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POESIE ROMANESCHE – TRILUSSA – LA SINCERITÀ

http://www.romainrima.it/online/?cat=417

POESIE ROMANESCHE – TRILUSSA – LA SINCERITÀ

La sincerità

M’aricorderò sempre che mi’ nonno, / pe famme pijà sonno,
me diceva la favola de quello / ch’annava in cerca de sincerità.
Io, però, m’addormivo sur più bello
che nimmanco arivavo a la metà.
Tutta quanta la favola nun era / che la storia de Gnocco:
un pastorello / ch’uscì de notte per annà ar Castello /
de la gente sincera; ma arivato a lo svorto d’una strada /
incontrava ‘na povera vecchietta / che je diceva: “Abbada,
tiè sempre d’occhio quer lumino verde
che riluce, sbrilluccica e se perde
co la stella der cèlo più vicina… / e cammina, cammina…
Però, si nun sei pratico, / passi un momento critico,
cor Cignale politico / e er Gatto dipromatico.
Nun te fidà dell’Omo / ch’accomoda l’idea,
seconno la livrea /che porta er maggiordomo.
E abbada all’Orco Rosso /che fa er vocione grosso:
abbada all’Orco Nero / perché nun è sincero;
abbada all’Orco Bianco /perché nun è mai franco.
Per cui, pe èsse certo, / de chi te s’avvicina,
tiè sempre un occhio aperto / e cammina, cammina …
E Gnocco camminava, Dio sa quanto,
tutta la notte fino a la matina, / fra l’Orchi e fra le Streghe:
ogni momento / trovava un tradimento…
Com’annava a finì? Già ve l’ho detto:
prima ch’er pastorello / arivasse ar Castello,
m’addormivo, finché mi’ nonno me metteva a letto.
Purtroppo, puro adesso, / si vado in cerca de sincerità
me succede lo stesso: / e come ne la favola de nonno,
pur’io vedo un lumino, / lontano, in fonno in fonno…
E cammino, cammino, / finché casco dar sonno.

Trilussa

Publié dans:poesia romanesca |on 20 février, 2017 |Pas de commentaires »

BOLLA DE SAPONE – TRILUSSA

http://www.roma-o-matic.com/poesie.php3?cod_ric=105

BOLLA DE SAPONE

TRILUSSA

Lo sai ched’è la Bolla de Sapone?
l’astuccio trasparente d’un sospiro.
Uscita da la canna vola in giro,
sballottolata senza direzzione,
pe’ fasse cunnalà come se sia
dall’aria stessa che la porta via.

Una farfalla bianca, un certo giorno,
ner vede quela palla cristallina
che rispecchiava come una vetrina
tutta la robba che ciaveva intorno,
j’agnede incontro e la chiamò: – Sorella,
fammete rimirà! Quanto sei bella!

Er celo, er mare, l’arberi, li fiori
pare che t’accompagnino ner volo:
e mentre rubbi, in un momento solo,
tutte le luci e tutti li colori,
te godi er monno e te ne vai tranquilla
ner sole che sbrilluccica e sfavilla.-

La bolla de Sapone je rispose:
- So’ bella, sì, ma duro troppo poco.
La vita mia, che nasce per un gioco
come la maggior parte de le cose,
sta chiusa in una goccia… Tutto quanto
finisce in una lagrima de pianto.

Publié dans:poesia romanesca |on 23 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

ER ZAGRIFIZZIO D’ABBRAMO (GIUSEPPE GIOACHINO BELLI)

dal sito:

http://roma.andreapollett.com/S8/roma-b3i.htm#bib

ER ZAGRIFIZZIO D’ABBRAMO

GIUSEPPE GIOACHINO BELLI

sonetti

Roma, 16 gennaio 1833

I

La Bibbia, ch’è una spece d’un’istoria,
Dice che ttra la prima e ssiconn’arca
Abbramo vorze fà da bon patriarca
N’ojocaustico a Dio sur Montemoria.

Pijò dunque un zomaro de la Marca,
Che ssenza comprimenti e ssenza boria,
Stava a pasce er trifojo e la cicoria
Davanti a casa sua come un monarca.

