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NO, NON È UN MITO, SONO LE CRONACHE DI NARNIA

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LE CRONACHE DI NARNIA

raccolta di alcuni articoli e interviste riguardanti «Le cronache di Narnia». Da Tolkien a Lewis, torna il tempo delle grandi saghe cristiane: la costruzione fantastica ha un fortissimo senso religioso. Nel ciclo di Narnia il leone Aslan è modellato dalla figura di Cristo.

NO, NON È UN MITO, SONO LE CRONACHE DI NARNIA
Al cinema la storia del sacrificio del leone Aslan per i suoi piccoli amici. opera di C. S. Lewis che raccontò così ai più piccoli una storia di duemila anni fa

di Roberto Persico e Edoardo Rialti (tempi.it)

Dopo Tolkien, Lewis. Come gli ha aperto la strada del ritorno alla Chiesa, così l’autore del Signore degli Anelli sembra fare da battistrada all’amico su quella del successo. Dopo la trilogia di Peter Jackson, campione d’incassi degli ultimi tre anni, l’avvenimento della stagione cinematografica promette di essere Le cronache di Narnia, versione per lo schermo del capolavoro di Lewis per i ragazzi.
Un’amicizia profonda e carica di conseguenze straordinariamente feconde, quella fra i due. Nel settembre del 1931 Clive Staples Lewis è uno studioso affermato, professore di letteratura inglese antica al prestigioso Magdalen College di Oxford, e ha già una lunga storia spirituale. Era nato a Belfast nel 1898 in una famiglia di rigida tradizione calvinista, educato all’odio e al disprezzo per tutto ciò che è cattolico e ‘papista’. Verso i diciott’anni, disgustato dal formalismo religioso delle scuole frequentate e conquistato dal razionalismo di un professore, si era dichiarato completamente ateo. Nel fango delle trincee della Prima guerra mondiale, di fronte al mistero della vita e della morte, si erano ridestate in lui le domande sul senso del reale, complice anche la scoperta di Chesterton. Ma col pregiudizio ateista aveva lottato ancora a lungo: è solo nel 1929 che, scrive, «mi arresi, ammisi che Dio era Dio, e mi inginocchiai per pregare: fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante di tutta l’Inghilterra». È però ancora un Dio senza volto. Cristo non è nulla più che un mito: «Quello che non riuscivo a capire era come la vita e la morte di Qualcun Altro (chiunque questi fosse) duemila anni fa potesse aiutare noi adesso – se non nella misura in cui potesse esserci utile il suo esempio. E la questione dell’esempio, sebbene tanto vera e importante, non è il cristianesimo».
La sera del 19 settembre 1931 nella stanza di Lewis al Magdalen inizia con l’amico Hugo Dyson, cui poco dopo si aggiunge John R. R. Tolkien, una conversazione che proseguirà fino alle tre di notte lungo i viali del college. Argomento, i miti e la realtà. «Ora, quello che Dyson e Tolkien mi hanno mostrato era questo: che se io incontro l’idea di un sacrificio in un racconto pagano questa non mi crea alcun problema: anzi, che se mi trovo accanto un dio che si sacrifica, ne sono attratto e misteriosamente commosso: ancora, che l’idea di un Dio che muore e risorge (Balder, Adone, Bacco) mi colpisce così tanto a condizione che la trovi ovunque tranne che nei Vangeli. Ora, la storia di Cristo è semplicemente un mito vero: un mito che agisce su di noi come gli altri, ma con la tremenda differenza che questo è davvero avvenuto. Cioè, le storie pagane sono Dio che esprime se stesso attraverso la mente dei poeti, facendo uso delle immagini che vi ha trovato, mentre il cristianesimo è Dio che esprime Se stesso attraverso quello che chiamiamo ‘realtà’».

