Archive pour juin, 2018

Gesù e la figlia di Giairo

imm diario

Publié dans:immagini sacre |on 29 juin, 2018 |Pas de commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA FEDE CHE SALVA E LA SPERANZA CHE GUARISCE IL CUORE

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA FEDE CHE SALVA E LA SPERANZA CHE GUARISCE IL CUORE

padre Antonio Rungi

Nel testo integrale del Vangelo di questa domenica XIII del tempo ordinario dell’anno liturgico, san Marco ci riporta il racconto di due miracoli di Gesù. Due miracoli con significati diversi, ma con una precisa finalità da sottolineare.
Si tratta di una donna e di una bambina: l’una guarita e l’altra riportata in vita. L’attenzione grandissima da parte di Gesù alla figura della donna è qui ulteriormente confermata con il duplice suo intervento taumaturgo. Una donna malata di emorragia continua da 16 anni che, nonostante le cure, non guarisce e che ottiene da Gesù l’attesa guarigione, toccando soltanto il lembo del suo mantello. Potremmo dire una donna dissanguata nel corpo, nel soldi e soprattutto nello spirito che riprende energia e vita al semplice contatto con il Signore. La sua grande fede la guarisce, perché confida nel Signore. E di fede da parte del capo della Sinagoga, Giaro, si parla nel miracolo del risurrezione della sua figlia, il quale, come vide Gesù, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Anche in questo caso Gesù ascolta il grido di un padre angosciato per la morte della sua figlia. Un Gesù attento alle istanze del cuore dei genitori. Molto bello e significativo che sia stato proprio il capo della sinagoga a chiedere l’intervento del Signore e che sia un uomo. Quante volte pensiamo che la fede sia solo un patrimonio al femminile, che la preghiera, il chiedere grazie, soprattutto per i figli, sia un esercizio spirituale ad esclusivo appannaggio delle donne e delle madri. Qui vediamo un uomo, in vista, diciamo anche che conta nella società di allora, che con umiltà chiede a Gesù di salvare dalla morte la figlia, che nel frattempo Giaro si rivolgeva al Signore, già aveva terminato i suoi giorni.
L’intervento del Signore nella casa del capo della Sinagoga, riporta alla vita la bambina. E Gesù opera questo miracolo, anticipo della sua risurrezione, in un contesto di preghiera, silenzio, raccoglimento. Ci insegna che le grazie ed i miracoli si chiedono con uno stile di fiducia in Dio, in cui ci sia soprattutto la preghiera convinta e sicura che rivolgiamo a Lui. E Lui ci ascolta e ci esaudisce. E quando la risposta della grazia o del miracolo non arriva, significa che la volontà di Dio è un’altra. A noi spetta solo di saperla decifrare ed accettare. Ecco perché di fronte a questi due miracoli su cui oggi riflettiamo, c’è solo una parola da condividere e fare nostra: dobbiamo aver fiducia nell’aiuto di Dio. A Lui nulla è impossibile, anche quando a noi sempre tutto finito e destinato al fallimento e alla desolazione. Una donna che chiede, un padre che chiede e tutti e due ottengono quello che chiedono, grati al Signore per i doni che hanno ricevuto in quel momento e che li hanno sollevato dalla sofferenza di lunga o breve durata come si riconosce nella sofferenza dell’emorroissa o di Giaro che si trova di fronte al dramma più grande per una genitore quello di vedere la propria bambina morta.
Ci sia di conforto quanto leggiamo oggi nel brano della prima lettura della liturgia della parola, tratto dal libro della Sapienza. In questo contesto di riflessione sulla parola di Dio di questa domenica, mi piace sottolineare quanto ha scritto Papa Francesco nella sua recente Enciclica « Laudato si »: « Insistere nel dire che l’essere umano è immagine di Dio non dovrebbe farci dimenticare che ogni creatura ha una funzione e nessuna è superflua. Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio. La storia della propria amicizia con Dio si sviluppa sempre in uno spazio geografico che diventa un segno molto personale, e ognuno di noi conserva nella memoria luoghi il cui ricordo gli fa tanto bene. Chi è cresciuto tra i monti, o chi da bambino sedeva accanto al ruscello per bere, o chi giocava in una piazza del suo quartiere, quando ritorna in quei luoghi si sente chiamato a recuperare la propria identità ».
Nei testi della parola di Dio c’è questa aspetto importante della vita delle persone che si rivolgono a Gesù: chiedono a lui di recuperare la loro identità e la loro dignità. E Gesù opera per entrambi concedendo la grazia ed il miracolo. Ben sapendo tutto questo, noi cristiani, che vogliamo seguire più da vicino il Signore, come faceva tanta gente che si spostava da un posto all’altro della Palestina, per ascoltarlo, per ricevere insegnamento e per chiedere grazie, dobbiamo immetterci sulla strada del santo convincimento interiore, descritto con estrema chiarezza di contenuti e di finalità da San Paolo Apostolo nel brano della sua seconda lettera scritta ai Corìnzi che oggi ascoltiamo come testo della seconda lettura della liturgia della parola di questa domenica. Il modello di ogni nostro modo di pensare ed agire è Gesù Cristo che da ricco che era si fece povero per arricchire noi. Noi siamo i veri ricchi, pur essendo molte volte in situazione di vera povertà materiale, in quanto la nostra ricchezza che dura per sempre è Gesù stesso, è la sua grazia e la sua presenza nella nostra vita. Dobbiamo solo fare nostro il monito di Gesù al capo della Sinagoga, davanti ala dramma della notizia che la sua figlia era morta: « Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». Avere fede anche nelle situazioni più gravi della vita, quanto ci costa, ma è l’unica e certa via di guarire dal vero male della sfiducia nei confronti di Dio e del mondo.
Sia questa la nostra sincera preghiera al Signore:
Cristo, sei la nostra speranza.

