Archive pour février, 2021

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) (21/02/2021)

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) (21/02/2021)

La salvezza di Gesù è più luminosa dell’arcobaleno
Michele Antonio Corona

Le tentazioni di Gesù narrate da Marco sono incentrate sulla definitiva novità portata dal Regno di Dio, giunto ormai a compimento attraverso la bellezza di una nuova creazione messianica e salvifica.

Nei tempi forti (Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua) la liturgia propone prima e seconda lettura sotto la chiave tematica del vangelo. Pertanto, la pagina di Marco della I di Quaresima è lo spettro attraverso il quale poter cogliere il senso del testo di Genesi e della Prima lettera di Pietro.
In modo ancora più specifico, i prenotando del Messale ci ricordano: di tutta la Scrittura, come di tutta la celebrazione liturgica, Cristo è il centro e la pienezza (n.5). Così, in Quaresima diventa ancor più necessario partire dall’annuncio evangelico per comprendere il legame con le altre letture.
Il vangelo di Marco ci presenta le tentazioni (tema consueto della I domenica) in modo molto essenziale e differente rispetto a Matteo e Luca. Non troviamo citazioni scritturistiche, specifiche tentazioni/prove a cui Gesù è sottoposto dal diavolo, non si fa alcun accenno al digiuno, non si annota che satana alla fine della prova lo lascia. Piuttosto, la scena si sviluppa in uno scenario positivo e rappacificante. Lo Spirito lo getta nel deserto in cui Gesù dimora per quaranta giorni. Il verbo essere, che viene utilizzato, non denota una presenza tormentata e turbolenta, bensì un normale e necessario passaggio nella vita di Gesù. È il momento preparatorio, quasi il tirocinio alla missione pubblica; ed esso non può che prevedere la presenza di una prova importante, di un test, di un esame ricognitivo che apra alla missione. In altre parole, le tentazioni per Marco non sono un trabocchetto diabolico per far allontanare Gesù dalla sua missione salvifica, ma il naturale e sostanziale momento di verifica delle intenzioni, della preparazione, dell’accettazione di una missione unica e decisiva. Solo Marco, infatti, presenta lo scenario di una nuova creazione attesa con l’arrivo del Messia: ritorna il rapporto sereno con le fiere e gli angeli non sono separati dall’umanità, ma agiscono in funzione di essa. Sono vere tentazioni, ma il carattere drammatico presentato dagli altri Sinottici è in secondo piano.
Ciò che nel testo di Genesi viene simbolicamente descritto solo dopo un intervento purificatore e distruttore di Dio attraverso il diluvio, nel vangelo è opera completa di Gesù. L’arcobaleno – unione tra il cielo e la terra dopo il temporale – è rappresentato dalla parola di annuncio: sono ormai maturi i tempi (favorevoli), il regno di Dio non si deve più attendere. La promessa a Noè, per cui niente più sarebbe stato distrutto per essere purificato, trova compimento nella carne del Figlio: convertirsi non è l’atteggiamento morale da affiancare alla fede, ma ne è il riverbero esistenziale. Credendo, cambi vita.
Pietro lo afferma attraverso la gratuita e libera iniziativa di Cristo che muore giusto per ingiusti una volta per sempre.
Così, la Quaresima può essere vissuta non come tempo di privazioni, ma come tempo di compimento; quaranta giorni che ci preparano alla gioia piena della risurrezione e non teatrino di malinconie spirituali per i nostri peccati; sentiero per una nuova creazione e non palestra per evitare la dannazione.

