratelli e sorelle che soffrono tanto, che sono in questa situazione. Perché la nostra preghiera arrivi e sia un po’ di speranza per tutti noi».

 

PAPA FRANCESCO – Paura delle sorprese – 20 novembre 2014

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PAPA FRANCESCO – Paura delle sorprese – 20 novembre 2014

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.266, Ven. 21/11/2014)

Anche oggi Gesù piange «tante volte» per la sua Chiesa, così come ha fatto di fronte alle porte chiuse di Gerusalemme. Celebrando la messa a Santa Marta giovedì mattina, 20 novembre, Papa Francesco ha richiamato il brano evangelico della liturgia — tratto dal capitolo 19 di Luca (41-44) — per ricordare che i cristiani continuano a chiudere le porte al Signore per paura delle sue «sorprese» che sovvertono certezze e sicurezze consolidate. In realtà, ha spiegato, «abbiamo paura della conversione, perché convertirsi significa lasciare che il Signore ci conduca».
La riflessione del Pontefice è partita proprio dall’immagine di Gesù in lacrime alle porte di Gerusalemme. Egli «ha pianto davanti alla città: piangeva davanti alla sua chiusura. Era proprio la chiusura della città nel riceverlo il motivo del pianto di Gesù», così come — ha evidenziato Francesco — è la chiusura del libro «sigillato con sette sigilli» a far piangere l’apostolo Giovanni nel racconto dell’Apocalisse (5, 1-10) proposto dalla prima lettura.
«La chiusura — ha rimarcato il Papa — fa piangere Gesù; la chiusura del cuore della sua eletta, della città eletta, del popolo eletto», che «non aveva tempo per aprirgli la porta» perché «era troppo indaffarata, troppo soddisfatta di se stessa». E ancora oggi «Gesù continua a bussare alle porte, come ha bussato alla porta del cuore di Gerusalemme: alle porte dei suoi fratelli, delle sue sorelle; alle porte nostre, alle porte del nostro cuore, alle porte della sua Chiesa».
In realtà, ha spiegato il Pontefice, «Gerusalemme si sentiva contenta, tranquilla con la sua vita e non aveva bisogno del Signore» e della sua salvezza. Per questo aveva «chiuso il suo cuore davanti al Signore. E il Signore piange davanti a Gerusalemme. Come pianse anche davanti alla chiusura del sepolcro del suo amico Lazzaro. Gerusalemme era morta».
Il pianto di Gesù «sulla sua città eletta» è anche il pianto «sulla sua Chiesa» e «su di noi». Ma perché — si è chiesto il Papa — «Gerusalemme non aveva ricevuto il Signore? Perché era tranquilla con quello che aveva, non voleva problemi». Per questo Gesù davanti alle sue porte esclama: «Se avessi compreso anche tu in questo giorno quello che ti porta la pace! Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata». La città, in effetti, «aveva paura di essere visitata dal Signore; aveva paura della gratuità della visita del Signore. Era sicura nelle cose che lei poteva gestire».
Si tratta di un atteggiamento che anche oggi si riscontra tra i cristiani. «Noi — ha fatto notare Francesco — siamo sicuri nelle cose che noi possiamo gestire. Ma la visita del Signore, le sue sorprese, noi non possiamo gestirle. E di questo aveva paura Gerusalemme: di essere salvata per la strada delle sorprese del Signore. Aveva paura del Signore, del suo sposo, del suo amato». Perché «quando il Signore visita il suo popolo ci porta la gioia, ci porta la conversione. E tutti noi abbiamo paura»: non «dell’allegria», ha puntualizzato il Pontefice, ma piuttosto «della gioia che porta il Signore, perché non possiamo controllarla».
Il Papa ha ricordato a questo proposito «le lamentazioni» che il coro canta il venerdì santo nella liturgia dell’adorazione della croce: «Come è sola la città, un tempo ricca di popolo. È rimasta sola, come una vedova e sottoposta a lavori forzati». E ha richiamato il dialogo del Signore con la città — «Ma cosa ho fatto contro di te, perché tu rispondi così?» — per evidenziare che «il prezzo di quel rifiuto» è la croce: è «il prezzo per farci vedere l’amore di Gesù, quello che lo ha portato a piangere, a piangere anche oggi, tante volte, per la sua Chiesa».
In effetti a quel tempo Gerusalemme «era tranquilla, contenta; il tempio funzionava. I sacerdoti facevano i sacrifici, la gente veniva in pellegrinaggio, i dottori della legge avevano sistemato tutto»: era «tutto chiaro, tutti i comandamenti chiari». Ma nonostante ciò — ha osservato il Pontefice — «aveva la porta chiusa». Da qui l’invito a un esame di coscienza, a partire dalla domanda: «Oggi noi cristiani, che conosciamo la fede, il catechismo, che andiamo a messa tutte le domeniche, noi cristiani, noi pastori siamo contenti di noi?».
Il rischio è quello di sentirsi già appagati perché «abbiamo tutto sistemato e non abbiamo bisogno di nuove visite del Signore». Ma Gesù, ha precisato il Papa, «continua a bussare alla porta, di ognuno di noi e della sua Chiesa, dei pastori della Chiesa». E se «la porta del cuore nostro, della Chiesa, dei pastori non si apre, il Signore piange, anche oggi», così come ha fatto davanti a Gerusalemme, «sola, un tempo ricca di popolo, vedova». Gesù guarda la città e «piange perché non apre la porta, perché ha paura delle sue sorprese, perché è troppo soddisfatta di se stessa». Da qui l’invito conclusivo di Francesco: «Pensiamo a noi: come stiamo in questo momento davanti a Dio?».

