Archive pour la catégorie 'PAPA FRANCESCO – OMELIE QUOTIDIANE'

DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA – CONTRASTARE L’ABISSO DELL’INDIFFERENZA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200312_contrastare-abisso-dellindifferenza.html

LA CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA

DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

CONTRASTARE L’ABISSO DELL’INDIFFERENZA

Giovedì, 12 marzo 2020  

«Continuiamo a pregare insieme, in questo momento di pandemia, per gli ammalati, per i familiari, per i genitori con i bambini a casa; ma soprattutto io vorrei chiedervi di pregare per le autorità: loro devono decidere e tante volte decidere su misure che non piacciono al popolo. Ma è per il nostro bene. E tante volte, l’autorità si sente sola, non capìta. Preghiamo per i nostri governanti che devono prendere la decisione su queste misure, che si sentano accompagnati dalla preghiera del popolo». È con queste intenzioni — nella vicinanza anche ai profughi siriani e ai poveri — che Papa Francesco ha celebrato giovedì mattina 12 marzo la messa, trasmessa in diretta video dalla cappella di Casa Santa Marta.

Per rafforzare le sue parole, all’inizio della celebrazione, ha letto l’antifona d’ingresso — «Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore; vedi se percorro una via di menzogna, e guidami sulla retta via» — tratta dal salmo 139 (23-24).

Per la sua meditazione — incentrata sulla tentazione di cadere nella «globalizzazione dell’indifferenza» verso gli altri perché troppo presi da se stessi fino a perdere l’identità e divenire un «aggettivo» — il Pontefice ha preso spunto dal brano del Vangelo di Luca (16, 19-31), proposto dalla liturgia del giorno, con la parabola del ricco e del mendicante Lazzaro.

«Questo racconto di Gesù è molto chiaro — ha subito fatto notare — anche se può sembrare un racconto per i bambini: è molto semplice». E infatti «Gesù vuole indicare con questo non solo una storia, ma la possibilità che tutta l’umanità viva così, anche che noi tutti viviamo così».

Nella parabola sono di fronte due uomini. Il primo «soddisfatto, che sapeva vestirsi bene, forse cercava i più grandi stilisti del tempo per vestirsi», tanto «che — scrive Luca nel suo Vangelo — indossava vestiti di porpora e di lino finissimo». Insomma, ha spiegato il Papa, quel ricco era uno che «se la passava bene, perché ogni giorno si dava a lauti banchetti: era felice così, non aveva preoccupazioni; prendeva qualche precauzione, forse qualche pillola contro il colesterolo per i banchetti, ma così la vita andava bene. Era tranquillo».

Però proprio «alla sua porta stava un povero: Lazzaro si chiamava» ha proseguito Francesco, riproponendo i contenuti del brano del Vangelo. Il ricco «sapeva che c’era il povero, lì: lo sapeva, ma gli sembrava naturale». Probabilmente avrà anche pensato: «Io me la passo bene e questo… ma, così è la vita, che si arrangi». Oppure, ha aggiunto il Papa, «al massimo, forse — non lo dice il Vangelo — alle volte inviava qualche cosa, qualche briciola» a Lazzaro.

Il ricco e il povero hanno vissuto così la loro vita e, alla fine, entrambi «sono passati per la legge di noi tutti: morire. Morì il ricco e morì Lazzaro». E il Vangelo, ha fatto presente il Pontefice, «dice che Lazzaro è stato portato in cielo, accanto ad Abramo». Invece «del ricco soltanto dice: “Fu sepolto”. Punto. E finisce».

«Ci sono due cose che colpiscono» ha rilanciato il Papa. Anzitutto «il fatto che il ricco sapesse che c’era questo povero e che sapesse il nome: Lazzaro. Ma non importava, gli sembrava naturale. Il ricco forse faceva anche i suoi affari che, alla fine, andavano contro i poveri. Conosceva ben chiaramente, era informato di questa realtà».

«La seconda cosa che a me tocca tanto — ha confidato Francesco — è la parola “grande abisso” che Abramo dice al ricco: fra noi c’è “un grande abisso”, non possiamo comunicare, non possiamo passare da una parte all’altra». Ed «è lo stesso “abisso” — ha affermato il Pontefice — che nella vita c’era fra il ricco e Lazzaro: l’abisso non è incominciato là, l’abisso è incominciato qua».

Riguardo al ricco, ha proseguito il Papa, «ho pensato a quale fosse il dramma di quest’uomo: il dramma di essere molto, molto informato, ma con il cuore chiuso. Le informazioni di quest’uomo ricco non arrivavano al cuore, non sapeva commuoversi, non si poteva commuovere di fronte al dramma degli altri. Neppure chiamare uno dei ragazzi che servivano a mensa e dire “ma, portagli questo e quell’altro…”» a Lazzaro.

Per Francesco, questo è «il dramma dell’informazione che non scende al cuore». Ma «succede anche a noi». Sì, «tutti noi sappiamo, perché lo abbiamo sentito al telegiornale o lo abbiamo visto sui giornali, quanti bambini patiscono la fame oggi nel mondo; quanti bambini non hanno le medicine necessarie; quanti bambini non possono andare a scuola». Ci sono interi «continenti con questo dramma: lo sappiamo». Ma qual è la reazione? Magari limitarsi a dire: «Eh, poveretti… e continuiamo».

È una «informazione» forte che, però, «non scende al cuore» ha fatto notare il Pontefice: «Tanti di noi, tanti gruppi di uomini e donne vivono in questo distacco tra quello che pensano, quello che sanno e quello che sentono: è staccato il cuore dalla mente. Sono indifferenti. Come il ricco era indifferente al dolore di Lazzaro. C’è l’abisso dell’indifferenza».

«A Lampedusa, quando sono andato la prima volta, mi è venuta questa parola: la globalizzazione dell’indifferenza» ha rilanciato Francesco. «Forse noi oggi, qui, a Roma, siamo preoccupati perché “sembra che i negozi siano chiusi, io devo andare a comprare quello, e sembra che non posso fare la passeggiata tutti i giorni, e sembra questo…”». In sostanza gli uomini sono «preoccupati per le cose» personali. Ma con questo modo di fare «dimentichiamo i bambini affamati, dimentichiamo quella povera gente che è ai confini dei Paesi, cercando la libertà, questi migranti forzati che fuggono dalla fame e dalla guerra e soltanto trovano un muro, un muro fatto di ferro, un muro di filo spinato, ma un muro che non li lascia passare».

E pur se ne siamo consapevoli, questo dramma «non va al cuore». Perché «noi viviamo nell’indifferenza: l’indifferenza è questo dramma di essere bene informato ma non sentire la realtà altrui». Proprio «questo è l’abisso: l’abisso dell’indifferenza».

«Poi c’è un’altra cosa che colpisce» ha fatto presente il Papa. Il Vangelo dice «il nome del povero: lo sappiamo, Lazzaro». Del resto, ha aggiunto, «anche il ricco lo sapeva, perché quando era negli inferi chiede ad Abramo di inviare Lazzaro, lì lo ha riconosciuto». Però, ha proseguito il Pontefice, «non sappiamo il nome del ricco: il Vangelo non ci dice come si chiamava questo signore. Non aveva nome. Aveva perso il nome. Soltanto, aveva gli aggettivi della sua vita: ricco, potente, tanti aggettivi».

«L’egoismo in noi» finisce per farci «perdere la nostra identità reale, il nostro nome, e soltanto ci porta a valutare gli aggettivi» ha affermato Francesco. E «la mondanità ci aiuta in questo. Siamo caduti nella cultura degli aggettivi dove il tuo valore è quello che tu hai, quello che tu puoi, ma non come ti chiami. Hai perso il nome. L’indifferenza porta a questo. Perdere il nome. Soltanto siamo i ricchi, siamo questo, siamo l’altro. Siamo gli aggettivi».

Papa Francesco, concludendo la meditazione, ha invitato perciò a chiedere «oggi al Signore la grazia di non cadere nell’indifferenza, la grazia che tutte le informazioni dei dolori umani che abbiamo scendano al cuore e ci muovano a fare qualcosa per gli altri».

Infine, al termine della celebrazione eucaristica il Pontefice ha sostato in preghiera davanti all’immagine della Madre di Dio, accanto all’altare della cappella.

Intanto nella Basilica Vaticana, alle ore 12, continua l’iniziativa di preghiera mariana promossa dal cardinale arciprete Angelo Comastri attraverso la recita dell’Angelus e del rosario.

