Archive pour la catégorie 'SPIRITUALITÀ'

LA BELLEZZA E LA SUA DESTINAZIONE SPIRITUALE

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LA BELLEZZA E LA SUA DESTINAZIONE SPIRITUALE

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

Nella Bibbia tutte le realtà create da Dio appaiono ambivalenti, nel senso che sono dotate di potenzialità positive e potenzialità negative. La bellezza, come la conoscenza, il potere, la ricchezza, non vi appare come qualcosa di univoco ma come qualcosa che ha il suo valore nell’uso che se ne fa. Essa può essere qualcosa di gradevole o di esaltante oppure qualcosa di insignificante o di superfluo: dipende da quello che essa riesce ad esprimere e a comunicare e dai modi in cui essa è capace di manifestarsi agli altri oltre che per i fini ai quali appare tesa. Naturalmente, a seconda dell’indole e dei gusti non solo estetici ma anche spirituali dei vari soggetti maschili e femminili che ne fanno esperienza, la bellezza può essere percepita e giudicata in modi diversi, ma questo non toglie che, ove il punto di vista di chi giudica sia quello ispirato ad una sana fede in Cristo e a seri criteri spirituali, la bellezza fisica o estetica sarà ritenuta tanto più umanamente coinvolgente e gratificante quanto più chiari appariranno il suo radicamento morale e la sua vocazione spirituale.
Come tutte le cose create, infatti, anche la bellezza fisica, e più segnatamente la bellezza fisica femminile, può orientarsi verso valori universali di umanità e dignità oppure verso valori effimeri di pura e semplice apparenza. Per questa ragione, in un’ottica cristiana può accadere e accade talvolta che donne belle siano meno interessanti e attraenti di donne meno belle o decisamente sgraziate o che quest’ultime esercitino un appeal superiore a quello di donne fisicamente più dotate e appariscenti.
I termini biblici più ricorrenti per designare la bellezza umana sono in ebraico quelli di Japheh e Tov (splendido, ben riuscito, piacevole) e in greco quelli di Kalòs e Agathòs (bello e buono, nel senso di sano, forte, eccellente), per cui, come si vede, la distinzione tra aspetto estetico e aspetto etico non è sufficientemente chiaro o marcato. Dio crea la bellezza allo scopo di stupire, di sorprendere gli esseri umani sollecitandone una reazione emotiva, estetica, contemplativa che ne favorisca uno stato di benessere interiore. In questo senso, già il mondo creato nella sua interezza ha, per gli esseri umani in generale, indiscutibili tratti di bellezza che provocano in essi un senso di stupore e un desiderio di essere partecipi delle bellezze naturali create da Dio.
Ma già a questo livello la bellezza che suscita ammirazione e desiderio estatico può venire percepita in modo ambivalente, perché da una parte l’uomo resta affascinato e attratto dal mondo creato mentre dall’altra egli può essere tentato di percepirlo come una sorta di divinità in se stesso scambiando idolatricamente l’effetto creato con la causa creatrice. Anche oggi è ben evidente come spesso non si sia immuni da questa tendenza idolatrica di rivestire la realtà o singole realtà del nostro mondo e della nostra vita di caratteri divini. Dinanzi a certe bellezze tipicamente terrene non assumiamo spesso un atteggiamento di adorazione? Di fronte a certe bellezze femminili, a certe bellezze virili, non ci sentiamo forse girare la testa e pervasi da duraturi quanto ingiustificati vortici emozionali? Ma anche dinanzi alle stupefacenti realtà della tecnologia o della medicina più evoluta, non corriamo spesso il rischio di trovarci in posizione letteralmente adorante? Chi si ricorda in quei frangenti dell’origine, della radice, della fonte di queste stesse realtà? E proprio l’oblío o la dimenticanza dell’artefice di tutte le cose fa sí che esistenzialmente si finisca per riservare ogni attenzione alle cose o realtà create piuttosto che all’Autore di esse. Si diventa idolatri senza accorgersene, indipendentemente dal fatto che ci si professi o non ci si professi credenti e cristiani.
Accade spesso che persino tanti seguaci dichiarati di Cristo, per non essere capaci di vedere nelle bellezze conclamate del mondo nient’altro che un riflesso della bellezza infinita di Dio, finiscano per compromettere la loro pur asserita volontà di restare fedeli a Cristo.
