Archive pour juillet, 2020

IL tesoro del campo

diario

Publié dans:immagini sacre |on 24 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

IL REGNO: UN TESORO E UNA PERLA! – XVII DOMENICA DEL T.O.

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IL REGNO: UN TESORO E UNA PERLA! – XVII DOMENICA DEL T.O.

Carissimi fratelli e sorelle,

si conclude oggi il Discorso parabolico di Gesù fatto nello stupendo scenario del Mare di Galilea sulla spiaggia del paese di Pietro, Cafarnao, che aveva preso come sua base apostolica. A causa della folla era dovuto salire sulla barchetta di Pietro e dà lì parlava del Regno del Padre suo in parabole. Iniziò con quella del seminatore, proseguendo con quella della zizzania, del grano di senapa e della donna che impasta la farina con del lievito, che abbiamo ascoltato nelle due passate domeniche, e oggi viene chiuso il discorso con le ultime due: quella del tesoro nascosto e della perla preziosa.
In esse Gesù annuncia come inaugurato, in atto, il Regno del Padre suo, quel Regno a lungo atteso dal popolo di Dio e ampiamente preannunziato dai profeti e, nello stesso tempo, intende correggere quell’idea sbagliata che il popolo si era fatta, di un regno prevalentemente politico-sociale che coincideva con il trionfo dello stato d’Israele su tutte le altre nazioni.
Il Regno di Dio è uno dei concetti chiave della Bibbia e della stessa predicazione di Gesù che, come quella del suo Precursore, inizia con queste parole: “Convertitevi perché il regno di Dio è vicino!” (Mt 3,2; 4,17). Ma questa parola cosa dice più al cristiano moderno? Quali risonanze provoca nel suo cuore l’udirla? Quali sentimenti si accendono in esso sentendo parlare del “Regno di Dio”?
Nell’insegnamento di Gesù, questo Regno si presenta anzitutto come un intervento di Dio nel corso della storia. Questo è vero anche dell’Antico Testamento; ma nel Nuovo Testamento l’intervento si manifesta nella venuta del Figlio di Dio.
Nella Storia della Salvezza vediamo come Dio voglia stabilire il suo Regno in mezzo agli uomini. Nel susseguirsi dei tempi, il popolo di Dio aveva maturato diverse comprensioni del Regno di Dio che trovano tutte compimento nella persona di Gesù Cristo, è Gesù infatti la piena, definitiva e assoluta manifestazione del Regno di Dio.
“Regno” richiama “autorità” – “potere” – “dominio”, ora questo regno di Dio non è però un regno alla maniera umana, ma tutta sua: è “autorità” che non opprime ma che illumina, è “ potere” che non schiavizza, ma libera; è un “dominio” che non schiaccia, ma innalza.
i profeti più antichi avevano visto questo regno come il giudizio di dio su israele e i peccatori, i profeti più recenti vedevano questo regno in un mondo ricreato che vive all’ombra della presenza di dio. gli autori apocalittici descrivono lo stabilirsi del regno secondo lo scenario di una catastrofe cosmica. nei libri sapienziali il regno di dio è presentato come frutto dell’osservanza della legge di dio. questa osservanza è propriamente la Sapienza che si attenda in mezzo al popolo di Dio (cf Sir 24,8) e Salomone, con la sua ricerca spassionata di essa, preferendola alla ricchezza e a ogni altro bene (prima lettura) diventa modello dei membri di questo Regno dei timorati del Signore.
Il NT, infine, annuncia il Regno come imminente in forza della morte e risurrezione di Gesù, o come già avvenuto nella sua Persona, e pone l’accento sul suo carattere essenzialmente interiore, fondato sulla carità. Il nostro mondo cristiano vive nell’attesa della manifestazione piena di questo Regno alla fine dei tempi.
Con le sue parabole del Regno di Dio, Gesù afferma che il Padre suo regna nei cuori dove attecchisce la Parola che come seme è stata seminata in loro; che questa Parola si sviluppa nella dinamica della lotta, del contrasto con quella gramigna che vorrebbe soffocarla; che bisogna avere fiducia nella potenza divina di questa Parola che ha in sé la forza di svilupparsi e di produrre frutto.
Oggi, nelle due parabole del tesoro nascosto e della perla preziosa, Gesù mette in risalto un altro aspetto del Regno del Padre, e cioè che esso è un Regno di amore. Sì, un Regno di amore! Cosa, infatti, può spingere un tale a vendere tutto per comprare quel campo dove ha scoperto un tesoro, se non l’amore per quel tesoro, il desiderio di far proprio quel tesoro, di possederlo, perché lo stima, lo apprezza, lo considera di valore unico, superiore, e quindi lo ama talmente tanto da vendere ogni altra cosa per impossessarsene? E così, parimenti, il mercante di perle preziose, per l’amore a quell’unica perla, vende tutto per averla.