Cristo, nostra speranza,
aiutaci a camminare sulla via
dell’avvenire umano e cristiano,

senza ostacoli di natura sociale.

Non permettere, Signore della vita,
che nessun uomo su questa terra,
sperimenti la morte nel cuore
o gli venga negato il diritto a vivere
o almeno a sopravvivere.

Allontana da noi tutto ciò
che è depressione spirituale ed interiore,
che si manifesta con l’angoscia e il mal di vivere,

fino al punto da uccidere o di rifiutare la vita.

Nessuna sofferenza, prova e difficoltà
possa limitare il cammino della speranza,

in questa vita e in vista dell’eternità.

Tu Signore, sei la nostra speranza certa,
che non delude mai
e sempre conforta ogni essere umano,
che tu hai preso sulle tue spalle,
come il buon Pastore,
in cerca della pecorella smarrita,

nei tanti labirinti della vita.

Signore, aumenta in noi la speranza,

nelle delusioni e illusioni dell’esistenza.

La tua mano potente innalzi il livello
della piena fiducia in Te e della stima di noi stessi,
mai dimentichi che solo in Te,
ogni essere umano trova rifugio e conforto
in questo mondo e nell’eternità.
Signore, non abbandonare l’opera delle tue mani,
non abbandonarci nella tentazione, nella paura,

nella malattia, nella morte del cuore e nelle delusioni della vita.
Amen.
(Preghiera di padre Antonio Rungi)

Publié dans:OMELIE |on 29 juin, 2018 |Pas de commentaires »

San Pietro e San Paolo

imm diario el greco />

Publié dans:immagini sacre |on 28 juin, 2018 |Pas de commentaires »

OMELIA SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI (Messa del Giorno)