La Bibbia è piena di donne bellissime, a cominciare dalle mogli dei patriarchi che sono donne di grande fascino, di bell’aspetto, che fanno innamorare i loro futuri mariti al primo sguardo; è piena di donne bellissime e seduttrici come di regine e schiave, peccatrici o fattucchiere, vergini e madri, e non di rado anche di uomini molto belli e vigorosi come nel caso di re Davide e di suo figlio Assalonne: si pensi, solo per esemplificare, a Betsabea con Davide, Dalila e Sansone, Giuditta e Oloferne, Erodiade e Salomé, Ester con Assuero e Aman. Ma nella Bibbia la bellezza non vale mai per se stessa, bensí solo in quanto espressione della infinita gratuità divina, per cui il suo significato nella storia umana è sempre ambivalente. Come si legge nei “Proverbi”, là dove si descrive la donna saggia che sa bene governare la propria casa, la bellezza, che è sempre un riflesso della bellezza divina, è poca cosa se rimane dissociata dal timore di Dio. La stessa bellezza femminile, priva della sapienza di Dio, è una bellezza opaca, una bellezza che non brilla, che non produce amore nella complessa trama dei rapporti umani.
Si può dire che nell’Antico Testamento è emblematica di una bellezza davvero fulgida e coinvolgente la figura della regina di Saba, una donna bellissima e ricchissima che, per amore della sapienza, non esita a recarsi con grande umiltà e ammirazione da colui che era considerato come l’uomo più sapiente del mondo e in tal senso come il più profondo conoscitore della sapienza stessa di Dio, ovvero il re Salomone. Mentre, nel Nuovo Testamento, la forma più esaltante di bellezza, ovvero un riflesso purissimo della Sapienza stessa di Cristo-Dio, è senza dubbio quella di Maria di Nazaret, sulle cui qualità esteriori tacciono pudicamente i vangeli ma che doveva essere bellissima e rappresentare lo splendore assoluto proveniente dalla plenitudine della grazia divina presente in lei e che con grande ammirazione e molto rispettosamente viene salutata dallo stesso arcangelo Gabriele.
Luigi Maria di Grignion di Montfort volle descrivere l’incomparabile bellezza di Maria in questi termini: «Dio, il Padre, ha fatto un insieme di tutte le acque, che ha chiamato mare; ha fatto un insieme di tutte le sue grazie, che ha chiamato Maria». D’altra parte, risulta inequivocabilmente dagli atti che nel 1854 al commissario Jacquomet che la interrogava, la piccola Bernadette Soubirous descrisse Maria come la «più bella di tutte le signore che conosco».
Ma non si può sottacere il fatto che, come sottolineano i Padri della Chiesa e molti autorevoli esegeti della Bibbia, è esattamente di Maria che si parla nel Libro del “Cantico dei cantici” come di una donna di straordinaria bellezza: «Come sei bella, amica mia, come sei bella!/ Gli occhi tuoi sono colombe,/ dietro il tuo velo./ Le tue chiome sono un gregge di capre,/ che scendono dalle pendici del Gàlaad./ I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,/ che risalgono dal bagno;/ tutte procedono appaiate,/ e nessuna è senza compagna./ Come un nastro di porpora le tue labbra/ e la tua bocca è soffusa di grazia;/ come spicchio di melagrana la tua gota/ attraverso il tuo velo./ Come la torre di Davide il tuo collo,/ costruita a guisa di fortezza./ Mille scudi vi sono appesi,/ tutte armature di prodi./ I tuoi seni sono come due cerbiatti,/ gemelli di una gazzella,/ che pascolano fra i gigli./ Tutta bella tu sei, amica mia,/ in te nessuna macchia./ Tu mi hai rapito il cuore,/ sorella mia, sposa,/ tu mi hai rapito il cuore/ con un solo tuo sguardo,/ con una perla sola della tua collana!/ Quanto sono soavi le tue carezze,/ sorella mia, sposa,/ quanto più deliziose del vino le tue carezze./ L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi./ Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,/ c’è miele e latte sotto la tua lingua/ e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano./ Giardino chiuso tu sei,/ sorella mia, sposa,/ giardino chiuso, fontana sigillata./
Ma, in generale, si può dire che quasi tutte le donne del Nuovo Testamento siano donne bellissime perché perdutamente innamorate di Cristo e della sua sapienza.

