Archive pour septembre, 2019

Lazzaro e il ricco

diaio e ciottoli

Publié dans:immagini sacre |on 27 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (29/09/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46757

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (29/09/2019)

Una sicurezza senza nome e una povertà che riceve il nome da Dioa
don Mario Simula

Non si può vivere come se Dio non ci fosse. L’uomo che crede di aver trovato la propria libertà e il proprio successo personale in questa illusione, si apre alla più cocente delle delusioni. Costruisce una vita, magari piena di baldoria, ma sicuramente priva di gioia. Dio è in noi la fonte della consolazione. La percezione della sua presenza è fonte di salvezza. Ogni altra fuga nella soddisfazione provvisoria non è altro che l’anticipazione di una delusione che porta inevitabilmente alla disperazione di una vita senza significato.
Quando Gesù ci racconta la storia di un uomo ricco vestito con ogni abito di marca e tuffato solamente nei lauti banchetti. E’ l’anticipazione dell’immagine dell’uomo che si dimentica di Dio e pensa soltanto alla propria vita dissoluta. E’ talmente ripiegato sul godimento di un’esistenza vuota e senza senso, da non accorgersi, lui uomo senza nome, del povero Lazzaro che sta alla sua porta ricoperto di piaghe, bramoso soltanto di sfamarsi di qualche briciola che possa cadere dalla tavola stracolma di ogni cibo prelibato. Il ricco ripiegato esclusivamente sulla condizione penosa, anche se apparentemente godereccia, della sua vita senza significato, non si accorge del povero Lazzaro. Soltanto i cani leccano le sue ferite. Ci verrebbe da dire: “E’ sempre così la storia dell’uomo: chi è ricco è sempre più ricco, chi è povero è sempre più povero”.
I conti di Dio sono altri.
Quando il povero muore entra trionfalmente nel Regno di Dio accanto ad Abramo. Quando il ricco muore è sprofondato nel baratro dei tormenti di un cuore egoista, chiuso, gretto, senza misericordia, senza occhi di benevolenza. Da quel mondo oscuro, e privo di ogni relazione amorosa, il ricco implora Abramo perché Lazzaro venga ad attenuare il suo terribile tormento. Ormai, per l’uomo disumano, non c’è altro che il ricordo amaro di beni consumati con ingordigia. Per Lazzaro esiste soltanto la consolazione e l’abbraccio di Dio. Non vale nemmeno che quell’innominato domandi segni che possano mettere sulla buona strada i fratelli. L’invito di Abramo è tassativo: “Hanno il Libro di Dio ascoltino quello”. Ogni altro segnale sarebbe disatteso. Chi non è docile alla parola di Dio non capisce nemmeno i segni dell’amore di Dio.
La domanda che si affaccia prepotente alla nostra mente e al nostro cuore è una sola: “Dio ha trovato posto nella nostra vita? Il posto che merita? Ha potuto fare irruzione nel vivo delle nostre scelte in modo da orientarle verso l’amore?”. Forse noi abbiamo frequentemente Dio sulle labbra, nei nostri riti; non lo abbiamo vivo, amato, accolto, desiderato nella nostra esistenza. La tentazione della mondanità bussa alla nostra porta e cerca di divorarci. La vigilanza continua, il continuo riscoprire Dio in noi, il rinnovamento della scelta fondamentale di Lui, Padre amoroso, ci permettono di andare oltre il banale godimento di una vita che non è totalmente pervasa dalla sua presenza. Solo Dio è la nostra gioia. Solo Dio è la nostra pace. Solo Dio è l’amore che ci fa diventare misericordiosi, attenti, solidali, donati.
Come Timoteo, dovremmo metterci alla scuola di Paolo che ci chiede di evitare tutte le scelte senza significato per tendere: “alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza”.
Io sono il povero Lazzaro, guardato con amore da Dio se combatto la buona battaglia della fede puntando alla vita eterna alla quale sono chiamato. Io sono il povero Lazzaro guardato da Dio perché si fida di Dio. Io sono il povero Lazzaro che nella sua condizione di rifiutato dalla vita, vive irreprensibile il desiderio dell’incontro col Signore e sperimenta l’immortalità di una luce inaccessibile. Io sono il povero Lazzaro che può contemplare Dio perché colui che doveva guardarlo nella sua povertà ha avuto occhio soltanto al suo piatto e alla sua corruzione.
Dio soltanto è nostra roccia, nostra forza, nostro sicuro rifugio, nostra incrollabile certezza, a lui affidiamo la nostra vita anche se provata. Ce la restituirà ogni giorno con il centuplo della sua ineffabile gioia.