 

PAPA FRANCESCO – Caramelle al miele (10.1.19)

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PAPA FRANCESCO – Caramelle al miele (10.1.19)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 10 gennaio 2019

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIX, n.8, 11/01/2019)

Pregare per il prossimo, anche «per quella persona che mi è antipatica»; non alimentare «sentimenti di gelosia e di invidia»; e, soprattutto, evitare il chiacchiericcio, perché il pettegolezzo è come le caramelle al miele, «che sono anche buone», ma poi rovinano lo stomaco. Sono questi i tre “segnali” indicati da Papa Francesco — all’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina 10 gennaio — per discernere la capacità di una persona di amare gli altri e di conseguenza amare Dio.
Come di consueto il Pontefice ha infatti preso spunto per la sua riflessione dalla liturgia della parola, privilegiando nella circostanza odierna la prima lettura, tratta dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (4, 19 – 5, 4) in cui l’autore «parla di mondanità, dello spirito del mondo», dicendo «che “coloro che sono generati da Dio, sono capaci di vincere il mondo”. È la lotta di tutti i giorni, — ha commentato il Papa — la lotta contro la mondanità, lo spirito del mondo». Infatti, ha aggiunto, «lo spirito del mondo che è bugiardo, è uno spirito di apparenze, senza consistenza, non è veritiero» mentre «lo Spirito di Dio è veritiero». Di più: «lo spirito del mondo — ha proseguito con immagini fortemente evocative — è lo spirito della vanità, delle cose che non hanno forza, che non hanno fondamento e che cadranno». Infatti lo spirito del mondo può offrire soltanto «bugie, le cose senza forza».
E in proposito Francesco ha proposto un esempio tratto dalla vita quotidiana. «A Carnevale — ha ricordato — c’è la tradizione di offrire come dolci le crêpes: voi tutti le conoscete. Ci sono alcune, in dialetto, che si chiamano “le bugie”: sono rotonde», ma non “consistenti”, essendo “piene di aria”. E anche «lo spirito del mondo è così: pieno di aria. Non serve. Si sgonfierà. Ma nel frattempo lotta» e «inganna, perché è lo spirito della menzogna; è il figlio del padre della menzogna». Al contrario, ha fatto notare il Pontefice, «l’apostolo ha lo Spirito di Dio e ci dà, a noi, la via della concretezza dello Spirito di Dio». Del resto «lo Spirito di Dio sempre è concreto: non va per le fantasie, no. È concreto. Si fa questo, e fa. E il dire e il fare, nello Spirito di Dio, è lo stesso» insomma sono la stessa cosa: «è una parola che “fa”, e se tu hai lo Spirito di Dio, farai. Farai sempre le cose, le cose buone», ha assicurato il Papa.
In questa linea fatta di «concretezza, — ha spiegato il Pontefice — Giovanni dice una cosa molto quotidiana», forse addirittura ovvia, tanto «che la può dire anche la vecchietta che abita accanto a noi». Appunto, una cosa “quotidiana”, ed è che «chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio, che non vede». Difatti, ha chiarito Francesco, «se tu non sei capace di amare una cosa che vedi, come mai amerai una che non vedi? Quella è la fantasia: ama questo che vedi, che puoi toccare, che è reale. E non le fantasie che tu non vedi. “Oh, io amo Dio!”— sì, ma prova: prova ad amarlo in questo. Se tu non sei capace di amare Dio nel concreto, non è vero che tu ami Dio». Anche perché «lo spirito del mondo è uno spirito di divisione e quando si immischia nella famiglia, nella comunità, nella società sempre crea delle divisioni: sempre. E le divisioni crescono» generando «l’odio e la guerra».
