Archive pour mars, 2018

Cristo è Risorto!

imm diario

Publié dans:immagini sacre |on 30 mars, 2018 |Pas de commentaires »

DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO B) (01/04/2018)

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Pasqua: per tutti c’è una speranza

mons. Roberto Brunelli

DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO B) (01/04/2018)

E’ Pasqua! La festa che celebra il fondamento della fede cristiana, la festa-cardine dell’anno liturgico, prevede la possibilità di scegliere tra vari passi del vangelo, relativi alle prime esperienze dei seguaci di Gesù, il giorno in cui costatarono la sua risurrezione. Li avevamo lasciati il pomeriggio del venerdì, quando avevano richiesto il suo corpo a Pilato, l’avevano calato dalla croce e deposto nel vicino sepolcro; tutto in fretta, perché si avvicinava il tramonto e cioè, all’uso ebraico, cominciava un nuovo giorno. Quel nuovo giorno non solo era sabato, durante il quale era proibito qualunque lavoro, persino il pietoso ufficio di dare sepoltura ai morti, ma era Pasqua, una delle tre maggiori feste del popolo d’Israele.
La sepoltura affrettata richiedeva un completamento. L’evangelista Marco (16,1-7) narra di Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salòme, cioè tre delle “pie donne”, come si suole chiamarle, le quali, il giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono al sepolcro con oli aromatici per completare i riti funerari. Trovarono però il sepolcro aperto, il corpo da onorare non c’era più, e al suo posto videro un giovane in veste bianca, latore di un sorprendente messaggio: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui. Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto”.
Questo passo, si noterà, assegna un ruolo importante alle donne. Lo fa anche l’evangelista Giovanni (20,1-9), concentrandosi però sulla sola Maria Maddalena, della quale narra che, trovato il sepolcro vuoto, corse a dirlo a Pietro e al “discepolo che Gesù amava”, cioè lo stesso Giovanni; entrambi corsero al sepolcro, e vi costatarono la presenza dei soli teli funerari nei quali era stato avvolto il corpo che non c’era più. Allora nella mente di Giovanni devono essere affiorati i tanti segni premonitori dell’evento: “vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.
Alla Messa vespertina è possibile inoltre leggere il brano di Luca (24,13-35) che riferisce quanto accadde proprio al vespro di quel giorno. Due discepoli, pur informati dei fatti del mattino (quelli riferiti sia da Marco sia da Giovanni), ne dedussero soltanto che il corpo del Crocifisso era scomparso, e con lui ogni speranza. Pertanto se ne stavano tornando delusi al loro villaggio di Emmaus, quando per via espressero la loro delusione a un apparentemente occasionale compagno di viaggio, nel quale non riconobbero il Risorto. Questi, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”; poi, “quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista”. Si può immaginare l’entusiasmo dei due, per cui subito tornano a raccontare l’accaduto agli apostoli, ai quali però possono solo dare conferma di quanto essi già sanno, e a loro volta raccontano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”
“Davvero il Signore è risorto”: è questo il dato centrale della fede che da duemila anni i cristiani, pur divisi su altre questioni, sono concordi nel tramandare e celebrare. Cattolici, ortodossi, luterani, anglicani eccetera, tutti basano la loro fede sul fatto che Gesù non è rimasto prigioniero della morte ma è risorto, dando così la vita eterna a quanti si affidano a lui. Essi sanno che la storia umana si divide in due, prima e dopo la risurrezione di Gesù. Prima (o senza) di lui, l’uomo è in balìa di se stesso, privo di una direzione verso cui camminare, proteso a realizzarsi, spesso a scapito degli altri, entro il breve spazio della vita terrena, chiuso tra delusioni, tribolazioni o successi effimeri. Dopo, con lui, il cuore e la mente si aprono a prospettive infinite; qualunque cosa accada, l’uomo ha una speranza.

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Chiesa del Santo Sepolcro, Gerusalemme

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Publié dans:immagini sacre |on 29 mars, 2018 |Pas de commentaires »

IL CALVARIO E LA CROCIFISSIONE DI GESÙ

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IL CALVARIO E LA CROCIFISSIONE DI GESÙ

