Archive pour la catégorie 'BIBLICA'

SIMBOLO DELLA NUBE E DELLA LUCE

http://www.pssf.it/wp-content/uploads/2016/03/4a-Catechesi-2014-SIMBOLO-NUBE-e-LUCE.pdf

SIMBOLO DELLA NUBE E DELLA LUCE

Questi due simboli sono inseparabili nelle manifestazioni dello Spirito Santo.Fin dalle teofanie dell’Antico Testamento, la nube, ora oscura, ora luminosa, rivela il Dio vivente esalvatore, velando la trascendenza della sua gloria: con Mosè sul monte Sinai, presso la tenda delconvegno e durante il cammino nel deserto, con Salomone al momento della dedicazione del Tempio.Ora, queste figure sono portate a compimento da Cristo nello Spirito Santo. È questi che scende sullaVergine Maria e su di lei stende la «sua ombra», affinché ella concepisca e dia alla luce Gesù. Sullamontagna della trasfigurazione è lui che viene nella nube che avvolge Gesù, Mosè e Elia, Pietro, Giacomoe Giovanni, e «dalla nube» esce una voce che dice: «Questi è il mio Figlio l’eletto; ascoltatelo» (Lc 9,35).Infine, è la stessa nube che sottrae Gesù allo sguardo dei discepoli il giorno dell’ascensione e che lorivelerà Figlio dell’uomo nella sua gloria il giorno della sua venuta. (CCC 697)La nube nasconde il sole, può essere ombra minacciosa di uragano, è preludio di pioggia benefica otorrenziale. La luce è segno di vita, illumina, è calore che riscalda. Vi è conflitto fra luce e tenebre; la lucefa riferimento a Dio e al bene, le tenebre invece sono simbolo di paura e di morte.Due premesse:· La fede come elemento di instabilità nella vita: lasciare agire lo Spirito in noi porta sempre comeconseguenza la disponibilità ad accettare che i nostri piani cambino, che le cose non vadano comeavevamo previsto.· La seconda è la capacità di accogliere la nostra vita e la vita degli altri come un intreccio, a voltaindistricabile, di luce e tenebra, di male e di bene, di verità e di menzogna.Non c’è risposta alla presenza del male nel mondo, non c’è soluzione, ma ogni nostra azione quotidianapuò contribuire ad accrescere il bene e il male che sono presenti nel mondo.LA NUBE E LA LUCE NELLA SACRA SCRITTURAPer parlare dello Spirito Santo useremo il linguaggio del “COME”, cioè faremo un percorso dentro laBibbia, per cogliere a quali aspetti è legato il simbolo della Nube e della Luce, e diremo: “come” sono lanube e la luce, “così” in un qualche modo possiamo ravvisare l’opera dello Spirito.“Come” la colonna di nube e di fuoco nell’AT sono segno della protezione di Dio, “così” è lo SpiritoSanto.Secondo il racconto jahvista dell’esodo, gli Ebrei quando uscirono dall’Egitto, furono guidati da una“colonna” sotto forma di nube e di fuoco.“Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere,e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte” (Es13,21)“Come” la nube nell’AT è segno della presenza di Dio, “così” è lo Spirito SantoNel condurre il popolo attraverso il deserto, verso la terra promessa, Mosè condivide il suo compito conalcuni “anziani”; su tutti loro agisce lo Spirito del Signore.“Allora lo Spirito scese nella nube e prese lo Spirito che era su Mosè e lo infuse sui settanta anziani” (Nm11,25)“Ora mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto; ed ecco,la gloria del Signore si manifestò attraverso la nube” (Es 16,10)“Come” Dio ha parlato in mezzo al fuoco, alla nube e all’oscurità, “così” fa lo Spirito SantoDio non ha parlato da un’immagine fabbricata dall’uomo, ma in mezzo al fuoco, alla nube ed alle

2tenebre.“Sul monte il Signore disse, con voce possente, queste parole a tutta la vostra assemblea, in mezzo alfuoco, alla nube e all’oscurità” (Dt 5,22)“Come” la nube nell’AT è segno della gloria di Dio, “così” è lo Spirito SantoIn occasione della consacrazione del tempio da parte di Salomone, il tempio fu riempito dalla nube edalla gloria di Dio.“Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti nonpoterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva iltempio” (1Re 8,10)“Come” la nube e l’oscurità sono segno del “giorno di Jahve”, “così” è lo Spirito SantoNel profeta Sofonia la nube e la caligine servono a descrivere la venuta escatologica del Signore.“Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno ditenebre e di oscurità e giorno di nube e di caligine” (Sof 1,15)“Come” l’ombra è segno della potenza dell’Altissimo, “così” è lo Spirito SantoLo Spirito è soggetto e protagonista nel concepimento di Maria.“Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35)“Come” la nube su Gesù trasfigurato manifesta la gloria del Figlio, “così” fa lo Spirito SantoQuando Gesù è trasfigurato, la nube manifesta la presenza di Dio, ma anche la gloria dell’Unigenito.“Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dallanube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. (Mt17,5)“Come” sulle nubi del cielo Gesù verrà e gli sarà consegnato il Regno, “così” farà lo Spirito SantoNella visione apocalittica di Daniele, Gesù verrà sulle nubi del cielo.“Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo;giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno” (Dan 7,13-14)“Come” la luce è immagine di Dio, “così” lo Spirito SantoNel salmo 104 la luce è la veste di cui Dio si copre. “Avvolto di luce come di un manto, tu che distendi i cieli come una tenda” (Sal 104,2)“Come” la luce è radiosa come il sole, “così” lo Spirito SantoNel libro della Sapienza il simbolismo della luce viene applicata all’essenza divina.“Ella in realtà è più radiosa del sole e supera ogni costellazione, paragonata alla luce risulta più luminosa”(Sap 7,29)“Come” la luce di Cristo illuminerà i popoli, “così” lo Spirito SantoIl profeta Isaia profetizza la venuta di Gesù come luce dei popoli.“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce” (Is 9,1)“Come” la luce di Cristo è la vita degli uomini, “così” lo Spirito SantoNel suo prologo l’evangelista Giovanni annuncia la vittoria di Gesù sulle tenebre.