Ritornando quindi al brano giovanneo il Papa ha allora evidenziato che l’apostolo va oltre quando afferma: «Se uno dice “io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo», cioè — ha rimarcato Francesco da parte sua — «un figlio dello spirito del mondo, che è pura bugia, pura apparenza».
Da qui l’invito all’approfondimento. «Questa è una cosa sulla quale ci farà bene riflettere: — ha esortato il Papa — io amo Dio? Ma, andiamo alla pietra di paragone e vediamo come tu ami il tuo fratello: vediamo come tu lo ami». E quali possono essere «i segnali, che io non amo il mio fratello? Come posso accorgermi che io non amo il mio fratello? Io sorrido, sì … Ma si può sorridere in tanti modi, no? Anche nel circo, i pagliacci sorridono e tante volte piangono, nel cuore».
Ecco allora la necessità della domanda «come mai posso capire se io amo il mio fratello?». E nella risposta Francesco ha sviluppato «due-tre cose che possono aiutarci. Prima di tutto: io prego per mio fratello? Io prego per il mio prossimo? Io prego per quella persona che mi è antipatica e che so che non mi vuole bene? Prego per quella persona? Primo: se io non prego, non è buon segno; è un segnale che tu non ami. Ma, pregare anche per quello che mi odia? Sì, anche per quello. Anche pregare per il nemico? Sì, per quello: Gesù l’ha detto esplicitamente. Il primo segnale, domanda che tutti dobbiamo fare: io prego per le persone? Per tutte; concrete: quelle che mi sono simpatiche e quelle che mi sono antipatiche, quelle che sono amiche e quelle che non sono amiche. Primo». Mentre il «secondo segnale: quando io sento dentro sentimenti di gelosia, di invidia e mi viene la voglia di augurargli del male o non… è un segnale che tu non ami. Fermati lì. Non lasciare crescere questi sentimenti: sono pericolosi. Non lasciarli crescere», ha ammonito.
Infine, «il segnale più quotidiano che io non amo il prossimo e pertanto non posso dire che amo Dio, è il chiacchiericcio». Con una raccomandazione: «Mettiamoci nel cuore e nella testa, chiaramente: se io faccio delle chiacchiere, non amo Dio, perché con le chiacchiere sto distruggendo quella persona. Le chiacchiere sono come le caramelle di miele, che sono anche buone, una tira l’altra e l’altra e poi lo stomaco si rovina, con tante caramelle… Perché è bello, è “dolce” chiacchierare, sembra una cosa bella; ma distrugge. E questo è il segnale che tu non ami».
Avviandosi alla conclusione dell’omelia il Papa ha perciò suggerito: «Ognuno veda in cuor suo. Io prego, per tutti, anche per gli antipatici e per coloro che so che non mi vogliono bene? Io ho sentimenti di invidia, di gelosia, gli auguro del male? E terzo, il più chiaro: io sono un pettegolo, una pettegola? Se una persona lascia di chiacchierare nella sua vita, io direi che è molto vicina a Dio: molto vicina. Perché non spettegolare custodisce il prossimo, custodisce Dio nel prossimo».
Insomma, ha ribadito il Pontefice, «lo spirito del mondo si vince con questo spirito di fede: credere che Dio sia nel mio fratello, nella mia sorella. La vittoria che ha vinto il mondo è la nostra fede. Soltanto con tanta fede si può andare su questa strada, non con pensieri umani di buon senso… non bastano, aiutano, ma non sono sufficienti per questa lotta». Perché «soltanto la fede ci darà la forza di non chiacchierare, di pregare per tutti, anche per i nemici e di non lasciar crescere i sentimenti di gelosia e di invidia».
E in definitiva, ha concluso Francesco, «il Signore, con questo brano della prima lettera di san Giovanni apostolo ci chiede concretezza, nell’amore. Amare Dio: ma se tu non ami il fratello, non puoi amare Dio. E se tu dici di amare tuo fratello ma in verità non lo ami, lo odi, tu sei un bugiardo».

