Archive pour mars, 2019

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Publié dans:immagini sacre |on 29 mars, 2019 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO C) (31/03/2019) – IL NAVIGATORE SATELLITARE

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IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO C) (31/03/2019) – IL NAVIGATORE SATELLITARE

padre Gian Franco Scarpitta

“Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”, esclamano i farisei esterrefatti notando che una grande moltitudine di malfattori si era accostata volentieri a Gesù per ascoltarlo e che lui volentieri familiarizzava con loro. Nella mentalità farisaica, raffinata e perbenista, un giusto non poteva contaminarsi con i peccatori. Doveva salvaguardarsi e mantenere le distanze.
Per tutta risposta Gesù enumera una serie di parabole allusive allo “smarrimento” e al ritrovamento e lascia intendere che nei confronti dell’uomo Dio è provvido nel cercarlo ogni qual volta si smarrisce e questo non nonostante l’uomo sia peccatore, ma appunto perché è peccatore. Il vero avversario di Dio è il peccato, ma non la persona che pecca. Questa è sempre preziosa ai suoi occhi come una gemma che è stata perduta e poi è stata ritrovata, come l’unica pecorella che si è smarrita allontanandosi dall’ovile e viene poi recuperata e tratta in salvo.
E al culmine del suo discorso, ecco che prorompe in questa famosissima parabola che è meglio definire “del Padre misericordioso”, visto che è appunto Dio Padre il vero protagonista della vicenda.
La Lettera agli Ebrei dice espressamente che “Un testamento ha valore solo dopo la morte e rimane senza effetto finché il testatore vive.”(Eb 9, 16); il primo ad avere diritto di successione era il figlio primogenito, a cui spettavano due terzi delle proprietà. Solo un terzo spettava al figlio minore. Ciononostante, a fare richiesta dell’eredità era solo il figlio più grande, il primogenito. Il figlio minore non poteva legittimamente appropriarsi né vendere la propria parte fin quando il padre era in vita. Anche nel libro del Siracide (33, 20 – 24) vi è un certo riferimento a che il genitore non debba abbassarsi ai figli mentre è ancora in vita.
La pretesa di questo giovane perverso che vorrebbe in anticipo la sua quota è quindi illegale e meritoria anche di condanna. Qualche scrittore afferma che se il figlio minore avanza una simile richiesta, ciò vuol dire che considera il padre “già morto”, ossia non più meritorio di affetto e di attenzione, non più degno di rispetto da parte di questo giovane: questi si concentra esclusivamente sulle ricchezze di cui può entrare in possesso e non gli importa nulla del padre.
E’ vero che il paragone potrebbe anche non funzionare, ma al giorno d’oggi si parla addirittura di giovani che uccidono i genitori per anticipare l’eredità e questo delinea come l’avidità abbia sempre la prevalenza sui rapporti umani; la cupidigia e l’insensatezza sovrastano il buonsenso e la rettitudine morale fino a distruggere la consanguineità e l’identità familiare. In nome del successo economico e di una presunta sicumera si arriva perfino a misconoscere la sacralità dei propri genitori e perfino l’umanità è disattesa se ai fini del guadagno si arriva ad atti incresciosi e illogici quali nascondere la madre defunta nel freezer per continuare a intascare la pensione. In nome del profitto si uccidono oggigiorno perfino i figli. Sta di fatto che nella parabola lucana si trova una dimensione attualizzante di un figlio i cui sentimenti sono proprio quelli odierni della cupidigia e della bramosia materiale, che misconosce gli affetti familiari perché interessato solamente ai soldi e alle ricchezze che peraltro non gli spetterebbero.