L’amicizia con Tolkien
Da quella sera, Lewis diventa cristiano. Da allora agli studi sulla letteratura medievale – di assoluto valore, anche se ahimé poco noti in Italia: L’allegoria d’amore, unico libro tradotto a suo tempo da Einaudi, è da tempo fuori catalogo – si è affiancata una produzione di saggi e interventi diretti a mostrare la ragionevolezza del cristianesimo e la sua corrispondenza alla natura umana (e l’insensatezza dei miti, in primis l’adorazione irrazionale della scienza e della storia, in cui lo scetticismo moderno inevitabilmente finisce).
È uno dei paradossi dell’umorismo di Dio che lo strumento della conversione di Lewis sia stato un uomo che non avrebbe dovuto piacergli: «Alla mia venuta in questo mondo mi avevano (tacitamente) avvertito di non fidarmi mai di un papista, e (apertamente) al mio arrivo alla facoltà di inglese di non fidarmi mai di un filologo. Tolkien era l’uno e l’altro». L’amicizia fra i due era incominciata cinque anni prima, all’interno di quel gruppo di scrittori e studiosi che aveva preso a incontrarsi regolarmente nell’ufficio di Lewis o al pub ‘The eagle and the child’ e che si era ribattezzato gli ‘Inklings’ (vocabolo coniato da Lewis, significa all’incirca ‘inchiostratori’, in italiano diremmo ‘imbrattacarte’). Le loro discussioni partivano dalla letteratura e si allargavano a tutti gli aspetti della vita. È qui che una sera Lewis aveva detto a Tolkien la frase fatidica: «Caro Tollers, credo che se vogliamo leggere storie come piacciono a noi dovremo scrivercele da soli». È qui che Tolkien aveva letto i primi capitoli de Lo hobbit, incerto sul suo valore, ricevendo da Lewis l’apprezzamento e l’esortazione a continuare che porteranno alla creazione dell’epica della Terra di Mezzo. È sempre nelle riunioni degli Inklings che Lewis legge le bozze di Lontano dal pianeta silenzioso, Perelandra, Quell’orribile forza, la trilogia in cui rappresenta in uno scenario fantascientifico la lotta cosmica fra Dio e il Nemico (si può cominciare dall’ultimo, la partita decisiva che si gioca sulla Terra, fra un mostruoso progetto di dominio tecnologico e uno scalcinato e lieto gruppetto di irriducibili cristiani).
È infine nel solito pub che Lewis comincia a leggere Il leone, la strega e l’armadio – scritto per Lucy, figlia adottiva dell’amico Owen Barfield, malata di sclerosi multipla -, primo dei sette romanzi che finiranno per comporre il ciclo de Le cronache di Narnia, e che ora arriva sugli schermi. Attraverso un armadio abbandonato in una polverosa soffitta la protagonista omonima Lucy e i suoi fratelli entrano in Narnia, mondo fatato che la crudele tirannia di una strega mantiene in un perenne gelo. Qui scoprono di essere arrivati per una missione: devono aiutare il leone Aslan a liberare Narnia dal dispotismo della maga. Non raccontiamo, per non rovinare la suspence a chi non avesse letto il libro, quel che accade ad Aslan; ma il simbolismo cristiano è trasparente.

La guerra dentro e fuori
Andrew Adamson ha girato la pellicola nella sua Nuova Zelanda, fra gli stessi scenari spettacolari de Il signore degli anelli; il film è una ricostruzione attenta del magico mondo di Narnia, con alcuni momenti davvero appassionanti: l’evacuazione da Londra, il primo ingresso di Lucy, la bambina più piccola, nell’armadio e l’improvviso spalancarsi di questo altro impensabile paesaggio, la glaciale malvagità della Strega Bianca, il sacrificio di Aslan – personaggio cui pure si poteva dedicare un poco più di attenzione e il cui doppiaggio con la voce di Omar Sharif risulta piuttosto fastidioso – e la battaglia finale.
C’è un passaggio in particolare dove, con una battuta non presente nel libro, il regista mostra di cogliere il cuore del racconto di Lewis: alla notizia di essere i quattro uomini attesi da tutto un mondo per iniziare la guerra di liberazione dal male, Susan esclama: «Guerra? Ma nostra madre non ci aveva fatto andare via dalla città proprio per evitare la guerra?». Il film inizia infatti con i bombardamenti dei nazisti e termina con una colossale battaglia tra creature fantastiche, sotto la luce abbagliante di un altro mondo. Non una guerra diversa, ma la stessa su un piano ancor più chiaro e definitivo. Intelligente intuizione: il libro di Lewis uscì proprio all’indomani della Seconda guerra mondiale, che per decine di migliaia di bambini inglesi era stato il confronto con una minaccia ostile e paurosamente vicina, che li aveva strappati alle loro famiglie ed in molti casi resi orfani. Pure, Lewis alza il tiro e suggerisce che alla guerra non ci possiamo comunque sottrarre, nessuno escluso, grandi e piccini. C’è sempre da lottare contro il male, dentro e fuori di noi. Il regista a sua volta si appropria di questo richiamo.