 

//

LA CELEBRAZIONE MATTUTINA…PER GLI OPERATORI SANITARI CHE HANNO DATO LA VITA PER COMBATTERE IL VIRUS –

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200318_pergli-operatorisanitari.html

LA CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA
DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

PER GLI OPERATORI SANITARI CHE
HANNO DATO LA VITA PER COMBATTERE IL VIRUS

Mercoledì, 18 marzo 2020

È stata «per i defunti», per «coloro che a causa del virus hanno perso la vita» — e «in modo speciale, per gli operatori sanitari che sono morti in questi giorni» donando «la vita nel servizio agli ammalati» — la preghiera con cui Papa Francesco ha introdotto la messa mattutina nella cappella di Casa Santa Marta.
Proseguendo mercoledì 18 marzo la celebrazione quotidiana in diretta streaming, a causa della pandemia da covid-19, il Pontefice ha dapprima letto l’antifona d’ingresso tratta dal verso 133 del salmo 119 — «Guida i miei passi secondo la tua parola, nessuna malizia prevalga su di me» — quindi, dopo aver ascoltato la proclamazione delle letture, ha pronunciato un’omelia tutta incentrata sul tema della “legge” di un Dio che ha voluto farsi vicino agli uomini, ma la cui prossimità viene da questi troppo spesso rifiutata con l’allontanamento, il nascondersi da Lui, il rifiuto, che può portare fino all’omicidio: come insegna la storia dell’umanità da Adamo ed Eva, e da Caino e Abele, fino al giorno d’oggi.
Ambedue i testi — ha esordito riferendosi ai passi del Deuteronomio 4, 1.5-9 e del Vangelo di Matteo 5, 17-19 — parlano infatti della «Legge che Dio dà al suo popolo». Si tratta, ha spiegato, della «Legge che il Signore ha voluto darci e che Gesù ha voluto» portare «fino alla massima perfezione». Ma ad attirare l’attenzione di Francesco è soprattutto «il modo in cui Dio dà la Legge». Basta ascoltare quello che «dice Mosè», ha chiarito il Papa, ripetendone le parole: «Infatti, quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che Lo invochiamo?». Il messaggio è chiaro: «Il Signore dà la Legge al suo popolo con un atteggiamento di vicinanza. Non sono prescrizioni di un governante, che può essere lontano, o di un dittatore». Al contrario, ha fatto notare il Pontefice, «è la vicinanza; e noi sappiamo per la rivelazione che è una vicinanza paterna, di padre, che accompagna il suo popolo dandogli il dono della Legge».
Insomma la liturgia del giorno è un vero e proprio inno al «Dio vicino», come testimonia Mosè, con i versi che sono stati rilanciati dal Pontefice: «Infatti, quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi, ogni volta che Lo invochiamo?». La risposta è più che evidente per Francesco: «Il nostro Dio — ha ribadito — è il Dio della vicinanza, è un Dio vicino, che cammina con il suo popolo. Quell’immagine nel deserto, nell’Esodo, la nube, la colonna di fuoco per proteggere il popolo: cammina con il suo popolo».
Ma c’è un ulteriore elemento ravvisato da Francesco: «Non è un Dio che lascia le prescrizioni scritte, “e vai avanti”». Tutt’altro: il Signore «fa le prescrizioni — le scrisse con le proprie mani sulla pietra —, le dà a Mosè»; gliele consegna, ma non è che le lascia «e se ne va: cammina, è vicino. “Quale nazione ha un Dio così vicino?”. È la vicinanza. Il nostro è un Dio della vicinanza», ha rimarcato il Papa.
Purtroppo però, è stata la successiva considerazione, «la prima risposta dell’uomo», quella che si ritrova «nelle prime pagine della Bibbia», si materializza in «due atteggiamenti di non vicinanza. La risposta nostra sempre è di allontanarsi; ci allontaniamo da Dio. Lui si fa vicino e noi ci allontaniamo». Basta sfogliare, ha osservato Francesco, «quelle due prime pagine» del libro della Genesi, per constatare che «il primo atteggiamento di Adamo con la moglie, è nascondersi: si nascondono dalla vicinanza di Dio, hanno vergogna, perché hanno peccato, e il peccato ci porta a nasconderci, a non volere la vicinanza». Di più, questi comportamenti conducono «tante volte, a fare una teologia soltanto pensata “nel giudice”, e per questo mi nascondo: ho paura».
Ma c’è anche di peggio: infatti «il secondo atteggiamento, umano, alla proposta di questa vicinanza di Dio» — secondo il Pontefice — «è uccidere. Uccidere il fratello. “Io non sono il custode di mio fratello”», è la celebre frase pronunciata da Caino dopo l’omicidio di Abele.
Insomma, è stata la conclusione del Papa, gli uomini di solito hanno questi «due atteggiamenti che cancellano ogni vicinanza»: in pratica rifiutano «la vicinanza di Dio». Ma — e questa è la buona notizia — siccome «Lui vuole essere padrone dei rapporti e la vicinanza sempre porta con sé qualche debolezza», ecco allora che «il “Dio vicino” si fa debole, e quanto più vicino si fa, più debole sembra. Quando viene da noi, ad abitare con noi, si fa uomo, uno di noi: si fa debole e porta la debolezza fino alla morte e la morte più crudele», la stessa «morte degli assassini… dei peccatori più grandi»: quella avvenuta sulla croce.
Inoltre, e questo è un secondo elemento consolatorio individuato da Francesco, «la vicinanza umilia Dio. Lui si umilia per essere con noi, per camminare con noi, per aiutare noi. Il “Dio vicino” ci parla di umiltà. Non è un “grande Dio”» che se ne sta lontano «lì; no. È vicino. È di casa. E questo lo vediamo in Gesù, Dio fatto uomo, vicino fino alla morte, con i suoi discepoli: li accompagna, insegna loro, li corregge con amore». E il pensiero del Papa è andato subito «alla vicinanza di Gesù ai discepoli angosciati di Emmaus» che «erano sconfitti»; ma «Lui si avvicina lentamente, per far loro capire il messaggio di vita, di risurrezione». Ecco dunque l’attualità della riflessione di Francesco: «Il nostro Dio — ha sottolineato — è vicino e chiede a noi di essere vicini, l’uno all’altro; di non allontanarci tra noi». Specie «in questo momento di crisi per la pandemia che stiamo vivendo», chiede di manifestare di più «questa vicinanza…, di farla vedere di più». Certo, il Papa si è detto consapevole che «non possiamo, forse, avvicinarci fisicamente per la paura del contagio»; ma «risvegliare in noi un atteggiamento di vicinanza tra noi», quello sì, è possibile. Come? Francesco lo ha chiarito con esempi concreti: «con la preghiera, con l’aiuto, tanti modi di vicinanza. E perché noi dobbiamo essere vicini l’uno all’altro? Perché il nostro Dio è vicino, ha voluto accompagnarci nella vita. È il Dio della prossimità. Per questo, noi non siamo persone isolate: siamo prossimi, perché l’eredità che abbiamo ricevuto dal Signore è la prossimità, cioè il gesto della vicinanza». Da qui l’esortazione finale del Pontefice a pregare il Signore per domandargli «la grazia di essere vicini, l’uno all’altro» e non, al contrario, di «nascondersi l’uno dall’altro», né di «lavarsene le mani, come ha fatto Caino, del problema altrui». Perché il momento attuale esige «prossimità. Vicinanza. “Infatti — ha concluso Francesco rinnovando la domanda di Mosè — quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi, ogni volta che Lo invochiamo?».
Prima della conclusione della messa, è stato collocato sull’altare l’ostensorio — col quale poi il Papa ha impartito la benedizione finale — per alcuni minuti di silenziosa preghiera di adorazione. Al termine del rito, Francesco ha sostato davanti all’immagine mariana posta accanto all’altare della cappella di Santa Marta. E a mezzogiorno, nella basilica di San Pietro, il cardinale arciprete Angelo Comastri ha guidato la recita dell’Angelus e del rosario.

