Archive pour mai, 2020

Pentecoste

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Publié dans:immagini sacre |on 29 mai, 2020 |Pas de commentaires »

PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO

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PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO

Respirare Dio
dom Luigi Gioia

Il gesto che compie Gesù nel vangelo di oggi richiama quello del Padre nel momento della creazione del primo essere umano. Come infatti Gesù soffia per effondere lo Spirito Santo, così nel libro della Genesi il Padre plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Ricevere il soffio di Dio indica che viene stabilito un legame unico tra l’essere umano e il suo creatore. L’uomo vive del soffio stesso di Dio, respira in Dio, respira Dio. A questo corrisponde l’espressione di Paolo nel suo discorso ad Atene: in Lui, in Dio, abbiamo la vita, il movimento e l’essere. Se non si può parlare di consanguineità con Dio, perché Dio non ha un sangue, si può coniare il termine di ‘con-spiritualità’: partecipiamo dello stesso ‘spirito’, dello stesso ‘soffio’ (entrambi traduzioni possibili del termine ruah in ebraico), esiste una vera parentela tra noi e Dio.
Senza il soffio di Dio non esistiamo, non solo a livello della nostra vita biologica, ma soprattutto dal punto di vista relazionale. Continuiamo a respirare solo se restiamo in relazione con Dio, in pace con Dio. Per riplasmare la sua creatura, dunque, il Signore rinnova lo stesso gesto della creazione: soffia il suo Spirito nell’uomo, ristabilisce la relazione, la parentela, la ‘con-spiritualità’. Per questo, nel farlo Gesù dice: Pace a voi! aggiunge i vostri peccati sono perdonati. Lo Spirito è la realizzazione della riconciliazione operata da Cristo: non essendovi più nessun ostacolo tra noi e il Padre, possiamo di nuovo condividere il suo soffio, respirare all’unisono con lui.
Possiamo, per passare ad un’altra immagine che esprime la stessa verità, affermare con Paolo che diventiamo un solo corpo con Cristo, perché abbiamo in noi lo stesso Spirito, lo Spirito di Gesù, lo Spirito del Figlio, e per questo non siamo più semplicemente delle creature, ma siamo ricreati figli di Dio e possiamo chiamarlo d’ora in poi ‘Padre’.
Lo Spirito viene a portare la pace con Dio e tra di noi, ma viene anche a portare la pace in noi. Che cosa ci rasserena infatti maggiormente del sentirci dire: « i tuoi peccati ti sono perdonati »? Ecco perché questo perdono Gesù lo chiama pace.
Questo perdono non è soltanto negativo, non consiste cioè solo nell’eliminazione del male che abbiamo fatto. Molto più profondamente, il perdono dei peccati, la pace che lo Spirito porta dentro di noi, è qualcosa di positivo. Paolo nella lettera ai Galati dice che il frutto dello Spirito Santo, cioè il segno della sua presenza nel nostro cuore è amore, è gioia, è pace, è pazienza, è benevolenza, è bontà, è fedeltà, è mitezza, è dominio di sé. Lo Spirito Santo non solo ristabilisce la pace con Dio e tra di noi, ma è anche colui che costantemente ristabilisce la pace nel nostro cuore.
Tutto questo è espresso liricamente dalla sequenza di Pentecoste quando invochiamo lo Spirito Santo come consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. La pace nel cuore risulta dallo Spirito Santo che ci consola, ci porta sollievo. Così la sequenza continua: lo Spirito Santo nella fatica è riposo, nella calura è riparo, nel pianto ci conforta. È una luce beatissima che invade nell’intimo il cuore dei fedeli. Infine conclude: Senza la tua forza, o Spirito Santo, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.
La vita cristiana consiste nel custodire questa pace che lo Spirito Santo porta nei nostri cuori. Manifestiamo in questo modo la nostra fede in lui: credere che è nei nostri cuori è cercare di percepire la sua presenza, è lasciarci consolare da lui, ricreare da lui, è lasciar crescere in noi questi bellissimi frutti dello Spirito Santo: l’amore, la gioia, la pace.
Soprattutto la gioia. Quando Gesù appare ai suoi discepoli, il vangelo di oggi ci dice che furono invasi da una grandissima gioia. Quando nel libro degli Atti degli Apostoli arriva lo Spirito Santo, si diffondono di nuovo gioia ed entusiasmo tra gli apostoli. Lo Spirito Santo è il tesoro di pace e di gioia sempre a nostra disposizione, non fuori di noi, ma dentro di noi.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI, PENTECOSTE |on 29 mai, 2020 |Pas de commentaires »