Publié dans:QUARESIMA ANNO B |on 19 février, 2021 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI – 6 marzo 2019 – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

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SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI – 6 marzo 2019 – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di Santa Sabina

«Suonate il corno, proclamate un solenne digiuno» (Gl 2,15), dice il profeta nella prima Lettura. La Quaresima si apre con un suono stridente, quello di un corno che non accarezza le orecchie, ma bandisce un digiuno. È un suono forte, che vuole rallentare la nostra vita che va sempre di corsa, ma spesso non sa bene dove. È un richiamo a fermarsi – un “fermati!” -, ad andare all’essenziale, a digiunare dal superfluo che distrae. È una sveglia per l’anima.
Al suono di questa sveglia si accompagna il messaggio che il Signore trasmette per bocca del profeta, un messaggio breve e accorato: «Ritornate a me» (v. 12). Ritornare. Se dobbiamo ritornare, vuol dire che siamo andati altrove. La Quaresima è il tempo per ritrovare la rotta della vita. Perché nel percorso della vita, come in ogni cammino, ciò che davvero conta è non perdere di vista la meta. Quando invece nel viaggio quel che interessa è guardare il paesaggio o fermarsi a mangiare, non si va lontano. Ognuno di noi può chiedersi: nel cammino della vita, cerco la rotta? O mi accontento di vivere alla giornata, pensando solo a star bene, a risolvere qualche problema e a divertirmi un po’? Qual è la rotta? Forse la ricerca della salute, che tanti oggi dicono venire prima di tutto ma che prima o poi passerà? Forse i beni e il benessere? Ma non siamo al mondo per questo. Ritornate a me, dice il Signore. A me. È il Signore la meta del nostro viaggio nel mondo. La rotta va impostata su di Lui.
Per ritrovare la rotta, oggi ci è offerto un segno: cenere in testa. È un segno che ci fa pensare a che cosa abbiamo in testa. I nostri pensieri inseguono spesso cose passeggere, che vanno e vengono. Il lieve strato di cenere che riceveremo è per dirci, con delicatezza e verità: di tante cose che hai per la testa, dietro cui ogni giorno corri e ti affanni, non resterà nulla. Per quanto ti affatichi, dalla vita non porterai con te alcuna ricchezza. Le realtà terrene svaniscono, come polvere al vento. I beni sono provvisori, il potere passa, il successo tramonta. La cultura dell’apparenza, oggi dominante, che induce a vivere per le cose che passano, è un grande inganno. Perché è come una fiammata: una volta finita, resta solo la cenere. La Quaresima è il tempo per liberarci dall’illusione di vivere inseguendo la polvere. La Quaresima è riscoprire che siamo fatti per il fuoco che sempre arde, non per la cenere che subito si spegne; per Dio, non per il mondo; per l’eternità del Cielo, non per l’inganno della terra; per la libertà dei figli, non per la schiavitù delle cose. Possiamo chiederci oggi: da che parte sto? Vivo per il fuoco o per la cenere?