PAPA FRANCESCO – 12 giugno 2018 – La santità di tutti i giorni

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2018/documents/papa-francesco-cotidie_20180612_santa-marta.html

PAPA FRANCESCO – 12 giugno 2018 – La santità di tutti i giorni

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.132, 13/06/2018)

La testimonianza del cristiano è “24 ore su 24”, perché «inizia al mattino quando mi alzo fino alla sera quando vado a letto». Ed è un testimonianza semplice, anonima, umile, che non pretende riconoscimenti e meriti. Papa Francesco ha rilanciato l’efficace immagine evangelica che esorta a essere sale e luce per gli altri, nella messa celebrata martedì mattina, 12 giugno a Santa Marta.
Il Pontefice ha proposto «soltanto una riflessione che può farci bene sulla nostra testimonianza», come ha suggerito all’inizio dell’omelia, riferendosi al passo evangelico di Matteo (5, 13-16). «La testimonianza più grande del cristiano — ha affermato — è dare la vita come ha fatto Gesù, diventare un martire, martire e testimone». Ma, ha aggiunto, «c’è anche un’altra testimonianza: quella di tutti i giorni, testimonianza che incomincia al mattino quando mi alzo fino alla sera quando vado a letto; la testimonianza quotidiana, la semplice testimonianza abituale».
«Il Signore dice che questa testimonianza è fare come il sale e come la luce, anzi, diventare noi sale e luce» ha spiegato Francesco. In realtà «sembra poca cosa, perché il Signore con poche cose nostre fa dei miracoli, fa delle meraviglie».
Ecco perché, ha rilanciato il Papa, «il cristiano deve avere questo atteggiamento di umiltà: soltanto cercare di essere sale e luce». Essere, dunque, «sale per gli altri, luce per gli altri, perché il sale non insaporisce se stesso» ma sta «sempre al servizio». E così anche «la luce non illumina se stessa» in quanto è «sempre al servizio».
«Sale per gli altri», perciò, è la missione del cristiano: «Piccolo sale che aiuta ai pasti, ma piccolo». Del resto «al supermercato il sale si vende non a tonnellate» ma «in piccoli sacchetti: è sufficiente». E poi, ha proseguito, «il sale non si vanta di se stesso perché non serve se stesso: è sempre è lì per aiutare gli altri, aiutare a conservare le cose, a insaporire le cose». Una «semplice testimonianza».
«Il cristiano» perciò deve essere «sale» e poi anche «luce», ha insistito Francesco. E «la luce non illumina se stessa: no, la luce illumina gli altri, è per gli altri, è per la gente, è per aiutarci nelle ore di notte, di buio». È proprio questo lo stile di «essere cristiano di ogni giorno». Ecco allora che «il Signore ci dice: “Tu sei sale, tu sei luce” — “Ah, vero! Signore è così, attirerò tanta gente in chiesa e farò…” — “No, così farai che gli altri vedano e glorifichino il Padre. Neppure ti sarà attribuito alcun merito”».
E infatti, ha spiegato il Papa, «noi quando mangiamo non diciamo: “buono il sale!”»; diciamo piuttosto: «buona la pasta, buona la carne!». Ma «non diciamo: “buono il sale!”». E «di notte, quando andiamo per casa, non diciamo: “buona la luce!”. Ignoriamo la luce, ma viviamo con quella luce che illumina».
«Questa è una dimensione che fa che noi cristiani siamo anonimi nella vita» ha rilanciato il Pontefice. Infatti «non siamo protagonisti dei nostri meriti, come quel fariseo: “Ti ringrazio Signore perché io sono un santo”». Francesco ha riproposto «la semplicità della testimonianza cristiana». Suggerendo che «una bella preghiera per tutti noi, alla fine della giornata, sarebbe domandarsi: sono stato sale oggi? Sono stato luce oggi?». Proprio «questa è la santità di tutti i giorni» ha concluso il Papa, auspicando «che il Signore ci aiuti a capire questo».

PAPA FRANCESCO – 5 ottobre 2017 – Nostalgia delle radici

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20171005_nostalgia-delle-radici.html

PAPA FRANCESCO – 5 ottobre 2017 – Nostalgia delle radici

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.229, 06/10/2017)

Mettersi «in cammino per ritrovare le proprie radici» e in esse trovare «la forza di andare avanti». È questo l’itinerario umano e spirituale suggerito da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 5 ottobre. Un percorso importante, ineludibile, perché, ha detto, «un popolo senza radici è ammalato» e «una persona senza radici è ammalata».
Lo spunto della riflessione è giunto dalla prima lettura del giorno (Neemia, 8, 1-4.5-6.7-12) nella quale si narra di una «grande assemblea liturgica» che, dopo l’esilio, vede «radunato nel tempio» tutto il popolo d’Israele. È di fatto, ha spiegato il Pontefice, «la fine di una storia durata più di settant’anni», quella «della deportazione del popolo di Dio in Babilonia». Furono anni «di tristezza» e «di pianto». Quel pianto che fu di Neemia «quando ricordava Gerusalemme; ricordava le notizie che aveva ricevuto di quei pochi che erano rimasti là, nella miseria, nella schiavitù… piangeva tanto. Aveva tristezza nel cuore». Fu allora che «il Signore mosse il cuore del re per capire questa tristezza, quando Neemia versava il vino». E lì cominciò «il dialogo per tornare a Gerusalemme», per «ritornare alla casa».
Francesco si è soffermato a riflettere sulla tristezza del popolo di Israele che aveva «nostalgia della sua città e piangeva». Una nostalgia espressa, ad esempio, nel salmo 136, dove si dice essi «lungo i fiumi di Babilonia sedevano e piangevano». Del resto, come potevano «cantare i canti del Signore in terra straniera»? Infatti le loro «cetre erano lì, sui salici». Eppure, ha sottolineato il Papa, «loro non dimenticavano. È vero: il ricordo può indebolirsi, ma loro avevano quella volontà di non dimenticare: “Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo”». Pensando a quella situazione, il Pontefice ha suggerito un parallelo con la «nostalgia dei migranti, la nostalgia di quelli che sono lontani dalla patria e vogliono tornare». E ha anche ricordato il canto popolare genovese Ma se ghe pensu ascoltato durante la sua recente visita nel capoluogo ligure: un omaggio a «tutti i migranti che volevano essere lì, alla messa del Papa, ma erano lontani, nella nostalgia».
Fu così, ha continuato Francesco riprendendo il racconto dell’Antico testamento, che Neemia si adoperò per riportare il popolo «alla sua città». E «cominciò il viaggio». Un viaggio che sarà «per ri-trovare la città e per ri-costruire la città». Non era semplice, ha detto il Papa: «doveva convincere tanta gente, portare le cose per costruire la città, le mura, il tempio, ma soprattutto era un viaggio per ri-trovare le radici del popolo».
Il popolo infatti, dopo tanti anni, «non aveva perso le radici, ma si erano indebolite». Occorreva «riprendere le radici», cioè «l’appartenenza a un popolo». Del resto, ha spiegato il Pontefice, «senza le radici non si può vivere: un popolo senza radici o che lascia perdere le radici, è un popolo ammalato». Allo stesso modo «una persona senza radici, che ha dimenticato le proprie radici, è ammalata». Bisogna quindi «riscoprire le proprie radici e prendere la forza per andare avanti, la forza per dare frutto e, come dice il poeta, “la forza per fiorire perché quello che l’albero ha di fiorito viene da quello che ha di sotterrato”».
Va comunque considerato, che «in questo cammino ci sono state tante resistenze» e che sono passati anni prima che il popolo potesse arrivare all’assemblea liturgica descritta nella lettura. Se c’è, infatti, «la volontà del popolo di trovare le radici», vi sono anche «le resistenze» di quelli «che preferiscono l’esilio». Un esilio che non è solo «fisico»: per Francesco esiste anche «l’esilio psicologico: l’auto-esilio dalla comunità, dalla società, quelli che preferiscono essere popolo sradicato, senza radici». Una condizione che si ritrova anche nell’uomo di oggi, e che è una vera e propria «malattia»: l’auto-esilio psicologico, infatti, «fa tanto male, toglie le radici, ci toglie l’appartenenza»
In ogni caso, il popolo d’Israele andò avanti, vennero ricostruiti il tempio e le mura, e il popolo «si radunò per ripristinare la propria appartenenza, per ripristinare le radici, cioè per ascoltare la Legge». La Scrittura descrive una scena grandiosa: «Dal mattino presto fino oltre mezzogiorno» il popolo «era lì, in piedi, si inginocchiava, adorava, si alzava e ascoltava la parola che lo scriba Esdra leggeva, la parola di Dio, la Legge e che spiegavano i Leviti. E il popolo piangeva, piangeva…». Stavolta però, ha notato Francesco, «non era il pianto di Babilonia» ma «il pianto della gioia, dell’incontro con le proprie radici, l’incontro con la propria appartenenza». E infatti Neemia disse loro: «“Andate, fate festa”, cioè: “Mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato. Non vi rattristate”». Ha spiegato il Papa: «L’uomo e la donna che ritrovano le proprie radici, che sono fedeli alla propria appartenenza, sono un uomo e una donna in gioia, di gioia e questa gioia è la loro forza». Si passa quindi «dal pianto di tristezza al pianto di gioia; dal pianto di debolezza per essere lontani dalle radici, lontani dal loro popolo, al pianto di appartenenza: “Sono a casa”».
Può essere utile a tutti, ha suggerito quindi il Pontefice, riprendere il capitolo 8 del libro di Neemia «e leggerlo: è bellissimo, questo passo». Può infatti dare lo spunto per chiedersi: «Io lascio cadere il ricordo del Signore, il ricordo della mia appartenenza? Io sono capace di incominciare un cammino, fare strada per ritrovarmi con le mie radici, con la mia appartenenza? O preferisco l’auto-esilio, l’esilio psicologico, chiusa, chiuso in me stesso?». Ma anche per domandarsi: «Ho paura di piangere?». Infatti, ha spiegato il Papa, «se tu hai paura di piangere, avrai paura di ridere, perché quando si piange, quando si piange di tristezza, si piangerà di gioia, dopo». Ma, ha aggiunto, questa «è una capacità per la quale dobbiamo chiedere la grazia: del pianto, del pianto pentito, triste per i nostri peccati, ma anche del pianto della gioia perché il Signore ci ha redenti, ci ha perdonato e ha fatto nella nostra vita quello che ha fatto con il suo popolo». E ha concluso: «Chiediamo al Signore questa grazia: di andare in cammino per incontrarci con le nostre radici».

