Archive pour décembre, 2015

Buon anno a tutti!

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NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA E SENZA PERDONO – GIOVANNI PAOLO II 2002, 2003

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NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA E SENZA PERDONO

DAI MESSAGGI PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2002 E 2003 DI GIOVANNI PAOLO II (TPFS*)

In questo momento di intensa preoccupazione e preghiera per la pace, vi proponiamo alcuni stralci degli ultimi messaggi del nostro Papa e Vescovo Giovanni Paolo II per la giornata mondiale della pace.
Così si esprimeva il cardinale Sodano su Avvenire del 18/03/2003: « Più che pacifista, il Papa è pacificatore ». Possano le sue parole e le sue preghiere essere ascoltate.

La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono. Ma come parlare, nelle circostanze attuali, di giustizia e insieme di perdono quali fonti e condizioni della pace? La mia risposta è che si può e si deve parlarne, nonostante la difficoltà che questo discorso comporta, anche perché si tende a pensare alla giustizia e al perdono in termini alternativi. Ma il perdono si oppone al rancore e alla vendetta, non alla giustizia. La vera pace, in realtà, è « opera della giustizia » (Is 32, 17). Come ha affermato il Concilio Vaticano II, la pace è « il frutto dell’ordine immesso nella società umana dal suo Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre più perfetta » (Costituzione pastorale Gaudium et spes, 78). Da oltre quindici secoli, nella Chiesa cattolica risuona l’insegnamento di Agostino di Ippona, il quale ci ha ricordato che la pace, a cui mirare con l’apporto di tutti, consiste nella tranquillitas ordinis, nella tranquillità dell’ordine (cfr De civitate Dei, 19, 13). La vera pace, pertanto, è frutto della giustizia, virtù morale e garanzia legale che vigila sul pieno rispetto di diritti e doveri e sull’equa distribuzione di benefici e oneri. Ma poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, esposta com’è ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, essa va esercitata e in certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati. Ciò vale tanto nelle tensioni che coinvolgono i singoli quanto in quelle di portata più generale ed anche internazionale. Il perdono non si contrappone in alcun modo alla giustizia, perché non consiste nel soprassedere alle legittime esigenze di riparazione dell’ordine leso. Il perdono mira piuttosto a quella pienezza di giustizia che conduce alla tranquillità dell’ordine, la quale è ben più che una fragile e temporanea cessazione delle ostilità, ma è risanamento in profondità delle ferite che sanguinano negli animi. Per un tale risanamento la giustizia e il perdono sono ambedue essenziali.
Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: ecco ciò che voglio annunciare in questo Messaggio a credenti e non credenti, agli uomini e alle donne di buona volontà, che hanno a cuore il bene della famiglia umana e il suo futuro.
Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: questo voglio ricordare a quanti detengono le sorti delle comunità umane, affinché si lascino sempre guidare, nelle loro scelte gravi e difficili, dalla luce del vero bene dell’uomo, nella prospettiva del bene comune.
Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: questo monito non mi stancherò di ripetere a quanti, per una ragione o per l’altra, coltivano dentro di sé odio, desiderio di vendetta, bramosia di distruzione.
(GIOVANNI PAOLO II dal messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace per l’anno 2002)