Poi chiamò Isacco e disse: « Prepara una fascina,
Pija er marraccio, carca er zomarello,
Chiama er garzone, infilete er corpetto,

Saluta mamma, cercheme er cappello;
E annamo via, perché Dio benedetto
Vò un zagrifizzio che nun pòi sapello ».

II

Doppo fatta un boccon de colazzione
Partirno tutt’e quattro a giorno chiaro,
E camminorno sempre in orazzione
Pe quarche mijo ppiù der centinaro.

« Semo arrivati: alò », disse er vecchione,
« Incollete er fascetto, fijo caro »:
Poi, vortannose in là, fece ar garzone:
« Aspettateme qui voi cor zomaro ».

Saliva Isacco, e diceva: « Papà,
Ma diteme, la vittima indov’è ? »
E lui j’arisponneva: « Un po’ ppiù in là ».

Ma quanno finarmente furno sù,
Strillò Abbramo ar fijolo: « Isacco, a tte,
Faccia a tterra: la vittima sei tu ».

III

« Pacenza », dice Isacco ar zu’ padraccio,
Se butta s’una pietra inginocchione,
E quer boja de padre arza er marraccio
Tra cap’e collo ar povero cojone.

« Fermete, Abbramo: nun calà quer braccio »,
Strilla un Angiolo allora da un cantone:
« Dio te vorze provà co sto setaccio… »
Bee, bee… Chi è quest’antro! è un pecorone.

Inzomma, amici cari, io già sso’ stracco
D’ariccontavve er fatto a la distesa.
La pecora morì: fu sarvo Isacco:

E quella pietra che m’avete intesa
Mentovà ssur più bello de l’acciacco,
Sta a Roma, in Borgo-novo, in d’una chiesa.

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L SACRIFICIO D’ABRAMOI

La Bibbia, che è una specie di storia,
Dice che tra la prima e la seconda arca [1]
Abramo volle fare da buon patriarca
Un olocausto a Dio sul Monte Moria. [2]

Prese dunque un asino delle Marche,
Il quale senza complimenti e senza boria,
Stava pascendo il trifoglio e la cicoria
Davanti a casa sua, come un monarca.

Poi chiamò Isacco e disse: « Fai un fascetto,
Prendi il coltello, carica l’asinello,
Chiama il garzone, infilati il giubbetto,

Saluta mamma, cercami il cappello;
E andiamo via, perché Dio benedetto
Vuole un sacrificio che non ti è dato di conoscere ».

[1] · La prima arca è quella di Noè, riferita
al diluvio universale; la seconda è l’Arca
dell’Alleanza, di Mosè.
[2] · Monte presso Gerusalemme.

II

Dopo fatta un po’ di colazione
Partirono tutti e quattro all’alba,
E camminarono sempre in preghiera
Per un po’ più di cento miglia.

« Siamo arrivati: dài », disse il vegliardo,
« Prendi in braccio la fascina, figlio caro »:
Poi, voltandosi in là, disse al garzone:
« Voi aspettatemi qui con l’asino ».

Saliva Isacco, e diceva: « Papà,
Ma ditemi, la vittima dov’è? »
E lui gli rispondeva: « Un poco oltre ».

Ma quando finalmente furono sù,
Abramo gridò al figliolo: « Isacco, a te,
Faccia in terra: la vittima sei tu ».

III

« Pazienza », dice Isacco al suo crudele padre,
Si butta su una pietra inginocchiato,
E quel padre malvagio alza il coltello [1]
Tra capo e collo del povero sempliciotto.

« Fermati, Abramo: non calare quel braccio »,
Strilla allora un Angelo da un angolo:
« Dio ti volle provare con questo setaccio… » [2]
Bee, bee… Chi è quest’altro! è una grossa pecora.

