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BREVE STORIA DELL’ICONA E DEI PITTORI DI ICONE – PARTE PRIMA: L’INVISIBILE NEL VISIBILE

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BREVE STORIA DELL’ICONA E DEI PITTORI DI ICONE – PARTE PRIMA: L’INVISIBILE NEL VISIBILE

sabato 12 giugno 2004

Scuola Iconografica di SeriateFonte:CulturaCattolica.it

1. Che cos’e’ l’icona
La storia comincia a Edessa, a pochi giorni dalla passione e morte di Cristo.
La città di Edessa, oggi Urfa in Turchia (al confine con la Siria), era la capitale di un regno su cui regnava il re Abgar V, soprannominato Ukama, o il Nero. Egli vi introdurrà il Cristianesimo con l’intervento di Taddeo, uno dei 70 discepoli di Cristo, lì inviato da Tommaso apostolo dopo la Pentecoste.
Il re era malato di lebbra e di gotta. Per guarire aveva provato vari rimedi, ma inutilmente. Venuto a sapere dei miracoli che un certo Cristo compiva a Gerusalemme e anche dell’ingratitudine dei Giudei nei suoi confronti, affidò ad un bravo ritrattista del luogo, un tale Anania, due incarichi: consegnare una lettera a Gesù, in cui gli chiedeva di guarirlo e lo invitava anche a stabilirsi nella città di Edessa, ed eseguire un suo ritratto il più possibile fedele.

