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L’ARCO SULLE NUBI: LA SIMBOLOGIA DELL’ARCOBALENO NELLA BIBBIA

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L’ARCO SULLE NUBI: LA SIMBOLOGIA DELL’ARCOBALENO NELLA BIBBIA

Filippo Serafini
docente di Sacra Scrittura, Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Apollinare, Roma
Giugno 2015

L’apparire dell’arcobaleno sulle nubi, quasi sempre dopo un’intensa pioggia, ha evocato fin dalle origini della cultura umana emozioni di stupore ma anche sentimenti di natura religiosa. Non sorprende, pertanto, che anche la sacra Scrittura ospiti brani ed episodi in relazione a questo fenomeno della bassa atmosfera.
Il brano biblico più famoso in cui si fa riferimento all’arcobaleno è il capitolo 9 del libro della Genesi, a conclusione della narrazione del diluvio. A partire dal v. 8 si descrive la stipulazione di un’alleanza tra Dio, da una parte, e Noè, i suoi figli, i loro discendenti (quindi l’umanità intera nella prospettiva del racconto biblico) e tutti gli animali, dall’altra: «Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne (cioè ogni essere vivente, uomo o animale) dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra» (Gen 9,11). Nei successivi vv. 12-16 si insiste sul «segno» di quest’alleanza che è l’«arco sulle nubi», ovvero l’arcobaleno.
Gli studiosi sono concordi nel ritenere che la redazione del brano di Gen 9 vada fatta risalire all’autore (o scuola) convenzionalmente chiamato “Sacerdotale”, da collocare all’epoca dell’esilio babilonese, nel VI sec. a.C.; inoltre considerano assai probabile che la sua descrizione dell’arcobaleno come «segno dell’alleanza» riprenda tradizioni o racconti o convinzioni popolari al riguardo. Nella spiegazione di tale sfondo, però, i commentatori si dividono. Alcuni prendono spunto dal fatto che in Gen 9,13.14.16 si parla sempre di «arco», usando nel testo ebraico il sostantivo qešet che di solito indica un’arma, e ritengono che il retroterra sia l’immagine di un Dio guerriero (la metafora del Signore che impugna l’arco si trova in alcuni passi dell’Antico Testamento, cfr. Sal 7,13-14; Lam 2,4; 3,12; Ab 3,9). In questo caso l’arcobaleno sarebbe appunto l’arma divina, che viene deposta per non essere più impugnata (da qui l’idea dell’arcobaleno come simbolo di pace), segnando la fine dell’intervento punitivo di Dio. Altri studiosi, invece, ritengono che lo sfondo del testo sia più semplicemente una spiegazione del fenomeno naturale dell’arcobaleno che lo faceva risalire, già in epoca antica, all’intervento di una divinità al termine del diluvio, senza alcun riferimento militare (la specificazione «sulle nubi» servirebbe proprio per segnalare la differenza fra l’arcobaleno e l’arma da caccia o da guerra).
In ogni caso l’autore biblico insiste piuttosto sulla sua funzione di «segno» ed è interessante notare che ciò valga soprattutto per Dio «Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne. L’arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra». Questo va rilevato perché gli altri due passi in cui si fa riferimento a un «segno» dell’alleanza» (Gen 17,11, dove si tratta della circoncisione, e Es 31,16-17, dove si tratta del sabato) esso vale per la controparte umana. L’uso di Gen 9 è del tutto peculiare, perché è Dio stesso che, con un antropomorfismo evidente e forse anche un po’ ingenuo ai nostri occhi, ha bisogno di un segno per ricordare i suoi impegni. Lo scopo è quello di sottolineare l’azione divina in favore della creazione e la situazione di dipendenza della vita di uomini e animali dalla sua provvidenza. In altri termini, come nel racconto di creazione di Gen 1, con cui Gen 9 ha alcuni collegamenti letterari e tematici, si ribadisce che l’esistenza della terra, come luogo in cui è possibile la vita, non può essere pensata separandola dalla volontà divina; d’altra parte si afferma che la strutturale fragilità di uomini e animali, manifestata in modo drammatico dalle calamità naturali simboleggiate dal diluvio, viene custodita dalla stessa volontà. Da questo punto di vista la funzione dell’arcobaleno è anche di rassicurazione: Dio non dimentica di prendersi cura della sue creature.