La discesa dello Spirito Santo

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Publié dans:immagini sacre |on 28 mai, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – La Pentecoste di Efeso – 29 maggio 2017

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PAPA FRANCESCO – La Pentecoste di Efeso – 29 maggio 2017

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.123, 30/05/2017)

Cuori «irrequieti» perché «mossi dallo Spirito Santo», o «elettrocardiogrammi spirituali» piatti, lineari, «senza emozioni»? In quale categoria ci si ritrova? È la domanda di fondo posta a ogni cristiano da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta lunedì 29 maggio. All’inizio della settimana in cui «la Chiesa ci prepara per ricevere lo Spirito Santo e ci fa riflettere sullo Spirito Santo e ci chiede di pregare perché lo Spirito Santo venga nella Chiesa, nel mio cuore, nella mia parrocchia, nella mia comunità», Papa Francesco ha invitato i cristiani a mettersi «in attesa di questo dono del Padre che Gesù ci ha promesso».
La meditazione del Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura del giorno dedicata alla predicazione di san Paolo a Efeso (Atti degli apostoli, 19, 1-8). Subito si nota, ha rilevato Francesco, «come questa comunità che aveva ricevuto la fede non sapeva dello Spirito Santo». Tant’è che, ha detto, questa lettura si potrebbe chiamare «La Pentecoste di Efeso», perché «succede lo stesso che era accaduto a Gerusalemme».
Eppure, ha fatto notare il Papa, «questa gente era credente». Ma quando Paolo domandò loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?», questi risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito che esiste uno Spirito Santo». In questo racconto, cioè, ci si trova di fronte alla «realtà di una Chiesa, gente buona, gente di fede, gente che credeva nel Signore Gesù», ma che «era lì senza neppure conoscere questo dono del Padre: lo Spirito Santo». Perciò «Paolo Impose le mani e incominciarono: “Discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue”».
Il Pontefice ha spiegato che, con la discesa dello Spirito Santo, per i discepoli di Efeso «è incominciato il moto del cuore perché quello che muove il nostro cuore, quello che ci ispira, che ci insegna» è lui: è lo Spirito «che muove il cuore», che alimenta «le emozioni nel cuore». Del resto, ha aggiunto, lo aveva detto lo stesso Gesù: lo Spirito «insegnerà» e farà ricordare «tutto quello che io vi ho insegnato».
Ciò che è accaduto ai discepoli di Efeso è un’esperienza ricorrente nei racconti del Nuovo testamento, in cui si incontrano tanti personaggi che «hanno sentito questo messaggio e hanno cambiato vita». Per esempio, ha approfondito il Pontefice, «possiamo domandarci: chi mosse Nicodemo ad andare di notte a parlare con Gesù?». Fu proprio «quella inquietudine». E «chi mosse la samaritana dopo aver dato l’acqua a Gesù a intrattenersi a parlare con lui?». La risposta è che lei sentiva che «il cuore cambiava». Ancora: «chi mosse la peccatrice ad andare e bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime? E chi mosse tanta gente ad avvicinarsi a Gesù? Pensiamo a quella signora, ammalata di perdite di sangue: chi è stato a muoverla e a metterle quel sentimento, quell’idea: “Se io tocco l’orlo del mantello sarò guarita”?». La risposta è sempre la stessa: «lo Spirito Santo», colui che «muove il cuore».