Gesù, nei ripostigli oscuri del mio cuore si nasconde una nostalgia, non sempre camuffata a regola d’arte, del banchetto che sazia il corpo e spoglia l’anima.
Gesù, sento, con mia grande delusione, che in me si nasconde il desiderio di una vita tranquilla, comoda, egocentrica, ripiegata su me stesso, stordita dalle distrazioni quotidiane.
Gesù, non riesco a vedere la stoltezza di questa condizione. Mi piace. Sembra la più soddisfacente. In realtà è la più amara.

Quante sere, Gesù, mettendomi finalmente davanti a te con cuore sincero e umile, mi trovo a mani vuote anche se ho vissuto una giornata senza tregua. Faccio difficoltà a comprendere che solo tu sei la pace del mio cuore, la delizia del mio cuore, l’amore del mio cuore, l’alimento del mio cuore.
Gesù, non so quando riuscirò ad accorgermi di ogni Lazzaro che aspetta le briciole del mio amore, della consolazione, delle parole buone, dell’abbraccio sincero che non mi crei nausea.
Gesù, ti sarai accorto come mi viene istintivo girare la faccia dall’altra parte quando l’uomo di tutti i giorni, disatteso e disperato, cerca di rubarmi un piccolo sguardo di compassione.
Gesù, non mi accorgo che per questa strada scivolo verso il buio totale. Quel buio che luci artificiali non possono rendere luminoso. La chiusura è chiusura sempre.
Gesù, spalanca le porte del mio cuore anche se fanno resistenza, anche se le ho chiuse col catenaccio.
Gesù, credo di dover osare di più mentre ti prego. Tu mi domandi di osare una richiesta che mi ripugna. E’ questa: che io sperimenti l’umiliazione, la fame, lo scarto, l’abbandono, l’indifferenza che appartengono al povero Lazzaro.
Gesù, soltanto da quella profondità vertiginosa, riuscirò ad intravedere il tuo volto fino a contemplarlo da vicino, fino a baciarlo, fino a goderlo per sempre.
Don Mario Simula

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 27 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

L’Amministratore disonesto

pens e diario - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 20 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (22/09/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46689

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (22/09/2019)