È l’amore la molla del Regno di Dio! Dire che esso è un Regno d’amore significa innanzi tutto dire che è un Regno di innamorati, cioè di persone conquistate da un Qualcosa o meglio da un Qualcuno che ha sedotto loro il cuore, ha soggiogato il loro cuore talmente tanto che non pensa ad altro, non vuole altro, non desidera altro che possedere il Desiderato.
Quando un uomo si innamora di una donna o una donna di un uomo, scattano nei loro cuori delle molle nascoste che sconvolgono completamente le loro vite proiettandole l’una nell’altra e tutto diventa più bello, più facile, più tutto. Ora tutto questo non è che un piccolo e lontano segno di quell’amore più profondo, più forte, più grande che ogni persona è chiamata a realizzare in Dio suo Creatore, suo Padre, Sposo e Amico fedele.
Il Regno di Dio è dunque il Regno di coloro che amano Dio da Dio, riconoscendoLo come il proprio Dio e Signore e Padre. Già il VT aveva l’indicazione di amare Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5) e trovava nell’amore verso Dio la motivazione dell’osservanza della Legge, come diceva bene il Salmista: “Corro, Signore, per la via dei tuoi comandamenti perché Tu hai dilatato il mio cuore” (Sal 119,32).
Ora, nel NT, il nuovo comandamento è quello di amare come Gesù (cf Gv 13,34), ma come riuscire ad amare come Gesù, cioè a far propri tutti i suoi sentimenti (cf Fil 2,5) se prima non si è attratti, conquistati, sedotti dalla sua Persona (cf Fil 3,7-8.12)?
Tutta l’opera del Padre nei nostri confronti è quella di attirarci al Figlio (cf Gv 6,44; Mt 17,5 e paral.) il quale ci attira con la sua bellezza (cf Sal 45,3), bellezza che rifulge in tutta la sua Persona, in ogni suo gesto o parola. Gesù ci attira fortemente e se non ci attira è solo perché non perdiamo tempo a guardarLo!
Ma perché Gesù ci attira? E se ancora non ci ha attirato significa che non siamo ancora suoi, ma di altri… sono altri che posseggono il nostro cuore, non Lui, perché se amiamo qualcuno o qualcosa più di Lui non siamo proprio degni di Lui (cf Mt 10,37) e siamo schiavi di chi ha conquistato il nostro cuore “perché ognuno è schiavo di ciò che l’ha vinto”(2Pt 2,19), se invece ci lasciamo vincere da Lui, non siamo più schiavi, ma liberi. Perché questo? Perché il nostro cuore se si lascia sedurre da Gesù diventa un cuore libero, un cuore nuovo, un cuore più bello?
La risposta ce l’ha data Paolo oggi nella seconda lettura dove ci dice che siamo chiamati dal Padre ad essere“conformi” al Figlio. Quando il Padre ci ha pensati e inventati nella sua fantasia divina, ci ha pensati nel Figlio: è in Gesù quindi la nostra più intima verità (cf Gv 14,6), “è in Gesù che ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nell’amore predestinandoci ad essere suoi figli adottivi” (Ef 1,3-5).
Per questo Gesù ci attira, non può non attirarci perché ogni fibra del nostro essere geme (cf Rm 8,23) anela intimamente a diventare “Lui”, a essere “Lui”, cioè a ritrovarsi nell’abbraccio del Padre. Siamo stati creati per questo e ogni nostra insoddisfazione e delusione trova la sua radice nascosta nella frustrazione di non corrispondere pienamente all’immagine del Figlio, cioè a non essere diventati ancora “Gesù”. Questa è la nostra vocazione: diventare Gesù, per realizzarla bisogna diminuire noi per far crescere Lui (cf Gv 3,30) fino al punto di non vivere più noi, ma solo Lui in noi (cf Gal 2,20).
Questo è il nostro “tesoro nascosto”, questa è la nostra “perla preziosa”: diventare Gesù, essere Gesù, trasformarsi in Gesù e quindi amare come Gesù. Questo è il Regno di Dio quaggiù e lassù: Gesù Cristo. Appartenere a Lui (cf Gal 3,29), essere Lui (cf Gal 3,28), vivere di Lui nell’unione di grazia che a Lui ci unisce (Rm 12,4-5) e in Lui ci trasforma (cf 2Cor 3,18).
Gesù pone poi come sua ultima parabola del Regno quella della rete piena di pesci buoni e cattivi, non per spaventarci, ma per metterci di fronte alla nostra responsabilità di darci da fare per realizzare la nostra vocazione a figli nel Figlio: abbiamo solo una vita per realizzarla e dobbiamo stare bene attenti a non sbagliare tutto lasciandoci attrarre da altri modelli e vie che non ci conducono certamente alla realizzazione piena e gioiosa di noi stessi, ma alla morte eterna.
La Vergine Maria, ci aiuti a liberarci di tutto ciò che impedisce al suo Figlio di manifestarsi pienamente in ciascuno di noi, per la gioia del Padre e nostra.

