Archive pour septembre, 2017

Matteo 21, 28 -32

ciottoli e diario - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 29 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

1 OTTOBRE 2017 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/05-Ordinario_A/Omelie/26-Domenica/04-26a-Domenica_A_2017-AG.htm

1 OTTOBRE 2017 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Volersi convertire.

Convertirsi?
Subito pensiamo a spettacolari svolte tipo san Paolo, Ignazio di Loyola, Charles De Foucault, Jean Fesh… Svolte definitive. In realtà neanche per costoro fu affare di un giorno. La conversione è un processo della vita, che consiste nel passare – più spesso che dall’ateismo alla religione – dalla religione tradizionale, popolare, rituale, alla fede personale.
È un reale salto, che esitiamo ad affrontare, perché sinceramente ci incute un po’ di timore. Significa infatti superare l’idea rassicurante di un Dio bonaccione e protettivo, che basta osservare alcune regole ovvie ed è contento, per entrare in un rapporto personale e diretto con lui, dove scopro che ha un progetto su di me, una chiamata; dove mi invita, come Abramo, a lasciare la mia « terra », le mie sicurezze, e intraprendere la ricerca di una nuova vita.
È un’esperienza bellissima e inquietante come innamorarsi, cioè come entrare in gioco con la vita, il destino, le potenze e le esigenze di un altro, e non sai come andrà a finire. Fede significa lasciare ciò che vediamo, per avventurarsi in ciò che non vediamo.
La fede poi ha un prezzo: esige di spogliarsi di se stessi per trovare una nuova identità, quella di testimoni di Dio. E questo ci mette in bilico: ne ho davvero le forze? Ne ho davvero voglia? E ci prende il panico, la vertigine. Alla fine rinunciamo. Preferiamo stare nel più modesto menage del bravo praticante, che non fa nulla di male, e mantenere la facciata del buon fedele, che va bene così.
E va bene. Solo che… nel fondo del nostro cuore avvertiremo un vago senso di vuoto, lamenteremo che ci manca qualcosa, che la vita è grigia, che stiamo sopravvivendo ma non vivendo, perché realizziamo tante cose, ma non realizziamo noi stessi.
Insomma, c’è niente da fare, dobbiamo prendere il coraggio di buttarci, di usare la libertà e deciderci per il tutto o niente, fidarci una buona volta di Dio, se vogliamo veramente combinare qualcosa di serio.
E poi resistere nella scelta e camminare. Sopportare il vento contrario, incassare gli urti, reggere la fatica. Ogni mattina ripartire, ad ogni svolta rinnovare la decisione. Perché la fede non è mai scontata, va continuamente ricuperata. Si mantiene solo rinnovandosi. Muore se non viene difesa.
Dunque, si tratta di andare sempre oltre me stesso, di superare l’immediato, il primario, per puntare in alto, per seguire Gesù fino in fondo. Uno sforzo che esige grande volontà e autentica umiltà. Volontà per essere sempre decisi, e umiltà per rialzarsi ad ogni cedimento.
Ma ne vale la pena, perché solo così saprò cos’è la libertà. Solo con Dio sono emancipato da me stesso e dagli altri.
Da me stesso, perché non devo preoccuparmi della popolarità e del successo, della salute e del benessere, del denaro e della sicurezza… non sono più schiavo del mio io. Posso anche invecchiare, ammalarmi, sbagliare… Lui pensa a me. Io devo occuparmi delle cose superiori: dello spirito, della giustizia, della fratellanza, della pace…
Ed emancipato dagli altri, perché non devo preoccuparmi del loro giudizio, del loro controllo. Non ho bisogno di ancorarmi a nulla e nessuno: non a un leader, o a un partito, o a una mafia, o a una ideologia. Non devo sacrificare a nessun idolo, prostituirmi a nessun padrone. Quando mi sono donato a Dio, lui si dona a me e nulla mi manca. Tutto posso in colui che mi da forza (la sua).
Ho la libertà e ho la pienezza: il mio amore diventa illimitato quanto è il suo oggetto, cioè lui.
Tutto questo però lo sperimento solo dopo che ho fatto il salto nel buio, dopo il colpo di testa. Lì per lì mollare tutto quello in cui ho sempre contato… è un azzardo.
Ma qui mi soccorre la comunità. In essa trovo la testimonianza che è la via giusta, perché vi vedo la pace, la gioia, il progresso, la libertà. E in essa trovo i santi. I santi sono il frutto della conversione, e quali persone sono così riuscite, così realizzate, così pienamente umane e così felici come i santi?
E allora prendiamo coraggio. Superiamo noi stessi, perché, lo dice chiaro Gesù: chi vuol salvare la propria vita la perde: chi la perde per lui la salva. E sia così.