3“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’annovinta” (Gv 1,4-5)“Come” Cristo è luce del mondo, “così” lo Spirito SantoGesù di se stesso dirà di essere la luce che illumina ogni uomo.“Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv8,12) Breve lectio biblica al brano di Lc 9,28-36La trasfigurazione anticipazione della gloria della risurrezione. Finché Gesù visse quaggiù, la luce divina che egli portava in sé rimase velata sotto l’umiltà della carne.C’è tuttavia una circostanza in cui essa divenne percepibile a testimoni privilegiati, in una visioneeccezionale: la trasfigurazione.Quel volto risplendente, quelle vesti abbaglianti come la luce non appartengono più alla condizionemortale degli uomini: sono una anticipazione dello stato di Cristo risorto, che apparirà a Paolo in una luceradiosa. Come nelle teofanie dell’ATNell’AT la manifestazione di Dio avveniva attraverso segni prodigiosi di vento, fuoco, luce, nube: “Ioguardavo, ed ecco un vento impetuoso avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinio di fuoco,che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di metallo incandescente” (Ez 1,4)Nel NT la luce che risplendette sul volto di Cristo è quella della gloria di Dio stesso, in quanto Figlio diDio. Dice l’autore della lettera agli Ebrei“Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parolapotente” (Eb 1,3).La nubeÈ essenziale nella manifestazione divina (cf Es 24,15ss; 40,35): essa avvolge Dio e ciò che gli appartiene;qui avvolge Gesù assieme ad Elia e a Mosè, ma il testo sembra includere anche i discepoli.Mosè ed Elia “apparsi nella loro gloria”Il vertice della narrazione è dominato dalla proclamazione divina che riguarda Gesù e interpella itestimoni qualificati, ma prima di tale rivelazione il brano narra della conversazione di Gesù con i duepersonaggi “apparsi nella loro gloria”: Mosè ed Elia. Il tema del dialogo riguarda la partenza, l’esodo, cheGesù deve realizzare a Gerusalemme. È la morte del Messia l’oggetto del colloquio misterioso con irappresentanti dell’antica speranza di Israele.Nel momento in cui la voce del Padre, dalla nube, rivela il mistero della persona di Gesù, i due testimonidell’AT spariscono e rimane solo Gesù davanti ai suoi tre discepoli.“Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”La voce del Padre dichiara ai tre apostoli la vera identità e missione di Gesù. Egli è il Figlio, che nel suocompito unico, sostituisce gli antichi profeti. Dio, con autorevolezza, invita i tre ad ascoltarlo.Pietro vorrebbe trattenere la gloria di Gesù, ma la rivelazione celeste farà capire a lui e a tutti i discepoliche ora devono seguire Gesù fidandosi della sua parola anche quando li conduce per la strada scandalosache va verso Gerusalemme.AGIREOgni giorno dobbiamo scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, ogni giorno quindi dobbiamoinvocare lo Spirito perché guidi le nostre scelte. Per farlo proponiamo l’antichissima preghieradell’Adsumus.Siamo qui dinanzi a te, o Spirito Santo:sentiamo il peso delle nostre debolezze, ma siamo tutti riuniti nel tuo nome;vieni a noi, assistici, scendi nei nostri cuori:

4insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, mostraci tu il cammino da seguire,compi tu stesso quanto da noi richiedi.Sii tu solo a suggerire e guidare le nostre decisioni,perché tu solo, con Dio Padre e con il Figlio suo, hai un nome santo e glorioso.Non permettere che sia lesa da noi la giustizia, tu che ami l’ordine e la pace;non ci faccia sviare l’ignoranza, non ci renda parziali l’umana simpatia,non ci influenzino cariche o persone.Tienici stretti a te col dono della tua grazia,perché siamo una sola cosa in te e in nulla ci discostiamo dalla verità.Fa’ che riuniti nel tuo santo nome,sappiamo contemperare bontà e fermezza insieme così da far tutto in armonia con te,nell’attesa che, per il fedele compimento del dovere,ci siano dati in futuro i premi eterni. Amen.Cenni storici e qualche stralcio del commento a questa preghiera scritto dal Cardinale Attilio Nicora:La preghiera è individuata dalla parola iniziale: “Adsumus” che vuol dire “sumus ad”, siamo davanti,presso lo Spirito Santo Signore. E’ una preghiera sorta nella seconda metà del VII secolo d.C. in ambienteiberico. La preghiera non ha un autore sicuramente identificato: viene attribuita al grande padre della Chiesa Isidoro di Siviglia oppure, da altri, al vescovo di Toledo, Eugenio.Progressivamente questa preghiera venne usata nei concilii provinciali, cioè nelle riunioni dei vescovidelle diocesi appartenenti ad una provincia ecclesiastica sotto la guida di un metropolita. Allora era moltosentita questa struttura ecclesiastica (vescovo metropolita con i suoi vescovi suffraganei) ben rispondentealle necessità pastorali di certi territori particolarmente caratterizzati dal punto di vista del contestoculturale, sociale e politico. Questi vescovi ogni tanto si ritrovavano per discutere, riflettere e soprattuttoper prendere decisioni in rapporto al buon governo delle loro Chiese particolari, in spirito di comunione.E ovviamente per prima cosa avvertivano il bisogno di pregare Dio perché il loro riunirsi per confrontarsie deliberare non poteva essere soltanto affare umano: era l’espressione di una responsabilità anzituttocristiana ed ecclesiale. Nei secoli più recenti essa si è universalmente imposta diventando la preghieracaratteristica non soltanto dei concili particolari, tenuti dai vescovi in diversi luoghi del mondo, masoprattutto del Concilio Vaticano II; l’Adsumus era la preghiera che apriva le sessioni del Concilio.Inoltre questa preghiera è abitualmente recitata nei tribunali ecclesiastici, quando i giudici si riunisconoper decidere la sentenza; e dalle recenti indicazioni liturgiche è suggerita per le riunioni pastorali.

Mettiamoci in camminoProprio nel tenere insieme questi due diversi aspetti, queste due facce della stessa medaglia, possiamocomprendere lo spessore di questo segno e metterci alla scuola dello Spirito.Per ciascuno di noi è facile registrare l’esperienza della luce, come pure quella dell’ombra. A volte, però,ci è più difficile cogliere la dinamica fra queste due esperienze, che costituisce la loro continuità e lasorgente dell’energia che ne scaturisce.La nube e la luce ci aiutano allora a cogliere l’azione dello Spirito non come uno stato (la luminosità ol’oscurità), ma come un costante processo, costituito dal succedersi di realtà apparentemente opposte, madi fatto intrinsecamente legate fra loro al punto che ciascuna riceve dall’altra gran parte del proprio senso.

Publié dans:BIBLICA |on 7 mai, 2019 |Pas de commentaires »