A questo punto Papa Francesco ha, come sua consuetudine, attualizzato la meditazione applicandola alla vita di ogni cristiano. Ha posto quindi una serie di domande: «Io sono come quelli di Efeso che nemmeno sapevano che esistesse lo Spirito Santo? Quale è il posto che lo Spirito Santo ha nella mia vita, nel mio cuore? Io sono capace di ascoltarlo? Io sono capace di chiedere ispirazione prima di prendere una decisione o dire una parola o fare qualcosa? O il mio cuore è tranquillo, senza emozioni, un cuore fisso?». Il problema infatti, ha aggiunto, è che per «certi cuori, se noi facessimo un elettrocardiogramma spirituale, il risultato sarebbe lineare, senza emozioni».
Una realtà spirituale che si ritrova descritta anche nei vangeli, ha ricordato il Pontefice, se si pensa, ad esempio, ai dottori della legge: «erano credenti in Dio, sapevano tutti i comandamenti, ma il cuore era chiuso, fermo, non si lasciavano interpellare».
Ecco, allora, il punto di volta della riflessione: occorre «lasciarsi interpellare dallo Spirito Santo». Qualcuno, ha detto il Papa, potrebbe obiettare: «“Eh, ho sentito questo… Ma, padre, quello è sentimentalismo?” — “No, può essere, ma no. Se tu vai sulla strada giusta non è sentimentalismo”». Così come può capitare di sentir dire: «Ho sentito la voglia di fare questo, di andare a visitare quell’ammalato o cambiare vita o lasciare questo…». L’importante, ha spiegato Francesco, è «sentire e discernere: discernere quello che sente il mio cuore», perché «lo Spirito Santo è il maestro del discernimento».
Certi slanci sono infatti positivi: «una persona che non ha questi movimenti nel cuore, che non discerne cosa succede, è una persona che ha una fede fredda, una fede ideologica. La sua fede è un’ideologia, tutto qui». È proprio quello che viene descritto nel Vangelo: «il dramma di quei dottori della legge che se la prendevano con Gesù».
Perciò, ha detto il Papa, bisogna chiedersi: «Quale è il mio rapporto con lo Spirito Santo? Io prego lo Spirito Santo? Chiedo luce allo Spirito Santo? Chiedo che mi guidi per il cammino che devo scegliere nella mia vita e anche tutti i giorni? Chiedo che mi dia la grazia di distinguere il buono dal meno buono? Perché il buono dal male subito si distingue. Ma c’è quel male nascosto che è il meno buono, ma ha nascosto il male. Chiedo quella grazia?».
In fin dei conti, la domanda che il Papa ha voluto oggi «seminare» nel cuore di ognuno è: «Come è il mio rapporto con lo Spirito Santo?». Ogni cristiano dovrebbe cioè chiedersi: «Io ho un cuore irrequieto perché mosso dallo Spirito Santo?»; e ancora: «Chiedo questa grazia di capire cosa succede nel mio cuore?»; e infine: «Quando mi viene la voglia di fare qualcosa, mi fermo e chiedo allo Spirito Santo che mi ispiri, che mi dica di sì o di no o faccio soltanto i calcoli con la mente: “Questo sì perché se no…?”».
L’impegno è quello di mettersi in ascolto: «Cosa mi dice lo Spirito?». Non a caso, ha ricordato il Pontefice, l’apostolo Giovanni nell’Apocalisse, rivolgendosi «a ognuna delle sette chiese di quel tempo, incomincia così: “Ascoltate quello che lo Spirito dice alle chiese”». Perciò, ha concluso, «oggi chiediamo questa grazia di ascoltare quello che lo Spirito dice alla nostra Chiesa, alla nostra comunità, alla nostra parrocchia, alla nostra famiglia e a me, a ognuno di noi: la grazia di imparare questo linguaggio di ascoltare lo Spirito Santo».

