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PAPA FRANCESCO – Cinque minuti di saggezza – 28 febbraio 2019

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PAPA FRANCESCO – Cinque minuti di saggezza – 28 febbraio 2019

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Nel vortice di una vita in cui l’uomo tende a confidare «nel potere», «nella salute», «nelle ricchezze», egli va avanti, «temerario», pensando di poter fare quello che vuole. E perde consapevolezza della «relatività della vita». Occorre invece — ha suggerito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 28 febbraio — avere la saggezza di fermarsi, ogni giorno, anche solo 5 minuti, per fare un esame di coscienza che ricostruisca una corretta gerarchia di valori e permetta di ripartire più «sovrani di se stessi».
La riflessione del Pontefice ha preso le mosse dalla lettura del Vangelo del giorno (Marco, 9, 41-50) nel quale si incontra Gesù che offre un «insieme di consigli». Di questi, ha sottolineato Francesco, «l’ultimo è un bel consiglio: “Abbiate sale in voi stessi, siate in pace gli uni con gli altri”». Con l’espressione “Abbiate sale”, ha spiegato il Papa, «il Signore vuole dire: abbiate saggezza, che la vostra vita sia saggia». Un invito necessario, perché «la saggezza non è scontata», non è garantita, ad esempio, dal fatto di essere «andato all’università». No, «la saggezza è una cosa di tutti i giorni», che viene dal riflettere sulla vita e dal trarre «le conseguenze dell’esperienza della vita».
È un aspetto, questo, su cui si sofferma anche la prima lettura (Siracide 5, 1-10). Il brano esordisce proprio con l’espressione: «Non confidare…». In cosa? si è chiesto il Pontefice: «Nel tuo potere, nella tua salute, nelle tue ricchezze, nelle cose che hai… Questo è molto buono ma non fidarti di questo perché queste cose sole non ti porteranno al successo». Recita la Scrittura: «Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: “Basto a me stesso”». È come leggere, ha notato il Papa, «un consiglio di un padre al figlio, di un nonno al nipote», si tratta di «un consiglio saggio», e cioè: «Fermati ogni giorno un po’ e pensa a come hai vissuto quella giornata. Non seguire il tuo istinto, la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore».
Di fatto, ha detto il Pontefice approfondendo il concetto, «tutti abbiamo passioni. Ma stai attento, domina le passioni. Prendile in mano, le passioni non sono cose cattive, sono, diciamo così, il “sangue” per portare avanti tante cose buone ma se tu non sei capace di dominare le tue passioni, saranno loro a dominarti».
Ecco allora l’appello accorato: «Fermati, fermati». Non bisogna lasciarsi vincere dalla superbia: «Non dire: “Chi mi dominerà? Chi riuscirà a sottomettermi per quello che ho fatto?”» perché, ha aggiunto, «Mai si sa che cosa succede nella vita».
Soffermandosi a riflettere sulla «relatività della vita», il Papa ha ricordato, parafrasandoli, i versetti di un salmo che lo «colpisce tanto» (37, 35-36): «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato a passare e non c’era più». E ha suggerito: «Pensiamo ai nostri nonni. Forse pochi di noi ancora hanno dei nonni, ma loro vivevano la vita concreta di tutti i giorni, e oggi non ci sono più». E ancora: «I nostri nipotini diranno: “Ah, i nostri nonni”, noi. E non ci saremo più…». Aggiungendo un consiglio a ogni uomo: «Fermati, pensa, non sei eterno», è questa «la saggezza della vita».
L’uomo non deve farsi vincere dalla tentazione di dire: «Ma si può fare un po’ di tutto perché ho peccato… e che cosa mi è successo?», non deve essere «così temerario, così azzardato da credere» che comunque se la caverà: «Non si può contare sul fatto che “Ah, me la sono cavata fino a adesso, me la caverò…”. No. Te la sei cavata, sì, ma adesso non sai… Non dire: “La compassione di Dio è grande, mi perdonerà i molti peccati”, e così io vado avanti facendo quello che voglio. Non dire così».
Cosa fare? il consiglio viene dal brano del Siracide, che il Papa considera come «il consiglio ultimo di questo padre, di questo “nonno”: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non aspettare a convertirti, a cambiare vita, a perfezionare la tua vita, a togliere da te quell’erba cattiva, tutti ne abbiamo…». Un richiamo che giunge chiaro all’uomo dalla Scrittura: «Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore». Così come si legge: «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato non c’era più», e ancora: «Non confidare in ricchezze ingiuste, non ti gioveranno nel giorno della sventura».
Si tratta, ha sottolineato il Papa, di «una parola positiva, che ci aiuterà tanto: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non rimandare di giorno in giorno il cambiamento della tua vita». Perciò «Se tu sai che hai questo difetto, fermati, prima di andare a letto, un minuto; esamina la tua coscienza e prendi il cavallo per le redini, comanda tu». Ogni uomo è chiamato a fare un esame di coscienza e a dire a se stesso: «Sì, ho sbagliato, ho avuto tanti fallimenti, tanti insuccessi, ma domani vorrei che questo non succeda». Occorre «prendere coscienza dei propri fallimenti. Tutti ne abbiamo e tutti i giorni e tanti. Ma non spaventarti, soltanto non credere che sono cosa comune, che sono il sale di ogni giorno, no».
Se, ha aggiunto il Pontefice, «prendo dalle redini questa passione e il dominatore sarò io, io sarò il responsabile delle mie azioni». Bastano «soltanto 5 minuti, prima di andare a letto». Chiedersi: «Cosa è successo oggi? Cosa è successo nella mia anima?» per «imparare ad essere più “sovrano” di me stesso, il giorno dopo».
Ha concluso quindi Francesco esortando: «Facciamo questo piccolo esame di coscienza ogni giorno, per convertirci al Signore: “Ma domani cercherò che questo non accada più”. Accadrà, forse, un po’ meno, ma sei riuscito a governare tu e non ad essere governato dalle tue passioni, dalle tante cose che ci succedono, perché nessuno di noi è sicuro di come finirà la propria vita e quando finirà».
Si tratta di soli «5 minuti alla fine della giornata» che, però, «ci aiuteranno, ci aiuteranno tanto a pensare e a non rimandare il cambiamento del cuore e la conversione al Signore. Che il Signore ci insegni con la sua saggezza ad andare su questa via».