Il nostro Amen
don Luciano Cantini

Che cosa sento dire di te?
La parabola che Gesù racconta ci dà una immagine del tempo in cui era abbastanza frequente il latifondo affidato a fattori e amministratori la cui ricompensa era spesso determinata da una percentuale dei prodotti.
L’amministratore della parabola è accusato di sperperare, ha perso il controllo dei beni affidati; non si parla di furti o di frodi piuttosto sembra uno che si è lasciato prendere dall’abitudine della gestione, senza la dovuta attenzione mentre le cose sono andate per la tangente. Vista così sembra di assistere ad una delle tante realtà di oggi in cui gli eventi lasciati a sé stessi sembrano aver avuto il sopravvento – pensiamo alla pesantezza del sistema burocratico, alle tante manutenzioni mancate, all’aggiornamento tecnologico venuto meno, alle tante negligenze…; porre rimedio a tale abbandono è difficile e faticoso.
Luca, nel suo vangelo, affronta più volte il tema della ricchezza e della povertà, della relazione col denaro; come noi, è cosciente che l’esperienza umana gira intorno al possesso e ai soldi con cui abbiamo a che fare tutti i giorni e di cui non possiamo fare a meno.
Rendi conto
Arriva il momento in cui, più o meno all’improvviso, è necessario rendere conto; ciò che prima passava inosservato diventa evidente, quello che era sottovalutato riacquista il suo significato, riemerge quanto era stato nascosto. Un terremoto, un’alluvione, un crollo di un ponte fanno scoprire dei lavori malfatti, degli abusi, delle situazioni precarie, delle truffe, quanto la pesantezza delle abitudini: si è sempre fatto così e tutto sembrava funzionasse, senza problemi.
L’amministratore della parabola sembra scoprire all’improvviso che l’azienda non era come sembrava, insieme prende coscienza di se stesso, vede davanti a sé strade chiuse e corre ai ripari; attinge dove può attingere, è plausibile pensare che abbia condonato parte dei debiti rimettendo parte del suo appannaggio, per mantenere aperto qualche portone. Il padrone loda il dipendente perché aveva agito con scaltrezza: con un rapido cambiamento dà una svolta alla sua vita nella direzione di una giustizia diversa, il dare e l’avere assumono significati differenti. Ritroviamo lo stesso cambiamento nell’incontro con Zaccheo (cfr. Lc 19).
Chi vi affiderà quella vera?
Quando parliamo di ricchezza abbiamo in testa la sicurezza, una tranquillità per il futuro, invece nel vangelo è sinonimo di pericolo, indica una minaccia sempre incombente. È interessante che l’evangelista abbia utilizzato la parola aramaica mamon’, riportando l’eco della Parola che Gesù stesso ha proclamato con autorità. Alla ricchezza sono attribuiti aggettivi tra loro contrapposti: “disonesta / quella vera”, “cose di poco conto / cose importanti”, “altrui / vostra”; sono in contrapposizione la considerazione e la relazione che si ha con i propri averi. Gesù non condanna l’uso della ricchezza, piuttosto chiede di usarne nella prospettiva delle « dimore eterne »; è la « giustizia » della ricchezza, l’orientamento verso Dio e il suo Regno. È richiesta la fedeltà alla ricchezza altrui, quella che abbiamo tra le mani e che ci è stata già affidata perché quella nostra arriverà in futuro. Di fatto quello che riteniamo nostro, dalla terra alla casa, dalla finanza alla produzione, tutto quello che crediamo di possedere perché acquistato, faticosamente messo da parte o ereditato dalla famiglia, le cose importanti è roba di poco conto; per quanto si ricerchi l’onestà delle cose in nome della legge degli uomini la ricchezza è sempre disonesta, quella vera ci sarà data poi.
Non possiamo tenere il piede in due staffe, essere strabici nelle prospettive, invece andiamo avanti quasi per inerzia, sicuramente per abitudine sia nelle cose degli uomini che in quelle di Dio tenendole accuratamente separate. Difficilmente pensiamo che si serve Dio nella giustizia sociale, nella vita di relazione, nel praticare la giustizia (Pr 21,3; Ap 22,11), invece ci rifugiamo nelle devozioni, nell’attenzione alle regole e poco più.
Dobbiamo svegliarci dal torpore dell’abitudine, liberare scelte audaci, praticare la giustizia nel senso pieno della parola e servire Dio solo.

 

Publié dans:OMELIE |on 20 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

Annunciazione

diario

Publié dans:immagini sacre |on 19 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – MEDITAZIONE MATTUTINA 16.5.14 – Tre porte

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20140516_tre-porte.html

PAPA FRANCESCO – MEDITAZIONE MATTUTINA 16.5.14 – Tre porte

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Tre porte

Venerdì, 16 maggio 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.111, Sab. 17/05/2014)