PAPA FRANCESCO – La Pentecoste di Efeso – 29 maggio 2017

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170529_la-pentecoste-di-efeso.html

PAPA FRANCESCO – La Pentecoste di Efeso – 29 maggio 2017

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.123, 30/05/2017)

Cuori «irrequieti» perché «mossi dallo Spirito Santo», o «elettrocardiogrammi spirituali» piatti, lineari, «senza emozioni»? In quale categoria ci si ritrova? È la domanda di fondo posta a ogni cristiano da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta lunedì 29 maggio. All’inizio della settimana in cui «la Chiesa ci prepara per ricevere lo Spirito Santo e ci fa riflettere sullo Spirito Santo e ci chiede di pregare perché lo Spirito Santo venga nella Chiesa, nel mio cuore, nella mia parrocchia, nella mia comunità», Papa Francesco ha invitato i cristiani a mettersi «in attesa di questo dono del Padre che Gesù ci ha promesso».
La meditazione del Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura del giorno dedicata alla predicazione di san Paolo a Efeso (Atti degli apostoli, 19, 1-8). Subito si nota, ha rilevato Francesco, «come questa comunità che aveva ricevuto la fede non sapeva dello Spirito Santo». Tant’è che, ha detto, questa lettura si potrebbe chiamare «La Pentecoste di Efeso», perché «succede lo stesso che era accaduto a Gerusalemme».
Eppure, ha fatto notare il Papa, «questa gente era credente». Ma quando Paolo domandò loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?», questi risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito che esiste uno Spirito Santo». In questo racconto, cioè, ci si trova di fronte alla «realtà di una Chiesa, gente buona, gente di fede, gente che credeva nel Signore Gesù», ma che «era lì senza neppure conoscere questo dono del Padre: lo Spirito Santo». Perciò «Paolo Impose le mani e incominciarono: “Discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue”».
Il Pontefice ha spiegato che, con la discesa dello Spirito Santo, per i discepoli di Efeso «è incominciato il moto del cuore perché quello che muove il nostro cuore, quello che ci ispira, che ci insegna» è lui: è lo Spirito «che muove il cuore», che alimenta «le emozioni nel cuore». Del resto, ha aggiunto, lo aveva detto lo stesso Gesù: lo Spirito «insegnerà» e farà ricordare «tutto quello che io vi ho insegnato».
Ciò che è accaduto ai discepoli di Efeso è un’esperienza ricorrente nei racconti del Nuovo testamento, in cui si incontrano tanti personaggi che «hanno sentito questo messaggio e hanno cambiato vita». Per esempio, ha approfondito il Pontefice, «possiamo domandarci: chi mosse Nicodemo ad andare di notte a parlare con Gesù?». Fu proprio «quella inquietudine». E «chi mosse la samaritana dopo aver dato l’acqua a Gesù a intrattenersi a parlare con lui?». La risposta è che lei sentiva che «il cuore cambiava». Ancora: «chi mosse la peccatrice ad andare e bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime? E chi mosse tanta gente ad avvicinarsi a Gesù? Pensiamo a quella signora, ammalata di perdite di sangue: chi è stato a muoverla e a metterle quel sentimento, quell’idea: “Se io tocco l’orlo del mantello sarò guarita”?». La risposta è sempre la stessa: «lo Spirito Santo», colui che «muove il cuore».
A questo punto Papa Francesco ha, come sua consuetudine, attualizzato la meditazione applicandola alla vita di ogni cristiano. Ha posto quindi una serie di domande: «Io sono come quelli di Efeso che nemmeno sapevano che esistesse lo Spirito Santo? Quale è il posto che lo Spirito Santo ha nella mia vita, nel mio cuore? Io sono capace di ascoltarlo? Io sono capace di chiedere ispirazione prima di prendere una decisione o dire una parola o fare qualcosa? O il mio cuore è tranquillo, senza emozioni, un cuore fisso?». Il problema infatti, ha aggiunto, è che per «certi cuori, se noi facessimo un elettrocardiogramma spirituale, il risultato sarebbe lineare, senza emozioni».
Una realtà spirituale che si ritrova descritta anche nei vangeli, ha ricordato il Pontefice, se si pensa, ad esempio, ai dottori della legge: «erano credenti in Dio, sapevano tutti i comandamenti, ma il cuore era chiuso, fermo, non si lasciavano interpellare».
Ecco, allora, il punto di volta della riflessione: occorre «lasciarsi interpellare dallo Spirito Santo». Qualcuno, ha detto il Papa, potrebbe obiettare: «“Eh, ho sentito questo… Ma, padre, quello è sentimentalismo?” — “No, può essere, ma no. Se tu vai sulla strada giusta non è sentimentalismo”». Così come può capitare di sentir dire: «Ho sentito la voglia di fare questo, di andare a visitare quell’ammalato o cambiare vita o lasciare questo…». L’importante, ha spiegato Francesco, è «sentire e discernere: discernere quello che sente il mio cuore», perché «lo Spirito Santo è il maestro del discernimento».
Certi slanci sono infatti positivi: «una persona che non ha questi movimenti nel cuore, che non discerne cosa succede, è una persona che ha una fede fredda, una fede ideologica. La sua fede è un’ideologia, tutto qui». È proprio quello che viene descritto nel Vangelo: «il dramma di quei dottori della legge che se la prendevano con Gesù».
Perciò, ha detto il Papa, bisogna chiedersi: «Quale è il mio rapporto con lo Spirito Santo? Io prego lo Spirito Santo? Chiedo luce allo Spirito Santo? Chiedo che mi guidi per il cammino che devo scegliere nella mia vita e anche tutti i giorni? Chiedo che mi dia la grazia di distinguere il buono dal meno buono? Perché il buono dal male subito si distingue. Ma c’è quel male nascosto che è il meno buono, ma ha nascosto il male. Chiedo quella grazia?».
In fin dei conti, la domanda che il Papa ha voluto oggi «seminare» nel cuore di ognuno è: «Come è il mio rapporto con lo Spirito Santo?». Ogni cristiano dovrebbe cioè chiedersi: «Io ho un cuore irrequieto perché mosso dallo Spirito Santo?»; e ancora: «Chiedo questa grazia di capire cosa succede nel mio cuore?»; e infine: «Quando mi viene la voglia di fare qualcosa, mi fermo e chiedo allo Spirito Santo che mi ispiri, che mi dica di sì o di no o faccio soltanto i calcoli con la mente: “Questo sì perché se no…?”».
L’impegno è quello di mettersi in ascolto: «Cosa mi dice lo Spirito?». Non a caso, ha ricordato il Pontefice, l’apostolo Giovanni nell’Apocalisse, rivolgendosi «a ognuna delle sette chiese di quel tempo, incomincia così: “Ascoltate quello che lo Spirito dice alle chiese”». Perciò, ha concluso, «oggi chiediamo questa grazia di ascoltare quello che lo Spirito dice alla nostra Chiesa, alla nostra comunità, alla nostra parrocchia, alla nostra famiglia e a me, a ognuno di noi: la grazia di imparare questo linguaggio di ascoltare lo Spirito Santo».