Questo aspetto va approfondito tenendo conto che all’inizio del diluvio il narratore biblico pone il peccato (Gen 6,5 «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre»). La promessa di Gen 9, quindi, vale come custodia della vita anche rispetto alle potenzialità distruttive che scaturiscono dalle scelte di male compiute dagli esseri umani. Va d’altra parte ricordato che i due aspetti, che la nostra mentalità moderna tiene ben separati, distinguendo le catastrofi che derivano dall’agire e dalla responsabilità umana da quelle che invece sono frutto di fenomeni naturali imprevedibili e incontrollabili, si potevano intrecciare più facilmente nella mentalità antica che traspare nell’Antico Testamento, per la quale il male commesso dagli uomini ha spesso un riflesso anche nell’ordine della natura (d’altra parte, la sensibilità ambientalista e l’attenzione ai cambiamenti climatici negli ultimi anni ha riportato l’attenzione sul legame fra comportamenti umani e calamità naturali). Così se è anzitutto il peccato umano che provoca l’intervento distruttivo divino mediante il diluvio, che coinvolge anche gli animali, l’alleanza che Dio stipula alla fine di esso riguarda ogni forma di vita perché essa mira a superare l’inclinazione al male presente nel cuore dell’uomo e i suoi effetti negativi (cfr Gen 8,21). Mediante la struttura simbolica del racconto si giunge quindi ad affermare che la visione essenzialmente positiva del mondo, tipica dell’Antico Testamento, non può essere messa in discussione né dalle catastrofi naturali né dall’agire malvagio degli esseri umani; questo perché in ogni caso il creato manifesta la volontà divina di custodire e favorire la vita.
Di tutto questo è segno l’arcobaleno forse proprio perché le condizioni atmosferiche che lo rendono possibile si presentano solo in determinate occasioni, quando la forza distruttiva della tempesta lascia spazio anche ai raggi del sole.
Tale aspetto eccezionale e sorprendente dell’arcobaleno, e il fascino dei suoi colori, spiegano perché in altri passi dell’Antico Testamento esso sia associato allo «splendore» e, in quanto tale, divenga un’immagine della «gloria» divina. Nella visione inaugurale del libro di Ezechiele il profeta ha la percezione di una «figura dalle sembianze umane» (1,26) che dai «suoi fianchi in su mi apparve splendido come metallo incandescente e, dai suoi fianchi in giù, mi apparve come di fuoco. Era circondato da un splendore simile a quello dell’arcobaleno fra le nubi di un giorno di pioggia. Così percepii la visione della gloria del Signore» (1,27-28). È difficile dire se questa rappresentazione del divino voglia in qualche modo richiamare il testo di Gen 9: da una parte, il contesto e la funzione riconosciuta all’arcobaleno sono molto diversi e indirizzerebbero a una risposta negativa; dall’altra la scarsità di riferimenti all’arcobaleno nell’Antico Testamento e i legami letterari ampiamente attestati fra il libro di Ezechiele e i testi “Sacerdotali” del Pentateuco spingerebbero a una risposta positiva. Se si segue quest’ultima ipotesi, si deve ritenere che Ezechiele voglia richiamare implicitamente, all’inizio del suo libro, l’impegno solenne di Dio in favore del mondo e dei viventi che lo popolano. Così, gli oracoli di condanna e di minaccia che dominano la prima parte del suo libro riceverebbero una precisa chiave di lettura: il Signore che interviene a punire il suo popolo infedele (cfr. Ez 4-24) e le nazioni straniere (cfr. Ez 25-32) ha di mira, anche in questa sua azione apparentemente distruttiva, la salvezza e la custodia dei viventi.
Allo splendore dell’arcobaleno fanno riferimento anche due passi del libro del Siracide o Ecclesiastico (libro che fa parte dell’Antico Testamento nella Bibbia cattolica, ma che non si trova nella Bibbia ebraica). Il primo è collocato nel contesto di un inno (42,15–43,33) che magnifica le opere create allo scopo di stimolare la lode al creatore e il riconoscimento della grandezza (per certi versi impenetrabile dalla sapienza umana) della sua opera. La menzione dell’arcobaleno si trova ai vv. 11-12 dopo il riferimento agli elementi celesti (firmamento, sole, luna e stelle) e prima di quelli meteorologici (vento, tempesta, neve, brina, tramontana, ghiaccio, arsura, rugiada): forse la posizione non è casuale ma riflette una certa comprensione dell’arcobaleno, che da una parte si colloca nel cielo, come gli astri, dall’altra è legato al verificarsi di determinati fenomeni meteorologici. In ogni caso l’accento va sulla lode e sul riconoscimento dell’opera divina: «Osserva l’arcobaleno e benedici colui che lo ha fatto: quanto è bello nel suo splendore! Avvolge il cielo con un cerchio di gloria, lo hanno teso le mani dell’Altissimo». Si può accostare questo passo a quello del libro di Ezechiele non soltanto perché entrambi fanno riferimento allo «splendore» e alla «gloria», ma anche perché entrambi richiamano l’idea di una manifestazione divina: nella forma di una visione il passo profetico, nella mediazione dell’opere create quello sapienziale. D’altra parte, rispetto a Gen 9, dove l’arcobaleno era un segno per Dio, il Siracide ha un punto di vista complementare: per lui, infatti, è un segno per l’uomo.