Publié dans:SPIRITUALITÀ |on 13 mai, 2019 |Pas de commentaires »

INSTANCABILE SOLLECITUDINE DI DIO – MESROP ARMENO, QUINTO DISCORSO

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030211_mesrop-armeno_it.html

INSTANCABILE SOLLECITUDINE DI DIO – MESROP ARMENO, QUINTO DISCORSO

« Dio è stato ed è. È stato senza inizio nella sua magnificenza, ed è eternamente instancabile nella sollecitudine per le sue creature. Verità egli è stato, e lo è. È stato pienamente immutabile, ed è il sostentatore del creato. Sapienza priva di errore e ricca di utilità egli è stato, e nella sua infinità è la luce delle creature. Regola di una saggezza irraggiungibile è stato egli, e lo è, nella sua sollecitudine inesprimibile per le sue creature. Lo è stato con ammonimenti vivifici, saggi, utilissimi per aderire con salda fede alla sua essenza, e lo è con la grazia, eternamente salvifica, che egli continuamente dispensa agli uomini, perché a lui si appressino e con lui si uniscano in amore vivo. Forza onnipotente egli è stato, ed è, nella sua natura, perciò egli rafforza i deboli nella lotta spirituale. Grazia misericordiosa e amante è stato, ed è, nel suo ardore per il bene, perciò egli è sollecito dei giusti e li protegge, mentre conduce i peccatori a penitenza. Luce e magnifica santità egli è stato, ed è; perciò contrassegna, onora e rinnova le creature con grazie molteplici e col battesimo illuminante.
Sollecitudine misericordiosa egli è stato, e lo è, con la sua indicibile bontà nella sua cura per le creature visibili e invisibili, affinché giungano al porto del bene, ottengano le promesse e attuino la loro vocazione al cielo, che è traboccante di viva beatitudine nella vita. Grazia di misericordia egli è stato, e lo è, nella sua indescrivibile bontà e nei suoi ricchissimi doni, perciò egli mostra e dà all’amore umano i suoi frutti, chiamando alla grazia dell’adozione. Longanime e comprensivo egli è stato, e lo è, con la sua mitezza e la sua volontà misericordiosa, dato che non si mostra troppo oculato verso il male e non tutto punisce quaggiù, affinché i peccatori abbandonino i loro peccati e tornino a vivere. La bontà della Trinità santissima egli è stato nella sua sollecitudine per le sue creature, e lo è in pienezza assoluta, che mai non diminuisce, che mai può essere misurata o limitata, né da ciò che è visibile, né da ciò che è invisibile, di fronte alla preghiera e alla supplica conforme a un contegno saggio. »

 

Publié dans:SPIRITUALITÀ |on 8 avril, 2019 |Pas de commentaires »