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – 16 aprile 2020 – « Essere riempiti di gioia »

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200416_lagioia-dellospirito.html

CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA
DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – 16 aprile 2020 – « Essere riempiti di gioia »

Introduzione

In questi giorni mi hanno rimproverato perché ho dimenticato di ringraziare un gruppo di persone che anche lavora. Ho ringraziato i medici, infermieri, i volontari… “Ma lei si è dimenticato dei farmacisti”: anche loro lavorano tanto per aiutare gli ammalati ad uscire dalla malattia. Preghiamo anche per loro.

Omelia

In questi giorni, a Gerusalemme, la gente aveva tanti sentimenti: la paura, lo stupore, il dubbio. “In quei giorni, mentre lo storpio guarito tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo, fuori di sé per lo stupore …” (At 3,11): c’è un ambiente non tranquillo perché accadevano cose che non si capivano. Il Signore è andato dai suoi discepoli. Anche loro sapevano che era già risorto, anche Pietro lo sapeva perché aveva parlato con lui quella mattina. Questi due che erano tornati da Emmaus lo sapevano, ma quando il Signore è apparso si spaventarono. “Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma” (Lc 24,37); la stessa esperienza l’avevano avuta sul lago, quando Gesù è venuto camminando sulle acque. Ma in quel tempo Pietro, facendosi coraggioso, ha scommesso sul Signore, ha detto: “Ma se sei tu, fammi andare sulle acque” (cfr Mt 14,28). Questo giorno Pietro era zitto, aveva parlato con il Signore, quella mattina, e di quel dialogo nessuno sa cosa si erano detti e per questo era zitto. Ma erano così pieni di paura, sconvolti, credevano di vedere un fantasma. E dice: “Ma no, perché siete turbati? Perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mani, i piedi…”, gli fa vedere le piaghe (cfr Lc 24,38-39). Quel tesoro di Gesù che lo ha portato in Cielo per farlo vedere al Padre e intercedere per noi. “Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa”. E poi viene una frase che a me dà tanta consolazione e per questo, questo passo del Vangelo è uno dei miei preferiti: “Ma poiché per la gioia non credevano…” (cfr Lc 24, 41), ancora ed erano pieni di stupore, la gioia gli impediva di credere. Era tanta quella gioia che “no, questo non può essere vero. Questa gioia non è reale, è troppa gioia”. E questo gli impediva di credere. La gioia. I momenti di grande gioia. Erano strapieni di gioia ma paralizzati per la gioia. E la gioia è uno dei desideri che Paolo ha per i suoi di Roma: “Che il Dio della speranza vi riempia di gioia” (cfr Rm 15,13) gli dice. Riempire di gioia, essere pieno di gioia. È l’esperienza della consolazione più alta, quando il Signore ci fa capire che questa è un’altra cosa dall’essere allegro, positivo, luminoso… No, è un’altra cosa. Essere gioioso… ma pieno di gioia, una gioia traboccante che ci prende davvero. E per questo Paolo augura che “il Dio della speranza vi riempia di gioia”, ai Romani. E quella parola, quella espressione, riempire di gioia viene ripetuta, tante, tante volte. Per esempio, quanto accade nel carcere e Paolo salva la vita al carceriere che stava per suicidarsi perché si erano aperte le porte con il terremoto e poi gli annuncia il Vangelo, lo battezza, e il carceriere, dice la Bibbia, era “pieno di gioia” per aver creduto (cfr At 16,29-34). Lo stesso accade con il ministro dell’economia di Candàce, quando Filippo lo battezzò, sparì, lui seguì il suo cammino “pieno di gioia” (cfr At 8,39). Lo stesso successe nel giorno dell’Ascensione: i discepoli tornarono a Gerusalemme, dice la Bibbia, “pieni di gioia” (cfr Lc 24,52). È la pienezza della consolazione, la pienezza della presenza del Signore. Perché, come Paolo dice ai Galati, “la gioia è il frutto dello Spirito Santo” (cfr Gal 5,22), non è la conseguenza di emozioni che scoppiano per una cosa meravigliosa… No è di più. Questa gioia, questa che ci riempie è il frutto dello Spirito Santo. Senza lo Spirito non si può avere questa gioia. Ricevere la gioia dello Spirito è una grazia. Mi vengono in mente gli ultimi numeri, gli ultimi paragrafi dell’Esortazione Evangelii nuntiandi di Paolo VI (cfr 79-80), quando parla dei cristiani gioiosi, degli evangelizzatori gioiosi, e non di quelli che vivono sempre giù. Oggi è un giorno bello per leggerlo. Pieni di gioia. È questo che ci dice la Bibbia: “Ma poiché per la gioia non credevano …”, era tanta che non credevano. C’è un passo del libro di Neemia che ci aiuterà oggi in questa riflessione sulla gioia. Il popolo tornato a Gerusalemme ha ritrovato il libro della legge, è stato scoperto di nuovo – perché loro sapevano la legge a memoria, il libro della legge non lo trovavano – grande festa e tutto il popolo si riunì per ascoltare il sacerdote Esdra che leggeva il libro della legge. Il popolo commosso piangeva, piangeva di gioia perché aveva trovato proprio il libro della legge e piangeva, era gioioso, il pianto… Alla fine quando il sacerdote Esdra finì, Neemia disse al popolo: “State tranquilli, adesso non piangete più, conservate la gioia, perché la gioia nel Signore è la vostra forza” (cfr Ne 8,1-12). Questa parola del libro di Neemia ci aiuterà oggi. La grande forza che noi abbiamo per trasformare, per predicare il Vangelo, per andare avanti come testimoni di vita è la gioia del Signore che è frutto dello Spirito Santo, e oggi chiediamo a Lui di concederci questo frutto.

 

PAPA FRANCESCO – Lettera d’amore – 11 novembre 2016

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2016/documents/papa-francesco-cotidie_20161111_lettera-d-amore.html

PAPA FRANCESCO – Lettera d’amore – 11 novembre 2016

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.260, 12/11/2016)

