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GIOVANNI PAOLO II IN TERRA SANTA (2000) – ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

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PELLEGRINAGGIO GIUBILARE DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II IN TERRA SANTA (20-26 MARZO 2000)

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

SANTA MESSA NELLA BASILICA DELL’ANNUNCIAZIONE

Israele – Nazareth
Sabato, 25 Marzo 2000

«Ecco l’ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola» (Angelus).

Signor Patriarca,
Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Reverendo Padre Custode,
Carissimi Fratelli e Sorelle,

1. 25 marzo 2000, solennità dell’Annunciazione nell’Anno del Grande Giubileo: oggi gli occhi di tutta la Chiesa sono rivolti a Nazareth. Ho desiderato tornare nella città di Gesù, per sentire ancora una volta, a contatto con questo luogo, la presenza della donna della quale sant’Agostino ha scritto: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cfr Sermo 69, 3, 4). Qui è particolarmente facile comprendere perché tutte le generazioni chiamino Maria beata (cfr Lc 2, 48).
Saluto cordialmente Sua Beatitudine il Patriarca Michel Sabbah, e lo ringrazio per le gentili parole di introduzione. Con l’Arcivescovo Boutros Mouallem e tutti voi, Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici, gioisco della grazia di questa solenne celebrazione. Sono lieto di avere l’opportunità di salutare il Ministro Generale Francescano Padre Giacomo Bini, che mi ha accolto al mio arrivo, e di esprimere al Custode, Padre Giovanni Battistelli, come pure ai Frati della Custodia l’ammirazione dell’intera Chiesa per la devozione con la quale svolgete la vostra vocazione unica. Con gratitudine rendo omaggio alla fedeltà al compito affidatovi dallo stesso san Francesco e confermato dai Pontefici nel corso dei secoli.
2. Siamo qui riuniti per celebrare il grande mistero che si è compiuto qui duemila anni fa. L’evangelista Luca colloca chiaramente l’evento nel tempo e nello spazio: «Nel sesto mese, l’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1, 26-27). Per comprendere però ciò che accadde a Nazareth duemila anni fa, dobbiamo ritornare alla lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei. Questo testo ci permette di ascoltare una conversazione tra il Padre e il Figlio sul disegno di Dio da tutta l’eternità. «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo … per fare, o Dio, la tua volontà» (10, 5-7). La Lettera agli Ebrei ci dice che, obbedendo alla volontà de Padre, il Verbo Eterno viene tra noi per offrire il sacrificio che supera tutti i sacrifici offerti nella precedente Alleanza. Il suo è il sacrificio eterno e perfetto che redime il mondo.
Il disegno divino è rivelato gradualmente nell’Antico Testamento, in particolare nelle parole del profeta Isaia, che abbiamo appena ascoltato: «Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (7, 14). Emmanuele: Dio con noi. Con queste parole viene preannunciato l’evento unico che si sarebbe compiuto a Nazareth nella pienezza dei tempi, ed è questo evento che celebriamo oggi con gioia e felicità intense.
3. Il nostro pellegrinaggio giubilare è stato un viaggio nello spirito, iniziato sulle orme di Abramo, «nostro padre nella fede» (Canone Romano; cfr Rm 4, 11-12). Questo viaggio ci ha condotti oggi a Nazareth, dove incontriamo Maria, la più autentica figlia di Abramo. È Maria, più di chiunque altro, che può insegnarci cosa significa vivere la fede di «nostro padre». Maria è in molti modi chiaramente diversa da Abramo; ma in maniera più profonda «l’amico di Dio» (cfr Is 41, 8) e la giovane donna di Nazareth sono molto simili.
Entrambi ricevono una meravigliosa promessa da Dio. Abramo sarebbe diventato padre di un figlio, dal quale sarebbe nata una grande nazione. Maria sarebbe divenuta Madre di un Figlio che sarebbe stato il Messia, l’Unto del Signore. Dice Gabriele «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce … il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre … e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 31-33).
Sia per Abramo sia per Maria la promessa giunge del tutto inaspettata. Dio cambia il corso quotidiano della loro vita, sconvolgendone i ritmi consolidati e le normali aspettative. Sia ad Abramo sia a Maria la promessa appare impossibile. La moglie di Abramo, Sara, era sterile e Maria non è ancora sposata: «Come è possibile?», chiede all’angelo. «Non conosco uomo» (Lc 1, 34).
4. Come ad Abramo, anche a Maria viene chiesto di rispondere «sì» a qualcosa che non è mai accaduto prima. Sara è la prima delle donne sterili della Bibbia che a concepire per potenza di Dio, proprio come Elisabetta sarà l’ultima. Gabriele parla di Elisabetta per rassicurare Maria: «Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio» (Lc 1, 36).
Come Abramo, anche Maria deve camminare al buio, affidandosi a Colui che l’ha chiamata. Tuttavia, anche la sua domanda «come è possibile?» suggerisce che Maria è pronta a rispondere «sì», nonostante le paure e le incertezze. Maria non chiede se la promessa sia realizzabile, ma solo come si realizzerà. Non sorprende, pertanto, che infine pronunci il suo fiat: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). Con queste parole Maria si dimostra vera figlia di Abramo e diviene la Madre di Cristo e Madre di tutti i credenti.
5. Per penetrare ancora più profondamente questo mistero, ritorniamo al momento del viaggio di Abramo quando ricevette la promessa. Fu quando accolse nella propria casa tre ospiti misteriosi (cfr Gn 18, 1-15) offrendo loro l’adorazione dovuta a Dio: tres vidit et unum adoravit. Quell’incontro misterioso prefigura l’Annunciazione, quando Maria viene potentemente trascinata nella comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Attraverso il fiat pronunciato da Maria a Nazareth, l’Incarnazione è diventata il meraviglioso compimento dell’incontro di Abramo con Dio. Seguendo le orme di Abramo, quindi, siamo giunti a Nazareth per cantare le lodi della donna «che reca nel mondo la luce» (inno Ave Regina Caelorum).
6. Siamo però venuti qui anche per supplicarla. Cosa chiediamo noi pellegrini, in viaggio nel Terzo Millennio Cristiano, alla Madre di Dio? Qui, nella città che Papa Paolo VI, quando visitò Nazareth, definì «La scuola del Vangelo. Qui s’impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare nel senso, tanto profondo e misterioso, di quella semplicissima, umilissima, bellissima apparizione» (Allocuzione a Nazareth, 5 gennaio 1964) prego innanzitutto per un grande rinnovamento della fede di tutti i figli della Chiesa. Un profondo rinnovamento di fede: non solo un atteggiamento generale di vita, ma una professione consapevole e coraggiosa del Credo: «Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine, et homo factus est».
A Nazareth, dove Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 52), chiedo alla Santa Famiglia di ispirare tutti i cristiani a difendere la famiglia contro le numerose minacce che attualmente incombono sulla sua natura, la sua stabilità e la sua missione. Alla Santa Famiglia affido gli sforzi dei cristiani e di tutte le persone di buona volontà a difendere la vita e a promuovere il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
A Maria, la Theotókos, la grande Madre di Dio, consacro le famiglie della Terra Santa, le famiglie del mondo.
A Nazareth, dove Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico, chiedo a Maria di aiutare la Chiesa ovunque a predicare la «buona novella» ai poveri, proprio come ha fatto Lui (cfr Lc 4, 18). In questo «anno di grazia del Signore», chiedo a Lei di insegnarci la via dell’umile e gioiosa obbedienza al Vangelo nel servizio dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, senza preferenze e senza pregiudizi.
«O Madre del Verbo Incarnato, non disprezzare la mia preghiera, ma benigna ascoltami ed esaudiscimi. Amen» (Memorare).

 

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/30902.html

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO

don Luciano Cantini

Vedere l’invisibile, toccare l’intangibile

A Gerusalemme
Gerusalemme si identifica con il Tempio, centro religioso e culturale d’Israele, non certo luogo del silenzio e del raccoglimento come le nostre chiese, data la struttura e la molteplicità di azioni che vi si svolgevano. Immaginiamo solo il passaggio degli animali che venivano portati al sacrificio e la loro macellazione. Nel cortile più esterno c’era di tutto: venditori, stallieri, cambiavalute, predicatori, visitatori. Nel cortile più interno – dove erano ammessi solo gli ebrei, compreso le donne c’era anche il deposito del legname e dell’olio, dove si controllava la guarigione delle lebbra, dove si scioglieva il voto di nazireato col taglio dei capelli. Tra quel cortile e quello più interno c’era una porta detta di Nicanore: era un luogo di passaggio fondamentale per il culto, da lì passavano gli uomini che assistevano ai sacrifici, i sacerdoti, i leviti addetti a ricevere le offerte e riconsegnarle, gli animali, la legna, un viavai di persone e cose. Quella porta era anche quella che le donne potevano raggiungere più vicina al tempio e qui concludere il periodo di purificazione dopo il parto come chiesto dalla Legge. Forse tutta questa descrizione sembra inutile, ma dà l’idea di una confusione generale in cui emerge l’azione dello Spirito Santo che fa incontrare la piccola famiglia con Simeone e Anna.