Insomma, amici cari, io già son stanco
Di raccontarvi il fatto per esteso.
La pecora morì: fu salvo Isacco:

E quella pietra che mi avete udito
Menzionare sul più bello del sopruso,
Sta a Roma, in Borgo Nuovo, in una chiesa. [3]

——————————–

[1] · Nel dialetto romano, boja è soprattutto
usato nel senso di « malvagio », « perfido ».
[2] · Ti volle mettere alla prova, metaforicamente,
come si passava al setaccio la farina.
[3] · La chiesa era S.Giacomo Scossacavalli, che
sorgeva nell’antico quartiere di Borgo Nuovo, demolito
negli anni ’30 per realizzare l’attuale via della
Conciliazione.

Publié dans:poesia romanesca |on 24 août, 2011 |Pas de commentaires »

TRILUSSA: L’UCCELLETTO (tanto pe’ ride un po’!)

dal sito:

http://www.megghy.com/trilussa.htm

TRILUSSA

L’UCCELLETTO

Era d’Agosto e il povero uccelletto
Ferito dallo sparo di un moschetto
Andò per riparare l’ala offesa,
a finire all’interno di una chiesa.

Dalla tendina del confessionale
Il parroco intravvide l’animale
Mentre i fedeli stavano a sedere
Recitando sommessi le preghiere.

Una donna che vide l’uccelletto
Lo prese e se lo mise dentro il petto.
Ad un tratto si sentì un pigolio
Pio pio, pio pio, pio pio.

Qualcuno rise a sto cantar d’uccelli
E il parroco, seccato urlò: « Fratelli!
Chi ha l’uccello mi faccia il favore
Di lasciare la casa del Signore! »

I maschi un po’ sorpresi a tal parole
Lenti e perplessi alzarono le suole,
ma il parroco lasciò il confessionale
e: « Fermi – disse – mi sono espresso male!

Tornate indietro e statemi a sentire,
solo chi ha preso l’uccello deve uscire! »
a testa bassa e la corona in mano,
le donne tutte usciron pian piano.

Ma mentre andavan fuori gridò il prete:
« Ma dove andate, stolte che voi siete!
Restate qui, che ognuno ascolti e sieda,
io mi rivolgo a chi l’ha preso in chiesa! »

Ubbidienti in quello stesso istante
le monache si alzarono tutte quante
e con il volto invaso dal rossore
lasciarono la casa del Signore.

« Per tutti i santi – gridò il prete -
sorelle rientrate e state quiete.
Convien finire, fratelli peccatori,
l’equivoco e la serie degli errori:
esca solo chi è così villano
da stare in chiesa con l’uccello in mano.

Ben celata in un angolo appartato
Una ragazza col suo fidanzato,
in una cappelletta laterale,
ci mancò poco si sentisse male

e con il volto di un pallore smorto
disse: « Che ti dicevo? Se n’è accorto! » 

Publié dans:poesia romanesca |on 11 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Checco Durante : La preghiera a San Giuseppe

dovrebbe essere romanesco, ma qualche parola è scritta in modo sbagliato, comunque, dal sito:

http://www.filastrocche.it/leggi.asp?id=13313

La preghiera a San Giuseppe
Checco Durante    

San Giuseppe frittellaro,
tanto bono e tanto caro,
tu che sei così potente
da aiutà la pòra gente,
tutti pieni de speranza
te spedimo quest’istanza.

Fa sparì da su ‘sta tera
chi desidera la guera;
fa venì l’era beata
che la gente affratellata
da la pace e dal lavoro
nun se scannino tra loro.

Fa che er popolo italiano
ciabbia er pane quotidiano
fatto solo de farina
senza ceci ne saggina.

Fa che calino le tasse
e la luce, er tranve e er gasse;
che ar telefono er gettone,
nun lo mettano un mijone;
che a potè legge er giornale
nun ce serva un capitale;
fa che tutto a Campidojo
vadi liscio come l’ojo;
che a li ricchi troppo ingordi
je se levino li sordi
pe’ curà quer gran malato
che sarebbe l’impiegato
che, così, l’avrebbe vinta
e s’allarga un po’ la cinta;
mò quer povero infelice
fa la cura dell’alice…
e la panza è tanto fina
che s’incolla co’ la schina.