L’amore cristiano è sempre «concreto», con tanto di «opere di misericordia», perché ha come unico criterio l’incarnazione di Cristo; per questa ragione non si deve cadere nel seducente «processo» di «intellettualizzare e ideologizzare» che «scarnifica l’amore», arrivando così al «triste spettacolo di un Dio senza Cristo, di un Cristo senza Chiesa e una Chiesa senza popolo». È proprio dal rischio di credere a «un amore da romanzo o telenovela, mondano, filosofico, astratto e soft» che il Papa ha messo in guardia nella messa celebrata venerdì mattina, 11 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Per la sua riflessione, Francesco ha preso le mosse dal passo della seconda lettera di Giovanni (1, 3-9) proposto dalla liturgia: «Sembra — ha fatto notare — una lettera di un innamorato: è il dialogo di amore fra il pastore e la sua sposa, la Chiesa». Un dialogo «tanto delicato, tanto rispettoso», a tal punto che l’apostolo chiama la Chiesa «signora eletta da Dio».
Con questo «titolo pieno d’amore» dunque, «il pastore si rivolge alla Chiesa». E sempre «con tanta delicatezza ricorda che “camminare nell’amore” è il comandamento che abbiamo ricevuto dal Signore».
Si legge, infatti, nella lettera di Giovanni: «E ora prego te, signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto dal principio, che ci amiamo gli uni e gli altri». È un invito a camminare «nell’amore». Ma è davvero «con tanta mitezza e tanto rispetto» che «il pastore si rivolge alla sua Chiesa, alla sua sposa».
«Di quale amore si tratta?» è la questione posta da Francesco. «Perché questa parola — ha spiegato — oggi è usata, ma sempre è stata usata, per tante cose: questo è amore, questo è amore, questo è amore». Ecco perché occorre capire bene «di quale amore» si tratta. È «l’amore, per esempio, di un romanzo o di una telenovela, perché anche questo si dice che è amore?». Oppure è «l’amore teorico, dei filosofi?».
Nella sua lettera, Giovanni riporta le parole del pastore alla sua sposa per suggerirle di stare attenta. «Sono apparsi nel mondo molti seduttori» che, ha detto il Papa, «propongono un altro amore o un’altra spiegazione dell’amore» e «anche un’altra spiegazione dell’amore cristiano, perché per loro è così».
«Il criterio dell’amore cristiano — ha affermato il Pontefice — è l’incarnazione del Verbo». Giovanni è esplicito a questo proposito: «Sono apparsi, infatti, nel mondo molti seduttori, che non riconoscono Gesù venuto nella carne». E continua: «Ecco il seduttore e l’anticristo!». Del resto, ha spiegato il Papa, «un amore che non riconosce che Gesù è venuto in carne, nella carne, non è l’amore che Dio ci comanda: è un amore mondano, è un amore filosofico, è un amore astratto, è un amore un po’ venuto meno, è un amore soft».
Invece «il criterio dell’amore cristiano è l’incarnazione del Verbo» ha rilanciato Francesco. E «chi dice che l’amore cristiano è un’altra cosa, questo è l’anticristo, che non riconosce che il Verbo è venuto in carne». Proprio «questa è la nostra verità: Dio ha inviato suo Figlio, si è incarnato e ha fatto una vita come noi». Ecco perché si deve «amare come ha amato Gesù; amare come ci ha insegnato Gesù; amare seguendo l’esempio di Gesù; amare, camminando sulla strada di Gesù». E «la strada di Gesù è dare la vita».
Nel passo evangelico di Luca (17, 26-37), ha ricordato il Papa, «Gesù ci ammonisce: chi cercherà di salvare la propria vita la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva». Difatti, «lui ha perso la vita per amore, per ritrovarla nella sua risurrezione». Quindi «l’unica maniera di amare come ha amato Gesù è uscire continuamente dal proprio egoismo e andare al servizio degli altri». Questo ripete con forza anche l’apostolo Giacomo nella sua lettera, «perché l’amore cristiano è un amore concreto, perché è concreta la presenza di Dio in Gesù Cristo, venuto in carne: l’incarnazione del Verbo».
Tornando alla lettera di Giovanni, il Pontefice ha ripetuto anche le parole con cui il pastore «ammonisce bene» la “signora”: «Fate attenzione a voi stessi per non rovinare quello che abbiamo costruito e per ricevere una ricompensa piena». È un invito a prestare attenzione, con un passo in più: «Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio». Dunque, ha spiegato il Papa, «il Verbo è venuto in carne, ma voi siete anche dentro una incarnazione, fra virgolette, nella comunità, nella Chiesa, perché chi va oltre questa dottrina della carne, chi va oltre e non rimane nella dottrina di Cristo, non possiede Dio». E «questo andare oltre è un mistero: è uscire dal mistero dell’incarnazione del Verbo, dal mistero della Chiesa, perché la Chiesa è la comunità attorno alla presenza di Cristo, che va oltre».
Francesco ha fatto riferimento alla parola greca proagon, che è “tanto forte”, per indicare «chi va, chi cammina oltre». E «da lì — ha proseguito — nascono tutte le ideologie sull’amore, le ideologie sulla Chiesa, le ideologie che tolgono alla Chiesa la carne di Cristo». Ma proprio «queste ideologie scarnificano la Chiesa». Portano a dire: «sì, io sono cattolico; sì sono cristiano; io amo tutto il mondo di un amore universale». Ma «è tanto etereo». Invece «un amore è sempre dentro, concreto, e non oltre questa dottrina dell’incarnazione del Verbo».
«La vita della Chiesa, l’appartenenza alla Chiesa — ha affermato il Pontefice — è sempre dentro, va oltre, esce dalla Chiesa». E così «chi vuole amore non come ama Cristo la sua sposa, la Chiesa, con la propria carne e dando la vita, ama ideologicamente: non ama con tutto il corpo e con tutta l’anima». E «questo modo di fare delle teorie, delle ideologie, anche delle proposte di religiosità che tolgono la carne al Cristo, che tolgono la carne alla Chiesa, vanno oltre e rovinano la comunità, rovinano la Chiesa». Non si deve «mai andare oltre il seno della madre, della santa madre Chiesa gerarchica».
La lettera di Giovanni ne rivela l’amore per la Chiesa, in particolare proprio quando fa presente che «se incominciamo a teorizzare sull’amore, sul camminare nell’amore fuori dalla Chiesa, fuori dall’incarnazione del Verbo — ha spiegato il Papa — arriveremo a una realtà tanto frequente nella storia della Chiesa, anche ai nostri giorni: arriveremo alla trasformazione di quello che vuole Dio, che ha voluto con l’incarnazione del Verbo; arriveremo a un Dio senza Cristo, a un Cristo senza Chiesa e a una Chiesa senza popolo». E «tutto in questo processo di scarnificare la Chiesa».
Prima di riprendere la celebrazione, Francesco ha chiesto di pregare «il Signore perché il nostro camminare nell’amore mai — mai! — faccia di noi un amore astratto». E perché l’amore sia invece «concreto, con le opere di misericordia», per toccare «la carne di Cristo lì, di Cristo incarnato». È «per questo che il diacono Lorenzo ha detto che i poveri sono il tesoro della Chiesa, perché sono la carne sofferente di Cristo».
Al Signore, ha concluso il Papa, «chiediamo questa grazia di non andare oltre e non entrare in questo processo, che forse seduce tanta gente, di intellettualizzare, di ideologizzare questo amore, scarnificando la Chiesa, scarnificando l’amore cristiano». E «non arrivare al triste spettacolo di un Dio senza Cristo, di un Cristo senza Chiesa e una Chiesa senza popolo».

 

PAPA FRANCESCO – 18 dicembre 2014 – La storia siamo noi

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20141218_storia-siamo-noi.html

PAPA FRANCESCO – 18 dicembre 2014 – La storia siamo noi

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.289, Ven. 19/12/2014)