In questo viaggio di ritorno all’essenziale che è la Quaresima, il Vangelo propone tre tappe, che il Signore chiede di percorrere senza ipocrisia, senza finzioni: l’elemosina, la preghiera, il digiuno. A che cosa servono? L’elemosina, la preghiera e il digiuno ci riportano alle tre sole realtà che non svaniscono. La preghiera ci riannoda a Dio; la carità al prossimo; il digiuno a noi stessi. Dio, i fratelli, la mia vita: ecco le realtà che non finiscono nel nulla, su cui bisogna investire. Ecco dove ci invita a guardare la Quaresima: verso l’Alto, con la preghiera, che libera da una vita orizzontale, piatta, dove si trova tempo per l’io ma si dimentica Dio. E poi verso l’altro, con la carità, che libera dalla vanità dell’avere, dal pensare che le cose vanno bene se vanno bene a me. Infine, ci invita a guardarci dentro, col digiuno, che libera dagli attaccamenti alle cose, dalla mondanità che anestetizza il cuore. Preghiera, carità, digiuno: tre investimenti per un tesoro che dura.
Gesù ha detto: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Il nostro cuore punta sempre in qualche direzione: è come una bussola in cerca di orientamento. Possiamo anche paragonarlo a una calamita: ha bisogno di attaccarsi a qualcosa. Ma se si attacca solo alle cose terrene, prima o poi ne diventa schiavo: le cose di cui servirsi diventano cose da servire. L’aspetto esteriore, il denaro, la carriera, i passatempi: se viviamo per loro, diventeranno idoli che ci usano, sirene che ci incantano e poi ci mandano alla deriva. Invece, se il cuore si attacca a quello che non passa, ritroviamo noi stessi e diventiamo liberi. Quaresima è il tempo di grazia per liberare il cuore dalle vanità. È tempo di guarigione dalle dipendenze che ci seducono. È tempo per fissare lo sguardo su ciò che resta.
Dove fissare allora lo sguardo lungo il cammino della Quaresima? È semplice: sul Crocifisso. Gesù in croce è la bussola della vita, che ci orienta al Cielo. La povertà del legno, il silenzio del Signore, la sua spogliazione per amore ci mostrano la necessità di una vita più semplice, libera dai troppi affanni per le cose. Gesù dalla croce ci insegna il coraggio forte della rinuncia. Perché carichi di pesi ingombranti non andremo mai avanti. Abbiamo bisogno di liberarci dai tentacoli del consumismo e dai lacci dell’egoismo, dal voler sempre di più, dal non accontentarci mai, dal cuore chiuso ai bisogni del povero. Gesù, che sul legno della croce arde di amore, ci chiama a una vita infuocata di Lui, che non si perde tra le ceneri del mondo; una vita che brucia di carità e non si spegne nella mediocrità. È difficile vivere come Lui chiede? Sì, è difficile, ma conduce alla meta. Ce lo mostra la Quaresima. Essa inizia con la cenere, ma alla fine ci porta al fuoco della notte di Pasqua; a scoprire che, nel sepolcro, la carne di Gesù non diventa cenere, ma risorge gloriosa. Vale anche per noi, che siamo polvere: se con le nostre fragilità ritorniamo al Signore, se prendiamo la via dell’amore, abbracceremo la vita che non tramonta. E certamente saremo nella gioia.

