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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) TRA PRESENTE E FUTURO

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) TRA PRESENTE E FUTURO

don Luciano Cantini

Dalla pianta di fico
È possibile che un fico insegni? e cosa mai ci può insegnare un fico?
Nel periodo invernale si spoglia del fogliame così la sua trasformazione in primavera è particolarmente spettacolare ed è un segno dell’arrivo dell’estate, il tempo del raccolto e dell’abbondanza. Gesù ci chiede di osservare questa trasformazione che precede l’evidente rigogliosità del fico, prima ancora dei frutti, prima ancora delle foglie: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie.
È adesso che il fico è spoglio che dobbiamo osservarlo con cura, ora che sembra non dare segnali di vita per cogliere l’istante in cui il suo ramo diventa tenero.
Dobbiamo imparare ad osservare, nel dipanarsi della storia, i segni dei tempi, non quelli troppo evidenti e fuorvianti, quanto l’impercettibile intenerirsi del ramo o il timido spuntare delle gemme. È il fico spoglio dell’inverno che ci interessa, il tempo della improduttività, quello della crisi perché in essi è nascosta la forza che permetterà al ramo di intenerirsi. A condizioni ambientali favorevoli le piante riprendono le attività vitali: assorbono acqua dalle radici, scambiano sostanze gassose con l’esterno e trasportano altre sostanze, come gli zuccheri, da una parte all’altra del tronco e dei rami; tutto prima ancora che le gemme diventino verdi e nascano le foglie. Tutto questo è invisibile agli occhi ma non meno reale e presente.
Siamo chiamati a discernere il presente e comprenderne il senso, è il dono della profezia che è capace di capire che c’è qualcosa che sta iniziando: Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is 43,19)
Abbiamo bisogno di guardare quello che sta cominciando, non quello che termina: è la differenza tra la buona e la cattiva notizia, tra il vangelo e la catastrofe. Non si tratta di chiudere gli occhi davanti ad una realtà negativa, quanto cercare di intravederne il seme positivo che potrà svilupparsi; siamo colpiti perché il sole si oscurerà ma è il segno della venuta de il Figlio dell’uomo; non ci spaventi il cielo e la terra che passeranno piuttosto individuiamo quelle parole che non passeranno.

Quando vedrete accadere queste cose
Le previsioni catastrofiche sul futuro alimentano la nostra ansia e la nostra paura, ma anche le rassicurazioni ireniche e fasulle che ci vengono dalla finanza e dalla politica che muovono l’immaginazione non certo verso orizzonti rosei. Il linguaggio apocalittico che descrive la fine della storia e del mondo con i suoi sconvolgimenti non è per spaventarci perché la Scrittura parla anche di un grande banchetto in cui il Signore stesso passerà a servirci (cfr Lc 12,35ss), dell’incontro di Dio con l’umanità come quello della sposa con lo sposo (cfr Ap 22,17ss). Di fatto Gesù vuole aiutare i suoi discepoli a cogliere la provvisorietà della vita nel suo divenire, neanche il tempio dell’Altissimo è assoluto perché non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta (Mc 13,2). Non è il tempio il luogo della presenza di Dio, ma la storia che sta andando verso un orizzonte preciso, l’incontro definitivo col Padre. «E si va di inizio in inizio, attraverso inizi sempre nuovi» (Gregorio di Nissa).

Il cielo e la terra passeranno
Nel mondo di oggi non c’è passato, non c’è futuro. C’è solo il presente che, come una patologia psichica, si rinnova quotidianamente alimentandosi di ciò che trova e che sarà gettato via al più presto (A.M. Iacono, il Tirreno, 12.11.18), è la descrizione sintetica del nostro post-modernismo.
Perdendo la dimensione storica perdiamo anche la relazione con Dio perché se il nostro è il tempo presente quello di Dio è il futuro. Da quell’avvenire che è il suo tempo il Signore dà luce al nostro tempo. Il presente che ci viene donato non è materiale di consumo, ma è da vivere in funzione dell’orizzonte verso cui Dio ci sospinge. Dobbiamo liberarci dalle paure che il futuro sembra riservarci sfuggendo la tentazione del “tutto e subito”, non dobbiamo avere paura della nostra fragilità che frustra il delirio di onnipotenza, perché ci rivela il bisogno e la capacità di amore, la capacità di aiutarci, di incontrarci, di creare legami. È l’amore, di cui è intrisa ogni parola del Signore, che non passerà.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 16 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – DUE MONETINE TINTINNANO NEL TEMPIO