Pregare, celebrare, imitare Gesù: sono le tre “porte” — da aprire per trovare «la via, per andare alla verità e alla vita» — che Papa Francesco ha indicato stamane, venerdì 16 maggio, durante la messa nella cappella della casa Santa Marta. Secondo il Pontefice, infatti, Gesù non si lascia studiare a tavolino e chi prova a farlo rischia di scivolare nell’eresia. Al contrario occorre chiedersi continuamente come vanno nella nostra vita la preghiera, la celebrazione e l’imitazione di Cristo. «Pensiamo a queste tre porte e ci faranno bene a tutti» ha detto, suggerendo di iniziare con la lettura del libro del Vangelo, che troppo spesso rimane «pieno di polvere, perché mai si apre. Prendilo, aprilo — ha esortato — e troverai Gesù».
Dopo aver ricordato che la riflessione precedente era stata incentrata sul fatto che «la vita cristiana è sempre andare nella strada e non andare da soli», sempre «nella Chiesa, nel popolo di Dio», il vescovo di Roma ha fatto notare come nelle letture liturgiche del giorno — tratte dagli Atti degli apostoli (13, 26-33) e dal vangelo di Giovanni (14 1, 6) — sia lo stesso Gesù a dirci «che lui è la strada: Io sono la via, la verità e la vita. Tutto. Io ti do la vita, io mi manifesto come verità e se tu vieni con me, sono la via». Ecco allora che per conoscere colui che si presenta «come via, verità e vita» occorre mettersi in «cammino». Anzi, secondo Papa Francesco «la conoscenza di Gesù è il lavoro più importante della nostra vita». Anche perché conoscendo lui si arriva a conoscere il Padre.
Ma, si è domandato il Pontefice, «come possiamo conoscere Gesù?». Con quanti rispondono che «si deve studiare tanto» il vescovo di Roma si è detto d’accordo e ha invitato a «studiare il catechismo: un bel libro, il Catechismo della Chiesa cattolica, dobbiamo studiarlo». Ma, ha subito aggiunto, non ci si può limitare a «credere che conosceremo Gesù solo con lo studio». Qualcuno, infatti, ha «questa fantasia che le idee, solo le idee, ci porteranno alla conoscenza di Gesù». Anche «tra i primi cristiani» alcuni la pensavano in questo modo «e alla fine sono finiti un po’ ingarbugliati nei loro pensieri». Perché «le idee sole non danno vita» e, dunque, chi va per questa strada «finisce in un labirinto» da cui «non esce più». Proprio per tale motivo, sin dagli inizi, nella Chiesa «ci sono le eresie», le quali sono questo «cercare di capire soltanto con le nostre menti chi è Gesù». In proposito il Papa ha ricordato le parole di «un grande scrittore inglese», Gilbert Keith Chesterton, che definiva l’eresia un’idea diventata pazza. In effetti, ha detto il Papa, «è così: quando le idee sono sole, diventano pazze».
Da qui l’indicazione delle tre porte da aprire per «conoscere Gesù». Soffermandosi sulla prima — pregare — il Pontefice ha ribadito che «lo studio senza preghiera non serve. I grandi teologi fanno teologia in ginocchio». Se infatti «con lo studio ci avviciniamo un po’, senza preghiera mai conosceremo Gesù».
Quanto alla seconda — celebrare — il vescovo di Roma ha affermato che anche la preghiera da sola «non basta; è necessaria la gioia della celebrazione: celebrare Gesù nei suoi sacramenti, perché lì ci dà la vita, ci dà la forza, ci dà il pasto, ci dà il conforto, ci dà l’alleanza, ci dà la missione. Senza la celebrazione dei sacramenti non arriviamo a conoscere Gesù. E questo è proprio della Chiesa».
Infine, per aprire la terza porta, quella dell’imitatio Christi, la consegna è di prendere il vangelo per scoprirvi «cosa ha fatto lui, com’era la sua vita, cosa ci ha detto, cosa ci ha insegnato», in modo da «cercare di imitarlo». In conclusione il Papa ha spiegato che attraversare queste tre porte significa «entrare nel mistero di Gesù». Infatti noi «possiamo conoscerlo soltanto se siamo capaci di entrare nel suo mistero». E non bisogna avere paura di farlo.
Al termine dell’omelia Papa Francesco ha quindi invitato a pensare «durante la giornata, come va la porta della preghiera nella mia vita: ma — ha precisato — la preghiera del cuore» quella vera.

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO - OMELIE QUOTIDIANE |on 19 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

Lc 14,25-33

diario pens  (2)

Publié dans:immagini sacre |on 5 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/09/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46547

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/09/2019)