In Sir 50,7 l’arcobaleno ritorna per descrivere non la «gloria» divina, ma quella del sommo sacerdote Simone durante la celebrazione del culto nel tempio di Gerusalemme: «Com’era glorioso quando si affacciava dal tempio, quando usciva dal santuario dietro il velo! Come astro mattutino in mezzo alle nubi, come la luna nei giorni in cui è piena, come sole sfolgorante sul tempio dell’Altissimo, come arcobaleno splendente fra nubi di gloria» (Sir 50,5-7). Lo splendore della liturgia, così esaltata dal Siracide, rimanda all’efficacia del culto e della mediazione sacerdotale per mantenere vivo il legame fra Dio e il suo popolo. In questo senso c’è un’analogia con Sir 43,11-12: come lo splendore del creato invita al riconoscimento della grandezza del Creatore, lo splendore del culto invita a riconoscere la grandezza di ciò che il Signore ha fatto per Israele.
Nel Nuovo Testamento il brano del c. 1 di Ezechiele sta sullo sfondo della visione che inaugura la seconda parte del libro dell’Apocalisse (4,1-11): in essa al veggente (Giovanni) è concesso di accedere (cfr. vv. 1-2) alla sala del trono di Dio in cielo: qui egli ha la visione di «uno seduto» sul trono (a differenza di Ezechiele, l’autore neotestamentario non azzarda una similitudine per la sua figura) con «un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo» che «avvolgeva il trono» (v. 3). Nel prosieguo della visione si descrive (riprendendo alcuni elementi di Is 6) una liturgia celeste: nell’insieme lo scopo del brano è chiaramente quello di fondare il messaggio che si trova nel libro, indicando che Giovanni è un profeta cui vengono rivelati i disegni divini.
Anche la menzione dell’arcobaleno in Ap 10,1 serve a caratterizzare l’essere che ne è circondato come appartenente alla sfera divina: «E vidi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo e il suo volto era come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco». Quasi tutto in questo versetto rimanda al linguaggio delle apparizioni divine: diversi passi del Pentateuco descrivono il Signore che «discende nella nube» (cfr. Es 34,5; Nm 11,25; 12,5; anche Dt 31,15 nella versione greca dei Settanta) e la «colonna di fuoco» guidava il cammino di Israele nel deserto (Es 13,21.22; 14,24; Nm 14,14; cfr. Ne 9,12.19). L’angelo tiene in mano un «piccolo libro» (10,2) che il veggente deve ingoiare (10,8-10) per continuare a profetizzare (v. 11). In questo senso il contesto riprende quello del c. 4: l’apparizione della figura celeste legittima Giovanni a una nuova fase della su profezia.
Va notato che mentre l’antica versione greca dei Settanta (III-II sec. a.C.), nel tradurre i passi dell’Antico Testamento che fanno riferimento all’arcobaleno usa il greco toxón, «arco», corrispondente all’ebraico qešet, l’autore dell’Apocalisse usa il termine proprio della lingua greca, ovvero îris, forse perché meno equivoco per i suoi lettori. Così risulta più difficile fare un collegamento fra questi passi dell’Apocalisse e il brano di Gen 9, anche se alcuni autori hanno voluto comunque scorgerlo. In tal caso il senso sarebbe simile a quella che si individua per il libro di Ezechiele: sebbene diversi passi dell’Apocalisse si presentino come annuncio di un giudizio, in realtà il Dio che si manifesta in esso è sempre colui che si preoccupa anzitutto della salvezza e della vita delle sue creature.
A conclusione di questo breve percorso si può sottolineare, al di là delle diverse interpretazioni possibili, il valore certamente positivo dell’arcobaleno nella Bibbia: esso rimanda alla manifestazione di un Dio che non teme di affrontare gli aspetti negativi della realtà e del cuore dell’uomo, prendendosi continuamente cura della sue creature cui dona la vita.