VOGLIO SVEGLIARE L’AURORA – SALMO 56

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/2000-2001/Salmo_56.html

VOGLIO SVEGLIARE L’AURORA – SALMO 56

È una notte tenebrosa, nella quale s’avvertono intorno belve voraci. L’orante è in attesa che sorga l’alba, perché la luce vinca l’oscurità e le paure. È questo lo sfondo del salmo 56: un canto notturno che prepara l’orante alla luce dell’aurora, attesa con ansia per poter lodare il Signore nella gioia (cf vv. 9-12).
Si assiste al passaggio dalla paura alla gioia, dalla notte al giorno, dall’incubo alla serenità, dalla supplica alla lode. È un’esperienza frequentemente descritta nel Salterio: “Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia, perché io possa cantare senza posa. Signore, mio Dio, ti loderò per sempre!” (Sal 29,12-13).
Due sono i momenti del Salmo 56 che stiamo meditando. Il primo riguarda l’esperienza del timore per l’assalto del male che tenta di colpire il giusto (cf vv. 2-7). Al centro della scena ci sono dei leoni in posizione d’attacco. Ben presto questa immagine viene trasformata in un simbolo bellico, delineato con lance, frecce, spade. L’orante si sente assalito da una sorta di squadrone della morte. Intorno a lui c’è una banda di cacciatori, che tende trappole e scava fosse per catturare la preda. Ma questa atmosfera di tensione è subito distolta. Infatti, già in apertura appare il simbolo protettivo delle ali divine, che concretamente richiamano l’arca dell’alleanza coi cherubini alati, cioè la presenza di Dio accanto ai fedeli nel tempio santo di Sion.
L’orante chiede istantemente che Dio mandi dal cielo i suoi messaggeri, ai quali egli attribuisce i nomi emblematici di “Fedeltà” e “Grazia” (v. 4), qualità proprie dell’amore salvifico di Dio. Perciò, anche se rabbrividisce per il ruggito terribile delle fiere e per la perfidia dei persecutori, il fedele nell’intimo rimane sereno e fiducioso, come Daniele nella fossa dei leoni (cf Dn 6,17-25).
La presenza del Signore non tarda a mostrare la sua efficacia, mediante l’autopunizione degli avversari: questi piombano nella fossa che avevano scavato per il giusto (cf v. 7). Tale fiducia nella giustizia divina, sempre viva nel Salterio, impedisce lo scoraggiamento e la resa alla prepotenza del male. Dalla parte del fedele prima o poi si schiera Dio, che sconvolge le manovre degli empi facendoli inciampare nei loro stessi progetti malvagi.
Giungiamo, così, al secondo momento del Salmo, quello del ringraziamento (cf vv. 8-12). C’è un passo che brilla per intensità e bellezza: “Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore. Voglio cantare, a te voglio inneggiare: svegliati, mio cuore, svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora” (vv. 8-9). Ormai le tenebre si sono dileguate: l’alba della salvezza è resa vicina dal canto dell’orante.
Applicando a sé questa immagine, il Salmista forse traduce nei termini della religiosità biblica, rigorosamente monoteistica, l’uso dei sacerdoti egiziani o fenici che erano incaricati di “svegliare l’aurora”, cioè di far riapparire il sole, considerato una divinità benefica. Egli allude anche all’uso di appendere e velare gli strumenti musicali nel tempo del lutto e della prova (cf Sal 136,2), e di “risvegliarli” al suono festivo nel tempo della liberazione e della gioia. La liturgia, quindi, fa sbocciare la speranza: si rivolge a Dio invitandolo ad avvicinarsi di nuovo al suo popolo e ad ascoltare la sua supplica. Spesso nel salterio l’alba è il momento dell’esaudimento divino, dopo una notte di preghiera.
Il Salmo si chiude, così, con un canto di lode rivolto al Signore, che opera con le sue due grandi qualità salvifiche, già apparse con termini differenti nella prima parte della supplica (cf v. 4). Ora sono di scena, quasi personificate, la Bontà e la Fedeltà divina. Esse inondano i cieli con la loro presenza e sono come la luce che brilla nell’oscurità delle prove e delle persecuzioni (cf v. 11). Per questo motivo il Salmo 56 si è trasformato nella tradizione cristiana in canto del risveglio alla luce e alla gioia pasquale, che si irradia nel fedele cancellando la paura della morte e aprendo l’orizzonte della gloria celeste.
Gregorio di Nissa scopre nelle parole di questo Salmo una sorta di descrizione tipica di ciò che avviene in ogni esperienza umana aperta al riconoscimento della sapienza di Dio. “Mi salvò infatti – egli esclama – avendomi fatto ombra con la nube dello Spirito, e coloro che mi avevano calpestato sono stati umiliati” (Sui titoli del salmi, Roma 1994, p. 183).
Rifacendosi poi alle espressioni che concludono il Salmo, dove è detto: “Innalzati sopra il cielo, o Dio, su tutta la terra la tua gloria”, egli conclude: “Nella misura in cui la gloria di Dio si estende sulla terra, accresciuta dalla fede di coloro che vengono salvati, le potenze celesti, esultando per la nostra salvezza, inneggiano a Dio” (ivi, p. 184).
Giovanni Paolo II
Osservatore Romano 20-9-2001