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – DUE MONETINE TINTINNANO NEL TEMPIO

mons. Roberto Brunelli

Oggi il vangelo (Marco 12,38-44) narra un episodio ambientato nel tempio di Gerusalemme. La gigantesca costruzione era strutturata in una serie di cortili via via più esclusivi: al primo potevano accedere anche i pagani; al secondo solo gli israeliti, uomini e donne; al terzo solo gli israeliti maschi; al quarto, disposto intorno al santuario, cuore del tempio, solo i sacerdoti. Nel secondo, detto cortile delle donne, si aprivano in una parete le « bocche » per le offerte, che scendevano nella sottostante camera del tesoro mediante condotti metallici; ad ogni moneta introdotta essi risuonavano, e tanto più forte quanto più la moneta era pesante e dunque di maggior valore.
In questo contesto Gesù, « seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo ». Che fosse una vedova, e povera, si poteva cogliere dal suo abbigliamento; che avesse offerto due monetine, si capiva dal suono provocato, forse appena percettibile. Gesù segnala quel gesto per trarne un insegnamento: « In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere ».
Ovviamente quello della vedova è un caso estremo. Gesù non intende invitare tutti i suoi discepoli a donare a Dio ogni proprio avere; questa è la vocazione di una minoranza: gli apostoli (abbiamo sentito poche domeniche fa Pietro dichiarare: « Ecco, noi abbiamo lasciato tutto per seguirti »), gli antichi eremiti, i moderni missionari, i frati e le suore. Tutti gli altri cristiani hanno la responsabilità, circa quanto possiedono, di usarlo « secondo Dio », ricordando che dei loro beni non sono i padroni ma gli amministratori, chiamati un giorno a rendere conto di come li hanno gestiti. E però l’esempio della vedova vale per tutti, in quanto tutti sono invitati a non riporre le proprie speranze nei beni materiali ma in Dio, seguendo la sua volontà, confidando nella sua provvidenza.
In proposito si ricordano oggi tre esempi. E’ l’11 novembre, San Martino, che è santo per tante ragioni ma è conosciuto da tutti almeno per aver donato a un povero seminudo metà del proprio mantello.
Il secondo esempio è quello della prima lettura (1Re 17,10-16) Il profeta Elia chiede da bere e da mangiare a una povera vedova; ma è tempo di carestia, e la donna risponde: « Non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo ». Non può dunque soddisfare la richiesta del profeta; ma questi insiste: preparami una focaccia, le dice, e vedrai, « la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla terra », cioè finirà la carestia. E così avviene: « Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e il figlio di lei per diversi giorni. La farina non venne meno e l’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia ».
Questa donna si può accostare alla vedova del vangelo come esempio di fiducia in Dio, mentre per un altro aspetto ricorda l’episodio dei cinque pani e due pesci, con cui Gesù ha sfamato la folla: quanto si possiede, se condiviso, basta per tutti. La fame del terzo mondo non ci sarebbe, se altri popoli confidassero più in Dio che nelle proprie ricchezze. Ma l’esempio più grande di fiducia in Dio e della fecondità del donarsi è richiamato oggi dalla seconda lettura (Ebrei 9,24-28). Gesù ha donato tutto se stesso, sino alla croce. « Padre, nelle tue mani affido il mio spirito », ha detto prima di morire: e il Padre ha dimostrato con la risurrezione di accogliere il dono, traendone la salvezza per tutta l’umanità.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 9 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) L’AMORE E LO « SCHEMÀ »

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) L’AMORE E LO « SCHEMÀ »