Publié dans:BIBLICA SIMBOLI |on 21 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

IL PESCE – SIMBOLI BIBLICI

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IL PESCE – SIMBOLI BIBLICI

Pubblicato in Conoscere la Bibbia Scritto da Filippa Castronovo 06 Apr 2016

I pesci, presenti in diverse narrazioni sia del Primo che del Nuovo testamento, assumono molteplici significati, legati ai temi della vita e della morte.
Secondo il primo racconto della creazione (Gen 1, 20.23) il pesce fu creato da Dio al quinto giorno insieme agli uccelli. Esseri viventi che popolano le acque, i pesci sono benedetti da Dio e ricevono il comando di essere fecondi. Tra questi animali: «Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque» (Gen 1,21a). Il libro di Giobbe ricorda il Leviatàn, mostro marino per eccellenza che corrisponde al coccodrillo (Gb 40,25; cfr. Sal 104, 25-26). Dopo il diluvio, Dio benedice Noè e i suoi figli e dicendo: «Tutti i pesci del mare sono dati in vostro potere» (Gen 9,2). Tra le specie acquatiche la Bibbia distingue i pesci commestibili o puri, che hanno squame e pinne, da quelli impuri, perché mancano di una di queste caratteristiche (Lev 11,9-12; Dt 14,9). Una risonanza di questa concezione si trova nel Vangelo secondo Matteo che parla di cernita dei pesci (Mt 13,47-50). Gli ebrei usciti dall’Egitto rimpiangono i pesci che mangiavano gratuitamente in questa terra (Nm 11,5).
Il pesce, nel libro di Giona, diviene simbolo del sepolcro da cui il profeta liberato da Dio, il terzo giorno esce vivo, per proseguire la sua missione (Gn 2,1-2). Giona nella pancia del pesce, nei Vangeli diviene figura e segno di Gesù che resta tre giorni nella tomba, ma poi risorge (Mt 12,39-41; Lc 11,29-31,32). Nel libro di Tobia il pesce ha delle proprietà terapeutiche che guariscono il padre di Tobia dalla cecità e, Sara, la sua amata donna, dalle forze del male (6, 1-9).
Il pesce è simbolo della sventura che si abbatte sull’uomo: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui (Cfr. Sir 9,12).
Nei Vangeli il pesce è un alimento che Dio non nega a chi glielo domanda con fiducia (Lc 11,11-12; Mt 7,10), come pure richiama il frutto del lavoro che dona il denaro necessario per la vita. A questo significato si riferisce l’espressione di Gesù: «Ma per non scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il pesce che per primo abboccherà. Aprigli la bocca e vi troverai uno statere. Lo prenderai e lo darai loro per me e per te» (Mt 17,24-27). Lo statere è il denaro che Pietro, essendo pescatore, riceve dalla vendita del pesce che aveva pescato (Mc 1,16-18).
Gesù nutre la folla stanca e affamata moltiplicando i cinque pani e i due pesci disponibili tra la folla (Mt 14,13-21; Mt 15,29-39; Mc 6,30- 44; Mc 8,1-10; Lc 9,12-17; Gv 6,1-15). Dopo la sua risurrezione, si fa riconoscere nella pesca miracolosa e agli apostoli come cibo offre il pesce arrostito (Gv 21,1-14). Nel Vangelo di Luca, Gesù risorto mangia il pesce arrostito che gli apostoli gli offrono, assicurandoli di un essere un fantasma (Lc 24,42).