IL BIBLISTA: L’AMORE E IL RISPETTO NEI CONFRONTI DEI GENITORI, PRIMI MAESTRI DELLA FEDE – Ravasi, Serafini

http://www.stpauls.it/fc04/0411fc/0411fc89.htm

IV / ONORA IL PADRE E LA MADRE

IL BIBLISTA: L’AMORE E IL RISPETTO NEI CONFRONTI DEI GENITORI, PRIMI MAESTRI DELLA FEDE - Ravasi, Serafini

LE NOSTRE RADICI - 

Come il terzo comandamento riguardante il riposo festivo, anche il quarto è un precetto esposto in forma positiva, a differenza degli altri comandamenti del Decalogo, martellati da un severo « Non », seguìto dall’imperativo della proibizione («Non uccidere!»). Inoltre, quello sull’amore nei confronti dei genitori è l’unico comandamento a essere seguìto da una benedizione nella formulazione originaria biblica: «Onora tuo padre e tua madre, come il Signore tuo Dio ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sia felice nella terra che il Signore tuo Dio ti dà» (Deuteronomio 5,16).
Il verbo centrale del precetto è quell’ » onorare », in ebraico kabbed, un termine usato anche per la « venerazione » nei confronti di Dio, tant’è vero che il profeta Malachia appaia i doveri verso Dio con quelli verso i genitori: «Il figlio onora suo padre… Se io sono padre, dov’è l’onore che mi spetta? Dice il Signore degli eserciti» (1,6). Il vocabolo ha un arco di significati molto ampio e, oltre al rispetto, comprende il sostegno economico, l’obbedienza e l’amore.
Nell’Antico Testamento sono molteplici i passi che riprendono questo comandamento, talora con una veemenza particolare: «Colui che percuote suo padre o sua madre sarà messo a morte. Colui che maledice suo padre o sua madre sarà messo a morte» (Esodo 21,15.17). Al di là della pena di morte, legata alla cultura e alla società di allora, c’è anche l’idea di una « scomunica » del peccatore in questione dall’orizzonte vitale della comunità civile e religiosa.
Uno dei commenti più intensi e appassionati al quarto comandamento è, comunque, offerto da un sapiente biblico del II sec. a.C., il Siracide: invitiamo i nostri lettori a cercare nella loro Bibbia il capitolo 3 di questo autore e a meditarne l’appello caloroso, consapevoli che «la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati» (3,14). Anche Gesù sarà severo quando denuncerà la prassi, allora vigente, del qorban (« realtà sacra ») attraverso la quale ci si sentiva esentati dal dovere del sostentamento dei genitori anziani, dedicando a Dio in alternativa una cifra da offrire al tempio (Matteo 15,3-7). E Paolo ammonirà i figli cristiani: «Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché è giusto. « Onora tuo padre e tua madre »: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una lunga vita sopra la terra» (Efesini 6,1-3).
C’è una dimensione più vasta
Ma qual è il contenuto genuino del quarto comandamento secondo la visione generale biblica? Oltre all’aspetto direttamente familiare e tribale, per cui si deve favorire ed esaltare la famiglia nella sua struttura, il precetto ha una dimensione più vasta di taglio sociale. Nei genitori e nei figli, e nel loro rapporto corretto, si delinea il retto funzionamento di tutte le relazioni proprie della vita socio-politica. Si esalta, allora, il diritto-dovere di partecipare alla costruzione di una società armonica e giusta.
C’è, poi, un’altra prospettiva che potremmo chiamare tradizionale. I genitori incarnano la storia di una comunità coi suoi valori che devono essere trasmessi e attualizzati. Nell’onore da rendere ai genitori è, allora, implicito anche il riconoscimento della loro funzione di maestri, di tutori della tradizione, di custodi dell’eredità morale di una famiglia e di un popolo, di testimoni dei valori spirituali e religiosi.
Nel Salmo 78 si dice: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore e la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto… Egli ha posto una legge in Israele: ha comandato ai nostri padri di farle conoscere ai loro figli, perché le sappia la generazione futura, i figli che nasceranno. Anch’essi sorgeranno a raccontarlo ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia» (78,3-7).
Il quarto comandamento propone, perciò, un legame non solo biologico ma anche spirituale tra padri e figli, in un dialogo di valori trasmessi e accolti. Non per nulla il Concilio Vaticano II suggerisce che «i genitori devono essere per i figli i primi maestri della fede» (Lumen gentium n. 11). Infine, un biblista tedesco, R. Albertz, ha sottolineato in questo comandamento una dimensione che chiameremo psicofisica: il figlio, ormai autonomo e adulto, divenuto a sua volta responsabile della patria potestà, è invitato a sostenere moralmente ed economicamente i genitori, sorgente della sua vita, mentre essi si avviano verso il viale del tramonto fisico e psichico. È questo un capitolo importante in una società patriarcale com’era quella biblica, rilevante però anche ai nostri giorni con l’aumento della fascia sociale degli anziani.
Rimane, comunque, vivo l’appello a una serena e armonica convivenza familiare, perché – come ammonisce il libro dei Proverbi – «chi maledice il padre e la madre vedrà spegnersi la sua lucerna nel cuore delle tenebre» (20,20). Perciò, «ascolta tuo padre che ti ha generato e non disprezzare tua madre quando è vecchia!» (23,22).
Gianfranco Ravasi

Il « Decalogo » spiegato ai bambini
Onorare i genitori e gli altri. Così si onora anche Dio
Il quarto comandamento è: «Onora tuo padre e tua madre». Onorare significa anzitutto essere grati ai nostri genitori perché, partecipando all’opera di Dio che dona la vita, ci hanno fatto nascere. Onorare significa anche manifestare il nostro affetto ai genitori. Quando si è ancora bambini il modo migliore per farlo è obbedire a ciò che ci insegnano per il nostro bene. Diventando grandi bisogna continuare ad amare e rispettare i genitori, ma in modi diversi. Capita, quando si diventa grandi, di avere sempre tante cose da fare, lavorare, pensare alla casa, alla macchina, a questo e a quest’altro… Però in tutte queste « cose » non ci si deve dimenticare dei propri genitori. Poi, pian piano, papà e mamma diventeranno vecchi e saranno loro ad avere bisogno dei figli. «Onorare il padre e la madre» significa quindi essere sempre pronti ad aiutarli quando saranno loro ad avere bisogno di noi. Imparare a rispettare i genitori, a obbedire, ad amarli significa pure imparare a rispettare gli altri. Dai genitori si imparano anche le regole che permettono di stare bene con tutti. Sono regole piccole, come quelle di buona educazione, oppure un po’ più impegnative, come essere onesti e leali, rispettare le leggi eccetera. Sono regole che a volte possono apparirci fastidiose e noiose, ma invece sono importanti perché se non ci fossero, sarebbe difficile vivere insieme a tante persone in una città o in un paese. Quindi il Signore ci chiede anzitutto di volere sempre bene ai nostri genitori, che ci hanno fatto nascere e ci hanno aiutato a diventare grandi, ma anche di saper vivere con rispetto, sincerità e onestà con tutte le persone che incontriamo ogni giorno. Facendo tutto questo noi onoriamo anche il Padre nostro che è nei cieli.