padre Gian Franco Scarpitta

 » Ascolta Israele », in ebraico « Shemà Israel ». Erano le parole con cui iniziava qualsiasi preghiera degli Israeliti radunati nel tempio o nella sinagoga nella memoria di tutto quello che Dio aveva fatto per il popolo durante la sua fuga dall’Egitto e la sua peregrinazione e di come, alle porte della terra promessa Egli si fosse rivolto con parole di esortazione alla fedeltà continua ai suoi comandamenti. Così infatti si esprime il libro del Deuteronomio, di cui la liturgia odierna ci offre uno spezzone: « Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica (le sue leggi e i suoi comandamenti), perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto. L’osservanza dei comandamenti non si richiede in ragione di una coazione o di un imperativo categorico, ma è legata alla consapevolezza che Dio ha più volte favorito il popolo, lo ha sostenuto e condotto. La memoria dei benefici ricevuti da Dio induce il popolo all’osservanza dei suoi precetti e a riscontrare in essi un canale di comunione con lui. Amare Dio e osservare i suoi comandamenti sono coefficienti concomitanti e complementari. Ma qual è il culmine di tutta la legge divina se non l’amore per il prossimo? Nella Bibbia l’amore per Dio corrisponde inequivocabilmente all’amore per gli altri e l’esercizio di questo è garanzia della certezza del primo. In parole povere, chi dimostra amore verso il prossimo palesa di amare Dio senza ombra di dubbio. L’unico problema che solleva la Scrittura è dato dal concetto di « prossimo ». Nell’Antico Testamento un simile appellativo andava riferito al solo vicino, al conterraneo, a chi apparteneva alla sola cerchia del popolo d’Israele, di conseguenza il comandamento suonava: « Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico ». Gesù, nella ben nota parabola del buon Samaritano, ricca di particolari interessanti, ci illustra che invece il prossimo assume un significato molto più vasto, che si estende allo conosciuto e raggiunge anche l’avversario, il nemico. Il prossimo, oggetto del nostro amore, è nel Nuovo Testamento dunque anche colui che comunemente consideriamo persona deprezzabile e ignobile, lo sconsiderato e il perverso, insomma il nostro nemico.
Quando lo scriba avvicina Gesù, senza cattiva intenzione, per domandargli quale sia il Comandamento più grande, il dialogo si risolve con un’ammirazione da parte di Gesù nei confronti di questo sapiente studioso della Legge di Mosè e delle Scritture, perché questi dimostra con il suo ragionamento di aver assimilato la pienezza della Legge appunto nell’amore non più ristretto e circoscritto, ma universalmente inteso: è proprio vero che amare Dio è il più grande comandamento che la legge di prescrive. Inoltre, l’interlocutore mostra di aver preso coscienza dell’indissolubilità dei due comandamenti, che formano un tutt’uno soprattutto nella loro prassi: l’amore di Dio è indiscutibilmente indispensabile per essere a Lui graditi, ma senza amore sincero e disinteressato al prossimo, siffatto amore divino non sussiste. C’è anche un termine di paragone che spiega nei dettagli il duplice atteggiamento amoroso in senso verticale e in senso orizzontale: l’amore verso se stessi. Nella misura in cui siamo capaci di amare radicalmente noi stessi, saremo in grado di recare il vero amore agli altri, che lesina da filantropia o esibizionismo, ma che ha la sua scaturigine dal fatto che Dio stesso ci ha amati per primo. Lo scriba, che in questo colloquio con Gesù si mostra molto superiore ai membri della sua cerchia sempre intenti a sfidare il Signore con ampollose argomentazioni, dimostra anche una forte maturità di pensiero e un avvenuto processo di formazione interiore che lo porta a concepire (Così come è opportuno) l’amore per Dio e per gli altri al di sopra del formalismo farisaico delle prescrizioni e delle leggi, degli olocausti e dei sacrifici che poco propiziano Dio quando non siano corredati di comunione amorosa con Lui (« Amore voglio, non sacrifici. Non offerte ma comunione con me » Osea 6, 5 – 6). Così infatti si esprime il nostro dottore scriba: « Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Cuore, mente, e forza sono le prerogative con cui si caratterizza la totalità del’uomo, il suo essere soggettivo e la sua dimensione sociale, per cui l’uomo si orienta verso Dio con tutto se stesso senza nulla omettere della propria identità. Ma proprio questa sua disposizione verso Dio lo conduce ad amare se stesso perché la propria auto donazione non sia fittizia o illusoria e conseguentemente l’amore verso se stesso lo conduce a donarsi al prossimo. Cosa si dà a Dio e agli altri quando si ama? Esclusivamente se stessi e di conseguenza essere capaci di amarci equivale ad essere in grado di donarci.
Come scrive Mons. Andrea Gemma in un suo commento, presumibilmente siamo soliti dare per scontato che siamo formati su questi argomenti e ci sembrano non di rado superficiali, in necessari e superati, ma questo fa si che il nostro cristianesimo si trasformi in una mera abitudine!! In realtà occorrerebbe sempre ricordare a noi stessi la necessità dell’amore come unica possibilità di realizzazione di noi stessi in relazione agli altri non senza il previo rapporto di comunione con Dio. La prerogativa dell’amore è davvero esaltante, ma fin quando la si concepisce come teoria sarà per noi solamente una chimera: è indispensabile viverla nella prassi per poterci rendere conto della sua valenza e della sua incidenza nel nostro vissuto quotidiano. Amare radicalmente gli altri come noi stessi vuol dire in fin dei conti preferire per il nostro prossimo gli stessi vantaggi e gli stessi benefici che noi perseguiamo per noi stessi, per ciò stesso accogliere gli altri come noi stessi vorremmo essere accolti, usare per gli altri la stessa premura e la stessa sollecitudine che ci aspetteremmo di ricevere, riservare ad altri lo stesso trattamento che vorremmo ricevere noi stessi e per ciò stesso l’amore per il prossimo comporta consapevolezza di dover noi amare noi stessi con intensità e nella verità. Ma tutto questo resta nell’ordine della mera teoria e dell’illusione quando non si premetta la consapevolezza di essere stati resi oggetto noi stessi dell’amore di Dio e di essere stati raggiunti dalla gratuità della sua misericordia. La consapevolezza che Dio ci ha amati per primo immeritatamente, la professione di fede in un Dio che è comunione e donazione illimitata, l’affidamento di noi stessi al Mistero dell’Amore con cui egli raggiunge l’uomo con i suoi innumerevoli benefici sono le condizioni indispensabili per la vita secondo il grande comandamento dello Schemà. L’ascolto della sua Parola, come lo è stato per Israele, sarà fruttuoso anche per noi quando ci disponiamo ad accogliere l’Amore che ci ha raggiunti, redenti e trasformati, rendendoci capaci di essere apportatori dello stesso amore. E’ piacevole consegnare ad altri lo stesso dono che ci era stato regalato in precedenza e che ci aveva resi entusiasti: si avverte la soddisfazione di rallegrare coloro ai quali lo stiamo consegnando. Il dono più grande di cui siamo dispensatori è l’amore che Dio ci ha dato infinitamente in Gesù Cristo e per il quale noi stessi abbiamo gioito.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 2 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Dentro la strada