 

PAPA FRANCESCO -17 settembre 2019 – La compassione atto di giustizia

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PAPA FRANCESCO -17 settembre 2019 – La compassione atto di giustizia

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Se «la compassione è il linguaggio di Dio», come possono gli uomini girare lo sguardo da un’altra parte, restando indifferenti davanti a chi è povero, solo, fragile? È proprio una questione di «giustizia», ha commentato Papa Francesco ponendosi questa domanda nella messa celebrata martedì mattina, 17 settembre, a Santa Marta.
«In questo passo del Vangelo di Luca — ha fatto subito presente il Pontefice, riferendosi al brano proposto dalla liturgia (7, 11-17) — c’è una parola che si ripete nei Vangeli: compassione. L’evangelista non dice che Gesù “ebbe compassione”, ma che “fu preso dalla compassione” (Luca 7, 13), come se dicesse “fu una vittima della compassione”». In sostanza «la compassione lo prende». Luca lo scrive esplicitamente: «Il Signore fu preso da grande compassione».
E proprio «la compassione — ha spiegato il Papa — gli fa vedere la realtà ultima di quel momento: c’era la grande folla che lo seguiva, c’erano i discepoli, c’era il corteo funebre, la mamma, il morto… ma Lui ha visto la realtà, e la realtà era quella donna, spogliata di tutto perché aveva perso l’unico figlio, e lei era rimasta vedova».
Dunque, ha rilanciato Francesco, «c’era la gente, c’erano gli amici che l’accompagnavano… ma il Signore vede la realtà: una madre sola. Sola oggi e fino alla fine della vita. La compassione ti fa vedere le realtà come sono; la compassione è come la lente del cuore: ci fa capire davvero le dimensioni. E nei Vangeli, Gesù tante volte viene preso dalla compassione». Del resto, ha fatto notare, «la compassione è anche il linguaggio di Dio». Nella Bibbia, «è stato Dio a dire a Mosè: “ho visto il dolore del mio popolo” (Esodo 3, 7); è la compassione di Dio che invia Mosè a salvare il popolo». Perché «il nostro Dio è un Dio di compassione, e la compassione è, possiamo dire, la debolezza di Dio ma anche la sua forza. Quello che di meglio dà a noi: perché è stata la compassione a muoverlo a inviare il Figlio a noi. È un linguaggio di Dio, la compassione».
«Poi — ha continuato Francesco — è vero, la compassione non è un sentimento di pena, semplice: questo è superficiale». Infatti, «anche quando vediamo morire un cane sulla strada, poveretto, sentiamo un po’ di pena». Ma «questa non è compassione. Non è dire “peccato che succedano queste cose”, no». Compassione «è coinvolgersi nel problema degli altri, è giocarsi la vita lì. Il Signore si gioca la vita: va lì, perché è il linguaggio di Dio, la compassione».
«Invece non succede lo stesso con i discepoli: non capiscono» ha affermato il Papa, proponendo «un altro passo della Scrittura, del Vangelo: la moltiplicazione dei pani. C’era la folla che aveva seguito Gesù tutta la giornata, ascoltando, tanta gente… il Vangelo parla di (cfr. Matteo 15, 38 o Marco 8, 9) 5000 uomini oltre alle donne e i bambini (cfr. Matteo 14, 21). Incomincia il buio, nel tardo pomeriggio, e i discepoli vanno da Gesù e gli dicono: “Ma, Signore, questa gente è dal mattino che ci segue: congedali, perché vadano a comprare il pane nei villaggi e noi restiamo tranquilli”. Questo non lo dicono ma lo sentono. È così: “congeda”». Al Signore, in pratica, suggeriscono: «“Dobbiamo finire qui”, erano prudenti, i discepoli… La prudenza ci dice di congedare questa gente. Io credo che in quel momento Gesù si sia arrabbiato, nel cuore, considerata la risposta: “Date loro voi da mangiare! Dopo una giornata così, voi volete che ancora vadano nei villaggi a comprare il pane? Fatevi carico della gente!”».
Dunque, ha proseguito Francesco, «il Signore, dice il Vangelo, ebbe compassione perché vedeva quella gente come pecore senza pastore. Da un lato, c’è il gesto di Gesù, sempre la compassione, e dall’altro lato, l’atteggiamento dei discepoli, egoistico. Questi ultimi cercano una soluzione ma senza compromesso. Non si sporcano le mani. Potevano dire, facendosi carico della gente: “Ma, noi andiamo e portiamo”. No. “Che vadano, che si arrangino”. E qui, se la compassione è il linguaggio di Dio, tante volte il linguaggio umano è l’indifferenza. Farsi carico fino a qui e non pensare oltre: l’indifferenza».
«Uno dei nostri fotografi dell’Osservatore Romano — ha ricordato il Papa — ha scattato una foto, che adesso è nell’Elemosineria, che si chiama “Indifferenza”. Ne ho parlato altre volte, di questo. Una notte d’inverno, davanti a un ristorante di lusso, una signora che vive sulla strada tende la mano a un’altra signora che esce, ben coperta, dal ristorante, e quest’altra signora guarda da un’altra parte. Questa è l’indifferenza. Andate a guardare quella fotografia: questa è l’indifferenza. La nostra indifferenza. Quante volte guardiamo da un’altra parte… E così chiudiamo la porta alla compassione».
A questo proposito il Pontefice ha proposto «un esame di coscienza: Io abitualmente guardo da un’altra parte? O lascio che lo Spirito Santo mi porti sulla strada della compassione? Che è una virtù di Dio…».
«E alla fine — ha detto ancora Francesco — c’è una parola che a me ha toccato, quando ho pregato con il Vangelo, oggi. Gesù dice alla mamma: “Non piangere”, una carezza di compassione; si avvicinò e toccò la bara. Si fermarono i portatori. E poi disse al ragazzo: “Dico a te: alzati!”. Il morto si mise seduto e incominciò a parlare. E come finisce? “Ed Egli lo restituì a sua madre”. Lo restituì: un atto di giustizia. Questa parola si usa in giustizia: restituire. La compassione ci porta sulla via della vera giustizia. Sempre bisogna restituire a coloro che hanno un certo diritto, e questo ci salva sempre dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla chiusura di noi stessi».
Il Papa ha così concluso la sua meditazione: «Continuiamo l’Eucaristia di oggi con questa parola: “Il Signore fu preso da grande compassione”. Che Lui abbia anche compassione di ognuno di noi: ne abbiamo bisogno».