Da Sapere
Se il pane ricorda il dono della manna (cfr. Es 16) i pesci alludono alle quaglie che accompagnavano questo miracolo (cfr. Nm 11,5; Sap 19,10.12).
La parola pesce in greco si scrive IXTHYC (ichtùs). Le lettere di questa parola, disposte verticalmente, formano questo acrostico: Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr, che significa: Gesù Cristo, Figlio di Dio Salvatore. Per questo, i primi cristiani per identificarsi al tempo della persecuzioni usavano il simbolo del pesce. Il pesce, inoltre, essendo un animale che vive sott’acqua senza annegare, simboleggiava bene il Cristo, che entra nella morte (acqua) restando vivo.

 

Publié dans:BIBLICA SIMBOLI |on 17 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

IL MANTELLO – SIMBOLI BIBLICI

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IL MANTELLO – SIMBOLI BIBLICI

Scritto da Filippa Castronovo 13 Gen 2019

Il mantello, indumento ampio e pesante che poteva essere di lana e di lino o addirittura di pelle, ricorre con molta frequenza nella Bibbia. Il mantello veste, protegge e copre (Gen 9,23; Dt 22,12; Dt 27,20; At 12,8).

Serviva ad avvolgere le merci per il loro trasporto (Es 12,34; Gdc 8,25; Rt 3,15). Al mantello usato come coperta, che difende dal freddo, si riferiscono i brani della Torah che obbligano il creditore a restituirlo qualora lo avesse avuto come pegno per un debito (Es 22, 24-26).
Il mantello denota il ruolo, l’importanza e la missione di chi lo indossa. A Gesù durante la passione misero addosso, ma come segno di disprezzo, un mantello di porpora (Mt 27,28; Gv 19,2) che era l’indumento del re (cfr. 1Cr 15,27; Est 8,15; At 21,21)). Il mantello peloso è l’abito specifico dei profeti. Per il profeta Elia ha un ruolo simbolico importante: con il mantello che getta addosso a Eliseo trasmette la sua missione e il suo spirito (cfr.1Re 19,19; 2 Re 2,8-14). Il profeta Zaccaria avverte circa i falsi profeti che vestono il mantello peloso (cfr. Zac 13,4). Giovanni Battista, ultimo dei profeti, era vestito con mantello di peli di cammello (Mt 3,4; Mc 1,6; cfr. Mt 11,7–14). Il mantello è simbolo del regno d’Israele (1Re 11,29-31) e, steso a terra, indicava la disponibilità dei sudditi a mettersi al servizio del re (cfr.2Re 9,13). Quando Gesù entrò a Gerusalemme, le folle posero i loro mantelli sull’asino e alcuni li stesero lungo la strada (Mc 11,7-8; Mt 21,7-8; Lc 19,35-36).
Il mantello era ornato da quattro frange, una per angolo. Gli israeliti guardando le frange ricordavano i comandi del Signore il cui Nome era simbolicamente richiamato dal numero dei nodi che intrecciavano le frange (Nm 15,38-39; Dt 22,12). Chi toccava il lembo del mantello riconosceva Dio che in esso era significato: «In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: « Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi »» (Zac 8,23).
Nel Nuovo Testamento le persone malate cercano di toccare il lembo del mantello di Gesù, sicure di essere guarite (Mc 5,25-34; 6,56, Mt 9,20-22; Lc 8,43-48). Il cieco Bartimeo, che getta il proprio mantello, è simbolo del discepolo che per seguire Gesù si libera delle sicurezze che rendono difficile il cammino dietro Gesù. Ed è disposto a dare la vita, cosi come la diede Gesù, quando, per amore, si tolse le vesti, simbolo della sua vita (Gv 13 1-4). Gesù, quando raccomanda di cedere pure il mantello a chi a causa di un pignoramento chiedesse la tunica (Mt 5, 38), insegna ad amare anche i nemici perché il male non si vince con la vendetta, ma facendo generosamente il bene (cfr. Lc 6,29).

Da Sapere
Nella seconda lettera a Timoteo, l’apostolo Paolo, che è in carcere, chiede che gli portino il mantello, i libri e le pergamene dimenticate a Troade. Il mantello evoca l’avvicinarsi dell’inverno (cfr. 2Tim 4,21) ma alla luce delle narrazioni riguardanti il profeta Elia (cfr. 1Re 19,19) e dinanzi a una possibile morte, potrebbe alludere alla successione apostolica.
Il mantello o manto è simbolo dello zelo (Is 59,17) e della giustizia (Is 61,10; Bar 5,2) che avvolgono il credente come un manto che, cioè, lo identificano e proteggono. Simbolicamente anche Dio è vestito di luce come di un manto (Sal 104,2).