PAPA FRANCESCO – Tempo tridimensionale – 3 dicembre 2018

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PAPA FRANCESCO – Tempo tridimensionale – 3 dicembre 2018

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.276, 4/12/2018)

Un Avvento tridimensionale, tra «passato, presente e futuro», per non dimenticare che «a Natale si celebra la nascita di Gesù» e non un albero decorato: un avvenimento che riguarda ciascun uomo e la sua vita concreta, sia «oggi» sia al momento dell’incontro col Signore «faccia a faccia». È un forte invito a non cedere alla mondanità e all’«abitudine della fede» quello che Papa Francesco ha suggerito nella messa celebrata lunedì 3 dicembre a Santa Marta.
«L’Avvento, che è incominciato ieri, è un tempo tridimensionale per così dire, un tempo per aggiustare lo spirito, per purificare lo spirito, per far crescere la fede con questa purificazione» ha affermato il Pontefice nell’omelia. «Noi — ha proseguito facendo riferimento al passo evangelico di Matteo (8, 5-11) — siamo tanto abituati alla fede che dimentichiamo la vivacità della fede e tante volte, forse, il Signore guardando qualche comunità nostra potrebbe dire, come abbiamo sentito: ora, io vi dico che molti verranno da un’altra parte, perché io vi dico che in questa parrocchia, in questo quartiere, in questa diocesi, non so, non ho trovato nessuno con una fede così grande». Sono parole che tante «volte il Signore può dire non perché noi siamo cattivi» ma «perché siamo abituati e quando siamo abituati perdiamo quella forza della fede, quella novità della fede che sempre si rinnova».
«L’Avvento è proprio per rinnovare la fede, per purificare la fede perché sia più libera, più autentica» ha fatto presente il Papa. E, ha aggiunto, «ho detto che è tridimensionale perché l’Avvento è un tempo di memoria, è la purificazione della memoria». Si tratta di «purificare la memoria del passato, la memoria di cosa è successo quel giorno di Natale: ritrovarci con Gesù appena nato cosa significa?». Una domanda da fare a se stessi, ha insistito Francesco, «perché la vita ci abitua» a considerare il Natale come una «festa: ci incontriamo in famiglia — bello, bello — andiamo alla messa — bello, bello — ma ti ricordi bene cosa è successo quel giorno? La tua memoria è chiara?».
«L’Avvento purifica la memoria del passato, cosa è successo quel giorno: è nato il Signore, è nato il Redentore che è venuto a salvarci» ha rilanciato il Pontefice. «Sì, la festa»; ma «noi sempre abbiamo il pericolo, avremo sempre in noi la tentazione di mondanizzare il Natale». E questo avviene «quando la festa» non è più «contemplazione, una bella festa di famiglia con Gesù al centro, e incomincia a essere festa mondana: fare le spese, i regali, e questo e l’altro, e il Signore rimane lì da solo, dimenticato». Tutto ciò avviene «anche nella nostra vita: sì, è nato, a Betlemme», ma rischiamo di perderne la memoria. «E l’Avvento è il tempo propizio «per purificare la memoria di quel tempo passato, di quella dimensione».