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XXX Domenica del Tempo Ordinario – Dentro la strada

don Luciano Cantini

Da Gerico a Gerusalemme c’è una giornata di cammino, un sentiero in salita non solo per il dislivello dei monti. La salita di Gesù va oltre per inerpicarsi sul Calvario, con quale animo è complicato immaginarlo; per tre volte aveva parlato della sua fine imminente tra l’incomprensione di Pietro e la prospettiva fuorviante di Giacomo e Giovanni, ancora lo seguono i discepoli ed una folla… fin dove? Fin dove arriva la loro visuale.
Lungo quella strada, sul ciglio della emarginazione, c’era anche Bartimèo a mendicare.
È significativo che tra tanti che Gesù ha incontrato di lui si ricordi il nome; era diventato cieco, incapace di percepire in pieno la realtà che lo circonda, la storia che gli passa accanto. La sua cecità però non gli impedisce di essere attento con l’udito, di “sentire” la realtà in movimento, di scandagliarne il senso. Oggi sappiamo che l’organo dell’equilibrio risiede negli orecchi, questo potrebbe aiutarci nella nostra riflessione, su come prendiamo coscienza della nostra storia e del mondo che ci circonda: Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? (Mc 8, 17-18).

Cominciò a gridare
La vicenda di Bartimeo inizia proprio dall’ascolto, coglie il fatto che sta passando il Nazareno, ma anche che si sta allontanando. È necessario gridare per farsi sentire: è il grido di ogni sofferente, di ogni emarginato, di ogni perdente, di coloro che si trovano bloccati – o costretti – sul ciglio della strada della storia. Oggi, al posto di Bartimeo ci sono gli esclusi dalla nostra società, i poveri, migranti, disoccupati, tutte le persone la cui voce rimane inascoltata.
Intorno ci sono sempre i benpensanti che si preoccupano che non sia turbato il loro andare della vita: lo rimproveravano perché tacesse. Nella vita frenetica e egoistica di oggi, siamo talmente concentrati sui problemi personali da non ascoltare il grido degli altri, il bisognoso diventa un disturbatore, uno che crea problemi. E storia di sempre, di chi è cieco e sordo perché non vuol vedere e non vuole sentire, allora impone il silenzio (in quanti luoghi è impedita la libertà del giornalismo e quante lotte perché il potente di turno occupi i posti chiave della comunicazione!), si costruiscono muri perché quel grido rimanga dall’altra parte della nostra esistenza.
Anche nelle chiese si chiede il silenzio ed il raccoglimento, come se le grida degli uomini debbano rimanere fuori, non riguardassero Dio.
Gesù ascolta quel grido e si ferma, non va incontro ma coinvolge coloro che gli stavano d’intorno e che nascondevano la sua presenza: «Chiamatelo!». Le barriere devono saltare e gli animi si devono raccordare, il grido di uno deve diventare il grido dell’altro.

Balzò in piedi
Il cambiamento è immediato e radicale: balza in piedi e getta il mantello, si libera di “tutto quello che ha” (cfr, Mc 10,21), non è più solo, va verso Gesù al buio, come ogni cammino di fede, sorretto dagli altri. La vita riprende possesso di Bartimèo, il Nazareno diventa Rabbunì (mio maestro) e la richiesta di pietà acquista un significato preciso: la vista.
La fede compie il suo miracolo: gli apre gli occhi e lo mette in movimento. «Va’, la tua fede ti ha salvato», dice Gesù, che è molto di più di una vista riacquisita perché coinvolge tutto il suo essere, la dimensione della vita che era fin dall’inizio, prima che il peccato guastasse ogni aspetto della esistenza.
Il peccato ha questo effetto: ci impoverisce e ci isola. È una cecità dello spirito, che impedisce di vedere l’essenziale, di fissare lo sguardo sull’amore che dà la vita; e conduce poco alla volta a soffermarsi su ciò che è superficiale, fino a rendere insensibili agli altri e al bene (papa Francesco).
«Va’, la tua fede ti ha salvato», è la Fede che ci salva, ci fa entrare nella liberazione. Bartimèo si mette a seguire Gesù su quella stessa strada che lo aveva tenuto seduto ai margini a mendicare. La fede diventa il punto per una nuova partenza, di una dinamica nuova della vita: passa dal ciglio periferico (para ten odon = nei pressi della via) a dentro la strada (en te odo = nella via).