Don Attilio GIOVANNINI

Publié dans:OMELIE |on 29 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

Annunciazione, domani è la festa dei Santi Arcangeli e, quindi, il mio onomastico

diario

Publié dans:immagini sacre |on 28 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

Apocalisse 8 (Il dragone)

Apocalisse 8 (il dragone)

Publié dans:immagini sacre |on 26 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

IL SERPENTE SFORTUNATO – (ebraismo)

http://www.morasha.it/midrashim/07_serpente.html

IL SERPENTE SFORTUNATO – (ebraismo)

Quando colpì per la prima volta, nessuno ci pensò troppo su. Ogni tanto succedeva che un passante isolato venisse morso da un serpente velenoso e morisse in poco tempo. Ma gli abitanti del piccolo villaggio ben presto si resero conto che avevano a che fare con lo stesso serpente velenoso e aggressivo. I casi di persone uccise si moltiplicarono spaventosamente.
Decisero che era arrivato il momento di far qualcosa. Dopo aver scoperto la tana della pericolosa bestia si rivolsero allo tzaddìk del villaggio, Rabbì Chaninà Ben Dossà, chiedendogli di pregare perché il flagello avesse termine.
R. Chaninà li ascoltò attentamente e chiese invece di essere accompagnato nel luogo dove era stata trovata la tana del serpente. La richiesta sembrava strana, ma gli abitanti, fiduciosi nelle capacità del rabbino, lo accontentarono con sollecitudine.
Appena arrivato, prima che qualcuno potesse fermarlo, R. Chaninà mise il suo tallone proprio all’imboccatura della tana dove si nascondeva il serpente. Questo non ci pensò su due volte, non si lasciò sfuggire l’inaspettata e facile preda e con un guizzo addentò il tallone dello tzaddìk, iniettandogli il suo mortale veleno.
La folla, che assisteva impotente alla scena, rimase impietrita. Per lunghi interminabili momenti tutti trattennero il respiro, inorriditi. Poi, tra lo stupore generale, il serpente ebbe uno scatto nervoso, ma lentamente si accasciò al suolo, senza vita.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo, R. Chaninà incolume, prese il serpente, se lo mise al collo e si incamminò verso il Bet Hamidràsh, l’accademia di studi. Era chiaro a tutti che lo tzaddìk voleva trarre un insegnamento da quel terribile episodio.
« Vedete », esordì alla folla ormai numerosa « un serpente velenoso può solamente far del male a chi ha commesso delle trasgressioni, e quando dal Cielo è stato deciso che debba morire: non è il serpente che uccide, ma il peccato! » Da allora iniziò a circolare il famoso proverbio: « Guai all’uomo che incontra un serpente velenoso e guai al serpente che incontra R. Chaninà ben Dossà! »