Publié dans:BIBLICA SIMBOLI |on 27 mai, 2019 |Pas de commentaires »

L’ASINO – SIMBOLI BIBLICI

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L’ASINO – SIMBOLI BIBLICI

Pubblicato in Conoscere la Bibbia Scritto da Filippa Castronovo 09 Mar 2015

L’asino è un animale addetto a lavori umili e faticosi, ma nella Bibbia viene menzionato in eventi significativi, come l’ingresso del Messia nella città santa, Gerusalemme e assume così un rilievo particolare.
L’asino nella Bibbia è animale da carico, simbolo di lavoro, di disponibilità (Gen 42,27; 44,13; 23,4-5; Dt 22,10; Gs 15,18; Gdc 1,14; 1Sam 25,18.20.23; 2Sam 17, 23; Lc 10,34). Fa girare le macine dei mulini (cfr. Is 30,24) e in Egitto le ruote dei pozzi.
Al contrario del cavallo che era la cavalcatura del re, la cui potenza e ricchezza si misurava dal numero dei cavalli che possedeva, per fare la guerra, l’asino è animale di fatica, di lavoro e si impiega in tempo di pace.
Nella Bibbia appare, per la prima volta, quando, caricato della legna per il sacrificio, accompagna Abramo che va sul monte Moria a sacrificare Isacco (Gen 22,3.5). L’asino è scelto da Mosè per farvi montare sua moglie e i suoi figli quando ritorna in Egitto, da dove era fuggito, per compiere la missione che Dio gli aveva affidato (Es 4,20). Un passo del libro dei Numeri mostra l’asino capace di ‘vedere’ i segni di Dio e di opporsi all’uomo ottuso che non comprende la parola di Dio (cfr. Nm 22,23-35). L’asino diviene una figura sapienziale, perché riconosce la volontà di Dio prima ancora dell’uomo che si ritiene veggente.
La figura dell’asino, mentre da un lato si collega alla cavalcatura dei re e degli immortali, propria delle culture dell’estremo Oriente (cfr. Gdc 5,10) dall’altro è presentato come cavalcatura, modesta, del Messia in segno d’umiltà. Il profeta Zaccaria annuncia che il Messia vittorioso cavalcherà un’asina (9, 9). I Vangeli presentano l’entrata di Gesù a Gerusalemme proprio su di un’asina. Egli stesso domanda ai discepoli di procurargliela (cfr. Mt 21:2,7; Lc 19:30-35; Gv 12:14). Agli occhi dei discepoli e della folla, Gesù si presenta Messia non violento, portatore di pace, colui che realizza la profezia di Zaccaria. I discepoli « sellano » l’asino con i loro mantelli, mentre altri li stendono lungo la strada. Questo gesto indica che mettono la propria esistenza nelle mani di Gesù, disposti a seguire un Messia di pace.
L’asino anche se non esplicitamente menzionato nei Vangeli, essendo il mezzo di trasporto usuale, è da ritenersi presente negli episodi evangelici della visita di Maria a Elisabetta, nel viaggio a Betlemme di Giuseppe e Maria, nella fuga in Egitto e nel loro ritorno dall’Egitto.

Da Sapere
Il Vangelo di Luca narra che Gesù fu posto in una mangiatoia, ma non nomina l’asino e il bue che vediamo nei presepi. La fede cristiana, soffermandosi sul termine mangiatoia, ha collegato il racconto di Luca con un testo di Isaia che dice: «il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, mentre Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (Is 1,3). È un testo amaro, in cui il Signore si lamenta con il suo popolo che ha allevato e fatto crescere, ma che si è ribellato (cfr. Is 1,2). Questi animali che, al contrario del popolo, sanno a chi appartengono, diventano simbolo di accoglienza umile e disponibile.
Nella teologia cattolica, i Padri della Chiesa vedono in questi animali il simbolo della presenza di tutti i popoli davanti al Re – Messia. Il bue rappresenta il Popolo Eletto in quanto animale « puro » secondo la legge; mentre l’asino rappresenta i pagani in quanto, secondo la legge, animale impuro.

