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BENEDETTO XVI – Preghiera e silenzio: Gesù maestro di preghiera – Udienza 7.3.12

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BENEDETTO XVI – Preghiera e silenzio: Gesù maestro di preghiera – Udienza 7.3.12

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 7 marzo 2012

Cari fratelli e sorelle,

in una serie di catechesi precedenti ho parlato della preghiera di Gesù e non vorrei concludere questa riflessione senza soffermarmi brevemente sul tema del silenzio di Gesù, così importante nel rapporto con Dio.
Nell’Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini, avevo fatto riferimento al ruolo che il silenzio assume nella vita di Gesù, soprattutto sul Golgota: «Qui siamo posti di fronte alla “Parola della croce” (1 Cor 1,18). Il Verbo ammutolisce, diviene silenzio mortale, poiché si è “detto” fino a tacere, non trattenendo nulla di ciò che ci doveva comunicare» (n. 12). Davanti a questo silenzio della croce, san Massimo il Confessore mette sulle labbra della Madre di Dio la seguente espressione: «È senza parola la Parola del Padre, che ha fatto ogni creatura che parla; senza vita sono gli occhi spenti di colui alla cui parola e al cui cenno si muove tutto ciò che ha vita» (La vita di Maria, n. 89: Testi mariani del primo millennio, 2, Roma 1989, p. 253).
La croce di Cristo non mostra solo il silenzio di Gesù come sua ultima parola al Padre, ma rivela anche che Dio parla per mezzo del silenzio: «Il silenzio di Dio, l’esperienza della lontananza dell’Onnipotente e Padre è tappa decisiva nel cammino terreno del Figlio di Dio, Parola incarnata. Appeso al legno della croce, ha lamentato il dolore causatoGli da tale silenzio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc 15,34; Mt 27,46). Procedendo nell’obbedienza fino all’estremo alito di vita, nell’oscurità della morte, Gesù ha invocato il Padre. A Lui si è affidato nel momento del passaggio, attraverso la morte, alla vita eterna: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46)» (Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 21). L’esperienza di Gesù sulla croce è profondamente rivelatrice della situazione dell’uomo che prega e del culmine dell’orazione: dopo aver ascoltato e riconosciuto la Parola di Dio, dobbiamo misurarci anche con il silenzio di Dio, espressione importante della stessa Parola divina.
La dinamica di parola e silenzio, che segna la preghiera di Gesù in tutta la sua esistenza terrena, soprattutto sulla croce, tocca anche la nostra vita di preghiera in due direzioni.
La prima è quella che riguarda l’accoglienza della Parola di Dio. E’ necessario il silenzio interiore ed esteriore perché tale parola possa essere udita. E questo è un punto particolarmente difficile per noi nel nostro tempo. Infatti, la nostra è un’epoca in cui non si favorisce il raccoglimento; anzi a volte si ha l’impressione che ci sia paura a staccarsi, anche per un istante, dal fiume di parole e di immagini che segnano e riempiono le giornate. Per questo nella già menzionata Esortazione Verbum Domini ho ricordato la necessità di educarci al valore del silenzio: «Riscoprire la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa vuol dire anche riscoprire il senso del raccoglimento e della quiete interiore. La grande tradizione patristica ci insegna che i misteri di Cristo sono legati al silenzio e solo in esso la Parola può trovare dimora in noi, come è accaduto in Maria, inseparabilmente donna della Parola e del silenzio» (n. 21). Questro principio – che senza silenzio non si sente, non si ascolta, non si riceve una parola – vale per la preghiera personale soprattutto, ma anche per le nostre liturgie: per facilitare un ascolto autentico, esse devono essere anche ricche di momenti di silenzio e di accoglienza non verbale. Vale sempre l’osservazione di sant’Agostino: Verbo crescente, verba deficiunt – «Quando il Verbo di Dio cresce, le parole dell’uomo vengono meno» (cfr Sermo 288,5: PL 38,1307; Sermo 120,2: PL 38,677). I Vangeli presentano spesso, soprattutto nelle scelte decisive, Gesù che si ritira tutto solo in un luogo appartato dalle folle e dagli stessi discepoli per pregare nel silenzio e vivere il suo rapporto filiale con Dio. Il silenzio è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi, perché l’amore per Lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore, e animi la nostra vita. Quindi la prima direzione: reimparare il silenzio, l’apertura per l’ascolto, che ci apre all’altro, alla Parola di Dio.
C’è però anche una seconda importante relazione del silenzio con la preghiera. Non c’è, infatti, solo il nostro silenzio per disporci all’ascolto della Parola di Dio; spesso, nella nostra preghiera, ci troviamo di fronte al silenzio di Dio, proviamo quasi un senso di abbandono, ci sembra che Dio non ascolti e non risponda. Ma questo silenzio di Dio, come è avvenuto anche per Gesù, non segna la sua assenza. Il cristiano sa bene che il Signore è presente e ascolta, anche nel buio del dolore, del rifiuto e della solitudine. Gesù rassicura i discepoli e ciascuno di noi che Dio conosce bene le nostre necessità in qualunque momento della nostra vita. Egli insegna ai discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6,7-8): un cuore attento, silenzioso, aperto è più importante di tante parole. Dio ci conosce nell’intimo, più di noi stessi, e ci ama: e sapere questo deve essere sufficiente. Nella Bibbia l’esperienza di Giobbe è particolarmente significativa al riguardo. Quest’uomo in poco tempo perde tutto: familiari, beni, amici, salute; sembra proprio che l’atteggiamento di Dio verso di lui sia quello dell’abbandono, del silenzio totale. Eppure Giobbe, nel suo rapporto con Dio, parla con Dio, grida a Dio; nella sua preghiera, nonostante tutto, conserva intatta la sua fede e, alla fine, scopre il valore della sua esperienza e del silenzio di Dio. E così alla fine, rivolgendosi al Creatore, conclude: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5): noi tutti quasi conosciamo Dio solo per sentito dire e quanto più siamo aperti al suo silenzio e al nostro silenzio, tanto più cominciamo a conoscerlo realmente. Questa estrema fiducia che si apre all’incontro profondo con Dio è maturata nel silenzio. San Francesco Saverio pregava dicendo al Signore: io ti amo non perché puoi darmi il paradiso o condannarmi all’inferno, ma perché sei il mio Dio. Ti amo perché Tu sei Tu.
Avviandoci alla conclusione delle riflessioni sulla preghiera di Gesù, tornano alla mente alcuni insegnamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’evento della preghiera ci viene pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi. Cercare di comprendere la sua preghiera, attraverso ciò che i suoi testimoni ci dicono di essa nel Vangelo, è avvicinarci al santo Signore Gesù come al roveto ardente: dapprima contemplarlo mentre prega, poi ascoltare come ci insegna a pregare, infine conoscere come egli esaudisce la nostra preghiera» (n. 2598). E come Gesù ci insegna a pregare? Nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica troviamo una chiara risposta: «Gesù ci insegna a pregare, non solo con la preghiera del Padre nostro» – certamente l’atto centrale dell’insegnamento di come pregare – «ma anche quando [Egli stesso] prega. In questo modo, oltre al contenuto, ci mostra le disposizioni richieste per una vera preghiera: la purezza del cuore, che cerca il Regno e perdona i nemici; la fiducia audace e filiale, che va al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo; la vigilanza, che protegge il discepolo dalla tentazione» (n. 544).
Percorrendo i Vangeli abbiamo visto come il Signore sia, per la nostra preghiera, interlocutore, amico, testimone e maestro. In Gesù si rivela la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli. E da Gesù impariamo come la preghiera costante ci aiuti ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione, a scoprire i talenti che Dio ci ha dato, a compiere quotidianamente la sua volontà, unica via per realizzare la nostra esistenza.
A noi, spesso preoccupati dell’efficacia operativa e dei risultati concreti che conseguiamo, la preghiera di Gesù indica che abbiamo bisogno di fermarci, di vivere momenti di intimità con Dio, «staccandoci» dal frastuono di ogni giorno, per ascoltare, per andare alla «radice» che sostiene e alimenta la vita. Uno dei momenti più belli della preghiera di Gesù è proprio quando Egli, per affrontare malattie, disagi e limiti dei suoi interlocutori, si rivolge al Padre suo in orazione e insegna così a chi gli sta intorno dove bisogna cercare la fonte per avere speranza e salvezza. Ho già ricordato, come esempio commovente, la preghiera di Gesù alla tomba di Lazzaro. L’Evangelista Giovanni racconta: «Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!” » (Gv 11,41-43). Ma il punto più alto di profondità nella preghiera al Padre, Gesù lo raggiunge al momento della Passione e della Morte, in cui pronuncia l’estremo «sì» al progetto di Dio e mostra come la volontà umana trova il suo compimento proprio nell’adesione piena alla volontà divina e non nella contrapposizione. Nella preghiera di Gesù, nel suo grido al Padre sulla croce, confluiscono «tutte le angosce dell’umanità di ogni tempo, schiava del peccato e della morte, tutte le implorazioni e le intercessioni della storia della salvezza… Ed ecco che il Padre le accoglie e, al di là di ogni speranza, le esaudisce risuscitando il Figlio suo. Così si compie e si consuma l’evento della preghiera nell’Economia della creazione e della salvezza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2598).
Cari fratelli e sorelle, chiediamo con fiducia al Signore di vivere il cammino della nostra preghiera filiale, imparando quotidianamente dal Figlio Unigenito fattosi uomo per noi come deve essere il nostro modo di rivolgerci a Dio. Le parole di san Paolo sulla vita cristiana in generale, valgono anche per la nostra preghiera: «Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39).