O mio caro San Giuseppe
famme fa un ber par de peppe,
ma fa pure che er pecione
nun le facci cor cartone
che sinnò li stivaletti
doppo un mese che li metti
te li trovi co’ li spacchi
senza sola e senza tacchi.

E fa pure che er norcino
er salame e er cotechino
ce lo facci onestamente
cor maiale solamente
che sinnò li drento c’è
tutta l’arca de Noè.

Manna er freddo e manna er sole
tutto quello che ce vole
pe’ fa bene a la campagna
che sinnò qua nun se magna.

Manna l’acqua che ricrea
che sinnò la sora Acea
ogni vorta che nun piove
s’impressiona e fa le prove
pe’ potè facce annà a letto
cor lumino e er moccoletto.

O gran Santo benedetto
fa che ognuno riabbia un tetto.
La lumaca, affortunata,
cià la casa assicurata
che la porta sempre appresso…
fa pe’ noi puro lo stesso…
facce cresce su la schina
una camera e cucina.

Fa che l’oste, bontà sua,
pe’ fa er vino addopri l’uva
che sinnò quanno lo bevi
manni giù l’acqua de Trevi.

Così er vino fatto bene
fa scordà tutte le pene
e te mette l’allegria.
Grazzie tante…
accusì sia! 

Publié dans:poesia romanesca, santi |on 18 mars, 2010 |Pas de commentaires »

Trilussa: Er Cane moralista

dal sito:

http://www.roma-o-matic.com/poesie.php3?cod_ric=145

Trilussa

Er Cane moralista

Più che de Prescia er Gatto
agguantò la bistecca de filetto
che fumava in un piatto,
e scappò, come un furmine, sur tetto.
Lì se fermò, posò la refurtiva
e la guardò contento e soddisfatto.
Però s’accorse che nun era solo
perché er Cagnolo der padrone stesso,
vista la scena, j’era corso appresso
e lo stava a guardà da un muricciolo.
A un certo punto, infatti, arzò la testa
e disse ar Micio: – Quanto me dispiace!
Chi se pensava mai ch’eri capace
d’un’azzionaccia indegna come questa?
Nun sai che nun bisogna
approfittasse de la robba artrui?
Hai fregato er padrone! Propio lui
che te tiè drento casa! Che vergogna!
Nun sai che la bistecca ch’hai rubbato
peserà mezzo chilo a ditte poco?
Pare quasi impossibbile ch’er coco
nun te ciabbia acchiappato!
Chi t’ha visto? – Nessuno…
E er padrone? – Nemmeno…
Allora – dice – armeno
famo metà per uno!

Publié dans:poesia romanesca |on 11 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

due poesie di Aldo Fabrizi: La romanella, Magnà e dormì

dal sito:

http://www.romanizziamoci.it/poesia_65.html

La romanella
I

Mì nonna, benedetta indó riposa,
se comportava come ‘na formica
e puro si avanzava ‘na mollica
l’utilizzava per un’antra cosa.

Perciò er dovere primo d’ogni sposa,
pure che costa un’oncia de fatica,
è d’esse sempre, a la maniera antica,
risparmiatrice, pratica e ingegnosa.

Si avanza un po’ de pasta, mai buttalla:
se sarta co’ un po’ d’acqua solamente,
pe’ falla abbruscolì senz’abbrucialla.

E la riuscita de ‘sta Romanella
che fa faville e che nun costa gnente
dipenne da ‘na semplice padella.

Aldo Fabrizi

Magnà e dormì

So’ du’ vizietti, me diceva nonno,
che mai nessuno te li pò levà,
perché so’ necessari pe’ campà
sin dar momento che venimo ar monno.

Er primo vizio provoca er seconno:
er sonno mette fame e fà magnà,
doppo magnato t’aripija sonno
poi t’arzi, magni e torni a riposà.

Insomma, la magnata e la dormita,
massimamente in una certa età,
so’ l’uniche du’ gioje de la vita.

La sola differenza è questa qui:
che pure si ciài sonno pòi magnà,
ma si ciài fame mica pòi dormì.

