Archive pour la catégorie 'QUARESIMA OMELIE E MEDITAZIONI'

UNA CONVERSIONE È SEMPRE UNA NUOVA NASCITA Alessandro Manzoni *

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UNA CONVERSIONE È SEMPRE UNA NUOVA NASCITA

Alessandro Manzoni *

Alessandro Manzoni, dopo un breve periodo di sbandamento interiore, si convertì a 25 anni. Conversione già preparata da una ricerca profonda della verità. Da allora in poi la religione cristiana improntò costantemente la sua vita e la sua opera. Suo capolavoro è il romanzo «I promessi sposi». Questo libro, tra i più grandi della prosa italiana, dai personaggi plastici, che scaturiscono da una acuta analisi psicologica, è tutto penetrato da una profonda concezione cristiana della vita.

Appena introdotto l’Innominato, Federico gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a persona desiderata… I due stettero alquanto senza parlare e diversamente sospesi. L’Innominato, che era stato come portato lì per forza da un determinato disegno, d stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, ‘una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatteva e, dirò così, gli imponeva silenzio.
La presenza di Federico era infatti di quelle che annunziano una superiorità e la fanno amare…
Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell’aspetto dell’Innominato il suo sguardo penetrante ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato, parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo annunzio di una tal visita, tutto animato, «Oh! – disse – Che preziosa visita è questa!… Voi avete una buona nuova da darmi… ».
«Una buona nuova, io? Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual’è questa buona nuova che aspettate da un par mio».
«Che Dio v’ha toccato il cuore, e vuoi farvi suo», rispose pacatamente il cardinale.
«Dio! Dio! Dio! Se io vedessi! Se io sentissi! Dov’è queste Dio?».
«Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore che v’opprime, che vi agita, che non vi lascia stare e nelle stesso tempo vi attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?».
«O certo! Ho qui qualche cosa che mi opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c’è queste Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?».
Queste parole furono dette con un accento disperato; ma Federico, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispese: «Cosa può fare Dio di voi? Cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavare da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare… quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusare voi stesso, allora! allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa fare di voi?.. cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l’abbia animata, infiammata d’amore, di speranza, di pentimento?.. Cosa può Dio fare di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compiere in voi l’opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di lui? Oh pensate! se io miserabile qual sono, mi struggo ora tanto della vostra salute… Oh pensate come vi ami, come vi veglia quello che mi comanda e mi ispira un amore per voi che mi divora!».
A misura che queste parole uscivano dal suo labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne ispirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, da stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall’infanzia più non conoscevano le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furono cessate, si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto che fu come l’ultima e più chiara risposta.

* I promessi sposi – U. Hoepli editore – Milano 1906 – pp. 326-329.

COME SANTO FRANCESCO FECE UNA QUARESIMA IN UN’ISOLA DEL LAGO DI PERUGIA

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COME SANTO FRANCESCO FECE UNA QUARESIMA IN UN’ISOLA DEL LAGO DI PERUGIA

dove digiunò quaranta dì e quaranta notti
e non mangiò più che un mezzo pane.
Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo , siccome ci dimostra nel venerabile collegio de’dodici compagni e nel mirabile misterio delle sacrate Istimmate e nel continuato digiuno della santa Quaresima, la qual’egli sì fece in questo modo.
Essendo una volta santo Francesco il dì del carnasciale allato al lago di Perugia, in casa d’un suo divoto col quale era la notte albergato, fu ispirato da Dio ch’egli andasse a fare quella Quaresima in una isola del lago.
Di che santo Francesco pregò questo suo divoto, che per amor di Cristo lo portasse colla sua navicella in un’isola del lago dove non abitasse persona, e questo facesse la notte del dì della Cenere, sì che persona non se ne avvedesse. E costui, per l’amore della grande divozione ch’aveva a santo Francesco, sollecitamente adempiette il suo priego e portollo alla detta isola, e santo Francesco non portò seco se non due panetti.
Ed essendo giunto nell’isola, e l’amico partendosi per tornare a casa, santo Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse ivi, ed egli non venisse per lui se non il Giovedì santo. E così si partì colui; e santo Francesco rimase solo. E non essendovi nessuna abitazione nella quale si potesse riducere, entrò in una siepe molto folta, la quale molti pruni e arbuscelli aveano acconcio a modo d’uno covacciolo ovvero d’una capannetta; e in questo cotale luogo si puose in orazione e a contemplare le cose celestiali.
E ivi stette tutta la Quaresima sanza mangiare e sanza bere, altro che la metà d’uno di quelli panetti, secondo che trovò il suo divoto il Giovedì santo, quando tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intero e mezzo; e l’altro mezzo si crede che santo Francesco mangiasse per reverenza del digiuno di Cristo benedetto, il quale digiunò quaranta dì e quaranta notti sanza pigliare nessuno cibo materiale.
E così con quel mezzo pane cacciò da sé il veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò quaranta dì e quaranta notti. Poi in quello luogo, ove santo Francesco avea fatta così maravigliosa astinenza, fece Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa cominciarono gli uomini a edificarvi delle case e abitarvi; e in poco tempo si fece un castello buono e grande, ed èvvi il luogo de’frati, che si chiama il luogo dell’Isola; e ancora gli uomini e le donne di quello castello hanno grande reverenza e devozione in quello luogo dove santo Francesco fece la detta Quaresima.