PAPA FRANCESCO – 10.12.19 – Per non vincere il premio Nobel della lamentela

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PAPA FRANCESCO – 10.12.19 – Per non vincere il premio Nobel della lamentela

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 10 dicembre 2019

Il Signore guida il suo popolo, lo consola, ma anche lo corregge e lo punisce con la tenerezza di un padre, di un pastore che «porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri». Così Papa Francesco, nell’omelia della Messa del mattino di martedì 10 dicembre, a Casa Santa Marta, ha risposto alle domande «Come consola, come corregge il Signore?» suscitate dalla liturgia del giorno. La prima lettura infatti, un passo del libro della consolazione d’Israele del profeta Isaia, si apre, ha spiegato il Pontefice, con «un annuncio di speranza». «Consolate, consolate il mio popolo» riferisce così il profeta le parole di Dio «parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata».
«Il Signore ci consola sempre — ha commentato Francesco — a patto che noi ci lasciamo consolare». Dio, ha chiarito, «corregge con la consolazione, ma come?». E ha letto un altro passo di Isaia, quello che parla del Signore buon pastore, che «con il suo braccio» raduna il gregge, «porta gli agnellini sul petto» e con dolcezza conduce «le pecore madri». Il Pontefice ha fatto ripetere «nel cuore» il passo a chi lo ascolta, e commenta: «Ma questo è un passo di tenerezza! Come consola, il Signore? Con tenerezza. Come corregge, il Signore? Con tenerezza. Come punisce, il Signore? Con tenerezza». «Ti immagini — ha insistito — sul petto del Signore, dopo aver peccato?». «Il Signore conduce, — ha proseguito Francesco — il Signore guida il suo popolo, il Signore corregge; anche, io direi: il Signore punisce con tenerezza». È la tenerezza di Dio, sono le carezze di Dio. «Non è un atteggiamento didattico o diplomatico di Dio» ha chiarito ancora il Papa, ma «gli viene da dentro, è la gioia che Lui ha quando un peccatore si avvicina. E la gioia lo rende tenero».
Francesco ha ricordato poi la parabola del Figlio Prodigo e il papà che «vide da lontano» il figlio: perché lo aspettava, «saliva sul terrazzo per vedere se il figlio ritornava. Cuore di padre». E quando arriva, e comincia «quel discorso di pentimento», lui gli tappa la bocca e fa festa. «La vicinanza tenera del Signore», ha commentato ancora il Pontefice. Nel Vangelo torna il pastore, quello che ha cento pecore a una si smarrisce. «Non lascerà le 99 sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?» ha detto il Papa. E «se riesce a trovarla si rallegrerà per quella più che per le 99 che non si erano smarrite». Questa è «la gioia del Signore davanti al peccatore», «davanti a noi quando ci lasciamo perdonare, ci avviciniamo a Lui perché ci perdoni». Una gioia che «si fa tenerezza, e quella tenerezza ci consola».
«Tante volte — ha spiegato Francesco — noi ci lamentiamo delle difficoltà che abbiamo: il diavolo vuole che noi cadiamo nello spirito di tristezza», «amareggiati della vita» o «dei propri peccati». E ha ricordato: «Ho conosciuto una persona consacrata a Dio che chiamavano “Lamentela”, perché non riusciva a fare altra cosa che lamentarsi»: era «il premio Nobel delle lamentele». «Ma quante volte noi ci lamentiamo», e «pensiamo che i nostri peccati, i nostri limiti non possono essere perdonati». Invece, la voce del Signore viene e dice: «Io ti consolo, sono vicino a te», e ci prende con tenerezza. «Il Dio potente che ha creato i cieli e la terra — ha osservato Francesco — il Dio-eroe, per dirla così, fratello nostro, che si è lasciato portare alla croce a morire per noi, è capace di accarezzarci e dire: “Non piangere”». «Con quanta tenerezza — ha proseguito il Pontefice — il Signore avrà accarezzato la vedova di Nain quando le ha detto: “Non piangere”». Forse, davanti alla bara del figlio, l’ha accarezzata prima di dirle «Non piangere». Perché «c’era il disastro, lì». «Dobbiamo credere a questa consolazione del Signore» perché dopo «c’è la grazia» del perdono.
In conclusione Francesco ha ripreso il dialogo con il suo penitente immaginario: «Padre, io ho tanti peccati, tanti sbagli ho fatto, nella vita». «Ma lasciati consolare» risponde. «Ma chi mi consola?» chiede ancora il penitente. «Il Signore». «E dove devo andare?» è l’ultima domanda del penitente. «A chiedere perdono: vai, vai! Sii coraggioso. Apri la porta. E Lui ti accarezzerà». «Lui — ha concluso il Papa — si avvicinerà con la tenerezza di un padre, di un fratello: come un pastore fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri, così il Signore ci consola».

Publié dans:PAPA FRANCESCO - OMELIE QUOTIDIANE |on 12 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Elogio della piccolezza (3.12.19)

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PAPA FRANCESCO – Elogio della piccolezza (3.12.19)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 3 dicembre 2019

Solo su un cuore umile può germogliare lo Spirito di Dio. La rivelazione di Dio, infatti, ha detto Papa Francesco nella messa celebrata la mattina di martedì 3 dicembre a Casa Santa Marta, comincia sempre nella piccolezza che però non significa chiusura in se stessi, piuttosto fiducia nel Signore e quindi capacità di rischiare. «La liturgia di oggi — ha esordito il Pontefice — parla delle cose piccole, parla di ciò che è piccolo, possiamo dire che oggi è la giornata del piccolo». La prima lettura è tratta dal libro del profeta Isaia dove si annuncia: «In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore…». «La Parola di Dio fa l’elogio del piccolo», ha detto il Papa, e fa una promessa, la promessa di un germoglio che spunterà e che cosa è più piccolo di un germoglio? Eppure «su di lui si poserà lo Spirito del Signore». E Francesco ha commentato: «La redenzione, la rivelazione, la presenza di Dio nel mondo incomincia così e sempre è così. La rivelazione di Dio si fa nella piccolezza. Piccolezza, sia umiltà sia… tante cose, ma nella piccolezza. I grandi — ha continuato — si presentano potenti, pensiamo alla tentazione di Gesù nel deserto, come Satana si presenta potente, padrone di tutto il mondo: “Io ti do tutto, se tu…”. Invece le cose di Dio incominciano germogliando, da un seme, piccole».
E Gesù, nella pagina odierna del Vangelo, parla di questa piccolezza, gioisce e ringrazia il Padre perché si è rivelato non ai potenti, ma ai piccoli e Francesco ricorda che a Natale «andremo tutti al presepe dove c’è la piccolezza di Dio». Quindi un richiamo forte: «In una comunità cristiana dove i fedeli, i sacerdoti, i vescovi, non prendono questa strada della piccolezza — ha avvertito il Papa — manca futuro, crollerà. Lo abbiamo visto nei grandi progetti della storia: cristiani che cercavano di imporsi, con la forza, la grandezza, le conquiste… Ma il Regno di Dio germoglia nel piccolo, sempre nel piccolo, il seme piccolo, il seme di vita. Ma — ha detto ancora Francesco — il seme da solo non può. E c’è un’altra cosa che aiuta e che dà la forza: “In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore”».
«Lo Spirito sceglie il piccolo, sempre», ha sottolineato ancora il Papa, perché «non può entrare nel grande, nel superbo, nell’autosufficiente». È al cuore piccolo che avviene la rivelazione del Signore. Il Papa ha parlato dunque degli studiosi di teologia per sottolineare come i teologi «non sono coloro che sanno tante cose di teologia», questi si potrebbero chiamare «enciclopedisti» della teologia. «Sanno tutto — ha commentato — ma sono incapaci di fare teologia perché la teologia si fa in ginocchio, facendoci piccoli». E dunque, ha sottolineato ancora, «il vero pastore sia sacerdote, vescovo, papa, cardinale, chiunque sia, se non si fa piccolo, non è un pastore». Piuttosto è un capo ufficio. E questo vale per tutti. «Da quello che ha una funzione che sembra più importante nella Chiesa, alla povera vecchietta che fa le opere di carità di nascosto».
Papa Francesco ha sgombrato poi il campo da un dubbio che potrebbe sorgere e cioè che la strada della piccolezza porti alla pusillanimità, cioè alla chiusura in se stessi, alla paura. E ha detto che al contrario «la piccolezza è grande», è capacità di rischiare «perché non ha niente da perdere». Ha spiegato che è proprio la piccolezza a portare alla magnanimità, perché ci fa capaci di andare oltre noi stessi sapendo che la grandezza la dà Dio. E ha citato una frase di san Tommaso d’Aquino, contenuta nella Summa teologica, che spiega come debba comportarsi, davanti alle sfide del mondo, un cristiano che si sente piccolo, per non vivere da codardo. «San Tommaso dice così, la sintesi è così — ha riferito il Papa —: “Non spaventarsi delle cose grandi — oggi ce lo dimostra anche san Francesco Saverio — non spaventarsi, andare avanti; ma nello stesso tempo, tenere conto delle cose più piccole, questo è divino”». E ha proseguito: «Un cristiano parte sempre dalla piccolezza. Se io nella mia preghiera mi sento piccolo, con i miei limiti, i miei peccati, come quel pubblicano che pregava in fondo alla chiesa, vergognoso: “Abbi pietà di me che sono peccatore”, andrai avanti. Ma se tu credi di essere un buon cristiano, pregherai come quel fariseo che non uscì giustificato: “Ti rendo grazie, Dio, perché sono grande”. No, ringraziamo Dio perché siamo piccoli».
Papa Francesco ha concluso la sua omelia dicendo che a lui piace tanto amministrare il Sacramento della Confessione e soprattutto gli piace confessare i bambini. Le loro confessioni, ha affermato, sono bellissime, perché raccontano i fatti concreti: «Ho detto questa parola», ad esempio, e te la ripete. Il Papa infine ha commentato: «La concretezza di quello che è piccolo. “Signore, io sono peccatore perché faccio questo, questo, questo, questo… Questa è la mia miseria, la mia piccolezza. Ma invia il tuo Spirito perché io non abbia paura delle cose grandi, non abbia paura che tu faccia delle cose grandi nella mia vita”».