«Gesù venne al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, dove fu crocifisso insieme agli altri due malfattori, uni di qua e l’altro di là, e Gesù nel mezzo».
“Golgota” è la trascrizione greca dell’aramaico “Golghothà” (ebraico: Gulgoleth), tradotto in greco kranion=krànion: cranio o testa (Luca 23, 33) e in latino: calva o calvaria, donde il nome Calvario. Il nome Calvario era dato al luogo ancor prima che Gesù vi fosse crocifisso, ed è inesatta la dizione “monte Calvario”, in quanto si trattava di un rialzo insignificante del terreno, che superava di pochi metri il terreno circostante e che prese il nome di “Cranio” nel gergo popolare per una vaga rassomiglianza che si voleva scorgere tra la configurazione del luogo e l’aspetto espresso dal termine, cioè un cranio.
Secondo una leggenda, il nome Calvario, deriverebbe dal cranio di Adamo seppellito in quel luogo per essere lavato dal sangue di Cristo. Per questo l’iconografia cattolica si è fatta eco di tale interpretazione adamitica del Calvario, ponendo ai piedi delle immagini del crocifisso un teschio con due tibie. Ma si tratta di una tradizione insostenibile come tante altre.
I Vangeli non danno descrizione esatta della posizione del Golgota e quindi del sepolcro di Gesù, tuttavia ci offrono degli utili punti di riferimento per poter determinare questi luoghi:
1) il luogo della crocifissione si trovava fuori delle mura di Gerusalemme: che si accorda con l’usanza romana come quella ebraica secondo cui i condannati a morte venivano giustiziati fuori città;
2) il luogo della crocifissione era vicino a una strada. I Romani usavano una certa qual messa in scena per le esecuzioni capitali, affinché il castigo pubblico dei colpevoli e lo spettacolo delle loro sofferenze fosse motivo di riflessione ai viventi;
3) la tomba di Gesù si trovava nelle immediate vicinanze del luogo della crocifissione, e precisamente in un giardino (Giovanni 19, 41) a nord di Gerusalemme, essendoci a sud la valle di Hinnon e non essendoci giardini ad est e ovest.
Giunti al Golgota, il corteo si arresta, alleggeriscono Simone della croce, che depositano a terra, si preparano corde, chiodi, martelli e gli altri strumenti del supplizio, e « viene afferto a Gesù da bere del vino mescolato con mirra (dice Marco), con fiele (dice Matteo)».
Chi offerse questa bevanda a Gesù? Leggendo i Vangeli che dicono: “gli dettero a bere” (Matteo), “gli offersero da bere” (Marco) sembra che essa sia stata offerta a Gesù non dai soldati, ma da estranei. (Comunque la miscela di cui si parla qui non è con l’aceto, che gli sarà offerto più tardi da un soldato: Marco 15, 36; Matteo 27, 48; Giovanni 19, 29).
Presso gli orientali era usanza aromatizzare il vino con mirra, che dava alla bevanda maggiore calore, lasciando però un sapore amaro. Il termine greco: xolh=kòle, tradotto “fiele” significa pure cosa amara.
Il vino mirrato o mescolato con l’incenso era ritenuto dagli Ebrei una bevanda inebriante e, secondo i Proverbi 31, 6, tale pozione era data ai suppliziati con uno scopo umanitario nell’intento di intontirli leggermente e così lenire i dolori. Ma poiché Gesù voleva sopportare senza alcuna diminuzione tutti i tormenti della sua passione e bere così in fondo e con chiara coscienza il calice del dolore offertogli da Padre, rifiutò la bevanda narcotizzante, ed infatti « non ne prese, non volle berne », ma dopo « averla assaggiata », come dice Matteo, quasi a rilevare che Gesù apprezzò quel gesto di bontà.
Quando si tratta di precisare il momento centrale della crocifissione, gli evangelisti sono molto laconici e concisi, limitandosi tutti a dire: «lo crocifissero». La crocifissione era il supplizio più infamante e crudele in quanto il paziente era abbandonato, in una posizione che infliggeva torture atroci, alla fame, alla sete, ai cani, agli avvoltoi. Era il castigo degli schiavi per le mancanze più gravi, mentre i cittadini romani non potevano in alcun modo venire appesi alla croce e i provinciali erano condannati a questo supplizio solo per determinati crimini, come ad esempio quello di sedizione.
Il termine “ stauroj=stauròs” (croce) poteva indicare un semplice palo, a cui il condannato era legato per essere pasto delle fiere oppure per essere sospeso a testa in giù. Altre volte era un palo terminante a forca in cui veniva infilato il capo del condannato, mentre lo si sferzava a morte. Per lo più designava, invece, la croce propriamente detta costituita da un paolo verticale (stipes) sormontato da uno orizzontale (patibulum), su cui il condannato veniva infisso o con corde, o, più spesso, con chiodi.
