Archive pour octobre, 2017

Matteo 22, 34-40

AMERAI IL SIGNORE DIO TUO E IL PROSSIMO COME TE STESSO

Publié dans:immagini sacre |on 27 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (29/10/2017)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=41035

Lo interrogò per metterlo alla prova

Movimento Apostolico – rito romano

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (29/10/2017)

L’Antico Testamento e il Nuovo una cosa sola insegnano: come amare Dio con tutto il cuore, tutta la mente e tutta l’anima e il prossimo come se stessi. C’è un solo modo per amare Dio e gli uomini: l’obbedienza perfetta, piena, perpetua ad ogni comando della Legge di Dio e di Cristo Gesù. Così come c’è solo un modo per non amare Dio e il prossimo: la trasgressione alla sua Legge, il non ascolto della sua voce. Senza l’ascolto e la messa in pratica della Parola di Gesù nessuno ama se stesso. Si danna. La dannazione eterna è l’odio più grande che una persona può nutrire per se stesso.
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!” (Mt 7,21-23).
Senza obbedienza alla Parola di Gesù mai si potrà amare il prossimo. Ogni disobbedienza genera morte e non vita. Mai potrà amare chi uccide. Ama solo chi dona vita e la vita è data solo dall’obbedienza. Cristo ci amò per la sua obbedienza al Padre.
Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato… Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione.
Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. La Legge poi sopravvenne perché abbondasse la caduta; ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (Rm 5,12-21).
Se l’uomo vuole amare secondo la divina volontà, deve vivere due obbedienze in modo perfetto, senza alcuna interruzione: l’obbedienza alla Parola e l’obbedienza alla grazia. Se una delle due obbedienze viene trascurata, non sufficientemente coltivata, lui mai potrà amare secondo giustizia e verità. Con la sola obbedienza alla Parola mai sarà nella volontà di Dio, manca l’obbedienza alla grazia che dona personalizzazione all’obbedienza alla Parola. Ma anche senza l’obbedienza alla Parola, l’obbedienza alla grazia è nulla. Manca la verità della grazia che viene dalla Parola di Cristo Gesù.
Nell’obbedienza alla grazia e alla Parola, a Cristo e allo Spirito Santo, la nostra obbedienza è perfetta e produce frutti di purissimo amore verso Dio e verso i fratelli.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci obbedienti in ogni cosa.

Publié dans:OMELIE |on 27 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

rettili: il basilisco piumato (da Focus Junior, link)

basilisco_piumato.600

 

https://www.focusjunior.it/animali/animali-strani/il-basilisco-non-solo-creatura-mitologica

Publié dans:RETTILI, RETTILI CHE BELLI! |on 26 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

un delfino partorisce….

Image de prévisualisation YouTube
Publié dans:delfini, You tube |on 26 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

Turtle Yellow Fish

b842050b153b099c6792f73c2c5f4eb2

Publié dans:UNDERWATER - DI TUTTO |on 24 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

Protea, Questa pianta, è diffusa in sud Africa, di cui è anche il fiore simbolo

protea_NG2

Publié dans:fiori e piante, WEB (dal) |on 9 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

Gerusalemme, mercato

diario mercato a Gerusalemme

Publié dans:immagini sacre |on 9 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

LA FEDE E IL BARONE DI MÜNCHHAUSEN (DA JOSEPH RATZINGER)

http://www.gliscritti.it/antologia/entry/666

LA FEDE E IL BARONE DI MÜNCHHAUSEN (DA JOSEPH RATZINGER)