L’ORIGINALITÀ PERSONALE NEL CRISTIANESIMO

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/originalita.htm

L’ORIGINALITÀ PERSONALE NEL CRISTIANESIMO

da Il cristianesimo così com’è

di C. S. Lewis

Diventare uomini nuovi significa perdere ciò che noi ora chiamiamo il “nostro io”. Dobbiamo uscire dal nostro io, entrare in Cristo; la Sua volontà deve diventare la nostra, e noi dobbiamo pensare i Suoi pensieri, “avere lo spirito di Cristo”, come dice la Bibbia . E se Cristo è uno, ed è in noi tutti, non saremo tutti perfettamente identici? Si direbbe, certamente, che la prospettiva sia questa: ma non è vero. E’ difficile qui trovare un buon esempio: perché è ovvio che non esistono due cose che abbiano tra loro un rapporto uguale a quello del Creatore con una delle Sue creature. Ma tenterò, ricorrendo a due esempi molto inadeguati, che forse possono dare tuttavia un barlume della verità. Immaginate una folla di gente che abbia sempre vissuto al buio. Voi andate da loro e cercate di descrivere come è fatta la luce. Potreste dire che se escono alla luce, la luce ricadrà su tutti loro, e tutti, riflettendola, diventeranno visibili. Quella gente non penserebbe, probabilmente, che se tutti ricevono la stessa luce, e tutti vi reagiscono nello stesso modo (cioè riflettendola), sembreranno tutti uguali? Mentre voi e io sappiamo che la luce, al contrario, rivelerà e metterà in risalto quanto essi sono diversi l’uno dall’altro.
I nostri veri “io” sono tutti in attesa di noi in Lui. Non giova cercare di “essere me stesso” senza di Lui. Più io Gli resisto e cerco di vivere per conto mio, più divento succube della mia eredità, educazione, ambiente, desideri naturali. Ciò che io chiamo orgogliosamente “me stesso” diventa in effetti solo il punto d’incontro di sequele di eventi a cui io non ho dato origine e che non posso fermare. Quelli che chiamo “miei desideri” diventano soltanto i desideri suscitati dal mio organismo fisico o inculcati in me da pensieri altrui, o magari suggeritimi da esseri diabolici. Uova, alcool e una buona notte di sonno saranno la vera origine della decisione (che io mi lusingo di credere personalissima e ponderata) di amoreggiare con la ragazza seduta di fronte a me in uno scompartimento ferroviario. La propaganda sarà la vera origine di quelle che io considero mie personali idee politiche. Nel mio stato naturale, io sono una persona molto meno di quanto amo credere: gran parte di ciò che chiamo “me stesso” può essere spiegata molto facilmente. E’ quando mi volgo a Cristo, quando mi abbandono alla Sua Personalità, che comincio ad avere una vera personalità mia… Ho detto che in Dio ci sono delle Personalità. Ora andrò oltre: non ci sono vere personalità altrove. Finché non Gli avrai dato tutto te stesso non sarai veramente te stesso. L’uniformità si trova soprattutto tra gli uomini più “naturali”, non tra quelli che si arrendono a Cristo. Come sono monotonamente simili tutti i grandi tiranni e conquistatori, come sono gloriosamente differenti i santi!
Ma ci deve essere una reale rinuncia al proprio io. Devi gettarlo via, per così dire, “alla cieca”. Cristo ci darà una vera personalità: ma non dobbiamo andare a Lui con questo fine. Finché ciò che ci preme è la nostra personalità, non andiamo affatto a Lui. Il primo passo è tentare di dimenticare completamente noi stessi. Il nostro io nuovo e vero (che è di Cristo e anche nostro, e nostro perché Suo) non verrà fin tanto che lo cerchiamo. Verrà quando cerchiamo Lui. Sembra una stranezza? Lo stesso principio, sapete, vale per cose più banali. Anche nella vita sociale, non faremo mai una buona impressione agli altri finché continuiamo a preoccuparci dell’impressione che facciamo. Anche nella letteratura e nell’arte, chi si preoccupa dell’originalità non sarà mai originale, mentre se uno cerca semplicemente di dire la verità (senza curarsi né punto né poco di quante volte sia già stata detta) diventerà, in nove casi su dieci, originale, senza nemmeno accorgersene. Questo principio pervade tutta la vita, da cima a fondo. Rinuncia a te stesso, e troverai il tuo vero io. Perdi la tua vita e la salverai. Sottomettiti alla morte – alla morte, ogni giorno, delle tue ambizioni e dei tuoi desideri prediletti e alla morte di tutto il tuo corpo alla fine; sottomettiti con ogni fibra del tuo essere, e troverai la vita eterna. Non trattenere nulla. Soltanto ciò che avrai donato sarà realmente tuo. Soltanto ciò che in te è morto risorgerà dai morti. Cerca te stesso, e al lungo andare troverai solo odio, solitudine, disperazione, rabbia, rovina, disfacimento. Ma cerca Cristo e Lo troverai, e con Lui tutto il resto per soprappiù.