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (10/03/2019)

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (10/03/2019)

Raminghi ed erranti, ma guidati
padre Gian Franco Scarpitta

“Mio padre era un Arameo errante”. Con questa espressione Mosè introduce una professione di fede che consegna al popolo d’Israele e che è evocativa di un passato lontano per cui adesso il popolo deve rendere grazie al Signore. Arameo errante era infatti Abramo, trovandosi ad uscire dalla propria terra per diventare nomade, peregrino, con la sola fiducia che Dio lo avrebbe condotto in un luogo ben preciso. Ramingo, vagava quindi senza una meta e sarà poi Dio stesso a guidare il suo cammino verso la terra di Canaan. Come pure Dio guiderà la sua discendenza nelle vicende storiche della dimora in Egitto, della liberazione dalla schiavitù del Faraone, il rientro in patria… Insomma in questa retrospezione con cui il popolo è invitato a professare la propria fede, emerge un dato di fatto culminante: solo al Signore si devono i benefici e soltanto a lui si deve che Abramo (e poi Giacobbe e Isacco) abbiano trovato una stabile dimora. Mentre su invito di Mosè gli Ebrei professano questa fede, sono chiamati a offrire le primizie dei raccolti, considerando ancora una volta come anche sui prodotti della terra Dio è provvidente. Essi infatti sono considerati immeritato dono divino, come un dono sono anche la vita e la libertà.
La patria, la casa, la terra da coltivare, i pozzi da cui attingere acqua, i figli che consentono la manovalanza nel lavoro dei campi, tutto va riconosciuto come dono del Signore di cui occorre rendere grazie e allo stesso Signore la gente d’Israele è chiamata ad affidarsi vivendo le proprie speranze e coltivando continua fiducia. I benefici succitati che Dio ha concesso, la memoria della vita trascorsa e delle tappe defatiganti sostenute prima di raggiungere la stabilità, sono occasione di esprimere il proprio “credo”, cioè la propria radicalità di fede in Colui che è stato fautore di tali e tanti benefici.
Principalmente l’uomo è consapevole inconscio d essere sempre ramingo e bisognoso di dimora, anche in tempi ben più recenti a quelli di Abramo: quale orientamento, quale destino anche per noi, uomini odierni succubi di un sistema subdolo e fallace che apparentemente ci esalta con l’illusione di collocarci al di sopra di tutto lo scibile e perfino al di sopra dello stesso Creatore?
Vantiamo il progresso nelle conquiste dell’elettronica e della robotica, senza accorgerci che siamo ormai diventanti succubi degli strumenti che adoperiamo e che probabilmente non saremmo in grado di sopravvivere in assenza di computer e di macchine e elettroniche. Ci autoesaltiamo perché con i robot saremo in grado di risolvere gran parte dei problemi della nostra convivenza rendendo sempre più agevole ogni situazione, ma non ci accorgiamo che proprio i robot, soprattutto quando siano in grado di intelligenza artificiale autonoma (speriamo mai) potrebbero addirittura arrivare a dominarci rendendoci sottomessi alle stesse strutture che abbiamo fatto.
E soprattutto siamo sempre più convinti che l’indifferentismo etico e la morale relativa costituiscano un valore; in altre parole non soltanto siamo protesi al peccato ma addirittura nella maggior parte dei casi legittimiamo le scelte peccaminose e non solamente in campo di etica sessuale. Il peccato sembra quasi una scelta affermata e dilagante, al punto che qualcuno ironizza perfino con una parafrasi di un’evangelica espressione: “Chi è senza peccato, rimedi”.