Publié dans:OMELIA (PER) |on 26 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) LE RICCHEZZE, MATERIALI E IMMATERIALI

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) LE RICCHEZZE, MATERIALI E IMMATERIALI

mons. Roberto Brunelli

A differenza di quanto molti ritengono, alla luce del vangelo il danaro e gli altri beni materiali non sono di per sé un male. E’ vero: possono essere simbolo di molte ingiustizie commesse per averli; ma possono anche essere simbolo di una onesta fatica giustamente retribuita; sono lo strumento per provocare danni al prossimo, ma anche per aiutarlo.
Valutare correttamente i beni materiali di cui disponiamo, è l’argomento del vangelo di oggi (Marco 10,17-30). Un tale, ben fornito di ricchezze ma anche di fede e anzi desideroso di perfezione spirituale, chiede a Gesù che cosa deve fare per avere la vita eterna. « Osserva i comandamenti », gli risponde il Maestro e, quando l’interpellante dichiara di farlo già, aggiunge: « Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi! ». L’invito non è accolto (“egli, rattristatosi per quelle prole, se ne andò afflitto, perché aveva molti beni”) e Gesù commenta con la celebre frase: « E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio ».
Sull’insegnamento del vangelo circa il valore delle ricchezze, questo episodio va integrato con altri, per capire che chi possiede o brama ricchezze è invitato a distaccarsene, ma più del distacco effettivo conta quello affettivo. Chi, pur non disponendo di beni materiali, spasima e si agita per acquisirne, e per farlo è disposto a servirsi di ogni mezzo, lecito e non, davanti a Dio è nelle stesse condizioni di chi ne ha e ritiene di poter basare su di essi la propria vita. Per contro, chi possiede beni in questo mondo e se ne avvale non per scopi egoistici ma per aiutare chi è nel bisogno, può sperare di passare per la cruna dell’ago e accedere al regno di Dio.
Peraltro, la ricchezza non è il bene primario cui tendere. Tutti convengono (è quasi un luogo comune) che più importante è la salute: quella fisica, si sottintende; ma per un cristiano ancora più importante è la salute spirituale, quella per cui si cerca di vivere in armonia con Dio. La Sacra Scrittura individua qui la vera sapienza, come ricorda la prima lettura di oggi (Sapienza 7,7-11): « Preferii la sapienza a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto… L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile ».
Dove poi trovare la sapienza, lo suggerisce la seconda lettura (Ebrei 4,12-13), con una brillante descrizione della Sacra Scrittura: « La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non c’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto ».
In fatto di ricchezze, non bisogna poi dimenticare quelle immateriali, quali l’intelligenza e la cultura. Qui il rischio è che, se non usate bene, portino alla superbia. Anche con tre lauree si può diventare detestabili, quando ad esempio si “snobba” chi non ha avuto la fortuna di studiare, oppure si approfitta delle capacità acquisite per imbrogliare o in altre forme danneggiare il prossimo.
C’è poi un altro tipo di ricchezza immateriale, quella costituita dall’autorità, dal potere. Quanto bene, ma anche quanto male può provocare chi comanda, anche se legittimamente investito di autorità: si pensi alla politica, al mondo del lavoro, alla scuola e così via, ma anche all’ambito familiare. In proposito è utile tornare dopo qualche settimana a ricordare l’esempio di Gesù, che non è venuto per essere servito ma per servire, non per comandare ma per amare.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 12 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

PENTECOSTE (ANNO B) – MESSA DEL GIORNO (20/05/2018)

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Quel vento di libertà che scuote i nostri schemi

padre Ermes Ronchi

PENTECOSTE (ANNO B) – MESSA DEL GIORNO (20/05/2018)