«Tenete gli occhi aperti»
Ma il film, come il libro, fa un altro passo in avanti: non è un conflitto per superuomini, ma per ciascuno; quello che conta davvero è scoprirsi oggetto di un amore e di una forza più grande, che pure sulle deboli forze e sulla libertà degli uomini decide di puntare tutto. Ecco l’incontro con Aslan il Leone, vero re e creatore di Narnia, che si sacrifica per salvare uno dei quattro bambini (non a caso il traditore del gruppo). È possibile davvero amare, uscire da se stessi e sacrificarsi solo quando si è già stati resi partecipi di un amore così. Ecco che allora davvero anche quattro bambini, spauriti, incerti possono accettare di mettersi alla guida di un esercito e lottare contro gli incantesimi dei poteri malvagi. Nel film tutto un mondo di creature mitologiche e animali parlanti segue in battaglia quei quattro ‘figli di Adamo’ – un’immagine che richiama l’intuizione di Romano Guardini: «Quando un uomo intraprende il cammino della verità tutte le forze buone del cielo e della terra si uniscono a lui». Peter, il maggiore dei quattro, cui Aslan affida il comando supremo, solleva la spada e la punta in direzione della Strega Bianca, che ricambia con uno sguardo carico d’odio. La scena ricorda Aragorn ne ‘Il Signore degli anelli’, che a sua volta aveva sollevato la spada in gesto di sfida contro l’occhio fiammeggiante di Sauron. In entrambi i casi vediamo raccontata, da Tolkien come da Lewis, cosa sia un’autorità: un uomo chiamato da un potere più grande, che lo ama infinitamente, a fare da perno per tutti gli altri, ad essere «la sentinella dell’universo» – come ricordava il cardinal Newman, non per nulla all’origine di quel movimento di ritorno alla Chiesa che abbracciò anche Tolkien e Lewis. Il male ci odia, e digrigna i denti come la Strega Bianca, proprio perchè siamo il luogo di questa alleanza. Un film insomma semplice e chiaro, che lascia che l’incantesimo della fiaba e dell’allegoria di Lewis agisca ancora una volta su di noi. E che fa intelligentemente suo il consiglio del vecchio professor Kirke ai quattro ragazzi, forse la più bella battuta che un insegnante possa pronunciare: «Tenete gli occhi aperti».

CON “IL MONDO DI NARNIA”, LA FAMA DI CLIVE STAPLES LEWIS AUMENTA ANCHE IN ITALIA (Zenit)

E’ appena arrivato nelle librerie il volume di Andrea Monda e Paolo Gulisano “Il mondo di Narnia”, che ha anticipato l’uscita del film della Walt Disney “Le Cronache di Narnia”.
Film e libro si ispirano a “Le Cronache di Narnia”, una favola per ragazzi scritta da Clive Staples Lewis, popolare scrittore anglo-irlandese. Insieme a “Le lettere di Berlicche”, “Le Cronache” rappresentano l’opera più famosa di Lewis.
Secondo Andrea Monda, intervistato da ZENIT, “C.S. Lewis è un nome tanto sconosciuto in Italia quanto famoso nel mondo angloamericano” e “finalmente anche in Italia esplode il caso Lewis, con l’uscita, in contemporanea, di alcuni saggi sullo scrittore anglo-irlandese”.
“In particolare si possono segnalare i lavori di Edoardo Rialti, che ha pubblicato e commentato testi inediti di Lewis, ‘Prima che faccia notte’, edito dalla Bur, e ‘Come un fulmine a ciel sereno’, edito da Marietti, e quello di Paolo Gulisano, (‘C.S.Lewis. Tra fantasy e Vangelo’, edizioni Ancora)”.