A voler guardare le cose a fondo, si deve riconoscere che la pace non è tanto questione di strutture, quanto di persone. Strutture e procedure di pace – giuridiche, politiche ed economiche – sono certamente necessarie e fortunatamente sono spesso presenti. Esse tuttavia non sono che il frutto della saggezza e dell’esperienza accumulata lungo la storia mediante innumerevoli gesti di pace, posti da uomini e donne che hanno saputo sperare senza cedere mai allo scoraggiamento. Gesti di pace nascono dalla vita di persone che coltivano nel proprio animo costanti atteggiamenti di pace. Sono frutto della mente e del cuore di « operatori di pace » (Mt 5, 9). Gesti di pace sono possibili quando la gente apprezza pienamente la dimensione comunitaria della vita, così da percepire il significato e le conseguenze che certi eventi hanno sulla propria comunità e sul mondo nel suo insieme. Gesti di pace creano una tradizione e una cultura di pace. La religione possiede un ruolo vitale nel suscitare gesti di pace e nel consolidare condizioni di pace. Essa può esercitare questo ruolo tanto più efficacemente, quanto più decisamente si concentra su ciò che le è proprio: l’apertura a Dio, l’insegnamento di una fratellanza universale e la promozione di una cultura di solidarietà.
La « Giornata di preghiera per la pace », che ho promosso ad Assisi il 24 gennaio 2002 coinvolgendo i rappresentanti di numerose religioni, aveva proprio questo scopo. Voleva esprimere il desiderio di educare alla pace attraverso la diffusione di una spiritualità e di una cultura di pace
E’ questo l’augurio che mi sale spontaneo dal profondo del cuore: che nell’animo di tutti possa sbocciare uno slancio di rinnovata adesione alla nobile missione che l’Enciclica Pacem in terris proponeva quarant’anni fa a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Tale compito, che l’Enciclica qualificava come « immenso », era indicato nel « ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà ». Il Papa precisava poi di riferirsi ai « rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche, da una parte, e, dall’altra, la comunità mondiale ». E concludeva ribadendo che l’impegno di « attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio costituiva un ufficio nobilissimo » (Pacem in terris, V). Accompagno questi auspici con la preghiera a Dio Onnipotente, sorgente di ogni nostro bene. Egli, che dalle condizioni di oppressione e di conflitto ci chiama alla libertà e alla cooperazione per il bene di tutti, aiuti le persone in ogni angolo della terra a costruire un mondo di pace, sempre più saldamente fondato sui quattro pilastri che il beato Giovanni XXIII ha indicato a tutti nella sua storica Enciclica: verità, giustizia, amore e libertà.
(GIOVANNI PAOLO II dal messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace per l’anno 2003)

ARTIGIANI E SUONATORI NELLA NOTTE DEL FIGLIO, DI ALESSANDRO D’AVENIA (I PERSONAGGI DEL PRESEPE E LE NOSTRE STORIE/3)

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ARTIGIANI E SUONATORI NELLA NOTTE DEL FIGLIO, DI ALESSANDRO D’AVENIA (I PERSONAGGI DEL PRESEPE E LE NOSTRE STORIE/3)

ARTIGIANI E SUONATORI NELLA NOTTE DEL FIGLIO, DI ALESSANDRO D'AVENIA (I PERSONAGGI DEL PRESEPE E LE NOSTRE STORIE/3) dans PRESEPIO (IL E SUL) presepe-lavoratori

Scritto da Redazione de Gliscritti: 23 /12 /2015 -

Riprendiamo da Avvenire del 20/12/2015 un articolo di Alessandro D’Avenia.