PAPA FRANCESCO – Dalle lamentele alla speranza (3.4.13)

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PAPA FRANCESCO – Dalle lamentele alla speranza (3.4.13)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Mercoledì, 3 aprile 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 78, Giov. 04/04/2013)

Le lamentele fanno male al cuore. Sono cattive; e non soltanto quelle contro gli altri «ma anche quelle contro noi stessi, quando tutto ci appare amaro». Con queste considerazioni sulla vita quotidiana Papa Francesco ha reso attuale l’episodio dei discepoli di Emmaus — narrato dall’evangelista Luca (24, 13-35) — durante l’omelia tenuta mercoledì, 3 aprile, durante la consueta messa nella cappella della Domus Sanctae Marthae, alla quale questa mattina hanno partecipato i dipendenti della Domus Romana Sacerdotalis.
Il Pontefice nel commentare il Vangelo si è soffermato sullo smarrimento dei discepoli per la morte del maestro al punto tale che «pensarono — ha detto il Papa — fosse bene andarsene dalla città. Ma, poveretti parlavano sempre di quello, no? e si lamentavano. Si può dire che questo sia un po’ il giorno delle lamentele». Ma questi discorsi non facevano altro che farli chiudere in loro stessi. E in cuor loro pensavano: «Noi avevamo avuto tanta speranza, ma tutto è fallito». E in questa situazione, ha detto il Pontefice, «cucinavano la loro vita nel succo delle loro lamentele, e andavano avanti così». Da qui il riferimento a tutti noi. «Io penso — ha aggiunto — tante volte che anche noi, quando succedono cose difficili, anche quando ci visita la Croce, corriamo questo pericolo di rinchiuderci nelle lamentele». Eppure, anche in quel momento il Signore «è vicino a noi, ma non lo riconosciamo. Cammina con noi. Ma non lo riconosciamo. Ci parla anche, e noi non sentiamo». Il lamento è per noi come «una sicurezza: questa è la mia verità, il fallimento. Non c’è più speranza». E con questi pensieri anche i discepoli continuavano a camminare. E «Gesù cosa faceva? Ebbe pazienza nei loro confronti. Prima li ascolta, poi spiega loro lentamente. E poi, alla fine, si fa vedere». Gesù, ha aggiunto «fa così con noi. Anche nei momenti più oscuri, lui è sempre con noi, cammina con noi. E alla fine ci fa vedere la sua presenza». Tornando alle lamentele, che «sono cattive» perché «ci tolgono la speranza», Papa Francesco ha esortato a non entrare «in questo gioco di vivere di lamenti» perché la presenza del Signore si è resa evidente «quando ha spezzato il pane» e i discepoli hanno potuto vedere «le piaghe», poi «lui è scomparso». Bisogna avere speranza e fiducia in Dio che «ci accompagna sempre nel nostro cammino» anche nelle ore più oscure. «Siamo sicuri, siamo sicuri — ha concluso — che il Signore mai ci abbandona: sempre è con noi, anche nel momento difficile. E non cerchiamo rifugio nelle lamentele: ci fanno male al cuore».

 

PAPA FRANCESCO – Gioia cristiana (2018)

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PAPA FRANCESCO – Gioia cristiana (2018)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 28 maggio 2018

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.120, 29/05/2018)