Di cosa tratta e come si svolge la favola di Narnia?
Monda: Si tratta di una saga fantasy in sette volumi composta dal 1950 al 1956. Il film della Disney “coprirà” i primi due episodi, “Il nipote del mago” e “Il leone, la strega e l’armadio”, ed è già in programmazione un secondo film relativo agli episodi successivi: è facilmente prevedibile che “Le Cronache di Narnia” (ripubblicate per l’occasione da Mondadori in un unico volume) siano destinate a ripetere anche in Italia il successo della trilogia letteraria e cinematografica de “Il Signore degli Anelli” di J.R.R.Tolkien.
Tra l’altro, particolare molto interessante, i due volumi sono strettamente “imparentati”, come cerco di dimostrare nel volume scritto con Gulisano. Si tratta di un bel caso di “rivincita letteraria”; infatti i due autori, Lewis e Tolkien, erano non solo grandi amici tra loro ma possono essere definiti come i due più geniali outsider del ‘900 letterario.

Lewis e Tolkien, due autori atipici e geniali?
Monda: Proprio così. Snobbati dalla critica, i due, filologi per professione, romanzieri per hobby, hanno insegnato lingua e letteratura inglese antica e medioevale per decenni a Oxford e a Cambridge e, nel frattempo, hanno messo a segno con i loro libri alcuni tra i maggiori successi della letteratura del ventesimo secolo. Oggi milioni di lettori sparsi nel mondo hanno letto o l’uno o l’altro o entrambi i romanzi. E pensare che queste storie nacquero quasi come uno scherzo, un “vizio segreto” che Lewis e Tolkien condividevano tra loro e con pochi altri amici, il famoso gruppo degli Inklings, una combriccola di professori di Oxford legati per decenni da una frequentazione abituale a base di buone letture, fumate di pipa, bevute di birra e lunghe discussioni sui temi più disparati, dalla letteratura alla guerra, dalla musica alla storia alla religione.

Quali sono i rapporti di Lewis e Tolkien con la cultura cristiana?
Monda: La storia di Lewis e Tolkien è innanzitutto la storia di una bella amicizia, un’amicizia cristiana. I due infatti erano ferventi cristiani, anzi, l’incontro con il cattolico Tolkien contribuì in modo decisivo alla conversione del giovane Lewis, ateo convinto che, come poi raccontò nell’autobiografia “Sorpreso dalla Gioia”, dopo essere stato a lungo “inseguito e braccato”, ad un certo punto non poté far altro che inginocchiarsi e pregare: “quella notte fui il più riluttante convertito di Inghilterra”.
Questo anglicano vicinissimo al cattolicesimo divenne un formidabile apologeta della fede cristiana e compose dei saggi e romanzi di grande “forza evangelizzatrice” come “Il cristianesimo così com’è”, “Il grande divorzio” (considerato il suo capolavoro da Urs Von Balthasar), “L’abolizione dell’uomo” (molto apprezzato dal Cardinale Ratzinger insieme al suo best-seller “Le lettere di Berlicche”). Ma il nome di Lewis è legato senza dubbio alla saga fantasy di Narnia.

Perché un racconto fantastico, una fiaba e non un saggio?
Monda: C’è, per lo scrittore cristiano, una spiegazione che si colora di una dimensione anche etica e spirituale. Il punto è che per Lewis la fiaba e la fantasia non sono evasione della realtà ma visione più profonda, vasta e acuta della realtà: esse ampliano la vita, la capacità di esperienza dell’uomo. In questo senso la letteratura fantastica è spesso molto meno ingannevole del finto realismo di molta altra letteratura. Secondo lo scrittore inglese, passeggiare dentro Narnia o nella Terra di Mezzo è un’esperienza che fa nascere nel lettore “una brama per non sa che cosa. Lo agita e lo turba (arricchendolo per la vita) con l’oscuro senso di qualcosa al di là della sua portata e che, lungi dall’offuscare e svuotare il mondo attuale, gli dà una nuova dimensione di profondità. Egli non disprezza i boschi reali per aver letto di boschi incantati”.
Si potrebbe dire, aggiornando le riflessioni di Lewis, che nessun lettore viene ingannato dall’Odissea, ma tutti gli spettatori sono ingannati dai cosiddetti “reality-show”, dalla finzione alienante spacciata per realtà. “L’Orlando Furioso” contiene molta più verità della televisione e i racconti di Re Artù molta più profondità di un romanzo, presentato come fondato storicamente, come “Il Codice da Vinci”.
Vagare quindi nel paese delle fate, insomma, è un’evasione sana, connaturata e benefica con l’esperienza stessa della lettura; è un modo di ri-creare il mondo, anzi di continuare la creazione del mondo che Dio non ha volutamente terminato ma affidato agli uomini.