Vi erano poi due specie di croci: la “crux commissa” ( ), ove il patibulum era congiunto all’estremo superiore della stipes, e la “crux immissa” ( ), ove il patibulum si congiungeva un po’ più in basso dell’estremità superiore dello stipes. La crocifissione, come esecuzione capitale, giunse dagli Sciti agli Assiri e agli altri popoli orientali. I Greci l’appresero in Oriente, ma la usarono raramente e per lo più per rappresaglia. I Romani invece la conobbero tramite i Cartaginesi e subito l’adottarono in grande stile; mentre gli Ebrei conoscevano solo il sistema di appendere il corpo di un uomo già morto (Deuteronomio 21, 22 seg.).
A Roma il condannato portava ordinariamente solo la parte orizzontale (patibulum). Non si sa quale fosse esattamente l’uso orientale, e quindi non si può dire con sicurezza se Gesù abbia portato solo il patibulum o l’intera croce.
In genere il condannato veniva dapprima inchiodato nudo a braccia aperte sul legno trasversale della croce, che veniva poi assicurato al legno longitudinale, già infisso sul terreno, mediante trazione di funi, dopo di che venivano inchiodati i piedi.
La tradizione raffigura sempre Gesù crocifisso con un “suppedanem” per appoggio ai piedi, mentre i Padri della Chiesa parlano in molti punti di un piolo a cavalcioni del quale Gesù sarebbe stato messo. In realtà, erano usate ambedue le cose, ma soprattutto il piolo, non certo però per procurare sollievo al crocifisso, o per impedire il laceramento dei tendini, cosa assolutamente impossibile data l’abile tecnica dei carnefici nell’inchiodare, ma unicamente per ritardare la morte e prolungare i tormenti, il che poteva durare anche dei giorni.
La croce era alzata, generalmente poco al di sopra di un uomo, quanto ad altezza (cricifixio humilior), ma poteva anche essere considerevolmente più alta (crux altior).
I dolori delle mani trapassate, alle quali stava appeso il corpo, lo stiramento dei muscoli, le difficoltà della respirazione, la sferza del sole e il tormento degli insetti che ronzavano attorno, erano sofferenze inimmaginabili.
Secondo il giudizio di autorevoli medici moderni, la vera causa della morte di Gesù non è stata né l’estenuazione, né lo struggimento, per fame o la perdita di sangue, in realtà nessuna arteria viene colpita, e neppure la debolezza del cuore, ma l’arresto della respirazione e della circolazione sanguigna dovuto a tetano e a choc traumatico.
Nessun evangelista ci ha lasciato una descrizione particolareggiata del modo con cui Gesù fu appeso alla croce. Tutti si limitano, infatti, solo a ricordare che fu crocifisso, senza aggiungere alcun dettaglio, per cui possiamo fare solo delle congetture, basandoci sui costumi del tempo e sulle più antiche testimonianze al riguardo.
Innanzi tutto per essere crocifisso Gesù fu spogliato delle sue vesti. Fu lasciato completamente nudo? Certamente no, se si attennero agli usi locali. I costumi giudaici erano su questo punto particolarmente severi: gli uomini dovevano essere coperti davanti, le donne davanti e di dietro. Ma queste usanze vennero osservate per Gesù?
Si vorrebbe poterlo affermare, ma disgraziatamente era uso presso i Romani di crocifiggere nudi i condannati a morte e noi sappiamo che la crocifissione di Gesù fu opera dei Romani.
Quanto al modo, in cui venne crocifisso, è probabile che sia stata seguita la prassi romana. Gesù, disteso a terra, fu prima inchiodato al patibulum, poi drizzato in piedi e agganciato al palo verticale già infisso in terra, mentre i carnefici fissavano i piedi con i chiodi. In realtà sarebbe troppo difficile e faticoso innalzare una croce, portante già il suppliziato. Una cosa però è certa: Gesù non fu legato alla croce, semplicemente, ma inchiodato.
I soldati che seguivano la pena capitale restavano di guardia al luogo dell’esecuzione e vi rimanevano anche dopo la morte dei condannati per impedire la sepoltura, essendo i loro cadaveri abbandonati ai cani e agli avvoltoi e i loro miseri resti sepolti in fossa comune.
Secondo l’usanza romana ai carnefici spettavano i vestiti del condannato, quali spoglie e bottino di cui avevano diritto, e siccome i capi di vestiario di Gesù erano di ineguale valore, li spartirono. Giovanni scrive: «I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato, e la tunica. Or la tunica era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso. Dissero dunque tra loro: Non la stracciamo, ma tiriamo a sorte a chi tocchi, affinché si adempisse la Scrittura che dice: “Hanno spartito fra loro le mie vesti e han tirato a sorte la mia tunica”» (Salmo 22, 18).
Secondo il costume romano, mentre il condannato andava al luogo dell’esecuzione, si appendeva al suo collo oppure veniva portata innanzi a lui una tavoletta sulla quale stava indicata la ragione della sua condanna e questa veniva poi fissata sulla croce.
Si ignora l’esatta formula della motivazione della condanna di Gesù, perché gli evangelisti ne indicano quattro diverse.