Lo Spirito Santo era su di lui.
Simeone, nella iconografia tradizionale, è raffigurato anziano e vestito come un sacerdote, ma Luca lo descrive come uomo giusto e pio. Non un sacerdote ma semplicemente un uomo di Gerusalemme che si lasciava guidare dallo Spirito Santo. Simone va al Tempio, non per celebrare un rito come Zaccaria (cfr. Lc 1,9) né per compiere un precetto come Giuseppe e Maria (cfr. Lv 12,8), ma mosso dallo Spirito Santo. Luca sottolinea per tre vote l’azione dello Spirito Santo su Simeone: era su di lui, gli aveva preannunciato, lo ha mosso. È incredibile come la docilità dell’uomo permetta di andare oltre il visibile e diventare strumento di manifestazione del progetto di Dio.
La presenza di Simeone e poi di Anna trasformano quell’evento, mansione ordinaria del sacerdoti del tempio ripetitiva e ordinaria, in qualcosa di totalmente unico. È la forza dello Spirito Santo che muta un semplice atto di ubbidienza alla Legge in un « incontro » che abbraccia quanti aspettavano la redenzione d’Israele con la Luce destinata a illuminare le genti.

Hanno visto
Simeone sapeva di poter vedere ed ora ha visto; anzi i suoi occhi hanno visto ciò che il suo cuore aveva visto in precedenza. I suoi sensi hanno toccato l’intangibile, la speranza è diventata certezza di salvezza. Possiamo fare qualche parallelo tra le nostre speranze e quella di Simeone, tra le sue e le nostre certezze? Simeone vive dilatato dallo Spirito Santo, la sua esistenza è diventata di poco conto difronte alla salvezza che ha raggiunto i popoli. Lui ha visto il Cristo « prima » nella dimensione dell’attesa e gli ha permesso di riconoscerlo il quel bambino portato al Tempio dai suoi genitori e di vederlo « dopo » splendente di luce e di gloria per le Genti e per il suo popolo. Simeone prende il bambino tra le braccia e apre il suo cuore, la conversazione si fa umana, comunica le sue speranze divenute certezze, manifesta le sue preoccupazioni e la sofferenza che vede giungere nel cuore di Maria. Simeone ed Anna non hanno una dottrina da insegnare o una teologia da manifestare, sono soltanto testimoni che Dio ancora opera la sua salvezza. Oggi, uomini e donne vivono la stessa attesa ed anche oggi è offerto loro di « vedere » e di prendere in braccio la speranza del mondo.

 

Publié dans:FESTE DEL SIGNORE, FESTE DI MARIA, OMELIE |on 1 février, 2019 |Pas de commentaires »

Madonna di Guadalupe, link ad un sito (oggi non posso fare di più)

notre dame

 

https://reliquiosamente.com/2016/11/03/le-sante-immagini-acheropite-6-nostra-signora-di-guadalupe-la-piu-moderna/

Publié dans:FESTE DI MARIA |on 12 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

LECTIO DIVINA: IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA

https://ocarm.org/it/content/lectio/lectio-divina-immacolata-concezione-bv-maria

LECTIO DIVINA: IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA

Lectio: Sabato, 8 Dicembre, 2018

1. LECTIO
a) Orazione iniziale:

Rallegrati, o Vergine Maria,
già sorge la stella di Giacobbe.
Si compiono oggi le Scritture:
come nube feconda viene il Signore.

Viene il nostro Dio, non sta in silenzio;
l’orecchio fai attento al suo saluto.
Dolce è il verbo del suo labbro,
nobile il disegno del suo cuore.

Splende come ali di colomba
il vestimento del suo messaggero;
scende come zefiro d’estate
su di te, fecondo, il suo conforto.

Spiega la sua forza il nostro Dio,
nella tua carne trova il suo riposo;
trova in te il suo santuario,
lodalo ed amalo per sempre.

Eccolo, appare il suo corteo,
davanti a lui cammina la giustizia.
Domerà l’orgoglio dei potenti,
renderà agli umili il vigore.

Stenderà la sua misericordia
sugli uomini che temono il suo nome;
umile ancella del Signore,
tessici le lodi dell’Amore.

b) Lettura del Vangelo:
Luca 1, 26-38
26Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: « Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te ». 29A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30L’angelo le disse: « Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine ». 34Allora Maria disse all’angelo: « Come è possibile? Non conosco uomo ». 35Le rispose l’angelo: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37nulla è impossibile a Dio ».
38Allora Maria disse: « Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto ». E l’angelo partì da lei.
c) Momenti di silenzio:
perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.
2. MEDITATIO
a) Chiave di lettura:
Anche se riprende le tematiche di Matteo e Marco, il vangelo di Luca è una composizione originale in molti aspetti. L’evangelista inserisce nel suo racconto del materiale nuovo rispetto agli altri racconti evangelici. Nei primi due capitoli che trattano dell’infanzia di Gesù, Luca si fa alle tradizioni ebraiche, con molti riferimenti diretti e indiretti all’Antico Testamento. La teologia, il simbolismo e tutto l’insieme dei racconti dell’infanzia di Gesù hanno e trovano le radici nel mondo semitico, diverso in molti versi dal mondo e dal pensiero greco. L’evangelista ambienta l’inizio del suo racconto nell’ambiente degli ‘anawîm, i poveri del Signore, cioè quelli che sono sottomessi con altruismo alla volontà di Dio, fermi nella fede che il Signore manderà loro la salvezza in tempo opportuno. Agli ‘anawîm il Signore promette di inviare il Messia «mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion…» (Is 61, 1ss). Questa promessa di Dio si avvera in Gesù di Nàzaret che entrando «secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga» (Lc 4, 16) proclama che la promessa di Dio pronunciata per mezzo di Isaia «si è adempiuta» (Lc 4, 21) in lui. Solo gli ‘anawîm possono accogliere dal figlio di Giuseppe il carpentiere e di Maria (Lc 4, 22; Mt 13, 53-58; Mc 6, 1-6; Gv 1, 45) il lieto annunzio della salvezza, gli altri purtroppo si scandalizzano di lui. Il Messia è umile e dolce, la «sua bocca» pronuncia «parole di grazia» (Lc 4, 22), perciò per accoglierlo bisogna prepararsi, rientrare in se stessi per accogliere il promesso di Israele. Perciò il Signore ammonisce per mezzo del profeta: «Cercate il Signore voi tutti, umili della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l’umiltà, per trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore» (Sof 2, 3).
In questo contesto, «Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1, 26-27). Questa vergine è una degli ‘anawîm ai quali il Signore rivela la sua salvezza. Con lei si trovano altri due‘anawîm che «erano avanti negli anni» (Lc 1, 7), «un sacerdote chiamato Zaccaria» ed Elisabetta che «era sterile» e perciò senza figli (Lc 1, 5-7). Anche a questi due disonorati (Gen 30, 33; 1Sam 1, 5-8; 2Sam 6, 23; Os 9, 11) viene annunciata la salvezza del Signore. Purtroppo a Gerusalemme, nel tempio, durante la liturgia, luogo della rivelazione, della potenza e della gloria di Dio, questa buona novella non viene accolta dal sacerdote (Lc 1, 8-23). Ma la parola di Dio non si lega e non la si può limitare. Dice in fatti il Santo di Israele: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 10-11). Per questo Elisabetta «nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio» (Lc 1, 36-37). Questo sarà l’evento offerto a Maria come un segno della «potenza dell’Altissimo» (Lc 1, 35) che si stenderà come ombra su di lei per concepire il Figlio di Dio dallo Spirito Santo che «scenderà» su di lei (Lc 1, 34-35). Il Figlio, si chiamerà Gesù, «sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 31-33). Queste parole dell’angelo, riecheggiano le stesse rivolte ad Acaz: «Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is 7, 14).
Perciò dopo la concezione di Giovanni, cioè «nel sesto mese» (Lc 1, 26) la buona novella viene accolta «in una città della Galilea, chiamata Nàzaret» (Lc 1, 26) da una fanciulla, «vergine, promessa sposa» (Lc 1, 27). «Nàzaret» e «Maria» fanno contrasto con «Gerusalemme» e «sacerdote»; come pure è contrastante la frase «entrando da lei» con la parola «tempio». Il Signore si rivela in luoghi umili e viene accolto da gente umile dalle quali, a giudizio degli uomini, non «può mai venire qualcosa di buono» (Gv 1, 45). Maria è invitata a gioire: «Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1, 28). La presenza del Signore in mezzo al suo popolo è occasione di gioia perché la presenza del Signore porta salvezza e benedizione. L’invito dell’angelo è rivolto al popolo intero di Dio nella persona di Maria. Perciò, tutto il popolo di Dio è chiamato a gioire a rallegrarsi nel Signore suo salvatore. è la gioia messianica che viene annunziata a tutti: «Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion, perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele» (Is 12, 6); «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna», ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura…» (Sof 3, 14-15ss); «Gioisci, esulta figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te» (Zc 2, 14).
Il concepimento di Gesù è un evento nuovo, la primizia della futura creazione nuova operata dalla potenza generatrice di Dio che viene incontro all’impossibilità di concepire di Maria perché ancora non conosce uomo (Lc 1, 34). L’ombra che l’Altissimo stende su Maria richiama la nube che di giorno accompagnava il popolo nel deserto (Es 13, 22), che adombrava il monte Sinai rivelando la Gloria del Signore per sei giorni (Es 19, 16; 24, 17). è anche un segno della protezione di Dio, elargita al giusto che invoca il nome del Signore e si rimette nelle sue mani durante la prova (Sal 17, 8; 57, 2; 140, 8). Nella creazione, lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque, segno della potenza creatrice della parola di Dio (Gen 1, 2).
Dio supera ogni umana capacità, nulla è impossibile a lui (Lc 1, 47; Gen 18, 14; Ger 32, 27). Davanti al Signore della gioia, della vita e della salvezza, Maria accoglie la sua parola generatrice e creatrice: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38).
b) Domande per orientare la meditazione e attualizzazione:
? Il Signore si rivela agli ‘anawîm del suo popolo. Secondo te chi sono gli ‘anawîm contemporanei a noi?
? Molte volte ci sentiamo in un mondo ostile alla rivelazione di Dio. Sembra anche che egli si sia ammutolito, che non riveli più la sua parola che da vita. è vero questo? Se egli ci parla ancora, dove puoi incontrare la sua parola vivente? Come accoglierla?
? Le potenze del male sembrano avvolgere il nostro mondo inquieto. Le diverse modalità di oppressione sembrano addirittura opprimere anche il Dio della gioia, della libertà, della misericordia. Quale atteggiamento prendi tu davanti a questa realtà? Pensi che il testo di oggi ti ispiri ad un atteggiamento giusto davanti a situazioni impossibili?
? Quale pensi sia la caratteristica dell’atteggiamento di Maria? Ti rivela qualcosa nella tua vita?
3. ORATIO
a) Cantico di Maria:
L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre.
b) Momenti dedicati al silenzio orante
4. CONTEMPLATIO
[Nella contemplazione], infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quando desiderano restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell’occhio il cui sereno sguardo ferisce d’amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un’azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo.
Questa è quella Rachele avvenente, di bell’aspetto, che Giacobbe, sebbene fosse meno fertile di figli, amò più di Lia, certo più feconda ma dagli occhi cisposi. Meno numerosi, infatti, sono i figli della contemplazione rispetto a quelli dell’azione; tuttavia Giuseppe e Beniamino più degli altri fratelli sono amati dal padre.
Questa è quella parte migliore che Maria ha scelto e che non le sarà tolta.

