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UN SUSSURRO NELL’ANIMA: IL SILENZIO DI DIO

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UN SUSSURRO NELL’ANIMA: IL SILENZIO DI DIO

Spesso il silenzio è il «luogo» nel quale Dio ci aspetta: così riusciremo ad ascoltare Lui invece di ascoltare il rumore della nostra stessa voce.

TESTI DI VITA CRISTIANA
12/04/2018

Opus Dei – Un sussurro nell’anima: Il silenzio di Dio
Il libro dell’Esodo racconta il modo in cui Dio apparve a Mosè sul Sinai nello splendore della sua gloria: la montagna intera fu scossa violentemente, Mosè parlava e Dio gli rispondeva fra tuoni e lampi (Es 19, 16-22). Tutto il popolo ascoltava impressionato dalla potenza e dalla maestà di Dio. Benché vi siano altre teofanie simili che scandiscono la storia di Israele[1], la maggior parte delle volte Dio si manifestava al suo Popolo in un modo diverso: non nello splendore della luce, ma nel silenzio, nell’oscurità.
Alcuni secoli dopo Mosè, il profeta Elia, in fuga dalla persecuzione di Jezabel, inizia ancora una volta il cammino verso il monte santo, incitato da Dio. Nascosto in una caverna, il profeta vede gli stessi segni della teofania dell’Esodo: il terremoto, l’uragano, il fuoco; però Dio non era lì. Dopo il fuoco, dice lo scrittore sacro, «ci fu il mormorio di un vento leggero». Elia si coprì il volto con il mantello e uscì all’incontro di Dio. Fu allora che Dio gli parlò (cfr. 1 Re 19, 9-18). Il testo ebraico dice letteralmente che Elia udì «il rumore o la voce di un silenzio (demama) leggero».
La versione greca dei Settanta e la Vulgata hanno tradotto «un vento leggero», probabilmente per evitare l’apparente contraddizione tra rumore o voce, da una parte, e silenzio, dall’altra. Ma la parola demama significa proprio silenzio. Con questo paradosso l’autore sacro suggerisce, perciò, che il silenzio non è vuoto, ma pieno della presenza divina. «Il silenzio custodisce il mistero»[2], il mistero di Dio. E la Scrittura ci invita a entrare in questo silenzio se vogliamo incontrarlo.
“Quanto lieve è il sussurro che noi ne percepiamo”
Tuttavia, questo modo di parlare di Dio ci appare ostico. I salmi lo dichiarano in modo eloquente: «Dio, non darti riposo, non restare muto e inerte, o Dio» (Sal 83, 2). «Perché nascondi il tuo volto?» (Sal 44, 25). «Perché i popoli dovrebbero dire: “Dov’è il loro Dio?”» (Sal 115, 2). Attraverso il testo sacro Dio stesso pone queste domande sulle nostre labbra e nel nostro cuore: vuole che gliele rivolgiamo, che le meditiamo nella forgia della preghiera. Sono domande importanti. Per un verso, perché fanno riferimento direttamente al modo in cui Egli si rivela abitualmente, alla sua logica: ci aiutano a capire come cercare il suo Volto, come ascoltare la sua voce. Dall’altro verso, perché dimostrano che la difficoltà nel cogliere la vicinanza di Dio, specialmente nelle situazioni difficili della vita, è un’esperienza comune a credenti e non credenti, benché assuma forme diverse negli uni e negli altri. La fede e la vita della grazia non rendono Dio evidente: anche il credente può provare la sensazione di un‘apparente assenza di Dio.
Perché Dio tace? Spesso le scritture ci presentano il suo silenzio, la sua lontananza, come una conseguenza dell’infedeltà dell’uomo. Nel Deuteronomio, per esempio, si dà questa spiegazione: «Questo popolo si alzerà e si prostituirà con gli dei stranieri del paese nel quale sta per entrare; mi abbandonerà e romperà l’alleanza che io ho stabilito con lui [...]. Io, in quel giorno, nasconderò il volto a causa di tutto il male che avranno fatto rivolgendosi ad altri dei» (Dt 31, 16-18). Il peccato, l’idolatria, è come un velo che rende opaco Dio, che impedisce di vederlo; è come un rumore che impedisce di ascoltarlo. Allora Dio aspetta con pazienza, dietro lo schermo che poniamo tra noi e Lui, in attesa di un momento opportuno per ritornare a incontrarci. «Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso» (Ger 3, 12). Pertanto, accade spesso che non è Dio che non parla, ma siamo noi che non lo lasciamo parlare, che non lo udiamo, perché nella nostra vita c’è troppo rumore. «Non esiste soltanto la sordità fisica, che taglia l’uomo in gran parte fuori della vita sociale. Esiste una debolezza d’udito nei confronti di Dio di cui soffriamo specialmente in questo nostro tempo. Noi, semplicemente, non riusciamo più a sentirlo; sono troppe le frequenze diverse che occupano i nostri orecchi. Quello che si dice di Lui ci sembra pre-scientifico, non più adatto al nostro tempo. Con la debolezza d’udito, o addirittura la sordità nei confronti di Dio, si perde naturalmente anche la nostra capacità di parlare con Lui o a Lui. In questo modo, però, viene a mancarci una percezione decisiva. I nostri sensi interiori corrono il pericolo di spegnersi. Con il venir meno di questa percezione viene circoscritto poi in modo drastico e pericoloso il raggio del nostro rapporto con la realtà in genere»[3].
Eppure certe volte non è l’uomo che non sente Dio: sembra piuttosto che Egli non ascolti, che rimanga passivo. Il libro di Giobbe, per esempio, mostra che anche le preghiere del giusto nelle avversità possono rimanere per un certo tempo senza una risposta da parte di Dio. «Quanto lieve è il sussurro che noi ne percepiamo!» (Gb 26, 14). L’esperienza quotidiana di ogni uomo dimostra anche in che misura la necessità di ricevere da Dio una parola o un aiuto rimanga a volte come sospesa nel vuoto. A volte può diventare difficile percepire la misericordia di Dio, della quale tanto parlano le Scritture e la catechesi cristiana, per quelle persone che si trovano in situazioni dolorose, segnate dalla malattia o dall’ingiustizia, per cui anche pregando non sembra che si ottenga una risposta. Perché Dio non ascolta? Perché, se è un Padre, non viene in mio aiuto, visto che può farlo? «La lontananza di Dio, l’oscurità e la problematica su di Lui, oggi sono sentite più intensamente che mai; anche noi, che ci sforziamo di essere credenti, abbiamo spesso la sensazione che la realtà di Dio ci sia sfuggita dalle mani. Non ci domandiamo spesso perché Egli continui a rimanere immerso nel profondo silenzio di questo mondo? Non abbiamo a volte l’impressione che, dopo aver riflettuto molto, ci rimangano soltanto delle parole, mentre la realtà di Dio è più lontana che mai?»[4].
Al centro della Rivelazione, più che in ogni altra nostra esperienza, c’è la storia di Gesù stesso, quella che ci introduce con maggiore profondità nel mistero del silenzio di Dio. A Gesù, che è il vero giusto, il servo fedele, il Figlio amato, non vengono risparmiate le sofferenze della passione e della Croce. La sua orazione nel Getsemani riceve come risposta l’invio di un angelo per consolarlo, ma non la liberazione dalla tortura imminente. Né possiamo evitare di meravigliarci che Gesù ripeta sulla Croce questa frase del Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza: sono le parole del mio lamento» (Sal 22, 2). Il fatto che colui che non aveva conosciuto peccato (2 Cor 5, 21) abbia provato in questo modo la sofferenza mette in evidenza che il dolore che alcune volte segna in maniera drammatica la vita degli uomini non può essere interpretato come segno di disapprovazione da parte di Dio, né il suo silenzio come assenza o lontananza.
“Dio lo si conosce nel suo silenzio”
Nel passare accanto a un cieco di nascita, gli apostoli fanno una domanda che mette in evidenza un modo di pensare allora molto comune: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» (Gv 9, 1). Anche se oggi sarebbe strano sentir parlare in questi termini, in realtà la domanda non è tanto lontana da una mentalità odierna, secondo la quale la sofferenza, di qualunque tipo essa sia, è vista come dovuta a un destino cieco per il quale non c’è posto se non nella rassegnazione, una volta falliti i tentativi di annullarla. Gesù corregge gli apostoli: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9, 3). Dio a volte rimane in silenzio, apparentemente inattivo e indifferente alla nostra sorte, perché vuole farsi strada nella nostra anima. Soltanto così, per esempio, s’intuisce che permetta la sofferenza di san Giuseppe, perplesso davanti all’inattesa maternità della Madonna (cfr. Mt 1, 18-20), avendo egli «programmato» le cose in modo diverso. Dio stava preparando Giuseppe per qualcosa di grande. Egli «non turba mai la gioia dei suoi figli, se non è per prepararli a una gioia più sicura e più grande»[5].
Sant’Ignazio di Antiochia scriveva che «chi ha compreso le parole del Signore, comprende il suo silenzio, perché il Signore lo si conosce nel suo silenzio»[6]. Spesso il silenzio di Dio è per l’uomo il «luogo», la possibilità e la premessa per ascoltare Dio, invece di ascoltare soltanto se stesso. Senza la voce silenziosa di Dio nell’orazione, «l’io umano finisce per chiudersi in se stesso, e la coscienza, che dovrebbe essere eco della voce di Dio, rischia di ridursi a uno specchio dell’io, così che il colloquio interiore diventa un monologo dando adito a mille auto-giustificazioni»[7]. A pensarci bene, se Dio parlasse e intervenisse continuamente nella nostra vita per risolvere i problemi, dovremmo ammetteredi banalizzare la sua presenza. Non finiremmo, come i due figli della parabola (cfr. Lc 15, 11-32), preferendo il nostro tornaconto alla gioia di vivere con Lui?
«Il silenzio è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi, perché l’amore per Lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore, e animi la nostra vita»[8]. Con la ricerca, con l’orazione fiduciosa pur nelle difficoltà, l’uomo si libera della sua auto-sufficienza; mette in movimento le sue risorse interiori; vede come si fortificano i rapporti di comunione con gli altri. Il silenzio di Dio, il fatto che non intervenga sempre immediatamente per risolvere le cose nel modo in cui noi vorremmo, risveglia il dinamismo della libertà umana; chiama l’uomo a farsi carico della propria vita o di quella degli altri, e delle proprie necessità concrete. Per questo la fede è «la forza, che in silenzio e senza clamori cambia il mondo e lo trasforma nel Regno di Dio, ed espressione della fede è la preghiera [...]. Dio non può cambiare le cose senza la nostra conversione, e la nostra vera conversione inizia con il « grido » dell’anima, che implora perdono e salvezza»[9].
Nell’insegnamento di Gesù, l’orazione appare un dialogo tra l’uomo come figlio e il Padre del Cielo, nel quale la domanda occupa un posto molto importante (cfr. Lc 11, 5-11; Mt 7, 7-11). Il bambino sa che suo Padre lo ascolta sempre, ma ciò che gli è assicurato non è tanto una sorta di uscita dalla sofferenza o dalla malattia, quanto il dono dello Spirito Santo (Lc 11, 13). La risposta con la quale Dio viene sempre in aiuto dell’uomo è il Donodello Spirito-Amore. Questo può non sembrarci un granché, ma è un dono molto più prezioso e fondamentale di qualunque soluzione terrena dei problemi. È un dono che dev’essere accettato nella fede filiale, ma che non elimina la necessità dello sforzo umano per affrontare le difficoltà. Con Dio le «valli oscure» che a volte dobbiamo attraversare non si illuminano automaticamente; continuiamo a camminare, magari timorosi, ma con un timore fiducioso: «Non temo alcun male, perché Tu sei con me» (Sal 23, 4).
Questo modo di fare di Dio, che risveglia la decisione e la fiducia dell’uomo, si può riconoscere nel modo in cui Dio ha compiuto la sua Rivelazione nella storia. Possiamo pensare alla storia di Abraham, che lascia il suo paese e si mette in cammino verso una terra sconosciuta; confidando nella promessa divina, senza sapere dove Dio lo conduce (cfr. Gn 12, 1-4); o alla fiducia del Popolo di Israele nella salvezza di Dio, anche quando tutte le speranze umane sembrano essere tramontate (cfr. Est 4, 17a-17k); o alla fuga serena della Sacra Famiglia in Egitto (cfr. Mt 2, 13-15) quando Dio sembra piegarsi ai capricci di un monarca retrogrado… In questo senso, pensare che la fede era più semplice per i testimoni della vita di Gesù non corrisponde alla realtà, perché neppure a questi testimoni è stata risparmiata la serietà della decisione di credere o no a Lui, di riconoscere in Lui la presenza e l’azione di Dio[10]. Numerosi sono i passi del Nuovo Testamento nei quali si vede con chiarezza che tale decisione non era scontata[11].
Ieri come oggi, malgrado la Rivelazione di Dio offra autentici segni di credibilità, il velo dell’inaccessibilità di Dio nonè completamente eliminato; i suoi silenzi continuano a sfidare l’uomo. «L’esistenza umana è un cammino di fede e, come tale, procede più nella penombra che in piena luce, non senza momenti di oscurità e anche di buio fitto. Finché siamo quaggiù, il nostro rapporto con Dio avviene più nell’ascolto che nella visione»[12]. Questo non è solo dovuto al fatto che Dio è sempre più grande della nostra intelligenza, ma anche alla logica di chiamata e risposta, di dono e compito, con la quale Egli vuole condurre la nostra storia: quella di tutti e quella personale di ciascuno. In fin dei conti, dunque, stanno in una relazione reciproca il modo di rivelarsi di Dio e la libertà che abbiamo in quanto siamo sua immagine. La Rivelazione di Dio rimane in un chiaroscuro che permette la libertà di scegliere di aprirci a Lui o di rimanere chiusi nella nostra autosufficienza. Dio è «un Re dal cuore di carne, come il nostro, che pur essendo l’autore dell’universo e di ogni singola creatura, non impone il suo dominio con prepotenza, ma viene come un poverello a chiedere un po’ d’amore, mostrandoci, in silenzio, le sue mani piagate»[13].
La nube del silenzio
Con la sua preghiera sulla Croce – «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46) – Gesù «fa suo quel grido dell’umanità che soffre per l’apparente assenza di Dio e dirige questo grido al cuore del Padre. Pregando così in quest’ultima solitudine, insieme a tutta l’umanità, ci apre il cuore di Dio»[14]. In effetti, il salmo con il quale Gesù grida al Padre dà adito, tra i lamenti, a una grande prospettiva di speranza (cfr. Sal 22, 20-32)[15]; una prospettiva che Egli ha davanti agli occhi, anche in piena agonia. «Nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46), dice al Padre prima di spirare. Gesù sa che la donazione della sua vitanon cade nel vuoto, ma cambia la storia per sempre, benché sembra che il male e la morte abbiano l’ultima parola. Il suo silenzio sulla Croce ha una forza maggiore delle grida di quelli che lo condannano. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5).
«La fede significa anche credere in Lui, credere che veramente ci ama, che è vivo, che è capace di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza e con la sua infinita creatività. Significa credere che Egli avanza vittorioso nella storia [...], che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là»[16]. Con i suoi silenzi, Dio fa crescere la fede e la speranza dei suoi: le fa nuove, e con loro fa «nuove tutte le cose». A ciascuno e a ciascuna tocca rispondere al silenzio soave di Dio con un silenzio attento, un silenzio che ascolta, per scoprire «come misteriosamente opera il Signore» nel nostro cuore, «e qual è la nube, [...] lo stile dello Spirito Santo per coprire il nostro mistero. Questa nube in noi, nella nostra vita, si chiama silenzio. Il silenzio è proprio la nube che copre il mistero del nostro rapporto col Signore, della nostra santità e dei nostri peccati»[17].