 

Crocifisso di San Damiano – Ascensione del Signore

per diario Crocifisso-di-san-Damiano-Assisi.-Dettaglio

Publié dans:immagini sacre |on 22 mai, 2020 |Pas de commentaires »

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (24/05/2020)

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ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (24/05/2020)

E ora tutto comincia
padre Gian Franco Scarpitta

Il monte è sempre stato nella Bibbia il luogo nel quale l’uomo incontra Dio e riceve i suoi insegnamenti e, come nel caso di Elia, occorre salirvi per incontrare il Signore che parla. Mosè vi sale anche per ricevere le tavole della Legge, mentre il monte Oreb trema e fuma molto. Anche per Gesù la dimensione orografica è quella più privilegiata per rapportarsi al Padre; a proposito del Tabor fu quella in cui si mostrò in tutta la sua gloria e in tutta la sua magnificenza (Trasfigurazione) e sempre dalla montagna (per alcuni ai piedi di questa) Gesù proclamò le Beatitudini. Le alture sono il luogo del momentaneo distacco per il successivo ritorno fra la moltitudine; costituiscono lo spazio privilegiato per l’ascolto e per la meditazione raccolta senza interferenze e garantiscono un’intimità che difficilmente si trova in altri luoghi. E soprattutto contrassegnano la Trascendenza da cui può derivare ogni sorta di pedagogia per l’uomo, questo anche a prescindere dalla nostra religione.
Riguardo a Gesù vi è tuttavia una differenza: proprio dal monte degli Ulivi (At 1, 12) egli “sale” al Cielo perché prima era “disceso” per condividere la sua vita con noi. A differenza che in Elia e in Enoch non si può parlare dell’ascesa di Gesù se non si considera che lui era prima disceso quaggiù sulla terra, perché si tratta del Verbo di Dio che inizia la sua avventura terrena per poi concluderla. Dirà successivamente Paolo: “Che significa la parola “ascese” se non che prima era “disceso” quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.”(Ef 4, 9 – 10). Mandato dal Padre in forza dello Spirito Santo e assunta la carne da una donna sotto la Legge (Gal 4, 4 e ss), Gesù è il Verbo che era disceso, e adesso, poco fuori Gerusalemme, su un alto monte “ascende” verso il Padre, secondo i preannunci che ci venivano fatti per mezzo dell’evangelista Giovanni. Abbandona fisicamente la realtà precaria e insufficiente della nostra terra caratterizzata dal peccato e raggiunge il luogo della Perfezione e della Gloria che nulla ha a che fare con il peccato e con questo mondo. Il “cielo” non è infatti da intendere come il luogo stratosferico oltre le nubi dove siedono beati personaggi candidi e pacifici, ma piuttosto la dimensione pura del divino che non corrisponde alle limitatezze del nostro spazio e del nostro tempo. Daniele da qualche parte lascia intendere che il Cielo è Dio stesso.
Riepilogando: Gesù Cristo Verbo di Dio, che per volontà del Padre era disceso su questo luogo provvisorio e peccaminoso condividendo con esso (senza assumerle) tutte le aberrazioni e le precarietà e conducendo la nostra stessa vita quale uomo fra gli uomini, adesso ascende, cioè smette le consuetudini terrene per riacquistare la dimensione che più gli compete, quella della gloria e della perfezione assoluta. Questo è il fenomeno che noi chiamiamo Ascensione.
Saremmo tentati di pensare che con la dipartita di Gesù tutto abbia fine. E’ invece tutto adesso ha inizio, perché proprio adesso comincia la storia della Chiesa, nella quale gli apostoli sono chiamati in causa direttamente nella missione di annuncio.