(Dalla Lettera di San Bruno a Rodolfo il Verde)

Publié dans:FESTE DI MARIA |on 7 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

Presentazione di Maria al tempio

https://digilander.libero.it/mariaoggi/presentazione.htm

Presentazione di Maria al tempio

Scuola del Nord (Russia) sec.XIV

Protovangelo di Giacomo

Intanto per la bambina i mesi andavano aumentando; quando ebbe due anni, Gioacchino disse: «Portiamola nel tempio al Signore per compiere la promessa da noi fatta, per paura che il Signore non ce la richiami e non risulti sgradito il nostro dono». Ma Anna rispose: «Aspettiamo il terzo anno, affinché non cerchi suo padre o sua madre». E Gioacchino disse: «Aspettiamo».
Quando la bimba ebbe tre anni, Gioacchino disse: «Invitiamo le figlie degli Ebrei, quelle senza macchia; prendano in mano, ciascuna, una lucerna, e siano (le lucerne) accese, affinché ella non si volga
indietro e il suo cuore non sia trattenuto fuori dal tempio del Signore». E cosí fecero fino a quando non furono saliti al tempio del Signore. Il sacerdote l’accolse, l’abbracciò, la benedisse ed esclamò: «Il Signore Iddio ha magnificato il tuo nome in tutte le generazioni (cf. Lc 1, 48). In te, negli ultimi giorni, il Signore manifesterà la sua salvezza ai figli di Israele». Ed egli la fece sedere sul terzo grado dell’altare ed il Signore Iddio effuse su di lei la sua grazia, ed ella si mise a danzare sui piedi e cosí fu presa a benvolere da tutta la casa di Israele.
La vita di Maria nel tempio
. E ritornarono i suoi genitori pieni di stupore, lodando e glorificando il Signore (cf. Lc 2, 20) Iddio perché la bambina non si era voltata indietro, verso di loro. Ora Maria dimorava nel tempio del Signore nutrita come una colomba ed il cibo lo riceveva dalla mano di un angelo. ..
L’icona
La scena mostra Maria condotta dai suoi genitori e accompagnata da sette vergini, nel momento in cui si avvicina al sacerdote Zaccaria, padre di Giovanni Battista… La scena si svolge all’interno del cortile del Tempio, indicato spesso da un velo rosso. Le facciate e i portici non hanno nulla in comune con un tempio orientale, richiamano invece le chiese ortodosse, soprattutto quelle della Russia e sono spesso incoronate da cupole a bulbo.
Secondo l’interpretazione di Origene, le tre parti del Tempio simbolizzano i tre gradi della vita spirituale. Nella patristica i tre libri di Salomone: Proverbi, Ecclesiaste (Qoèlet), Cantico dei cantici, ricevono questo significato, simbolizzano cioè la purificazione, l’illuminazione e l’unione con Dio.
Il cortile del Tempio rappresenta quindi il primo grado, la vita attiva dell’uomo che deve liberarsi dalle sue passioni (1′apàtheia). Gioacchino e Anna entrano con Maria in questo cortile per consegnare la loro bambina nelle mani del sacerdote. Nei loro gesti s’indovina la determinazione di offrire la figlia al servizio del Signore… Arrivano quindi solennemente in corteo, accompagnati da sette vergini con in mano lampade accese.
Anna, vera grazia divina, conduce con gioia al Tempio di Dio colei che per grazia conserva l’eterna verginità; alle giovani portatrici di lampade accese ella chiede di scortarla e le dice: «Va’, figlia mia, a colui che ti ha dato a me; sii un’offerta, un profumo di buon odore; penetra nel luogo santo, conoscine il mistero, preparati a divenire la gradita e splendida abitazione di Gesù, che concede al mondo la grazia della salvezza».
Davanti all’ingresso della seconda parte del Tempio, Zaccaria, vestito con gli abiti sacerdotali, attende il corteo. Sta in piedi sul primo gradino di una scala di quindici gradini, ricordo dei quindici salmi graduali, che porta verso il Santo dei santi. È così simbolizzato il secondo grado della vita spirituale, la visione di Dio nella creazione che incammina all’unione con Dio. Maria si avvicina a Zaccaria senza timore né esitazione, alza le sue mani verso di lui chiedendo di essere condotta all’interno del Tempio.
Il cielo si rallegra e con lui la terra, vedendo il cielo spirituale, la sola Vergine immacolata avanzare verso la casa di Dio per esservi santamente educata. Zaccaria nella sua ammirazione le dichiara: «Porta del Signore, io ti apro le porte del Tempio; nell’allegrezza tu potrai percorrerlo, perché io so e credo che già abita tra noi la liberazione d’Israele e da te nascerà il Verbo di Dio che accorda al mondo la grazia della salvezza».
Il Santo dei santi
Si vede la Vergine una seconda volta nella parte alta delle costruzioni, seduta sul gradino superiore della scala, davanti al santuario. Le porte sono chiuse perché è simbolo della visione pura di Dio, possibile soltanto nel Logos. Maria si prepara a questa visione, davanti al santuario ancora chiuso. Si tratta, infatti, di dire che sarà lei stessa quel Santo dei santi in cui Dio abiterà. Nutrita con il pane del cielo portato a lei da un angelo, crescerà per questo compito.
La Santa immacolata nello Spirito Santo è introdotta nel Santo dei santi e viene nutrita dall’angelo, lei che in verità è il santissimo tempio del nostro Dio, del Santo il quale santifica l’universo abitandolo e divinizza la natura decaduta dei mortali.
Nonostante la statura di bambina, Maria è già rappresentata come una persona adulta. Porta il maforion, il mantello di colore bruno-rosso scuro che ritroviamo su tutte le icone della Madre di Dio. Con il suo ingresso nel Tempio ella è già consacrata a colui di cui sarà madre. Non è forse la caratteristica dell’età matura il darsi totalmente e senza riserve al proprio compito?
( Lo Pseudo-Matteo precisa che Maria salì correndo i quindici gradini del santuario)
In questo giorno la Vergine immacolata è presentata al Tempio per divenire la dimora del Signore Dio e Re dell’universo e nutrice di ogni vita; in questo giorno il santuario purissimo, a tre anni di età, è portato in offerta al Santo dei santi. Per questo le diremo, come l’angelo: «Salve, o sola benedetta tra le donne».
I racconti del Protovangelo di Giacomo esercitarono la più forte influenza sull’arte e sulla liturgia della festa. Ma per descrivere la vita di Maria al Tempio egli si accontenta di qualche parola: «Vivendo come una colomba, riceveva il suo cibo dalla mano di un angelo». Un altro apocrifo, lo Pseudo-Matteo, in un’epoca in cui prosperavano i monasteri delle monache, traccia un ritratto di Maria, vergine modello per quanti si consacrano a Dio. Egli mostra come lo sviluppo dell’ascetismo ha permesso di cogliere meglio la grandezza di Maria e anche quale attrattiva ella ha esercitato in quanto Regina virginum sulle vergini cristiane. Questo ideale assomiglia a quello che sant’Atanasio aveva proposto alle vergini dell’Egitto, o a quello che sant’Ambrogio darà nei suoi scritti sulla verginità. Ma bisogna notare che né l’uno né l’altro erano a conoscenza di questo preteso soggiorno di Maria al Tempio. Ci resta da dire come questa epoca immaginava il soggiorno di Maria al Tempio e come questo quadro appariva una proiezione del presente sul passato: la vita nel Tempio è rappresentata secondo la vita monastica del tempo.
Come se ella avesse avuto trent’anni, si applicava all’orazione… Si applicava alla lavorazione della lana, e tutto quello che le donne anziane non avrebbero potuto fare, lei, in età così tenera, lo faceva. Si era imposta di dedicarsi all’orazione del mattino fino a terza; dopo terza fino a nona si occupava a tessere e a partire da nona ritornava alla preghiera e non l’abbandonava più fino all’ora in cui gli appariva l’angelo del Signore, dal quale riceveva il cibo… Infine, con le vergini di maggior età, era così ben istruita nelle lodi di Dio, che nessuna la precedeva nelle vigilie, né era più istruita nella sapienza di Dio, né più umile nell’abbassamento, né distinta nei canti di Davide… Piena di sollecitudine per le sue compagne, vegliava affinché nessuna di loro peccasse neppure con una sola parola, nessuna ridendo alzasse troppo la voce, nessuna giungesse alle ingiurie o all’orgoglio rispetto a una eguale . (Egon Sendler, Le Icone bizantine della Madre di Dio, edizioni S. Paolo)