Il Vangelo parla di pastori. E nelle due precedenti puntate domenicali sul presepe si è parlato di pastori, come è giusto che sia. A loro viene dato l’annuncio, perché sono loro a popolare i notturni ripari dove si rifugiano Giuseppe e Maria per il parto. Eppure sin da bambino ero affascinato da un presepe affollato di altre due categorie di personaggi: Artigiani e Suonatori, mutevoli a seconda della latitudine. Tra i primi si possono annoverare: fabbri, arrotini, lavandaie, portatrici di uova, acquaioli, carrettieri, venditori di frutta, marinai, facchini, osti e avventori, venditori di caldarroste, vasai, mugnai, tessitrici, filatrici, fornaie, ciabattini, falegnami, cenciaioli, guardiane d’oche, pescatori… Tra i suonatori troviamo: flautisti, zampognari, cantastorie, giocolieri, danzatori…
Questi personaggi non potevano certo essere attivi nel cuore della notte della nascita del Bambino, ma è stato da subito chiaro, a chi inventava il gioco del Mondo del presepe, che non c’è Mondo senza lavoratori e suonatori. Il Mondo in cui Cristo viene non può essere senza lavoro (egli stesso fu falegname per trent’anni) e senza musica. Festa e lavoro sono il ritmo secondo il quale si muove il Recinto del Mondo, il Presepe della Storia umana, come nella prima settimana della creazione. Inoltre l’uomo è posto da Dio nel giardino dell’Eden perché «lo lavori e lo custodisca» si dice nella Genesi (2,15). Il creato è lo spazio che l’uomo, con la sua creatività, è chiamato a lavorare e custodire, e nel farlo festeggia, riposa, gioisce ed entra in rapporto con Dio, «che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno» con l’uomo (Gn 3, 8). Con il peccato la consegna non è cambiata, è cambiata la risposta del creato: il peccato non introduce il lavoro nel piano divino, che c’era già, ma la fatica e la resistenza del creato e dell’uomo stesso a svilupparsi secondo il progetto di Dio. La dimensione di festa si offusca, Dio non passeggia più con l’uomo, tutto è fatica.
Platone, attento testimone di queste conseguenze, scrive che gli dei condannarono l’uomo al lavoro e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. Per gli antichi la festa era una specie di condono alla condanna quotidiana del lavoro. Riconoscono nella festa la luce originaria, ma non scorgono più il legame divino tra lavoro e uomo, schiacciati solo dal negativo della caduta: la fatica, la ripetitività, la necessità. L’aspirazione è poter non lavorare e la festa serve a costringere gli dei a passeggiare di nuovo con gli uomini. Con l’incarnazione il progetto divino è restituito al suo ordine originario che dà la possibilità di far festa nel quotidiano, benché sia diventato faticoso (Cristo non ci nasconde che «ogni giorno ha la sua fatica»). Ma che il Dio fatto carne abbia avuto un lavoro e lo abbia svolto per trent’anni elimina ogni ombra di condanna dal lavoro umano. Cristo era noto come falegname e chissà quanto legno avrà piallato nella sua vita, e quel legno, resistente e modellato a fatica e con il quale l’uomo gli modellerà la croce, è stato ‘redentivo’ quanto i suoi gesti straordinari: miracoli, guarigioni, trasfigurazioni. I trent’anni di vita ordinaria di Cristo ci aiutano a rientrare nel piano originario di Dio: il lavoro – purché onesto – non è condanna, ma progetto divino, e la festa, dopo il peccato originale, è ratifica del fatto che verrà un tempo, qui solo intravisto e pregustato, in cui celebreremo in un’unica ininterrotta festa i doni del creato. Senza la festa il lavoro non si comprende e viceversa.
L’uomo per dialogare con Dio è chiamato tutt’ora a coltivare e custodire il pezzo di giardino che gli è affidato. Lavorare è pro-creare: partecipare allo sviluppo e alla custodia delle risorse che gli sono date, infatti l’uomo e la donna, che lavorano nel posto giusto, vedono e sentono fiorire le proprie qualità e quelle di chi beneficia del loro lavoro, nonostante la fatica. Gioioso è solo chi lavorando riposa o riposa lavorando.
Il tempo libero (come ahimè anche i cristiani si sono abituati a chiamarlo, accettando la dinamica della schiavitù al lavoro, come la intendevano i pagani) è in realtà tempo della festa, tempo in cui si festeggia la gioia del talento ricevuto. Invece un lavoro vissuto senza la luce dell’incarnazione, tende a ridursi a condanna, semplice neg-otium, rispetto all’otium degli dei; e il tempo libero finisce con l’essere inteso come ‘privo di lavoro’, quando è libero ogni istante, feriale o festivo, vissuto da un cuore liberato dalla grazia. Solo se il lavoro è luogo della coltivazione di sé e dono dei propri talenti agli altri, il tempo in cui l’uomo non lavora diventa tempo della festa, priva, questo sì, dall’affanno dell’utile, ma pura gioia del ricevere e del condividere, del ritemprare le forze per un lavoro rinnovato, e non fuga dalla realtà in non-luoghi come gli affollati ipermercati domenicali, versione secolarizzata e insoddisfacente della festa (non mantengono mai ciò che promettono).
L’uomo è chiamato a creare la propria bellezza. Non è già tutta fatta, ma da compiere, in sé e nelle cose: il termine creatura infatti origina dal participio futuro latino ed esprime la tensione verso un compimento di ciò che è già in potenza, come avventura, che è la vita del cristiano, non da salotto, non da divano, non bigotto, ma l’avventura dell’artigiano e del suonatore. È necessario riportare il fuoco nel grigiore del quotidiano, e questo passa solo attraverso quell’arte del vivere che Cristo è venuto a insegnarci con la sua incarnazione e a rendere a ni possibile, donandoci la sua grazia.