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il grano e la zizzania

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Publié dans:immagini sacre |on 18 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (19/07/2020)

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (19/07/2020)

Nel mondo per essere fecondi non perfetti
padre Ermes Ronchi

Il bene e il male, buon seme ed erbe cattive si sono radicati nella mia zolla di terra: il mite padrone della vita e il nemico dell’uomo si disputano, in una contesa infinita, il mio cuore. E allora il Signore Gesù inventa una delle sue parabole più belle per guidarmi nel cammino interiore, con lo stile di Dio.
La mia prima reazione di fronte alle male erbe è sempre: vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania? L’istinto mi suggerisce di agire così: strappa via, sradica subito ciò che in te è puerile, sbagliato, immaturo. Strappa e starai bene e produrrai frutto. Ma in me c’è anche uno sguardo consapevole e adulto, più sereno, seminato dal Dio dalla pazienza contadina: non strappare le erbacce, rischi di sradicare anche il buon grano. La tua maturità non dipende da grandi reazioni immediate, ma da grandi pensieri positivi, da grandi valori buoni.
Che cosa cerca in me il Signore? La presenza di quella profezia di pane che sono le spighe, e non l’assenza, irraggiungibile, di difetti o di problemi. Ancora una volta il mite Signore delle coltivazioni abbraccia l’imperfezione del suo campo. Nel suo sguardo traspare la prospettiva serena di un Dio seminatore, che guarda non alla fragilità presente ma al buon grano futuro, anche solo possibile. Lo sguardo liberante di un Dio che ci fa coincidere non con i peccati, ma con bontà e grazia, pur se in frammenti, con generosità e bellezza, almeno in germogli. Io non sono i miei difetti, ma le mie maturazioni; non sono creato ad immagine del Nemico e della sua notte, ma a somiglianza del Padre e del suo pane buono.
Tutto il Vangelo propone, come nostra atmosfera vitale, il respiro della fecondità, della fruttificazione generosa e paziente, di grappoli che maturano lentamente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita, e non un illusorio sistema di vita perfetta. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma incamminati; non per essere perfetti, ma fecondi. Il bene è più importante del male, la luce conta più del buio, una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo.
Questa la positività del Vangelo. Che ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dal quantificare ombre e fragilità. La nostra coscienza chiara, illuminata, sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio continua a seminare in noi, e poi curarlo e custodirlo come nostro Eden. Veneriamo le forze di bontà, di generosità, di tenerezza di accoglienza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e bellezza, e vedremo la zizzania scomparire, perché non troverà più terreno.