La reazione del padre è contraria alle nostre aspettative di impulsività e di legittimazione legale: il genitore infatti non ricorre alla giustizia per scongiurare le pretese di questo figlio infido e perverso, ma semplicemente rispetta la sua volontà e gli concede quanto lui domanda. Il giovane raccoglie la sua parte di sostanze e fa addirittura di tutto per dimenticare la casa paterna e la sua famiglia di origine: va a vivere in una regione straniera dove sperpera ogni cosa dandosi ai vizi e ai piaceri libertini. Neppure si preoccupa di valutare se le sostanze gli basteranno per sopravvivere a lungo; non riflette sulla possibilità di investimenti o di impiego fruttuoso dei suoi capitali, ma smodatamente spende e dilapida ogni cosa, fino a restare privo perfino dei principali mezzi di sussistenza, complice anche la carestia.
La condizione di indigenza e di inopia assoluta, accompagnata dal disagio sociale in cui versa nel ruolo di pascitore di maiali, lo induce al ripensamento, ma non al pentimento. Dire che questo ragazzo si pente della malefatta nei confronti di suo padre è improprio e inadatto: la miseria, la fame e la penuria lo riconducono a casa non perché provi dolore per aver rinnegato il genitore, ma solamente per la garanzia di trovare lì almeno del cibo, anche lavorando come schiavo o salariato.
“Trattami come uno dei tuoi servi” intende dire a suo padre mentre si incammina verso casa.
Ma se la prima reazione del padrone di casa alla partenza del figlio era stata insolita e inaspettata, adesso, al rientro a casa del figlio, il suo atteggiamento è ancora più inaspettato e anzi straordinario, impensabile: non lascia neppure il tempo al giovane di esprimersi e di chiedere scusa, ma immediatamente gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia e si muove per organizzare una festa in suo onore: per quanto infido e mefitico sia stato, il giovane è sempre suo figlio. Certamente durante la sua assenza il papà sarà stato in pensiero, avrà penato e sarà stato in ansia ignaro di dove fosse andato. Avrà considerato oltre all’insensatezza della sua richiesta, anche la sua giovane età e la sua ingenuità di fondo, l’inesperienza, l’incapacità e la saccenza solo presunta di questo ragazzo così illuso di saperne più degli adulti e di conseguenza si sarà preoccupato. Come avviene in Geppetto, quando nel romanzo di Collodi Pinocchio spreca le pochissime monete facendo il vagabondo dopo che il padre ha venduto la sua casacca per comprargli l’abbecedario. Nonostante sia un burattino di legno, Geppetto si mette in viaggio per cercarlo per mare e per terra perché… è pur sempre mio figlio.
Il racconto parabolico in effetti non avrebbe bisogno di commenti teologici. Sottende al fatto che Dio, quale padre premuroso e misericordioso, non omette di rispettare la libertà dell’uomo di voler vivere “da dissoluto”, cioè ramingo e sperduto nell’illusione di una libertà di fatto inesistente. Dio concede all’uomo di usufruire di tutti i beni della creazione e di ogni risorsa deliberatamente anche in direzione ostinatamente contraria ai suoi voleri, in parole povere Dio concede all’uomo la libertà di peccare e di mancare nei suoi confronti, perfino adoperando nel peggior modo tutto ciò che è stato creato per lui. Dio concede la libertà di scegliere fra il male e il bene, di vivere nel peccato e nella perversione e tuttavia resta in attesa del suo ritorno, ben disposto a far festa per lui al minimo cenno di ravvedimento. Dio è come un navigatore satellitare: ti indica le direzioni giuste, ma ti lascia libero di non sceglierle e tuttavia attende che, sia pure in ritardo e per vie tortuose, tu lo raggiunga dov’ Egli si trova.
L’amore di Dio non è paragonabile alle nostre ostinazioni al male, perché è un amore di pazienza e questa nel duplice senso di sopportazione e di persistente attesa. Dio infatti sopporta che noi ci orientiamo contro di lui, ma sa attendere alla porta di casa il nostro ritorno.
Mi sovviene considerare che Dio, soprattutto nel suo Figlio fatto uomo, si dispone a fare la nostra volontà nell’attesa costante che noi ci decidiamo a fare la volontà di Dio.