 

Publié dans:MERCOLEDI DELLE CENERI |on 17 février, 2021 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (07/02/2021)

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (07/02/2021)

Il vero vincitore del dolore
padre Gian Franco Scarpitta

Il presente episodio evangelico fa seguito al precedente della scorsa Domenica, che si era interrotto con lo stupore della gente che vede Gesù compiere miracoli e parlare con autorità. Con altrettanta padronanza e sicumera Gesù domina le forze del male con i suoi esorcismi. Sempre con la stessa autorità Gesù interviene sul malessere fisico e spirituale delle persone che gli si avvicinano comunicando con i suoi gesti la salvezza e la misericordia. Sembra innanzitutto che, come ai demoni, Gesù comandi alle infermità di lasciare in pace le persone che da esse sono afflitte, come nel caso della suocera di Pietro, ammalata di febbre. Secondo quanto scrivono taluni, non si tratta di una influenza fra quelle che ai nostri giorni fanno sorridere, ma di una seria infermità che sconvolge e destabilizza tutto il fisico e, come tutte le altre malattie, nel mondo giudaico era conseguenza di una colpa grave. A differenza che nel presente testo di Marco, nella versione di Luca si dice che Gesù “comandò alla febbre di lasciarla” e la febbre subito sparì. Con autorità e disinvoltura, mostra la sua autorità sul malessere fisico per guadagnare un beneficio a chi ne è affetto. Le versioni di Marco e di Matteo sullo stesso episodio si incentrano di più sull’amore, sulla misericordia e sulla delicatezza con cui Gesù tratta questa donna oppressa dal male; la guarigione avviene non soltanto in forza di una capacità straordinaria e miracolistica, ma anche grazie a un senso di vicinanza spirituale, di compassione e di solidarietà che accompagna il gesto terapeutico della guarigione. Verso il male fisico, come già verso i demoni, Gesù si mostra autoritario e ben disposto, risoluto e imperterrito. Verso la persona del malato si mostra attento e premuroso e non si risparmia quanto all’amore e alla vicinanza. Il nemico da sconfiggere infatti è il male e non l’ammalato. Se consideriamo poi che la malattia nell’Antico Testamento è sempre legata a una colpa grave, con il malessere fisico anche il peccato diventa per Gesù oggetto di debellamento e di distruzione, ma l’uomo peccatore resta sempre prezioso, unico e irrinunciabile: va salvato e recuperato. L’autorità di Gesù è commista quindi alla misericordia, anche a proposito dei numerosi altri miracoli di cui narra l’evangelista Marco, tuti propensi a descrivere la stessa forza risanatrice di cui è capace l’amore e la misericordia. “Il Signore ha dato il Signore ha tolto, come piacque al Signore così è avvenuto. Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?” Sentenziava il giusto Giobbe mentre faceva esperienza dell’atrocità della malattia che lo stava gravando e un po’ alla volta, in mezzo al turbine, andava apprendendo che il male è un’occasione di incontro e di dialogo con Dio.
Certamente il problema del dolore e della sofferenza, accompagnato dalla fame, dalla violenza e dalle numerose guerre che falcidiano tante vite umane innocenti accrescono in noi la domanda sulla possibilità di conciliare la bontà di un Dio giusto con l’evidenza dell’orrore e della distruzione e ci inducono alla tentazione dello scoramento e della sconfitta della fede. Ciò soprattutto quando la sofferenza grava sulle persone innocenti, fedeli e immeritorie di castighi, su persone ora costrette a restare allettate in sedia a rotelle dopo anni di lungo e onesto lavoro a beneficio della famiglia e del prossimo; ancor di più quando – come già evince il libro del Qoelet – “i malvagi vincono e i poveri piangono” e i patimenti sembrano essere destinati solo agli innocenti.
E’ difficile accettare il dolore in situazioni estreme e struggenti; quasi impossibile accogliere l’idea di un Dio amore quando si geme in preda allo strazio e alla solitudine nel male.
Non è raro però il caso di persone capaci di comunicare il loro sorriso e il loro messaggio di speranza proprio dalla loro sedia a rotelle o dal letto d’ospedale dove giacciono vegetali. Tante persone che con pazienza e risolutezza nonostante la paralisi e la degenza atroce sanno infondere fiducia e speranza ad altri sono il contrassegno che davvero la croce di Gesù si trasforma sempre nella gloria e nella resurrezione. Persone che nella prova fisica e nell’atrocità del soffrire sono di sprone ad altri nel coraggio e nella perseveranza attestano a mio giudizio (mia esperienza) non soltanto che Dio esiste, ma che non può che esistere come Dio crocifisso e risorto.
E’ infatti è lo stesso Signore che continua a sostenerci tutti nella prova e nella sofferenza, a incuterci fiducia, coraggio e determinazione, dandoci le motivazioni valide per l’accettazione della malattia. La malattia diventa un giogo sempre più leggero e sostenibile quando la si sopporta animati dalla speranza e dal coraggio; deleterie e distruttive quando invece siano accompagnate dalla disperazione e dallo sconforto. Il coraggio nessuno lo da’ a se stesso, diceva Manzoni. Occorre che ce lo infondiamo a vicenda e ne siamo latori gli uni agli altri. Ma se c’è qualcuno in grado di infondere fiducia e coraggio nella prova, questo è proprio il Dio crocifisso che non ha esitato a sottoporsi al dolore e ora fa sua ogni sofferenza umana. Ovviamente perché questa non resti delimitata in se stessa, ma perché si trasformi in occasione di gloria. Nel suo cristianesimo profondo e sentito, Pascal affermava: “Solo un essere invidioso può godere del mio soffrire”.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI ❤ |on 5 février, 2021 |Pas de commentaires »

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