 

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MARIA INCINTA DI GESÙ DI GIANFRANCO RAVASI (31 maggio festa della Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta)

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MARIA INCINTA DI GESÙ DI GIANFRANCO RAVASI

Pubblicato il 30 dicembre 2008

Fonte: L’Osservatore Romano di giovedì 25 dicembre 2008

Mistero e sacralità del concepimento

C’è un bellissimo proverbio dei Berberi, popolazione discendente dagli antichi Egizi e stanziata nelle regioni montuose dell’Algeria e del Marocco, che afferma: «Se una madre ha nel ventre il figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore». Tutte le grandi culture e le più modeste hanno sempre celebrato con rispetto e amore la gestazione. Si legga, solo per fare un esempio a noi vicino, la stupenda strofa del Salmo 139 che canta la misteriosa azione di Dio che sta «tessendo» e «impastando» la creatura umana all’interno del grembo della madre, realizzando così un vero capolavoro: «Sei tu che hai creato i miei reni, mi hai intessuto nel grembo di mia madre. Ti ringrazio perché con atti miracolosi mi hai fatto meraviglioso. Il mio scheletro non ti era nascosto quando fui plasmato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Anche l’embrione i tuoi occhi l’hanno visto e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni, già formati prima ancora che ne esistesse uno solo» (13-16). Le immagini sono quelle del tessitore e del vasaio: talora nell’arte egizia si raffigura nel grembo della donna incinta un tornio, simbolo del dio Khnum, il creatore. Giobbe, in un’altra strofa di grande suggestione, immagina che Dio sia nel grembo della madre – oltre che tessitore e vasaio – come un pastore che sta impastando una forma di cacio: «Sono state le tue mani a plasmarmi e a modellarmi in tutto il mio profilo (…) Come argilla mi hai maneggiato (…) Non mi hai forse colato come latte e fatto cagliare come cacio? Non mi hai rivestito di pelle e di carne, non mi hai intessuto di ossa e di tendini?» (10, 8-11). Secondo la curiosa scienza medica del tempo si riteneva che l’embrione fosse la semplice coagulazione del seme maschile, favorita dal mestruo della donna: tra l’altro, si deve notare che l’ovulo femminile verrà identificato solo nel 1827 da Karl Ernst von Baer. Il libro biblico della Sapienza, infatti, mette in bocca a Salomone queste parole: «Fui formato di carne nel seno d’una madre, durante dieci mesi (lunari), consolidato nel sangue mestruale, frutto del seme d’un uomo e del piacere compagno del sonno» (7, 1-2). Ma c’è qualcosa di più nella Bibbia: Dio chiama il feto non solo a essere creatura umana ma anche a una vocazione, a un destino, a una meta che l’esistenza dovrà poi attuare. Quante volte si ripete che Isacco, Sansone, Samuele, Isaia, Geremia, lo stesso Israele, il Servo del Signore, il Battista, Paolo e così via sono stati chiamati da Dio fin dal «seno materno». Per tutti citiamo un passo del racconto della vocazione di Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni!» (1, 5). Un padre della Chiesa di Cappadocia in Turchia, Gregorio di Nissa, fratello di san Basilio, vissuto nel iv secolo esclamava: «Il modo con cui l’uomo viene al mondo è inspiegabile e inaccessibile alla nostra comprensione. Come infatti il seme umano, questa sostanza umida, informe e fluida può solidificarsi divenendo una testa, gambe e costole, come può formare il cervello tenero e molle e la cassa ossea così dura e resistente che lo racchiude, come può in una parola produrre questo insieme così complesso che è il corpo? Il seme, prima informe, si organizza e cresce sotto l’effetto dell’arte ineffabile di Dio» (Patrologia Graeca, 46, 667). D’altronde, come si è detto, questa specie di sacralità del feto e del grembo materno è celebrata da tutti i popoli. Basta solo come esempio quanto è scritto nel celebre poema babilonese della creazione, l’Enuma Elish, nella vi tavoletta: «Il dio Marduk decise di creare un capolavoro. Voglio dire un reticolo di sangue, formare un’ossatura e suscitare un essere il cui nome sarà: Uomo. Sì, voglio creare un essere umano, un uomo!». Se ogni sbocciare della vita umana è un evento mirabile, se ogni esperienza di madre è straordinaria, unica è però l’«attesa» della donna di cui ora vorremmo parlare alle soglie del Natale, quella di Maria di Nazaret, incinta di Gesù. San Paolo, nell’unica menzione che ci offre della figura di Maria nei suoi scritti, la presenta semplicemente come madre del Cristo, «Figlio di Dio nato da donna, nato sotto la legge» (Galati, 4, 4). E non ci sarà nessun imbarazzo nell’arte cristiana, soprattutto nelle miniature dei libri d’ore, a raffigurare Maria gravida col ventre ormai ingrossato, mentre la Chiesa etiopica in un genere di inni detto malkee (effigie) esalta le parti del corpo di Maria, sulla scia dei ritratti della sposa presenti nel Cantico dei cantici (4 e 7), arrivando a identificare fino a 52 organi e benedicendo soprattutto il grembo che ha portato Gesù. Per Maria, come è noto dal Vangelo di Luca, tutto era iniziato in quel giorno in cui nel modesto villaggio di Nazaret ella aveva avuto un’esperienza eccezionale: è quella che si è soliti chiamare Annunciazione, una scena divenuta uno dei modelli più luminosi dell’arte cristiana. L’immaginazione di tutti corre, credo, in modo spontaneo all’intatto splendore dell’Annunciazione del Beato Angelico nel Convento di San Marco a Firenze. Noi, invece, immaginiamo ora di entrare nella Nazaret antica, il cuore dell’attuale città della Galilea. Allora essa era un villaggio insignificante e semitroglodita: infatti le povere case erano per buona parte addossate a grotte che fungevano da dispensa, da soggiorno estivo invernale, da camera per ospiti. Ora i pellegrini vedono incombere su Nazaret la mole della basilica francescana progettata dall’architetto italiano Giovanni Muzio e inaugurata nel 1969. Ma questo edificio, come è noto, ingloba nel suo interno non solo le reliquie dei precedenti edifici bizantini e crociati ma anche una grotta che fin dalle origini cristiane era stata una sorta di sinagoga-chiesa giudeo-cristiana gestita dai cosiddetti «fratelli del Signore», cioè i membri della sua parentela e del suo clan. Contadini e gente modesta, essi avevano però conservato il ricordo vivo e ininterrotto della residenza di Maria. Ed è su queste pareti molto umili che è stata trovata quella che potremmo definire come la prima Ave Maria. Ascoltiamo la testimonianza dello stesso scopritore, il francescano Bellarmino Bagatti, famoso archeologo, scomparso nel 1990: «Nell’intonaco dell’edificio-sinagoga si trovò un’iscrizione in caratteri greci. Essa recava in alto le lettere greche XE e, sotto, MAPIA. È ovvio riferirsi alle parole greche che il Vangelo di Luca mette in bocca all’angelo annunziatore: Cháire Maria (Ave Maria). L’ignoto autore di quell’iscrizione aveva insomma voluto ripetere il gentile saluto. Nell’intonaco di una colonna si è trovata quest’altra iscrizione: «In questo santo luogo di M(aria) ha scritto». Nell’intonaco di un’altra pietra, che contiene molti graffiti, ce n’è uno in armeno, nel quale si legge la parola keganuish, la quale è il titolo «bella ragazza» che gli armeni sogliono dare a Maria. Nella stessa casa di Maria si praticava il culto di lei fin dalle origini della Chiesa, perché lì essa era stata scelta a «madre di Cristo». Sullo sfondo di questa grotta che aveva accanto a sé una povera residenza la «bella ragazza» Maria riceve quell’annunzio assolutamente sorprendente: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (…) Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Luca, 1, 32-33.35). Le parole che l’angelo pronunzia assomigliano a un piccolo Credo che offre una perfetta definizione dell’identità del Cristo. Egli è il Grande in assoluto, re eterno, discendente davidico, Figlio dell’Altissimo e Figlio di Dio, il Santo per eccellenza. Non siamo di fronte, dunque, al pur