Marco Vanzini – Carlos Ayxelá

LA PACE, NOME DI DIO

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LA PACE, NOME DI DIO

Misurarsi con la parola di Dio e il cristianesimo dei primi secoli, per recuperare la radicalità dell’annuncio della pace.

don Ulisse Marinucci

Sembra lontano il 1963, quando Giovanni XXIII firmava la Pacem in Terris; eppure, in questi ultimi tempi, il mondo è tornato a respirare una profonda esigenza di pace. Se gli anni del dopoguerra sono stati caratterizzati dall’ansia per una fragile, ma pur sempre diplomaticamente stabile “pace fredda”, oggi non si può fare a meno di sentire “con intensità nuova la consapevolezza della – propria – vulnerabilità personale” (Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della XXXIII Giornata Mondiale della Pace) .
Così come di fronte alla tragicità di fatti, scelte e idee che contraddicono palesemente i pur molteplici sforzi di pace, non è facile guardare al futuro senza lasciarsi irretire da un senso di impotenza, dettato dalla situazione di “grande disordine” in cui versa il mondo contemporaneo (Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della XXXIV Giornata Mondiale della Pace).
Il cristiano, però, oggi come sempre, non può lasciarsi sedurre dalla logica ripiegante dell’angoscia, non può abdicare alla propria responsabilità personale nei confronti di quella pace che – donata da Cristo (Gv 14, 27) e, quindi, diversa da quella del mondo – si radica profondamente nel comandamento nuovo che Gesù ha insegnato e vissuto: “…che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato…” (Gv 13, 34). Una pace che, ancorandosi profondamente allo shalom veterotestamentario, trova compimento e pienezza proprio nell’amore predicato, vissuto e offerto da Cristo. Anzi, i raffinati strumenti dell’esegesi e dell’ermeneutica biblica consentono, oggi, di interpretare e risolvere la contraddizione dei numerosi testi non pacifici, bellicosi e violenti dell’A.T. leggendoli nel contesto di un’evoluzione sapienziale e profetica del popolo di Dio che era imperfetta e aurorale e anticipa proprio la pace di Cristo e la sua novità.