 

Publié dans:SETTIMANA SANTA |on 17 avril, 2019 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II (2002)

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SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Giovedì Santo, 28 marzo 2002

1. « Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine » (Gv 13,1)

Queste parole, riportate nel brano evangelico appena proclamato, ben sottolineano il clima del Giovedì Santo. Esse ci fanno intuire i sentimenti provati da Cristo « nella notte in cui veniva tradito » (1 Cor 11, 22), e ci stimolano a partecipare con intensa e intima gratitudine al solenne rito che stiamo compiendo.
Questa sera entriamo nella Pasqua di Cristo, che costituisce il momento drammatico e conclusivo, lungamente preparato ed atteso, dell’esistenza terrena del Verbo di Dio. Gesù è venuto tra di noi non per essere servito, ma per servire, ed ha assunto su di sé i drammi e le speranze degli uomini di tutti i tempi. Anticipando misticamente il sacrificio della Croce, nel Cenacolo ha voluto restare con noi sotto le specie del pane e del vino ed ha affidato agli Apostoli e ai loro successori la missione e il potere di perpetuarne la memoria viva ed efficace nel rito eucaristico.
Questa celebrazione, pertanto, ci coinvolge misticamente tutti e ci immette nel Triduo Sacro, durante il quale anche noi impareremo dall’unico « Maestro e Signore » a « tendere le mani » per andare là dove ci chiama il compimento della volontà del Padre celeste.
2. « Fate questo in memoria di me » (1 Cor 11,24-25). Con questo comando, che ci impegna a ripetere il suo gesto, Gesù conclude l’istituzione del Sacramento dell’Altare. Anche al termine della lavanda dei piedi Egli ci invita ad imitarlo: « Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi » (Gv 13,15). Stabilisce in tal modo un’intima correlazione tra l’Eucaristia, sacramento del suo dono sacrificale, e il comandamento dell’amore, che ci impegna ad accogliere e servire i fratelli.
Non si può disgiungere la partecipazione alla mensa del Signore dal dovere di amare il prossimo. Ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia, anche noi pronunciamo il nostro “Amen” davanti al Corpo e al Sangue del Signore. Ci impegniamo in tal modo a far ciò che Cristo ha fatto, « lavare i piedi » dei fratelli, trasformandoci in immagine concreta e trasparente di Colui che « spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo » (Fil 2,7).
E’ l’amore l’eredità più preziosa che Egli lascia a quanti chiama alla sua sequela. E’ il suo amore, condiviso dai suoi discepoli, che questa sera viene offerto all’intera umanità.
3. « Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna » (1 Cor 11,29). Grande dono è l’Eucaristia, ma anche una grande responsabilità per chi la riceve. Gesù, dinanzi a Pietro che è riluttante a farsi lavare i piedi, insiste sulla necessità di essere mondi per prendere parte al banchetto sacrificale dell’Eucaristia.
La tradizione della Chiesa ha sempre evidenziato il legame esistente tra l’Eucaristia e il sacramento della Riconciliazione. Ho voluto ribadirlo anch’io nella Lettera ai Sacerdoti per il Giovedì Santo di quest’anno, invitando anzitutto i presbiteri a considerare con rinnovato stupore la bellezza del Sacramento del perdono. Solo così potranno poi farlo riscoprire ai fedeli affidati alle loro cure pastorali.
Il sacramento della Penitenza restituisce ai battezzati la grazia divina perduta con il peccato mortale, e li dispone a ricevere degnamente l’Eucaristia. Inoltre, nel colloquio diretto che la sua celebrazione ordinaria comporta, il Sacramento può venire incontro all’esigenza di comunicazione personale, resa oggi sempre più difficile dai ritmi frenetici della società tecnologica. Con la sua opera illuminata e paziente il confessore può introdurre il penitente a quella comunione profonda con Cristo che il Sacramento ridona e l’Eucaristia porta a pieno compimento.
Possa la riscoperta del sacramento della Riconciliazione aiutare tutti i credenti ad accostarsi con rispetto e devozione alla Mensa del Corpo e del Sangue del Signore.
4. « Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine » (Gv 13,1).
Ritorniamo spiritualmente nel Cenacolo! Ci raccogliamo con fede intorno all’Altare del Signore, facendo memoria dell’Ultima Cena. Ripetendo i gesti di Cristo, proclamiamo che la sua morte ha redento l’umanità dal peccato, e continua a dischiudere la speranza di un futuro di salvezza per gli uomini di ogni epoca.
Tocca ai sacerdoti perpetuare il rito che, sotto le specie del pane e del vino, rende presente il sacrificio di Cristo in modo vero, reale e sostanziale, fino alla fine dei tempi. Tocca a tutti i cristiani farsi servi umili e attenti dei fratelli per collaborare alla loro salvezza. E’ compito di ogni credente proclamare con la vita che il Figlio di Dio ha amato i suoi « fino alla fine ». Questa sera, in un silenzio carico di mistero, si alimenta la nostra fede.
Uniti a tutta la Chiesa, annunciamo la tua morte, o Signore. Ripieni di gratitudine, gustiamo già la gioia della tua resurrezione. Pieni di fiducia, ci impegniamo a vivere nell’attesa del tuo ritorno glorioso. Oggi e sempre, o Cristo, nostro Redentore. Amen!