Publié dans:SPIRITUALITÀ |on 22 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

LE VOLTE CHE TI HO PRESO IN BRACCIO – CONSOLATI PER CONSOLARE…

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LE VOLTE CHE TI HO PRESO IN BRACCIO

CONSOLATI PER CONSOLARE: LA PREGHIERA DI CONSOLAZIONE

di Elena Ramassotto
medico, laica “Ordo Virginum”

«Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,3-4).

Parlare di consolazione nel nostro tempo può apparire inusitato o addirittura fuori luogo; eppure sempre più oggi il cuore dell’uomo, afflitto per la solitudine, per ogni tipo di sofferenza e per l’impatto a volte drammatico con la morte, ha profondamente bisogno di essere consolato.
Non intendo parlare di una consolazione a livello psicologico o a basso prezzo. Non si tratta di imparare a dire delle paroline buone, vaghe o di dare la classica pacca sulla spalla. È necessario andare oltre e cercare nell’ambito della fede e della parola di Dio cosa significhi vivere questa realtà nelle situazioni concrete della vita.
“Consolare” in senso biblico significa “rianimare”, “permettere di dare un profondo sospiro di sollievo”, “riattivare lo spirito dell’uomo”. Chi consola è proprio chiamato a fare questo: sollevare, dare fiato a chi sta camminando e ha il cuore in gola e non riesce più ad andare avanti. Questo fa il Secondo Isaia nel Libro della Consolazione per ordine di Dio: si sente che il profeta ha piena coscienza di quello che sta facendo, crede nella Parola che è viva ed efficace e può consolare perché ha una fede e una speranza forti.
San Paolo parla della consolazione come dell’attività tipica dell’apostolo verso i fratelli, verso la comunità. Le prove, lo scoraggiamento possono ostacolare il cammino e c’è bisogno di esortare i deboli, consolidare e far crescere tutto ciò che è stato prima annunciato.
Nel secondo tempo della Chiesa, quello caratterizzato da divisioni interne e persecuzioni, i responsabili delle comunità sono chiamati a consolare, dare fiato, rianimare. Già gli apostoli impauriti e nascosti avevano ricevuto forza e coraggio dal dono dello Spirito, il Paraclito, Colui che conforta, incoraggia, esorta, il Consolatore, che li spinse ad uscire allo scoperto.
Nel tempo della prova, che può essere un grave lutto, un fallimento destabilizzante, una malattia importante e protratta, una rottura di legami affettivi particolari, la realtà del peccato, in cui tutto sembra essere perduto e viene meno il senso della vita, c’è bisogno di riporre la fiducia in Qualcuno che possa veramente salvare, che sia fedele alla parola data. Dio solo salva, Dio solo è fedele. Nelle varie prove che hanno attraversato la mia esistenza ho avuto la grazia di rivolgermi a Dio, di guardare a lui.