Lo shalom, dono supremo
In senso biblico la parola shalom, designa il dono che riassume tutti gli altri: benessere (Ger 23, 17), felicità (IRe 2, 33), salute (Gn 43, 28), prosperità (SaI 72, 7), sicurezza (Zc 8, 10), salvezza (Is 55, 12), armonia tra Dio e gli uomini (Ez 34, 25), pienezza della vita (Is 26, 3; Prv 3, 2). Il Signore stesso è shalom (Gdg 6, 24); veterotestamentario è il suo trarre origine in Dio. La pace ha senso pieno solo all’interno del contesto dell’Alleanza, (Ez 34, 25): è offerta da Dio a tutti gli uomini e non può essere confusa con la pace mondana, fragile e illusoria (Ez 13, 9lOa. 16; Mic 3, 5: i Profeti si scagliano contro i falsi profeti che non svegliano la coscienza del popolo, ma la addormentano con una predicazione compiacente. Sono molteplici, inoltre, le contestazioni profetiche per una pace spesso ricercata al di fuori del dono di Dio ed è netto il rifiuto di una pace chiusa nella rete dei patteggiamenti e compromessi con i popoli vicini, stimati più forti. Cfr. Is 30,3; 31,1; Abd 7).
Inoltre, è il suo legame con la giustizia che ne disegna l’identità. Sussiste vera pace solo integrandola in un impegno a favore dell’orfano, della vedova, dello straniero, affinché regnino l’armonia e la prosperità (Dt 19, 10. 1314. 15). La connessione tra pace e giustizia è vivacemente sottolineata in molti testi: Ger 6,1014; 8, 11; SaI 72, 1517; 85, 11. lsaia definisce la pace “opera della giustizia” (Is 32, 17) e intravede in questo rapporto una condizione messianica ed escatologica (Is 2, 25; 11, 19; 32, 1618).
Lo shalom rivela così vari profili: un profilo teologale, in quanto la pace è dono di Dio e “nome di Dio”; un profilo messianico, perché viene con il Re-Messia, principe della pace; un profilo etico sociale perché la pace è legata all’impegno dell’uomo per realizzarla nell’ambito della società; un profilo escatologico, perché Dio, amante e fedele nonostante le infedeltà umane, realizzerà la pace totale in un futuro del quale sono consentite solo piccole anticipazioni, un profilo cosmico che si apre su un mondo totalmente pacificato e armonico (rispettivamente Sal 85,9; Gdc 6,24; Is 11,19; Ger 23,56; Is 2,25; Is 11, 68).

Icona di pace
Nel Nuovo Testamento è la vita stessa di Gesù a essere icona di pace (Ef 2, 1415). Egli esalta il primato dell’uomo e radicalizza il comandamento dell’amore in una duplice direzione, particolarmente difficile e impegnativa: il perdono senza limiti e l’amore dei nemici (Ef 2, 1415). Nel Signore Gesù trova compiuta realizzazione l’affascinante e misteriosa figura isaiana del Ebed Yhwh (1s 42, 14;49, 16;53, 112), del Servo di Dio giusto, pacifico e pacificante, che non grida sulle piazze e non spegne lo stoppino dall’esile fiamma. Egli adempie il suo compito con fermezza incrollabile, guidato soltanto dalla logica della fedeltà al suo Dio e alla sua missione universale di servizio, ricevendone in cambio violenza e morte, cui si consegna muto e silenzioso come agnello condotto al macello.
Il carattere pacifico e nonviolento dell’insegnamento di Gesù trova espressione nel famoso discorso delle antitesi del capitolo V dell’Evangelo secondo Matteo che, in apertura, proclama beati gli operatori di pace, ma prende forma soprattutto nella sua vita e, in particolare, nella vicenda della passione, dove egli appare vittima di un’ingiusta e atroce violenza, dalla quale però emerge vittorioso in forza del suo morire, del suo offrirsi innocente, affinché i veri colpevoli non siano condannati. La pace di Cristo, proclamata dagli angeli per tutti gli uomini che Dio ama (Le 2, 14), è nuova e vincente rispetto a quella del mondo perché – superando la tranquillitas della pax romana, così come l’assenza di guerra dell’eiréne greca ha saputo risignificare la pienezza di grazia dello shalom veterotestamentario fondandolo sulla follia del perdono.
Il termine greco eirène indica lo stato di ordine e coesione di una comunità e rappresenta, quindi, una condizione di vita più che un comportamento atto a condurre a tale stato. Politicamente consiste nell’assenza di guerra. La pax romana indica, invece, una situazione giuridica di tranquillitas nel rapporto tra due parti, alla cui base c’è una previa intesa resa possibile dalla potenza militare romana (Cfr. Bainton R. II., Il cristiano, la guerra, la pace, Gribaudi, Torino 1968, pp. 1316)

Nelle prime comunità
“Non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando tra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono” (Giovanni Paolo II). In virtù di questo stretto legame tra pace, giustizia e perdono la pace, per il cristiano, non è più solo una dimensione della vita, ma è una vera e propria vocazione a cui la chiesa tutta è chiamata. La parola evangelica della pace rappresenta, nella vita della comunità cristiana, un punto decisivo per qualificarne la testimonianza, per coglierne la fedeltà all’Evangelo dentro la vicenda storica, per rivelare la sua identità ultima e profonda nel porsi al servizio del definitivo mistero di riconciliazione, che Gesù ha realizzato a prezzo della croce.
L’epoca apostolica e sub-apostolica della chiesa è contraddistinta dalla tensione verso la pace a tal punto, che in questo periodo – pur essendoci casi di cristiani arruolati nell’esercito e che, tuttavia, non erano esclusi dalla comunione della chiesa – quasi la totalità delle testimonianze cristiane disapprovano la partecipazione dei discepoli di Cristo a qualsiasi tipo di ostilità.
I Padri della chiesa antica e la comunità ecclesiale dei primi secoli sono considerati, a ragione, coloro che hanno meglio incarnato la novitas del messaggio cristiano. Ora se il Cristianesimo, fin dalle sue origini, era tendenzialmente teso verso una dimensione di pace ne consegue che tale tensione è l’autentico atteggiamento cristiano.

IL CRISTIANO E IL DONO DEL TIMOR DI DIO

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IL CRISTIANO E IL DONO DEL TIMOR DI DIO

A cura di Mario Galizzi SDB

Con il dono di Conoscenza abbiamo imparato tutto e tutti nella luce di Dio; con il dono di Intelligenza abbiamo capito che bisogna purificare il cuore dall’orgoglio per sviluppare al massimo la propria intelligenza e penetrare con l’aiuto dello Spirito nelle profondità di Dio; infine con il dono di Sapienza abbiamo gustato quanto è buono il Signore e come è bello lasciare che sia lui stesso a introdurci nella Storia della Salvezza e a programmare in sintonia con lui la propria vita per vivere in noi l’infinito amore di Dio per tutte le creature.
Ora, da questo atteggiamento di contemplazione di Dio, vogliamo scendere di più nella concretezza della vita e capire quei due doni fondamentali dello Spirito, che più ci aiutano a vivere concretamente la nostra relazione con Dio: il dono del Timore di Dio e il dono di Pietà. Esamineremo poi i doni del Consiglio e della Fortezza che ci aiuteranno a vivere correttamente la nostra relazione con gli altri, di cui già tanto abbiamo parlato, in particolare toccando il dono di Conoscenza. Infine parleremo dei frutti dello Spirito Santo elencati in Gal 5,22. Come si vede è ancora lungo il cammino che dobbiamo compiere, ma la sua conoscenza offrirà una certa completezza al tema che stiamo sviluppando in quest’Anno Santo: Chi è e come si forma il cristiano? Limitiamoci ora al dono del Timore di Dio.