Publié dans:PRESEPIO (IL E SUL) |on 29 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

Bruegel’s Children’s Games (stava come immagine a commentare l’articolo di Ravasi, l’ho preso da un’altro sito, ingrandimento)

Bruegel’s Children’s Games (stava come immagine a commentare l'articolo di Ravasi, l'ho preso da un'altro sito, ingrandimento) dans IMMAGINI BELLE children-s-games-1560

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Publié dans:IMMAGINI BELLE, IMMAGINI D'AUTORE |on 28 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

LA FANCIULLA CHE GIOCAVA CON IL CIELO – GIANFRANCO RAVASI

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LA FANCIULLA CHE GIOCAVA CON IL CIELO – GIANFRANCO RAVASI

«L’uomo gioca soltanto quando è uomo nel significato più pieno del termine, ed egli è interamente uomo soltanto quando gioca». Così scriveva il grande poeta tedesco Friedrich Schiller nel 1795 nel suo trattato Sull’educazione estetica dell’uomo. Certo, egli si riferiva – come faranno molti autori (per tutti pensiamo al famoso Homo ludens di Johan Huizinga o alla Festa dei folli del teologo Harvey Cox) – al gioco puro che ha la sua espressione nel bambino ancora « innocente » rispetto ai calcoli economici dell’adulto tifoso o sportivo. Il gioco può diventare in tal modo una parabola della libertà creatrice divina. Emblematica è la raffigurazione della Sapienza divina nell’atto creativo: secondo il libro dei Proverbi essa è ’amôn, forse una « fanciulla » che sta danzando e divertendosi nell’ »atelier » del mondo che sta fiorendo dalle sue mani. Si legge, infatti, nell’inno autocelebrativo di Proverbi 8: «Io ero come una fanciulla… mi divertivo in ogni istante, mi ricreavo sulla faccia della terra, la mia felicità era tra i figli dell’uomo» (vv. 30-31). Il gioco umano autentico è costantemente ritratto dagli autori sacri nella sua freschezza, anche quando gli adulti non capiscono o lo osteggiano, come nel caso dei due piccoli Ismaele e Isacco che si divertono insieme (Genesi 21,9). Il ragazzo Davide «scherza con leoni e orsi» (Siracide 47,3) e, quando sarà adulto, non temerà l’ironia di sua moglie Mikal danzando come un forsennato davanti all’arca del Signore (2Samuele 6,5-22). Anche Gesù si ferma a osservare i ragazzi che giocano sulle piazze dei villaggi e non s’accordano sul tipo di gioco da adottare: alcuni vorrebbero mimare una festa di nozze ballando al suono del flauto, altri si orienterebbero invece verso un funerale piangendo e lamentandosi (Matteo 11,16-17). Anzi, l’orizzonte messianico sarà descritto proprio come un tempo in cui il bambino potrà tornare a giocare con tutti gli animali senza nessuna paura, introducendo persino la sua manina nella buca delle vipere (Isaia 11,8) e le piazze di Gerusalemme «formicoleranno di ragazzi e ragazze che giocheranno» felici (Zaccaria 8,5). Lutero descriverà il paradiso così: «Allora l’uomo giocherà con il cielo e con la terra, giocherà col sole e con tutte le creature. Tutte le creature proveranno anche un piacere immenso, un amore e una gioia lirica e rideranno con te, o Signore». Già nel Medioevo il monaco Notker dell’abbazia di San Gallo dipingeva la Chiesa immersa in una specie di gioco paradisiaco ed eterno: Ecce sub vite amoena, Christe, / ludet in pace omnis Ecclesia / tute in horto («Ecco, o Cristo, tutta la Chiesa giocare in pace e in sicurezza nel giardino sotto un’amena vite»). La Bibbia, però, conosce anche i giochi degli adulti. Ne elenchiamo alcuni senza i vari riferimenti testuali per non appesantire la lista: c’è la corsa libera ma anche il gioco della palla, il tiro al bersaglio e il sollevamento pesi (con massi di pietra); c’è il lancio del disco e si fa riferimento persino alla palestra greca o al gioco dei dadi; c’è la corsa nello stadio e il pugilato, evocati soprattutto da Paolo che menziona anche a più riprese il premio (in greco, brabeion)e la corona d’alloro (stephanos); ci sono i giuochi « intellettuali » come gli indovinelli (Sansone ne è maestro in Giudici 14). Se stiamo al gioco in senso stretto, l’archeologia stessa può venirci in aiuto e mostrarci, ad esempio, Ramses II che gioca a scacchi con una donna del suo harem (rilievo del tempio di Medinet Habu). Nelle tombe reali di Ur, la patria di Abramo, è venuta alla luce una scacchiera o forse una tavola da dama intarsiata con le relative pedine (XXV secolo a.C.) e un’altra dalla tomba di Tutankhamon (XIV secolo a.C.), mentre nella città palestinese di Meghiddo è stata ritrovata una scacchiera d’avorio intarsiato con oro e pasta di vetro, lunga 27 centimetri (XIV-XII secolo a.C.). Ma il gioco, se entra nelle spire del guadagno o di altre finalità, può degenerare e divenire persino una perversione. Già i maestri giudaici ammonivano che «chi gioca a dadi è un rapinatore dell’anima e non può esercitare le funzioni di giudice e testimone in tribunale». Nella passione di Gesù c’è anche il lugubre « gioco del re » con la coronazione di spine e le finte reverenze, c’è il sorteggio coi dadi della sua veste e c’è quell’infame curiosità che – come accade ancor oggi negli Stati Uniti in occasione delle esecuzioni capitali – rende la crocifissione uno spettacolo a cui molti accorrono (Luca 23,48). Paolo ai Corinzi scriverà che anche noi, testimoni di Cristo, possiamo diventare «come condannati a morte, divenuti spettacolo al mondo» (1Corinti 4,9). Tuttavia il vero gioco, che ha nella festa la sua incarnazione, rimane il segno della libertà, della creatività, della gioia, del gratuito, della poesia, dell’armonia, dell’amore. Potremmo, allora, concludere questo sguardo molto semplificato al gioco biblico con le parole di un sapiente del II secolo a.C., il Siracide, che così ci ammonisce: «Corri a casa e non indugiare: là divertiti e fa quello che desideri, ma non peccare!» (32,11-12). E ai giovani potremmo, invece, ricordare il consiglio di un altro sapiente, il Qohelet: «Divertiti, o giovane, nella tua giovinezza, si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. Sappi però che su tutto questo, Dio ti convocherà in giudizio» (11,9).