mirabile mistero di ogni nascita umana ma a qualcosa di assoluto e di supremo, che non fiorisce dalle normali vicende della concezione e della procreazione. È per questo che il racconto lucano insiste sulla verginità di Maria: «Non conosco uomo», essa risponde all’angelo. Più che all’intenzione di conservare la verginità anche durante il matrimonio come voto, come voleva l’interpretazione di alcuni Padri della Chiesa, questa frase rimanda al mistero che l’evangelista vuole esaltare. Gesù non nasce dalla carne e dal sangue ma dallo Spirito Santo. Pur percorrendo la via biologica dell’embrione, del feto e del neonato, egli non è concepito dal seme di Giuseppe ma dall’ingresso di Dio stesso, attraverso il suo Spirito fecondatore, nel grembo di Maria che Luca compara all’arca dell’alleanza di Sion. Infatti, nell’originale greco abbiamo kecharitoméne, che è un participio passivo «teologico», cioè avente come soggetto sottinteso Dio: Maria è stata pervasa dalla grazia divina che risplende nel Figlio Gesù, la presenza perfetta di Dio tra gli uomini. Di fronte allo sconcerto di Maria e alla sua esitazione, san Bernardo costruisce una deliziosa meditazione: «L’angelo aspetta la tua risposta, o Maria! Stiamo aspettando anche noi, o Signora, questo tuo dono che è dono di Dio. Sta nelle tue mani il prezzo del nostro riscatto. Rispondi presto, o Vergine, pronuncia, o Signora, la parola che terra e inferi e persino il cielo aspettano. Apri dunque, o Vergine beata, il tuo cuore alla fede, le tue labbra alla parola, il tuo seno al Creatore. Ecco, colui che è il desiderio di tutte le genti, sta fuori e bussa alla tua porta (…) Alzati, corri, apri! Alzati con la tua fede, corri col tuo affetto, apri col tuo consenso». L’esegeta americano Raymond Edward Brown nel suo saggio sulla Nascita del Messia (edizioni Cittadella) mette giustamente a confronto le due annunciazioni parallele, quella a Elisabetta per la nascita del Battista e quella a Maria, e conclude: «Nell’annunciazione della nascita di Giovanni Battista ci troviamo di fronte a un ardente desiderio e a una preghiera da parte dei genitori che sentono molto la mancanza di un figlio; siccome, però, Maria è una vergine che non è ancora andata a vivere con il proprio marito, non esiste da parte sua ardente desiderio o umana attesa di avere un figlio: si tratta della sorpresa della donazione. Non si ha più a che fare con la supplica da parte dell’uomo e il generoso esaudimento da parte di Dio: qui ci troviamo davanti all’iniziativa di Dio che oltrepassa qualsiasi cosa sognata da uomo o da donna». Per un momento lasciamo il testo evangelico e inoltriamoci nel mondo della pietà popolare dei primi secoli, rappresentato soprattutto dai cosiddetti Vangeli apocrifi, espressione di fede e di folclore, di storia e di fantasia. Scegliamo il testo più famoso, il Protovangelo di Giacomo (ma sarebbe meglio chiamarlo La Natività di Maria), scoperto da un umanista francese, Guglielmo Postel, morto nel 1582, opera da collocare già nel ii secolo. L’annunciazione a Maria viene descritta in due tappe: la prima alla fontana del villaggio, che ancor oggi è indicata a Nazaret e la cui sorgente è all’interno dell’attuale chiesa ortodossa di San Gabriele; la seconda all’interno della sua abitazione. Leggiamo la narrazione: «Presa la brocca, Maria uscì ad attingere acqua. Ecco all’improvviso una voce: Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta fra le donne! Maria guardava intorno, a destra e a sinistra, per scoprire donde veniva la voce. Tutta tremante, tornò a casa, posò la brocca, prese la porpora, si sedette su uno sgabello e si mise a filare. Ma ecco un angelo del Signore davanti a lei: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Signore di tutte le cose. Tu concepirai per la sua parola! Udendo ciò, Maria restò perplessa, pensando: Dovrò io concepire per opera del Signore Dio vivente e poi partorire come ogni altra donna? Ma l’angelo del Signore le disse: Non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra la potenza del Signore. Perciò l’essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell’Altissimo». Ritornando al testo evangelico di Luca, Maria, in seguito alla sua accettazione, espressa con la formula solenne: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Luca, 1, 38), diventa incinta di Gesù. La liturgia cristiana, collocando convenzionalmente la nascita di Cristo il 25 dicembre, sovrapponendola alla festa pagana del dio Sole, ha retrodatato secondo i regolari nove mesi di gestazione l’annunciazione a Maria, datandola al 25 marzo. Questa solennità, che giustamente è definita dalla liturgia «festa del Signore», apparve nel vi secolo in Asia Minore e fu accolta anche a Roma da Papa Sergio (687-701). Famoso è il suo bel prefazio ancor oggi usato, ispirato – pare – all’antica liturgia ispanica: «All’annunzio dell’angelo la Vergine accolse nella fede la tua parola e per l’azione misteriosa dello Spirito Santo concepì e con ineffabile amore portò in grembo il primogenito della nuova umanità». Ma questa improvvisa e sorprendente maternità di Maria creò sconcerto anche in un’altra persona, il promesso sposo Giuseppe. Nella prassi matrimoniale ebraica antica il fidanzamento era considerato a tutti gli effetti il primo atto del matrimonio stesso. A segnalarci questo sconcerto è l’evangelista Matteo che ci narra l’annunciazione a Giuseppe. Di fronte al desiderio di Giuseppe di «ripudiare» – sia pure senza un processo pubblico e col relativo atto ufficiale di ripudio – Maria incinta (per reazione umana o per rispetto di fronte al mistero che si compiva in lei? Il testo matteano può essere interpretato in entrambi i modi), l’angelo Gabriele invita lo sposo promesso di Maria a completare la prassi matrimoniale e a divenire il padre legale di Gesù: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù» (1, 20-21). Molto più pittoresca è, invece, la relazione che gli apocrifi fanno della reazione di Giuseppe di fronte alla scoperta della gravidanza di Maria. Lasciamo ancora la parola al Protovangelo di Giacomo: «Maria era ormai al sesto mese. Giuseppe, tornato a casa dal lavoro, la vide incinta. Allora si schiaffeggiò la faccia, si gettò a terra su un sacco, pianse amaramente e disse: Come farò a guardare e pregare il Signore per lei? L’ho ricevuta vergine dal tempio del Signore e non l’ho custodita! Chi l’ha insidiata? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia contaminandola? Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse: Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore tuo Dio? Perché hai avvilito l’anima tua, tu che sei stata allevata nel Santo dei Santi e ricevevi il cibo dalla mano di un angelo? Maria si mise a piangere amaramente: Io sono pura, non conosco uomo! E Giuseppe: Da che parte viene, allora, quello che hai nel ventre? Maria rispose: Quanto è vero il Dio vivente, questo che è in me non so donde sia!». Confortato dall’angelo, Giuseppe è però costretto dai sacerdoti a sottoporre Maria a una specie di ordalia, detta «della gelosia», e descritta nel capitolo 5 del libro biblico dei Numeri. Essa consisteva nel bere una pozione, chiamata «acqua della prova», che avrebbe rivelato il peccato, facendo morire l’adultera. Maria, sottoposta a questa verifica rituale, ne esce sana e salva. Più aspra e sarcastica sarà, invece, la reazione del mondo giudaico dei primi tempi cristiani nei confronti della concezione verginale di Maria. La testimonianza che abbiamo al riguardo è particolarmente complessa. Essa ci proviene da un autore cristiano, Origene, che cita polemicamente il filosofo platonico del ii secolo, Celso, il quale nella sua opera Dottrina verace presentava a sua volta le argomentazioni di un giudeo ostile al cristianesimo. Ora, una delle accuse riguarda proprio «la storia della nascita di Gesù da una vergine». In realtà, stando sempre al giudeo di Celso, le cose sarebbero andate ben diversamente: «Gesù era originario di un