Matteo dice: «Questo è Gesù, re dei Giudei»; Marco, a sua volta in forma più breve: «Il re dei Giudei »; Luca invece: «Questo è il re dei Giudei »; Giovanni infine: « Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Queste divergenze hanno dato luogo a parecchie ipotesi: si avrebbe nei Vangeli di Luca e Matteo l’iscrizione greca; in quello di Marco l’iscrizione latina per la sua brevità e concisione. Giovanni dice che « l’iscrizione era in ebraico, in latino e in greco».
Le formule greche e latine dovevano essere una traduzione dell’ebraica, cosicché l’unico e vero testo sembra essere quello di Giovanni. Tuttavia i quattro evangelisti sono concordi su un fatto essenziale e cioè che l’iscrizione conteneva le parole “Re dei Giudei”.
Ed è facile comprendere come questa forma di titolo, scelta da Pilato per Gesù, fosse nello stesso tempo uno scherno per gli Ebrei. «Molti dunque dei Giudei lessero queste iscrizioni, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città… Perciò i capi sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: non scrivere il re dei Giudei, ma che egli ha detto: io sono re dei Giudei».
Ma Pilato, troppo contento di potersi vendicare in tal modo e ironicamente di coloro che avevano strappato alla sua debolezza una condanna ripugnante alla sua coscienza, fu irremovibile e disse loro: «Quel che ho scritto, ho scritto».
Intanto anche i due malfattori erano stati appesi alla croce, a quanto sembra risultare dal contesto, da soldati distinti da quelli che avevano crocifisso Gesù e che giù stavano facendo la guardia al loro condannato: «E postisi a sedere gli facevano quivi la guardia».
Non è possibile stabilire di quali misfatti si fossero resi rei: Marco e Matteo li qualificano come “briganti che rubano e saccheggiano a mano armata” (greco: lestès), mentre Luca come “malfattori generici” (greco: kakourgoi =kakourgòi). Forse erano dei delinquenti politici.
La leggenda posteriore ha ricamato su questi due ladroni, inventando nomi e gesta.
A questo punto non possiamo non parlare di un contrasto di ore tra Giovanni e Marco. Giovanni afferma che quando Pilato pronunciò la sentenza di morte «era circa l’ora sesta» (Giovanni 19, 14), il nostro mezzogiorno. Marco invece scrive: «Era l’ora terza quando lo crocifissero », cioè verso le nove del mattino (Marco 15, 25). Varie ipotesi sono state fatte per far concordare i due evangelisti.
Alcuni hanno pensato ad un errore del copista che avrebbe confuso il gamma greco ( , segno del numero tre) col digamma (F, segno del numero sei).
Altri hanno pensato che Marco e Giovanni computino le ore in modo diverso; ma ciò non pare possibile, leggendo i due Vangeli. Migliore sembra l’ipotesi che si basa sul fatto che noi intendiamo in modo troppo matematico e preciso le determinazioni orarie degli evangelisti.
Marco divide il giorno in quattro parti di tre ore ciascuna: Mattino (15, 1), ora terza (15, 25), ora sesta (15, 33), ora nona (15, 34).
Tuttavia è da ritenere che queste indicazioni di tempo non siano prese con valore cronometrico, ma con valore elastico, per cui l’ora terza indicherebbe qui un’ora non precisamente determinabile, ma inclusa tra le nove e le dodici, e non solo l’inizio dell’ora, cioè le nove.
Così anche in senso approssimativo va pure intesa l’indicazione dell’ora di Giovanni.
Del resto ciò corrisponde pure al nostro modo comune di parlare, allorché col termine mattino includiamo un periodo di tempo che va dalle sei-otto antimeridiane sino a mezzogiorno; e così pure è del pomeriggio (primo pomeriggio, tardo pomeriggio) e della sera (prima sera, tarda sera).
Pertanto è probabile che gli avvenimenti si siano svolti così: Prima di mezzo giorno (ora sesta) Pilato emanò la sentenza di morte, il Redentore venne subito condotto al supplizio ove verso mezzogiorno venne appeso alla croce.
Altri suggeriscono di separare in Marco con un punto e non con una virgola la frase “era l’ora terza” dall’altra “dunque (in greco c’è la congiunzione kai=kai, che va tradotta “e, dunque” e non “quando”) lo crocifissero”. E finalmente quest’ultima frase è una traduzione con la quale Marco, ripetendo ciò che ha detto al precedente versetto (e lo crocifissero), passa al racconto degli avvenimenti successi mentre Gesù era in croce.
L’indicazione dell’ora (era l’ora terza) in questa ipotesi non si applica solamente alla frase “dunque essi lo crocifissero”, ma ugualmente a tutto ciò che precede, ossia alla flagellazione, alla coronazione di spine, al trasporto della croce e alla crocifissione, considerate come differenti fasi di uno stesso supplizio; e così era infatti a Roma e presso i Romani, per i quali Marco scriveva il suo Vangelo.
Il senso è che quei tormenti furono inflitti al Signore nel corso della terza ora, fra le nove e mezzogiorno, e questo è perfettamente vero e concorda senza difficoltà con le affermazioni degli altri evangelisti.
Fra queste due spiegazioni che hanno una medesima conclusione si può scegliere la preferita. 