-DA JOSEPH RATZINGER, INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO, QUERINIANA, BRESCIA, 1969, PP. 40-41

Cos’è questa fede? Ora possiamo rispondere così: è la forma, non riducibile a scienza e incommensurabile ai suoi parametri, assunta dalla posizione dell’uomo nel complesso della realtà; è l’interpretazione senza la quale l’intero uomo rimarrebbe campato in aria; è l’atteggiamento che precede il calcolo e l’azione dell’uomo, senza il quale egli in definitiva non potrebbe né calcolare né agire, perché tutto ciò egli è in grado di farlo unicamente nell’ambito d’un senso capace di sostentarlo.
L’uomo in effetti non vive del solo pane del fattibile, ma vive invece da uomo, e, proprio nella configurazione più tipica della sua umanità, vive di parola, di amore, di senso della realtà. Il senso delle cose è davvero il pane di cui l’uomo si sostenta, di cui alimenta il nucleo più centrale della sua umanità. Senza la parola, senza il senso, senza l’amore, egli vien messo in condizione di non poter più nemmeno vivere, quand’anche fosse circondato in sovrabbondanza di tutti i conforts terreni immaginabili.
Chi non sa con quanta frequenza, pur in mezzo alla più sfondata abbondanza, può insorgere la situazione del ‘non ne posso proprio più’? Il senso della realtà però non si può dedurre dalla mera scienza. Il voler procacciarselo in questa maniera, cioè basandosi sul fatto che si è capaci di provare la fattibilità, finirebbe per assomigliare all’assurdo e ridicolo tentativo intrapreso dal barone di Münchhausen, quando si mise in testa di strapparsi fuori dalla palude tirandosi per i capelli.
Propendo a credere che nella comica assurdità di quella storia venga messa in luce, in maniera azzeccatissima, la situazione di fondo in cui versa l’uomo. Dal pantano dell’incertezza, dell’incapacità di vivere, nessuno è in grado di tirarsi fuori da sé; e non ce ne tiriamo fuori nemmeno con un «cogito ergo sum», come pensava ancora Descartes, ossia appigliandoci ad una catena di conclusioni imbastita col raziocinio. Un senso fasullo della realtà, in ultima analisi, non è nemmeno un senso. Il senso vero, ossia il terreno su cui la nostra esistenza possa realmente reggersi e vivere, non può venir fabbricato empiricamente, ma solo venir ricevuto dal di fuori.

Matteo 21-33, 43

pens  e diario - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 6 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/05-Ordinario_A/Omelie/27-Domenica/13-27a-Domenica_A_2017-EB.htm

08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

LA DELUSIONE DI DIO, E LA SUA SPERANZA

C’era una volta un cantautore, il profeta Isaia. Otto secoli prima di Gesù, 28 secoli prima di Adriano Celentano, Isaia in tempo di vendemmia raccoglieva i vignaioli attorno a sé, e cantava loro le sue canzoni. E un giorno improvvisò per loro il Canto della vigna del Signore. Un canto appassionato, che la liturgia ci propone oggi come Prima Lettura.
* Nella sua canzone Isaia raccontava di un proprietario terriero, che ha messo a punto la sua vigna: l’ha dotata di una siepe per proteggerla dai male intenzionati, di un torchio per pigiare le uve, una torre come punto di avvistamento e come riparo per i vignaioli.
Il proprietario si attendeva che la vigna producesse frutto, la buona uva che spremuta rallegra il cuore dell’uomo. E invece essa ha prodotto uva selvatica. Per il proprietario è stata un’attesa snervante, e infine la delusione.
* Quel proprietario era il Creatore del mondo, quella vigna era il Popolo eletto, e il Canto della vigna del cantautore Isaia esprimeva tutta la delusione di Dio per l’infedeltà del suo popolo.

GESÙ RACCONTATO DA LUI STESSO
Otto secoli dopo, ai tempi di Gesù, la situazione d’Israele non era certo migliorata. Gesù è a Gerusalemme e insegna nel Tempio, per il breve periodo che gli è concesso prima dell’arresto e del Golgota. E prendendo lo spunto dal Canto di Isaia, Gesù racconta una parabola autobiografica, la Parabola dei contadini omicidi.
* Allora le vigne di solito erano affittate dai proprietari terrieri ai mezzadri, che le lavoravano, e ogni anno consegnavano ai padroni una parte del raccolto. Nella parabola di Gesù succede che il proprietario della vigna (Dio, creatore del mondo) ha mandato i suoi servi (i profeti) a riscuotere i frutti che gli sono dovuti. Ma gli agricoltori hanno bastonato i servi del Signore, li hanno lapidati, uccisi. Infine il proprietario manda ai contadini il suo figlio, pensando: « Avranno rispetto per lui ». Invece i contadini decidono (riguardo a Gesù): « Uccidiamolo, e avremo noi l’eredità ».
Così, nella storia d’Israele, al Canto della vigna si è sostituita l’autobiografica e insanguinata Parabola dei contadini omicidi.
* Il racconto di Matteo contiene tanti, forse troppi, particolari di una storia che era di là da venire, per essere ritenuti tutti raccontati da Gesù. Pare che il racconto trasmesso dall’evangelista sia stato da lui arricchito con le riflessioni delle prime comunità cristiane. Qualcosa di approssimativo sarebbe stato esposto effettivamente da Gesù, ma poi il racconto fu ampliato nella catechesi dei primi cristiani, e infine ripreso sia da Marco che da Matteo nei loro Vangeli (biblista Daniel Harrington).
* Comunque siano andate le cose, al termine del racconto evangelico ecco l’istruttivo dialogo di Gesù con i suoi uditori. Si tratterà di una discussione vivace, una vera e propria contesa, un prendersi per i capelli.
Di fatto, chi erano gli uditori di Gesù? Risultano i capi dei sacerdoti, gli anziani del popolo (che non erano dei vecchietti ma gli illustri senatori del Sinedrio), oltre ai soliti scribi e farisei. Sicuri di sé, dichiaravano: « Siamo figli di Abramo », e ritenevano certa la loro salvezza nella vita eterna. Essa spettava loro di diritto.
* Nel racconto secondo Matteo, Gesù domanda riguardo agli uccisori del figlio: « Il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini? ». E gli interpellati, esperti in questioni giuridiche, dichiarano che quei contadini dovranno essere severamente puniti, e sostituiti da altri che « consegneranno i frutti della vigna a suo tempo ». Ma così dicendo si contraddicono: proprio loro presto chiederanno a Pilato la morte di quel figlio.
La replica di Gesù è stata perentoria: « Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio, e sarà dato a un popolo che produca frutti ».