villaggio della Giudea e aveva avuto per madre una povera indigena che si guadagnava da vivere filando. Accusata di adulterio, perché resa incinta da un certo soldato di nome Panthera, fu scacciata da suo marito, un artigiano. Errando in modo miserevole, dette alla luce di nascosto Gesù. Costui, cresciuto, spinto dalla povertà, andò in Egitto a lavorare; qui apprese alcune di quelle arti segrete per cui gli Egiziani sono celebri, ritornò dai suoi tutto fiero per le arti apprese e grazie ad esse si autoproclamò Dio» (Contro Celso, 1, 28.32). Effettivamente alcuni rabbini dei primi anni del secondo secolo chiamano Gesù «figlio di Panthera», una tradizione che continuerà nel giudaismo fino al Medioevo quando nell’opera Generazioni di Gesù si dichiarerà «Giuseppe Pandera» padre di Gesù. Non è da escludere che questo nome «Panthera» non sia che una deformazione della parola greca parthènos, «vergine», che i cristiani applicavano a Maria. Si confermava così, sia pure indirettamente, la dottrina cristiana della verginità di Maria, considerata come un dato comune nella Chiesa delle origini. Una curiosa testimonianza indiretta ci è offerta anche da una frase del celebre prologo del Vangelo di Giovanni, passibile di una duplice lettura, stando ai testi antichi che ce l’hanno trasmesso. Una prima lettura suona così: i figli di Dio, che credono in Cristo, «non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Giovanni, 1, 13). Un’altra lettura, che è attestata anche dai Padri della Chiesa del ii secolo, legge al singolare la frase così da trasformarla in una professione di fede nella concezione verginale di Cristo, «il quale non da sangue – in greco si ha il plurale «sangui» – né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio fu generato». Il plurale «sangui» si spiegherebbe secondo le leggi levitiche della purificazione della donna (Levitico, 12, 4.7; 20, 18). Sta di fatto, comunque, che la frase così letta dichiarerebbe esplicitamente che il figlio di Maria è «l’Unigenito venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità», come ancora si legge nel prologo giovanneo (1, 14), e non giunto a noi attraverso i processi genetici umani. Se, però, si volesse tentare una strada di taglio «comparativistico», considerando la verginità di Maria come un reperto mitologico desunto da qualche altro orizzonte storico-culturale, al di là delle varianti strutturali e tematiche, varrebbe sempre la considerazione che l’allora teologo Joseph Ratzinger proponeva nella sua famosa Introduzione al cristianesimo: «Le leggende extrabibliche di questo tipo sono profondamente diverse dal racconto della nascita di Gesù, sia nel loro vocabolario sia nella loro morfologia concettuale. La divergenza centrale sta nel fatto che, nei testi pagani, la divinità appare quasi sempre come una potenza fecondatrice, generatrice, ossia sotto un aspetto più o meno sessuale, e quindi in veste di ‘padre’ in senso fisico del bimbo redentore. Nulla di tutto ciò nel Nuovo Testamento: la concezione di Gesù è una nuova realtà, non una generazione da parte di Dio. Pertanto, Dio non diventa suppergiù il padre biologico di Gesù». Oltre alla demitizzazione c’è, dunque, una dematerializzazione da introdurre per comprendere correttamente l’originalità dell’evento della generazione di Cristo. Ma ritorniamo ai mesi dell’attesa di Maria. Luca ci offre un episodio, quello della visita di Maria alla cugina Elisabetta anch’essa incinta, in cui riappare il mistero di ciò che sta germogliando nel grembo della madre di Gesù. La narrazione ha come sfondo «la montagna e una città di Giuda» anonima, che però la tradizione bizantina e crociata ha voluto identificare con Ain Karim («sorgente della vigna»), un delizioso villaggio ormai aggregato a Gerusalemme. Esso è ora dominato dal santuario francescano della Visitazione, eretto nel 1939, nel cui cortile esterno è riprodotto, su maioliche in decine e decine di lingue diverse, il canto di Maria, il Magnificat. Ma sono le parole di Elisabetta a esaltare la gestazione di Maria. Infatti, se è vero che il bimbo di Elisabetta, il futuro Giovanni Battista, «esulta di gioia nel suo grembo» appena udita la voce di Maria, la benedizione più solenne è riservata alla «madre del Signore»: «Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!». Si tratta di una frase modellata sull’Antico Testamento, ed entrata poi nella più celebre e costante preghiera mariana, l’Ave Maria. Tutta la prima Alleanza incarnata dal Battista, l’ultimo dei profeti, si rivolge al Figlio di Dio e a sua madre accogliendoli con amore e gioia. Maria resta circa tre mesi dalla cugina, fino alla nascita di Giovanni e poi ritorna a casa sua (cfr. Luca, 1, 56). Ormai anche per lei si avvicina progressivamente il grande momento del parto. L’evangelista, infatti, ci aveva ricordato che Maria aveva ricevuto l’annunciazione «nel sesto mese» dalla concezione del Battista. Quando le ultime settimane stanno per scadere, ecco l’incubo del censimento di Quirinio. Lasciamo ancora la parola a Luca: «Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo» (2, 4-7). Gli apocrifi non si accontentano della sobrietà asciutta del racconto evangelico e quei particolari momenti li vogliono seguire con maggior colore e fantasia. Ecco come il citato Protovangelo di Giacomo descrive quel viaggio (a cui partecipa anche un figlio avuto da Giuseppe, vedovo di un precedente ipotetico matrimonio): «Giuseppe sellò l’asino e vi fece sedere Maria. Il figlio di lui tirava la bestia e Giuseppe li accompagnava. Giunti a tre miglia da Betlemme, Giuseppe si voltò e la vide triste. Disse tra sé: Ormai è ciò che è in lei a crearle travaglio. Ma, voltatosi poco dopo, vide che rideva. Le chiese: Cos’hai, Maria, che vedo il tuo viso ora sorridente ora triste? Rispose: È perché io vedo coi miei occhi due popoli: uno piange e fa cordoglio, mentre l’altro è pieno di gioia ed esulta. Giunti a metà strada, Maria disse a Giuseppe: Calami giù dall’asino perché colui che è in me ha fretta di venire fuori. Egli la calò giù e le disse: Dove posso condurti per mettere al riparo il pudore? Il luogo, infatti, è deserto. Trovò però una grotta, ve la condusse e lasciò presso di lei suo figlio e corse a cercare un’ostetrica nella regione di Betlemme». E da questo momento in avanti comincia per questo autore ignoto del ii secolo una sfilata di prodigi che accompagneranno la nascita del Cristo. Noi ci fermiamo qui davanti a Maria, alle soglie del parto, di quel momento in cui, come dirà Gesù nell’ultima sera della sua vita terrena, «la partoriente è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bimbo, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Giovanni, 16, 21). Lo zelo di alcuni scrittori cristiani antichi e di alcuni mariologi aveva negato a Maria le doglie del parto, considerate frutto del peccato originale. In realtà nel testo della Genesi, come altrove nella Bibbia, le doglie sono usate come simbolo per indicare piuttosto la frattura che il peccato ha introdotto nell’armonia dell’amore di coppia e nella stessa generazione. L’esperienza della gestazione e di quei dolori, come dice Gesù, in realtà dona una ricchezza particolare alla donna. Una ricchezza che in Maria raggiunse l’ineffabile. Un’esperienza che solo Maria poté assaporare e che noi possiamo soltanto immaginare. Una maternità che sorprendentemente lo scrittore e fìlosofo ateo francese Jean-Paul Sartre ha ben rappresentato anche sotto l’aspetto «psicologico» nel suo primo testo teatrale, Bariona o il figlio del tuono, composto per il Natale del 1940 nello Stalag xiiD nazista di Treviri, dove era stato internato. Scrive infatti: «Maria avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatto di me. Ha i miei occhi. La forma della sua bocca è la forma della mia. M’assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola. Un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride e respira. Un Dio che si può toccare e che ride».