A spezzare le risate forzate di «una cultura non gioiosa che inventa di tutto per spassarsela», offrendo «dappertutto pezzettini di dolce vita», ci pensa la vera gioia del cristiano. Che «non si compra al mercato» ma è «un dono dello Spirito», custodito dalla fede e sempre «in tensione tra memoria della salvezza e speranza». È stata tutta incentrata sulla gioia come autentico «respiro del cristiano» l’omelia pronunciata da Papa Francesco durante la messa di lunedì 28 maggio a Santa Marta.
Prendendo spunto dal passo evangelico di Marco (10, 17-27), il Pontefice fatto notare che «questo giovane che voleva andare avanti nella vita del servizio di Dio, che aveva sempre vissuto secondo i comandamenti e anche che è stato capace di attirare a sé l’amore di Gesù, quando sentì la condizione che Gesù gli dà “si fece oscuro in volto e se ne andò rattristato”». In pratica «è uscito dal cuore l’atteggiamento, l’atteggiamento, le radici della sua personalità». Come a dire: «Sì, io voglio seguire il Signore, andare col Signore, ma le ricchezze non toccarle». Perché, ha insistito il Papa, quel giovane «era imprigionato nelle ricchezze, non era libero e per questo se ne andò triste».
«Invece nella prima lettura san Pietro ci parla della gioia, non della tristezza ma della gioia cristiana» ha proseguito il Pontefice, ricordando il brano tratto dalla prima lettera dell’apostolo (1, 3-9). «Questo giovane se ne è andato triste perché non era libero, era schiavo» ha spiegato. E «san Pietro ci dice: “siate ricolmi di gioia”, esultate di gioia». È «forte» l’espressione di Pietro: «Ricolmi di gioia, esultare di gioia».
Ma «cosa è la gioia?» si è chiesto Francesco, riferendosi a quella gioia «che Pietro ci chiede di avere e che il giovane non ha potuto avere perché era prigioniero di altri interessi». Il Papa ha definito «la gioia cristiana» come «il respiro del cristiano». Perché «un cristiano che non è gioioso nel cuore — ha affermato — non è un buon cristiano».
La gioia dunque, ha affermato il Pontefice, «è il respiro, il modo di esprimersi del cristiano». Del resto, ha fatto notare, la gioia «non è una cosa che si compra o io la faccio con lo sforzo: no, è un frutto dello Spirito Santo». Perché, ha ricordato, a causare «la gioia nel cuore è lo Spirito Santo». C’è «la gioia cristiana se noi siamo in tensione fra il ricordo — la memoria di essere rigenerati, come dice san Pietro, che ci ha salvato Gesù — e la speranza di quello che ci aspetta». E «quando una persona è in questa tensione, è gioiosa».
Ma, ha avvertito il Papa, «se noi dimentichiamo quello che ha fatto il Signore per noi, dare la vita, rigenerarci — è forte la parola, “rigenerarci”, una nuova creazione come dice la liturgia — e se noi non guardiamo a quello che ci aspetta, l’incontro con Gesù Cristo, se noi non abbiamo memoria, non abbiamo speranza, non possiamo avere gioia». Magari «abbiamo sì sorrisi, sì, ma la gioia no».
Oltretutto, ha rilanciato Francesco, «non si può vivere cristianamente senza gioia, almeno nel suo primo grado che è la pace». Infatti «il primo scalino della gioia è la pace: sì, quando vengono le prove, come dice san Pietro, uno soffre; ma scende e trova la pace e quella pace non può toglierla nessuno». Ecco perché «il cristiano è un uomo, una donna di gioia, un uomo, una donna di consolazione: sa vivere in consolazione, la consolazione della memoria di essere rigenerato e la consolazione della speranza che ci aspetta». Proprio «questi due fanno quella gioia cristiana e l’atteggiamento».
«La gioia non è vivere di risata in risata, no, non è quello» ha messo in guardia il Pontefice. E «la gioia — ha aggiunto — non è essere divertente, no, non è quello, è un’altra cosa». Perché «la gioia cristiana è la pace, la pace che c’è nelle radici, la pace del cuore, la pace che soltanto Dio ci può dare: questa è la gioia cristiana». Il Papa ha fatto presente che «non è facile custodire questa gioia». E «l’apostolo Pietro dice che è la fede che la custodisce: io credo che Dio mi ha rigenerato, credo che mi darà quel premio». Proprio «questa è la fede e con questa fede si custodisce la gioia, si custodisce la consolazione». Dunque «la gioia, la consolazione, ma soltanto è la fede a custodirla».
«Noi — ha riconosciuto il Papa — viviamo in una cultura non gioiosa, una cultura dove si inventano tante cose per divertirci, spassarsela; ci offrono dappertutto pezzettini di dolce vita». Ma «questa non è la gioia — ha spiegato — perché la gioia non è una cosa che si compra nel mercato: è un dono dello Spirito».
In questa prospettiva Francesco ha suggerito di guardare dentro se stessi, domandandosi: «Com’è il mio cuore? È pacifico, è gioioso, è in consolazione?». Di più, ha rilanciato il Pontefice, «anche nel momento del turbamento, nel momento della prova, quel mio cuore è un cuore non inquieto bene, con quella inquietudine che non è buona: c’è un’inquietudine buona ma ce n’è un’altra che non è buona, quella di cercare le sicurezze dappertutto, quella di cercare il piacere dappertutto». Come «il giovane del Vangelo: aveva paura che se lasciava le ricchezze non sarebbe stato felice».
Perciò «la gioia, la consolazione» sono «il nostro respiro di cristiani». E così, ha suggerito Francesco, «chiediamo allo Spirito Santo che ci dia sempre questa pace interiore, quella gioia che nasce dal ricordo della nostra salvezza, della nostra rigenerazione e dalla speranza di quello che ci aspetta». Perché «soltanto così si può dire “sono cristiano”». Infatti non ci può essere «un cristiano oscuro, rattristato, come questo giovane che “a queste parole si fece oscuro in volto, se ne andò rattristato”». Di certo «non era cristiano: voleva essere vicino a Gesù ma ha scelto la propria sicurezza, non quella che dà Gesù».
Per questo, ha concluso il Papa, «chiediamo allo Spirito Santo che ci dia gioia, che ci dia la consolazione, almeno nel primo grado: la pace». Consapevoli che «essere uomo e donna di gioia significa essere uomo e donna di pace, significa essere uomo e donna di consolazione: che lo Spirito Santo ci dia questo».

PAPA FRANCESCO – MEDITAZIONE MATTUTINA 16.5.14 – Tre porte

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PAPA FRANCESCO – MEDITAZIONE MATTUTINA 16.5.14 – Tre porte

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Tre porte

Venerdì, 16 maggio 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.111, Sab. 17/05/2014)