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180629.shtml

OMELIA SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI (Messa del Giorno)

don Luca Garbinetto

Festa di peccatori perdonati

Perché la Chiesa celebra come una solennità la memoria di due uomini? Certamente la tradizione riconosce in Pietro e Paolo ?le due colonne’ dell’edificio spirituale che è l’assemblea dei discepoli convocati da Cristo. Ma che senso ha dare tanta importanza a due discepoli, quando possiamo ogni giorno metterci in comunione e in dialogo con il Maestro stesso? Tanto più che sia Pietro che Paolo di pasticci ne hanno combinati parecchi… Possiamo prenderli come modelli, come esempi, loro che hanno faticato tanto a credere nell’amore del Signore Gesù? Sono davvero figure da mettere ?agli onori degli altari’ in una domenica di giugno?
Non sono domande banali, sebbene volutamente provocanti. Perché sono tra le domande più insidiose che insinua il mondo allorquando vuole tentare la fede umile e semplice del popolo di Dio. Dietro c’è una questione molto più profonda, racchiusa nel motto moderno ?Cristo sì, Chiesa no’. La Chiesa è intesa qui come l’istituzione umana, che viene contrapposta drasticamente alla figura di Gesù, il Messia fatto uomo. E in particolare Pietro e i suoi successori, subito richiamati alla mente dal riferimento al ruolo primario che egli ha tra gli apostoli, diventano automaticamente la concretizzazione storica di questo presunto travisamento del messaggio cristiano che sarebbe la Chiesa contemporanea, troppo invischiata in questioni di potere e di denaro per essere veramente la Chiesa di Dio. Un poco si salva Paolo, ma sempre in una visione sostanzialmente dualista e fondamentalista, che contrappone il dono dello Spirito chiamato carisma alla prassi sociale dell’organizzazione ecclesiale, che separa nettamente l’agire evangelizzatore della comunità cristiana dalla sua struttura gerarchica.
Perché allora oggi noi celebriamo la solennità di Pietro, primo papa che rinnegò tre volte il Signore, e di Paolo, persecutore divenuto apostolo delle genti?
Prima di tutto, perché loro sono come noi. Pietro e Paolo sono prima di tutto uomini fragili, e come tali Gesù li ha chiamati a seguirlo, e come tali ha affidato loro la missione straordinaria che hanno condotto con perseveranza e generosità. Sono persone, con pregi e difetti, come noi. Discepoli di Cristo, appunto, piuttosto che maestri, sebbene tentati quanto noi di superbia e di vanagloria – inutile elencare i testi evangelici che ne confermano l’identikit di peccatori.
In secondo luogo, perché proprio in quanto fragili peccatori, entrambi sono segno credibile delle meraviglie che compie il Signore. Egli infatti sa trasformare in un prodigio di grazia quanto per l’umanità è perduto e senza speranza. Dio perdona. Oggi noi celebriamo la potenza trasformante dello Spirito, la forza redentrice del Figlio, la passione creatrice del Padre. Dio infatti chiama personalmente Simone, e lo plasma fino a farne di lui una Pietra. Dio incrocia il cammino di Saulo e lo scaraventa a terra affidandogli poi un pedagogo che lo conduca ai nuovi orizzonti del Vangelo, come uomo nuovo, Paolo. I due grandi apostoli sono grandi per l’azione dello Spirito, non per i loro meriti. Sono perdonati. Noi, Chiesa, celebriamo quanto è impossibile all’uomo, ma possibile a Dio: cioè la fiducia che Egli possa trasformare anche noi, ognuno di noi, da peccatori a perdonati, da pavidi a coraggiosi, da passivi ad appassionati evangelizzatori.
Ancora. Questo miracolo della grazia di Dio avviene personalmente, ma non individualmente e separatamente. Nessuna vita umana, per Dio, è fine a se stessa. Fare memoria di Pietro e Paolo, proprio per il ruolo fondamentale che essi assunsero nelle prime comunità cristiane, significa cantare un inno di gratitudine perché è la Chiesa tutta che può essere continuamente trasformata dall’Amore di Dio. L’opera redentrice del Figlio incide profondamente nei cuori e nelle relazioni, per cui oggi annunciamo la possibilità di vivere in maniera nuova i rapporti dentro la comunità. E questa comunità ha una sua immancabile e necessaria struttura sociale, con dei compiti e dei ruoli ben precisi che le permettono di vivere umanamente. E’ lì che si realizza quanto Gesù ha annunciato e affidato a Pietro: la riconciliazione! Oggi celebriamo la speranza che ogni istituzione umana – non solo cristiana – può cambiare e divenire migliore, anche nel bel mezzo delle tante e inevitabili fatiche, anche nel bel mezzo delle invidie e delle gelosie: lì il Signore contagia gli uomini della forza del perdono.
E così comprendiamo, arrivando alla radice, che quella di oggi è in fondo la solennità dell’Incarnazione. La logica di Dio, che prende carne per salvarci assumendo su di sé tutta la nostra umanità, tranne il peccato, continua a essere l’unica logica possibile e autentica per comprendere le cose del Cielo. Dio si incarna nella storia, nella vita, nella ferialità degli uomini e dei loro rapporti, nella fragilità e nella potenzialità di ogni essere umano, nelle dinamiche che strutturano la convivenza e la relazione tra persone. E lì si manifesta. In Simon Pietro e in Saulo Paolo abbiamo la rivelazione dell’agire incarnato di Dio, che prende per sé un suo figlio e lo invia a essere custode e testimone del suo Amore fecondo.
Così agisce ancora oggi Dio nella Chiesa. Così si realizza anche nel papa e in ogni evangelizzatore il mistero della salvezza. Così diversi e così santi allo stesso modo sono i nostri pontefici, che si susseguono, poveri peccatori perdonati, a confermare nella fede la Chiesa santa e peccatrice.