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Van Gogh, Il seminatore esce a seminare

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/07/2020)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/07/2020)

Dio parla all’uomo intelligente e libero
mons. Roberto Brunelli

Il vangelo odierno (Matteo 13,1-23) parla di agricoltura, di un argomento cioè che sembra non importante come un tempo, quando la coltivazione dei campi, costituendo l’attività della maggioranza della popolazione, condizionava la vita dell’intera società. Ora, almeno nell’opulento mondo occidentale, prevalgono l’industria e il terziario, sicché il mondo agricolo si allontana sempre più dall’orizzonte comune degli interessi e delle preoccupazioni; che ci sia pioggia o sole appare più rilevante per il successo delle vacanze che per l’esito dei raccolti. E forse ci parranno più vicine alla poesia che alla concretezza della vita le fascinose immagini delle letture di questa domenica.
Nella prima (Isaia 55,10-11) « Dice il Signore: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della parola uscita dalla mia bocca ». E il salmo responsoriale (il 64) pare un inno alla bellezza della primavera: « (Signore), tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze… Coroni l’anno con i tuoi benefici, i tuoi solchi stillano abbondanza. Stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono di esultanza. I prati si coprono di greggi, le valli si
Anche il vangelo attinge al mondo agricolo, con una parabola relativa alla semina. Premessa: i campi della Palestina, al tempo di Gesù (ma in parte tuttora), non erano come i nostri; si coltivavano le colline, dove piccole frazioni di buon terreno si alternano a rocce affioranti e cespugli selvatici. Ecco perché chi sparge la semente non può evitare che una parte vada perduta: sull’arido sentiero, dove « vennero gli uccelli e la mangiarono », o sul terreno poco profondo tra i sassi, dove « germogliò subito, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò », o « sui rovi, che crebbero e la soffocarono ». E però « un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno ».?
« Chi ha orecchi, ascolti », cioè cerchi di capire, conclude Gesù. E capire il significato della parabola è facile, poiché poco oltre è lo stesso vangelo a spiegarlo. La semente è la Parola di Dio, diffusa tra gli uomini con larghezza ma con esiti differenziati, a seconda di dove cade: sul terreno arido di chi vi oppone rifiuto o indifferenza, sul terreno superficiale di chi è distratto o incostante, tra i cespugli degli interessi materiali che la soffocano, o nel buon terreno di chi la accoglie con attenzione e la fa fruttare.
Ma prima e più dell’esito, è da considerare il fatto in sé della semina: Dio, l’Immenso, l’Eterno, l’Onnipotente, Lui che non ha bisogno di niente e di nessuno, si rivolge all’uomo, gli si propone come interlocutore, gli parla: quale degnazione, quale dono! Basterebbe questo a manifestare la grandezza dell’uomo, la sua incomparabile dignità, il valore unico, irripetibile, supremo della sua esistenza. E parlando dell’uomo si intende ogni essere umano, perché Dio non parla solo a qualcuno, più intelligente degli altri, o più importante, o più istruito: parla a tutti e a ciascuno, in tanti modi: nella bellezza del creato, nelle pagine della Bibbia, nell’esempio dei santi, nell’intimità della coscienza; parla, mosso da un inesausto amore che vuole il bene della persona amata.
Sin dalla prima pagina la Bibbia afferma che Dio ha fatto l’uomo, maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza. Spiegano gli esperti che l’immagine e somiglianza dell’uomo con Dio sta nel fatto che entrambi, pur se ovviamente in grado diverso, sono intelligenti e liberi. Ora si capisce il motivo di questo agire di Dio: ha voluto l’uomo dotato di intelligenza per parlargli, per entrare in dialogo con lui; l’ha voluto libero, perché la sua risposta non fosse dettata dalla paura, o dalla necessità, ma dall’amore.