Negli inevitabili «momenti brutti» della vita bisogna «prendere su di sé» i problemi con coraggio, mettendosi nelle mani di un Dio che fa la storia anche attraverso di noi e la corregge se non capiamo e sbagliamo. È questo il suggerimento offerto da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì 18 dicembre nella cappella della Casa Santa Marta.
«Ieri la liturgia — ha fatto subito notare il Pontefice — ci ha fatto riflettere sulla genealogia di Gesù». E con il passo odierno del Vangelo di Matteo (1, 18-24) si conclude, appunto, questa riflessione, «per dirci che la salvezza è sempre nella storia: non c’è una salvezza senza storia». Infatti «per arrivare al punto di oggi — ha spiegato — c’è stata una lunga storia, una lunghissima storia che simbolicamente ieri la Chiesa ha voluto dirci nella lettura della genealogia di Gesù: Dio ha voluto salvarci nella storia».«La nostra salvezza, quella che Dio ha voluto per noi, non è una salvezza asettica, di laboratorio», ma «storica». E Dio, ha affermato Francesco, «ha fatto un cammino nella storia col suo popolo». Proprio la prima lettura — tratta dal profeta Geremia (23, 5-8) — «dice una cosa bella sulle tappe di questa storia», ha fatto osservare il Papa rileggendo le parole della Scrittura: «Verranno giorni nei quali non si dirà più “per la vita del Signore che ha fatto uscire gli israeliti dalla terra di Egitto”; ma piuttosto “per la vita del Signore che ha fatto uscire e ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi”».
«Un altro passo, un’altra tappa», ha spiegato Francesco. Così, «passo dopo passo, si fa la storia: Dio fa la storia, anche noi facciamo la storia». E «quando noi sbagliamo, Dio corregge la storia e ci porta avanti, avanti, sempre camminando con noi». Del resto, «se noi non abbiamo chiaro questo, non capiremo mai il Natale, non capiremo mai e il mistero dell’incarnazione del Verbo, mai». Perché «è tutta una storia che cammina» — ha rimarcato il Pontefice — e che certo non è finita col Natale, perché «adesso, ancora, il Signore ci salva nella storia e cammina col suo popolo».
Ecco allora a cosa servono «i sacramenti, la preghiera, la predicazione, il primo annuncio: per andare avanti con questa storia». Servono a questo «anche i peccati, perché nella storia di Israele non sono mancati»: nella stessa genealogia di Gesù «c’erano tanti grossi peccatori». Eppure «Gesù va avanti. Dio va avanti, anche con i nostri peccati».
Tuttavia in questa storia «ci sono alcuni momenti brutti», ha fatto presente Francesco: «momenti brutti, momenti bui, momenti scomodi, momenti che danno fastidio» proprio «per gli eletti, per quelle persone che Dio sceglie per condurre la storia, per aiutare il suo popolo ad andare avanti». Il Papa ha ricordato anzitutto «Abramo, novantenne, tranquillo, con sua moglie: non aveva un figlio, ma una bella famiglia». Però «un giorno il Signore lo disturba» e gli ordina di uscire dalla sua terra e di mettersi in cammino. Abramo «ha novant’anni» e per lui quello è certo «un momento di disturbo». Ma così è stato anche per Mosè «dopo che è fuggito dall’Egitto: si è sposato e suo suocero aveva quel gregge tanto grande e lui era pastore di quel gregge». Aveva ottant’anni e «pensava ai suoi figli, all’eredità che lasciava, a sua moglie». Ed ecco che il Signore gli comanda di tornare in Egitto per liberare il suo popolo. Però «in quel momento per lui era più comodo lì, nella terra di Madian. Ma il Signore scomoda» e a nulla vale la domanda di Mosè: «Ma chi sono io per fare questo?».
Dunque, ha affermato Francesco, «il Signore ci scomoda per far la storia, ci fa andare tante volte su strade che noi non vogliamo». E ha quindi ricordato anche la vicenda del profeta Elia: «Il Signore lo spinge a uccidere tutti i falsi profeti di Balaam e poi, quando la regina lo minaccia, ha paura di una donna»; ma «quell’uomo che aveva ucciso quattrocento profeti ha paura di una donna e vorrebbe morire per la paura, non vuole più continuare ad andare». Per lui era davvero «un momento brutto».
Nel passo evangelico di Matteo, ha proseguito il Pontefice, «oggi abbiamo letto un altro momento brutto nella storia di salvezza: ce ne sono tanti, ma veniamo a quello di oggi». Il personaggio centrale è «Giuseppe, fidanzato: voleva tanto la sua promessa sposa, e lei se n’era andata dalla cugina ad aiutarla, e quando torna si vedevano i primi segni della maternità». Giuseppe «soffre, vede le donne del villaggio che chiacchieravano nel mercato». E soffrendo dice a se stesso di Maria: «Questa donna è buona, io la conosco! È una donna di Dio. Ma cosa mi ha fatto? Non è possibile! Ma io devo accusarla e lei verrà lapidata. Ne diranno di tutti i colori di lei. Ma io non posso mettere questo peso su di lei, su qualcosa che non capisco, perché lei è incapace di infedeltà».
Giuseppe decide allora di «prendere il problema sulle proprie spalle e andarsene». E «così le “chiacchierone” del mercato diranno: guarda, l’ha lasciata incinta e poi se ne è andato per non prendersi la responsabilità!». Invece Giuseppe «preferì apparire come peccatore, come un cattivo uomo, per non fare ombra alla sua fidanzata, alla quale voleva tanto bene», anche se «non capiva».
Abramo, Mosè, Elia, Giuseppe: nei loro «momenti brutti — ha rimarcato Francesco — gli eletti, questi eletti di Dio, per fare la storia devono prendere il problema sulle spalle, senza capire». Ed è tornato sulla vicenda di Mosè, «quando, sulla spiaggia, ha visto venire l’esercito del faraone: di là l’esercito, di qua il mare». Si sarà detto: «Che cosa faccio? Tu mi hai ingannato, Signore!». Però poi prende il problema su di sé e dice: «O vado indietro e faccio il negoziato o lotto ma sarò sconfitto, o mi suicido o confido nel Signore». Davanti a queste alternative Mosè «sceglie l’ultima» e, attraverso di lui, «il Signore fa la storia». Questi «sono momenti proprio così, come il collo di un imbuto», ha sottolineato il Pontefice.
Quindi il Papa ha riproposto la storia di un altro Giuseppe, «il figlio di Giacobbe: per gelosia i suoi fratelli volevano ucciderlo, poi lo hanno venduto, diventa schiavo». Ripercorrendo la sua storia, ha messo in risalto la sofferenza di Giuseppe, che ha anche «quel problema con la moglie dell’amministratore, ma non accusa la donna. È un uomo nobile: perché distruggerebbe il povero amministratore se sapesse che la donna non è fedele!». Allora «chiude la bocca, prende sulle spalle il problema e va in carcere». Ma «il Signore va a liberarlo».
Tornando al Vangelo della liturgia, il Pontefice ha evidenziato nuovamente che «Giuseppe nel momento più brutto della sua vita, nel momento più oscuro, prende su di sé il problema». Fino ad accusare «se stesso agli occhi degli altri per coprire la sua sposa». E «forse — ha notato — qualche psicanalista dirà che» questo atteggiamento è «il condensato dell’angoscia», alla ricerca di «una uscita». Ma, ha aggiunto, «dicano quello che vogliono!». In realtà Giuseppe alla fine ha preso con sé la sua sposa dicendo: «Non capisco niente, ma il Signore mi ha detto questo e questo apparirà come mio figlio!».
Perciò «per Dio fare storia con il suo popolo significa camminare e mettere alla prova i suoi eletti». Difatti «generalmente i suoi eletti hanno passato momenti bui, dolorosi, brutti, come questi che abbiamo visto»; ma «alla fine viene il Signore». Il Vangelo, ha ricordato il Papa, ci racconta che egli «invia l’angelo». E «questo è — non diciamo la fine, perché la storia continua — proprio il momento previo: prima della nascita di Gesù una storia; e poi viene l’altra storia».
Proprio in considerazione di queste riflessioni, Francesco ha raccomandato: «Ricordiamo sempre di dire, con fiducia, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della malattia, quando noi ci accorgeremo che dobbiamo chiedere l’estrema unzione perché non c’è uscita: “Signore, la storia non è incominciata con me né finirà con me. Tu vai avanti, io sono disposto». E così ci si mette «nelle mani del Signore».
È questo l’atteggiamento di Abramo, Mosè, Elia, Giuseppe e anche di tanti altri eletti del popolo di Dio: «Dio cammina con noi, Dio fa storia, Dio ci mette alla prova, Dio ci salva nei momenti più brutti, perché è nostro Padre». Anzi, «secondo Paolo è il nostro papà». Francesco ha concluso con la preghiera «che il Signore ci faccia capire questo mistero del suo camminare col suo popolo nella storia, del suo mettere alla prova i suoi eletti e la grandezza di cuore dei suoi eletti che prendono su di loro i dolori, i problemi, anche l’apparenza di peccatori — pensiamo a Gesù — per portare avanti la storia».

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Gesù è il nostro compagno di pellegrinaggio » 26.4.20

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200426_gesu-compagno-di-pellegrinaggio.html

CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA
DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Gesù è il nostro compagno di pellegrinaggio » 26.4.20

Domenica, 26 aprile 2020

Introduzione

Preghiamo oggi, in questa Messa, per tutte le persone che soffrono la tristezza, perché sono sole o perché non sanno quale futuro le aspetta o perché non possono portare avanti la famiglia perché non hanno soldi, perché non hanno lavoro. Tanta gente che soffre la tristezza. Per loro preghiamo oggi.