Publié dans:SANTI PIETRO E PAOLO |on 28 juin, 2018 |Pas de commentaires »

Il passaggio del Mar Rosso

imm pens

Publié dans:immagini sacre |on 26 juin, 2018 |Pas de commentaires »

NEL MARE DELLA VITA

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NEL MARE DELLA VITA

di fra Alberto Joan Pari ofm | settembre-ottobre 2015

L’acqua e il mare sono elementi presenti nel testo biblico e in tutta la storia della Salvezza. L’acqua è principio di vita e di morte, il viaggio per mare metafora della vita.
Durante l’estate appena trascorsa ho avuto l’occasione di vivere una bellissima esperienza in mare. Mentre mi trovavo per alcuni giorni con i miei genitori sull’isola di Lampedusa, ospite di amici di famiglia, una mattina all’alba siamo salpati dal porto con un peschereccio e siamo stati in compagnia di un gruppo di pescatori che uscivano in mare aperto per la pesca. Non era la prima volta che viaggiavo su una nave, ma in assoluto è stata la prima volta che ho saltato dalla banchina del porto per imbarcarmi, mentre il peschereccio oscillava leggermente trattenuto vicino al porto da grosse corde. Seduto a prua, ho trascorso alcune ore a contemplare il mare, le onde, il vento e l’orizzonte… che immensità meravigliosa! La calma del mattino, il rumore del motore e delle onde che sbattevano con forza contro la nave che le infrangeva, sobbalzando a volte in modo molto brusco, il vento che soffiava forte e fresco sul mio viso, hanno creato un ambiente ideale perché la mia mente spaziasse e si immergesse in pensieri e riflessioni intense sul mare, sul Creatore, sugli Apostoli pescatori di pesce e poi di uomini, su san Paolo e i suoi viaggi e sulla piccolezza dell’uomo. Non ho potuto evitare di pensare a quanto l’acqua e il mare fossero presenti nel testo biblico e in tutta la storia della Salvezza.
Ad uno sguardo complessivo si può affermare che una considerevole parte della tradizione biblica fa riferimento all’acqua come elemento fondamentale della struttura del mondo (in Genesi 1,6: «Divise poi in acque superiori ed inferiori»). Essa è principio di vita e di morte a seconda della situazione in cui si trova e in cui si usa, è semplice e chiara nella sua costituzione fluida, ma può costituire nella sua grande massa un senso di mistero, di penetrabilità di luce solo parziale e di forza incontrollabile. Sono tantissimi i versetti biblici «bagnati» dall’acqua (oltre 1500 riferimenti nel testo sacro) e pertanto la categoria dell’acqua porta in sé una consistente valenza simbolica legata alle origini della creazione, alla vita degli uomini e alla loro esperienza di fede, con un’ampia gamma di significati. Il mare, iam in ebraico, oppure le «grandi acque», in ebraico maiim rabbim, o il «diluvio», in ebraico mabbul, sono infatti simbolo del caos, della morte, del nulla e del male. Anche nella cultura indigena della Terra Santa, quella cananea, il mare era una divinità negativa, Jam, appunto, era in eterno conflitto col dio delle acque benefiche e fecondatrici delle piogge e delle sorgenti, Baal («Signore»).