UN POPOLO CHE PRODUCA FRUTTI
I primi cristiani, leggendo la parabola esposta da Matteo, forse esultavano all’idea che il regno fosse tolto a Israele e passato alla Chiesa nascente. Se ne sentivano lieti e fieri. Ma si sbagliavano. Secondo Gesù non si è avuto il passaggio del regno da un’istituzione all’altra, dal popolo d’Israele alla Chiesa. Gesù indica solo il suo trasferimento da uomini che non erano capaci di portare frutto, a uomini che invece lo sapranno portare. E non è la stessa cosa. Perché non conta l’appartenenza anagrafica, ma l’adesione del cuore a Dio.
* Anche i cristiani d’oggi possono deludere Dio, e il rischio dovrebbe renderli inquieti. Non conta se si è iscritti nei registri parrocchiali, o tesserati presso enti e associazioni cattoliche, ma poi nella vita si produce solo uva selvatica. Come diceva lo scienziato, filosofo e pacifista inglese Bernard Benson, « Ogni cristiano porta sulle labbra, con la possibilità di darlo un giorno, il bacio di Giuda ».
* Un bacio già dato tante volte. Di recente i papi hanno pronunciato dei solenni mea culpa per le colpe storiche dei cristiani. Giovanni Paolo II nel 2000, anno del Giubileo, ha chiesto pubblicamente « perdono per gli errori commessi dai cristiani lungo i secoli ». Il card. Ratzinger nella via crucis del 2005 diceva: « Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! ». E Ratzinger, divenuto Benedetto XVI, nel 2010 ha chiesto perdono per i peccati di pedofilia raccontati abbondantemente dalla cronaca nera…

LA SPERANZA DI DIO, PIÙ FORTE DELLA SUA DELUSIONE
Ma nella Chiesa non è tutto nero. Anzi. Di conforto è già il punto di partenza, del Padre celeste: a confortarci c’è la svolta decisiva da lui operata nella storia religiosa dell’umanità, con l’averci mandato Gesù. Di fatto la sua speranza risulta più forte della sua delusione.
E vediamo che il positivo nella Chiesa è molto. Nell’anno 2000 lo stesso card. Ratzinger invitava tutti a « vedere, per esempio, quanto bene è stato creato in questi due ultimi secoli – pur devastati dalle crudeltà degli ateismi – dalle nuove congregazioni religiose, dai movimenti laici, nel settore dell’educazione, in quello sociale, dell’impegno per i deboli, gli ammalati, i sofferenti, i poveri ». Occorre dunque – concludeva Ratzinger – « vedere il bene fatto da Dio tramite i credenti, non ostante i loro peccati ».
* Risulta così che Dio continua ad avere cura della sua vigna: ancora le mette su la siepe tutto attorno, mette il torchio per pigiare la buona uva, la torre per la vigilanza. E non ostante la nostra fragilità, qualcosa di buono sta crescendo lungo i secoli.
Siamo è tutti chiamati al lavoro nella vigna, e a far progredire la storia. Anche ognuno di noi nel suo trantran quotidiano.

Don ENZO BIANCO SDB (+)

 

Publié dans:OMELIE |on 6 octobre, 2017 |Pas de commentaires »
12

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...