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – OMELIA

http://www.monasterodiruviano.it/vangelo-lc/assunzione-della-beata-vergine-maria-fino-a-quando/

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – OMELIA

LA META E’ NEL GREMBO DI DIO

Celebrare l’Assunzione di Maria, come per tutte le feste mariane, è guardare alla Chiesa, a noi, alla nostra vocaz
ione più autentica e profonda. Guai a fermarsi a Maria, come fa certo devozionismo cattolico: Maria parla sempre alla Chiesa, alla Comunità dei credenti nel Figlio, comunità chiamata a generare Gesù nella storia, e alla storia.
Come l’Immacolata ci dice l’identità della Chiesa nella storia, che essa è Comunità di salvati per grazia, di redenti senza alcun merito, di salvati da un Amore che sempre ci previene, così l’Assunzione ci dice la meta della Chiesa, ci dice che tutto è orientato al grembo di Dio.
Significativo mi pare la scelta, per questa solennità, del passo dell’Apocalisse che oggi apre la liturgia della Parola. Per Giovanni è chiaro che dalla storia sale forte una domanda (cfr Ap 6, 10): “Fino a quando?” La storia del mondo, insomma, non sembra realizzare il progetto di Dio, la storia genera ancora dolore, genera poveri, genera oppressioni; il male sembra sempre trionfare! “Fino a quando?”
Per cercare una risposta, Giovanni penetra nel “Santuario del cielo”, vi penetra per capire come Dio legge la storia. Il passo dell’Apocalisse che oggi si ascolta inizia proprio qui: si apre il Santuario, e subito ci sono due segni da leggere: la donna e il drago; l’autore ci tiene subito a farci cogliere che il segno grandioso non è il drago terrificante, come potrebbe apparire; non ci si deve far ingannare; quello è solo un segno.
Il segno grandioso è invece una donna che grida per il dolore più umano che esista, il dolore del parto… In questa donna si compie la volontà di Dio! La volontà di Dio passa per una lotta, per un travaglio, per un dolore, passa per un parto che è evento in cui sempre morte e vita si intrecciano.
La donna è vestita della luce del Risorto, le tenebre le sono estranee; ha la luna sotto i piedi, cioè attraversa il tempo, la storia (per la Bibbia la luna è sempre segno del tempo perchè il tempo veniva misurato con le lune)…è dunque signora della storia e cammina nella storia, tra le tenebre della storia, ma verso il compimento di Dio.
E’ in relazione con Israele e la Chiesa (le 12 stelle); è una donna misteriosa: è luminosa (vestita di sole) ma segnata dal dolore (gridava per le doglie del parto) ma anche dalla speranza (era incinta).
Di fronte a Lei si para il drago che tenta di divorare il Figlio che Ella partorisce; il Figlio è però rapito verso Dio (è straordinario: è la storia della Pasqua del Figlio narrata in un solo versetto!)…la donna resta nel mondo e soggetta alla furia del drago.
Chi è allora la donna?
Giovanni nel segno della donna delinea un’icona della Comunità credente chiamata – come Maria – a generare Cristo ogni giorno, ma vivendo l’aspro contrasto e la guerra con chi non accetta la Signoria del Figlio. Le sue doglie non cessano; la storia sarà segnata dal dolore, ma con la certezza che la vittoria, che già in Cristo è attuale, si rivelerà in pienezza anche in Lei.
La Chiesa passa per il dolore, per le lotte, per il combattimento, per le insidie del drago ma sa che “la sua fatica non è vana nel Signore” (cfr 1Cor 15, 57-58); Paolo nella sua Seconda lettera ai Cristiani di Corinto ci dice che si può sovrabbondare di gioia anche nella tribolazione (cfr 2Cor 7,4). Questa gioia di Paolo sfida la nostra fede: se siamo corpo di Cristo, e Cristo è risorto, il nostro futuro è la risurrezione. La storia di morte di Cristo si versò nella risurrezione, inattesa risposta di Dio all’iniquità del mondo; la storia di morte che la Chiesa attraversa si verserà anch’essa nella risurrezione e nella pace. La meta è lì, nel grembo trinitario di Dio, dove l’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito tutto guarirà, tutto feconderà.
Maria è icona gioiosa di di questo “destino” dei credenti: in Lei la vita si è fatta piena, in Lei la vita ha sconfitto la morte, in Lei ci è promessa – nella più pura gratuità – una vittoria impossibile alle nostre povere forze; in Lei è promessa, non solo ai credenti ma all’umanità tutta di cui la Chiesa è “primizia” per pura grazia, la vittoria sul peccato e sulla corruzione della morte.
La vittoria di Maria è passata per la sua fede; Elisabetta, nel passo dell’Evangelo di Luca che oggi si ascolta, lo proclama con quella prima beatitudine che risuona nell’Evangelo: Beata colei che ha creduto all’adempimento della Parola del Signore.
Sì, Maria è beata perché si è fidata; il segno che ci è dato in Maria è grandioso perchè Lei ha creduto. La grandezza non è nell’essere stata Madre di Dio, la grandezza è ciò che ha reso possibile quella maternità: la sua fede.
Lafede di Maria nella Parola ha permesso alla benedizione del Padre di farsi carne nella nostra storia; la fede di Maria ha immesso nella storia la benedizione che è il Figlio fatto carne. Il Figlio ha preso carne, sangue e umanità da Lei che ha creduto, e credendo ha aperto le porte della storia al Dio che non si stanca di cercare l’uomo.
Come scrive Teresa di Lisieux, ciò che ci è detto di Maria non vuole far sorgere in noi meraviglia e ammirazione per Lei, ma vuole mostrarci la nostra via e la nostra meta.
La via è attraversare la storia generando e custodendo il Figlio, la è non aver paura delle doglie e delle contraddizioni che ci sono nella storia, laè non ricusare il deserto in cui la Chiesa abita per statuto tra le ostilità della storia (quando la Chiesa non è in questo deserto deve preoccuparsi…certamente si è svenduta in qualcosa…)!
La meta è l’abbraccio di Dio ed è il compimeneto che Dio donerà alla storia attraverso l’opera dei credenti, che sono capaci di pagare di persona per mostrare che in Cristo l’uomo nuovo è già iniziato!
p. Fabrizio Cristarella Orestano

Publié dans:FESTE DI MARIA, OMELIE |on 14 août, 2017 |Pas de commentaires »

LA MADONNA DI GUADALUPE – I MISTERI DELLA TILMA

http://www.latheotokos.it/programmi/guadalupe/latilma.htm

LA MADONNA DI GUADALUPE – I MISTERI DELLA TILMA

dal libro di Antonino Grasso: « GUADALUPE » – Gribaudi, Milano

L’IMMAGINE
La tilma su cui è impressa l’immagine della Vergine di Guadalupe, è costituita da due teli di ayate, un ruvido tessuto di fibre d’agave, usato dagli indios poveri per coprirsi. Le due parti sono unite da un filo molto sottile. L’immagine è di 143 centimetri, di carnagione un po’ scura, per cui il popolo messicano affettuosamente la chiama Virgen Morena o Morenita. Essa è circondata da raggi solari, ha la luna sotto i suoi piedi, ed è sorretta da un piccolo angelo, le cui ali sono ornate di lunghe penne rosse, bianche e verdi. I tratti del volto sono tendenti al meticcio, per cui anche oggi, a distanza di secoli, la Vergine di Guadalupe appare tipicamente « messicana ». Sotto un manto regale dal colore verde-azzurro coperto di stelle dorate, la Vergine indossa una tunica rosa coperta di fiori dorati e stretta sopra la vita da una cintura viola scuro che, presso gli aztechi, era il segno di riconoscimento delle donne incinte e, indica, quindi, la divina maternità di Maria.

IL DIPINTO E LA TILMA
In base ai risultati di approfondite analisi scientifiche, iniziate già nel 1666, sarebbe stato assolutamente impossibile dipingere ad olio o tempera un’immagine così nitida sull’ayate e conservarla così bene fino ad oggi. Secondo Miguel Cabrera, che condusse diversi esperimenti sulla tilma a partire dal 1751, l’immagine in sostanza non è un dipinto, essendo i colori come incorporati alla trama della tela e lo stesso tessuto dell’ayate avrebbe dovuto disgregarsi in breve tempo nelle pessime condizioni climatiche della radura ai piedi del Tepeyac. L’impossibilità a resistere in simili condizioni da parte di una pittura eseguita senza preparazione del fondo, è testimoniata dall’esperimento condotto dal medico José Ignacio Bartolache, il quale tra il 1785 e il 1787, fece realizzare da filatori e tessitori indigeni, diversi ayates, il più possibile simili a quello di Juan Diego. Dopo diversi tentativi e scelti quelli che sembrano più vicini, all’occhio e al tatto, all’originale, incaricò cinque pittori di eseguire copie della Morenita sulla tela non preparata, adoperando i colori e le tecniche di pittura in uso al tempo delle apparizioni. Una delle copie, precisamente quella dipinta nel 1788 da Rafael Gutiérrez, viene collocata il 12 settembre del 1789 sull’altare della Capilla del Pocito, da poco eretta accanto al santuario, ma ci rimane solo pochi anni: nonostante fosse protetta da due spessi cristalli, dovette essere rimossa dall’altare già nel 1796, perché completamente rovinata.