Qual è il rapporto tra la religiosità e la letteratura per Lewis?
Monda: Senza la dimensione religiosa non si comprende nulla della produzione letteraria di Lewis. La visione della realtà che la fantasia permette è una visione che spinge “oltre”, oltre la soglia del mistero, verso un mistero che è essenzialmente un mistero di Gioia. La Gioia, che Lewis spesso indica con la maiuscola, è forse la principale protagonista delle opere letterarie (saggistiche e narrative) del poliedrico scrittore inglese. Ed è la gioia che colpisce, quasi aggredisce il lettore, proprio come il temibile-amabile leone Aslan, formidabile figura di Cristo (anche questo grande felino muore e risorge in espiazione dell’uomo) e protagonista assoluto di questa saga dall’inconfondibile sapore cristiano.

LA SOTTILE MAGIA DI NARNIA (Zenit)
Intervista a Michael Coren, autore di un libro su C.S. Lewis
Il film “Le cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio” può offrire agli adulti un’opportunità di parlare della fede, ma non bisogna aspettarsi che i bambini colgano i temi cristiani contenuti nella pellicola.
E’ ciò che afferma Michael Coren, autore, editorialista e giornalista televisivo, che recentemente ha scritto il libro “C.S. Lewis: The Man Who Created Narnia” (“C.S. Lewis: l’uomo che ha creato Narnia”), una biografia dell’autore dei libri da cui è tratto il film.
La pellicola, la cui uscita in Italia è prevista per il 21 dicembre prossimo, è stata prodotta dalla Walt Disney con un budget di 180 milioni di dollari.
La storia racconta le avventure di quattro fratelli – Lucy (Georgie Henley), Edmund (Skandar Keynes), Susan (Anna Popplewell) e Peter (William Moseley) – che durante la Seconda Guerra Mondiale scoprono il mondo di Narnia, al quale accedono attraverso un armadio magico mentre giocano a nascondino nella casa di campagna di un vecchio professore.
A Narnia scopriranno un mondo incredibile abitato da animali che parlano, folletti, fauni, centauri e giganti che la Strega Bianca – Jadis (Tilda Swinton) – ha condannato all’inverno eterno. Con l’aiuto del leone Aslan, il nobile sovrano, i bambini lotteranno in una spettacolare battaglia per vincere il potere che la Strega Bianca esercita su Narnia e per riuscire a liberarlo dalla maledizione del freddo.
In questa intervista concessa a ZENIT, Coren sostiene che la maggior parte degli adulti comprenderà la sottile allegoria cristiana di Lewis, che ha la virtù di instillare semi di fede nei bambini.