La Bibbia è un libro pieno di vento e di strade. E così sono i racconti della Pentecoste, pieni di strade che partono da Gerusalemme e di vento, leggero come un respiro e impetuoso come un uragano. Un vento che scuote la casa, la riempie e passa oltre; che porta pollini di primavera e disperde la polvere; che porta fecondità e dinamismo dentro le cose immobili, «quel vento che fa nascere i cercatori d’oro» (G. Vannucci).
Riempì la casa dove i discepoli erano insieme. Lo Spirito non si lascia sequestrare in certi luoghi che noi diciamo sacri. Ora sacra diventa la casa. La mia, la tua, e tutte le case sono il cielo di Dio. Venne d’improvviso, e sono colti di sorpresa, non erano preparati, non era programmato. Lo Spirito non sopporta schemi, è un vento di libertà, fonte di libere vite.
Apparvero lingue di fuoco che si posavano su ciascuno. Su ciascuno, nessuno escluso, nessuna distinzione da fare. Lo Spirito tocca ogni vita, le diversifica tutte, fa nascere creatori. Le lingue di fuoco si dividono e ognuna illumina una persona diversa, una interiorità irriducibile. Ognuna sposa una libertà, afferma una vocazione, rinnova una esistenza unica. Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro piccolo mondo stagnante, senza slanci. Per una Chiesa che sia custode di libertà e di speranza. Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali. Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità e che metta a servizio della vita la propria creatività e il proprio coraggio. La Chiesa come Pentecoste continua vuole il rischio, l’invenzione, la poesia creatrice, la battaglia della coscienza.
Dopo aver creato ogni uomo, Dio ne spezza la forma e la butta via. Lo Spirito ti fa unico nel tuo modo di amare, nel tuo modo di dare speranza. Unico, nel modo di consolare e di incontrare; unico, nel modo di gustare la dolcezza delle cose e la bellezza delle persone. Nessuno sa voler bene come lo sai fare tu; nessuno ha quella gioia di vivere che hai tu; e nessuno ha il dono di capire i fatti come li comprendi tu. Questa è proprio l’opera dello Spirito: quando verrà lo Spirito vi guiderà a tutta la verità. Gesù che non ha la pretesa di dire tutto, come invece troppe volte l’abbiamo noi, che ha l’umiltà di affermare: la verità è avanti, è un percorso da fare, un divenire. Ecco allora la gioia di sentire che i discepoli dello Spirito appartengono a un progetto aperto, non a un sistema chiuso, dove tutto è già prestabilito e definito. Che in Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga. E che non mancherà mai il vento al mio veliero.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 18 mai, 2018 |Pas de commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (24/09/2017)

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Tutti dentro perché tutti cercati

dom Luigi Gioia

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (24/09/2017)

Vangelo: Is 55,6-9; Sal 145; Fil 1,20c-24, 27a; Mt 20,1-16a

Il Vangelo, la ‘buona notizia’ di questa domenica, può essere rinvenuto in una frase della prima lettura: I pensieri del Signore non sono i nostri pensieri. Quale migliore illustrazione di questa differenza tra i pensieri del Signore e i nostri della parabola di questi lavoratori che il padrone di casa chiama a lavorare nella sua vigna. A questo riguardo i nostri pensieri, il modo di pensare umano, la giustizia umana sono chiari: chi arriva prima e lavora di più, riceve di più; chi arriva per ultimo e lavora di meno, riceve di meno.
Questo modo di pensare non è sbagliato. Questo principio elementare di equità non è rinnegato dal padrone di casa. Egli aveva pattuito con gli operai della prima ora la somma di un denaro ed è stato fedele alla sua parola. Semplicemente, ha deciso di elargire anche agli operai dell’ultima ora tanto quanto aveva dato a quelli della prima. Non è stato ingiusto verso gli operai della prima ora, ma è stato generoso verso quelli dell’ultima, proprio come afferma lui stesso: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?
Non si tratta di una lezione di gestione aziendale: sarebbe un disastro amministrare una società in questo modo. È un’immagine della quale il Signore si serve per darci una buona notizia riguardo al suo modo di agire con noi. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, che nessuna delle sue pecore vada perduta. Non si tratta di stabilire chi entra prima o chi dopo, chi crede prima o chi dopo, ma di cercare di accogliere nel regno dei cieli tutti, fino all’ultimo secondo, fino all’ultima persona. Si tratta soprattutto di capire che sia chi entra per primo che chi arriva per ultimo, lo fa non per merito suo, non perché ha cercato lavoro, non perché è andato lui a cercare il Signore, ma perché il Signore è venuto a cercare noi.
Un dettaglio essenziale del vangelo di oggi è infatti proprio questo. Tanto gli operai della prima ora quanto quelli dell’ultima non sono andati a lavorare di loro spontanea volontà. Stavano oziosi, senza lavoro, disoccupati nella piazza. È il padrone di casa, è il Signore che è uscito per andare a cercarli. Il regno dei cieli – dice l’inizio di questo vangelo – è simile ad un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.
La buona notizia è che tutti noi siamo cristiani, abbiamo la fede, crediamo, perché il Signore è venuto a cercarci, cioè per grazia, per un dono di Dio. Tutti eravamo peccatori, tutti nemici. Tutti siamo entrati, sia quelli che sono arrivati per primi che quelli che sono arrivati per ultimi, solo e unicamente a causa della bontà, della misericordia, della generosità del Signore.
Il problema è che i primi arrivati possono dimenticare questa verità, possono cominciare ad attribuirsi dei meriti, ad inorgoglirsi, perdendo di vista il fondamento della vita di fede cioè la gratitudine nei confronti del Signore, l’eucaristia (che vuol dire appunto ‘azione di grazie’). Questo è il senso della frase, apparentemente enigmatica, con la quale si conclude il vangelo di oggi: Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.
Primi ed ultimi sono uguali davanti al Signore, perché tutti egli ama ugualmente e tutti vuole salvare gratuitamente. Per gli ultimi questo è evidente: proprio perché hanno lavorato di meno, sono più consapevoli della generosità, della misericordia di Dio, e per questo sono più umili, più riconoscenti. I primi invece, perché hanno lavorato di più o perché sono stati chiamati per primi, hanno cominciato a credere di potersi attribuire qualcosa, si sono inorgogliti, hanno perso il senso della loro indegnità e soprattutto la riconoscenza verso il padrone di casa che così generosamente era andato a cercarli quando anche loro erano disoccupati e senza speranza.
La logica del Signore non è la nostra logica: I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Tutti siamo servi inutili davanti a lui, non perché quello che facciamo non conti per lui, ma perché non è a causa delle nostre opere che abbiamo valore ai suoi occhi. Il Signore è un padre che ci ama come figli, non per quello che facciamo, ma per quello che siamo, perché siamo suoi figli.
Allo stesso modo il Signore vuole che tra di noi impariamo ad amarci, ad essere solidali, non giudicandoci sulla base di quello che facciamo di chi arriva prima o di chi arriva dopo, di chi è esemplare o di chi non lo è, ma provando gioia gli uni per gli altri, come veri fratelli e sorelle che vogliono solo il bene, solo la salvezza di tutti.
Lasciamoci consolare da questa speranza, sia nei nostri riguardi che nei riguardi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che sembrano essere lontani dal Signore. Il Vangelo ci garantisce che non è il momento nel quale entrano che è importante, ma che prima o poi, fosse anche all’ultimo secondo, finiscano per raggiungerci. Il Signore è buono e vuole tutti i suoi figli uniti e felici nella sua casa, per servirci lui stesso nel banchetto eterno che prepara per noi, perché – ci dice il Signore – i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 23 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