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Mt 11, 25-30

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Publié dans:immagini sacre |on 3 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

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OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

padre Gian Franco Scarpitta

La motivazione di fondo dell’umiltà e della carità

In riferimento all’argomento della scorsa Domenica, mi sovviene ricordare un pensiero di un confratello oggi tornato al Padre: « Se ogni volta avanziamo pretesti e scuse per non esercitarla, la carità non verrà mai messa in pratica. E il problema è che appunto non di rado noi ci nascondiamo dietro a tali scuse. » Lo diceva in riferimento all’accoglienza che i nostri conventi tante volte negano ai viandanti e ai pellegrini, molte volte con il pretesto di dover essere prudenti, di non poter accogliere persone a casa nostra con troppa facilità, di non essere eccessivamente indulgenti. Se da una parte infatti è vero che occorre molta attenzione, prudenza e circospezione ogni qual volta ci troviamo a dover ospitare o assistere qualcuno che ricorre a noi, è altrettanto vero che tali prerogative non devono diventare un alibi: ferma restando la massima cautela, non possiamo esimerci dal venire incontro a chi ha bisogno, sia in ordine all’accoglienza, sia in ordine alla carità in senso più globale e la volta scorsa riflettevamo sul fatto che aprirsi al povero e al bisognoso equivale aprirsi a Dio medesimo. Nel fratello che chiede aiuto, accoglienza, assistenza non possiamo non vedere il Signore che presenzia negli umili e negli abbandonati.
Dicevamo: non possiamo ogni volta avanzare scuse per legittimare l’esercizio della carità; uno dei motivi per cui non siamo scusati è il fatto che coloro verso i quali siamo chiamati ad adoperarci sono sempre i ?piccoli?, i ?dimenticati?, i ?miseri?… quelle categorie di persone reiette dalla società generale ma che Dio particolarmente predilige. Mancare nei confronti dei semplici e degli umili non è mai giustificato. La motivazione di fondo ce la offre la liturgia di oggi, la cui tematica non si allontana molto dagli argomenti della scorsa Domenica. Dio infatti è provvidente verso i poveri e i piccoli perché egli stessi si è umiliato, rinunciando a posizioni di grandezza, spendendo per noi la sua gloria e addirittura configurandosi in tutto a noi se eccettuiamo il peccato.
Il Messia non viene descritto con categorie di grandezza e di superiorità, ma come lo descrive il profeta Zaccaria nella Prima Lettura di oggi egli sarà un re estremamente sottomesso, che entrerà a Gerusalemme sul dorso di una umilissima cavalcatura ben lontana da quella di cui erano soliti servirsi i monarchi e gli imperatori. Sarà quindi un comune uomo fra gli uomini, partecipe dei dolori e delle ansie della gente, povero fra i poveri e sotto questa fisionomia recherà sollievo e benessere al suo popolo e al mondo intero. La possibilità della pacificazione universale è data appunto dalla piccolezza e dalla povertà quali vie predilette dal Messia, dalla sua fuga personale dalle sicurezze e dalle aberrazioni della materia, dal diniego affermato della mondanità e della secolarità e dalla presa di distanza da ogni sorta di male e di ingiustizia. Umiltà e povertà sono infatti alla radice di qualsiasi miglioramento anche in ordine alla politica e all’economia e il distacco personale dal potere accresce l’apertura verso gli ultimi e gli esclusi. La fuga dal vizio e dal potere è alla base dell’estinzione di tutti i focolai di guerra, ecco perché ad instaurare la pace non può che essere un messia povero e dimesso.