Cosa devono sapere i cattolici su C.S. Lewis?
Michael Coren: Dovrebbero sapere che non era cattolico, ma questo non significa che non avrebbe potuto diventarlo. G.K. Chesterton è diventato cattolico nel 1922 ma lo era già vent’anni prima. Lewis nacque a Belfast, nell’Irlanda del Nord, e crebbe quindi come anticattolico, come la maggior parte dei ragazzi protestanti del luogo. Aveva questo tipo di radici, ma il suo modo di vedere il mondo era molto cattolico: credeva nel Purgatorio, nei sacramenti, si confessava. È stato il miglior apologista cristiano della modernità ed era capace di comunicare il messaggio evangelico in modo accessibile.
Secondo lei, è sfacciato l’uso che C.S. Lewis fa di Aslan come figura di Cristo nella serie di Narnia?
Michael Coren: Lo è e non lo è. A differenza di molti scrittori cristiani moderni, Lewis era sottile e implicito. Quando ho letto il libro da piccolo sono rimasto colpito dalla sua grandezza, ma non mi sono reso conto del messaggio cristiano finché non sono diventato adulto. Diventa esplicito quando sei grande, ma non penso che si debba per forza spiegarlo ai bambini; dobbiamo lasciare che lo scoprano da sé. Non hanno bisogno di un commento in diretta. Lasciamoli leggere e immergersi nel testo anche se ancora non si rendono conto di ciò che stanno percependo.
Quali sono i parallelismi più notevoli tra Gesù e il leone Aslan in “Il leone, la strega e l’armadio”?
Michael Coren: Ci sono molti parallelismi in questo libro e negli altri sei della serie, ma i più ovvi sono questi: la rottura della lapide e la distruzione della legge antica; è inverno ma mai Natale e il Natale non arriva finché non arriva Aslan; Aslan muore per un peccatore, un bambino che rappresenta qualsiasi persona, e prende su di sé i suoi peccati; Aslan risorge e ricrea il mondo.
Nella scena precedente al sacrificio di Aslan per il bambino Edmund, la Strega Bianca dice: “Perché ha peccato, è mio” e intende uccidere Edmund. E Aslan dice: “Ma io mi posso offrire al suo posto”. La strega accetta e lo uccide, ma poi Aslan risorge.
Possiamo imparare da Lewis l’integrazione tra opere immaginarie popolari e valori cristiani? Pensa che gli scrittori moderni lo seguano?
Michael Coren: J.K. Rowling dice che Lewis ha avuto una grande influenza su di lei, ma molta gente mette in discussione Harry Potter. Ho sentito molti scrittori dire che sono stati influenzati da Lewis e che cercano di imitarlo. Tutti quei libri sono pallide imitazioni. Egli era frutto del suo tempo e ha scritto in un momento storico concreto. Alcuni dei suoi personaggi non possono essere trasportati alla nostra epoca. Se qualcuno scrivesse oggi un libro con quei personaggi, i bambini non potrebbero relazionarsi con loro. Parliamo di un uomo morto nel 1963.
Cosa significa l’uscita di un altro film cristiano prodotto a Hollywood dopo “La Passione” di Mel Gibson?
Michael Coren: Non credo che “Il leone, la strega e l’armadio” sia un film cristiano; dobbiamo usare molta cautela nel definirlo in questo modo. Non credo che “La Passione” abbia portato alla produzione di questo film. Penso che lo abbia fatto, invece, “Il Signore degli Anelli”. La cosa più significativa è il fatto che non ci siano stati altri film biblici dopo “La Passione”. Avrebbero potuto fare un brutto film e avrebbe funzionato finanziariamente perché c’è fame di film su temi cristiani, ma Hollywood farebbe qualsiasi altra cosa prima di un film cristiano. E’ sorprendente che non ci sia stato nulla dopo “La Passione”.
Quali sono le sue speranze e i suoi timori circa “Il leone”? Spera che porti frutti come testimonianza di Cristo e del messaggio evangelico?
Michael Coren: Non ho potuto vedere scene tratte da “Il leone, la strega e l’armadio”. Qui in Canada il mondo cristiano non è organizzato come negli Stati Uniti. Quando uscirà, andrò con qualcuno alla proiezione di mezzanotte. Non ho timori circa il film. Ci saranno sempre dei cristiani che definiranno la loro fede in base a ciò che li offende e per i quali non ci sarà nessuno abbastanza puro. Ci sarà gente che dirà che questo o quello è sbagliato, e alcuni che penseranno che il film non avrebbe dovuto essere girato.
Penso che la pellicola sarà un valido aiuto per parlare del cristianesimo. La gente leggerà Lewis, parlerà della fede e del film, e di altri aspetti positivi per lo stile. Ho letto il libro quando avevo sei o sette anni. Non sono cresciuto in una famiglia cristiana e non ho avuto un ambiente cristiano. Vent’anni dopo sono arrivato alla fede e sono convinto del fatto che i semi siano stati gettati da quel libro. Credo che la mia fede sia iniziata allora. Non aspettiamoci, però, che qualcuno che vedrà il film abbia un’esperienza evangelica, che esca dal cinema in ginocchio e dica “Salvami!”.
Non dovremmo quindi pensare che cambierà qualcosa com’è avvenuto con “La Passione”?
Michael Coren: Sono soltanto film. Lo Spirito Santo può usare un film, ma non ne ha bisogno.