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il circolo della vita, la nuova creazione

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PAPA FRANCESCO – Lotta con Dio

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PAPA FRANCESCO – Lotta con Dio

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 12 gennaio 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.008, 13/01/2016)

La forza della preghiera, vero motore della vita della Chiesa, è stata al centro dell’omelia di Papa Francesco nella messa celebrata martedì 12 gennaio a Santa Marta.
La riflessione del Pontefice ha preso spunto dalla lettura del brano del primo libro di Samuele (1, 9-20), in cui sono citati tre protagonisti: Anna, il sacerdote Eli e il Signore. La donna, ha spiegato il Papa, «con la sua famiglia, con suo marito, ogni anno, saliva al tempio per adorare Dio». Anna era una donna devota e pietosa, piena di fede, che però «portava su di sé una croce che la faceva soffrire tanto: era sterile. Lei voleva un figlio».
La descrizione della preghiera accorata di Anna mostra «come lei quasi lotta col Signore», prolungando la sua implorazione con «animo amareggiato, piangendo dirottamente». Una preghiera che si risolve in un voto: «Signore, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me; se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita». Con grande umiltà, ha spiegato Francesco, riconoscendosi «miserabile» e «schiava», ella ha fatto «il voto di offrire il figlio».
Dunque Anna, ha sottolineato il Papa, «ce l’ha messa tutta per arrivare a quello che voleva»: la sua insistenza salta agli occhi e viene notata dall’anziano sacerdote Eli, il quale «stava osservando la sua bocca». Anna, infatti, «pregava in cuor suo», muovendo soltanto le labbra senza far udire la propria voce. È un’immagine intensa quella proposta dalla Scrittura, perché riflette «il coraggio di una donna di fede che con il suo dolore, con le sue lacrime, chiede al Signore la grazia
A tale riguardo, il Pontefice ha commentato che nella Chiesa ci sono «tante donne brave così», che «vanno a pregare come se fosse una scommessa», e ha ricordato, per esempio, la figura di santa Monica, la madre di Agostino, «che con le sue lacrime è riuscita ad avere la grazia della conversione di suo figlio».
Il Papa si è quindi soffermato ad analizzare il personaggio di Eli, non cattivo, ma «un povero uomo», rivelando tra l’altro di provare per lui «una certa simpatia», perché «anche in me — ha confidato — trovo difetti che mi fanno avvicinare a lui e capirlo bene».
Questo anziano sacerdote «era caduto nel tepore, aveva perso la devozione» e «non aveva la forza di fermare i suoi due figli», che erano sacerdoti «ma delinquenti», loro sì, davvero cattivi «che sfruttavano la gente». Eli è, insomma, «un povero uomo senza forza» e, per questo, incapace di «capire il cuore di questa donna». Così vedendo Anna muovere le labbra, angosciata, pensa: «Ma questa ha bevuto troppo!». E l’episodio custodisce un insegnamento per tutti noi: «con quanta facilità — ha detto Francesco — noi giudichiamo le persone, con quanta facilità non abbiamo il rispetto di dire: “Ma cosa avrà nel suo cuore? Non lo so, ma io non dico nulla”». E ha aggiunto: «Quando manca la pietà nel cuore, sempre si pensa male, si giudica male, forse per giustificare noi stessi».
Il fraintendimento di Eli è tale che «alla fine lui le disse: “Fino a quando rimarrai ubriaca?”». E qui emerge ancora l’umiltà di Anna, che non risponde: «Ma tu che sei vecchio, che ne sai?». Al contrario, la donna dice: «No, mio signore». E pur sapendo tutti cosa facessero i suoi figli, non rimprovera Eli rinfacciandogli: «I tuoi figli cosa fanno?». Invece gli spiega: «Io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia».