Ma la persistenza nel peccato procura davvero soddisfazioni o ci relega all’effimeratezza e al piacere che dura solo un momento? Siamo davvero appagati nel peccato e nella dissolutezza morale, oppure questa ci da un contentino passeggero per ritrovarci di volta in volta privi di vera soddisfazione e realizzazione? Occorre che procacciamo per noi stessi il bene duraturo ed efficiente, non ciò che ci piace perché è seducente e facile ad attuarsi, cosa che appunto è il peccato.
Ci siamo inconsapevolmente smarriti e cerchiamo la strada di casa, procedendo come a tentoni. Siamo raminghi ed esuli, necessitati di guida e di sostegno, perché possiamo approdare al nostro porto sospirato, alla nostra vera patria. Che risiede in Dio, unico vero obiettivo del nostro viaggio di ritorno. Come dice il Qoelet, “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è tutto per l’uomo.”
Fortunatamente abbiamo tutte le carte in regola per considerare che Dio ci viene in soccorso oggi come ai tempi della professione del popolo d’Israele; anziché contare i nostri sforzi poveri e insufficienti per essere graditi a Dio, possiamo enumerare i benefici che Lui ha fatto per noi, principalmente nel suo Figlio fatto uomo, che ha vissuto la nostra stessa esperienza camminando con le nostre scarpe e percorrendo i nostri stessi sentieri. E come adesso ci dice espressamente Luca, sottoponendosi alle medesime insidie del maligno. Anzi, affrontando le seduzioni del demonio in condizioni ben più svantaggiose della nostra, nei quaranta giorni di fame, di sete e di abbandono nelle asperità del deserto. Quali sono in sintesi le tentazioni con cui il diavolo tenta di sedurre Gesù? In fin dei conti non sono dissimili a quelle in cui volentieri acconsentiamo noi tutti oggigiorno: essere superlativo e affermarsi sugli uomini e sul mondo intero. Cipriani nota infatti che in tutte le proposte maliziose del diavolo vi è sempre una frase ricorrente: “Se sei Figlio di Dio…” E Gesù è chiamato a vivere la sua messianicità e il suo essere Dio non secondo il volere del Padre ma secondo le aspirazioni propriamente umane, terrene e trionfalistiche. Vuole spingerlo insomma ad essere Messia in grado di soggiogare tutto e tutti, da padroneggiare il mondo e da disporre di ogni cosa. Tutto l’opposto del piano divino di umiltà e di misericordia con il quale il Padre vuole realizzare il suo progetto in lui.
Eppure Gesù, in quella condizione avversa e ostile tiene testa al demonio togliendogli ogni mezzo di contropartita. Il diavolo infatti si allontana, per “tornare” al momento opportuno. Cioè nell’”ora” della passione e della croce, quando regnerà in quella fase l’impero delle tenebre.
La Quaresima è il tempo privilegiato nel quale, scoprendoci raminghi e senza fissa dimora, siamo man mando condotti da Dio verso casa e volentieri ci affidiamo a lui riconoscendolo come il fautore dei suoi doni; e a spronarci e la figura stessa di Gesù che, sottomesso alle insidie dello stesso diavolo di cui sarà esorcista, ci ragguaglia che non è impossibile fuggire le tentazioni e mettere in fuga l’Avversario che tende a procurarci nient’altro che il malessere esistenziale che conduce alla perdizione.

11. IL CAMMINO E LE PROVE DEL DESERTO (RINALDO FABRIS)

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11. IL CAMMINO E LE PROVE DEL DESERTO (RINALDO FABRIS)