Anania si reca a Gerusalemme, consegna la lettera a Gesù e poi mentre attende la risposta prova a ritrarlo, ma non ci riesce. È lo stesso Gesù che bagnandosi il volto e asciugandosi con un telo di lino vi imprime sopra i suoi lineamenti e fa consegnare il telo ad Anania insieme con una lettera di risposta: in questa lettera spiega al re che egli deve rimanere a Gerusalemme, lo chiama “beato” perché credeva in Lui e gli preannuncia la guarigione completa ad opera del discepolo Taddeo che sarebbe giunto da lui.
Abgar dopo aver avuto il ritratto e la lettera guarisce subito dai suoi mali, ad eccezione della lebbra sulla fronte, che sparirà con la venuta dell’apostolo Taddeo.
La lettera fu conservata negli archivi della città di Edessa (numerose sono le testimonianze della sua esistenza: Eusebio di Cesarea la cita nella sua Storia ecclesiastica, opera che tradotta in latino avrà grande diffusione in Occidente e determinerà anche la diffusione della lettera, nota fino al XVII secolo persino in Inghilterra).
Il Mandilion (in aramaico significa asciugamano), cioè il volto di Gesù impresso sul telo di lino, fu collocato in una nicchia della porta principale della città ed esposto alla venerazione dei cristiani, con la seguente scritta: “Cristo Dio, chi in te spera non si perderà”. (Figura 1)
Quando col nipote di Abgar si generò un ritorno al paganesimo, nel 57 d. C., il vescovo della città per salvare l’acheròpita (=non dipinto da mano d’uomo) la fece murare di nascosto nella nicchia, nascondendola con una ceramica, e lì venne dimenticata; ritornerà alla luce più tardi, nel 525, durante una inondazione che fece crollare parte delle mura della città e spinse l’imperatore Giustiniano a lavori di sistemazione.
Questa leggenda, che è ricordata nella liturgia orientale (il 16 agosto cade la festa bizantina della traslazione del Mandilion da Edessa a Costantinopoli, le Chiese di origine sira venerano il re Abgar come santo, la Chiesa maronita fa memoria della lettera di Abgar e di Gesù il 18 agosto), ci indica come dobbiamo concepire l’icona ed il pittore di icone:
- l’icona è un mezzo attraverso cui l’uomo riceve aiuto, salvezza, sapienza; è come se fosse una “reliquia”;
- chi la dipinge, (meglio chi la “scrive”, perché l’icona è considerata “Vangelo in immagini”) diventa il tramite per questo passaggio di grazia.
L’icona (icona significa “immagine”, dal greco eikon, tardo latino icònam) diventa come il lembo del mantello di Cristo:
Cristo era insieme con i suoi discepoli, attorniato da una folla di curiosi, quando ad un certo punto (si legge nel Vangelo) chiede: “Chi mi ha toccato il mantello?”. I suoi discepoli gli fanno presente che era tutto circondato dalla gente e che quindi chissà quanti lo avevano sfiorato e toccato, ma Gesù insiste guardandosi intorno, perché aveva sentito che c’era stata una richiesta di aiuto attraverso quel toccare il suo mantello e che la potenza era uscita da Lui. E infatti si fa avanti, tutta timorosa, una donna che lo aveva toccato per poter essere guarita, ed era guarita davvero (Matteo 5, 25 – 34).
La Chiesa benedice l’icona ed essa diventa così un “sacramentale”. I Sacramentali cosa sono? Non sono riti istituiti da Cristo (come i Sacramenti e la proclamazione della Parola), ma nascono dalla Chiesa in base alla sua preoccupazione pedagogica, cioè educativa: sono “segni sacri”, “azioni sacre” per mezzo dei quali per intercessione della Chiesa gli uomini vengono disposti a ricevere l’effetto principale dei Sacramenti e le varie circostanze della vita vengono santificate. E’ come se essi ci associno alla preghiera della Chiesa e alla sua unione col Redentore. Il significato della parola sacro o santo è il seguente: che partecipa all’Essere; le Scritture sono sacre perché racchiudono la parola di Dio, la Chiesa è santa perché vi dimora Dio, Israele è nazione santa perché è stata messa a parte del disegno di Dio.
Un Sacramentale è, ad esempio, la benedizione di una persona per il ministero della distribuzione della Eucarestia, la dedicazione di una Chiesa e dell’altare, la benedizione dei cimiteri, delle campane, dell’acqua, del fuoco, delle icone… Per tale ragione le icone vengono venerate.
Inoltre: l’icona è dipinta per la preghiera, sia in chiesa sia nelle singole case sia durante i viaggi (esistevano anche le icone da viaggio, solitamente in metallo perché più resistenti).
In chiesa si trova sulle pareti dell’edificio e nell’”Iconostasi”, letteralmente “luogo delle icone”; l’Iconostasi è un tramezzo ricoperto di icone che divide la navata dal presbiterio: ricorda la storia della salvezza e simboleggia tutto il mondo celeste e la nuova umanità della quale tutti noi siamo chiamati a far parte. L’icona è parte integrante della liturgia. (Figura 2)
In casa è collocata in un angolo “bello”, con un lumino davanti, e “parla”, “guarda”, “richiama”, cioè rende presente in qualche modo ciò che raffigura nel suo corpo celeste: chi entra in una casa russa, la prima cosa che fa è rendere venerazione alle icone, prima ancora di salutare il padrone di casa. Davanti ad una icona non si è mai degli spettatori e basta, si è interpellati, chiamati; l’icona, infatti, richiede di partecipare a ciò che essa mostra, che è l’invisibile nel visibile; l’atteggiamento richiesto può essere paragonato a quello che aveva Maria, la madre di Dio, secondo quanto ci dicono i Vangeli di fronte a tutto ciò che capitava: “Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”.
2. Il modello dell’icona
Tutto ciò permette di capire perché un vero iconografo nel dipingere l’icona si rifà sempre all’icona “acheropita”, cioè al prototipo, al modello, all’immagine rivelata.
Studiosi contemporanei, in particolare il professor Padre Heinrich Pfeiffer, riconducono tutte le immagini “Acheropite” alla Sacra Sindone ad al Santo Volto di Manoppello (cittadina che si trova in Abruzzo, in provincia di Pescara): esso è un piccolo telo che Maria, quando il corpo di Cristo fu staccato dalla croce, pose sulle piaghe che la corona di spine aveva prodotto sul Suo volto per asciugarne il sangue. Lo distese poi sopra il capo di Cristo, già avvolto nella sindone: è il soudarion di cui parla il XX cap. del Vangelo di Giovanni in cui l’apostolo descrive il sepolcro vuoto, con le bende da un lato ed il sudario raccolto dall’altro. (Figura 3)
Il Velo mostra un’immagine in positivo perfettamente sovrapponibile al volto, in negativo, impresso sulla Sindone. (Figura 4)
Per la Madre di Dio, la tradizione indica come prototipi le tre icone dipinte dall’evangelista San Luca dopo la Pentecoste, proprio dopo la Pentecoste perché senza quella “luce della conoscenza” nessun talento sarebbe stato sufficiente a raffigurare la Madre di Dio. Sempre la tradizione indica tra queste la Vergine della tenerezza di Vladimir, che è la più nota e venerata icona della Madre di Dio della tenerezza in Russia ed è anche molto venerata da noi. Fu dipinta a Costantinopoli alla fine dell’XI secolo o all’inizio del XII.
Il grande teologo e filosofo russo del XX secolo P. Evdokimov, morto a Parigi nel 1970, ricorda il seguente episodio: quando sottoposero a Bernadette a Lourdes varie immagini della Vergine, per sapere quali fossero i tratti del volto e della figura di quella misteriosa e bellissima Signora che le appariva, e tra queste c’era anche una riproduzione dell’icona della Madre di Dio di Vladimir, la ragazza non ebbe esitazione: indicò proprio questa effigie come la più somigliante alla bella Signora. (Figura 5)