Che cos’è il timore di Dio?
Per capirlo cerchiamo innanzitutto di indagare nella Scrittura il vero senso del timore di Dio che, come dono dello Spirito, non può certamente essere la paura di Dio. Ma è necessario convincerci di ciò, perché troppa gente ha paura di Dio. Ora gli argomenti, presi dalla Bibbia, per dimostrare che non si tratta di paura, sono assai abbondanti, ma due bellissimi testi sono più che sufficienti per capirci. Il primo è tratto dal Libro del Siracide (parola che significa: figlio di Sirac). Nel suo primo capitolo leggiamo queste belle frasi:

«Il timore del Signore è gloria e vanto, gioia e corona di esultanza. / Il timore del Signore allieta il cuore e dà contentezza, gioia e lunga vita. / Il timore del Signore è un dono del Signore che colloca sui sentieri dell’amore. / Per chi teme il Signore andrà bene alla fine, sarà benedetto nel giorno della sua morte. / Principio della Sapienza è il timore del Signore, egli la dona ai credenti sin dal seno materno… / Pienezza della Sapienza è temere il Signore, essa lo sazia con i suoi frutti» (1,11-15); il secondo testo è quello di Dn. 3,41: «Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto».

Dopo questa lettura possiamo capire perché in Is 11,2 il timore del Signore o spirito di timore del Signore non si confonde con la paura. Chi ha paura non va in cerca del volto del Signore, ma come Adamo ed Eva, dopo il peccato, si nascondono (Gn 3,8). Il vero timore di Dio si avvicina all’amore. È tale l’esperienza che l’uomo ha della bontà del Signore che il timore lo conduce a una totale fiducia in lui, come dice san Paolo: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura ma avete ricevuto uno spirito da figli per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Papà» (Rm 8,15).
Il “timore”, dono dello Spirito, è il timore filiale. Personalmente mi piacerebbe renderlo con l’espressione: il fascino di Dio o l’incanto di Dio. E lo possiamo descrivere così: come figli sentiamo il fascino della grandezza di Dio-Padre; ci sentiamo avvolti dalla sua infinita bontà, misericordia, tenerezza, sentiamo davvero quanto è bello ciò che dice il Sal 145,9: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature». Per noi Dio è la persona più desiderabile, più amabile, è il Sommo bene; senza di lui tutte le cose e tutte le persone non hanno senso; mentre tutto acquista senso se è visto nella sua luce: Dio è tutto per noi. Certamente sentiamo l’enorme distanza che c’è tra noi e Dio, ma questa distanza Dio l’ha eliminata nel suo amore. Ed è questo amore che chiede il nostro amore, che si fa umiltà, rispetto, docilità; si fa ubbidienza perché come Dio anche noi vogliamo solo il bene. Chi teme Dio in senso filiale si sforza con intima dolcezza e interiore compiacimento ad un esercizio di personale purificazione perché ogni cosa sia in consonanza amorosa con la maestà divina. Mediante la virtù della temperanza si cerca allora di guarire da ogni forma di illusione accattivante che i pensieri, spesso ribollenti, della carne e delle seducenti realtà mondane esercitano sul nostro cuore. È la condizione necessaria per poter godere del soffio dello Spirito e della presenza del Signore.

Caratteristica del timore del Signore è l’affetto filiale.
C’è un bellissimo episodio nella vita di Giovannino Bosco che dipinge plasticamente il timore filiale. Aveva solo otto anni. La mamma era assente, e lui ebbe l’idea di prendere qualche cosa che era riposto in alto. Non riuscendovi prese la sedia e vi salì sopra, ma nell’atto urtò in un vaso pieno d’olio che cadde per terra e si ruppe. Accorgendosi che non avrebbe potuto tenere nascosta la cosa alla mamma, pensò di diminuirle il dispiacere. Prese un lungo ramoscello da una siepe, lo ripulì ben bene e andò incontro alla mamma. Non aveva paura del castigo, ma gli doleva di aver dato un dispiacere a sua madre. Ebbene, questo è il vero senso del timore filiale: evitare ogni cosa che dia dispiacere alla persona amata, e Dio è l’essere più amabile.
Chi teme davvero Dio non riesce più a distinguere tra peccato veniale e peccato mortale perché cerca sempre di evitare ogni atto anche il più piccolo che non sia gradito a Dio, così colmo di amore verso le sue creature. E il risultato più evidente dell’amore filiale è un sentire nascere in sé l’orrore al peccato, anche al più piccolo peccato, perché entra in noi la paura di perdere la nostra amicizia e intimità con Dio. Dice un autore (Gardeil, citato da Drago a p. 82): «Perché temiamo Dio? Per una ragione sola. Perché a causa della nostra debolezza e della fragilità umana, abbiamo in noi il terribile potere di separarci da Dio. Più che Dio, noi temiamo la nostra volontà, facile preda degli inganni e delle seduzioni del peccato. Insomma, temere Dio è la paura di perdere Dio».
Come esempio, pensiamo a Padre Pio. Un frate del suo convento, durante una trasmissione televisiva nei giorni della beatificazione del Padre Pio, raccontò che una volta era andato a confessarsi da lui. Egli era convinto di avere solo piccoli peccati veniali, eppure il volto di Padre Pio divenne oltremodo triste. Così sono i veri santi. È tale il timore filiale che hanno dentro di sé, che ogni piccola offesa a Dio li rattrista e perciò ricorrono ad ogni mezzo per lottare contro il peccato; come don Bosco il quale diceva: «Quando vedo l’offesa di Dio, se avessi anche un’armata contro di me, non cedo». E se qualcuno chiedeva a don Bosco che cosa doveva fare per ricevere una grazia da Dio, egli rispondeva di riconciliarsi con Dio mediante il sacramento della confessione. Dal suo cuore ardente uscivano “faville di fede”, che accendevano nei cuori l’amore di Dio e con l’amore suscitavano sentimenti di filiale timore e riverenza verso Dio e tutte le cose sante. Don Bosco non temeva mai di accentuare quello che è il carattere proprio della morale cristiana, nella quale l’amore, divenuto perfetto, fa scomparire ogni timore servile, conservando e accrescendo il timore filiale.
Chi infatti intende rettamente il senso della vita cristiana che sgorga dalla grazia di Dio, dalla carità, dalla speranza e dalla fede, si accorge subito che in essa tutto ha un fine: l’osservanza dei comandamenti e il compimento del proprio dovere, non compiuto alla stregua dei servi, ma come uomini liberi, come figli di Dio. È così che si vive il timore filiale.

Qual è il vero fondamento del timore filiale?
Se il timore di Dio è la “radice della Sapienza”, l’umiltà fonda il timore filiale; ma forse è meglio dire che è l’umiltà colma di carità che fonda il timore filiale. L’umiltà è una forza armoniosa. Regola della funzione speciale della virtù morale dell’umiltà è la conoscenza di se stessi con una giusta valutazione del proprio essere: l’uomo non giudichi e non valuti se stesso al di sopra di quello che realmente è. C’è umiltà quando si rispetta e si onora Dio: Egli è il nostro Creatore, quindi il nostro essere dipende da lui; egli è il nostro Padre, quindi la nostra vita di figli dipende da lui e a lui deve rifluire sotto forma di filiale rispetto e riverenza. Queste disposizioni interiori plasmano nella fisionomia dello spirito il carattere vero e sincero dell’umiltà della mente, che rende l’uomo aperto all’influsso della grazia divina, ed eliminando da noi l’ostacolo della superbia, ci avvicina a Dio nella fede e, mediante il dono di Sapienza, ci immerge in pieno nella storia della salvezza e ci fa vivere in perfetta sintonia con Dio e in un giusto rapporto con Lui. Gesù ce lo ha insegnato quando a detto: «Chi si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,4). Con queste parole Gesù caratterizza l’umiltà come un ridivenire bambini dinanzi a Dio, cioè come un abbandonarsi interamente a lui e non aspettare nulla da se stessi.
Ma c’è anche un’altra sua parola: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Qui si sente quella libera scelta che il Figlio di Dio fece entrando nel mondo: «… non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte» (Fil 2,6-8). Si è fatto uno di noi, nostro fratello; e non si vergogna di chiamarci fratelli (Ebr 2,11), perché «è venuto per servirci e per dare la vita per noi» (Mc 10,45), e per essere come servo in mezzo a noi (Lc 2,27). Egli ha scelto liberamente la via del servizio. Si è reso umile dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, ponendosi come modello per tutti i suoi discepoli. Accogliamo allora l’invito di Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5). Come bambini di fronte a Dio, come servi umili di fronte ai fratelli non guardiamo mai nessuno dall’alto in basso, ma facciamoci servi gli uni degli altri. Solo imitando Gesù “mite e umile di cuore” saremo in grado di vivere in pienezza il timore di Dio.