In queste parole Papa Francesco ha individuato «la preghiera col dolore e con l’angoscia» di Anna, «che affida quel dolore e angoscia al Signore». E in ciò, ha aggiunto il Pontefice, Anna ci ricorda Cristo: infatti «questa preghiera l’ha conosciuta Gesù nell’Orto degli Ulivi, quando era tanta l’angoscia e tanto il dolore che gli è venuto quel sudore di sangue, e non ha rimproverato il Padre: “Padre, se tu vuoi toglimi questo, ma sia fatta la tua volontà”». Al contrario, anche «Gesù ha risposto sulla stessa strada di questa donna: la mitezza». Da qui la constatazione di come a volte «noi preghiamo, chiediamo al Signore, ma tante volte non sappiamo arrivare proprio a quella lotta col Signore, alle lacrime, a chiedere, chiedere la grazia».
Francesco ha citato in proposito un episodio accaduto nel santuario di Luján, a Buenos Aires, dove c’era una famiglia con una figlia di nove anni molto malata. «Dopo settimane di cura — ha raccontato Francesco — non era riuscita a uscire da quella malattia, era peggiorata e i medici, verso le 6 di sera», avevano detto ai genitori che le restavano poche ore di vita. Allora «il papà, un uomo umile, un lavoratore, subito è uscito dall’ospedale e se ne è andato al santuario della Madonna, a Luján», distante settanta chilometri. Essendo «arrivato verso le 10 di sera, era tutto chiuso, e si è aggrappato alla grata della porta e ha pregato la Madonna e ha lottato nella preghiera. Questo — ha precisato — è un fatto veramente accaduto, nel tempo che io ero lì. E così è rimasto fino alle 5 del mattino».
Quell’uomo «pregava, piangeva per sua figlia, lottava con Dio per intercessione della Madonna per sua figlia. Poi è tornato, è arrivato in ospedale verso le 7, le 8, è andato a cercare sua moglie e lei piangeva e questo signore pensò che la ragazza fosse morta e lei diceva: “Non capisco, non capisco… Sono venuti i medici e ci hanno detto che non capiscono loro cosa è successo”. E la bambina tornò a casa».
In pratica — ha osservato il Papa — con «quella fede, quella preghiera davanti a Dio, convinto che lui è capace di tutto, perché è il Signore», il padre di Buenos Aires ricorda la donna del testo biblico. La quale non solo ha ottenuto «il miracolo di avere un figlio dopo un anno e poi, dice la Bibbia, che ne avrà tanti altri», ma è anche riuscita nel «miracolo di svegliare un po’ l’anima tiepida di quel sacerdote». E quando Anna «spiega a quel sacerdote — che aveva perso tutto, tutto, tutta la spiritualità, tutta la pietà — perché piangeva, lui che l’aveva chiamata “ubriaca”, le dice: “Vai in pace e il Dio di Israele ti conceda quello che gli hai chiesto”. Ha fatto uscire da sotto la cenere il piccolo fuoco sacerdotale che era nelle braci».
Ecco allora l’insegnamento conclusivo. «La preghiera — ha detto Francesco — fa miracoli». E li fa anche a quei «cristiani, siano fedeli laici, siano sacerdoti, vescovi, che hanno perso la devozione».
Inoltre — ha spiegato — «la preghiera dei fedeli cambia la Chiesa: non siamo noi, i Papi, i vescovi, i sacerdoti, le suore a portare avanti la Chiesa, sono i santi! E i santi sono questi», come la donna del brano biblico: «I santi sono quelli che hanno il coraggio di credere che Dio è il Signore e che può fare tutto». Da qui l’esortazione a invocare il Padre affinché «ci dia la grazia della fiducia nella preghiera, di pregare con coraggio e anche di svegliare la pietà, quando l’abbiamo persa, e andare avanti col popolo di Dio all’incontro con lui».