Per i più grandi – Oltre il peshàt (significato letterale)
A una prima lettura il racconto ci lascia confusi. Lo tzaddìk potrebbe essere molto coraggioso, paurosamente incosciente o addirittura arrogante e che, sicuro dei suoi meriti, mette in pericolo la sua vita in maniera molto teatrale.
I commentatori del midràsh (Kaf Hachayìm) invece ci portano indietro, molto indietro. Non ricordate che si è già parlato nella Torà di un serpente e del tallone umano. Già proprio « quel » serpente, quello di Adàm Harishòn e di Chavà, nel Gan Eden. Qual era stata la maledizione divina per aver causato la trasgressione? « … la progenie di lei (della donna) ti schiaccerà la testa e tu ti avvolgerai al tallone » Che vuol dire?
Spiega l’Or Hachayìm questo oscuro versetto, citando il nostro midràsh del Talmùd: Quando l’uomo si eleva, osservando le mitzvòt, ti schiaccerà (interpretando « la testa » con « essendo testa » cioé in alto). Quando sarà (basso come il) tallone tu lo avvvolgerai (cioé lo ucciderai). Sullo stesso versetto un altro commentatore, il Kelì Yakkàr, ci ricorda che il serpente simboleggia l’istinto al male: lo vinciamo se lo colpiamo quando si manifesta all’inizio (testa), ma ne saremo colpiti se reagiamo alla fine (tallone).
Il Kaf Hachayìm suggerisce ancora che gli abitanti del villaggio ritenevano che il serpente fosse una punizione speciale mandata da Dio, un fatto sovrannaturale. R. Chaninà Ben Dossà dimostra che le cose non stavano così. Se si fosse trattato di una punizione sovrannaturale lo stesso tzaddìk non sarebbe sopravvissuto. È invece Dio stesso che può decidere se mandare una punizione tramite un fatto naturale, senza forzarla. Nel caso dello tzaddìk il veleno che aveva ucciso tanti abitanti del villaggio, non ha effetto.
Per quanto queste considerazioni sulla natura ci possano stupire, non dobbiamo dimenticare il nome che i Maestri davano agli eventi naturali: minhàg ha’olàm – il « comportamento » del mondo. Se un evento naturale si « comporta » ripetutamente in una determinata maniera (per esempio una mela lasciata cadere va verso il basso), chi ha mai detto che lo debba fare per sempre?

T.B. Berakhòt 33a

David Piazza

Publié dans:EBRAISMO |on 26 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

Matteo 20, 1-16

cottoli e diario - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 23 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (24/09/2017)

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=40841

Tutti dentro perché tutti cercati

dom Luigi Gioia

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (24/09/2017)

Vangelo: Is 55,6-9; Sal 145; Fil 1,20c-24, 27a; Mt 20,1-16a

Il Vangelo, la ‘buona notizia’ di questa domenica, può essere rinvenuto in una frase della prima lettura: I pensieri del Signore non sono i nostri pensieri. Quale migliore illustrazione di questa differenza tra i pensieri del Signore e i nostri della parabola di questi lavoratori che il padrone di casa chiama a lavorare nella sua vigna. A questo riguardo i nostri pensieri, il modo di pensare umano, la giustizia umana sono chiari: chi arriva prima e lavora di più, riceve di più; chi arriva per ultimo e lavora di meno, riceve di meno.
Questo modo di pensare non è sbagliato. Questo principio elementare di equità non è rinnegato dal padrone di casa. Egli aveva pattuito con gli operai della prima ora la somma di un denaro ed è stato fedele alla sua parola. Semplicemente, ha deciso di elargire anche agli operai dell’ultima ora tanto quanto aveva dato a quelli della prima. Non è stato ingiusto verso gli operai della prima ora, ma è stato generoso verso quelli dell’ultima, proprio come afferma lui stesso: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?
Non si tratta di una lezione di gestione aziendale: sarebbe un disastro amministrare una società in questo modo. È un’immagine della quale il Signore si serve per darci una buona notizia riguardo al suo modo di agire con noi. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, che nessuna delle sue pecore vada perduta. Non si tratta di stabilire chi entra prima o chi dopo, chi crede prima o chi dopo, ma di cercare di accogliere nel regno dei cieli tutti, fino all’ultimo secondo, fino all’ultima persona. Si tratta soprattutto di capire che sia chi entra per primo che chi arriva per ultimo, lo fa non per merito suo, non perché ha cercato lavoro, non perché è andato lui a cercare il Signore, ma perché il Signore è venuto a cercare noi.
Un dettaglio essenziale del vangelo di oggi è infatti proprio questo. Tanto gli operai della prima ora quanto quelli dell’ultima non sono andati a lavorare di loro spontanea volontà. Stavano oziosi, senza lavoro, disoccupati nella piazza. È il padrone di casa, è il Signore che è uscito per andare a cercarli. Il regno dei cieli – dice l’inizio di questo vangelo – è simile ad un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.
La buona notizia è che tutti noi siamo cristiani, abbiamo la fede, crediamo, perché il Signore è venuto a cercarci, cioè per grazia, per un dono di Dio. Tutti eravamo peccatori, tutti nemici. Tutti siamo entrati, sia quelli che sono arrivati per primi che quelli che sono arrivati per ultimi, solo e unicamente a causa della bontà, della misericordia, della generosità del Signore.
Il problema è che i primi arrivati possono dimenticare questa verità, possono cominciare ad attribuirsi dei meriti, ad inorgoglirsi, perdendo di vista il fondamento della vita di fede cioè la gratitudine nei confronti del Signore, l’eucaristia (che vuol dire appunto ‘azione di grazie’). Questo è il senso della frase, apparentemente enigmatica, con la quale si conclude il vangelo di oggi: Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.
Primi ed ultimi sono uguali davanti al Signore, perché tutti egli ama ugualmente e tutti vuole salvare gratuitamente. Per gli ultimi questo è evidente: proprio perché hanno lavorato di meno, sono più consapevoli della generosità, della misericordia di Dio, e per questo sono più umili, più riconoscenti. I primi invece, perché hanno lavorato di più o perché sono stati chiamati per primi, hanno cominciato a credere di potersi attribuire qualcosa, si sono inorgogliti, hanno perso il senso della loro indegnità e soprattutto la riconoscenza verso il padrone di casa che così generosamente era andato a cercarli quando anche loro erano disoccupati e senza speranza.
La logica del Signore non è la nostra logica: I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Tutti siamo servi inutili davanti a lui, non perché quello che facciamo non conti per lui, ma perché non è a causa delle nostre opere che abbiamo valore ai suoi occhi. Il Signore è un padre che ci ama come figli, non per quello che facciamo, ma per quello che siamo, perché siamo suoi figli.
Allo stesso modo il Signore vuole che tra di noi impariamo ad amarci, ad essere solidali, non giudicandoci sulla base di quello che facciamo di chi arriva prima o di chi arriva dopo, di chi è esemplare o di chi non lo è, ma provando gioia gli uni per gli altri, come veri fratelli e sorelle che vogliono solo il bene, solo la salvezza di tutti.
Lasciamoci consolare da questa speranza, sia nei nostri riguardi che nei riguardi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che sembrano essere lontani dal Signore. Il Vangelo ci garantisce che non è il momento nel quale entrano che è importante, ma che prima o poi, fosse anche all’ultimo secondo, finiscano per raggiungerci. Il Signore è buono e vuole tutti i suoi figli uniti e felici nella sua casa, per servirci lui stesso nel banchetto eterno che prepara per noi, perché – ci dice il Signore – i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 23 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