Aldo Fabrizi

Publié dans:poesia romanesca |on 17 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

poesia romanesca: La bolla de’ sapone de Trilussa

dal sito:

http://www.roma-o-matic.com/poesie.php3?cod_ric=105

Poesia Romanesca: La bolla de sapone

Bolla de Sapone
Trilussa

Lo sai ched’è la Bolla de Sapone?

l’astuccio trasparente d’un sospiro.

Uscita da la canna vola in giro,

sballottolata senza direzzione,

pe’ fasse cunnalà come se sia

dall’aria stessa che la porta via.

Una farfalla bianca, un certo giorno,

ner vede quela palla cristallina

che rispecchiava come una vetrina

tutta la robba che ciaveva intorno,

j’agnede incontro e la chiamò: – Sorella,

fammete rimirà! Quanto sei bella!

Er celo, er mare, l’arberi, li fiori

pare che t’accompagnino ner volo:

e mentre rubbi, in un momento solo,

tutte le luci e tutti li colori,

te godi er monno e te ne vai tranquilla

ner sole che sbrilluccica e sfavilla.-

La bolla de Sapone je rispose:

- So’ bella, sì, ma duro troppo poco.

La vita mia, che nasce per un gioco

come la maggior parte de le cose,

sta chiusa in una goccia… Tutto quanto

finisce in una lagrima de pianto.

Publié dans:poesia romanesca |on 22 août, 2008 |Pas de commentaires »

Trilussa : L’automobbile e er Somaro

quanto erano semplici queste poesie, rileggendole, anche quelle un po’ più… »volgarucce », dal sito:

http://www.romanizziamoci.it/poesia_72.html

L’automobbile e er Somaro

Rottadecollo! – disse un Somarello
ner vede un’Automobbile a benzina. -
Indove passi tu nasce un macello!
Hai sbudellato un cane, una gallina,
un porco, un’oca, un pollo…
Povere bestie! Che carneficina!
Che sfraggello che fai! Rottadecollo!
Nun fiottà tanto, faccia d’impunito!
rispose inviperita l’Automobbile. -
Se vede che la porvere e lo sbuffo
de lo stantuffo t’hanno intontonito!
Nun sai che quann’io corro ciò la forza
de cento e più cavalli? E che te credi
che chi vô fa’ cariera se fa scrupolo
de quelli che se trova fra li piedi?
Io corro e me n’infischio, e nun permetto
che ‘na bestiaccia ignobbile
s’azzardi de mancamme de rispetto! -
E ner di’ ‘ste parole l’Automobbile
ce mise drento tanto mai calore
che er motore, infocato, je scoppiò.
Allora cambiò tono. Dice: – E mó?
Chi me rimorchierà fino ar deposito?
Amico mio, tu capiti a proposito,
tu solo pôi sarvà la situazzione!…
Vengo, – je disse er Ciuccio – e me consolo
che cento e più cavalli a l’occasione
hanno bisogno d’un Somaro solo!

Trilussa

Publié dans:poesia romanesca |on 11 juin, 2008 |Pas de commentaires »

Trilussa: La gratitudine (ossia: un pollo, un gatto e un cane)

Trilussa
(1871 – 1950)

LA GRATITUDINE

Mentre magnavo un pollo, er Cane e er Gatto
pareva ch’aspettassero la mossa
dell’ossa che cascaveno ner piatto.
E io, da bon padrone,
facevo la porzione,
a ognuno la metà:
un po’ per uno, senza
particolarità. Appena er piatto mio restò pulito
er Gatto se squajò. Dico: — E che fai?
– Eh, — dice — me ne vado, capirai,
ho visto ch’hai finito… –Er Cane invece me sartava al collo
riconoscente come li cristiani
e me leccava come un francobbollo.
– Oh! Bravo! — dissi — Armeno tu rimani! –
Lui me rispose: — Si, perché domani
magnerai certamente un antro pollo!

Publié dans:poesia romanesca |on 8 mai, 2008 |Pas de commentaires »
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