 

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spiritosaggini!

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Annunciazione del Signore

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GIOVANNI PAOLO II IN TERRA SANTA (2000) – ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

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PELLEGRINAGGIO GIUBILARE DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II IN TERRA SANTA (20-26 MARZO 2000)

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

SANTA MESSA NELLA BASILICA DELL’ANNUNCIAZIONE

Israele – Nazareth
Sabato, 25 Marzo 2000

«Ecco l’ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola» (Angelus).

Signor Patriarca,
Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Reverendo Padre Custode,
Carissimi Fratelli e Sorelle,

1. 25 marzo 2000, solennità dell’Annunciazione nell’Anno del Grande Giubileo: oggi gli occhi di tutta la Chiesa sono rivolti a Nazareth. Ho desiderato tornare nella città di Gesù, per sentire ancora una volta, a contatto con questo luogo, la presenza della donna della quale sant’Agostino ha scritto: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cfr Sermo 69, 3, 4). Qui è particolarmente facile comprendere perché tutte le generazioni chiamino Maria beata (cfr Lc 2, 48).
Saluto cordialmente Sua Beatitudine il Patriarca Michel Sabbah, e lo ringrazio per le gentili parole di introduzione. Con l’Arcivescovo Boutros Mouallem e tutti voi, Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici, gioisco della grazia di questa solenne celebrazione. Sono lieto di avere l’opportunità di salutare il Ministro Generale Francescano Padre Giacomo Bini, che mi ha accolto al mio arrivo, e di esprimere al Custode, Padre Giovanni Battistelli, come pure ai Frati della Custodia l’ammirazione dell’intera Chiesa per la devozione con la quale svolgete la vostra vocazione unica. Con gratitudine rendo omaggio alla fedeltà al compito affidatovi dallo stesso san Francesco e confermato dai Pontefici nel corso dei secoli.
2. Siamo qui riuniti per celebrare il grande mistero che si è compiuto qui duemila anni fa. L’evangelista Luca colloca chiaramente l’evento nel tempo e nello spazio: «Nel sesto mese, l’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1, 26-27). Per comprendere però ciò che accadde a Nazareth duemila anni fa, dobbiamo ritornare alla lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei. Questo testo ci permette di ascoltare una conversazione tra il Padre e il Figlio sul disegno di Dio da tutta l’eternità. «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo … per fare, o Dio, la tua volontà» (10, 5-7). La Lettera agli Ebrei ci dice che, obbedendo alla volontà de Padre, il Verbo Eterno viene tra noi per offrire il sacrificio che supera tutti i sacrifici offerti nella precedente Alleanza. Il suo è il sacrificio eterno e perfetto che redime il mondo.
Il disegno divino è rivelato gradualmente nell’Antico Testamento, in particolare nelle parole del profeta Isaia, che abbiamo appena ascoltato: «Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (7, 14). Emmanuele: Dio con noi. Con queste parole viene preannunciato l’evento unico che si sarebbe compiuto a Nazareth nella pienezza dei tempi, ed è questo evento che celebriamo oggi con gioia e felicità intense.
3. Il nostro pellegrinaggio giubilare è stato un viaggio nello spirito, iniziato sulle orme di Abramo, «nostro padre nella fede» (Canone Romano; cfr Rm 4, 11-12). Questo viaggio ci ha condotti oggi a Nazareth, dove incontriamo Maria, la più autentica figlia di Abramo. È Maria, più di chiunque altro, che può insegnarci cosa significa vivere la fede di «nostro padre». Maria è in molti modi chiaramente diversa da Abramo; ma in maniera più profonda «l’amico di Dio» (cfr Is 41, 8) e la giovane donna di Nazareth sono molto simili.