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Publié dans:ICONE (le), iconografia |on 10 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Il colore blu nelle icone

http://iconaimmaginedio.blogspot.com/2013/05/il-colore-blu-nelle-icone.html

Il colore blu nelle icone

E’ in ogni cultura simbolo del cielo, la dimora di Dio. È un colore profondo, simbolo della incomprensibilità di Dio, immagine di spiritualità e trascendenza. Questo colore è usato per rappresentare il centro della mandorla della Trasfigurazione. E’ attributo canonico della divinità di Gesù Cristo per questo è utilizzato per il manto del Pantokrátor (himátion), associato alla tunica rossa segno della sua umanità e anche nelle vesti della Vergine (chitón). Anche alcuni Apostoli hanno le loro vesti in questo colore. Trasmette un senso di profondità e calma, dà l’illusione di un mondo irreale, leggero. Nella pittura murale, il blu veniva usato generalmente per gli sfondi, con lo stesso valore simbolico che aveva l’oro nelle tavole. Cennino Cennini testimonia quale fosse la considerazione per il blu: “Azzurro oltramarino si è un colore nobile, bello, perfettissimo oltre a tutti i colori (…). Ma perché dipingere lo splendore luminoso con un pigmento scuro? Quando Cristo appare nella gloria splendente a Saulo questo resta accecato per tre giorni. Quando Mosè parla con Dio sul monte Sinai, non può guardare la Sua gloria radiosa senza ripararsi gli occhi. Cioè gli esseri umani non possono entrare alla presenza di Dio e conoscere la sua essenza che resta avvolta nel mistero, come nelle tenebre. I blu più utilizzati erano: Lazurite: chiamata anche oltremare è un minerale diffuso ma costoso che si trova comunemente in combinazione con altri minerali nel lapislazzuli. Lapislazzuli (cioè Lapis azul) significa « roccia blu » ed è un blu brillante con riflessi violacei o verdastri. Azzurrite: questo blu meno caro (ma non certo a buon mercato) era ricavato dal minerale estratto in particolare in Kazakhstan e negli Urali, ed era già usato dai Romani (Plinio lo chiamava « Lapis armenius »). Macinata molto finemente, infatti, l’azzurrite produce una tonalità di celeste pallido. Per ottenere una tonalità più scura bisogna macinarla in modo più grossolano; questo rende il pigmento difficile da applicare ma il risultato può essere molto bello perché ogni granello riluce come un microscopico gioiello. Altra fonte di azzurro era l’indaco utilizzato in genere per tingere le stoffe. Ha un tono verdastro o nerastro, non molto gradevole, che migliora se mischiato col bianco. Per ottenere dall’indaco un azzurro gradevole si usava marmo bianco macinato «messo in letame molto caldo per un giorno e una notte» e poi si mescolava con la schiuma che risultava dalla tintura dei panni. Pigmenti come azzurrite e lasurite erano molto costosi: sono stati sostituiti nelle icone con il verde in modo che questo ha acquisito lo stesso peso semantico.

Publié dans:ICONE (le) |on 29 août, 2018 |Pas de commentaires »

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