PROPRIETA’ INSPIEGABILI DELLA TILMA
Nel 1791, alcuni operai, incaricati di pulire con una soluzione di acido nitrico la cornice d’oro che dal 1777 racchiudeva l’immagine, lasciarono cadere sulla tela parte della soluzione detergente. Stando alle leggi della chimica, l’acido nitrico, oltre a reagire con le proteine presenti nei tessuti d’origine vegetale dando loro un caratteristico colore giallo [reazione xantoproteica], interagendo con la cellulosa che costituisce la struttura portante delle fibre vegetali, avrebbe dovuto disgregare e distruggere la tilma. Invece il tessuto è rimasto inspiegabilmente integro, e le due macchie giallastre della reazione xantoproteica, che non hanno, comunque, toccato la figura della Vergine, sbiadiscono con il passare del tempo. A questo si aggiunga un altro fatto, ancora oggi inspiegabile, ma notato per la prima volta già nella seconda metà del secolo XVIII e via via costantemente confermato fino ai nostri giorni: l’ayate respinge gli insetti e la polvere, che invece si accumulano sul vetro e sulla cornice.
Nel 1936, il direttore della sezione di chimica del Kaiser Wilhelm Institut di Heidelberg, dottor Richard Kuhn, insignito del premio Nobel per la Chimica nel 1938, ha la possibilità di analizzare due fili, uno rosso e uno giallo, provenienti da frammenti della tilma di Juan Diego. I risultati delle analisi, condotte con le tecniche più sofisticate allora disponibili, sono incredibili: sulle fibre non vi è alcuna traccia di coloranti, né vegetali, né animali, né minerali.
Nel 1979, lo scienziato americano Philip Serna Callahan esegue una quarantina di fotografie all’infrarosso dell’immagine, sulle quali può compiere uno studio accurato. Tale studio conferma nella sostanza gli studi precedenti: la quasi totalità della figura fa tutt’ un corpo con il tessuto dell’ayate, con l’eccezione di alcune parti, come le mani, che appaiono ridipinte per ridurre la lunghezza delle dita, l’intera parte inferiore compresa la figura dell’angelo, l’argento della luna, l’oro dei raggi solari e delle stelle, e il bianco delle nubi che circondano i raggi stessi, ritenuti da Callahan delle semplici « aggiunte ». Non tutti gli scienziati sono d’accordo su questo, perchè sia la più antica descrizione dell’immagine, In tilmatzintli, scritta con ogni probabilità da Antonio Valeriano nella seconda metà del secolo XVI e pubblicata da Luis Lasso de la Vega nel 1649 insieme con il Nican mopohua , sia la copia presente alla battaglia di Lepanto, quindi anteriore al 1571, mostrano l’immagine come ci appare oggi. È quindi più probabile che gli interventi di mano umana individuati da Philip Serna Callahan siano, più che aggiunte, dei semplici ritocchi. In ogni caso, è significativo che anche le fotografie all’infrarosso abbiano dimostrato la natura « non manufatta » della parte essenziale dell’immagine guadalupana.
GLI OCCHI SEMPRE VIVI
I risultati più incredibili sono venuti dall’esame degli occhi della Vergine di Guadalupe. Secondo la legge ottica di Purkinje-Sanson, due ricercatori che la scoprirono nel secolo XIX, nell’occhio umano si formano tre immagini riflesse degli oggetti osservati: a) una sulla superficie esterna della cornea; b) la seconda sulla superficie esterna del cristallino; c) la terza, rovesciata, sulla superficie interna del cristallino stesso. Che tali immagini riflesse, oltre che negli occhi di una persona vivente, possono essere viste anche negli occhi di un volto umano dipinto su una tela è impossibile. Eppure, nel 1929, il fotografo Alfonso Marcué González, esaminando alcuni negativi dell’immagine della Madonna di Guadalupe, scorge nell’occhio destro qualcosa di simile al riflesso di un mezzo busto umano. La scoperta, viene confermata il 29 maggio 1951 dal fotografo ufficiale del santuario, José Carlos Salinas Chávez, che attesta con un documento scritto di aver notato riflessa nella pupilla del lato destro della Vergine di Guadalupe la testa di Juan Diego, e accerta subito la presenza anche sul lato sinistro » .
Negli anni successivi, Illustri oftalmologi, con osservazioni dirette compiute sulla tilma priva del vetro protettivo, individuano, nel solo occhio destro, la seconda e la terza immagine di Purkinje-Sanson. Nel 1979 l’ingegnere peruviano José Aste Tonsmann, esperto di elaborazione elettronica delle immagini, può analizzare i riflessi visibili negli occhi della Morenita, con il metodo dell’elaborazione elettronica, usato per la decifrazione delle immagini inviate sulla terra dai satelliti artificiali e dalle sonde spaziali. Con questo metodo, basato sulla scomposizione di una figura in punti luminosi e sulla traduzione della luminosità di ciascun punto nel codice binario del calcolatore elettronico, José Aste Tonsmann riesce a ingrandire le iridi degli occhi fino a 2500 volte le loro dimensioni originarie, e a rendere, mediante opportuni procedimenti matematici e ottici, il più possibile nitide le immagini in esse contenute. Il risultato ha, ancora una volta, dell’incredibile: negli occhi della Vergine, è riflessa l’intera scena di Juan Diego che apre la sua tilma davanti al vescovo Juan de Zumárraga e agli altri testimoni del miracolo. In questa scena è possibile individuare, da sinistra verso destra guardando l’occhio: un indio seduto, che guarda in alto; il profilo di un uomo anziano, con la barba bianca e la testa segnata da un’avanzata calvizie e da qualcosa di simile alla chierica dei frati; un uomo più giovane; un indio dai lineamenti marcati, con barba e baffi, certamente Juan Diego, che apre il proprio mantello, ancora privo dell’immagine, davanti al vescovo; una donna dal volto scuro; un uomo dai tratti spagnoli che si accarezza la barba con la mano. Tutti questi personaggi guardano verso la tilma, meno il primo, l’indio seduto, che sembra guardare piuttosto il viso di Juan Diego. Insomma, negli occhi dell’immagine di Guadalupe vi è come una istantanea di quanto accaduto nel vescovado di Città di Messico al momento in cui l’immagine stessa si formò sulla tilma. Al centro delle pupille, infine, si nota, in scala molto più ridotta, un’altra scena, del tutto indipendente dalla prima, in cui compare un vero e proprio gruppo familiare indigeno composto da una donna, da un uomo, da alcuni bambini, e – nel solo occhio destro – da altre persone in piedi dietro la donna.
La scoperta e la conferma scientifica della presenza di queste immagini negli occhi appare come la conferma definitiva dell’origine prodigiosa dell’icona guadalupana: è materialmente impossibile dipingere tutte queste figure in cerchietti di circa 8 millimetri di diametro, quali sono le iridi della Morenita, e per di più nell’assoluto rispetto di leggi ottiche scoperte solo un secolo dopo! Inoltre, la scena del vescovado come appare negli occhi, non è quella che poteva essere vista dalla supeficie della tilma, dato che vi compare Juan Diego con la tilma dispiegata davanti al vescovo. A questo proposito José Aste Tonsmann avanza l’ipotesi che la Vergine fosse presente, sebbene invisibile, al fatto, e abbia proiettata sulla tilma la propria immagine, avente negli occhi il riflesso di ciò che stava vedendo.

IL LINGUAGGIO DEGLI INDUMENTI
Anche gli indumenti della Vergine, sono avvolti dal mistero ed hanno profondi significati simbolici. In base ad uno studio scientifico, la disposizione delle stelle sul manto e dei fiori sulla veste sembra tutt’altro che casuale. Mario Rojas Sánchez, traduttore dei testi náhuatl sull’apparizione e studioso della cultura azteca, partendo dalla somiglianza fra i grandi fiori in boccio visibili sulla tunica della Vergine e il simbolo azteco del tépetl, cioè del monte, ha identificato sulla tunica una « mappa » dei principali vulcani del Messico; quanto alle stelle, invece, ha potuto accertare, grazie alla collaborazione dell’osservatorio Laplace di Città di Messico, che esse corrispondono alle costellazioni presenti sopra Città del Messico nel solstizio d’inverno del 1531 che cadeva proprio il 12 dicembre, non viste però secondo la normale prospettiva « geocentrica », ma secondo una prospettiva cosmocentrica, ossia come le vedrebbe un osservatore posto al di sopra della volta celeste.

Publié dans:FESTE DI MARIA |on 10 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

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