Filippo Serafini

 

I TRE INEFFABILI (LETTERA AI ROMANI)

http://web.tiscali.it/pulchritudo/page262/page303/page303.html

I tre ineffabili (Lettera ai Romani)

Questo nostro viaggio nella lettera ai Romani, lo scritto più celebre di Paolo, intrapreso già da alcune settimane, sosta ora in una pagina di grande bellezza, il capitolo 8. Esso affascina soprattutto per la sua visione cosmica della salvezza.
Il gesuita scienziato e filosofo Pierre Teilhard de Chardin (1888-1955) nel suo Inno all’universo cantava sulla scia dell’Apostolo: «Immergiti nella materia, figlio della terra, bagnati nelle sue falde ardenti perché essa è la sorgente e la giovinezza della tua vita e anche in lei risuona il gemito dello Spirito».
Ebbene, è proprio attraverso l’immagine del gemito che esce dalle labbra di una donna partoriente che Paolo compone una specie di parabola della redenzione: essa non coinvolge solo l’umanità ma tutto il creato. Tre sono i gemiti che s’intrecciano. C’è innanzitutto quello della natura intera che «a capo eretto attende da lontano la rivelazione dei figli di Dio» (8,19): «tutta la creazione geme e soffre fin da ora le doglie del parto» (8,22).
C’è, poi, il gemito dell’uomo che anela alla salvezza piena: « La creazione non è sola ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito gemiamo interiormente attendendo da lontano l’adozione a figli di Dio» (8,23). C’è, infine, lo stesso gemito dello Spirito divino che vuole condurre a pienezza la redenzione:
«Lo Spirito stesso viene in aiuto alla nostra debolezza… intercedendo per noi con gemiti ineffabili» (8,26). Questi tre gemiti sono il segno di una tensione viva che è in tutto l’essere, proteso verso la salvezza piena, desideroso di essere rigenerato così da essere « nuova creatura ».
È quel destino ultimo glorioso che il cristianesimo chiama « risurrezione » , di cui la Pasqua di Cristo è anticipazione e «caparra » o « primizia», per usare espressioni paoline. L’apostolo Paolo descriveva così ai Corinzi questa meta che ci attende: «Ciò che semini non prende vita se prima non muore. Quello che semini non è il corpo che nascerà ma un semplice chicco… Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile, si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge potente, si semina un corpo animale e risorge un corpo animato dallo Spirito» (1 Corinzi15, 36-37.42-44).
Ebbene, questa grandiosa vicenda di salvezza e di rinascita che coinvolge noi e il creato fa parte di un progetto divino che Paolo descrive proprio nel capitolo 8 con una cascata di verbi posti in successione.
Essi riguardano il nostro destino glorioso che è già prefigurato nel disegno eterno della mente di Dio. Leggiamo, perciò, con attenzione questi verbi che scandiscono le tappe della nostra chiamata alla fede e alla gloria: « Quelli che Dio ha pre-conosciuto li ha anche pre-destinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia primogenito tra molti fratelli; quelli che ha pre-destinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (8,29-30).

Publié dans:BIBBIA - VARI TEMI, BIBLICA |on 13 février, 2018 |Pas de commentaires »