La rosa più bella del mondo si chiama ‘Pierre de Ronsard’ (per la buona notte ed un buon risveglio

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ORIGINE DEL CANTICO DELLE CREATURE

http://www.bicudi.net/percorsi/cantico_creature/03_cantico_origine.htm

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ORIGINE DEL CANTICO DELLE CREATURE

di fra Pier Giuseppe Pesce, ofm

L’approccio articolato con cui verrà presentato il Cantico delle creature di S. Francesco d’Assisi costituisce una sorta di trittico che ci permette di gustarne la bellezza artistico-letteraria e recepirne il contenuto teologico-spirituale.
Per integrare questa presentazione, sembra opportuno aggiungere una parola sulle sue origini: quando, dove e perché Francesco lo ha composto?
1. Dalle Fonti Francescane sappiamo che il Cantico fu composto in tre momenti distinti.
Il nucleo originario è costituito dall’esordio, dalle strofe che si riferiscono agli astri del cielo (sole, luna, stelle) e agli elementi della natura (vento, acqua, fuoco, terra) e dalla conclusione.
Dove e perché è nata questa prima e principale parte del Cantico?
La Leggenda perugina (FF 1590 ss.) riferisce che Francesco, «due anni prima di morire», si trovava a San Damiano presso le clarisse, dove viveva la sua pianticella Chiara, perché era molto sofferente e tribolato: era piagato nel corpo, ma anche afflitto nello spirito. Probabilmente aveva già ricevuto l’impressione delle stimmate sul monte della Verna (settembre 1224), che avevano lasciato nel suo corpo un segno non solo visibile, ma anche doloroso. Inoltre, soffriva atrocemente per una malattia agli occhi, che gli impediva di condurre una vita normale. A queste sofferenze fisiche si aggiungevano ulteriori tribolazioni provocate dal demonio.
Una notte, narra la Leggenda perugina, mentre pregava il Signore perché gli venisse in soccorso, ebbe dal cielo una risposta assicurante e rasserenante. A mattino seguente compose il Cantico:
«Alzandosi al mattino, (Francesco) disse ai suoi compagni: ‘Se l’imperatore donasse un intero reame al suo servitore, costui non ne godrebbe vivamente? Ma se gli regalasse addirittura tutto l’impero, non ne godrebbe più ancora?’. E soggiunse: ‘Sì, io devo molto godere adesso in mezzo ai miei mali e dolori, e trovare conforto nel Signore, e render grazie sempre a Dio Padre, all’unico suo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo e allo Spirito Santo, per la grazia e benedizione così grande che mi è stata elargita: egli infatti si è degnato nella sua misericordia di donare a me, suo piccolo servo indegno ancora vivente quaggiù, la certezza di possedere il suo Regno. Voglio quindi, a lode di Lui e a mia consolazione e per edificazione del prossimo, comporre una nuova lauda del Signore per le sue creature. Ogni giorno usiamo delle creature e senza di loro non possiamo vivere, e in esse il genere umano molto offende il Creatore. E ogni giorno ci mostriamo ingrati per questo grande beneficio, e non ne diamo lode, come dovremmo, al nostro Creatore e datore di ogni bene’. E postosi a sedere, si concentrò a riflettere e poi disse: “Altissimo, onnipotente, bon Signore…».
Non c’è bisogno di fare particolari commenti a questo testo della Leggenda perugina. È sufficiente aggiungere un particolare: Francesco utilizzò il Cantico anche come strumento apostolico. Così, infatti, continua la Leggenda perugina:
«Francesco compose anche la melodia, che insegnò ai suoi compagni. Il suo spirito era immerso in così gran dolcezza e consolazione che voleva mandare a chiamare frate Pacifico – che nel secolo veniva chiamato ‘il re dei versi’ ed era gentilissimo maestro di canto -, e assegnargli alcuni frati buoni e spirituali affinché andassero per il mondo a predicare e lodare Dio. Voleva che dapprima uno di essi, capace di predicare, rivolgesse al popolo un sermone, finito il quale, tutti insieme cantassero le Laudi del Signore, come giullari di Dio. Quando fossero terminate le Laudi, il predicatore diceva al popolo: ‘Noi siamo i giullari del Signore, e la ricompensa che desideriamo da voi è questa: che viviate nella vera penitenza’. E aggiunse: ‘Cosa sono i servi di Dio, se non i suoi giullari che devono commuovere il cuore degli uomini ed elevarlo alla gioia spirituale?’. Diceva questo riferendosi specialmente ai frati minori, che sono stati inviati al popolo per salvarlo».
E proprio in prospettiva apostolica, il Cantico ebbe una prima aggiunta poco dopo. Mentre ancora dimorava a San Damiano, venne a sapere che il podestà e il vescovo di Assisi erano in grave discordia tra loro. Amante come era della pace e della fraternità, compose la strofa del perdono, la fece cantare assieme all’intero Cantico alla presenza dei due contendenti ottenendo un felice risultato, come riferisce ancora la Leggenda perugina:
«Compose allora questa strofa, da aggiungere alle Laudi:
Laudato si, mi Signore,
per quilli ke perdonano per lo tuo amore
e sustengono enfirmitate et tribulacione.
Beati quigli kel sosteranno in pace,
perché da te, Altissimo, sirano incoronati.
Poi chiamò uno dei compagni e gli disse: ‘Va’, e dì al podestà da parte mia, che venga al vescovado lui insieme ai magnati della città e ad altri che potrà condurre con sé’. Quel frate si avviò, e il Santo disse agli altri due compagni: ‘Andate, e cantate il Cantico di frate Sole alla presenza del vescovo e del podestà e degli altri che son presenti. Ho fiducia nel Signore che renderà umili i loro cuori, e faranno pace e torneranno all’amicizia e all’affetto di prima’.
Quando tutti furono riuniti nello spiazzo interno del chiostro dell’episcopio, quei due frati si alzarono e uno disse: ‘Francesco ha composto durante la sua infermità le Laudi del Signore per le sue creature, a lode di Dio e a edificazione del prossimo. Vi prego che stiate a udirle con devozione’. Così cominciarono a cantarle.
Il podestà si levò subito in piedi e a mani giunte, come si fa durante la lettura del Vangelo, pieno di viva devozione, anzi tutto in lacrime, stette ad ascoltare attentamente. Egli aveva infatti molta fede e devozione per Francesco.
Finito il Cantico, il podestà disse davanti a tutti i convenuti: ‘Vi dico in verità che non solo a messer vescovo, che devo considerare mio signore, ma sarei disposto a perdonare anche a chi mi avesse assassinato il fratello o il figlio’. Indi si gettò ai piedi del vescovo, dicendogli: ‘Per amore del Signore nostro Gesù Cristo e del suo servo Francesco, eccomi pronto a soddisfarvi in tutto, come a voi piacerà’.
Il vescovo lo prese fra le braccia, si alzò e gli rispose: ‘Per la carica che ricopro dovrei essere umile. Purtroppo ho un temperamento portato all’ira. Ti prego di perdonarmi’. E così i due si abbracciarono e baciarono con molta cordialità e affetto».
La seconda aggiunta è la strofa relativa alla morte. Ricaviamo implicitamente questa notizia dal Celano quando racconta in che modo Francesco si preparò ad accogliere sorella morte (FF 809):
«Trascorse i pochi giorni che gli rimasero in un inno di lode, invitando i suoi compagni dilettissimi a lodare con lui Cristo. Egli poi, come gli fu possibile, proruppe in questo salmo: Con la mia voce ho gridato al Signore, con la mia voce ho chiesto soccorso al Signore. Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio, e con certi versi, che aveva composto un tempo, le esortava all’amore divino. Perfino la morte, a tutti terribile e odiosa, esortava alla lode, e andandole incontro lieto, la invitava ad essere sua ospite: ‘Ben venga, mia sorella morte’».