Secondo la Bibbia, il mare è popolato di mostri dai nomi impressionanti: il Leviatan, «serpente tortuoso, guizzante, drago marino», secondo Isaia (27,1), simile a un enorme coccodrillo, stando a Giobbe (cap. 41); Rahab, altro cetaceo mostruoso; Behemot, simile all’ippopotamo (Giobbe 40,15-24); la Bestia marina dell’Apocalisse (13,1-2) che sale dall’Abisso (17,8). Ebbene, l’Abisso evoca nel suo nome ebraico tehôm (Genesi 1,2) Tiamat, divinità negativa dei racconti cosmologici mesopotamici. Perché il mare facesse così paura agli israeliti e al popolo ebraico, così tanto da riferirsi al mare quasi esclusivamente per evocare il senso di paura dello sconosciuto, di minaccia e di peccato, non è difficile da capire. Infatti Israele fu un popolo di terra, non di marinai; un piccolo popolo di pastori e abitanti di zone desertiche e aride che per la prima volta giungendo nella terra promessa vide le grandi acque, il Giordano, il mare come confine naturale della terra di Canaan e il lago di Galilea. Quando Pietro chiede al Maestro di poterlo raggiungere camminando sull’acqua, fiducioso si getta dalla barca e avanza, ma appena il vento imperversa, perde la fiducia e inizia ad affondare… è un’immagine così vera della nostra fede, entusiasta a volte per l’incontro con Cristo e poi quasi annullata dall’arrivo dello sconforto per le vicende della vita, che non poche volte ci fa affondare nel mare dei nostri dubbi e mormorazioni.
Il mare è sempre con noi, sia che siamo gente di mare, sia che siamo semplici abitanti del mondo; come lo è stato per i nostri padri, come lo è stato per i primi discepoli, pescatori di Galilea, come lo fu per san Paolo, durante i suoi interminabili viaggi missionari; un compagno da conoscere, simbolo del mistero e dell’imprevisto. Il mare rappresenta tutte le sfide che possiamo incontrare nella nostra vita, ma non deve trasformarsi in muro invalicabile, come non lo fu per Israele che lo attraversò all’asciutto perché Dio era con lui. La fede che salva è la risposta, semplice abbandono al Dio Signore dell’Universo al quale anche il vento e il mare obbediscono e fanno tornare la bonaccia, soprattutto nelle nostre vite e nei nostri cuori.

Crocifisso presso Bassiano, Latina, scolpito nel 1673

imm diario Crocifisso del Santuario del Crocifisso presso Bassiano (Latina), scolpito nel 1673

Publié dans:immagini sacre |on 25 juin, 2018 |Pas de commentaires »

LA CIVETTA E LA COLOMBA

http://www.abbaziamontecassino.org/abbey/index.php/briciole-spiritualita-abate-donato-montecassino/133-spiritualita-semi-briciole-montecassino-monaco-abate/466-civetta-colomba-montecassino-abate-ogliari