SEGNI DI DIO NEL MONDO CONTEMPORANEO

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2010/11/segni-di-dio-nel-mondo-contemporaneo-2084/

SEGNI DI DIO NEL MONDO CONTEMPORANEO

Pubblicato 1 novembre 2010 | Da Claudio Dalla Costa

Un grande poeta inglese, Coventry Patmore, ha scritto: “Ogni conoscenza degna di questo nome è una conoscenza nuziale“, questo è tanto più vero per la conoscenza del Dio di Gesù Cristo.
La nostra dignità di uomini è in stretto rapporto alla conoscenza che ogni giorno approfondiamo con Dio, a ciascuno di noi è data la possibilità di scoprire o riscoprire con Lui un’esperienza personale essenziale. Attingendo attraverso la vita sacramentale i tesori della Grazia, saremo in grado di aprirci alle problematiche del nostro tempo, perché i nostri contemporanei hanno bisogno di incontrare persone e gruppi che vivono intensamente la loro adesione a Cristo.
Sono soprattutto i testimoni che hanno forza persuasiva. Paolo VI scrisse: “L’uomo di oggi apprezza di più i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni”. Sta a ciascuno di noi di essere un autentico segno di Dio nel mondo contemporaneo. Dovremmo essere capaci di una passione d’amore così forte per Cristo, che sia in grado di contagiare coloro che vivono attorno a noi. ? possibile che, attraverso di noi, Dio diventi una realtà nella storia del mondo, perché generalmente è proprio attraverso una mediazione umana che si comprende qualcosa della bellezza di Dio. Siamo chiamati a risvegliare negli uomini del nostro tempo una sorgente di stupore, per far loro scoprire che una Presenza li avvolge. Abbiamo il compito di fare della nostra vita un capolavoro di luce e di amore, bisogna che sia bella, che porti l’irradiazione della gioia. Non si tratta di chiacchierare, di assediare la gente, di fare propaganda. Se siamo portatori di gioia, se la vita si trasfigura dove arriviamo, se c’è più rispetto nel nostro ufficio, nella nostra casa, le persone vedranno in noi delle rivelazioni viventi del viso di Gesù Cristo, che vuole rivelarsi e manifestarsi attraverso il nostro. Pensiamo al credito che Dio ci fa affidando Se Stesso nelle nostre mani, diventando suoi ambasciatori.

Prestare a Dio il nostro viso
Padre Maurice Zundel diceva: “Ognuno di noi ha ricevuto da Dio un tratto del suo Viso Infinito per manifestarlo, e questa rivelazione che è il nostro stesso essere, solo noi la possiamo fare. Dobbiamo apportare agli altri infinitamente più che noi stessi nell’irraggiamento di Dio che ci abita. Tonnellate di discorsi non hanno mai cambiato niente. Lo spirito non può essere colpito fruttuosamente che per lo spirito, l’anima per l’anima, la persona per la persona, la vita per la vita. I beni dello spirito non possono essere comunicati che nella misura in cui sono vissuti”.
Dobbiamo prestare a Dio il nostro sorriso, la nostra bontà, la nostra amicizia perché queste cose colpiscono il cuore dell’uomo. S. Gregorio Nisseno ha scritto: “Occorre respirare Cristo, assimilare Cristo, per poi esprimere Cristo con la nostra vita”. Una delle cose belle della nostra vita è proprio la possibilità che ci è data di rivelare Dio; se saremo capaci di rivestirci di Cristo, secondo la stupenda espressione di S. Paolo, coloro che incontreremo nel cammino saranno certamente capaci di fermarsi e domandarsi da dove proviene la bontà e la bellezza della nostra esistenza. Fare esperienza di Dio significa vivere una forte relazione di amicizia e di amore con Lui, in cui si impara anche a farlo scoprire agli altri. Oltre a gustare le cose di Dio, ad alcuni è concesso di farle gustare a loro volta ad altre persone, vengono fatti capaci di diventare propagatori di questo desiderio del Signore, e diffusori di questa luce e letizia di Dio.
S. Escrivà de Balaguer ripeteva: “Se le persone che ci stanno accanto non migliorano la vita cristiana, se noi non abbiamo il desiderio che le persone che conosciamo stringano amicizia con Dio, fino a giungere ad una stretta intimità con Lui, significa che non stiamo corrispondendo alla chiamata ricevuta, in quanto ci sollecita a diffondere il regno di Dio, e – rendetevene conto – significa che persino su un piano umano siamo dei falliti, perché abbiamo disertato dalla strada che il Signore, nell’infinito suo amore e nella sua misericordia, ha tracciato personalmente per noi“.
Nei santi si intravede Qualcuno che vive in loro e la gente li segue proprio per questo motivo: il loro volto svela un altro Volto. Quale stupore nel poter vedere, attraverso il viso di un uomo, il Viso di Dio. Il grande predicatore domenicano di Notre-Dame di Parigi, Lacordaire, era solito andare ad ascoltare il Curato d’Ars, sebbene quest’ultimo non avesse la dottrina e la preparazione del primo. A chi gli faceva notare perché si scomodasse per andare fino ad Ars, Lacordaire rispondeva: “Vado a sentire cosa dice lo Spirito Santo”. Il Curato d’Ars era un vero uomo di Dio, e la gente accorreva da tutte le parti per ascoltare quest’autentico profeta del Signore, che richiamava alla conversione e alla penitenza con la santità della propria vita.

CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

https://www.taize.fr/it_article3268.html

CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

Un giorno, delle persone conducono da Gesù dei bambini affinché li benedica. I discepoli vi si oppongono. Gesù s’indigna e ingiunge loro di lasciare che i bambini vadano a lui. Poi disse loro: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Marco 10,13-16).
È utile ricordarsi che, un po’ prima, è a questi stessi discepoli che Gesù aveva detto: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio» (Marco 4,11). A causa del regno di Dio, hanno lasciato tutto per seguire Gesù. Cercano la presenza di Dio, vogliono far parte del suo regno. Ed ecco che Gesù li avverte che respingendo i bambini, stanno giustamente per chiudere davanti a loro la sola porta d’ingresso a quel regno di Dio tanto desiderato!
Ma che significa «accogliere il regno di Dio come un bambino»? In generale si comprende così: «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino». Questo risponde ad una parola di Gesù che troviamo in Matteo: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 18,3). Un bambino si fida senza riflettere. Non può vivere senza fidarsi di chi lo circonda. La sua fiducia non ha nulla di una virtù, è una realtà vitale. Per incontrare Dio, ciò che abbiamo di meglio è il nostro cuore di bambino che è spontaneamente aperto, osa domandare con semplicità, vuole essere amato.
Però si può anche comprendere la frase così: «accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino». In effetti, il verbo greco ha in generale il senso concreto d’«accogliere qualcuno», come si può costatare qualche versetto prima dove Gesù parla d’«accogliere un bambino» (Marco 9,37). In questo caso, Gesù paragona all’accoglienza di un bambino l’accoglienza della presenza di Dio. C’è una connivenza segreta tra il regno di Dio e un bambino.
Accogliere un bambino vuol dire accogliere una promessa. Un bambino cresce e si sviluppa. È così che il regno di Dio non è mai sulla terra una realtà completa, ma piuttosto una promessa, una dinamica e una crescita incompiuta. Poi i bambini sono imprevedibili. Nel racconto del Vangelo, essi arrivano quando arrivano, e a quanto sembra non è al buon momento secondo i discepoli. Tuttavia Gesù insiste che, poiché sono lì, bisogna accoglierli. È così che dobbiamo accogliere la presenza di Dio quando si manifesta, che sia il buono o cattivo momento. Bisogna stare al gioco. Accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino significa vegliare e pregare per accoglierlo quando viene, sempre all’improvviso, a tempo e fuori tempo.
Perché Gesù ha mostrato un’attenzione particolare ai bambini?
Un giorno, i dodici apostoli discutono per sapere chi è il più grande (Marco 9,33-37). Gesù, che ha capito le loro riflessioni, dice loro una parola disorientante che sconvolge e scuote le loro categorie: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».
Alla sua parola Gesù unisce il gesto. Egli va a prendere un bambino. È forse un bambino che trova abbandonato all’angolo di una strada di Cafàrnao? Lo prende, lo «pone in mezzo» a quella riunione di futuri responsabili della Chiesa e dice loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me». Gesù s’identifica con il bambino che ha appena abbracciato. Afferma che «uno di questi bambini» lo rappresenta il meglio, a tal punto che accoglierne uno di loro è come accogliere lui stesso, il Cristo.
Poco prima, Gesù aveva detto questa parola enigmatica: «Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini» (Marco 9,31). «Il figlio dell’uomo» è lui stesso, e allo stesso tempo sono tutti i figli d’uomo, cioè tutti gli esseri umani. La parola di Gesù può essere così compresa: «Gli esseri umani sono consegnati al potere dei loro simili». Durante l’arresto e nei maltrattamenti inflitti a Gesù, si verificherà una volta di più, e in maniera drammatica, che gli uomini fanno ciò che vogliono con i loro simili che sono senza difesa. Che Gesù si riconosca nel bambino che è andato a prendere, non è allora motivo di stupore, poiché, così spesso, anche i bambini sono consegnati senza difesa a coloro che hanno potere su di essi.
Gesù mostra un’attenzione particolare ai bambini perché vuole che i suoi abbiano un’attenzione prioritaria per quanti mancano del necessario. Fino alla fine dei tempi, saranno i suoi rappresentati sulla terra. Quel che si farà a loro, è a lui, il Cristo, che lo si farà (Matteo 25,40). I «più piccoli dei suoi fratelli», quelli che contano poco e che si trattano come si vuole perché non hanno potere né prestigio, sono la via, il passaggio obbligato, per vivere in comunione con lui.
Se Gesù ha posto un bambino in mezzo ai suoi discepoli riuniti, è anche affinché essi accettino d’essere piccoli. Lo spiega loro nell’insegnamento che segue: «Chiunque vi darà un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa» (Marco 9,41). Andando sulle strade per annunciare il regno di Dio, anche gli apostoli saranno «consegnati nelle mani degli uomini». Non sapranno mai prima come saranno accolti. Tuttavia anche per coloro che li accoglieranno con un semplice bicchiere d’acqua fresca, senza prenderli molto seriamente, saranno portatori di una presenza di Dio.