Publié dans:BIBLICA SIMBOLI |on 20 mai, 2019 |Pas de commentaires »

IL CUORE – SIMBOLI BIBLICI

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IL CUORE – SIMBOLI BIBLICI

Filippa Castronovo

Il termine cuore si riferisce principalmente alla persona nella sua totalità e non soltanto al cuore come sede dei sentimenti e dell’affetto. Il cuore è il luogo da dove scaturiscono pensieri, sentimenti intimi, progetti, razionalità, autenticità, comportamenti.
Nella Bibbia, infatti, con il cuore si pensa, si ascolta, si decide, si ama, si giudica, si ricorda, ci si relaziona. Il cuore può essere puro (cfr. Mt 5,8) e cercare Dio o doppio (cfr. Sal 12,3) che provoca comportamenti cattivi. Gesù esprime lapidariamente questa concezione con l’espressione: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,34). Anna, la madre del profeta Samuele esprime la gioia che inonda tutta la sua persona con le parole: «Il mio cuore esulta nel Signore» (cfr.1 Sam 2,1). Anche Dio, che è pienamente coinvolto nella storia del suo popolo, ha un cuore che lo determina positivamente: «Il mio cuore si commuove dentro di me» (Os 11,8).
Il cuore, in quanto interiorità, è spesso offuscato dall’apparenza esteriore, ma Dio lo vede senza inganno: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti, l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,7). Il salmista prega: «Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri» (Sal 138, 23). Il libro del Deuteronomio raccomanda di ricordare nel cuore e di meditare ciò che Dio ha fatto per il popolo (4,39) per non inorgoglire il cuore e dimenticare Dio. Invita a fissare i suoi precetti nel cuore (cfr. Dt 6,4.6; 8, 14-17). Molti passi biblici, in particolare i testi profetici ricordano che la fedeltà a Dio si realizzerà quando egli porrà nel loro intimo ‘un cuore nuovo’ capace di riconoscere Dio e di servirlo (cfr. Ger 31,33). La persona dal cuore vivo è incapace d’ipocrisia. Il salmista chiede a Dio di liberarlo dall’orgoglio del cuore che lo porterebbe a cercare cose superiori alle sue forze, ingannandosi (Sal 131,1). Il libro dei Proverbi consiglia di affidarsi a Dio con tutto il cuore più che alla propria intelligenza (cfr. Prov 3,5). Gesù proclama beati coloro il cui cuore è puro, rivolto, cioè, unicamente a Dio da cui dipende (Mt 5, 8) e rimprovera coloro avendo indurito il cuore non possono credere in lui. Dopo la sua risurrezione rimprovera la loro incredulità e durezza di cuore (Mc 16,1).
Gesù nel Nuovo Testamento spiega che il male come anche il bene hanno origine nel cuore: «Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (cfr. Mc 7,21-13). I pensieri nascono dal cuore e poi si formulano nella mente: «Perché pensate cose cattive nei vostri cuori» (Mc 2,26; cfr. Lc 1,51; Sal 140,3). Gesù si autodefinisce mite e umile di cuore (cfr. Mt 11,25-30) perché il suo essere profondo è incapace di imporsi con la violenza e le relazioni che egli stabilisce donano riposo e ristoro.

Da Sapere
Nei racconti dell’infanzia, Luca per tre volte afferma che Maria ‘conservava nel cuore queste cose’ e le meditava, indicando in lei la serva fedele che non dimentica le parole e gli eventi di Dio, anzi lasciandole depositare nel suo profondo (cuore) ha realizzato nella vita la parola di Dio ricevuta e amata (cfr. Lc 1, 66; 2,19; 2,61).
I verbi della fede sono collegati con la docilità del cuore come questi esempi evidenziano: amare (Dt 6,5); ricordare (Dt 4,9); ascoltare (cfr.1Re 3,8); osservare (Sal 119,34); cercare (Sal 27,8; 119,10); servire (Gs 22,5); lodare (Sal 86,12 ); convertirsi (Gl 2,13); custodire fedelmente (Sal 119, 68), valutare con saggezza (cfr. Sal 90,12).

Publié dans:BIBLICA SIMBOLI |on 9 mai, 2019 |Pas de commentaires »

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