Seguire con fede
padre Gian Franco Scarpitta

Quella di cui si parla oggi è solo una delle tante circostanze in cui si stringe tantissima folla attorno a Gesù, con un numero imprecisato di persone che vogliono mettersi al suo seguito, mosse da entusiasmo, concitazione e senso di ammirazione nei suoi confronti. Gesù però probabilmente riscontra che il loro atteggiamento non è dissimile da quello tipico dei bambini tipicamente attratti dal fascino delle novità, che vogliono partecipare, toccare con mano, essere coinvolti senza sapere essi stessi il perché. Una sequela insomma velleitaria, dettata più dall’impulso che dalla consapevolezza responsabile. Ecco perché Gesù non si gonfia e non resta vittima di autocompiacimento e di vanagloria blanda e immotivata; provvede piuttosto a mettere al corrente quanti vorrebbero mettersi al suo seguito a tutti i costi. Gli evangelisti ci raccontano che in un’altra occasione, quando uno scriba gli rivela il suo proposito di seguirlo dovunque lui vada, Gesù risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo il loro nodo, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo.”(Mt 8, 20) e così replicando insegna che chiunque si disponga a un programma di sequela del Cristo è destinato a compromettere la propria vita sotto tutti gli aspetti, anche quello geografico. Chi segue Gesù deve escludere una terra tutta sua, ma fare del vasto mondo la propria parrocchia (Congar).
Ora il discorso di Gesù si fa ancora più allusivo: porsi alla sua sequela comporta la rinuncia a qualsiasi sicurezza personale, il sacrificio e altre simili condizioni che non si possono concepire al di fuori della radicalità e della determinazione proprie della fede. Si chiede infatti di anteporre Cristo perfino ai propri affetti e alle personali preferenze, anche quando queste siano legittime e fondate, di non lasciarsi coinvolgere da seduzioni o vincoli anche fra i meno insignificanti e soprattutto di essere disposti ad abbracciare la croce, ossia l’assillo quotidiano della sofferenza e del martirio.
Chi vuol essere discepolo di Gesù non può misconoscere la croce, ma abbracciarla e valutarla come opportunità e non come ostacolo o impedimento. E la croce è una costante esistenziale necessaria per conseguire qualsiasi obiettivo e intanto per definirsi ed essere veramente suoi discepoli.
NEll’ordine della sequela si parla certamente di fiducia e di apertura incondizionata e chi vuole essere discepolo di Cristo non può non dare tutto se stesso a lui incondizionatamente; ciò tuttavia non giustifica l’irrazionalità e l’istintività entusiastica alla stregua di un fan o di un sostenitore accanito costi quel che costi. Si tratta di sequela certo fiduciosa, ma critica e consapevole nonché partecipe e responsabile.
Di riflesso, la sequela comporta lo sprezzamento delle vanità mondane e delle sicurezze con cui solitamente ci si vuole circondare, la fuga dagli agi, dai vizi e dalle comodità, per avere l’unica certezza nel Cristo medesimo. E tutto questo come sarebbe possibile se non nell’ottica della libera accoglienza incondizionata che è la fede?
In questa prospettiva è possibile anche interpretare le famose parole di Gesù che nella versione più remota delle traduzioni di Luca assumono molta più crudezza e drammaticità: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli…”