Gli Ebrei che lasciano l’Egitto entrano nel deserto,chiamato“deserto di Sur” e più a sud “deserto di Sin”. Le tappe di questo cammino nel deserto sono elencate nel libro dei Numeri.
1. L’itinerario del deserto
Gli Ebrei che lasciano l’Egitto entrano nel deserto, in ebraico midbàr, chiamato“deserto di Sur” e più a sud “deserto di Sin” (Es 15,22; 16,1). Le tappe di questo cammino nel deserto sono elencate nel libro dei Numeri. La località di Dofqa viene identificata con Serabit El-Kadem, centro minerario egiziano di rame e turchese, dove sono state scoperte alcune delle più antiche iscrizioni alfabetiche (protosinaitiche). Alla terza luna nuova gli Israeliti arrivano al deserto del Sinai e si accampano davanti al monte. Qui viene stipulata l’alleanza. Poi attraversano il deserto di Paran fino al santuario di Kades-Barnea, che si trova nel deserto di Sin (Nm 10,11-12). Da qui mandano esploratori nella terra di Canaan, i quali attraverso il deserto del Negev e arrivano fino a Hebron (Nm 13,21-24). Gli abitanti di Edom non permettono agli Ebrei, guidati da Mosè, di raggiungere la grande “via regia” che da Ezion-Geber, sul mare Rosso, attraverso le regioni di Edom e Moab, arriva fino a Damasco (Nm 20,12-21). Perciò da Kades-Barnea i figli di Israele raggiungono il monte Cor, toccano Ezion-Geber, e passando a oriente di Edom, attraversano il Moab per raggiungere da est i confini della terra di Canaan, la terra promessa da Dio ad Abramo e alla sua discendenza.
2. Le «prove» del deserto
Il cammino nel deserto è distinto in due tappe. Il primo percorso va dalla frontiera dell’Egitto fino al monte Sinai (Es 15,22-18,27). La secondo, dopo la partenza dal monte Sinai, arriva fino ai confini della terra promessa (Es 19,1; Nm 11,1-21,20). Il cammino nel deserto è contrassegnato dalle “prove” che si possono distribuire in due gruppi. La prima riguarda l’acqua, presso le “acque di Mara”, che significa proprio “amara”. L’acqua amara – salata – diventa dolce grazie all’intervento di Dio per mezzo di Mosè (Es 15,22-27). Allo stesso tema rimanda anche la prova dell’acqua dalla roccia, presso Refidim, ottenuta grazie alla mediazione di Mosè che risponde alla protesta (in ebraico Meribà) degli Israeliti che mettono alla prova (in ebraico Massà) il Signore (Es 17,1-7; cf. Nm 20,1-13). La seconda prova è quella il cibo o l’alimentazione: la manna e le quaglie(Es 16,1-36; cf. Nm 11,4-9.31-35).
Il significato religioso e spirituale del cammino e delle prove nel deserto è dato dal libro del Deuteronomio: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi in cuor e su avresti osservato o no i suoi comandi… Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te» (Dt 8,2-5)
Oltre alle “prove” che saggiano il rapporto di fede/fiducia del popolo liberato nei confronti di Dio salvatore e guida, il cammino del deserto è caratterizzato anche dagli scontri con le popolazioni che vi abitano.Il combattimento contro Amalek, presso Refidim, è il prototipo di tutti questi conflitti (Es 17,8-16).
3. L’incontro con Ietro e l’organizzazione del popolo
Del cammino nel deserto fa parte anche l’incontro di Mosè con il suo suocero Ietro, con la moglie e i due figli. Questo incontro offre l’occasione per rivivere in un contesto di gioiosa gratitudine gli eventi dell’esodo (Es 18,1-12). Il vecchio saggio Ietro suggerisce a Mosè come organizzare il popolo in gruppi di grandezza progressiva (da 10 a 1000) e di delegare il potere giudiziario ai responsabili di ogni gruppo (Es 18,13-27).

Rinaldo Fabris

BREVI PREGHIERE DEI PADRI DELLA CHIESA

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BREVI PREGHIERE DEI PADRI DELLA CHIESA

La nostra preghiera non deve consistere in atteggiamenti del nostro corpo: gridare, rimanere in silenzio, oppure piegare le ginocchia; dobbiamo piuttosto attendere con un cuore sobrio e vigilante che Dio venga e visiti l’anima introducendosi per tutte le sue vie d’accesso, i suoi sentieri e i suoi sensi.

(S. Macario il Grande – 300-390 ca. – « Dall’Omelia 33″)

Signore, amico degli uomini, a Te ricorro al mio risveglio, cominciando il compito assegnatomi nella tua misericordia: assistimi in ogni tempo ed in ogni cosa; preservami da ogni seduzione mondana, da ogni influenza del demonio; salvami e introducimi nel tuo Regno eterno. Tu sei infatti il mio Creatore, la fonte ed il dispensatore di ogni bene: in te riposa tutta la mia speranza, ed io ti rendo gloria ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
(S. Macario il Grande « Preghiere »)