Ma, ha proseguito il Papa, l’Avvento «ha anche un’altra dimensione: è per purificare l’attesa, purificare la speranza, perché quel Signore che è venuto là, tornerà, tornerà». E, ha aggiunto, «tornerà a chiederci: “com’è andata la tua vita?”. Sarà un incontro personale: noi l’incontro personale con il Signore, oggi, lo avremo nell’Eucaristia e non possiamo avere un incontro così, personale, con il Natale di duemila anni fa», ma «abbiamo la memoria di tale avvenimento». Però, ha ricordato Francesco, «quando lui tornerà avremo quell’incontro personale». Questo «è purificare la speranza: dove camminiamo noi, la strada dove ci porta? Ma, non so, hai sentito è morto, poveretto! Preghiamo per lui. È morto, sì, ma domani morirò anche io, incontrerò il Signore, questo incontro personale, e anche tornerà il Signore dopo, per aggiustare il mondo».
Il Pontefice, dunque, ha invitato a «purificare la memoria di cosa è successo a Betlemme, purificare la speranza, purificare il fine». Perché «noi non siamo animali che muoiono, ognuno di noi incontrerà faccia a faccia il Signore: faccia a faccia». Ed è opportuno chiedersi: «Tu ci pensi? Cosa dirai?». Ecco, ha spiegato Francesco, «l’Avvento serve a pensare a quel momento, all’incontro definitivo con il Signore». E questa «è la seconda dimensione».
Invece, ha rilanciato il Papa, «la terza dimensione è più quotidiana: purificare la vigilanza». Del resto, ha fatto notare, «vigilanza e preghiera sono due parole per l’Avvento, perché il Signore è venuto nella storia a Betlemme e verrà, alla fine del mondo e anche alla fine della vita di ognuno di noi». Però, ha affermato il Pontefice, il Signore «viene ogni giorno, ogni momento, nel nostro cuore, con l’ispirazione dello Spirito Santo». E così è bene domandare a se stessi: «Io ascolto, io conosco cosa succede nel mio cuore ogni giorno? O sono una persona» che cerca «le novità», con «l’aspettativa» degli «ateniesi che andavano in piazza quando è arrivato Paolo: quale novità c’è oggi?». E dunque «vivere sempre delle novità, non della novità».
«Purificare questa attesa è trasformare le novità in sorpresa» ha insistito il Papa, spiegando che «il nostro Dio è il Dio delle sorprese: ci sorprende sempre». Su questi temi Francesco ha chiesto di riflettere con parole chiare: «“Hai finito la giornata, oggi?” — “Sì, sono stanco, ho lavorato tanto e ho avuto questo problema e adesso guardo un poco la tv e vado a letto” — “E tu non sai cosa è successo nel tuo cuore oggi?”». L’auspicio è proprio «che il Signore ci purifichi in questa terza dimensione di ogni giorno: cosa succede nel mio cuore? È venuto, il Signore? Mi ha dato qualche ispirazione? Mi ha rimproverato qualcosa?».
In fondo, ha spiegato il Pontefice, si tratta di «prendere custodia della nostra casa interiore; e l’Avvento è pure un po’ per questo». Di qui l’importanza di vivere in pienezza tutte e tre le dimensioni dell’Avvento indicate dal Papa. Anzitutto «purificare la memoria per ricordare bene che non è nato l’albero di Natale lì, no: è nato Gesù Cristo! L’albero è un bel segno, ma è nato Gesù Cristo, è un mistero». Poi «purificare il futuro: un giorno io mi troverò faccia a faccia con Gesù Cristo e cosa gli dirò? Gli sparlerò degli altri?». Infine la «terza dimensione: oggi». E cioè «cosa succede oggi nel mio cuore quando il Signore viene e bussa alla porta? È l’incontro di tutti i giorni con il Signore».
In conclusione, Francesco ha suggerito di pregare «che il Signore ci dia questa grazia della purificazione del passato, del futuro e del presente per trovare sempre la memoria, la speranza e l’incontro quotidiano con Gesù Cristo».