Lettera da Taizé: 2006/2

LA CIVETTA E LA COLOMBA

http://www.abbaziamontecassino.org/abbey/index.php/briciole-spiritualita-abate-donato-montecassino/133-spiritualita-semi-briciole-montecassino-monaco-abate/466-civetta-colomba-montecassino-abate-ogliari

LA CIVETTA E LA COLOMBA

Ab. Donato Ogliari osb

Negli ultimi decenni, a causa del grave inquinamento ambientale, l’ecosistema ha subito alterazioni che hanno influito negativamente su ogni forma di vita. Questo è senz’altro uno dei motivi per cui oggi è difficile – soprattutto per chi non abita in zone rurali o adiacenti alla campagna – avvistare animali che un tempo si potevano scorgere con più facilità. Uno di essi è la civetta, un rapace notturno e solitario dal volo felpato e dal verso acuto e squillante. La sua rarefatta presenza ha senz’altro contribuito a far scemare anche la lugubre reputazione che da secoli l’accompagna. Nell’antichità, infatti, essa era considerata un uccello di malaugurio, soprattutto perché nell’immaginario collettivo era ritenuta una messaggera di morte. Il poeta latino Virgilio, ad esempio, riferisce che la fantasia popolare ritenesse che la civetta (bubo) si posasse sulle case degli agonizzanti per annunciarne l’imminente fine.
Questa cupa reputazione – alla quale si aggiunge una presunta associazione col malocchio – ha fatto sì che la civetta non riscontrasse simpatie neppure in ambito cristiano. Solo col passare del tempo, e sulla base di reminiscenze pagane che vedevano in essa il simbolo di Pallade Atena, dea della sapienza e delle scienze, la civetta riuscirà a guadagnarsi un posto di tutto rispetto anche nella simbolica cristiana. Così, ad esempio, il fatto che la civetta sia un animale notturno cominciò ad essere interpretato come simbolo della saggezza solitaria e contemplativa del credente che cerca di penetrare il mistero di Dio, oppure del credente che è chiamato ad attraversare con coraggio e fiducia le prove oscure che insidiano la sua vita, perseverando alla luce della fede e cantando la speranza anche là dove la vita sembra essere imbavagliata o soffocata da situazioni difficili e a volte crudeli ed ebbre di morte.

***

La colomba, d’altro canto, si presenta subito con una simbologia ricca e positiva. Nell’Antico Testamento essa è il simbolo della pace (fu proprio una colomba, dopo il diluvio, a portare a Noè un ramo verde di olivo: cf. Genesi 8,10–12), della bellezza (cf. Cantico dei Cantici 1,15) e della prontezza (cf. Salmo 55,7). Nei Vangeli è il simbolo della semplicità (cf. Matteo 10,16) e soprattutto dello Spirito Santo. Come non riandare col pensiero al battesimo di Gesù nel Giordano, quando lo Spirito di Dio scende sopra di lui in forma di colomba (cf. Matteo 3,16)?
A partire da questa scena evangelica, l’identificazione colomba-Spirito Santo è diventata parte integrante della simbologia cristiana, e l’utilizzo fattone nelle arti visive è stato molto ampio; basti pensare alla rappresentazione della Pentecoste, nella quale lo Spirito Santo è raffigurato come una colomba che si libra sul capo degli apostoli e di Maria Vergine riuniti nel cenacolo. Nell’iconografia cristiana, poi, ci si imbatte in santi (si pensi, ad esempio, a san Gregorio Magno) raffigurati con una colomba accanto all’orecchio, simbolo dell’ispirazione e dell’illuminazione provenienti dallo Spirito Santo. Per Origene (uno scrittore cristiano del III secolo), gli occhi dell’ « uomo illuminato » sono paragonabili a quelli della colomba, simbolo dello Spirito.
San Paolo pone a più riprese l’accento sul ruolo fondamentale che lo Spirito Santo esercita nella vita del cristiano e della Chiesa (cf. Romani 8,9.14). Essere in Cristo ed essere nello Spirito sono per l’Apostolo due affermazioni di contenuto sostanzialmente identico. È lo Spirito Santo, infatti, che ci immette nella comunione trinitaria attraverso la sequela del Cristo, volto del Padre. È lo Spirito Santo che, nell’elargire i suoi doni, edifica la Chiesa e l’arricchisce di innumerevoli doni e carismi. Ed è ancora lo Spirito Santo che contrassegna il cristiano con la vera libertà, quella che si configura come apertura a Dio e ai fratelli nell’amore (cf. Galati 5,13), quell’amore che è riversato dallo stesso Spirito nel cuore dei fedeli (cf. Romani 5,5) e che diviene la norma e la forza propulsiva dell’esistenza cristiana. Lo Spirito Santo – come afferma sant’Agostino – rappresenta per il credente «la forza dell’amore, il movimento verso l’alto che si oppone alla forza di gravità che tende verso il basso».
La civetta e la colomba, dunque. Due simboli diversi, ma che si integrano a vicenda. Mentre l’uno richiama la saggezza lungimirante e perseverante, anche nelle prove, l’altro allude alla sapienza che proviene dallo Spirito e che illumina e pacifica il cuore dell’uomo. Entrambe la civetta e la colomba sono simbolo di un percorso di vita che ogni credente e ogni uomo di buona volontà dovrebbe far suo, ma in questo periodo dell’anno penso soprattutto a chi è coinvolto nella delicata missione educativa e a tutti quei ragazzi e ragazze, giovani e giovani che si stanno formando nelle scuole di ogni ordine e grado. Senza dubbio, un po’ di « civetta » e un po’ di « colomba » aiuterebbe docenti e alunni a trasformare anche l’insegnamento e l’apprendimento nozionistico in una « scuola di vita ». Al di là dell’enfasi che spesso l’accompagna, la massima: «Non scholae, sed vitae discimus»,mantiene tutto il suo valore.

LA VOCE DEL SILENZIO

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LA VOCE DEL SILENZIO

SCRITTO DA CANEPALAB IL 18 LUGLIO 2017.