Mio Dio, purifica me, peccatore, che non ho mai fatto il bene davanti a Te; liberami dal male e fa che si compia in me la tua volontà: affinché senza timore di condanna, apra le mie labbra indegne e celebri il tuo Santo Nome: Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.
(S. Macario il Grande « Preghiere »)

Abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà di noi, privi di ogni giustificazione, noi peccatori ti rivolgiamo, o nostro Sovrano, questa supplica: abbi pietà di noi. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Signore, abbi pietà di noi: in te infatti, abbiamo riposto la nostra fiducia; non ti adirare oltremodo con noi, né ricordare i nostri peccati; ma misericordioso come sei, volgi su di noi il tuo sguardo benigno e liberaci dai nostri nemici. Tu infatti sei il nostro Dio e noi siamo il tuo popolo; tutti siamo opera delle tue mani ed abbiamo invocato il tuo nome. Ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
(S. Macario il Grande « Preghiere »)

Tutti gli esseri ti rendono omaggio, o Dio, quelli che parlano e quelli che non parlano, quelli che pensano e quelli che non pensano. Il desiderio dell’universo, il gemito di tutte le cose, salgono verso di te. Tutto quanto esiste, Te prega e a Te ogni essere che sa vedere dentro la tua creazione, un silenzioso inno fa salire a te.
(S. Gregorio di Nazianzo « Poesie dogmatiche »)

Ti ringrazio, Signore; te ringrazio, solo conoscitore dei cuori, giusto re, pieno di misericordia. Ti ringrazio, o senza principio, Verbo onnipotente, tu che sei sceso sulla terra e ti sei incarnato, Dio mio, e sei divenuto – ciò che non eri – uomo simile a me, senza mutazione, senza venir meno, senza qualsivoglia peccato. Al fine, tu impassibile soffrendo ingiustamente da parte di empi, di concedere a me condannato l’impassibilità nell’imitare i tuoi patimenti, o Cristo mio.
(S. Simeone il Nuovo Teologo « Inni e Preghiere »)

Ora in noi senza indugio discendi, o Spirito Santo, unità sola col Padre e col Figlio: benigno ancora nei cuori effonditi. Bocca, lingua, intelletto, sensi e forze cantino la tua lode. Divampi in noi la fiamma del tuo amore, fino ad accendere chi ci è vicino.
(S. Ambrogio di Milano « Inni »)

Preghiamo che Gesù regni su di noi, che la nostra terra sia liberata dalle guerre e dagli assalti dei desideri carnali e che allora, quando questi saranno cessati, ognuno riposi all’ombra della sua vite, del suo fico, del suo olivo. Sotto la protezione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo riposa l’anima che ha ritrovato in sé la pace della carne e dello spirito. A Dio eterno gloria nei secoli dei secoli. Amen.
(Origene « Omelia XXII sul libro dei Numeri »)

Non ricordare più i miei peccati; se ho mancato, per la debolezza della mia natura, in parole, opere e pensieri. Tu perdonami, tu che hai il potere di rimettere i peccati. Deponendo l’abito del corpo, la mia anima sia trovata senza colpa. Più ancora: degnati, o mio Dio, di ricevere nelle tue mani l’anima mia senza colpa e senza macchia quale una gradita offerta.
(S. Gregorio di Nissa « Vita di Santa Macrina »)

Dal cielo è sceso come la luce, da Maria è nato come un germe divino, dalla croce è caduto come un frutto, al cielo è salito come una primizia. Benedetta sia la tua volontà! Tu sei l’offerta del cielo e della terra, ora immolato e ora adorato. Sei disceso in terra per essere vittima, sei salito come offerta unica, sei salito portando il tuo sacrificio, o Signore.
(S. Efrem il Siro « Inni »)

BENEDETTO XVI (Le tentazioni di Gesù, 13.2.2013)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2013/documents/hf_ben-xvi_aud_20130213.html

BENEDETTO XVI (Le tentazioni di Gesù, 13.2.2013)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 13 febbraio 2013

Cari fratelli e sorelle,

come sapete – grazie per la vostra simpatia! – ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. Ringrazio tutti per l’amore e per la preghiera con cui mi avete accompagnato. Grazie! Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta. Continuate a pregare per me, per la Chiesa, per il futuro Papa. Il Signore ci guiderà.

Le tentazioni di Gesù e la conversione per il Regno dei Cieli

Cari fratelli e sorelle,

oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima.

Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione.

Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io?

Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei.

Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita.

Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damasco, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da diventare sacerdote.

Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”.

La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati.

Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali.

In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante.

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