Publié dans:SETTIMANA SANTA |on 29 mars, 2018 |Pas de commentaires »

Ultima Cena

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Publié dans:immagini sacre |on 28 mars, 2018 |Pas de commentaires »

LA CENA DEL SIGNORE: I DONI DI GESU’ – PENSIERO INTRODUTTIVO ALLA S. MESSA

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13 aprile 2017 |GIOVEDI SANTO – A | Omelia

LA CENA DEL SIGNORE: I DONI DI GESU’ – PENSIERO INTRODUTTIVO ALLA S. MESSA

La sera del Giovedì Santo è colma di ricordi, di sentimenti e di fatti prodigiosi. E’ nel Cenacolo che Gesù ci ha fatto i Suoi doni più preziosi.
Infatti è nel Cenacolo che Egli ci ha regalato il precetto della carità: « Amatevi come io vi ho amati ».
E’ nel Cenacolo che ci ha dato la divina Eucaristia, come Sacrificio e come Comunione.
E’ nel Cenacolo che ha donato alla sua Chiesa i Sacerdoti « strumenti vivi di Gesù Eterno Sacerdote », come dice il Concilio (P O, N. 12).
Ed è ancora nel Cenacolo che Gesù conferirà agli Apostoli il potere di rimettere i peccati ed invierà lo Spirito Santo.
Ogni nostra Casa deve essere un Cenacolo, in cui regna sovrana la carità, il fervore eucaristico; in cui si implorano sante vocazioni sacerdotali e nelle quali passeggia costantemente la Madonna come Mamma, irresistibile calamita dello Spirito Santo.
La sera del Giovedì Santo è colma di ricordi, di sentimenti e di fatti prodigiosi. E’ nel Cenacolo che Gesù ci ha fatto i Suoi doni più preziosi.
Infatti è nel Cenacolo che Egli ci ha regalato il precetto della carità: « Amatevi come io vi ho amati ».
E’ nel Cenacolo che ci ha dato la divina Eucaristia, come Sacrificio e come Comunione.
E’ nel Cenacolo che ha donato alla sua Chiesa i Sacerdoti « strumenti vivi di Gesù Eterno Sacerdote », come dice il Concilio (P O, N. 12).
Ed è ancora nel Cenacolo che Gesù conferirà agli Apostoli il potere di rimettere i peccati ed invierà lo Spirito Santo.
Ogni nostra Casa deve essere un Cenacolo, in cui regna sovrana la carità, il fervore eucaristico; in cui si implorano sante vocazioni sacerdotali e nelle quali passeggia costantemente la Madonna come Mamma, irresistibile calamita dello Spirito Santo.

Vangelo: « Li amò sino alla fine » (Gv. 12,1-15)
Oggi – Giovedì Santo – la Chiesa commemora l’istituzione della SS.ma Eucaristia da parte di Gesù durante l’Ultima Cena.
Gesù, offrendosi liberamente alla sua Passione, prese il pane… lo spezzò… lo diede ai suoi discepoli e disse: « Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi ».
Così Gesù invita tutti gli uomini ad accostarsi sempre all’Eucaristia, che per tutti è inestimabile fonte di Grazia, sorgente di vita eterna, insostituibile nutrimento per la santità.
Ma che cosa succede? Davanti all’offerta di questo pane celeste, troppe anime preferiscono digiunare e morire spiritualmente, abbandonando questo cibo soprannaturale.
In tutte le parti del mondo i carcerati, quando vogliono protestare per qualche cosa, iniziano lo sciopero della fame.
Gandhi in India, con i suoi famosi digiuni, faceva tremare gl’Inglesi e otteneva le riforme sociali che desiderava.
Il mondo si commuove dinanzi a questi casi. Il digiuno volontario stupisce e reca sdegno o preoccupa come qualcosa che si avvicina al suicidio.
Eppure nessuno si sdegna, si stupisce o si preoccupa se le anime si astengono volontariamente dalla SS.ma Eucaristia.
E intanto specialmente i giovani, privi di quest’alimento spirituale, languiscono e sbiancano indeboliti, e marciscono travolti dalle passioni e dai vizi.
E’ per rimediare a questa tragedia che anche noi siamo chiamati a diffondere e a propagare la devozione alla Comunione frequente.
Il Concilio ha detto: « La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli… si nutrano alla mensa del Corpo del Signore » tutte le volte che partecipano al Sacrificio della Messa (S C 48),.
Anche in questo Don Bosco ha preceduto il Concilio Vaticano II. Scrive infatti il suo Biografo (Don Lemoyne). « Don Bosco fu l’apostolo della Comunione frequente » (MB 4,457).
Il Santo diceva: « Ogni volta che assistiamo alla S. Messa, procuriamo… di fare la nostra S. Comunione » (MB 6,1°71). E aggiungeva: « La frequente comunione è la grande colonna che tiene su il mondo morale e materiale, affinché non cada in rovina » (MB 6,58).
(Un volta un protestante disse all’autore di Ortodossia: – Se è vero che nell’Eucaristia si riceve realmente Gesù Cristo, come mai i cristiani del passato, e anche oggigiorno, si avvicinano così di rado alla Comunione?

Non fu sempre così).
L’uso della Comunione frequente (quotidiana o plurisettimanale) è già suggerita dalla stessa istituzione dell’Eucaristia e dalla materia scelta per questo Sacramento.
Infatti Gesù parlò di « pane disceso dal cielo », di « pane di vita », rivelandone le analogia con la manna del deserto, e assicurò che « chi mangia di questo pane, vivrà (Gv. 6,59).
I discepoli poterono senza difficoltà comprendere il valore di questa esemplificazione; e come ogni giorno gli Ebrei si nutrirono della manna del deserto, così ogni giorno l’anima ha il suo nutrimento nel pane celeste,
Fin dai primi tempi del Cristianesimo, i fedeli compresero in pieno il desiderio di Gesù; essi si riunivano spessissimo per la preghiera e la « fractio panis »: lo spezzare del pane.
Poiché il Maestro aveva detto di ripetere la Cena in sua memoria, essi si riunivano in « giorni stabiliti » per rinnovare l’unione con Gesù nel sacrificio e nella manducazione della vittima.
San Cipriano afferma che « ricevevano quotidianamente quel cibo di salute »..
La testimonianza di tutte le Chiese antiche è unanime; a questo proposito è famoso il testo di San Girolamo, il quale afferma che S. Melania Iuniore non « volle mai ricevere il cibo corporale, se prima non si fosse comunicata col Corpo del Signore ».
Purtroppo il primitivo fervore eucaristico nei laici svanì, e perciò nel 1215 fu imposto l’obbligo della Comunione almeno a Pasqua (Conc. Later. IV, D. 437).
L’ardore si riaccese con le ardenti predicazioni dei Francescani e dei Domenicani, e soprattutto dopo il Concilio di Trento, il quale raccomandò ai fedeli di ricevere la S. Comunione tutte le volte che partecipavano alla S. Messa (D.U. 882- 994).