Dopo la riflessione di Padre Enzo Bianchi del Monastero di Bose, vi proproniamo un altro contributo, questa volta di fra Alberto Joan Pari, appartenente al nostro Ordine dei Frati Minori e pubblicato su terrasanta.net, la testata online della Custodia francescana di Terra Santa dedicata a storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia. Oggi il tema è la taciturnistas ovvero il silenzio come momento di cui fare esperienza.
Il silenzio ci apre alla totale disponibilità ad accogliere la Parola di Dio; ci insegna a guardare dentro noi stessi, a essere attenti agli altri. Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo [...] un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qoelet, 3, 1.7). Ho letto in un articolo che aumentano sempre più le richieste di alloggio per alcuni giorni o una settimana nei monasteri in Europa da parte di uomini e donne in carriera, oberati dal lavoro e dagli impegni e desiderosi di una sosta rigenerante fatta di bellezza e soprattutto di silenzio.
Oggigiorno risulta quasi paradossale scrivere sul silenzio e sullo stare soli con sé stessi e con Dio; nessuno vuole stare solo, né socialmente né mentalmente, abbiamo escluso il silenzio e ci consegniamo a tutti i tipi d’intrattenimento per sfuggire dalla nostra interiorità; ma quanto bene farebbe sostare un poco nel raccoglimento per fare il punto della situazione e per cercare di raggiungere il centro del proprio essere, senza temere di trovarsi con sé stessi, nella solitudine del cuore. Ho sempre apprezzato molto i momenti di silenzio durante la giornata in convento, in particolare al mattino quando tutto tace e dorme, prima di intraprendere le tante attività di ogni giorno. I padri del deserto hanno fatto del silenzio uno dei pilastri principali della loro vita eremitica ed ascetica e mi piace ricordare cosa dice san Benedetto nella sua Regola. Egli affronta l’importanza del silenzio nel sesto capitolo, benché non manchino allusioni allo stesso nel resto dell’opera.
Sull’argomento il padre dei monaci d’Occidente fa eco della tradizione monastica anteriore; il silenzio di cui parla san Benedetto, la taciturnitas, non è solo silenzio materiale, ma un’attitudine del cuore indispensabile per ascoltare la Parola di Dio e prestar attenzione al fratello. Il silenzio, poi, non è un mutismo orgoglioso e aggressivo, ma totale disponibilità ad accogliere la Parola divina e umile attenzione agli altri. Da qui il silenzio che la Regola impone può essere interrotto quando lo richieda la carità. Anche san Francesco ricordava spesso ai fratelli di trovare tempo per ritirarsi e fare esperienza di eremo e silenzio. Diciamo che nel silenzio v’è una forza di purificazione, di chiarificazione e di comprensione dell’essenziale: per questo il silenzio è fecondo.
Cosa dice la Bibbia del silenzio? Se prendiamo come nostra guida il più antico libro di preghiera, il libro dei Salmi, notiamo due principali forme di preghiera, uno è un lamento, un grido di aiuto e l’altro è di ringraziamento e lode a Dio; ma ad un livello più nascosto c’è un terzo tipo di preghiera, senza domande o esplicite espressioni di lode. Ad esempio nel Salmo 131 non c’è altro che tranquillità e fiducia: «Io sono tranquillo e sereno… spera nel Signore, ora e sempre». A volte la preghiera diventa silenziosa. Una tranquilla comunione con Dio si può trovare senza parole. «Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre». Come un bambino soddisfatto che ha smesso di piangere ed è nelle braccia della madre, così può «stare la mia anima» in presenza di Dio. La preghiera allora non ha bisogno di parole, forse neppure di pensieri.
Come è possibile raggiungere un silenzio interiore? Qualche volta siamo apparentemente in silenzio, e tuttavia abbiamo grandi discussioni dentro di noi, lotte con compagni immaginari o con noi stessi. Calmare la nostra anima richiede una speciale semplicità. «Non mi tengo occupato con cose troppo grandi o troppo meravigliose per me», come dice sempre il Salmo 131. Silenzio significa lasciare a Dio ciò che è oltre la mia portata e le mie capacità. Un momento di silenzio, anche molto breve, è come una sosta santa, un riposo sabbatico, una tregua dalle preoccupazioni. Il tumulto dei nostri pensieri può essere paragonato alla tempesta che colpisce la barca dei discepoli sul mare di Galilea, mentre Gesù stava dormendo. Come loro anche noi possiamo sentirci senza aiuto, pieni di ansietà ed incapaci di calmarci, ma Cristo è abile nel venire in nostro aiuto. Gesù rimprovera il vento e il mare e guarda caso… li fa tacere! E «ci fu una grande calma»… Egli può anche donare calma al nostro cuore quando è agitato dalla paura e dalle preoccupazioni. Un altro Salmo ci suggerisce che il silenzio è perfino una forma di lode; siamo soliti leggere all’inizio del Salmo 65: «A te si deve lode, o Dio, in Sion»; questa traduzione segue il testo greco, ma effettivamente il testo ebraico dice: «Il silenzio è lode a te, o Dio in Sion». Quando le parole ed i pensieri si fermano, Dio è lodato in un silenzio di stupore e ammirazione. Bellissimo inoltre il brano del profeta Elia (1Re 19) che, cercando Dio, pensò di doverlo trovare nel fuoco impetuoso, nel tuono e nella tempesta, ma il Signore non era in nessuno di quei potenti fenomeni naturali… quando tutto il rumore terminò, Elia udì «il mormorio di un vento leggero» e Dio gli parlò.
In questa lunga estate che ci accoglie, è necessario quindi tornare al silenzio, a quel clima interiore di silenzio che fa che risuoni nelle profondità dello spirito la misteriosa chiamata di Dio e la possibilità di andare al suo incontro. Un silenzio che evita risonanze aggressive e risentimenti, che nasce dall’umiltà e risveglia la carità verso gli altri. Perché solo l’esperienza vissuta nella nostra solitudine interiore ci consente d’incontrare Dio e noi stessi. Un silenzio, infine, dove dimora il mistero. Buona taciturnitas a tutti e buona estate!

cfr. La vode del silenzio Terrasanta.net

LA COSCIENZA NELLA BIBBIA

http://www.sermig.org/coscienza-%C3%A8/la-coscienza-nella-bibbia

LA COSCIENZA NELLA BIBBIA

di Lucio Sembrano – NP ottobre 2013

Nella Bibbia ebraica non c’è un termine specifico per indicare la coscienza. Questo può sorprendere, ma corrisponde alla resistenza generale della Bibbia a un’antropologia di tipo introspettivo e autonomo. È Dio che rivela la verità, e l’individuo è circondato, e in tal modo anche limitato, da una comunità che ha fatto alleanza con Dio e con se stessa. L’assenza di un termine specifico non nega, ovviamente, l’esperienza della coscienza, come vedremo da una breve rassegna di testi riguardanti la coscienza del re Davide.
Per sfuggire alla furia omicida del re Saul, Davide è costretto a nascondersi nel deserto. Per sopravvivere, dovrà chiedere protezione ai Filistei e mettersi al loro servizio. Subito si aggrega a lui una banda di mercenari, che lo tratta come un capo. Ma Saul non si dà per vinto, lo insegue nel deserto di Giuda e, manco a farlo apposta, entra proprio nella grotta dove si nasconde Davide con la sua banda (1Sam 24). Senza farsene accorgere, “Davide si alzò e tagliò un lembo del mantello di Saul”. Qui la Bibbia ebraica inserisce una notazione psicologica interessante sulla “coscienza” di Davide: “Dopo aver fatto questo, Davide si sentì battere il cuore (ebr. wayyak leb Dawid otô) per aver tagliato un lembo del mantello di Saul. Poi disse ai suoi uomini: Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato del Signore” (1Sam 24,6-7). Davide, istintivamente, ha tagliato un pezzo del vestito del re, che gli servirà nel confronto successivo con lui a dimostrare la sua innocenza e il suo rispetto per l’unto del Signore. Non oserebbe mai attentare alla persona del re – e dovrà distogliere dal farlo la sua banda, che riterrebbe giustificato un tale gesto, poiché anzi è il re a voler uccidere lui – eppure il cuore gli batte forte (ebr. nakah – colpire) per quello che ha appena osato fare, e forse perché sa che, come ha preso un pezzo di stoffa dal mantello di Saul, con la stessa facilità, avrebbe potuto sbarazzarsi del suo avversario, impreparato a difendersi in una circostanza così imbarazzante. Questo solo pensiero basta a farlo tremare!
Nabal, un pastore benestante di Carmel, in occasione della tosatura del gregge si rifiuta di offrire spontaneamente un tributo a Davide che non è ancora re, ma vive come un capo-tribù nel deserto. Sua moglie Abigail, intuendo che Davide potrebbe reagire in modo violento, gli va incontro con doni, per placare la sua ira e prevenirne eventuali intenzioni omicide. Abigail gli dice: “Certo, quando il Signore ti avrà concesso tutto il bene che ha detto a tuo riguardo e ti avrà costituito capo d’Israele, non sia d’inciampo (ebr. lepûqah) o di rimorso (ebr. mikshôl leb ) al mio signore l’aver versato invano il sangue e l’essersi il mio signore fatto giustizia da se stesso. Il Signore farà prosperare il mio signore, ma tu vorrai ricordarti della tua schiava” (1Sam 25,30-31). Poi Nabal morirà d’infarto e Davide prenderà in sposa la vedova. La versione della Bibbia CEI 2008 traduce con inciampo e rimorso i termini ebraici pûqah e mikhsôl leb, che letteralmente significano rispettivamente tremolio e inciampo del cuore (1Sam 25,31).
Il terzo esempio è molto celebre. Riguarda il duplice peccato di Davide che, invaghitosi di Betsabea, moglie di un suo guerriero, Uria l’hittita, assente perché combatteva contro gli Ammoniti, non ha esitato a commettere adulterio con lei; e quando questa le ha fatto sapere di essere incinta, non ha trovato modo migliore per nascondere lo scandalo, che quello di far piazzare Uria in prima linea, dove la lotta era più accesa, e farlo perire in un attacco per mano dei nemici. Per giunta, dopo la morte di Uria, Davide prende in moglie Betsabea. È interessante notare che, in questo caso, la Bibbia non fa cenno ad alcuna reazione emotiva del re, che forse si era auto-giustificato con la ragion di stato (non troviamo il termine ebraico leb). È solo mediante l’intervento del profeta Natan, che matura in lui la consapevolezza del peccato. Natan gli racconta la parabola di un uomo ricco, che uccide l’unica pecorella del suo vicino povero per servirla in tavola a un suo ospite. Gliela racconta come se fosse un caso che esige giustizia, e quando Davide s’infuria, il profeta proferisce le parole: “Quell’uomo sei proprio tu!”. Solo allora Davide capisce, si pente e viene immediatamente perdonato: “Davide disse a Natan: Ho peccato contro il Signore! Natan rispose a Davide: Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai. Tuttavia, poiché con quest’azione tu hai insultato il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire”. (2Sam 12,13-14).
Come si è visto da questa breve analisi di testi, l’antropologia dell’Antico Testamento conosce un centro di autocoscienza umana, che consente all’uomo di prendere decisioni conformi ai comandamenti di Dio, indicandolo con il termine ebraico leb. A tale nozione corrisponde abbastanza bene quella greca di syneidesis (da syn – con e oida – sapere). Quando si parla di coscienza sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, si possono perciò intendere almeno tre diversi concetti, già racchiusi nel termine ebraico leb, e poi sviluppatisi nel greco syneidesis, anche mediante gli impulsi del pensiero greco-romano:
1 – l’autocoscienza, o conoscenza privata, nel senso di ciò che uno sa di se stesso (in greco, syn-eidos);
2 – una nozione più articolata, che si riferisce al dolore provato da una persona nel riconoscere di aver compiuto qualcosa di male;
3- il senso più recente e di uso comune di coscienza, come un agente autonomo, in cui risiedono le convinzioni morali, e che presiede alle azioni in conformità con la volontà di Dio.
Possiamo parlare di un’evoluzione psicologica della coscienza ebraica, di un affinamento dei suoi pensieri a partire dal tempo di Mosè. Anche se non tutti gli uomini – o gli stessi uomini non sempre, come nel caso di Davide – ne hanno una percezione ugualmente chiara, si tratta di qualche cosa di abbastanza elementare e di costante nella natura umana, sia per gli antichi ebrei che per i greci. Comandamenti come “Non uccidere”, e “Non commettere adulterio” sono stati tramandati di generazione in generazione in virtù dell’alleanza del Sinai (Es 19-20). Quando la coscienza morale d’Israele si offusca, ecco sorgere quasi spontaneamente un profeta (Natan, Amos, Osea, Isaia, Geremia, Ezechiele…) a ridestarla, e a tenere vivo presso il re e presso il popolo quel senso di vigilanza sulle intenzioni, o quella diffidenza verso la cupidigia espressa nel Non desiderare… del X comandamento.
Prevenire l’invidia, “passione triste che nasce dallo sguardo e rende l’occhio cattivo” (cf. Pr 14,30; Nm 15,39; Sir 14,8-10; 31,13) è una misura di salvaguardia per la vita della comunità. L’uomo non è un individuo isolato. La cupidigia, che nasce dal contatto col mondo esterno, si alimenta in ciascuno con quella degli altri. Per la sua debolezza davanti agli influssi ambientali e alle pressioni esercitate su di lui, l’uomo giunge ad avere desideri che diventano collettivi (in questo senso si può parlare di una cultura edonistica) e si contamina per contagio. I rimpianti degli ebrei che bramano il benessere lasciato in Egitto crescono nel singolo perché sono collettivi. Ciascuno ci mette la sua parte di lamento. Per secoli i discendenti degli ebrei entrati nella terra promessa, si volgono con invidia verso gli idoli (ebr. baalîm) cananei, per una specie di epidemia. Svelando che è in qualche modo la legge stessa a creare l’oggetto del desiderio proibito, l’apostolo Paolo ci aiuta, dal canto suo, a progredire sulla via della salvezza. “Avrei ignorato la cupidigia, se la legge non mi avesse detto: non desiderare” (Rm 7,7). La legge provoca una conoscenza, una presa di coscienza. L’ostacolo dà la misura delle forze, informa con esattezza sul limite umano, mette ciascuno in faccia alla propria verità. “Se Dio non esistesse, tutto sarebbe permesso” (Dostoevskij, I fratelli Karamazov).