Il Messia sacerdote, re e profeta stravolgerà quindi il comune pensare che vige fra gli uomini e apporterà una novità di salvezza sotto ambiti del tutto innovativi, che privilegeranno la semplicità e l’umiltà di vita. Del resto in tutto l’Antico Testamento ricorre l’idea dei poveri (anawim) privilegiati di Yahvè che a motivo della loro condizione devono dipendere esclusivamente dal Signore per il loro sostentamento.
E così Gesù, nell’?inno di giubilo? esalta il Padre che ha preferito ?tenere nascoste queste cose ai sapienti e rivelarle ai piccoli? attraverso lo stesso Figlio Gesù Cristo che è egli stesso l’umile cavalcatore di cui al brano succitato di Zaccaria. Gesù infatti entrerà in Gerusalemme cavalcando un asino e affermerà se stesso non nell’ottica delle aspettative di sapienza umana, ma da quella sapienza ?nascosta ai dominatori di questo mondo che i potenti non hanno mai conosciuto, di una sapienza divina (1Cor 2, 2) che ha il suo acme in un evento: Cristo crocifisso e che si rivela quindi nella piccolezza e nella semplicità delle cose. Dio l’ha resa manifesta appunto non ai dominatori di questo mondo, agli intellettuali raffinati o ai dotti altolocati, ma a coloro che abbiano un cuore sincero e aperto, amante della verità nella carità. Gesù mostra il volto di un Dio che rifugge ogni sapienza umana, anzi come dirà poi Paolo, un Dio la cui sapienza non è di questo mondo, ma che coincide con ciò che il mondo definisce stoltezza. « Quando sono debole, è allora che sono forte », dirà infatti l’apostolo, delineando che la vera forza di Dio risiede in tutto ciò che noi definiamo debolezza: « Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è: più forte degli uomini. »(1Cor 10, 25)
In forza di questo Gesù può rendere consolazione agli sfiduciati e risollevare i deboli e gli afflitti: si fa loro compagno, amico e confidente avendo egli stesso vissuto la stessa condizione di abbandono e di deperimento e questo lo conduce anche a promettere la sua consolazione e il suo sostegno a coloro che si trovano ?affaticati e oppressi? perché il ristoro, che consiste nella consolazione ma anche nell’equipaggiamento per poter andare avanti, deriverà loro da lui stesso e sarà nella forma convincente.
Si può ribadire allora che è necessario che i sentimenti di Gesù siano anche i nostri e che sulle sue orme ci disponiamo anche noi a prediligere fra tutti i poveri e gli ultimi, senza avanzare pretesti nell’esercizio della carità.

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 3 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

preghiera all’angelo

diario preghiera all'angelo

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Publié dans:immagini sacre |on 1 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA – CONTRASTARE L’ABISSO DELL’INDIFFERENZA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200312_contrastare-abisso-dellindifferenza.html

LA CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA

DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

CONTRASTARE L’ABISSO DELL’INDIFFERENZA

Giovedì, 12 marzo 2020  

«Continuiamo a pregare insieme, in questo momento di pandemia, per gli ammalati, per i familiari, per i genitori con i bambini a casa; ma soprattutto io vorrei chiedervi di pregare per le autorità: loro devono decidere e tante volte decidere su misure che non piacciono al popolo. Ma è per il nostro bene. E tante volte, l’autorità si sente sola, non capìta. Preghiamo per i nostri governanti che devono prendere la decisione su queste misure, che si sentano accompagnati dalla preghiera del popolo». È con queste intenzioni — nella vicinanza anche ai profughi siriani e ai poveri — che Papa Francesco ha celebrato giovedì mattina 12 marzo la messa, trasmessa in diretta video dalla cappella di Casa Santa Marta.