Publié dans:PAPA FRANCESCO - OMELIE QUOTIDIANE |on 11 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – La ninnananna di Dio

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PAPA FRANCESCO – La ninnananna di Dio

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 27 giugno 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.145, Sab. 28/06/2014)

Abbiamo un Dio «innamorato di noi», che ci accarezza teneramente e ci canta la ninnananna proprio come fa un papà con il suo bambino. Non solo: lui ci cerca per primo, ci aspetta e ci insegna a essere «piccoli», perché «l’amore è più nel dare che nel ricevere» ed è «più nelle opere che nelle parole». È quanto ha ricordato Papa Francesco durante la messa celebrata nella mattina di venerdì 27 giugno — giorno in cui ricorre la festa del Sacro Cuore di Gesù — nella cappella della Casa Santa Marta.
La meditazione del Papa ha preso spunto dalla preghiera colletta recitata durante la liturgia, nella quale, ha detto, «abbiamo ringraziato il Signore perché ci dà la grazia, la gioia di celebrare nel cuore del suo Figlio le grandi opere del suo amore».
E «amore», appunto, è la parola chiave scelta dal vescovo di Roma per esprimere il significato profondo della ricorrenza del Sacro Cuore. Perché, ha fatto notare, «oggi è la festa dell’amore di Dio, di Gesù Cristo: è l’amore di Dio per noi e amore di Dio in noi». Una festa, ha aggiunto, che «noi celebriamo con gioia».
Due, in particolare, sono «i tratti dell’amore» secondo il Pontefice. Il primo è racchiuso nell’affermazione che «l’amore è più nel dare che nel ricevere»; il secondo in quella che «l’amore è più nelle opere che nelle parole».
«Quando diciamo che è più nel dare che nel ricevere — ha spiegato Papa Francesco — è perché l’amore sempre si comunica, sempre comunica, e viene ricevuto dall’amato». E «quando diciamo che è più nelle opere che nelle parole», ha aggiunto, è perché «l’amore sempre dà vita, fa crescere».
Il Pontefice ha quindi tratteggiato le caratteristiche fondamentali dell’amore di Dio verso gli uomini. E ha riproposto così alcuni passi delle letture della liturgia del giorno, che, ha fatto notare, «due volte ci parla dei piccoli». Infatti, nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio (7, 6-11), «Mosè spiega perché il popolo è stato eletto e dice: perché siete il più piccolo di tutti i popoli». Poi, nel Vangelo di Matteo (11, 25-30), «Gesù loda il Padre perché ha nascosto le cose divine ai dotti e le ha rivelate ai piccoli».
Dunque, ha affermato il Papa, «per capire l’amore di Dio è necessaria questa piccolezza di cuore». Del resto Gesù lo dice chiaramente: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Ecco allora la strada giusta: «Farsi bambini, farsi piccoli», perché «soltanto in quella piccolezza, in quell’abbassarsi si può ricevere» l’amore di Dio.
Non a caso, ha osservato il vescovo di Roma, è «lo stesso Signore» che, «quando spiega il suo rapporto di amore, cerca di parlare come se parlasse a un bambino». E difatti Dio «lo ricorda al popolo: “Ricordati, io ti ho insegnato a camminare come un papà fa con il suo bambino”». Si tratta proprio di «quel rapporto da papà a bambino». Ma, ha avvertito il Pontefice, «se tu non sei piccolo» quel rapporto non riesce a stabilirsi.
Ed è un rapporto tale che porta «il Signore, innamorato di noi», a usare «pure parole che sembrano una ninnananna». Nella Scrittura il Signore dice infatti: «Non temere, vermiciattolo di Israele, non temere!». E ci accarezza, appunto, dicendoci: «Io sono con te, io ti prendo la mano».
Questa «è la tenerezza del Signore nel suo amore, questo è quello che lui ci comunica. E dà la forza alla nostra tenerezza». Invece, ha messo in guardia il Papa, «se noi ci sentiamo forti, mai avremo l’esperienza delle carezze tanto belle del Signore».
Le «parole del Signore», ha affermato il Pontefice, «ci fanno capire quel misterioso amore che lui ha per noi». È Gesù stesso che ci indica come fare: quando parla di sé, dice di essere «mite e umile di cuore». Perciò «anche lui, il Figlio di Dio, si abbassa per ricevere l’amore del Padre».
Un’altra verità che la festa del Sacro Cuore ci ricorda, ha detto ancora il Papa, si può ricavare dal brano della seconda lettura tratto dalla prima lettera di san Giovanni (4, 7-16): «Dio ci ha amato per primo, lui è sempre prima di noi, lui ci aspetta». Il profeta Isaia «dice di lui che è come il fiore del mandorlo, perché fiorisce per primo nella primavera». Dunque, ha ribadito il Pontefice, «quando noi arriviamo lui c’è, quando noi lo cerchiamo lui ci ha cercati per primo: lui è sempre avanti a noi, ci aspetta per riceverci nel suo cuore, nel suo amore».
Riepilogando la sua meditazione, Papa Francesco ha riaffermato che i due tratti indicati «possono aiutarci a capire questo mistero dell’amore di Dio con noi: per esprimersi ha bisogno della nostra piccolezza, del nostro abbassarsi. E ha bisogno anche del nostro stupore quando lo cerchiamo e lo troviamo lì ad aspettarci». Ed è «tanto bello — ha constatato — capire e sentire così l’amore di Dio in Gesù, nel cuore di Gesù».
Il Pontefice ha concluso invitando i presenti a pregare il Signore perché dia a ogni cristiano la grazia «di capire, di sentire, di entrare in questo mondo così misterioso, di stupirci e di avere pace con questo amore che si comunica, ci dà la gioia e ci porta nella strada della vita come un bambino» tenuto «per mano».

 

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