 

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI, GIOCO (IL) |on 28 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

Buon Natale…di nuovo…a tutti (Disney)

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Buon Natale a tutti!

Buon Natale a tutti! dans NATALE 2015 merry-christmas-jesus-birth-image-on-best-merry-christmas-jesus-birth-image-luxury-plan-

 

Publié dans:NATALE 2015 |on 24 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

buona notte a tutti, lo so è già tardi!

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Publié dans:immagini sacre |on 21 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

AMOR DE CARITATE di Jacopone da Todi

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AMOR DE CARITATE

di Jacopone da Todi

En Cristo è nata nova creatura,
spogliato l vecchio om, fatto novello;
ma tanto l’amor monta con ardura,
lo cor par che se fenda con coltello;
mente con senno tolle tal calura,
Cristo me trae tutto, tanto è bello!
Abbracciome con ello per amor sì claro:
« Amor, cui anto bramo, famme morir d’amore!

Per te, amor consumome languendo,
e vo stridendo per te abbracciare;
quando te parti, sì moio vivendo,
sospiro e piango per te retrovare;
e, retornando, el cor se va stendendo,
ch’en te se possa tutto trasformare;
donqua, più non tardare, amor, or me sovvene,
ligato sì me tene, consumame lo core!

Resguarda, dolce amor, la pena mia!
Tanto calore non posso patire:
l’amor m’ha preso, non so do’ me sia,
che faccio o dico non posso sentire;
como stordito sì vo per la via,
spesso trangoscio per forte languire;
non so co sofferire possa tale tormento,
e però me sento, che m’ha secco lo core.

Cor m’e furato: non posso vedere
che deggia fare, o che spesso faccia;
e chi me vede, dice vol sapere
amor senza atto se a te, Cristo piaccia.
Se non te piace, che posso valere?
De tal mesura la mente m’allaccia
l’amor che sì m’abbraccia, tolleme lo parlare,
volere ed operare, perdo tutto sentore.

Publié dans:Letteratura Italiana, NATALE 2015 |on 19 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

La Madonna di Guadalupe – interessante anche l’articolo di questo sito

La Madonna di Guadalupe - interessante anche l'articolo di questo sito dans immagini sacre nostra-signora-della-guadalupe

 

http://www.ilpost.it/leonardotondelli/2012/12/12/la-sindone-azteca/

Publié dans:immagini sacre |on 10 décembre, 2015 |Pas de commentaires »
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