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Gesù, anche per noi, come per Pietro, Tu sei il Figlio del Dio vivente, il nostro Redentore e Salvatore

padre Antonio Rungi

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (27/08/2017)

La XXI domenica del tempo ordinario, ci mette di fronte alla grande domanda che pone Gesù anche a noi oggi: “Io chi sono per te?”.
E’ la stessa domanda, che ha posto agli apostoli per sapere quale idea si erano fatti di lui, sia come gente comune, sia come discepoli ed apostoli. La riposta data, dopo un’indagine demoscopica, condotta dagli apostoli, è quella di una pluralità di opinioni e di idee che la gente si era fatto di Gesù: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Ma a Gesù non interessa tanto l’opinione pubblica, ciò che pensa la gente o il popolo, va direttamente alla questione centrale del suo rapporto con i discepoli. Per cui, giustamente, chiede: «Ma voi, chi dite che io sia?».
Chiaramente, per evitare una pluralità di opinione tra gli stessi apostoli, prende la parola Pietro e a nome di tutti, dice: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
La professione di fede è chiara, non ammette tentennamenti e dubbi, è precisa anche nella terminologia biblica: “Tu, Signore, sei il consacrato, sei il Figlio di Dio”.
E’ una professione dettata da ispirazione divina e non dalle capacità razionali di Pietro di riflettere e capire chi era davvero Gesù.
E Gesù lo dice con parole molto precise, per far capire a Pietro, il perché lui si è pronunciato in quel modo: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
Da questa professione, nasce e si struttura la funzione di Pietro nella Chiesa e il suo ruolo preciso che gli assegna Gesù: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
E’ il celebre potere delle chiavi con cui anche nell’iconografia cristiana è rappresentato Pietro, primo degli apostoli e principe del gruppo dei Dodici. Questo potere delle chiavi è stato esplicitato teologicamente e dottrinalmente nel corso dei millenni. Essenzialmente, Gesù, affida a Pietro e quindi ai suoi successori, cioè il Pontefice, il Papa, il Vicario di Cristo sulla terra, di mantenere la comunione e l’unità all’interno della comunità dei credenti.
Non è solo la potestà della confessione, della scomunica, ma il positivo ruolo di creare comunione e di mantenere l’unità nel santo popolo di Dio, che è la chiesa, che è edificato sul solido fondamento degli apostoli. Questi, insieme a Pietro, guidano la chiesa, la reggono, la riformano, la mantengono viva, la fortificano, la correggono, in caso di necessità, e rettificano percorsi sbagliati di credere e di operare da cristiani e come cristiani.
Questo passo del vangelo che risulta essere tra i importanti per legittimare il servizio del Papa nella Chiesa, come Vescovo di Roma e come pastore universale della Chiesa cattolica, il suo primato di servizio e non di autorità, ci fa capire l’importanza di costruire la comunione ecclesiale intorno al pastore universale, il Papa, ai pastori delle chiese locali, i vescovi, ai parroci, responsabili delle comunità parrocchiali, di quella minima porzione del popolo di Dio che è la parrocchia.
La conclusione del brano del Vangelo, presenta una raccomandazione del Signore a Pietro e agli apostoli: “Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”.
Gesù non vuole che si faccia una campagna pubblicitaria nei suoi confronti da parte di coloro che, più vicini a Lui, ispirati dal cielo, potevano affermare con assoluta certezza di fede, che Egli era il Cristo, il Figlio di Dio.
Vuole che a tale professione di fede, la gente vi arrivi attraverso un cammino interiore, un percorso di vita spirituale e personale che nessuna campagna pubblicitaria poteva far scattare, in quanto la fede è un dono di Dio e se uno lo accoglie, lo vive e lo professa con coraggio e senza paura, anche quando si tratta, come i martiri, di andare al patibolo per questa causa.
Su questo Dio di bontà e misericordia è incentrato il brano della prima lettura di oggi, tratto dal profeta Isaia, che guarda al futuro Re Messia con le insegne della vera regalità divina: “Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre”.
In fondo, è quello che è stata e continua ad essere la missione di Cristo nel mondo.
Missione che l’Apostolo Paolo sintetizza e precisa nel brano della lettera ai Romani, nel versetto finale, che oggi ascoltiamo come seconda lettura: “Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen”.
Gesù Cristo è il centro della storia della creazione e della redenzione, in poche parole della storia della salvezza. E’ il Figlio di Dio, venuto su questa terra per ridare all’uomo dignità, libertà e speranza, perdute a causa del peccato originale, a causa del vecchio Adamo.
Sia questa la nostra umile preghiera, espressa nel salmo responsoriale di questa domenica XXI del tempo ordinario, con il pensiero costantemente rivolto ai tanti drammi dell’uomo moderno, specialmente di questi giorni, tra terrorismo e terremoti avvenuti o semplicemente ricordati: “Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca. Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo tempio santo. Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome. Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza. Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile; il superbo invece lo riconosce da lontano. Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 24 août, 2017 |Pas de commentaires »