Pregare, celebrare, imitare Gesù: sono le tre “porte” — da aprire per trovare «la via, per andare alla verità e alla vita» — che Papa Francesco ha indicato stamane, venerdì 16 maggio, durante la messa nella cappella della casa Santa Marta. Secondo il Pontefice, infatti, Gesù non si lascia studiare a tavolino e chi prova a farlo rischia di scivolare nell’eresia. Al contrario occorre chiedersi continuamente come vanno nella nostra vita la preghiera, la celebrazione e l’imitazione di Cristo. «Pensiamo a queste tre porte e ci faranno bene a tutti» ha detto, suggerendo di iniziare con la lettura del libro del Vangelo, che troppo spesso rimane «pieno di polvere, perché mai si apre. Prendilo, aprilo — ha esortato — e troverai Gesù».
Dopo aver ricordato che la riflessione precedente era stata incentrata sul fatto che «la vita cristiana è sempre andare nella strada e non andare da soli», sempre «nella Chiesa, nel popolo di Dio», il vescovo di Roma ha fatto notare come nelle letture liturgiche del giorno — tratte dagli Atti degli apostoli (13, 26-33) e dal vangelo di Giovanni (14 1, 6) — sia lo stesso Gesù a dirci «che lui è la strada: Io sono la via, la verità e la vita. Tutto. Io ti do la vita, io mi manifesto come verità e se tu vieni con me, sono la via». Ecco allora che per conoscere colui che si presenta «come via, verità e vita» occorre mettersi in «cammino». Anzi, secondo Papa Francesco «la conoscenza di Gesù è il lavoro più importante della nostra vita». Anche perché conoscendo lui si arriva a conoscere il Padre.
Ma, si è domandato il Pontefice, «come possiamo conoscere Gesù?». Con quanti rispondono che «si deve studiare tanto» il vescovo di Roma si è detto d’accordo e ha invitato a «studiare il catechismo: un bel libro, il Catechismo della Chiesa cattolica, dobbiamo studiarlo». Ma, ha subito aggiunto, non ci si può limitare a «credere che conosceremo Gesù solo con lo studio». Qualcuno, infatti, ha «questa fantasia che le idee, solo le idee, ci porteranno alla conoscenza di Gesù». Anche «tra i primi cristiani» alcuni la pensavano in questo modo «e alla fine sono finiti un po’ ingarbugliati nei loro pensieri». Perché «le idee sole non danno vita» e, dunque, chi va per questa strada «finisce in un labirinto» da cui «non esce più». Proprio per tale motivo, sin dagli inizi, nella Chiesa «ci sono le eresie», le quali sono questo «cercare di capire soltanto con le nostre menti chi è Gesù». In proposito il Papa ha ricordato le parole di «un grande scrittore inglese», Gilbert Keith Chesterton, che definiva l’eresia un’idea diventata pazza. In effetti, ha detto il Papa, «è così: quando le idee sono sole, diventano pazze».
Da qui l’indicazione delle tre porte da aprire per «conoscere Gesù». Soffermandosi sulla prima — pregare — il Pontefice ha ribadito che «lo studio senza preghiera non serve. I grandi teologi fanno teologia in ginocchio». Se infatti «con lo studio ci avviciniamo un po’, senza preghiera mai conosceremo Gesù».
Quanto alla seconda — celebrare — il vescovo di Roma ha affermato che anche la preghiera da sola «non basta; è necessaria la gioia della celebrazione: celebrare Gesù nei suoi sacramenti, perché lì ci dà la vita, ci dà la forza, ci dà il pasto, ci dà il conforto, ci dà l’alleanza, ci dà la missione. Senza la celebrazione dei sacramenti non arriviamo a conoscere Gesù. E questo è proprio della Chiesa».
Infine, per aprire la terza porta, quella dell’imitatio Christi, la consegna è di prendere il vangelo per scoprirvi «cosa ha fatto lui, com’era la sua vita, cosa ci ha detto, cosa ci ha insegnato», in modo da «cercare di imitarlo». In conclusione il Papa ha spiegato che attraversare queste tre porte significa «entrare nel mistero di Gesù». Infatti noi «possiamo conoscerlo soltanto se siamo capaci di entrare nel suo mistero». E non bisogna avere paura di farlo.
Al termine dell’omelia Papa Francesco ha quindi invitato a pensare «durante la giornata, come va la porta della preghiera nella mia vita: ma — ha precisato — la preghiera del cuore» quella vera.

 

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PAPA FRANCESCO – 28 febbraio 2019 – Cinque minuti di saggezza

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PAPA FRANCESCO – 28 febbraio 2019 – Cinque minuti di saggezza

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 28 febbraio 2019

Nel vortice di una vita in cui l’uomo tende a confidare «nel potere», «nella salute», «nelle ricchezze», egli va avanti, «temerario», pensando di poter fare quello che vuole. E perde consapevolezza della «relatività della vita». Occorre invece — ha suggerito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 28 febbraio — avere la saggezza di fermarsi, ogni giorno, anche solo 5 minuti, per fare un esame di coscienza che ricostruisca una corretta gerarchia di valori e permetta di ripartire più «sovrani di se stessi».
La riflessione del Pontefice ha preso le mosse dalla lettura del Vangelo del giorno (Marco, 9, 41-50) nel quale si incontra Gesù che offre un «insieme di consigli». Di questi, ha sottolineato Francesco, «l’ultimo è un bel consiglio: “Abbiate sale in voi stessi, siate in pace gli uni con gli altri”». Con l’espressione “Abbiate sale”, ha spiegato il Papa, «il Signore vuole dire: abbiate saggezza, che la vostra vita sia saggia». Un invito necessario, perché «la saggezza non è scontata», non è garantita, ad esempio, dal fatto di essere «andato all’università». No, «la saggezza è una cosa di tutti i giorni», che viene dal riflettere sulla vita e dal trarre «le conseguenze dell’esperienza della vita».
È un aspetto, questo, su cui si sofferma anche la prima lettura (Siracide 5, 1-10). Il brano esordisce proprio con l’espressione: «Non confidare…». In cosa? si è chiesto il Pontefice: «Nel tuo potere, nella tua salute, nelle tue ricchezze, nelle cose che hai… Questo è molto buono ma non fidarti di questo perché queste cose sole non ti porteranno al successo». Recita la Scrittura: «Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: “Basto a me stesso”». È come leggere, ha notato il Papa, «un consiglio di un padre al figlio, di un nonno al nipote», si tratta di «un consiglio saggio», e cioè: «Fermati ogni giorno un po’ e pensa a come hai vissuto quella giornata. Non seguire il tuo istinto, la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore».
Di fatto, ha detto il Pontefice approfondendo il concetto, «tutti abbiamo passioni. Ma stai attento, domina le passioni. Prendile in mano, le passioni non sono cose cattive, sono, diciamo così, il “sangue” per portare avanti tante cose buone ma se tu non sei capace di dominare le tue passioni, saranno loro a dominarti».
Ecco allora l’appello accorato: «Fermati, fermati». Non bisogna lasciarsi vincere dalla superbia: «Non dire: “Chi mi dominerà? Chi riuscirà a sottomettermi per quello che ho fatto?”» perché, ha aggiunto, «Mai si sa che cosa succede nella vita».
Soffermandosi a riflettere sulla «relatività della vita», il Papa ha ricordato, parafrasandoli, i versetti di un salmo che lo «colpisce tanto» (37, 35-36): «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato a passare e non c’era più». E ha suggerito: «Pensiamo ai nostri nonni. Forse pochi di noi ancora hanno dei nonni, ma loro vivevano la vita concreta di tutti i giorni, e oggi non ci sono più». E ancora: «I nostri nipotini diranno: “Ah, i nostri nonni”, noi. E non ci saremo più…». Aggiungendo un consiglio a ogni uomo: «Fermati, pensa, non sei eterno», è questa «la saggezza della vita».
L’uomo non deve farsi vincere dalla tentazione di dire: «Ma si può fare un po’ di tutto perché ho peccato… e che cosa mi è successo?», non deve essere «così temerario, così azzardato da credere» che comunque se la caverà: «Non si può contare sul fatto che “Ah, me la sono cavata fino a adesso, me la caverò…”. No. Te la sei cavata, sì, ma adesso non sai… Non dire: “La compassione di Dio è grande, mi perdonerà i molti peccati”, e così io vado avanti facendo quello che voglio. Non dire così».
Cosa fare? il consiglio viene dal brano del Siracide, che il Papa considera come «il consiglio ultimo di questo padre, di questo “nonno”: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non aspettare a convertirti, a cambiare vita, a perfezionare la tua vita, a togliere da te quell’erba cattiva, tutti ne abbiamo…». Un richiamo che giunge chiaro all’uomo dalla Scrittura: «Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore». Così come si legge: «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato non c’era più», e ancora: «Non confidare in ricchezze ingiuste, non ti gioveranno nel giorno della sventura».
Si tratta, ha sottolineato il Papa, di «una parola positiva, che ci aiuterà tanto: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non rimandare di giorno in giorno il cambiamento della tua vita». Perciò «Se tu sai che hai questo difetto, fermati, prima di andare a letto, un minuto; esamina la tua coscienza e prendi il cavallo per le redini, comanda tu». Ogni uomo è chiamato a fare un esame di coscienza e a dire a se stesso: «Sì, ho sbagliato, ho avuto tanti fallimenti, tanti insuccessi, ma domani vorrei che questo non succeda». Occorre «prendere coscienza dei propri fallimenti. Tutti ne abbiamo e tutti i giorni e tanti. Ma non spaventarti, soltanto non credere che sono cosa comune, che sono il sale di ogni giorno, no».
Se, ha aggiunto il Pontefice, «prendo dalle redini questa passione e il dominatore sarò io, io sarò il responsabile delle mie azioni». Bastano «soltanto 5 minuti, prima di andare a letto». Chiedersi: «Cosa è successo oggi? Cosa è successo nella mia anima?» per «imparare ad essere più “sovrano” di me stesso, il giorno dopo».
Ha concluso quindi Francesco esortando: «Facciamo questo piccolo esame di coscienza ogni giorno, per convertirci al Signore: “Ma domani cercherò che questo non accada più”. Accadrà, forse, un po’ meno, ma sei riuscito a governare tu e non ad essere governato dalle tue passioni, dalle tante cose che ci succedono, perché nessuno di noi è sicuro di come finirà la propria vita e quando finirà».
Si tratta di soli «5 minuti alla fine della giornata» che, però, «ci aiuteranno, ci aiuteranno tanto a pensare e a non rimandare il cambiamento del cuore e la conversione al Signore. Che il Signore ci insegni con la sua saggezza ad andare su questa via».