S. Tommaso d’Aquino fa notare che….
… se per combattere gli altri vizi il cristianesimo ha bisogno dell’Eucaristia, per vincere il vizio della carne (dell’impurità) la Comunione è indispensabile, perché essa è come un antidoto, nutre lo spirito per la vittoria e innesta nel nostro corpo la vita soprannaturale di Gesù.
S. Filippo Neri dirigeva spiritualmente un giovane che, nonostante ogni sforzo, non riusciva a vivere puro. Le sue cadute si trascinavano da anni, ed egli, ormai privo di ogni fiducia, era quasi disperato.
Allora il Santo gli comandò « una cura straordinaria eppur normale »: quel giovane doveva rimettere a posto la coscienza e mantenere l’impegno di ricevere Gesù ogni giorno.
Il risultato fu meraviglioso: non solo il penitente guarì dal suo vizio, ma continuando poi la frequenza dell’Eucaristia, imparò ad amare sempre più il Signore, si fece sacerdote e visse santamente facendo un gran bene tra le anime.
E’ fin troppo celebre l’episodio di quel ragazzo che una mattina accompagnò il sacerdote a portare il Viatico a un vecchio pittore. In quel tempo si usava andare in processione con il baldacchino, con ceri e con il turibolo sino alla casa dell’infermo.
Quel ragazzo portava appunto il turibolo. Entrò con il sacerdote, vide che il vecchio riceveva devotamente l’Ostia bianca e si raccoglieva in devoto ringraziamento.
Ad un tratto l’infermo guardò il turibolo dove il fuoco si era ormai spento, e ne trasse un carboncino con il quale, in poche linee disegnò un bellissimo volto di Gesù sulla bianca parete vicino al suo letto.
Allora il giovanetto disse sottovoce al pittore: « Vorrei anch’io poter disegnare un volto così bello di Gesù… ».
Il pittore morente lasciò cadere il carboncino consumato, e gli sussurrò: « Per mostrare agli altri Gesù, bisogna averlo prima nel proprio cuore ».
Quel ragazzo capì la lezione e divenne un grande artista: fu il pittore Murillo.
Care Sorelle, se vogliamo presentare alle anime l’immagine di Gesù, dobbiamo averla ben viva nel nostro cuore.
Chiediamo alla Madonna che ci renda sempre più avidi del Pane Eucaristico che Ella stessa ci ha preparato, donando la vita a Gesù, Verbo Incarnato.

Don Severino GALLO sdb (+)

Publié dans:OMELIE, SETTIMANA SANTA |on 28 mars, 2018 |Pas de commentaires »

deposizione dalla croce

mdiario gesù deposto dalla croce

Publié dans:immagini sacre |on 27 mars, 2018 |Pas de commentaires »

SALMO 144: NELLA GIOIA DEL SIGNORE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/06-07/007-Salmo_%20144.html

SALMO 144: NELLA GIOIA DEL SIGNORE

O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome
in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode, la sua grandezza non si può misurare.
Una generazione narra all’altra le tue opere, annunzia le tue meraviglie.
Proclamano lo splendore della tua gloria e raccontano i tuoi prodigi.
Dicono la stupenda tua potenza e parlano della tua grandezza.
Diffondono il ricordo della tua bontà immensa, acclamano la tua giustizia.
Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza, per manifestare agli uomini i tuoi prodigi e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è regno di tutti
i secoli, il tuo dominio si estende ad ogni generazione.

Il Salmo 144 è una gioiosa lode al Signore che è esaltato come un sovrano amoroso e tenero, preoccupato per tutte le sue creature. La Liturgia ci propone questo inno in due momenti distinti, che corrispondono anche ai due movimenti poetici e spirituali del Salmo stesso. Ora noi ci soffermeremo sulla prima parte, che corrisponde ai vv. 1-13.
Il Salmo è innalzato al Signore invocato e descritto come «re» (cf Sal 144,1), una raffigurazione divina che domina altri inni salmici (cf Sal 46;92;95-98). Anzi, il centro spirituale del nostro canto è costituito proprio da una celebrazione intensa e appassionata della regalità divina. In essa si ripete per quattro volte – quasi ad indicare i quattro punti cardinali dell’essere e della storia – la parola ebraica malkut, «regno» (cf Sal 144,11-13).
Sappiamo che questa simbologia regale, che sarà centrale anche nella predicazione di Cristo, è l’espressione del progetto salvifico di Dio: egli non è indifferente riguardo alla storia umana, anzi ha nei suoi confronti il desiderio di attuare con noi e per noi un disegno di armonia e di pace. A compiere questo piano è convocata anche l’intera umanità, perché aderisca alla volontà salvifica divina, una volontà che si estende a tutti gli «uomini», a «ogni generazione» e a «tutti i secoli». Un’azione universale, che strappa il male dal mondo e vi insedia la «gloria» del Signore, ossia la sua presenza personale efficace e trascendente.