Omelia

Tante volte abbiamo sentito che il cristianesimo non è solo una dottrina, non è un modo di comportarsi, non è una cultura. Sì, è tutto questo, ma più importante e per primo, è un incontro. Una persona è cristiana perché ha incontrato Gesù Cristo, si è lasciata incontrare da Lui.
Questo passo del Vangelo di Luca, ci racconta un incontro, in modo da far capire bene come agisce il Signore e come è il modo nostro di agire. Noi siamo nati con un seme di inquietudine. Dio ha voluto così: inquietudine di trovare pienezza, inquietudine di trovare Dio, tante volte anche senza sapere che noi abbiamo questa inquietudine. Il nostro cuore è inquieto, il nostro cuore ha sete: sete dell’incontro con Dio. Lo cerca, tante volte per strade sbagliate: si perde, poi torna, lo cerca… Dall’altra parte, Dio ha sete dell’incontro, a tal punto che ha inviato Gesù per incontrarci, per venire incontro a questa inquietudine.
Come agisce Gesù? In questo passo del Vangelo (cfr Lc 24,13-35) vediamo bene che Lui rispetta, rispetta la nostra propria situazione, non va avanti. Soltanto, qualche volta, con i testardi, pensiamo a Paolo, quando lo butta giù dal cavallo. Ma di solito va lentamente, rispettoso dei nostri tempi. È il Signore della pazienza. Quanta pazienza ha il Signore con noi, con ognuno di noi!
Il Signore cammina accanto a noi, come abbiamo visto qui con questi due discepoli. Ascolta le nostre inquietudini, le conosce, e a un certo punto ci dice qualcosa. Al Signore piace sentire come noi parliamo, per capirci bene e per dare la risposta giusta a quella inquietudine. Il Signore non accelera il passo, va sempre al nostro passo, tante volte lento, ma la sua pazienza è così.
C’è un’antica regola dei pellegrini che dice che il vero pellegrino deve andare al passo della persona più lenta. E Gesù è capace di questo, lo fa, non accelera, aspetta che noi facciamo il primo passo. E quando è il momento, ci fa la domanda. In questo caso è chiaro: “Di cosa parlate voi?” (cfr v. 17). Si fa ignorante per farci parlare. A Lui piace che noi parliamo. Gli piace sentire questo, gli piace che noi parliamo così, per ascoltarci e rispondere, ci fa parlare. Come se facesse l’ignorante, ma con tanto rispetto. E poi risponde, spiega, fino al punto necessario. Qui ci dice: «“Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui» (v. 26). Spiega, fa chiarire. Io confesso che ho la curiosità di sapere come Gesù ha spiegato, per fare lo stesso. È stata una catechesi bellissima.
E poi lo stesso Gesù che ci ha accompagnato, che ci ha avvicinato, fa finta di andare oltre, per vedere la misura della nostra inquietudine: “No, vieni, vieni, rimani un po’ con noi” (v. 29). E così si dà l’incontro. Ma l’incontro non è soltanto il momento dello spezzare il pane, qui, ma è tutto il cammino. Noi incontriamo Gesù nel buio dei nostri dubbi, anche nel dubbio brutto dei nostri peccati, Lui è lì per aiutarci, nelle nostre inquietudini… È sempre con noi.
Il Signore ci accompagna perché ha voglia di incontrarci. Per questo diciamo che il nocciolo del cristianesimo è un incontro: è l’incontro con Gesù. “Perché tu sei cristiano? Perché tu sei cristiana?”. E tanta gente non sa dirlo. Alcuni, per tradizione. Altri non sanno dirlo, perché hanno incontrato Gesù, ma non si sono accorti che era un incontro con Gesù. Gesù sempre ci cerca. Sempre. E noi abbiamo la nostra inquietudine. Nel momento in cui la nostra inquietudine incontra Gesù, lì incomincia la vita della grazia, la vita della pienezza, la vita del cammino cristiano.
Che il Signore dia a tutti noi questa grazia di incontrare Gesù tutti i giorni; di sapere, di conoscere proprio che Lui cammina con noi in tutti i nostri momenti. È il nostro compagno di pellegrinaggio.

Preghiera per la comunione spirituale
Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te.

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Con il “cuore nudo” » – 21 marzo 2020

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200321_santamarta.html

CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA
DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Con il “cuore nudo” » – 21 marzo 2020

Introduzione alla Messa
Oggi vorrei ricordare le famiglie che non possono uscire di casa. Forse l’unico orizzonte che hanno è il balcone. E lì dentro, la famiglia, con i bambini, i ragazzi, i genitori… Perché sappiano trovare il modo di comunicare bene tra loro, di costruire rapporti di amore nella famiglia, e sappiano vincere le angosce di questo tempo insieme, in famiglia. Preghiamo per la pace delle famiglie oggi, in questa crisi, e per la creatività.

Omelia
Quella Parola del Signore che abbiamo sentito ieri: “Torna, torna a casa” (cfr Os 14,2); nello stesso libro del profeta Osea troviamo anche la risposta: «Venite, ritorniamo al Signore» (Os 6,1). È la risposta quando quel “torna a casa” tocca il cuore: «Ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. […] Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora» (Os 6,1.3). La fiducia nel Signore è sicura: «Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra» (v. 3). E con questa speranza il popolo incomincia il cammino per ritornare al Signore. E una delle maniere, dei modi di trovare il Signore è la preghiera. Preghiamo il Signore, torniamo da Lui.
Nel Vangelo (cfr Lc 18,9-14) Gesù ci insegna come pregare. Ci sono due uomini, uno un presuntuoso che va a pregare, ma per dire che è bravo, come se dicesse a Dio: “Guarda, sono così bravo: se hai bisogno di qualcosa, dimmi, io risolvo il tuo problema”. Così si rivolge a Dio. Presunzione. Forse lui faceva tutte le cose che diceva la Legge, lo dice: «Digiuno due volte alla settimana, pago le decime di tutto quello che possiedo» (v. 12) … “sono bravo”. Questo ci ricorda anche altri due uomini. Ci ricorda il figlio maggiore della parabola del figliol prodigo, quando dice al padre: “Io che sono così bravo non ho la festa, e questo, che è un disgraziato, tu gli fai la festa…”. Presuntuoso (cfr Lc 15,29-30). L’altro, di cui abbiamo sentito la storia in questi giorni, è quell’uomo ricco, un senza-nome, ma era ricco, incapace di farsi un nome, ma era ricco, non gli importava nulla della miseria degli altri (cfr Lc 16,19-21). Sono questi che hanno sicurezza in sé stessi o nel denaro o nel potere…
Poi c’è l’altro, il pubblicano. Che non va davanti all’altare, no, resta a distanza. «Fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”» (Lc 18,13). Anche questo ci porta al ricordo del figliol prodigo: si accorse dei peccati fatti, delle cose brutte che aveva fatto; anche lui si batteva il petto: “Tornerò da mio padre e [gli dirò]: padre, ho peccato”. L’umiliazione (cfr Lc 15,17-19). Ci ricorda quell’altro, il mendicante, Lazzaro, alla porta del ricco, che viveva la sua miseria davanti alla presunzione di quel signore (cfr Lc 16,20-21). Sempre questo abbinamento di persone nel Vangelo.
In questo caso, il Signore ci insegna come pregare, come avvicinarci, come dobbiamo avvicinarci al Signore: con umiltà. C’è una bella immagine nell’inno liturgico della festa di San Giovanni Battista. Dice che il popolo si avvicinava al Giordano per ricevere il battesimo, “nuda l’anima e i piedi”: pregare con l’anima nuda, senza trucco, senza travestirsi delle proprie virtù. Lui, lo abbiamo letto all’inizio della Messa, perdona tutti i peccati ma ha bisogno che io gli faccia vedere i peccati, con la mia nudità. Pregare così, nudi, con il cuore nudo, senza coprire, senza avere fiducia neppure in quello che ho imparato sul modo di pregare… Pregare, tu e io, faccia a faccia, l’anima nuda. Questo è quello che il Signore ci insegna. Invece, quando andiamo dal Signore un po’ troppo sicuri di noi stessi, cadremo nella presunzione di questo [fariseo] o del figlio maggiore o di quel ricco al quale non mancava nulla. Avremo la nostra sicurezza da un’altra parte. “Io vado dal Signore…, ci voglio andare, per essere educato… e gli parlo a tu per tu, praticamente…”. Questa non è la strada. La strada è abbassarsi. L’abbassamento. La strada è la realtà. E l’unico uomo qui, in questa parabola, che aveva capito la realtà, era il pubblicano: “Tu sei Dio e io sono peccatore”. Questa è la realtà. Ma dico che sono peccatore non con la bocca: col cuore. Sentirsi peccatore.
Non dimentichiamo questo che il Signore ci insegna: giustificare sé stessi è superbia, è orgoglio, è esaltare sé stessi. È travestirsi da quello che non sono. E le miserie rimangono dentro. Il fariseo giustificava sé stesso. [Invece bisogna] Confessare direttamente i propri peccati, senza giustificarli, senza dire: “Ma, no, ho fatto questo ma non era colpa mia…”. L’anima nuda. L’anima nuda.
Il Signore ci insegni a capire questo, questo atteggiamento per incominciare la preghiera. Quando la preghiera la incominciamo con le nostre giustificazioni, con le nostre sicurezze, non sarà preghiera: sarà parlare con lo specchio. Invece, quando incominciamo la preghiera con la vera realtà – “sono peccatore, sono peccatrice” – è un buon passo avanti per lasciarsi guardare dal Signore. Che Gesù ci insegni questo.

 

12345

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...