In realtà si vuol dire che nessun valore va collocato al di sopra di Gesù, per quanto importante e apprezzabile possa essere e nessun affetto sebbene profondamente umano ed encomiabile può essere considerato più prezioso dello stesso Signore al cui seguito vogliamo collocarci. Affetti familiari e beni di per sé ineccepibili e apprezzabili non possono avere posizione di primato rispetto a Gesù. In altre parole nulla va odiato né detestato, ma rispetto a Gesù tutto passa in secondo ordine.
Ma cosa rende possibile questo intendimento e questa condotta se non il fermo fondamento e la radicalità incrollabile della fede, unica risorsa che sia in grado di darci le ragioni della scelta preferenziale di Cristo rispetto a tutto il resto?
Scrive Karl Rahner: “La rinuncia al mondo è un gesto reso possibile solo dalla fede nel fatto che Dio in Gesù dona se stesso per grazia al mondo e che questa grazia non può venire strappata né attraverso l’uso e l’impiego del mondo, né attraverso la fuga presi come tali e da soli. Il mondo, come valore positivo, lo può lasciare solo colui che ha con esso un rapporto positivo.”
Proprio la fede nel Verbo Incarnato ci conduce a considerare ogni cosa come “spazzatura al fine di guadagnare solo Cristo”(Fil 3, 8) e questi come bene supremo ultimo.
Sono nella fede infatti è possibile concepire che l’oggetto della nostra sequela non è il leader politico o carismatico del momento, non il sobillatore o l’agitatore sociale che coinvolge le masse o il fautore di una cultura ideologica transitoria e destinata a non perdurare, ma il Figlio di Dio che si è fatto uomo, vale a Dire Dio stesso che ha voluto percorrere i nostri stessi sentieri essendo simile a noi in tutto e per questo si spiegano i succitati requisiti di sequela. La fede ci fa concepire possibile ciò che comunemente consideriamo illogico, razionale e giustificabile ciò che altri reputano assurdo. Nell’ottica di questa fede si può percorrere la strada dietro a Gesù, senza travisarne la figura e il messaggio.
L’apertura della fede ci dischiude alla prudenza e alla cautela perché non ci incamminiamo in un sentiero troppo arduo, che potrebbe in un secondo momento comportare fuga e arrendevolezza e per questo Gesù si intrattiene su alcuni assunti parabolici: come nessuno si metterebbe a costruire una torre senza prima calcolare la spesa necessaria per non incappare poi in debiti o pendenze irrisolvibili, così anche chi voglia mettersi alla sequela del Cristo non può non soffermarsi a lungo a verificare se l’impresa sia alla sua portata. Se cioè riuscirà a portare a termine tale progetto fino in fondo. Se riuscirà a persistere in tale proposito di sequela o si rivelerà vile nei cedimenti dandosi alla resa. Nessuno parimenti sostiene una battaglia quando si accorge che le sue armi sono insufficienti e sproporzionate per non dover poi capitolare rovinosamente fra le canzonature del nemico; tale e allo stesso modo la prudenza e la circospezione di chi vuole seguire Gesù.
In parole povere la scelta è sempre in ordine vocazionale, poiché è lo stesso Cristo che chiama e che attrezza a seguirlo e in assenza degli strumenti che egli stesso fornisce è impossibile intraprendere il cammino dietro a lui. Non una scelta entusiastica e passionale, ma una vocazione da noi individuata, ponderata come tale e realizzata senza ritrosie e rimpianti.
Una scelta di conseguenza sapiente e illuminata, quale la descrive il testo di cui alla Prima Lettura di oggi, che scaturisce dal dono gratuito con cui Dio sa orientarci vincendo l’incertezza e la debolezza dei nostri ragionamenti e delle nostre conclusioni. Perché è proprio di Dio collocare ciascuno nella sequela appropriata del suo Figlio.