 

Publié dans:SETTIMANA SANTA |on 16 avril, 2019 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – Triduo pasquale (2010)

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BENEDETTO XVI – Triduo pasquale (2010)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 31 marzo 2010

Cari Fratelli e Sorelle,

stiamo vivendo i giorni santi che ci invitano a meditare gli eventi centrali della nostra Redenzione, il nucleo essenziale della nostra fede. Domani inizia il Triduo pasquale, fulcro dell’intero anno liturgico, nel quale siamo chiamati al silenzio e alla preghiera per contemplare il mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Signore.
Nelle omelie i Padri fanno spesso riferimento a questi giorni che, come osserva Sant’Atanasio in una delle sue Lettere Pasquali, ci introducono «in quel tempo che ci fa conoscere un nuovo inizio, il giorno della Santa Pasqua, nella quale il Signore si è immolato» (Lett. 5,1-2: PG 26, 1379).
Vi esorto pertanto a vivere intensamente questi giorni affinché orientino decisamente la vita di ciascuno all’adesione generosa e convinta a Cristo, morto e risorto per noi.
La Santa Messa Crismale, preludio mattutino del Giovedì Santo, vedrà domani mattina riuniti i presbiteri con il proprio Vescovo. Nel corso di una significativa celebrazione eucaristica, che ha luogo solitamente nelle Cattedrali diocesane, verranno benedetti l’olio degli infermi, dei catecumeni e il Crisma. Inoltre, il Vescovo e i Presbiteri, rinnoveranno le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’Ordinazione. Tale gesto assume quest’anno, un rilievo tutto speciale, perché collocato nell’ambito dell’Anno Sacerdotale, che ho indetto per commemorare il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars. A tutti i Sacerdoti vorrei ripetere l’auspicio che formulavo a conclusione della Lettera di indizione: «Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Cristo e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace!».
Domani pomeriggio celebreremo il momento istitutivo dell’Eucaristia. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti, confermava i primi cristiani nella verità del mistero eucaristico, comunicando loro quanto egli stesso aveva appreso: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,23-25). Queste parole manifestano con chiarezza l’intenzione di Cristo: sotto le specie del pane e del vino, Egli si rende presente in modo reale col suo corpo donato e col suo sangue versato quale sacrificio della Nuova Alleanza. Al tempo stesso, Egli costituisce gli Apostoli e i loro successori ministri di questo sacramento, che consegna alla sua Chiesa come prova suprema del suo amore.
Con suggestivo rito, ricorderemo, inoltre, il gesto di Gesù che lava i piedi agli Apostoli (cfr Gv 13,1-25). Tale atto diviene per l’evangelista la rappresentazione di tutta la vita di Gesù e rivela il suo amore sino alla fine, un amore infinito, capace di abilitare l’uomo alla comunione con Dio e di renderlo libero. Al termine della liturgia del Giovedì santo, la Chiesa ripone il Santissimo Sacramento in un luogo appositamente preparato, che sta a rappresentare la solitudine del Getsemani e l’angoscia mortale di Gesù. Davanti all’Eucarestia, i fedeli contemplano Gesù nell’ora della sua solitudine e pregano affinché cessino tutte le solitudini del mondo. Questo cammino liturgico è, altresì, invito a cercare l’incontro intimo col Signore nella preghiera, a riconoscere Gesù fra coloro che sono soli, a vegliare con lui e a saperlo proclamare luce della propria vita.
Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Signore. Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante: la crocifissione. Esiste una inscindibile connessione fra l’Ultima Cena e la morte di Gesù. Nella prima Gesù dona il suo Corpo e il suo Sangue, ossia la sua esistenza terrena, se stesso, anticipando la sua morte e trasformandola in un atto di amore. Così la morte che, per sua natura, è la fine, la distruzione di ogni relazione, viene da lui resa atto di comunicazione di sé, strumento di salvezza e proclamazione della vittoria dell’amore. In tal modo, Gesù diventa la chiave per comprendere l’Ultima Cena che è anticipazione della trasformazione della morte violenta in sacrificio volontario, in atto di amore che redime e salva il mondo.
Il Sabato Santo è caratterizzato da un grande silenzio. Le Chiese sono spoglie e non sono previste particolari liturgie. In questo tempo di attesa e di speranza, i credenti sono invitati alla preghiera, alla riflessione, alla conversione, anche attraverso il sacramento della riconciliazione, per poter partecipare, intimamente rinnovati, alla celebrazione della Pasqua.
Nella notte del Sabato Santo, durante la solenne Veglia Pasquale, « madre di tutte le veglie », tale silenzio sarà rotto dal canto dell’Alleluia, che annuncia la resurrezione di Cristo e proclama la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte. La Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore, entrando nel giorno della Pasqua che il Signore inaugura risorgendo dai morti.
Cari Fratelli e Sorelle, disponiamoci a vivere intensamente questo Triduo Santo ormai imminente, per essere sempre più profondamente inseriti nel Mistero di Cristo, morto e risorto per noi. Ci accompagni in questo itinerario spirituale la Vergine Santissima. Lei che seguì Gesù nella sua passione e fu presente sotto la Croce, ci introduca nel mistero pasquale, perché possiamo sperimentare la letizia e la pace del Risorto.

Con questi sentimenti, ricambio fin d’ora i più cordiali auguri di santa Pasqua a tutti voi, estendendoli alle vostre Comunità e a tutti i vostri cari.

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Publié dans:SETTIMANA SANTA |on 15 avril, 2019 |Pas de commentaires »

DOMENICA DELLE PALME (ANNO C) (14/04/2019)

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DOMENICA DELLE PALME (ANNO C) (14/04/2019)