PAPA FRANCESCO – A braccio di ferro con Dio – 4 aprile 2019

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PAPA FRANCESCO – A braccio di ferro con Dio – 4 aprile 2019

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Pregare sul serio significa fare persino a «braccio di ferro» con Dio o anche «balbettare»: l’importate è che non si faccia come i pappagalli cavandosela con due paroline «da niente». E «ce la metto tutta» è l’espressione scelta da Papa Francesco per indicare l’atteggiamento giusto nella preghiera, così come in ogni altro aspetto della vita, «perché per pregare ci vuole coraggio». È il suggerimento che il Pontefice ha proposto nella messa di giovedì mattina 4 aprile, a Santa Marta. Alla celebrazione era presente, in forma privata, il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella.
«Durante la Quaresima, ci prepariamo alla Pasqua con tre opere: la preghiera, il digiuno e la carità» ha subito affermato il Pontefice. «Oggi nella prima lettura — ha fatto presente riferendosi al passo del libro dell’Esodo (32,7-14) — la Chiesa ci parla della preghiera e specialmente della preghiera di intercessione: cioè l’intercessione di Mosè. Il Signore, possiamo dire, si è arrabbiato: “Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori” così dice Dio a proposito del popolo che si era fatto un vitello d’oro». E «Mosè, che vuole salvare il popolo, perché si sente uno di loro, incomincia a pregare, cioè a convincere il Signore di non punirli».
È «la preghiera di intercessione, ma con la persuasione e gli parla come un maestro al discepolo: “Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto? Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti Signore dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo”».
Dunque Mosè, ha spiegato il Papa, «incomincia a persuadere Dio, con una mitezza, ma anche fermezza: “Ricordati Signore di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato”». E «così ricorda a Dio le sue promesse, come se dicesse “ma, Signore, non fare brutta figura, tu hai fatto tutto questo”. È una preghiera di intercessione».
«Il Signore, quando dice a Mosè della sua ira, gli fa una promessa: “Di te invece farò una grande nazione”. Ma Mosè: “No, o con il popolo o niente. Se tu fai perire questo popolo, cancella anche me”». E questa è, ha detto Francesco, «l’intercessione con la persuasione. È un modo di intercedere. E nella Bibbia ci sono parecchi, parecchi, passi di intercessione: un altro, per esempio, è quello di Abramo, quando il Signore dice ad Abramo che distruggerà Sodoma. E Abramo, un uomo che aveva lottato nella vita, che anche aveva un nipote che ci abitava, voleva salvarla. E non lo fa con la persuasione, lo fa con il mercanteggiamento, come fa una donna sul prezzo, quando va a comprare al mercato: negozia. Dice: “Ma Signore, aspetta un po’… Ma, se fossero 40 giusti, se sono 40, io non distruggerò”. Poi, fa il conto e vede che non ci saranno. “Ma scusami Signore, e se fossero 30?”. “Non distruggerò”. “E se 20, se…” Alla fine, si rende conto che solo la famiglia di suo nipote è giusta. È un altro modo di intercedere: negoziare con il Signore. Così fa Abramo, la sua preghiera».
«Nella Bibbia ci sono tanti casi — ha proseguito Francesco — ma pensiamo ad un altro modo di intercedere: pensiamo ad Anna, la mamma di Samuele che, in silenzio, in silenzio, balbetta a bassa voce, muove le labbra, e sta lì, pregando, pregando, pregando, balbettando davanti al Signore, al punto che il sacerdote è lì che la guardava da vicino, e pensava fosse ubriaca. Lei sta chiedendo al Signore un figlio: l’angoscia di una donna; ma lì, intercede, davanti a Dio. Poi c’è un’altra signora, coraggiosa pure, nel Vangelo, la Cananea, che non usa la persuasione, non usa il mercanteggiamento, non usa l’insistenza silenziosa. Quando Gesù le dice: “Non posso, perché io sono per coloro del popolo di Israele. Io non posso dare il pane ai cagnolini”. Questa non si spaventa: “Ma anche i cagnolini mangiano le briciole del pane che cadono a terra”. E ottiene quello che vuole».
Il Pontefice ha rilanciato ricordando, dunque, che «ci sono nella Bibbia tanti esempi di preghiera di intercessione, con altrettante modalità. È vero, ci vuole coraggio per pregare così, perché nella preghiera si deve avere coraggio. Quella parresia, quel coraggio di parlare a Dio faccia a faccia. E delle volte, quando uno vede come questa gente lotta con il Signore per avere qualcosa, uno pensa che lo fanno come se facessero il braccio di ferro con Dio, e così per arrivare a quello che chiedono: perché sono convinti, hanno fede che il Signore può dare la grazia».
«Ci vuole tanto coraggio per pregare così — ha insistito il Papa — e noi invece siamo tiepidi tante volte. Qualcuno ci dice: “Ma prega perché ho questo problema, quell’altro…” Sì, sì, dico due “Padre Nostro”, due “Ave Maria”, e mi dimentico… No, la preghiera del pappagallo non va. La vera preghiera è questa: con il Signore. E quando io devo intercedere, devo farlo così, con coraggio».
«La gente, nel parlato comune, usa un’espressione che a me dice tanto, quando vuole arrivare a qualcosa: “Ce la metto tutta”» ha affermato il Pontefice. «Nella preghiera di intercessione questo vale pure: “Ce la metto tutta”. Il coraggio di andare avanti. Ma forse può venire il dubbio: “Ma io faccio questo, ma come so che il Signore mi ascolta?” Noi abbiamo una sicurezza: Gesù. Lui è il grande intercessore. Lui è asceso al Cielo, è davanti al Padre ad intercedere per noi. Lui fa la preghiera di intercessione continuamente. Prima della Passione, lo aveva detto a Pietro: “Pietro, Pietro, io pregherò per te, perché la tua fede non venga meno”. Quella intercessione di Gesù: Gesù prega per noi, in questo momento. E quando io prego, sia con la persuasione, sia con la negoziazione, sia balbettando, sia discutendo con il Signore, ma è Lui che prende la mia preghiera e la presenta al Padre».
«Gesù non ha bisogno di parlare davanti al Padre: gli fa vedere le sue piaghe» ha rilanciato il Pontefice. «Il Padre vede le piaghe e concede la grazia. Quando noi preghiamo, pensiamo che lo facciamo con Gesù. Quando facciamo la preghiera di intercessione coraggiosa, lo facciamo con Gesù: Gesù è il nostro coraggio, Gesù è la nostra sicurezza, che in questo momento intercede per noi».
«Che il Signore ci dia la grazia di intraprendere questo cammino, di imparare ad intercedere» ha auspicato il Papa. E «quando qualcuno ci chiede di pregare, non farlo con due preghierine da niente, no: farlo sul serio, nella presenza di Gesù, con Gesù, che intercede per tutti noi davanti al Padre».