Gesù aveva infatti detto espressamente ai suoi discepoli che non li avrebbe lasciati orfani e che avrebbero continuato a vederlo, sia pure sotto altri aspetti. La sua assenza materiale non avrebbe determinato la sua scomparsa, ma la sua costante vicinanza in mezzo a loro e anche andando a “preparare per loro un posto” (Gv 14, 2 – 4) non li avrebbe lasciati soli, perché avrebbe preso posto in loro e perennemente in loro sarebbe rimasto. Anzi, aveva spiegato loro che era necessario che egli andasse via perché altrimenti non avrebbero potuto ricevere, da parte sua, l’ulteriore dono dello Spirito Santo che li avrebbe condotti alla conoscenza della verità e li avrebbe istruiti su cosa avrebbero dovuto fare (Gv 16, 5 – 7). Fino ad allora Gesù aveva ordinato loro di non allontanarsi da Gerusalemme fin quando non avessero ricevuto l’adempimento della promessa del Padre, beccandosi la grande delusione nel rilevare che essi non avevano capito proprio nulla di quella che era stata la sua missione. Gli avevano domandato infatti: “E’ questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?” e con questa domanda avevano dimostrato di non aver assimilato nulla della sua parola di redenzione e di salvezza. Gesù si era limitato tuttavia a rispondere che lo Spirito Santo li avrebbe condotti a comprendere ogni cosa, assistendoli sempre, radicandoli nella verità e allo stesso tempo animandoli nello zelo dell’annuncio della sua Resurrezione da Gerusalemme fino ai confini della terra (=fino a Roma). Lo Spirito Santo stesso infatti attualizzerà la presenza innovatrice di Gesù risorto che continuerà a parlare e a operare prodigi nella persona degli Apostoli, che incentiverà in ogni luogo la comunione e la missione della Chiesa. Negli Atti degli Apostoli si legge infatti di una Chiesa dinamica e imperterrita, assista da Dio anche nelle difficoltà più esacerbanti, non preclusa alle innovazioni e alle iniziative, sospinta nell’annuncio del Cristo e operativa di miracoli a volte del tutto simili a quelli operati dal Signore prima della croce. Si accresce sempre più il numero dei battezzati secondo il monito dello stesso Gesù (nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tutte le nazioni) e si arricchisce di talenti anche con la conversione di altri uomini che, come Paolo, da persecutori diventano di essa sostenitori.
In forza dello Spirito è infatti Gesù stesso che continua ad assistere la Chiesa e solo grazie alla alla protezione divina questa Istituzione di salvezza ha potuto reggersi in piedi nei secoli nonostante le ben note parentesi di aberrazioni e di nequizie da parte di pontefici e cardinali. Nonostante le ignominie e le scelleratezze di cui la Chiesa si è macchiata nel corso dei secoli, lo Spirito le ha restituito credibilità attraverso carismi edificanti quali San Francesco di Assisi, Santa Rita e ultimamente S. Teresa di Calcutta e San Pio da Pietralcina, come pure per mezzo di condotte eroiche ed esemplari di uomini coraggiosi che perdono tuttora la vita per la causa del Vangelo e per il sostegno dei deboli e degli esclusi.
Cristo asceso al cielo non ci ha abbandonati, ma piuttosto ci sprona alla testimonianza e al coraggio dell’annuncio del vero Vangelo, non prima di averci avvinti verso di sé per mezzo del dono della fede, unico occhio con cui è possibile vedere quello che non si vede. Gesù ci invita a “cercare le cose di lassù”(Col 3, 1 – 2) mantenendo costantemente i piedi per terra pur orientando lo sguardo verso l’alto, continuando a credere e a sperare nel Signore, unico che può darci tutte le motivazioni per perseverare nel bene.
Come poi avevano promesso le due apparizioni angeliche agli apostoli che, interdetti, continuavano a fissare il cielo, il Signore Gesù, come da questo mondo si era allontanato, così vi farà ritorno in un tempo che non ci è dato conoscere, quello del Giudizio finale, nel quale converseremo faccia a faccia con lui e per il quale siamo chiamati intanto a vivere ogni giorno le ragioni della speranza. Tornerà così come era asceso, per retribuire a ciascuno il suo.