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/07/2017) – COMMENTO

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/07/2017) – COMMENTO

Wilma Chasseur

Come fare per sapere le cose grandi? Rimanere piccoli. « Ti lodo Padre perché hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli ». La piccolezza evangelica non è un optional da fare una tantum, ma una condizione indispensabile per entrare nel Regno . » Se non diventerete piccoli come questi bambini non entrerete ». Quindi questa piccolezza non è una scoperta umana, ma un’invenzione divina. E non è un consiglio, ma un comando. Ma come fare per rimanere piccoli? Nel mondo fisico vegetale e animale vediamo che tutto cresce, dal filo d’erba al fiore al passerotto, al pesciolino. E non solo nel mondo fisico, ma anche in quello umano e psicologico, vediamo che tutto cresce, e non sempre a nostro vantaggio e per il nostro progresso spirituale. Purtroppo non si cresce solo in statura, ma anche in considerazione esagerata di sé, nel cercare consensi, approvazioni, applausi ecc. Ecco quel che ci impedisce di rimanere piccoli: mettere al centro l’io invece di dare il primo posto a Dio. Un io troppo cresciuto fa solo danni. Fa un sacco di fumo e tanta ombra: fa ombra addirittura a Dio perché non vede e non gli interessa che se stesso.
Questo è il primo grande peccato che fece precipitare gli angeli decaduti: Che peccato fecero? Un peccato di naturalismo, cioè preferirono la loro natura a quella di Dio, in parole povere preferirono loro stessi a Dio. E da luminosi e super luminosi che erano divennero tenebrosi, perché si tagliarono fuori dalla fonte della luce. E’ come se il ruscello vedendosi gorgogliante d’acqua dicesse alla sorgente « non ho più bisogno di te ». Immediatamente seccherebbe.
• Perché siamo tutti stanchi?
Il secondo concetto di questo Vangelo è « Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro ». Mi ha colpito questo « voi tutti ». Prima di tutto non dice  » venite a me quando siete tutti pimpanti, trulli e giulivi », ma quando siete stanchi. Ecco dove andare a cercare ristoro e riposo quando non ce la facciamo più. Ma perché « voi tutti »? Possibile che tutti contemporaneamente siamo stanchi e oppressi? Ci sarà pur qualcuno a cui le cose vanno bene ed è tutto pimpante… Ebbene la causa della stanchezza è da ricercare dentro e non fuori. Qual è la causa di questa stanchezza? E’ che siamo frantumati dentro, siamo in cocci. Dopo il peccato originale e i vari nostri peccati che han complicato tutto, siamo centomila volontà diverse e in contrasto fra di loro: un giorno vogliamo una cosa, il giorno dopo l’esatto contrario. La volontà vuole una cosa, la sensibilità ne vuole un’altra. La ragione, tanto per farvi un esempio, ti dice che fumare fa male, ma tu non sei capace di smettere e via di questo passo. Allora, che fare? Quando non saremo più stanchi? Quando saremo unificati e tutte le nostre facoltà convergeranno in un solo volere: il bene e il massimo bene che è DIO. Non più centomila volontà diverse ma una sola con quella di Dio.
Eccovi otto perle di saggezza per aiutarvi nell’impresa.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 8 juillet, 2017 |Pas de commentaires »

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