IL FANTASY DI DIO
Da Tolkien a Lewis, torna il tempo delle grandi saghe cristiane: la costruzione fantastica ha un fortissimo senso religioso. Nel ciclo di Narnia il leone Aslan è modellato dalla figura di Cristo.
di Alessandro Zaccuri
Bene, adesso ci sono tutti. Il Signore degli anelli e la Regina bianca, usurpatrice della terra di Narnia. E Tito de’ Lamenti, futuro conte di Gormenghast. Per la prima volta, insomma, il parterre nobiliare del fantasy anglosassone è presente al gran completo nelle librerie italiane. Il gran cerimoniere, neanche a dirlo, è l’infaticabile J.R.R. Tolkien, la cui opera omnia è riproposta da Bompiani in versioni sempre più accurate e sontuose, realizzate in collaborazione con la Società tolkieniana italiana. Tutto merito della trilogia cinematografica diretta da Peter Jackson, non c’è dubbio, tant’è vero che un analogo effetto kolossal è auspicato per un’altra grande narrazione fantastica nata tra Oxford e dintorni, Le cronache di Narnia di Clive Staples Lewis, dal cui romanzo inaugurale, Il leone, la strega e l’armadio, è tratto il film diretto da Andrew Adamson, in uscita mercoledì nei cinema italiani. Mondadori, che ha da tempo in catalogo il capolavoro di Lewis, lo offre tra l’altro in una robusta brossura arricchita da un saggio dell’autore rimasto finora inedito in Italia (pagine 1.156, euro 20,00). L’attenzione giustamente dedicata alla riscoperta del regno incantato di Narnia rischia tuttavia di oscurare quello che può essere considerato il vero evento dell’anno per quanto riguarda l’importazione del fantastico britannico nel nostro Paese. Adelphi porta infatti in libreria Gormenghast di Mervyn Peake (traduzione di Roberto Serrai, pagine 594, euro 24,00), secondo volume di una saga che la stessa casa editrice aveva iniziato a proporre nel lontano 1981 con la pubblicazione di Tito di Gormenghast. Ancora poco conosciuto dal pubblico nostrano, Peake è molto amato e apprezzato dai lettori di lingua inglese, per i quali l’eccentrico pittore-narratore sarebbe il solo possibile concorrente del torrenziale Tolkien. Senza dimenticare Lewis, certo, al cui singolare esperimento di apologetica fantastica è dedicato il documentatissimo Il mondo di Narnia di Andrea Monda e P aolo Gulisano (San Paolo, pagine 182, euro 14,00). Che le Cronache siano una riuscita trasposizione del messaggio evangelico in chiave narrativa è ormai fuori discussione. A confermarlo basterebbe la lettera, da poco divulgata, in cui lo stesso Lewis ammette che sì, il leone Aslan – il più suggestivo fra i personaggi che animano l’epopea – è modellato dalla figura di Cristo, il Messia prefigurato dalle Scritture come «leone di Giuda». Qualcosa del genere accade nel Signore degli anelli, che il cattolico Tolkien aveva inizialmente concepito come mera costruzione fantastica, salvo poi rinvenire nelle peripezie di Frodo e compagni un indiscutibile significato di ordine spirituale. Un’analogia che non stupisce, se si considera che Il Signore degli anelli e Le cronache di Narnia furono composti a ridosso della Seconda guerra mondiale da due scrittori legati da una profonda amicizia, appartenenti entrambi agli Inklings, il gruppo di intellettuali cristiani che aveva deciso di dare nuovo impulso all’immaginario religioso. Anche il ciclo di Gormenghast (un castello-contea al quale non sono estranee le inquietudini dell’universo concentrazionario) fu ideato da Peake negli anni del conflitto, ma in una prospettiva molto diversa da quella perseguita da Tolkien e Lewis. Figlio di una coppia di missionari protestanti, lo scrittore elaborò la grandiosa metafora di Gormenghast come atto di ribellione a ogni convenzione formalista, anche di tipo religioso. Nel romanzo appena pubblicato da Adelphi, in particolare, la critica si rivolge al sistema scolastico, al quale sarebbe demandata l’educazione del protagonista, l’adolescente Tito, e che rischia invece di provocarne la distruzione. Eppure, nonostante tutto, anche quella di Peake è letteratura spirituale: contraddittoria e drammatica, forse ancora più schiettamente novecentesca di quella vagheggiata dagli Inklings, ma meritevole di essere meglio conosciuta e discussa. Come dite? Ci vorrebbe un film per lanciare la Gormenghast-man ia? Beh, in Gran Bretagna l’hanno già fatto: quella ispirata alle opere di Peake fu la «fiction televisiva del millennio», varata dalla Bbc per salutare il XXI secolo. Chissà che, presto o tardi, non se ne accorga anche qualche tv italiana.

(Quaderni Cannibali) Dicembre 2005 – autore: AA.VV.

Publié dans:grandi saghe cristiane (le) |on 19 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

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