Celebrare la salvezza
Verso questo cuore del Salmo, posto proprio al centro della composizione, si indirizza la lode orante del Salmista, che si fa voce di tutti i fedeli e vorrebbe essere oggi la voce di tutti noi. La preghiera biblica più alta è, infatti, la celebrazione delle opere di salvezza che rivelano l’amore del Signore nei confronti delle sue creature. Si continua in questo Salmo a esaltare «il nome» divino, cioè la sua persona (cf vv. 1-2), che si manifesta nel suo agire storico: si parla appunto di «opere», «meraviglie», «prodigi», «potenza», «grandezza», «giustizia», «pazienza», «misericordia», «grazia», «bontà» e «tenerezza».
È una sorta di preghiera litanica che proclama l’ingresso di Dio nelle vicende umane per portare tutta la realtà creata a una pienezza salvifica. Noi non siamo in balía di forze oscure, né siamo solitari con la nostra libertà, bensì siamo affidati all’azione del Signore potente e amoroso, che ha nei nostri confronti un disegno, un «regno» da instaurare (cf v. 11).

Il regno della tenerezza
Questo «regno» non è fatto di potenza e di dominio, di trionfo e di oppressione, come purtroppo spesso accade per i regni terreni, ma è la sede di una manifestazione di pietà, di tenerezza, di bontà, di grazia, di giustizia, come si ribadisce a più riprese nel flusso dei versetti che contengono la lode.
La sintesi di questo ritratto divino è nel versetto 8: il Signore è «lento all’ira e ricco di grazia». Sono parole che rievocano l’auto-presentazione che Dio stesso aveva fatto di sé al Sinai, dove aveva detto: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34,6). Abbiamo qui una preparazione della professione di fede di San Giovanni, l’Apostolo, nei confronti di Dio, dicendoci semplicemente che Egli è amore: «Deus Caritas est» (cf 1 Gv 4,8.16).

L’opera della misericordia
Oltre che su queste belle parole, che ci mostrano un Dio «lento all’ira, ricco di misericordia», sempre disponibile a perdonare e ad aiutare, la nostra attenzione si fissa anche sul successivo bellissimo versetto 9: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature». Una parola da meditare, una parola di consolazione, una certezza che Egli porta nella nostra vita.
A tale riguardo, San Pietro Crisologo (380 ca. – 450 ca.) così si esprime nel Secondo discorso sul digiuno:
«Grandi sono le opere del Signore»: ma questa grandezza che vediamo nella grandezza della Creazione, questo potere è superato dalla grandezza della misericordia. Infatti, avendo detto il profeta: «Grandi sono le opere di Dio», in un altro passo aggiunse: «La sua misericordia è superiore a tutte le sue opere».
La misericordia, fratelli, riempie il cielo, riempie la terra… Ecco perché la grande, generosa, unica, misericordia di Cristo, che riservò ogni giudizio per un solo giorno, assegnò tutto il tempo dell’uomo alla tregua della penitenza…
Ecco perché si precipita tutto verso la misericordia il profeta che non aveva fiducia nella propria giustizia: “Abbi pietà di me, o Dio – dice –, per la tua grande misericordia” (Sal 50,3)» (42,4-5: Sermoni 1-62bis, Scrittori dell’Area Santambrosiana, 1, Milano-Roma 1996, pp. 299. 301).
E così diciamo anche noi al Signore: «Abbi pietà di me, o Dio, tu che sei grande nella misericordia».

Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 01-02-2006

 

Crocifissione

imm ciottoli e diario - Copia

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GIOVANNI PAOLO II – TRIDUO PASQUALE – GIOVANNI PAOLO II PELLEGRINO A GERUSALEMME (1997)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1997/documents/hf_jp-ii_aud_26031997.html

GIOVANNI PAOLO II – TRIDUO PASQUALE – GIOVANNI PAOLO II PELLEGRINO A GERUSALEMME (1997)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì Santo, 26 marzo 1997

1. «Vexilla Regis prodeunt / fulget Crucis mysterium . . .».