Per rafforzare le sue parole, all’inizio della celebrazione, ha letto l’antifona d’ingresso — «Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore; vedi se percorro una via di menzogna, e guidami sulla retta via» — tratta dal salmo 139 (23-24).

Per la sua meditazione — incentrata sulla tentazione di cadere nella «globalizzazione dell’indifferenza» verso gli altri perché troppo presi da se stessi fino a perdere l’identità e divenire un «aggettivo» — il Pontefice ha preso spunto dal brano del Vangelo di Luca (16, 19-31), proposto dalla liturgia del giorno, con la parabola del ricco e del mendicante Lazzaro.

«Questo racconto di Gesù è molto chiaro — ha subito fatto notare — anche se può sembrare un racconto per i bambini: è molto semplice». E infatti «Gesù vuole indicare con questo non solo una storia, ma la possibilità che tutta l’umanità viva così, anche che noi tutti viviamo così».

Nella parabola sono di fronte due uomini. Il primo «soddisfatto, che sapeva vestirsi bene, forse cercava i più grandi stilisti del tempo per vestirsi», tanto «che — scrive Luca nel suo Vangelo — indossava vestiti di porpora e di lino finissimo». Insomma, ha spiegato il Papa, quel ricco era uno che «se la passava bene, perché ogni giorno si dava a lauti banchetti: era felice così, non aveva preoccupazioni; prendeva qualche precauzione, forse qualche pillola contro il colesterolo per i banchetti, ma così la vita andava bene. Era tranquillo».

Però proprio «alla sua porta stava un povero: Lazzaro si chiamava» ha proseguito Francesco, riproponendo i contenuti del brano del Vangelo. Il ricco «sapeva che c’era il povero, lì: lo sapeva, ma gli sembrava naturale». Probabilmente avrà anche pensato: «Io me la passo bene e questo… ma, così è la vita, che si arrangi». Oppure, ha aggiunto il Papa, «al massimo, forse — non lo dice il Vangelo — alle volte inviava qualche cosa, qualche briciola» a Lazzaro.

Il ricco e il povero hanno vissuto così la loro vita e, alla fine, entrambi «sono passati per la legge di noi tutti: morire. Morì il ricco e morì Lazzaro». E il Vangelo, ha fatto presente il Pontefice, «dice che Lazzaro è stato portato in cielo, accanto ad Abramo». Invece «del ricco soltanto dice: “Fu sepolto”. Punto. E finisce».

«Ci sono due cose che colpiscono» ha rilanciato il Papa. Anzitutto «il fatto che il ricco sapesse che c’era questo povero e che sapesse il nome: Lazzaro. Ma non importava, gli sembrava naturale. Il ricco forse faceva anche i suoi affari che, alla fine, andavano contro i poveri. Conosceva ben chiaramente, era informato di questa realtà».

«La seconda cosa che a me tocca tanto — ha confidato Francesco — è la parola “grande abisso” che Abramo dice al ricco: fra noi c’è “un grande abisso”, non possiamo comunicare, non possiamo passare da una parte all’altra». Ed «è lo stesso “abisso” — ha affermato il Pontefice — che nella vita c’era fra il ricco e Lazzaro: l’abisso non è incominciato là, l’abisso è incominciato qua».

Riguardo al ricco, ha proseguito il Papa, «ho pensato a quale fosse il dramma di quest’uomo: il dramma di essere molto, molto informato, ma con il cuore chiuso. Le informazioni di quest’uomo ricco non arrivavano al cuore, non sapeva commuoversi, non si poteva commuovere di fronte al dramma degli altri. Neppure chiamare uno dei ragazzi che servivano a mensa e dire “ma, portagli questo e quell’altro…”» a Lazzaro.