La pazzia intelligente e ragionata
padre Gian Franco Scarpitta

Si ostentano rametti di ulivo e palme decorate nella generale atmosfera di festa che accompagna questa giornata e in effetti l’espressione della nostra fede non può che trasparire nella gioia di cui siamo chiamati ad essere apportatori, soprattutto quando l’oggetto della nostra fede è un Dio che noi abbiamo motivo di esaltare e del quale possiamo rallegrarci. Dio che, non contento di essersi incarnato per percorrere i nostri sentieri, ha voluto partecipare dell’esperienza umana fino in fondo, condividendone le gioie e i dolori, gli aspetti positivi e le negatività, la serenità e la tensione e che adesso per ciò stesso, mentre entra a Gerusalemme viene omaggiato ed esaltato come Signore e Re glorioso. A lui si riservano gli onori tributati ai Grandi, come gli imperatori o i generali dell’esercito che rientrano in città dopo una vittoria sul nemico. Al suo incedere si stendono mantelli e si gettano palme e rametti, simbolo di onorificenza riservata ai grandi. Ecco il significato del nostro gesto festoso e altamente allusivo.
Si esalta il Signore, re dell’universo che trionfa sul regno delle tenebre e del male in forza dei prodigi di guarigione e dei miracoli compiuti in precedenza e si accoglie nella persona di Gesù il Messia tanto atteso da generazioni che ha manifestato inderogabilmente di essere tale attraverso i suoi insegnamenti, la sua predicazione e soprattutto per mezzo di concrete opere di misericordia che attestano l’avvento definitivo del Regno. La gente che si stringe attorno a lui esulta non solamente perché Gesù è il Signore, ma perché la sua signoria si è palesata nell’amore concreto del quale hanno dato testimonianza le opere compiute.
Amore disinteressato e mai soddisfatto di dare, anzi di donarsi a dismisura, che adesso associa alla razionalità l’assurdo e l’impensabile nei termini di follia. Una volta osannato fino alle alte schiere dal popolo, Gesù infatti si avvierà al fatidico momento nel quale tanta gioia ed esultanza si trasformeranno nell’abbandono e nella solitudine. A Gerusalemme intratterrà i suoi in un contristato banchetto nel quale donerà se stesso nella forma del pane e del vino, concedendosi così ancora una volta, indistintamente, ai suoi e a tutti; conoscerà la paura, l’angoscia e l’imperversare delle tenebre che per volontà del Padre avranno la meglio su di lui; dovrà sottoporsi all’ignominia della cattura a dir poco vigliacca di coloro che avranno necessità di servirsi di un “basista” quale Giuda per mettergli le mani addosso, sottoporsi alla tortura, al flagello e a un processo celebrato non del tutto nella norma, accettare una pena capitale comminata ingiustamente e contro la normativa, poiché colui che lo condanna (Pilato) avrebbe l’obbligo di liberare gli innocenti (secondo la legge romana vigente) e non darla vinta allo strepito dei Giudei.
E il Messia, poco prima esaltato e innalzato alla gloria, accetta tutte queste umiliazioni senza replicare né battere ciglio, riaffermando di essere venuto per rendere testimonianza alla verità (Gv 18, 37 – 38). Sa che destinare le sue membra innocenti al patibolo è indispensabile per realizzare il riscatto di tutti gli uomini per i quali pagherà il prezzo con il suo sangue e concepisce che l’amore da sempre manifestato per loro non sarebbe completo e reale se tale sangue di redenzione e di salvezza non verrà sparso. Allora, pur avendo tutte le carte in tavola per liberarsene, accetta con umiltà e mansuetudine l’orribile flagello, prefigurato dall’immagine del Terzo Canto del profeta Isaia sul Servo Sofferente avviato al macello.
Qualche secolo più tardi Nietzsche scriverà che “C’è sempre un grano di pazzia nell’amore, così come c’è sempre un grano di logica nella pazzia”, ma l’amore di Cristo supera ogni logica quale umanamente noi la intendiamo, prevarica la nostra immaginazione e sceglie ciò che per noi è stolto per manifestare la sua sapienza; ciò che è per noi debole per manifestare la sua forza, ciò che è ignobile e disprezzato per ridurre a nulla le cose che sono”(1 Cor 1, 26 – 31), nessuna meraviglia quindi se il suo amore viene annoverato nell’ordine della pazzia. E’ una pazzia ragionata e intelligente per la quale si conclude che è necessario patire se si vuole amare. Dice Martin Luther King che “non può esserci profonda delusione dove non c’è un amore profondo” ebbene in Gesù la prova del nove della profondità dell’amore sta nelle percosse e nelle umiliazioni subite. Perfino nel suo patire l’amore di Gesù si riversa sul prossimo, visto che invita le donne a non piangere su di lui, ma su se stesse e invocherà sulla croce il Padre perché « perdoni loro perché non sanno quello che fanno » e solamente quello di Dio fatto uomo è amore dimentico di se stesso fino a tanta realtà.
Noi non possiamo che configurarci nel Dio che ci ama fino all’inverosimile senza risparmiarsi e di conseguenza non possiamo fare a meno di percorrere le tappe di Gesù suo Figlio mentre raduna i suoi per la Cena, viene catturato, processato, flagellato e crocifisso per poi risorgere. Configurarsi a lui vuol dire assumerne la stessa immagine e trasferirla nel nostro vissuto, condividendo le stesse pene nello specifico delle ansie e dei problemi che ci riserva la vita di tutti i giorni; assumendo ciascuno la nostra croce che è insignificante se paragonata a quella di Cristo, umiliandoci con lui mentre affrontiamo le ingiustizie e le prevaricazioni di questo mondo, con lui morendo tutte le volte che siamo costretti ad accettare fallimenti e delusioni. Ci incoraggia tuttavia il fatto che nel Dio che si è dato tutto per tutto a noi c’è stata anche la volontà di dare la vita e quello farà con la sua resurrezione. E’ esattamente il programma della settimana santa, che in fondo è riverbero dell’intera vita cristiana.

Publié dans:SETTIMANA SANTA |on 12 avril, 2019 |Pas de commentaires »

IL CALVARIO E LA CROCIFISSIONE DI GESÙ

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IL CALVARIO E LA CROCIFISSIONE DI GESÙ