Siamo nella Settimana Santa, giorni nei quali veneriamo il mistero della Croce. La Chiesa proclama con immensa commozione l’antico inno liturgico, trasmesso di generazione in generazione, e ripetuto nei secoli dai credenti. La «Settimana Santa», centro dell’Anno Liturgico, ci fa rivivere gli avvenimenti fondamentali della Redenzione legati alla morte e risurrezione di Gesù. Sono giorni commoventi e toccanti, colmi di una speciale atmosfera che investe tutti i cristiani. Giorni di silenzio interiore, di preghiera intensa e di profonda meditazione sugli eventi straordinari che hanno cambiato la storia dell’umanità e danno valore autentico alla nostra esistenza.
Oggi, alla vigilia del Sacro Triduo, desidero recarmi insieme a voi in pellegrinaggio, con la mente ed il cuore, a Gerusalemme. La liturgia stessa dei prossimi giorni ci guiderà: ci introdurrà nel Cenacolo, ci porterà sul Calvario ed infine davanti al Sepolcro nuovo scavato nella roccia.
2. Il Giovedì Santo troveremo nel Cenacolo di Gerusalemme del pane e del vino. Questo giorno ci riporta all’istituzione dell’Eucaristia, dono supremo dell’amore di Dio nel suo progetto di redenzione. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti negli anni 53-56, confermava i primi cristiani nella verità del «mistero eucaristico», comunicando loro quanto egli stesso aveva appreso: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo, che è per voi: fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice, dicendo: ‘Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me’» (1 Cor 11, 23-26).
Queste parole manifestano con chiarezza l’intenzione di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente col suo corpo « dato » e col suo sangue « versato » quale sacrificio della Nuova Alleanza. Al tempo stesso, Egli costituisce gli Apostoli e i loro successori ministri di questo Sacramento, che consegna alla sua Chiesa come prova suprema del suo amore.
Ecco il contenuto essenziale del Giovedì Santo. Ci conceda il Figlio di Dio di vivere questo giorno secondo le parole della bella preghiera bizantina: « O Figlio di Dio, fammi oggi partecipe della tua mistica Cena: io non svelerò il Mistero ai tuoi nemici, né ti darò il bacio di Giuda, ma come il buon ladrone ti confesserò: Ricordati di me, o Signore, quando sarai nel tuo Regno! » (Liturgia di San Basilio del Giovedì Santo, Canto alla Comunione).
3. Il Venerdì Santo contempleremo sul Calvario la Croce. « Ecce lignum Crucis . . . », « Ecco il legno della Croce, a cui fu appeso Cristo, Salvatore del mondo ». Rivivremo i « misteri dolorosi » della passione e morte di Gesù. Di fronte al Crocifisso ricevono drammatica rilevanza le parole da Lui pronunciate nel corso dell’Ultima Cena: «Questo è il sangue mio dell’alleanza, che è sparso per molti, in remissione dei peccati» (cfr Mc 14, 24; Mt 26, 28; Lc 22, 20). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante, la crocifissione. Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione umana. La salita al Calvario è stata una indescrivibile sofferenza, sfociata nel terribile supplizio della crocifissione. Quale mistero! Iddio, fattosi uomo, soffre per salvare l’uomo, caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità.
Il Venerdì Santo ci fa pensare al continuo succedersi di prove nella storia, tra le quali non possiamo dimenticare le tragedie dei nostri giorni. Come non ricordare a questo proposito le drammatiche vicende che ancor oggi insanguinano alcune nazioni del mondo? La passione del Signore continua nella sofferenza degli uomini. Continua particolarmente nel martirio di sacerdoti, religiose, religiosi e laici impegnati in prima fila nell’annuncio del Vangelo. Proprio l’altro ieri abbiamo celebrato la « giornata di preghiera e di digiuno per i missionari martiri »: la Comunità cristiana è invitata a meditare su tali eroiche testimonianze e a ricordare nella preghiera questi fratelli e sorelle che con la vita hanno pagato il prezzo della loro fedeltà a Cristo.
Il cristiano deve imparare a portare la sua croce con umiltà, fiducia e abbandono alla volontà di Dio, trovando sostegno e conforto, in mezzo alle tribolazioni della vita, nella Croce di Cristo. Che il Padre ci conceda in ogni momento difficile di poter pregare: « Adoramus Te, Christe, et benedicimus tibi . . . « , « Ti adoriamo, o Cristo, e Ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo ».
4. E dopo l’attesa del Sabato Santo, sperimenteremo la gioia della Santa Pasqua. Il Triduo Sacro si conclude nel radioso «mistero glorioso» della risurrezione di Cristo. Egli aveva predetto: «Il terzo giorno risorgerò!». E’ la vittoria definitiva della vita sulla morte.
La più solenne e la più grande delle celebrazioni cristiane, la Veglia pasquale, avverrà di notte. Una notte di attesa… ricca di luce: la notte del fuoco benedetto, la notte dell’acqua battesimale, la notte del Battesimo, della Cresima e dell’Eucaristia. Notte di Pasqua, di passaggio: il passaggio di Cristo dalla morte alla vita; il nostro passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio. Lo Spirito Santo ci conceda l’esultanza delle donne discepole del Signore, che – come pone in evidenza la liturgia bizantina – dissero agli Apostoli: « E’ stata sconfitta la morte; Cristo Dio è risorto elargendo al mondo la sua grande misericordia! » (Liturgia bizantina, Tropario del Sabato Santo, tono IV).
Ci accompagni in questo itinerario spirituale la Vergine Santissima, Lei che seguì Gesù nella sua passione e fu presente sotto la Croce alla sua morte. Ci introduca Maria nel mistero pasquale, perché con Lei possiamo sperimentare la letizia e la pace della Pasqua.

Saluti

 

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