Publié dans:OMELIE |on 22 mai, 2020 |Pas de commentaires »

Casa di preghiera Tavodo

csa di preghiera tavodo

Publié dans:immagini sacre |on 21 mai, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – 16 aprile 2020 – « Essere riempiti di gioia »

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CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA
DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – 16 aprile 2020 – « Essere riempiti di gioia »

Introduzione

In questi giorni mi hanno rimproverato perché ho dimenticato di ringraziare un gruppo di persone che anche lavora. Ho ringraziato i medici, infermieri, i volontari… “Ma lei si è dimenticato dei farmacisti”: anche loro lavorano tanto per aiutare gli ammalati ad uscire dalla malattia. Preghiamo anche per loro.

Omelia

In questi giorni, a Gerusalemme, la gente aveva tanti sentimenti: la paura, lo stupore, il dubbio. “In quei giorni, mentre lo storpio guarito tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo, fuori di sé per lo stupore …” (At 3,11): c’è un ambiente non tranquillo perché accadevano cose che non si capivano. Il Signore è andato dai suoi discepoli. Anche loro sapevano che era già risorto, anche Pietro lo sapeva perché aveva parlato con lui quella mattina. Questi due che erano tornati da Emmaus lo sapevano, ma quando il Signore è apparso si spaventarono. “Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma” (Lc 24,37); la stessa esperienza l’avevano avuta sul lago, quando Gesù è venuto camminando sulle acque. Ma in quel tempo Pietro, facendosi coraggioso, ha scommesso sul Signore, ha detto: “Ma se sei tu, fammi andare sulle acque” (cfr Mt 14,28). Questo giorno Pietro era zitto, aveva parlato con il Signore, quella mattina, e di quel dialogo nessuno sa cosa si erano detti e per questo era zitto. Ma erano così pieni di paura, sconvolti, credevano di vedere un fantasma. E dice: “Ma no, perché siete turbati? Perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mani, i piedi…”, gli fa vedere le piaghe (cfr Lc 24,38-39). Quel tesoro di Gesù che lo ha portato in Cielo per farlo vedere al Padre e intercedere per noi. “Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa”. E poi viene una frase che a me dà tanta consolazione e per questo, questo passo del Vangelo è uno dei miei preferiti: “Ma poiché per la gioia non credevano…” (cfr Lc 24, 41), ancora ed erano pieni di stupore, la gioia gli impediva di credere. Era tanta quella gioia che “no, questo non può essere vero. Questa gioia non è reale, è troppa gioia”. E questo gli impediva di credere. La gioia. I momenti di grande gioia. Erano strapieni di gioia ma paralizzati per la gioia. E la gioia è uno dei desideri che Paolo ha per i suoi di Roma: “Che il Dio della speranza vi riempia di gioia” (cfr Rm 15,13) gli dice. Riempire di gioia, essere pieno di gioia. È l’esperienza della consolazione più alta, quando il Signore ci fa capire che questa è un’altra cosa dall’essere allegro, positivo, luminoso… No, è un’altra cosa. Essere gioioso… ma pieno di gioia, una gioia traboccante che ci prende davvero. E per questo Paolo augura che “il Dio della speranza vi riempia di gioia”, ai Romani. E quella parola, quella espressione, riempire di gioia viene ripetuta, tante, tante volte. Per esempio, quanto accade nel carcere e Paolo salva la vita al carceriere che stava per suicidarsi perché si erano aperte le porte con il terremoto e poi gli annuncia il Vangelo, lo battezza, e il carceriere, dice la Bibbia, era “pieno di gioia” per aver creduto (cfr At 16,29-34). Lo stesso accade con il ministro dell’economia di Candàce, quando Filippo lo battezzò, sparì, lui seguì il suo cammino “pieno di gioia” (cfr At 8,39). Lo stesso successe nel giorno dell’Ascensione: i discepoli tornarono a Gerusalemme, dice la Bibbia, “pieni di gioia” (cfr Lc 24,52). È la pienezza della consolazione, la pienezza della presenza del Signore. Perché, come Paolo dice ai Galati, “la gioia è il frutto dello Spirito Santo” (cfr Gal 5,22), non è la conseguenza di emozioni che scoppiano per una cosa meravigliosa… No è di più. Questa gioia, questa che ci riempie è il frutto dello Spirito Santo. Senza lo Spirito non si può avere questa gioia. Ricevere la gioia dello Spirito è una grazia. Mi vengono in mente gli ultimi numeri, gli ultimi paragrafi dell’Esortazione Evangelii nuntiandi di Paolo VI (cfr 79-80), quando parla dei cristiani gioiosi, degli evangelizzatori gioiosi, e non di quelli che vivono sempre giù. Oggi è un giorno bello per leggerlo. Pieni di gioia. È questo che ci dice la Bibbia: “Ma poiché per la gioia non credevano …”, era tanta che non credevano. C’è un passo del libro di Neemia che ci aiuterà oggi in questa riflessione sulla gioia. Il popolo tornato a Gerusalemme ha ritrovato il libro della legge, è stato scoperto di nuovo – perché loro sapevano la legge a memoria, il libro della legge non lo trovavano – grande festa e tutto il popolo si riunì per ascoltare il sacerdote Esdra che leggeva il libro della legge. Il popolo commosso piangeva, piangeva di gioia perché aveva trovato proprio il libro della legge e piangeva, era gioioso, il pianto… Alla fine quando il sacerdote Esdra finì, Neemia disse al popolo: “State tranquilli, adesso non piangete più, conservate la gioia, perché la gioia nel Signore è la vostra forza” (cfr Ne 8,1-12). Questa parola del libro di Neemia ci aiuterà oggi. La grande forza che noi abbiamo per trasformare, per predicare il Vangelo, per andare avanti come testimoni di vita è la gioia del Signore che è frutto dello Spirito Santo, e oggi chiediamo a Lui di concederci questo frutto.