 

PAPA FRANCESCO – Il padrone del tempo (25.11.2013)

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PAPA FRANCESCO – Il padrone del tempo (25.11.2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 25 novembre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 272, Merc. 27/11/2013)

Guai a illudersi di essere padroni del nostro tempo. Si può essere padroni del momento che stiamo vivendo, ma il tempo appartiene a Dio ed egli ci dona la speranza per viverlo. C’è tanta confusione oggi nel determinare a chi effettivamente appartenga il tempo, ma — ha avvertito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata martedì mattina, 26 novembre, nella cappella di Santa Marta — non dobbiamo lasciarci ingannare. E ha spiegato il perché e il come soffermandosi a riflettere su quanto propongono le letture di quest’ultimo periodo dell’anno liturgico, durante il quale «la Chiesa ci fa riflettere sulla fine».
San Paolo, ha notato il Papa, «tante volte torna su questo e lo dice molto chiaramente: “La facciata di questo mondo sparirà”. Ma questa è un’altra cosa. Le letture spesso parlano di distruzione, di fine, di calamità». Quella verso la fine è una strada che deve percorrere ognuno di noi, ogni uomo, tutta l’umanità. Ma mentre la percorriamo «il Signore ci consiglia due cose — ha specificato il Pontefice —. Due cose che sono diverse a seconda di come viviamo. Perché differente è vivere nel momento e differente è vivere nel tempo». E ha sottolineato che «il cristiano è, uomo o donna, colui che sa vivere nel momento e sa vivere nel tempo».
Il momento, ha aggiunto il vescovo di Roma, è quello che abbiamo in mano nell’istante in cui viviamo. Ma non va confuso con il tempo perché il momento passa. «Forse noi — ha precisato — possiamo sentirci padroni del momento». Ma, ha aggiunto, «l’inganno è crederci padroni del tempo. Il tempo non è nostro. Il tempo è di Dio». Certamente il momento è nelle nostre mani e abbiamo anche la libertà di prenderlo come più ci aggrada, ha spiegato ancora il Papa. Anzi «noi possiamo diventare sovrani del momento. Ma del tempo c’è solo un sovrano: Gesù Cristo. Per questo il Signore ci consiglia: “Non lasciatevi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: Sono io, e il tempo è vicino? Non andate dietro a loro (Daniele, 2, 31-45). Non lasciatevi ingannare nella confusione».
Ma come è possibile superare questi inganni? Il cristiano, ha spiegato il Santo Padre, per vivere il momento senza lasciarsi ingannare deve orientarsi con la preghiera e il discernimento. «Gesù rimprovera quelli che non sapevano discernere il momento», ha aggiunto il Papa che ha poi fatto riferimento alla parabola del fico (Marco, 13, 28-29), nella quale Cristo riprende quanti sono capaci di intuire l’arrivo dell’estate dal germogliare del fico e non sanno invece riconoscere i segni di questo «momento, parte del tempo di Dio».
Ecco a cosa serve il discernimento, ha spiegato: «per conoscere i veri segni, per conoscere la strada che dobbiamo prendere in questo momento». La preghiera, ha proseguito il Pontefice, è necessaria per vivere bene questo momento.
Invece per quanto riguarda il tempo, «del quale soltanto il Signore è Padrone», noi — ha ribadito il Pontefice — non possiamo fare nulla. Non c’è infatti virtù umana che possa servire a esercitare qualche potere sul tempo. L’unica virtù possibile per guardare al tempo «deve essere regalata dal Signore: è la speranza».
Preghiera e discernimento per il momento; speranza per il tempo: «così il cristiano si muove su questa strada del momento, con la preghiera e il discernimento. Ma lascia il tempo alla speranza. Il cristiano sa aspettare il Signore in ogni momento; ma spera nel Signore alla fine dei tempi. Uomo e donna di momenti e di tempo, di preghiera e discernimento e di speranza».
E l’invocazione finale del Papa è stata: «Ci dia il Signore la grazia di camminare con la saggezza. Anche questa è un dono: la saggezza che nel momento ci porta a pregare e a discernere e nel tempo, che è messaggero di Dio, ci fa vivere con speranza».

 

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