Entrambi ricevono una meravigliosa promessa da Dio. Abramo sarebbe diventato padre di un figlio, dal quale sarebbe nata una grande nazione. Maria sarebbe divenuta Madre di un Figlio che sarebbe stato il Messia, l’Unto del Signore. Dice Gabriele «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce … il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre … e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 31-33).
Sia per Abramo sia per Maria la promessa giunge del tutto inaspettata. Dio cambia il corso quotidiano della loro vita, sconvolgendone i ritmi consolidati e le normali aspettative. Sia ad Abramo sia a Maria la promessa appare impossibile. La moglie di Abramo, Sara, era sterile e Maria non è ancora sposata: «Come è possibile?», chiede all’angelo. «Non conosco uomo» (Lc 1, 34).
4. Come ad Abramo, anche a Maria viene chiesto di rispondere «sì» a qualcosa che non è mai accaduto prima. Sara è la prima delle donne sterili della Bibbia che a concepire per potenza di Dio, proprio come Elisabetta sarà l’ultima. Gabriele parla di Elisabetta per rassicurare Maria: «Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio» (Lc 1, 36).
Come Abramo, anche Maria deve camminare al buio, affidandosi a Colui che l’ha chiamata. Tuttavia, anche la sua domanda «come è possibile?» suggerisce che Maria è pronta a rispondere «sì», nonostante le paure e le incertezze. Maria non chiede se la promessa sia realizzabile, ma solo come si realizzerà. Non sorprende, pertanto, che infine pronunci il suo fiat: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). Con queste parole Maria si dimostra vera figlia di Abramo e diviene la Madre di Cristo e Madre di tutti i credenti.
5. Per penetrare ancora più profondamente questo mistero, ritorniamo al momento del viaggio di Abramo quando ricevette la promessa. Fu quando accolse nella propria casa tre ospiti misteriosi (cfr Gn 18, 1-15) offrendo loro l’adorazione dovuta a Dio: tres vidit et unum adoravit. Quell’incontro misterioso prefigura l’Annunciazione, quando Maria viene potentemente trascinata nella comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Attraverso il fiat pronunciato da Maria a Nazareth, l’Incarnazione è diventata il meraviglioso compimento dell’incontro di Abramo con Dio. Seguendo le orme di Abramo, quindi, siamo giunti a Nazareth per cantare le lodi della donna «che reca nel mondo la luce» (inno Ave Regina Caelorum).
6. Siamo però venuti qui anche per supplicarla. Cosa chiediamo noi pellegrini, in viaggio nel Terzo Millennio Cristiano, alla Madre di Dio? Qui, nella città che Papa Paolo VI, quando visitò Nazareth, definì «La scuola del Vangelo. Qui s’impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare nel senso, tanto profondo e misterioso, di quella semplicissima, umilissima, bellissima apparizione» (Allocuzione a Nazareth, 5 gennaio 1964) prego innanzitutto per un grande rinnovamento della fede di tutti i figli della Chiesa. Un profondo rinnovamento di fede: non solo un atteggiamento generale di vita, ma una professione consapevole e coraggiosa del Credo: «Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine, et homo factus est».
A Nazareth, dove Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 52), chiedo alla Santa Famiglia di ispirare tutti i cristiani a difendere la famiglia contro le numerose minacce che attualmente incombono sulla sua natura, la sua stabilità e la sua missione. Alla Santa Famiglia affido gli sforzi dei cristiani e di tutte le persone di buona volontà a difendere la vita e a promuovere il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
A Maria, la Theotókos, la grande Madre di Dio, consacro le famiglie della Terra Santa, le famiglie del mondo.
A Nazareth, dove Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico, chiedo a Maria di aiutare la Chiesa ovunque a predicare la «buona novella» ai poveri, proprio come ha fatto Lui (cfr Lc 4, 18). In questo «anno di grazia del Signore», chiedo a Lei di insegnarci la via dell’umile e gioiosa obbedienza al Vangelo nel servizio dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, senza preferenze e senza pregiudizi.
«O Madre del Verbo Incarnato, non disprezzare la mia preghiera, ma benigna ascoltami ed esaudiscimi. Amen» (Memorare).