NON È VUOTO IL CIELO DI DIO

http://web.tiscali.it/pulchritudo/page262/page303/page303.html

NON È VUOTO IL CIELO DI DIO

Lo scrittore cristiano africano Tertulliano (II sec.), che è stato il primo commentatore del Padre Nostro con la sua opera De oratione dominica, affermava che questa preghiera è il breviarium totius evangelii cioè la sintesi di tutto il Vangelo. Nell’ultima nostra puntata avevamo evocato la sua presenza nella storia della musica, una presenza non particolarmente esaltante.
Tuttavia ai nostri giorni il Padre Nostro si è curiosamente ripresentato anche nella musica popolare.
Così, nel 1997 il cantante Enrico Ruggeri ha proposto ai FestivaI di Sanremo per gli O.RO. un suo Padre Nostro, ripreso nell’album L’isola dei tesori (1955).
Nel 1999 Cliff Richard, considerato la risposta europea a Elvis Presley, da alcuni anni sulla breccia con almeno 60 album e 250 milioni di copie vendute, ha presentato un Padre Nostro sulle note di una melodia tradizionale scozzese, il Walzer delle candele. Un Pater Noster famoso è quello cantato da Giovanni Paolo II in gregoriano e proposto in compact disc nei 1999 dalla Radio Vaticana e dagli Audiovisivi San Paolo col titolo Abba’ Pater.
Ma lasciamo da parte la musica e tra le mille riprese, commenti e meditazioni intessute sulla preghiera di Gesù, cerchiamo solo
due testimonianze antitetiche tra loro. Non è mancato, infatti, chi ha sbeffeggiato il Padre Nostro, come ha fatto il poeta francese Jacques Prévert che nelle sue Parole (1946) ha composto una parodia che cominciava così: «Padre nostro che sei nei cieli, restaci ».
Ma terribile e disperata (più che blasfema) è la ripresa che Ernest Hemingway, il famoso scrittore americano morto suicida nel 1961, ha fatto di questa preghiera nel 1938 nei suoi Quarantanove racconti (Mondadori 1966), sostituendo a ogni parola importante del testo di Gesù il vocabolo spagnolo Nada cioè ‘Nulla”. Ecco questa tragica invocazione al Dio del nulla, che è in realtà un lugubre lamento sul fallimento dell’uomo. «O Nada nostro che sei nel Nada, sia Nada il tuo nome, Nada il regno tuo e sia Nada la tua volontà così in Nada come in Nada.
Dacci oggi il nostro Nada quotidiano e nada a noi i nostri Nada come noi li nadiamo ai nostri Nada e non nadare noi in Nada, ma liberaci dal Nada».
A questa estrema implorazione senza speranza modellata sulla preghiera della fiducia, com’è per eccellenza il Padre Nostro, opponiamo qualche battuta della rielaborazione fatta dal teologo Karl Rahner nel libro Necessità e benedizione della preghiera (Queriniana 1994).
«Padre Nostro che sei nei cieli del mio cuore, anche se esso sembra un inferno. Sia santificato il tuo nome, sia invocato nel silenzio mortale del mio perplesso ammutolire. Venga a noi il tuo regno, quando tutto ci abbandona. Sia fatta la tua volontà, anche se ci uccide, perché essa è la vita e ciò che in terra sembra la fine in cielo è invece l’inizio della tua vita. Liberaci da noi stessi, liberaci in te, nella tua libertà e nella tua vita».

Publié dans:BIBLICA |on 30 juin, 2017 |Pas de commentaires »

L’ ALFABETO DELLA SPERANZA

http://web.tiscali.it/pulchritudo/page262/page303/page303.html

L’ ALFABETO DELLA SPERANZA

«Le Sacre Scritture sono l’alfabeto colorato della speranza in cui %‘. per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello». La scorsa settimana abbiamo concluso il nostro articolo con questa frase del pittore russo ebre9 (vissuto in Francia) Marc ChagalI. E una frase suggestiva che illustra un dato evidente: l’arte dell’Occidente per secoli ha usoto il bello della Bibbia come fonte d’ispirazione. Se vogliamo ricorrere o un’espressione un po’ tecnica adottata da un critico letterario canadese, Northrop Frye (1912-1991) come titolo di un suo libro, lo Bibbia è Il grande codice, cioè il punto di riferimento imprescindibile della nostra cultura, è lo stella polare a cui si sono orientati tutti, credenti e non, quando hanno cercato il bello, il vero e il bene, magari anche per respingere questa guida e vagare altrove.
Un papa famoso, san Gregorio Magno, in una lettera indirizzata nel 550 al vescovo di Marsiglia, Sereno, scriveva: «La pittura è usata nelle chiese perché gli analfabeti, guardando sulle pareti, leggano ciò che non sono capaci di decifrare sui codici». L’arte, dunque, diventava come un commento al testo biblico, anzi una sua trascrizione per i fedeli che, in tal modo, leggevano la Bibbia su pagine murali colorate o su fogli di pietra.
Ma un altro Padre della Chiesa, san Giovanni Damasceno, un arabo cristiano vissuto tra il VII e l’VIlI secolo, continuava così: «Se un pagano viene e ti dice: “Mostrami la tua fede”, tu portalo in chiesa e mostragli la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei sacri quadri». L’arte diventa, perciò, un annuncio anche per chi non crede. Ed effettivamente nella storia della cultura dell’Occidente tanti si sono awiati verso la fede proprio lungo quella che nel Medio Evo si chiamava in latino la via pulchritudinis, cioè la “via della bellezza”. Ebbene, in questa nostra rubrica noi cercheremo — attraverso esempi piccoli ed essenziali — di mostrare come il bello della Bibbia sia sorgente di arte e di fede, sia appunto un «alfabeto colorato di speranza» come diceva Chagall. O, come affermava un famoso poeta francese, Paul Claudel (1868-1955), sia «l’immenso vocabolario» che è stato usato dall’umanità per comprendere il senso della storia, per celebrare le meraviglie cosmiche.
Basterebbero solo quelle poche parole iniziali della Genesi: Jehi ‘or… Wajjehi ‘or, «Sia la luce!… E la luce fu». Porole semplicissime che squarciano il silenzio del nulla, parole che hanno in sé il brivido della potenza divina che crea senza fatica l’immensità dell’universo. Parole che potremmo commentare con la musica, a partire dall’oratorio La creazione che Franz Joseph Haydn compose nel 1798: nel caos di una modulazione di suoni, che sembra essere infinita, ecco irrompere un celestiale e solare Do maggiore che incarna la parola divina, creatrice della luce. Anche chi non sa leggere la musica può scoprire questa irruzione. Ma su quel versetto della Genesi vogliamo ritornare la prossima settimana.