Per Francesco, questo è «il dramma dell’informazione che non scende al cuore». Ma «succede anche a noi». Sì, «tutti noi sappiamo, perché lo abbiamo sentito al telegiornale o lo abbiamo visto sui giornali, quanti bambini patiscono la fame oggi nel mondo; quanti bambini non hanno le medicine necessarie; quanti bambini non possono andare a scuola». Ci sono interi «continenti con questo dramma: lo sappiamo». Ma qual è la reazione? Magari limitarsi a dire: «Eh, poveretti… e continuiamo».

È una «informazione» forte che, però, «non scende al cuore» ha fatto notare il Pontefice: «Tanti di noi, tanti gruppi di uomini e donne vivono in questo distacco tra quello che pensano, quello che sanno e quello che sentono: è staccato il cuore dalla mente. Sono indifferenti. Come il ricco era indifferente al dolore di Lazzaro. C’è l’abisso dell’indifferenza».

«A Lampedusa, quando sono andato la prima volta, mi è venuta questa parola: la globalizzazione dell’indifferenza» ha rilanciato Francesco. «Forse noi oggi, qui, a Roma, siamo preoccupati perché “sembra che i negozi siano chiusi, io devo andare a comprare quello, e sembra che non posso fare la passeggiata tutti i giorni, e sembra questo…”». In sostanza gli uomini sono «preoccupati per le cose» personali. Ma con questo modo di fare «dimentichiamo i bambini affamati, dimentichiamo quella povera gente che è ai confini dei Paesi, cercando la libertà, questi migranti forzati che fuggono dalla fame e dalla guerra e soltanto trovano un muro, un muro fatto di ferro, un muro di filo spinato, ma un muro che non li lascia passare».

E pur se ne siamo consapevoli, questo dramma «non va al cuore». Perché «noi viviamo nell’indifferenza: l’indifferenza è questo dramma di essere bene informato ma non sentire la realtà altrui». Proprio «questo è l’abisso: l’abisso dell’indifferenza».

«Poi c’è un’altra cosa che colpisce» ha fatto presente il Papa. Il Vangelo dice «il nome del povero: lo sappiamo, Lazzaro». Del resto, ha aggiunto, «anche il ricco lo sapeva, perché quando era negli inferi chiede ad Abramo di inviare Lazzaro, lì lo ha riconosciuto». Però, ha proseguito il Pontefice, «non sappiamo il nome del ricco: il Vangelo non ci dice come si chiamava questo signore. Non aveva nome. Aveva perso il nome. Soltanto, aveva gli aggettivi della sua vita: ricco, potente, tanti aggettivi».

«L’egoismo in noi» finisce per farci «perdere la nostra identità reale, il nostro nome, e soltanto ci porta a valutare gli aggettivi» ha affermato Francesco. E «la mondanità ci aiuta in questo. Siamo caduti nella cultura degli aggettivi dove il tuo valore è quello che tu hai, quello che tu puoi, ma non come ti chiami. Hai perso il nome. L’indifferenza porta a questo. Perdere il nome. Soltanto siamo i ricchi, siamo questo, siamo l’altro. Siamo gli aggettivi».

Papa Francesco, concludendo la meditazione, ha invitato perciò a chiedere «oggi al Signore la grazia di non cadere nell’indifferenza, la grazia che tutte le informazioni dei dolori umani che abbiamo scendano al cuore e ci muovano a fare qualcosa per gli altri».

Infine, al termine della celebrazione eucaristica il Pontefice ha sostato in preghiera davanti all’immagine della Madre di Dio, accanto all’altare della cappella.

Intanto nella Basilica Vaticana, alle ore 12, continua l’iniziativa di preghiera mariana promossa dal cardinale arciprete Angelo Comastri attraverso la recita dell’Angelus e del rosario.

 

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