«Gesù venne al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, dove fu crocifisso insieme agli altri due malfattori, uni di qua e l’altro di là, e Gesù nel mezzo».
“Golgota” è la trascrizione greca dell’aramaico “Golghothà” (ebraico: Gulgoleth), tradotto in greco kranion=krànion: cranio o testa (Luca 23, 33) e in latino: calva o calvaria, donde il nome Calvario. Il nome Calvario era dato al luogo ancor prima che Gesù vi fosse crocifisso, ed è inesatta la dizione “monte Calvario”, in quanto si trattava di un rialzo insignificante del terreno, che superava di pochi metri il terreno circostante e che prese il nome di “Cranio” nel gergo popolare per una vaga rassomiglianza che si voleva scorgere tra la configurazione del luogo e l’aspetto espresso dal termine, cioè un cranio.
Secondo una leggenda, il nome Calvario, deriverebbe dal cranio di Adamo seppellito in quel luogo per essere lavato dal sangue di Cristo. Per questo l’iconografia cattolica si è fatta eco di tale interpretazione adamitica del Calvario, ponendo ai piedi delle immagini del crocifisso un teschio con due tibie. Ma si tratta di una tradizione insostenibile come tante altre.
I Vangeli non danno descrizione esatta della posizione del Golgota e quindi del sepolcro di Gesù, tuttavia ci offrono degli utili punti di riferimento per poter determinare questi luoghi:
1) il luogo della crocifissione si trovava fuori delle mura di Gerusalemme: che si accorda con l’usanza romana come quella ebraica secondo cui i condannati a morte venivano giustiziati fuori città;
2) il luogo della crocifissione era vicino a una strada. I Romani usavano una certa qual messa in scena per le esecuzioni capitali, affinché il castigo pubblico dei colpevoli e lo spettacolo delle loro sofferenze fosse motivo di riflessione ai viventi;
3) la tomba di Gesù si trovava nelle immediate vicinanze del luogo della crocifissione, e precisamente in un giardino (Giovanni 19, 41) a nord di Gerusalemme, essendoci a sud la valle di Hinnon e non essendoci giardini ad est e ovest.
Giunti al Golgota, il corteo si arresta, alleggeriscono Simone della croce, che depositano a terra, si preparano corde, chiodi, martelli e gli altri strumenti del supplizio, e « viene afferto a Gesù da bere del vino mescolato con mirra (dice Marco), con fiele (dice Matteo)».
Chi offerse questa bevanda a Gesù? Leggendo i Vangeli che dicono: “gli dettero a bere” (Matteo), “gli offersero da bere” (Marco) sembra che essa sia stata offerta a Gesù non dai soldati, ma da estranei. (Comunque la miscela di cui si parla qui non è con l’aceto, che gli sarà offerto più tardi da un soldato: Marco 15, 36; Matteo 27, 48; Giovanni 19, 29).
Presso gli orientali era usanza aromatizzare il vino con mirra, che dava alla bevanda maggiore calore, lasciando però un sapore amaro. Il termine greco: xolh=kòle, tradotto “fiele” significa pure cosa amara.
Il vino mirrato o mescolato con l’incenso era ritenuto dagli Ebrei una bevanda inebriante e, secondo i Proverbi 31, 6, tale pozione era data ai suppliziati con uno scopo umanitario nell’intento di intontirli leggermente e così lenire i dolori. Ma poiché Gesù voleva sopportare senza alcuna diminuzione tutti i tormenti della sua passione e bere così in fondo e con chiara coscienza il calice del dolore offertogli da Padre, rifiutò la bevanda narcotizzante, ed infatti « non ne prese, non volle berne », ma dopo « averla assaggiata », come dice Matteo, quasi a rilevare che Gesù apprezzò quel gesto di bontà.
Quando si tratta di precisare il momento centrale della crocifissione, gli evangelisti sono molto laconici e concisi, limitandosi tutti a dire: «lo crocifissero». La crocifissione era il supplizio più infamante e crudele in quanto il paziente era abbandonato, in una posizione che infliggeva torture atroci, alla fame, alla sete, ai cani, agli avvoltoi. Era il castigo degli schiavi per le mancanze più gravi, mentre i cittadini romani non potevano in alcun modo venire appesi alla croce e i provinciali erano condannati a questo supplizio solo per determinati crimini, come ad esempio quello di sedizione.
Il termine “ stauroj=stauròs” (croce) poteva indicare un semplice palo, a cui il condannato era legato per essere pasto delle fiere oppure per essere sospeso a testa in giù. Altre volte era un palo terminante a forca in cui veniva infilato il capo del condannato, mentre lo si sferzava a morte. Per lo più designava, invece, la croce propriamente detta costituita da un paolo verticale (stipes) sormontato da uno orizzontale (patibulum), su cui il condannato veniva infisso o con corde, o, più spesso, con chiodi.
Vi erano poi due specie di croci: la “crux commissa” ( ), ove il patibulum era congiunto all’estremo superiore della stipes, e la “crux immissa” ( ), ove il patibulum si congiungeva un po’ più in basso dell’estremità superiore dello stipes. La crocifissione, come esecuzione capitale, giunse dagli Sciti agli Assiri e agli altri popoli orientali. I Greci l’appresero in Oriente, ma la usarono raramente e per lo più per rappresaglia. I Romani invece la conobbero tramite i Cartaginesi e subito l’adottarono in grande stile; mentre gli Ebrei conoscevano solo il sistema di appendere il corpo di un uomo già morto (Deuteronomio 21, 22 seg.).
A Roma il condannato portava ordinariamente solo la parte orizzontale (patibulum). Non si sa quale fosse esattamente l’uso orientale, e quindi non si può dire con sicurezza se Gesù abbia portato solo il patibulum o l’intera croce.
In genere il condannato veniva dapprima inchiodato nudo a braccia aperte sul legno trasversale della croce, che veniva poi assicurato al legno longitudinale, già infisso sul terreno, mediante trazione di funi, dopo di che venivano inchiodati i piedi.
La tradizione raffigura sempre Gesù crocifisso con un “suppedanem” per appoggio ai piedi, mentre i Padri della Chiesa parlano in molti punti di un piolo a cavalcioni del quale Gesù sarebbe stato messo. In realtà, erano usate ambedue le cose, ma soprattutto il piolo, non certo però per procurare sollievo al crocifisso, o per impedire il laceramento dei tendini, cosa assolutamente impossibile data l’abile tecnica dei carnefici nell’inchiodare, ma unicamente per ritardare la morte e prolungare i tormenti, il che poteva durare anche dei giorni.
La croce era alzata, generalmente poco al di sopra di un uomo, quanto ad altezza (cricifixio humilior), ma poteva anche essere considerevolmente più alta (crux altior).
I dolori delle mani trapassate, alle quali stava appeso il corpo, lo stiramento dei muscoli, le difficoltà della respirazione, la sferza del sole e il tormento degli insetti che ronzavano attorno, erano sofferenze inimmaginabili.
Secondo il giudizio di autorevoli medici moderni, la vera causa della morte di Gesù non è stata né l’estenuazione, né lo struggimento, per fame o la perdita di sangue, in realtà nessuna arteria viene colpita, e neppure la debolezza del cuore, ma l’arresto della respirazione e della circolazione sanguigna dovuto a tetano e a choc traumatico.
Nessun evangelista ci ha lasciato una descrizione particolareggiata del modo con cui Gesù fu appeso alla croce. Tutti si limitano, infatti, solo a ricordare che fu crocifisso, senza aggiungere alcun dettaglio, per cui possiamo fare solo delle congetture, basandoci sui costumi del tempo e sulle più antiche testimonianze al riguardo.