LEGGERI COME FALCHI, PER VIVERE MEGLIO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano10/rit_corona1.htm

LEGGERI COME FALCHI, PER VIVERE MEGLIO

Dalla montagna alla vita, con Mauro Corona, alpinista e scrittore…

MAURO CORONA, Alpinista e Scrittore

(« Il Sole 24 Ore », 1/9/’10)

Nella mia vita ho avuto spesso a che fare con il vuoto, con le arrampicate, e lì è un bel guaio non essere « leggeri »! In montagna la « leggerezza » è farsi sostenere dalle correnti, come i falchi e le poiane, senza battere le ali, senza sprecare forze. Nella vita è lo stesso: quando si è leggeri, ogni corrente, ogni minima soddisfazione ci sosterrà in aria, ci terrà allegri.
Per raggiungere una leggerezza nei comportamenti e nell’umore, occorre ottenerla anche fisicamente. Bisogna essere ascetici. Non prendersi troppo sul serio, essere leggeri nelle esigenze personali: non prendersela troppo quando qualcuno sbaglia una parola nei nostri confronti. Ricordando sempre che leggerezza nel comportamento non significa prendere la vita poco seriamente, o vivere con la testa tra le nuvole. Significa donarci, donare agli altri. Significa scrollarci di dosso la pesantezza, la serietà ed essere generosi, tolleranti, saper ridere e tentare di perdonare. Attribuire la pesantezza alla società moderna è un pretesto, mentre ogni individuo dovrebbe essere leggero nelle proprie vanità, nel proprio orgoglio, nelle proprie pretese. Per dire: facciamo un libro, crediamo che sia un capolavoro e vorremmo un premio. Invece bisognerebbe saper dire: «Ho fatto una cosa: se va, bene, altrimenti pazienza!». Essere leggeri non significa essere sciocchi, ma lasciar correre l’acqua sopra di sé, come le pietre nel torrente, senza opporsi, brontolare e « mugugnare » sempre. In amore essere leggeri significa evitare controllo, gelosie, egocentrismo e possesso. L’amore è donazione, è silenzio. E il silenzio è leggerezza!
Leggerezza è saper accettare anche la sfortuna, senza precipitare nel « tragicismo ». Ma questo dipende dall’educazione che si riceve: un bambino che cresce in una famiglia dove ogni problema diventa una tragedia, e dove si pretende sempre di più di ciò che si ha o si raggiunge, è inevitabile che presto vorrà andarsene o diventerà un adulto pesante, « greve ». Quindi la leggerezza va insegnata sin da piccoli, anzi: dovrebbe essere insegnata nelle scuole! Ma anche da adulti si può imparare: basterebbe fermarsi e ragionare un po’! Dialogare con il prossimo, non ritenersi indispensabili o migliori degli altri. Leggerezza è vivere, agire, tentare. Leggerezza è fatica: sembra un paradosso, ma dopo un’arrampicata, dopo una corsa, perdendo qualche chilo, viene voglia di essere più allegri, viene appetito, si dorme meglio.
Leggerezza è sobrietà negli oggetti di cui ci circondiamo, anche nelle nostre case, che invece sono piene di orpelli, di marchingegni a motore… E noi stessi diventiamo oggetti, in funzione degli oggetti che dobbiamo controllare, guidare, riparare.
Leggerezza è generosità, tolleranza, disincanto. È sapersi trattenere dal suonare il « clacson », quando l’auto davanti a noi resta ferma qualche secondo, dopo che è scattato il verde. Non assecondare e cadere nella trappola della pesantezza. Fare qualcosa per gli altri, ma senza aspettarci gratitudine o riconoscenza, perché questi sono sentimenti che si sciolgono come neve al sole. E infine, saper riconoscere le cose belle che abbiamo a portata di mano. Per esempio: le montagne, qui a Erto, sono bellissime! Ma molti personaggi della politica e dello spettacolo preferiscono andare a Cortina, o Courmayeur. Sono vittime della pesantezza della visibilità e dei luoghi comuni che fanno tendenza.
Impariamo ad essere leggeri: è fondamentale, per vivere meglio! 

E CRESCENDO IMPARI CHE LA FELICITÀ NON È QUELLA DELLE GRANDI COSE.

http://www.qumran2.net/ritagli/index.php?ritaglio=8180

FABIO VOLO, IL VOLO DEL MATTINO

E CRESCENDO IMPARI CHE LA FELICITÀ NON È QUELLA DELLE GRANDI COSE.

Non è quella che si insegue a vent’anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi…
la felicità non è quella che affanosamente si insegue credendo che l’amore sia tutto o niente,…
non è quella delle emozioni forti che fanno il « botto » e che esplodono fuori con tuoni spettacolari…
la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.
Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose…
…e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.
E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall’inverno, e che sederti a leggere all’ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.
E impari che l’amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.
E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami..
E impari che c’è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c’è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.
E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c’è nel cuore un piccolo-grande
Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.

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