LA CIVETTA E LA COLOMBA

Ab. Donato Ogliari osb

Negli ultimi decenni, a causa del grave inquinamento ambientale, l’ecosistema ha subito alterazioni che hanno influito negativamente su ogni forma di vita. Questo è senz’altro uno dei motivi per cui oggi è difficile – soprattutto per chi non abita in zone rurali o adiacenti alla campagna – avvistare animali che un tempo si potevano scorgere con più facilità. Uno di essi è la civetta, un rapace notturno e solitario dal volo felpato e dal verso acuto e squillante. La sua rarefatta presenza ha senz’altro contribuito a far scemare anche la lugubre reputazione che da secoli l’accompagna. Nell’antichità, infatti, essa era considerata un uccello di malaugurio, soprattutto perché nell’immaginario collettivo era ritenuta una messaggera di morte. Il poeta latino Virgilio, ad esempio, riferisce che la fantasia popolare ritenesse che la civetta (bubo) si posasse sulle case degli agonizzanti per annunciarne l’imminente fine.
Questa cupa reputazione – alla quale si aggiunge una presunta associazione col malocchio – ha fatto sì che la civetta non riscontrasse simpatie neppure in ambito cristiano. Solo col passare del tempo, e sulla base di reminiscenze pagane che vedevano in essa il simbolo di Pallade Atena, dea della sapienza e delle scienze, la civetta riuscirà a guadagnarsi un posto di tutto rispetto anche nella simbolica cristiana. Così, ad esempio, il fatto che la civetta sia un animale notturno cominciò ad essere interpretato come simbolo della saggezza solitaria e contemplativa del credente che cerca di penetrare il mistero di Dio, oppure del credente che è chiamato ad attraversare con coraggio e fiducia le prove oscure che insidiano la sua vita, perseverando alla luce della fede e cantando la speranza anche là dove la vita sembra essere imbavagliata o soffocata da situazioni difficili e a volte crudeli ed ebbre di morte.

***

La colomba, d’altro canto, si presenta subito con una simbologia ricca e positiva. Nell’Antico Testamento essa è il simbolo della pace (fu proprio una colomba, dopo il diluvio, a portare a Noè un ramo verde di olivo: cf. Genesi 8,10–12), della bellezza (cf. Cantico dei Cantici 1,15) e della prontezza (cf. Salmo 55,7). Nei Vangeli è il simbolo della semplicità (cf. Matteo 10,16) e soprattutto dello Spirito Santo. Come non riandare col pensiero al battesimo di Gesù nel Giordano, quando lo Spirito di Dio scende sopra di lui in forma di colomba (cf. Matteo 3,16)?
A partire da questa scena evangelica, l’identificazione colomba-Spirito Santo è diventata parte integrante della simbologia cristiana, e l’utilizzo fattone nelle arti visive è stato molto ampio; basti pensare alla rappresentazione della Pentecoste, nella quale lo Spirito Santo è raffigurato come una colomba che si libra sul capo degli apostoli e di Maria Vergine riuniti nel cenacolo. Nell’iconografia cristiana, poi, ci si imbatte in santi (si pensi, ad esempio, a san Gregorio Magno) raffigurati con una colomba accanto all’orecchio, simbolo dell’ispirazione e dell’illuminazione provenienti dallo Spirito Santo. Per Origene (uno scrittore cristiano del III secolo), gli occhi dell’ « uomo illuminato » sono paragonabili a quelli della colomba, simbolo dello Spirito.
San Paolo pone a più riprese l’accento sul ruolo fondamentale che lo Spirito Santo esercita nella vita del cristiano e della Chiesa (cf. Romani 8,9.14). Essere in Cristo ed essere nello Spirito sono per l’Apostolo due affermazioni di contenuto sostanzialmente identico. È lo Spirito Santo, infatti, che ci immette nella comunione trinitaria attraverso la sequela del Cristo, volto del Padre. È lo Spirito Santo che, nell’elargire i suoi doni, edifica la Chiesa e l’arricchisce di innumerevoli doni e carismi. Ed è ancora lo Spirito Santo che contrassegna il cristiano con la vera libertà, quella che si configura come apertura a Dio e ai fratelli nell’amore (cf. Galati 5,13), quell’amore che è riversato dallo stesso Spirito nel cuore dei fedeli (cf. Romani 5,5) e che diviene la norma e la forza propulsiva dell’esistenza cristiana. Lo Spirito Santo – come afferma sant’Agostino – rappresenta per il credente «la forza dell’amore, il movimento verso l’alto che si oppone alla forza di gravità che tende verso il basso».
La civetta e la colomba, dunque. Due simboli diversi, ma che si integrano a vicenda. Mentre l’uno richiama la saggezza lungimirante e perseverante, anche nelle prove, l’altro allude alla sapienza che proviene dallo Spirito e che illumina e pacifica il cuore dell’uomo. Entrambe la civetta e la colomba sono simbolo di un percorso di vita che ogni credente e ogni uomo di buona volontà dovrebbe far suo, ma in questo periodo dell’anno penso soprattutto a chi è coinvolto nella delicata missione educativa e a tutti quei ragazzi e ragazze, giovani e giovani che si stanno formando nelle scuole di ogni ordine e grado. Senza dubbio, un po’ di « civetta » e un po’ di « colomba » aiuterebbe docenti e alunni a trasformare anche l’insegnamento e l’apprendimento nozionistico in una « scuola di vita ». Al di là dell’enfasi che spesso l’accompagna, la massima: «Non scholae, sed vitae discimus»,mantiene tutto il suo valore.