Innanzi tutto per essere crocifisso Gesù fu spogliato delle sue vesti. Fu lasciato completamente nudo? Certamente no, se si attennero agli usi locali. I costumi giudaici erano su questo punto particolarmente severi: gli uomini dovevano essere coperti davanti, le donne davanti e di dietro. Ma queste usanze vennero osservate per Gesù?
Si vorrebbe poterlo affermare, ma disgraziatamente era uso presso i Romani di crocifiggere nudi i condannati a morte e noi sappiamo che la crocifissione di Gesù fu opera dei Romani.
Quanto al modo, in cui venne crocifisso, è probabile che sia stata seguita la prassi romana. Gesù, disteso a terra, fu prima inchiodato al patibulum, poi drizzato in piedi e agganciato al palo verticale già infisso in terra, mentre i carnefici fissavano i piedi con i chiodi. In realtà sarebbe troppo difficile e faticoso innalzare una croce, portante già il suppliziato. Una cosa però è certa: Gesù non fu legato alla croce, semplicemente, ma inchiodato.
I soldati che seguivano la pena capitale restavano di guardia al luogo dell’esecuzione e vi rimanevano anche dopo la morte dei condannati per impedire la sepoltura, essendo i loro cadaveri abbandonati ai cani e agli avvoltoi e i loro miseri resti sepolti in fossa comune.
Secondo l’usanza romana ai carnefici spettavano i vestiti del condannato, quali spoglie e bottino di cui avevano diritto, e siccome i capi di vestiario di Gesù erano di ineguale valore, li spartirono. Giovanni scrive: «I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato, e la tunica. Or la tunica era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso. Dissero dunque tra loro: Non la stracciamo, ma tiriamo a sorte a chi tocchi, affinché si adempisse la Scrittura che dice: “Hanno spartito fra loro le mie vesti e han tirato a sorte la mia tunica”» (Salmo 22, 18).
Secondo il costume romano, mentre il condannato andava al luogo dell’esecuzione, si appendeva al suo collo oppure veniva portata innanzi a lui una tavoletta sulla quale stava indicata la ragione della sua condanna e questa veniva poi fissata sulla croce.
Si ignora l’esatta formula della motivazione della condanna di Gesù, perché gli evangelisti ne indicano quattro diverse.
Matteo dice: «Questo è Gesù, re dei Giudei»; Marco, a sua volta in forma più breve: «Il re dei Giudei »; Luca invece: «Questo è il re dei Giudei »; Giovanni infine: « Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Queste divergenze hanno dato luogo a parecchie ipotesi: si avrebbe nei Vangeli di Luca e Matteo l’iscrizione greca; in quello di Marco l’iscrizione latina per la sua brevità e concisione. Giovanni dice che « l’iscrizione era in ebraico, in latino e in greco».
Le formule greche e latine dovevano essere una traduzione dell’ebraica, cosicché l’unico e vero testo sembra essere quello di Giovanni. Tuttavia i quattro evangelisti sono concordi su un fatto essenziale e cioè che l’iscrizione conteneva le parole “Re dei Giudei”.
Ed è facile comprendere come questa forma di titolo, scelta da Pilato per Gesù, fosse nello stesso tempo uno scherno per gli Ebrei. «Molti dunque dei Giudei lessero queste iscrizioni, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città… Perciò i capi sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: non scrivere il re dei Giudei, ma che egli ha detto: io sono re dei Giudei».
Ma Pilato, troppo contento di potersi vendicare in tal modo e ironicamente di coloro che avevano strappato alla sua debolezza una condanna ripugnante alla sua coscienza, fu irremovibile e disse loro: «Quel che ho scritto, ho scritto».
Intanto anche i due malfattori erano stati appesi alla croce, a quanto sembra risultare dal contesto, da soldati distinti da quelli che avevano crocifisso Gesù e che giù stavano facendo la guardia al loro condannato: «E postisi a sedere gli facevano quivi la guardia».
Non è possibile stabilire di quali misfatti si fossero resi rei: Marco e Matteo li qualificano come “briganti che rubano e saccheggiano a mano armata” (greco: lestès), mentre Luca come “malfattori generici” (greco: kakourgoi =kakourgòi). Forse erano dei delinquenti politici.
La leggenda posteriore ha ricamato su questi due ladroni, inventando nomi e gesta.
A questo punto non possiamo non parlare di un contrasto di ore tra Giovanni e Marco. Giovanni afferma che quando Pilato pronunciò la sentenza di morte «era circa l’ora sesta» (Giovanni 19, 14), il nostro mezzogiorno. Marco invece scrive: «Era l’ora terza quando lo crocifissero », cioè verso le nove del mattino (Marco 15, 25). Varie ipotesi sono state fatte per far concordare i due evangelisti.
Alcuni hanno pensato ad un errore del copista che avrebbe confuso il gamma greco ( , segno del numero tre) col digamma (F, segno del numero sei).
Altri hanno pensato che Marco e Giovanni computino le ore in modo diverso; ma ciò non pare possibile, leggendo i due Vangeli. Migliore sembra l’ipotesi che si basa sul fatto che noi intendiamo in modo troppo matematico e preciso le determinazioni orarie degli evangelisti.
Marco divide il giorno in quattro parti di tre ore ciascuna: Mattino (15, 1), ora terza (15, 25), ora sesta (15, 33), ora nona (15, 34).
Tuttavia è da ritenere che queste indicazioni di tempo non siano prese con valore cronometrico, ma con valore elastico, per cui l’ora terza indicherebbe qui un’ora non precisamente determinabile, ma inclusa tra le nove e le dodici, e non solo l’inizio dell’ora, cioè le nove.
Così anche in senso approssimativo va pure intesa l’indicazione dell’ora di Giovanni.
Del resto ciò corrisponde pure al nostro modo comune di parlare, allorché col termine mattino includiamo un periodo di tempo che va dalle sei-otto antimeridiane sino a mezzogiorno; e così pure è del pomeriggio (primo pomeriggio, tardo pomeriggio) e della sera (prima sera, tarda sera).
Pertanto è probabile che gli avvenimenti si siano svolti così: Prima di mezzo giorno (ora sesta) Pilato emanò la sentenza di morte, il Redentore venne subito condotto al supplizio ove verso mezzogiorno venne appeso alla croce.
Altri suggeriscono di separare in Marco con un punto e non con una virgola la frase “era l’ora terza” dall’altra “dunque (in greco c’è la congiunzione kai=kai, che va tradotta “e, dunque” e non “quando”) lo crocifissero”. E finalmente quest’ultima frase è una traduzione con la quale Marco, ripetendo ciò che ha detto al precedente versetto (e lo crocifissero), passa al racconto degli avvenimenti successi mentre Gesù era in croce.
L’indicazione dell’ora (era l’ora terza) in questa ipotesi non si applica solamente alla frase “dunque essi lo crocifissero”, ma ugualmente a tutto ciò che precede, ossia alla flagellazione, alla coronazione di spine, al trasporto della croce e alla crocifissione, considerate come differenti fasi di uno stesso supplizio; e così era infatti a Roma e presso i Romani, per i quali Marco scriveva il suo Vangelo.
Il senso è che quei tormenti furono inflitti al Signore nel corso della terza ora, fra le nove e mezzogiorno, e questo è perfettamente vero e concorda senza difficoltà con le affermazioni degli altri evangelisti.
Fra queste due spiegazioni che hanno una medesima conclusione si può scegliere la preferita. 