2. A conclusione di questa veloce ricostruzione dell’origine del Cantico, possiamo rilevare che esso, pur essendo stato composto in momenti e in contesti diversi, ha una sua logica intrinseca sul filo conduttore delle virtù teologali.
La parte originaria, che riguarda più propriamente le creature in genere, è lo sguardo di fede che Francesco ha sul creato: guidato e ispirato dalla sua concezione di Dio come il vero unico e sommo Bene, ne vede il luminoso riflesso in tutte le creature. S. Bonaventura, che da teologo ha approfondito il tema della partecipazione e dell’immagine, ha sottolineato egregiamente, a livello dottrinale, questa profonda intuizione di Francesco (FF 1162): «Per trarre da ogni cosa incitamento ad amare Dio, esultava per tutte quante le opere delle mani del Signore e, da quello spettacolo di gioia, risaliva alla Causa e Ragione che tutto fa vivere. Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto. Di tutte le cose faceva una scala per salire ad afferrare Colui che è tutto desiderabile».
Nella prima aggiunta, la strofa del perdono, è facile scorgere un riferimento di Francesco alla storia salvifica che consiste essenzialmente nell’amore di Dio, che si riveste di misericordia e si manifesta nel perdono, e che nella Croce di Cristo ha raggiunto la sua piena e definitiva attuazione. Perdonando a noi, Dio ci chiede di fare altrettanto nei confronti dei fratelli. È lo sguardo di fede, che si vivifica e si esprime nell’amore misericordioso.
La seconda aggiunta, la strofa sulla morte, si colloca in un’evidente prospettiva escatologica. Solo chi, come Francesco, ha uno sguardo di fede su ciò che lo attende al termine della vita terrena ha il coraggio di chiamarla sorella nel momento stesso in cui gli viene incontro. È lo sguardo di fede che, animato dall’amore, si apre sereno e fiducioso alla speranza.
In definitiva, al di là della sua bellezza letteraria e dei suoi contenuti settoriali, nel Cantico riscontriamo una ricchezza teologale che tutto illumina ed avvalora. Abbiamo in ciò la conferma che Francesco, pur non essendo un teologo di professione, era un sapiente, di quella sapienza che viene da Dio e a Dio porta.

Publié dans:SAN FRANCESCO D'ASSISI |on 18 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

ho trovato questa immagine, mi è sembrata molto bella e l’ho messa come sfondo per il PC

<violet flowers

Publié dans:FIORI BLU, fiori e piante |on 17 septembre, 2017 |Pas de commentaires »
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