Natività di Giovanni Battista

imm diario

Publié dans:immagini sacre |on 22 juin, 2018 |Pas de commentaires »

24.6.18 NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

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24.6.18 NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Omelia (24-06-2018)
don Luciano Cantini
La novità del nome

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio.
Quando Zaccaria, sacerdote della classe di Abia, si trovò per sorte, nel tempio per l’incenso ricevette la buona notizia (Lc1,5): la sua preghiera, quella che come sacerdote stava facendo per tutto il popolo, era stata esaudita. Il tempo aveva raggiunto la sua pienezza, Dio, ancora una volta si era chinato sul suo popolo. Ed ecco gli nascerà un figlio nella sua vecchiaia e nella sterilità, perché Dio manifesta la sua potenza ed il suo amore. Ma l’incredulità degli uomini è maggiore e a quell’uomo fu chiusa la bocca; il suo silenzio era paradigmatico delle inutilità di tante parole, di tante preghiere che avevano ormai perso lo spirito e l’anima.
«Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome»
Sembra impossibile, ma l’uomo è refrattario a tutti cambiamenti, alle svolte della vita. Cerca l’ultima novità nell’ambito della tecnologia, della moda, della filosofia; è tentato da tutto quello che sembra essere trasgressione ma in fondo rimane sempre un tradizionalista, non riesce ad uscire dall’alveo di un percorso che sembra sia tracciato da sempre e che gli offre certezze e sicurezze. Poi a guardare bene sembra più attratto dalla consuetudine delle forme piuttosto che dalla sostanza. Nel campo religioso la cosa si fa più evidente quando si ricercano le forme di devozione, o i paramenti di un tempo mentre per le scelte personali si seguono altre filosofie e altre idee.
«Giovanni è il suo nome»
Quando Zaccaria accoglie il nuovo come « dono di Dio », gli si scioglie la lingua ed esce dalla sua condizione di mutismo: lo attraversa una lode nuova che sa guardare con sapienza all’opera già compiuta da Dio e che la tradizione ha conservato con cura, e contemporaneamente alla certezza del futuro di un sole nuovo che sta sorgendo per illuminare le genti.
Tutti provarono meraviglia e tutti furono presi da timore, ma tutti custodirono tutte queste cose in una tradizione che costantemente si rinnova e cresce di nuovi doni e di nuova grazia. Siamo noi questi tutti capaci ancora di accostarci con timore e meraviglia all’opera di Dio, di riconoscerla in questo nostro tempo e custodirla perché sia maestra per il futuro e pegno per nuove meraviglie?
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Ci saremo potuti aspettare che il figlio di Zaccaria, sacerdote del Tempio nella classe di Abia, fosse stato avviato al servizio sacro secondo la tradizione della sua nascita, ma fortificato nello spirito sceglie di vivere in regioni deserte, lontano dal frastuono di tante liturgie diventate inutili, dal sangue degli olocausti che da sempre Dio dice di non volere (Os 6,6). E quando al Giordano predicherà un battesimo di conversione ed indicare una via nuova susciterà la rabbia di chi vuole mantenere, falsamente, le tradizioni di un tempo ed il potere del suo oggi.
La storia corre velocemente lungo i secoli ma lo spirito della miseria umana rimane sempre lo stesso.

 

Publié dans:San Giovanni Battista Feste |on 22 juin, 2018 |Pas de commentaires »
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