Publié dans:SETTIMANA SANTA |on 29 mars, 2018 |Pas de commentaires »

LA CENA DEL SIGNORE: I DONI DI GESU’ – PENSIERO INTRODUTTIVO ALLA S. MESSA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/03-Quaresima_A/Omelie/7-Giovedi-santo/14-Giovedi-Santo_A_2017-SG.htm

13 aprile 2017 |GIOVEDI SANTO – A | Omelia

LA CENA DEL SIGNORE: I DONI DI GESU’ – PENSIERO INTRODUTTIVO ALLA S. MESSA

La sera del Giovedì Santo è colma di ricordi, di sentimenti e di fatti prodigiosi. E’ nel Cenacolo che Gesù ci ha fatto i Suoi doni più preziosi.
Infatti è nel Cenacolo che Egli ci ha regalato il precetto della carità: « Amatevi come io vi ho amati ».
E’ nel Cenacolo che ci ha dato la divina Eucaristia, come Sacrificio e come Comunione.
E’ nel Cenacolo che ha donato alla sua Chiesa i Sacerdoti « strumenti vivi di Gesù Eterno Sacerdote », come dice il Concilio (P O, N. 12).
Ed è ancora nel Cenacolo che Gesù conferirà agli Apostoli il potere di rimettere i peccati ed invierà lo Spirito Santo.
Ogni nostra Casa deve essere un Cenacolo, in cui regna sovrana la carità, il fervore eucaristico; in cui si implorano sante vocazioni sacerdotali e nelle quali passeggia costantemente la Madonna come Mamma, irresistibile calamita dello Spirito Santo.
La sera del Giovedì Santo è colma di ricordi, di sentimenti e di fatti prodigiosi. E’ nel Cenacolo che Gesù ci ha fatto i Suoi doni più preziosi.
Infatti è nel Cenacolo che Egli ci ha regalato il precetto della carità: « Amatevi come io vi ho amati ».
E’ nel Cenacolo che ci ha dato la divina Eucaristia, come Sacrificio e come Comunione.
E’ nel Cenacolo che ha donato alla sua Chiesa i Sacerdoti « strumenti vivi di Gesù Eterno Sacerdote », come dice il Concilio (P O, N. 12).
Ed è ancora nel Cenacolo che Gesù conferirà agli Apostoli il potere di rimettere i peccati ed invierà lo Spirito Santo.
Ogni nostra Casa deve essere un Cenacolo, in cui regna sovrana la carità, il fervore eucaristico; in cui si implorano sante vocazioni sacerdotali e nelle quali passeggia costantemente la Madonna come Mamma, irresistibile calamita dello Spirito Santo.

Vangelo: « Li amò sino alla fine » (Gv. 12,1-15)
Oggi – Giovedì Santo – la Chiesa commemora l’istituzione della SS.ma Eucaristia da parte di Gesù durante l’Ultima Cena.
Gesù, offrendosi liberamente alla sua Passione, prese il pane… lo spezzò… lo diede ai suoi discepoli e disse: « Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi ».
Così Gesù invita tutti gli uomini ad accostarsi sempre all’Eucaristia, che per tutti è inestimabile fonte di Grazia, sorgente di vita eterna, insostituibile nutrimento per la santità.
Ma che cosa succede? Davanti all’offerta di questo pane celeste, troppe anime preferiscono digiunare e morire spiritualmente, abbandonando questo cibo soprannaturale.
In tutte le parti del mondo i carcerati, quando vogliono protestare per qualche cosa, iniziano lo sciopero della fame.
Gandhi in India, con i suoi famosi digiuni, faceva tremare gl’Inglesi e otteneva le riforme sociali che desiderava.
Il mondo si commuove dinanzi a questi casi. Il digiuno volontario stupisce e reca sdegno o preoccupa come qualcosa che si avvicina al suicidio.
Eppure nessuno si sdegna, si stupisce o si preoccupa se le anime si astengono volontariamente dalla SS.ma Eucaristia.
E intanto specialmente i giovani, privi di quest’alimento spirituale, languiscono e sbiancano indeboliti, e marciscono travolti dalle passioni e dai vizi.
E’ per rimediare a questa tragedia che anche noi siamo chiamati a diffondere e a propagare la devozione alla Comunione frequente.
Il Concilio ha detto: « La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli… si nutrano alla mensa del Corpo del Signore » tutte le volte che partecipano al Sacrificio della Messa (S C 48),.
Anche in questo Don Bosco ha preceduto il Concilio Vaticano II. Scrive infatti il suo Biografo (Don Lemoyne). « Don Bosco fu l’apostolo della Comunione frequente » (MB 4,457).
Il Santo diceva: « Ogni volta che assistiamo alla S. Messa, procuriamo… di fare la nostra S. Comunione » (MB 6,1°71). E aggiungeva: « La frequente comunione è la grande colonna che tiene su il mondo morale e materiale, affinché non cada in rovina » (MB 6,58).
(Un volta un protestante disse all’autore di Ortodossia: – Se è vero che nell’Eucaristia si riceve realmente Gesù Cristo, come mai i cristiani del passato, e anche oggigiorno, si avvicinano così di rado alla Comunione?

Non fu sempre così).
L’uso della Comunione frequente (quotidiana o plurisettimanale) è già suggerita dalla stessa istituzione dell’Eucaristia e dalla materia scelta per questo Sacramento.
Infatti Gesù parlò di « pane disceso dal cielo », di « pane di vita », rivelandone le analogia con la manna del deserto, e assicurò che « chi mangia di questo pane, vivrà (Gv. 6,59).
I discepoli poterono senza difficoltà comprendere il valore di questa esemplificazione; e come ogni giorno gli Ebrei si nutrirono della manna del deserto, così ogni giorno l’anima ha il suo nutrimento nel pane celeste,
Fin dai primi tempi del Cristianesimo, i fedeli compresero in pieno il desiderio di Gesù; essi si riunivano spessissimo per la preghiera e la « fractio panis »: lo spezzare del pane.
Poiché il Maestro aveva detto di ripetere la Cena in sua memoria, essi si riunivano in « giorni stabiliti » per rinnovare l’unione con Gesù nel sacrificio e nella manducazione della vittima.
San Cipriano afferma che « ricevevano quotidianamente quel cibo di salute »..
La testimonianza di tutte le Chiese antiche è unanime; a questo proposito è famoso il testo di San Girolamo, il quale afferma che S. Melania Iuniore non « volle mai ricevere il cibo corporale, se prima non si fosse comunicata col Corpo del Signore ».
Purtroppo il primitivo fervore eucaristico nei laici svanì, e perciò nel 1215 fu imposto l’obbligo della Comunione almeno a Pasqua (Conc. Later. IV, D. 437).
L’ardore si riaccese con le ardenti predicazioni dei Francescani e dei Domenicani, e soprattutto dopo il Concilio di Trento, il quale raccomandò ai fedeli di ricevere la S. Comunione tutte le volte che partecipavano alla S. Messa (D.U. 882- 994).

S. Tommaso d’Aquino fa notare che….
… se per combattere gli altri vizi il cristianesimo ha bisogno dell’Eucaristia, per vincere il vizio della carne (dell’impurità) la Comunione è indispensabile, perché essa è come un antidoto, nutre lo spirito per la vittoria e innesta nel nostro corpo la vita soprannaturale di Gesù.
S. Filippo Neri dirigeva spiritualmente un giovane che, nonostante ogni sforzo, non riusciva a vivere puro. Le sue cadute si trascinavano da anni, ed egli, ormai privo di ogni fiducia, era quasi disperato.
Allora il Santo gli comandò « una cura straordinaria eppur normale »: quel giovane doveva rimettere a posto la coscienza e mantenere l’impegno di ricevere Gesù ogni giorno.
Il risultato fu meraviglioso: non solo il penitente guarì dal suo vizio, ma continuando poi la frequenza dell’Eucaristia, imparò ad amare sempre più il Signore, si fece sacerdote e visse santamente facendo un gran bene tra le anime.
E’ fin troppo celebre l’episodio di quel ragazzo che una mattina accompagnò il sacerdote a portare il Viatico a un vecchio pittore. In quel tempo si usava andare in processione con il baldacchino, con ceri e con il turibolo sino alla casa dell’infermo.
Quel ragazzo portava appunto il turibolo. Entrò con il sacerdote, vide che il vecchio riceveva devotamente l’Ostia bianca e si raccoglieva in devoto ringraziamento.
Ad un tratto l’infermo guardò il turibolo dove il fuoco si era ormai spento, e ne trasse un carboncino con il quale, in poche linee disegnò un bellissimo volto di Gesù sulla bianca parete vicino al suo letto.
Allora il giovanetto disse sottovoce al pittore: « Vorrei anch’io poter disegnare un volto così bello di Gesù… ».
Il pittore morente lasciò cadere il carboncino consumato, e gli sussurrò: « Per mostrare agli altri Gesù, bisogna averlo prima nel proprio cuore ».
Quel ragazzo capì la lezione e divenne un grande artista: fu il pittore Murillo.
Care Sorelle, se vogliamo presentare alle anime l’immagine di Gesù, dobbiamo averla ben viva nel nostro cuore.
Chiediamo alla Madonna che ci renda sempre più avidi del Pane Eucaristico che Ella stessa ci ha preparato, donando la vita a Gesù, Verbo Incarnato.