Ho conosciuto il buio
Ma questo non è sempre stato facile: ho conosciuto il buio, l’angoscia, il nascondimento del Signore. Ho fatto l’esperienza di non saper più pregare e sono rimasta muta davanti a Dio, in attesa del suo intervento, solo con la forza che mi veniva da lui. Non parlo di un’ora, un giorno, una settimana o un mese. A volte mi pareva di avere l’acqua alla gola, come si legge nei salmi di lamentazione e di supplica.
Ramassotto 02Tuttavia posso assicurare che il Signore non mi ha abbandonata; come avevo già potuto vedere nella mia vita in altre occasioni, Dio è intervenuto e non mi ha lasciata sola. Certo non ha risolto il mio problema, non ha cambiato la mia situazione, ma mi ha dato forza e pace profonda. Dio a volte si nasconde, ma non può essere “assente”.
Dopo quell’esperienza, posso recitare anch’io con il salmista: «Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo / e segue con amore il suo cammino. / Se cade, non rimane a terra, / perché il Signore lo tiene per mano. / Sono stato fanciullo e ora sono vecchio, / non ho mai visto il giusto abbandonato / né i suoi figli mendicare il pane. / Egli ha sempre compassione e dà in prestito, / per questo la sua stirpe è benedetta» (Sal 37,23-26).
Ciò che consola è sapere che Dio c’è ed è vicino a noi anche nel nostro buio, che ha fatto cose grandi e può farne di nuove. Dio è sempre sorpresa, è novità! Ai discepoli scoraggiati e tristi sulla strada di Emmaus, Gesù propone una rilettura delle Scritture per mostrare ciò che in esse si riferisce a lui. Dopo questo cammino in compagnia del Pellegrino sconosciuto, i loro occhi si aprono e lo riconoscono. Ma già lungo la strada il loro cuore ardeva per la presenza e le parole del Risorto.

Orme di una presenza fattiva
Dio non ha abbandonato il proprio Figlio nel sepolcro, lo ha risuscitato, ha risposto con la sua approvazione a quello che gli stolti consideravano un fallimento. La morte di Gesù in croce per amore di tutti noi, nell’obbedienza alla volontà del Padre, non è l’ultima parola, anzi Gesù è «la Parola definitiva di Dio» (come giustamente afferma il teologo Hansjurgen Verweyen), Cristo è il Signore della storia. Non dobbiamo più attendere altro.
Per quanto dolorosa possa essere la nostra situazione, il Cristo Risorto ci autorizza a sperare che ci sarà del “nuovo”, che Dio interverrà per consolarci, per trasfigurare la miseria del presente in occasione di Pasqua, di passaggio del Signore. E quando Dio interviene, salva.
Questa fede ci può venire in aiuto quando incontriamo qualcuno bisognoso di consolazione. Ma facciamo attenzione a non cadere nel facile “moralismo”: noi siamo semplici strumenti perché la consolazione di Dio arrivi a chi ne ha bisogno. Il più delle volte non serve dire parole, anzi può essere nocivo; servono i gesti della vicinanza, dell’accompagnamento silenzioso ed orante, della presenza.
Vorrei concludere con una poesia intitolata Orme nella sabbia della canadese Margaret Fishback Powers, che è quasi un midràsh: «Una notte ho fatto un sogno. / Camminavo lungo la spiaggia insieme a Dio. / Nel cielo scuro scorrevano scene della mia vita, / e per ciascuna vidi / due paia d’orme, sulla sabbia: / le mie e quelle del Signore. / Ma quando anche l’ultima scena svanì, / guardando indietro le orme sulla sabbia, / ne scorsi un paio solo. / Quello, mi resi conto, era il periodo / più triste e sconsolato della mia vita. / A lungo ne restai turbata, / e in fine esposi al Signore / quel mio dilemma. / “Signore, quando decisi di seguirti, tu mi dicesti / che mi saresti sempre stato accanto, / che mai avresti smesso di parlarmi. / Ma ora, nel periodo più difficile della mia vita, / vedo un solo paio d’orme sulla sabbia. / Perché, proprio quando avevo più bisogno di te, / mi hai lasciata sola?”. / “Figlia mia adorata”, sussurrò il Signore, / “io ti amo, e mai, mai ti lascerò sola / nel tempo della sofferenza e della prova. / Là dove hai visto un solo paio d’orme, / è perché allora ti portavo in braccio”».

Publié dans:SPIRITUALITÀ |on 29 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

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