 

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

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III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

Conversione segno dei tempi
padre Gian Franco Scarpitta

La vocazione di Mosè avvenuta nel singolare episodio del roveto che brucia senza essere consumato dalle fiamme ci induce a fare due considerazioni: innanzitutto, colui che chiama e orienta verso una determinata direzione è sempre Dio e solo dalla sua volontà e dai suoi disegni dipende il nostro avvenire e il realizzarsi delle nostre scelte, sia quelle a breve scadenza sia quelle a lungo termine come le vocazioni a un determinato stile di vita o a una missione. Dalla scelta libera e incondizionata di Dio dipende anche la stessa elezione delle persone. L’episodio di cui Esodo 3, 14 ci ragguaglia del fatto che le procedure con cui il Signore sceglie e invia del sono ben differenti dai nostri criteri di selezione: non occorre essere dotati di particolari virtù o prerogative, non servono titoli di studio, competenze tecniche o intellettuali né esperienza consolidata perché quando Dio nella sua libertà sceglie una determinata persona per un ruolo peculiare, non manca di attrezzarlo convenientemente allo scopo e in ogni caso qualsiasi chiamata risponde semplicemente al su deliberato volere. Non per aver avuto particolari carismi o grandi doti di sapienza e di elucubrazione, Mosè viene scelto accanto ad Aronne per intercedere presso il faraone a favore degli Ebrei ridotti in schiavitù. Mosè è un semplicissimo esule che è fuggito alle ire vendicative per aver colpito a morte un Egiziano e l’unica attività di cui si occupa è la pastura del gregge del suocero Ietro. Non ha facoltà intellettuali e anche per questo si considera indegno di un compito così delicato che a giudizio di qualsiasi essere umano dotato di buon senso sarebbe stato di competenza di persone distinte, dotte e raffinate; ciononostante Dio sceglie proprio lui e solo a lui riserva un trattamento talmente confidenziale da fargli superare qualsiasi perplessità e da renderlo sicuro del ruolo che sta per svolgere: sarà lui stesso a mettere in bocca a lui e ad Aronne le parole che dovrà pronunciare al faraone e seppure questi sarà molto ostinato e refrattario nel favorire il popolo, alla fine si arrenderà e la missione di Mosè si rivelerà più che fruttuosa. I risultati appartengono a Colui che è padrone della nostra storia e che guida tutti gli eventi. Noi siamo strumenti fondamentalmente inutili, eppure siamo da lui resi oggetto di fiducia.
In secondo luogo, la chiamata divina interessa non soltanto la dimensione di scelta vocazionale permanente, ma giorno per giorno siamo invitati a rispondere a una chiamata, poiché ogni circostanza del vissuto costituisce di fatto un luogo di chiamata vocazionale. E direi che a prescindere da tutto noi siamo chiamati ad essere perfetti come perfetto è il Padre che è nei cieli. La santità è la vera vocazione universale imprescindibile ed essa si da’ non senza la risposta al divino appello di conversione, che riguarda tutti e ciascuno in ogni circostanza. Convertirsi, cioè aderire alla chiamata alla piena comunione con Dio e alla vita piena e realizzata, è invito che viene rivolto a tutti indistintamente e senza riserve e che non può essere disatteso. Convertirsi e mirare alla perfezione è irrinunciabile per la nostra salvezza escatologica ma anche per la stessa impostazione del vissuto terreno, quali uomini in mezzo ad altri uomini.
Gli interlocutori di Gesù, nel presente brano evangelico, parlano di due episodi scabrosi e inauditi, uno di efferata violenza, l’altro sciagura. Potremmo paragonarli rispettivamente all’11 Settembre e al ponte Morandi di Genova dei nostri tempi. Durante un pellegrinaggio di un gruppo di Galilei, presumibilmente nella data della Pasqua ebraica, Pilato aveva fatto massacrare questi mente offrivano i sacrifici rituali e il crollo della torre di Siloe sud di Gerusalemme aveva provocato la morte di 18 persone. La domanda posta a Gesù era la seguente: quali colpe avevano commesso le vittime di ambedue i tragici episodi per meritare una condanna così infame? Poiché infatti vi era una certa mentalità corrente per la quale eccidi e rovinose stragi erano la conseguenza di misfatti commessi dagli stessi interessati o da qualche loro progenitore. Gesù supera una certa concezione, così come a proposito del cieco nato: non necessariamente ma morte tragica è connessa a una colpa e non occorre lasciarsi fuorviare da simili mentalità pregiudizievoli. Le disgrazie sono sempre un mistero, non possiamo affermare che Dio se ne compiaccia ed assurdo pensare che proprio Lui si diverta a procurarcele ma quando avvengono hanno sempre una loro finalità che scopriamo solo in un secondo momento, a parte quella del configurarsi del dolore con la croce dello stesso Signore. Dio permette determinati fatti aberranti per trarne un risultato misterioso di gloria, a noi nascosto eppure certo e per il quale occorre coltivare maggiormente la nostra fede, incrollabile e solida.
Entrami gli episodi del resto ci invitano a guardare i “segni dei tempi” con obiettività senza pregiudizi, per esempio a cogliere l’invito universale a convertirsi: nessuna di quelle vittime era più peccatrice e meritoria di condanna di tutti gli altri, piuttosto “se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Il perire non si riferisce alla morte fisica, ma al deterioramento spirituale, alla disfatta e alla perdizione in cui ci si imbatte nella mancata comunione con Dio. Occorre mutare i nostri rapporti affinché possiamo scegliere la vita in luogo della morte man mano che procede il nostro itinerario terreno, trasformarci e rinnovare il cuore e renderlo umile e generoso, capace di opere significative per noi stessi e per gli altri. Di fronte alle sciagure del tipo appena descritto, insomma, occorre non restare cinici e indifferenti, ma tentare di lasciarci “convertire”dal messaggio divino che essi racchiudono.
La conversione è certamente un processo graduale che vuole i suoi tempi e che conosce ostacoli e non di rado negligenze nel suo percorso. Fortunatamente Dio nei nostri confronti si atteggia come il padrone di un campo che a ragione potrebbe estirpare un fico sterile che inutilmente ne sfrutta il terreno eppure ha pazienza e non si stanca di aspettare che rechi frutto, nonostante l’evidenza della sua sterilità. Si tratta di un atteggiamento ridicolo e illogico considerando il pensiero propriamente mondano, ma come si è detto in apertura i criteri di scelta da parte di Dio sono ben differenti rispetto ai nostri e allora possiamo interpretarlo semplicemente nei termini di amore e di misericordia che rendono possibile anche ciò che per noi è inimmaginabile. Papa Francesco: “Dio dona forza alla nostra debolezza, ricchezza alla nostra povertà, conversione e perdono al nostro peccato.” E questo fa si che possa aspettare ad oltranza.

 

Publié dans:OMELIE |on 22 mars, 2019 |Pas de commentaires »

l’animale più tenero del mondo (clikkate è you tube)

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Publié dans:animali simpatici |on 21 mars, 2019 |Pas de commentaires »

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Publié dans:immagini sacre |on 21 mars, 2019 |Pas de commentaires »
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