Don Severino GALLO sdb (+)

Publié dans:OMELIE, SETTIMANA SANTA |on 28 mars, 2018 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – TRIDUO PASQUALE – GIOVANNI PAOLO II PELLEGRINO A GERUSALEMME (1997)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1997/documents/hf_jp-ii_aud_26031997.html

GIOVANNI PAOLO II – TRIDUO PASQUALE – GIOVANNI PAOLO II PELLEGRINO A GERUSALEMME (1997)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì Santo, 26 marzo 1997

1. «Vexilla Regis prodeunt / fulget Crucis mysterium . . .».

Siamo nella Settimana Santa, giorni nei quali veneriamo il mistero della Croce. La Chiesa proclama con immensa commozione l’antico inno liturgico, trasmesso di generazione in generazione, e ripetuto nei secoli dai credenti. La «Settimana Santa», centro dell’Anno Liturgico, ci fa rivivere gli avvenimenti fondamentali della Redenzione legati alla morte e risurrezione di Gesù. Sono giorni commoventi e toccanti, colmi di una speciale atmosfera che investe tutti i cristiani. Giorni di silenzio interiore, di preghiera intensa e di profonda meditazione sugli eventi straordinari che hanno cambiato la storia dell’umanità e danno valore autentico alla nostra esistenza.
Oggi, alla vigilia del Sacro Triduo, desidero recarmi insieme a voi in pellegrinaggio, con la mente ed il cuore, a Gerusalemme. La liturgia stessa dei prossimi giorni ci guiderà: ci introdurrà nel Cenacolo, ci porterà sul Calvario ed infine davanti al Sepolcro nuovo scavato nella roccia.
2. Il Giovedì Santo troveremo nel Cenacolo di Gerusalemme del pane e del vino. Questo giorno ci riporta all’istituzione dell’Eucaristia, dono supremo dell’amore di Dio nel suo progetto di redenzione. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti negli anni 53-56, confermava i primi cristiani nella verità del «mistero eucaristico», comunicando loro quanto egli stesso aveva appreso: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo, che è per voi: fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice, dicendo: ‘Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me’» (1 Cor 11, 23-26).
Queste parole manifestano con chiarezza l’intenzione di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente col suo corpo « dato » e col suo sangue « versato » quale sacrificio della Nuova Alleanza. Al tempo stesso, Egli costituisce gli Apostoli e i loro successori ministri di questo Sacramento, che consegna alla sua Chiesa come prova suprema del suo amore.
Ecco il contenuto essenziale del Giovedì Santo. Ci conceda il Figlio di Dio di vivere questo giorno secondo le parole della bella preghiera bizantina: « O Figlio di Dio, fammi oggi partecipe della tua mistica Cena: io non svelerò il Mistero ai tuoi nemici, né ti darò il bacio di Giuda, ma come il buon ladrone ti confesserò: Ricordati di me, o Signore, quando sarai nel tuo Regno! » (Liturgia di San Basilio del Giovedì Santo, Canto alla Comunione).
3. Il Venerdì Santo contempleremo sul Calvario la Croce. « Ecce lignum Crucis . . . », « Ecco il legno della Croce, a cui fu appeso Cristo, Salvatore del mondo ». Rivivremo i « misteri dolorosi » della passione e morte di Gesù. Di fronte al Crocifisso ricevono drammatica rilevanza le parole da Lui pronunciate nel corso dell’Ultima Cena: «Questo è il sangue mio dell’alleanza, che è sparso per molti, in remissione dei peccati» (cfr Mc 14, 24; Mt 26, 28; Lc 22, 20). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante, la crocifissione. Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione umana. La salita al Calvario è stata una indescrivibile sofferenza, sfociata nel terribile supplizio della crocifissione. Quale mistero! Iddio, fattosi uomo, soffre per salvare l’uomo, caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità.
Il Venerdì Santo ci fa pensare al continuo succedersi di prove nella storia, tra le quali non possiamo dimenticare le tragedie dei nostri giorni. Come non ricordare a questo proposito le drammatiche vicende che ancor oggi insanguinano alcune nazioni del mondo? La passione del Signore continua nella sofferenza degli uomini. Continua particolarmente nel martirio di sacerdoti, religiose, religiosi e laici impegnati in prima fila nell’annuncio del Vangelo. Proprio l’altro ieri abbiamo celebrato la « giornata di preghiera e di digiuno per i missionari martiri »: la Comunità cristiana è invitata a meditare su tali eroiche testimonianze e a ricordare nella preghiera questi fratelli e sorelle che con la vita hanno pagato il prezzo della loro fedeltà a Cristo.
Il cristiano deve imparare a portare la sua croce con umiltà, fiducia e abbandono alla volontà di Dio, trovando sostegno e conforto, in mezzo alle tribolazioni della vita, nella Croce di Cristo. Che il Padre ci conceda in ogni momento difficile di poter pregare: « Adoramus Te, Christe, et benedicimus tibi . . . « , « Ti adoriamo, o Cristo, e Ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo ».
4. E dopo l’attesa del Sabato Santo, sperimenteremo la gioia della Santa Pasqua. Il Triduo Sacro si conclude nel radioso «mistero glorioso» della risurrezione di Cristo. Egli aveva predetto: «Il terzo giorno risorgerò!». E’ la vittoria definitiva della vita sulla morte.
La più solenne e la più grande delle celebrazioni cristiane, la Veglia pasquale, avverrà di notte. Una notte di attesa… ricca di luce: la notte del fuoco benedetto, la notte dell’acqua battesimale, la notte del Battesimo, della Cresima e dell’Eucaristia. Notte di Pasqua, di passaggio: il passaggio di Cristo dalla morte alla vita; il nostro passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio. Lo Spirito Santo ci conceda l’esultanza delle donne discepole del Signore, che – come pone in evidenza la liturgia bizantina – dissero agli Apostoli: « E’ stata sconfitta la morte; Cristo Dio è risorto elargendo al mondo la sua grande misericordia! » (Liturgia bizantina, Tropario del Sabato Santo, tono IV).
Ci accompagni in questo itinerario spirituale la Vergine Santissima, Lei che seguì Gesù nella sua passione e fu presente sotto la Croce alla sua morte. Ci introduca Maria nel mistero pasquale, perché con Lei possiamo sperimentare la letizia e la pace della Pasqua.

Saluti

 

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