 

il Paraclito

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Publié dans:immagini sacre |on 15 mai, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA (17-05-2020) – PER I CRISTIANI C’È UN SOLO COMANDAMENTO

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OMELIA (17-05-2020) – PER I CRISTIANI C’È UN SOLO COMANDAMENTO

mons. Roberto Brunelli

« Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi ». Questa espressione, che si legge oggi nella seconda lettura (1Pietro 3,15-18), è bella, ma impegnativa: presuppone un’adesione lucida, ragionata e convinta alla fede.
E’ quello di cui parla anche il vangelo odierno (Giovanni 14,15-21), tratto, come quello di domenica scorsa, dai discorsi di Gesù durante l’ultima cena. Il brano si apre con un perentorio richiamo: « Se mi amate, osserverete i miei comandamenti ». I comandamenti cui qui allude non sono tanto i dieci del ben noto elenco, che Israele conosceva già; sono piuttosto quelli – che non smentiscono i dieci ma si collocano più su – dati da lui, con l’insegnamento e l’esempio; sono i comandamenti di cui lui stesso, in un’altra occasione, ha formulato la sintesi onnicomprensiva: « Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze, e amerai il prossimo tuo come te stesso ».
Queste parole delineano il cuore di tutta la normativa cristiana; sono le due facce dell’unico precetto cui i cristiani sono tenuti, il precetto dell’amore, di cui i dieci comandamenti e tutte le altre regole di vita non sono se non specificazioni, applicazioni, esempi. Se amo Dio, certo non considero niente e nessuno più importante di lui, non bestemmio, gli rendo culto almeno con la messa festiva; se amo il prossimo, onoro il padre e la madre, non uccido nessuno, non commetto adulterio, non rubo, non danneggio altri dicendo falsità, e così via. Evitare il male è la misura minima dell’amore; il passo seguente sta nel fare il bene, tutto il bene possibile: come risposta al bene sommo che Dio per primo, mediante il suo Figlio, ha fatto e continua a fare a noi.
L’amore di cui parla Gesù non sta dunque in romantiche dichiarazioni, in belle parole, ma nei fatti. Ho sentito più volte dire frasi del tipo: « A messa no, non vado: c’è troppo chiasso, le chitarre, i bambini che frignano… Preferisco andare in chiesa quando non c’è nessuno, così mi concentro meglio ». Ho visto alcuni commuoversi sino alle lacrime, guardando il film di Mel Gibson sulla Passione. C’è chi non è contento se non si è procurato, la domenica delle Palme, un ramo di ulivo benedetto. C’è chi fa collezione di santini, o tiene nel portafogli un’immagine di Sant’Antonio o di Padre Pio: e pensa con ciò di essere un buon cristiano. Ma il cristianesimo non è una religione sentimentale, una vaga effusione di sentimenti, mutevoli e infidi come tutti i sentimenti. Si è cristiani per una scelta ragionata, per una decisione che comporta ben definite conseguenze; l’amore per Colui che si è scelto si sostanzia di precise concretezze: « Osservate i miei comandamenti ».
Lui stesso del resto l’aveva ricordato in altra occasione: « Non chi dice ‘Signore, Signore’ entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che sta nei cieli ». E nella preghiera da lui insegnata ha incluso: « Padre nostro… Sia fatta la tua volontà »; una domanda che non posso riferire agli altri, esentando me stesso; è una domanda implicante un proposito e un impegno, se davvero considero Dio come il mio Padre, il quale mi ha amato per primo, ancor prima che nascessi.
?Se mi amate, osserverete i miei comandamenti ». Nel dire così, Gesù sapeva bene di chiedere un impegno non facile. Per questo subito ha aggiunto: « Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore ». Questa parola traduce quella greca che significa anche « avvocato difensore » o « sostegno e consigliere nelle difficoltà ». Il Consolatore è lo Spirito Santo, donato col Battesimo e dopo d’allora continuamente elargito mediante gli altri sacramenti. La serietà della fede, la verità dei relativi atteggiamenti si misura dalla concretezza con cui si attinge a questo pozzo di grazia, che Gesù ha messo a disposizione di chi ha scelto di contraccambiare il suo amore.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 15 mai, 2020 |Pas de commentaires »
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