 

Publié dans:OMELIE |on 5 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

San Pietro Apostolo

diario

Publié dans:immagini sacre |on 3 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 28 febbraio 2019 – Cinque minuti di saggezza

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2019/documents/papa-francesco-cotidie_20190228_santamarta.html

PAPA FRANCESCO – 28 febbraio 2019 – Cinque minuti di saggezza

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 28 febbraio 2019

Nel vortice di una vita in cui l’uomo tende a confidare «nel potere», «nella salute», «nelle ricchezze», egli va avanti, «temerario», pensando di poter fare quello che vuole. E perde consapevolezza della «relatività della vita». Occorre invece — ha suggerito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 28 febbraio — avere la saggezza di fermarsi, ogni giorno, anche solo 5 minuti, per fare un esame di coscienza che ricostruisca una corretta gerarchia di valori e permetta di ripartire più «sovrani di se stessi».
La riflessione del Pontefice ha preso le mosse dalla lettura del Vangelo del giorno (Marco, 9, 41-50) nel quale si incontra Gesù che offre un «insieme di consigli». Di questi, ha sottolineato Francesco, «l’ultimo è un bel consiglio: “Abbiate sale in voi stessi, siate in pace gli uni con gli altri”». Con l’espressione “Abbiate sale”, ha spiegato il Papa, «il Signore vuole dire: abbiate saggezza, che la vostra vita sia saggia». Un invito necessario, perché «la saggezza non è scontata», non è garantita, ad esempio, dal fatto di essere «andato all’università». No, «la saggezza è una cosa di tutti i giorni», che viene dal riflettere sulla vita e dal trarre «le conseguenze dell’esperienza della vita».
È un aspetto, questo, su cui si sofferma anche la prima lettura (Siracide 5, 1-10). Il brano esordisce proprio con l’espressione: «Non confidare…». In cosa? si è chiesto il Pontefice: «Nel tuo potere, nella tua salute, nelle tue ricchezze, nelle cose che hai… Questo è molto buono ma non fidarti di questo perché queste cose sole non ti porteranno al successo». Recita la Scrittura: «Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: “Basto a me stesso”». È come leggere, ha notato il Papa, «un consiglio di un padre al figlio, di un nonno al nipote», si tratta di «un consiglio saggio», e cioè: «Fermati ogni giorno un po’ e pensa a come hai vissuto quella giornata. Non seguire il tuo istinto, la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore».
Di fatto, ha detto il Pontefice approfondendo il concetto, «tutti abbiamo passioni. Ma stai attento, domina le passioni. Prendile in mano, le passioni non sono cose cattive, sono, diciamo così, il “sangue” per portare avanti tante cose buone ma se tu non sei capace di dominare le tue passioni, saranno loro a dominarti».
Ecco allora l’appello accorato: «Fermati, fermati». Non bisogna lasciarsi vincere dalla superbia: «Non dire: “Chi mi dominerà? Chi riuscirà a sottomettermi per quello che ho fatto?”» perché, ha aggiunto, «Mai si sa che cosa succede nella vita».
Soffermandosi a riflettere sulla «relatività della vita», il Papa ha ricordato, parafrasandoli, i versetti di un salmo che lo «colpisce tanto» (37, 35-36): «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato a passare e non c’era più». E ha suggerito: «Pensiamo ai nostri nonni. Forse pochi di noi ancora hanno dei nonni, ma loro vivevano la vita concreta di tutti i giorni, e oggi non ci sono più». E ancora: «I nostri nipotini diranno: “Ah, i nostri nonni”, noi. E non ci saremo più…». Aggiungendo un consiglio a ogni uomo: «Fermati, pensa, non sei eterno», è questa «la saggezza della vita».
L’uomo non deve farsi vincere dalla tentazione di dire: «Ma si può fare un po’ di tutto perché ho peccato… e che cosa mi è successo?», non deve essere «così temerario, così azzardato da credere» che comunque se la caverà: «Non si può contare sul fatto che “Ah, me la sono cavata fino a adesso, me la caverò…”. No. Te la sei cavata, sì, ma adesso non sai… Non dire: “La compassione di Dio è grande, mi perdonerà i molti peccati”, e così io vado avanti facendo quello che voglio. Non dire così».
Cosa fare? il consiglio viene dal brano del Siracide, che il Papa considera come «il consiglio ultimo di questo padre, di questo “nonno”: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non aspettare a convertirti, a cambiare vita, a perfezionare la tua vita, a togliere da te quell’erba cattiva, tutti ne abbiamo…». Un richiamo che giunge chiaro all’uomo dalla Scrittura: «Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore». Così come si legge: «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato non c’era più», e ancora: «Non confidare in ricchezze ingiuste, non ti gioveranno nel giorno della sventura».
Si tratta, ha sottolineato il Papa, di «una parola positiva, che ci aiuterà tanto: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non rimandare di giorno in giorno il cambiamento della tua vita». Perciò «Se tu sai che hai questo difetto, fermati, prima di andare a letto, un minuto; esamina la tua coscienza e prendi il cavallo per le redini, comanda tu». Ogni uomo è chiamato a fare un esame di coscienza e a dire a se stesso: «Sì, ho sbagliato, ho avuto tanti fallimenti, tanti insuccessi, ma domani vorrei che questo non succeda». Occorre «prendere coscienza dei propri fallimenti. Tutti ne abbiamo e tutti i giorni e tanti. Ma non spaventarti, soltanto non credere che sono cosa comune, che sono il sale di ogni giorno, no».
Se, ha aggiunto il Pontefice, «prendo dalle redini questa passione e il dominatore sarò io, io sarò il responsabile delle mie azioni». Bastano «soltanto 5 minuti, prima di andare a letto». Chiedersi: «Cosa è successo oggi? Cosa è successo nella mia anima?» per «imparare ad essere più “sovrano” di me stesso, il giorno dopo».
Ha concluso quindi Francesco esortando: «Facciamo questo piccolo esame di coscienza ogni giorno, per convertirci al Signore: “Ma domani cercherò che questo non accada più”. Accadrà, forse, un po’ meno, ma sei riuscito a governare tu e non ad essere governato dalle tue passioni, dalle tante cose che ci succedono, perché nessuno di noi è sicuro di come finirà la propria vita e quando finirà».
Si tratta di soli «5 minuti alla fine della giornata» che, però, «ci aiuteranno, ci aiuteranno tanto a pensare e a non rimandare il cambiamento del cuore e la conversione al Signore. Che il Signore ci insegni con la sua saggezza ad andare su questa via».

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...