Publié dans:BIBLICA |on 12 mars, 2017 |Pas de commentaires »

SONO UN ORFANO DI ACQUA E DI CIELO

http://www.apostoline.it/pino_fanelli/N-P/Niccol%C3%B2_Fabi-Buona_Idea.htm

NICCOLÒ FABI IN “ECCO”, 2012 – SONO UN ORFANO DI ACQUA E DI CIELO

A 44 ANNI NICCOLÒ FABI PUBBLICA “ECCO”, IL SUO 7° ALBUM DI INEDITI. 11 BELLE CANZONI CHE PARLANO AL CUORE! RIFLESSIONI, SFOGHI, NARRAZIONI, RICORDI E SGUARDI RIVOLTI A UNA SOCIETÀ CHE ANNASPA NELLA SOLITUDINE ED È INCAPACE DI CONDIVIDERE. “UNA BUONA IDEA” È IL PRIMO SINGOLO DI LANCIO E INVITA A RIFLETTERE SU VALORI DELLA VITA SOCIALE E POLITICA DI CUI CI SENTIAMO TUTTI UN PO’ ORFANI E SULLA NECESSITÀ DI OFFRIRE BUONE IDEE, UTILI ALLA COLLETTIVITÀ

UNA BUONA IDEA

Sono un orfano
di acqua e di cielo
un frutto che da terra guarda
il ramo
orfano di origine e di storia
e di una chiara traiettoria.

Sono orfano di valide occasioni
del palpitare di un’idea con grandi ali
di cibo sano e sane discussioni
delle storie, degli anziani,
cordoni ombelicali
orfano di tempo e silenzio
dell’illusione e della sua disillusione
di uno slancio che ci porti verso l’alto
di una cometa da seguire,
un maestro d’ascoltare
di ogni mia giornata
che è passata
vissuta, buttata e mai restituita
orfan della morte,
e quindi della vita.
Mi basterebbe essere padre di una buona idea…

Sono orfano
di pomeriggi al sole,
delle mattine senza giustificazione
dell’era di lavagne e di vinile,
di lenzuola sui balconi
di voci nel cortile
orfano di partecipazione
e di una legge che assomiglia all’uguaglianza
di una democrazia che non sia un paravento
di onore e dignità, misura e sobrietà
e di una terra che è soltanto calpestata
comprata, sfruttata, usata e poi svilita
orfan di una casa, di un’Italia che è sparita.
Mi basterebbe
essere padre di una buona idea… Una buona idea…

”sono orfano di cielo… di un’idea con grandi ali… di uno slancio che mi porti verso l’alto”: la “nostalgia di Dio” riaffiora, specialmente nei periodi di crisi, a conferma che non basta il progresso o il benessere… l’uomo ha in sé l’immagine e il desiderio di Dio, di un orizzonte di senso che spieghi e riempia l’esistenza. La Bibbia lo ricorda: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (cf. il vangelo delle tentazioni di Gesù in Mt 4,4). Credere è “volare alto”, e non appiattire o omologare pensiero e volontà.
“sono orfano di origine e di storia e di una chiara traiettoria”: conoscere la storia è conoscere le proprie radici, formarsi una coscienza, personale e di popolo. Sapere da dove veniamo è fondamentale per costruire la nostra identità. C’è chi pensa che il passato in quanto tale sia un capitolo chiuso: non deve influenzare il presente altrimenti rischia di compromettere il futuro, ma ciò è vero solo se si ripetono gli stessi errori del passato, senza trarne insegnamenti utili… un mondo senza storia è una casa senza fondamenta.
“sono orfano di tempo e di silenzio”: una fotografia della nostra società, tra le corse quotidiane e i più svariati rumori che fanno da colonna sonora. Il rischio è di ritagliare poco tempo per riprendere in mano le redini della nostra vita e ritrovare pace.
“sono orfano di un maestro da ascoltare”: …alla ricerca di buoni maestri che trasmettano la sapienza della vita, la passione per i valori autenticamente umani e per gli ideali alti che fanno crescere le persone e la collettività.
“sono orfano di una democrazia che non sia un paravento”: il vero senso della democrazia è stato un po’ tradito: i principi di uguaglianza, onestà, giustizia, partecipazione, trasparenza e moralità non di rado vengono calpestati. Urge perciò un recupero di responsabilità e di credibilità da parte di tutti.
“sono orfano di misura e sobrietà”: la sobrietà nasce dalla consapevolezza che la nostra felicità, la nostra realizzazione non dipendono solo dalle condizioni esterne, che esistono limiti fisici che dobbiamo riconoscere per vivere serenamente e in armonia con noi stessi, gli altri e l’ambiente. Dopo anni di consumismo e di spreco occorre recuperare la sobrietà come stile di vita per le piccole e grandi scelte della quotidianità.
“Mi basterebbe essere padre di una buona idea”: seminare buone idee è importante e richiede un senso di responsabilità verso quella nuova civiltà che vogliamo costruire. Le “idee buone” si possono trasformare in “vita buona” e contribuire così a migliorare il mondo intorno a noi.

Publié dans:BIBLICA, POETICA |on 20 avril, 2016 |Pas de commentaires »

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...