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IL PRESEPE NELLA STORIA, QUANDO FEDE E ARTE FIRMANO IL NATALE – Gianfranco Ravasi

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IL PRESEPE NELLA STORIA, QUANDO FEDE E ARTE FIRMANO IL NATALE – Gianfranco Ravasi

23/12/2015

Il primo a Greggio, nel 1223: «In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà». Pittura, scultura, sacre rappresentazioni: cielo e terra s’intrecciano nei più diversi modi. Un’evoluzione lunga otto secoli. Perdere questa tradizione vuol dire non solo cancellare un emblema spirituale ma anche strappare pagine della nostra storia culturale più alta.

«Vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Era l’anno 1223 e mancavano quindici giorni al Natale: san Francesco – che due settimane prima aveva avuto la gioia di veder approvata da papa Onorio III la Regola dei suoi frati – esprime questo desiderio a un certo Giovanni, «un uomo molto caro» al santo. E la notte di Natale «Greccio diventa la nuova Betlemme», con la scena della nascita di Cristo resa viva e palpitante, mentre Francesco «vestito da levita, perché era diacono, canta con voce sonora il santo Vangelo e parla poi al popolo con parole dolcissime».
Anche se tutti conoscono questa storia della genesi del presepio, ho voluto rievocarla attraverso la testimonianza di un suo contemporaneo, Tommaso da Celano nella sua biografia del santo, nota come Vita Prima. È ancora lui a spiegare il senso di quella sacra rappresentazione natalizia: «In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà». Sono queste le tre stelle simboliche che brillano nella notte del Natale di Gesù ed è proprio questa costellazione a far comprendere quanto il presepio travalichi la stessa fede cristiana e diventi un segno universale per tutti gli uomini e le donne dal cuore e dalla vita semplice, povera e umile.
Anzi, quel quadretto, modellato un po’ liberamente sul racconto dell’evangelista Luca (2,1?20), da allora si è trasformato in un caposaldo della storia dell’arte e, quindi, cancellarlo dalla conoscenza delle giovani generazioni attuali vorrebbe dire rendere incomprensibile una serie sterminata di opere d’arte distribuite nei secoli.
Qualche tempo fa ero stato invitato a stendere una lista di raffigurazioni della nascita di Cristo selezionando i maggiori pittori nei secoli: dopo aver iniziato la ricerca, ho dovuto abbandonarla perché in pratica avrei dovuto inseguire tutta la storia dell’arte occidentale, da Giotto all’Angelico, da Masaccio a Donatello, da Duccio di Buoninsegna a Jacopo della Quercia, da Botticelli a Raffaello, al Correggio al Bassano e così via, solo per fare alcuni nomi.
Inoltre, è curioso notare che miniscene raffiguranti il presepio erano già scolpite sui sarcofagi cristiani dei primi secoli e, a partire dalle icone della scuola pittorica russa di Novgorod (XV sec.), era facile vedere il Bambino deposto in una mangiatoia a forma di sepolcro. Si voleva, così, esaltare il nesso tra la vita fisica di Gesù e la vita gloriosa e divina che sarebbe sfolgorata nella sua risurrezione. Perdere il presepio, perciò, vuol dire non solo cancellare un emblema spirituale nel quale si possono ritrovare le famiglie misere dei barconi che approdano alle nostre coste con madri che stringono al seno bambini denutriti e sfiniti, ma è anche strappare un numero enorme di pagine della nostra storia culturale più alta.
Nel presepio, dunque, s’incontrano componenti squisitamente cristiane, come l’incarnazione del Figlio di Dio («Il Verbo divenne carne», scriverà san Giovanni), assumendo un volto, una storia, una patria terrena, o temi come la maternità divina di Maria e il compimento dell’attesa messianica. Essi, però, s’intrecciano con soggetti universali, come la vita, la maternità, l’infanzia, la sofferenza, la povertà, l’oppressione, la persecuzione. L’altezza teologica, spirituale, umana di questi temi è espressa con grande sobrietà e intensità nel racconto evangelico, ma è stata anche resa più calda e colorita attraverso la tradizione popolare e persino il folclore.
Pensiamo solo alla pittoresca sequenza dei presepi napoletani che dal Settecento cercano di attualizzare il Natale di Gesù con l’introduzione di elementi delle vicende contemporanee, cadendo talora nel cattivo gusto, ma dimostrando sempre l’importanza di quel segno religioso per la vita quotidiana delle persone semplici. Dopo tutto, come è noto, l’entrata in scena – già con san Francesco – dell’asino e del bue è apocrifa e non evangelica, perché nasce dall’applicazione molto libera all’evento di Betlemme di un passo del profeta Isaia il quale bollava così l’indifferenza del popolo ebraico nei confronti del suo Dio: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce il mio popolo non comprende» (1,3).
Siamo partiti dalla figura di un santo che è davanti al presepio. Vorremmo ora concludere con un ateo, il celebre drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, che in una sua poesia ricompone il suo presepio vivente costituito da una famiglia povera, simile a quella dei tanti profughi che vivono negli accampamenti o nelle città sotto l’incubo della guerra e anche di non poche case italiane che stanno vivendo momenti difficili. «Oggi siamo seduti, alla vigilia di Natale, / noi, gente misera / in una gelida stanzetta. / Il vento corre di fuori, / il vento entra. / Vieni, buon Signore Gesù, da noi!/ Volgi lo sguardo: / perché Tu ci sei davvero necessario».

Publié dans:Gianfranco Ravasi, NATALE 2018 |on 15 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

SERIETÀ E BELLEZZA DEL GIOCO DAI PROFETI BIBLICI A MONTAIGNE

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SERIETÀ E BELLEZZA DEL GIOCO DAI PROFETI BIBLICI A MONTAIGNE

Il divertimento di creare

di Gianfranco Ravasi

La mia famiglia ha sempre avuto per casa almeno un gatto. È forse per questo che anch’io appartengo alla schiera di coloro che rimangono affascinati dall’eleganza ora indolente ora bizzosa e aggressiva di questo felino. Condivido, perciò, quello che scriveva più di quattro secoli fa nei suoi Saggi il grande Montaigne: « Quando gioco con la mia gatta, non riesco a sapere se è lei a divertirsi di più con me o in verità se sono io a divertirmi di più con lei ». Il divertimento autentico è, infatti, una sorta di indizio di umanità perché comprende libertà, creatività, freschezza, poesia. Il poeta tedesco Schiller nel suo trattato Sull’educazione estetica dell’uomo non esitava a scrivere che « l’uomo gioca soltanto quando è uomo nel significato più pieno del termine ed egli è interamente uomo solo quando gioca ».
In questa luce si riesce a capire perché la cosiddetta « analogia ludica » sia diventata nella teologia, non solo recente, un modello per parlare di Dio (pensiamo alla Festa dei folli di Harvey Cox o all’Homo ludens di Hugo Rahner). La stessa Bibbia non ha imbarazzo nel raffigurare la Sapienza divina creatrice come una fanciulla che sta danzando divertendosi nell’orizzonte di quel mondo che sta fiorendo dalle sue mani (Proverbi 8, 30-31). Il creare, quindi, come divertirsi: ne sanno qualcosa gli artisti. Anzi, persino Gesù si lascia catturare incuriosito dal divertimento, sia pure fallito, di un gruppo di ragazzi che giocano sulla piazza di un villaggio e che non s’accordano sul tipo di gioco da adottare: alcuni vorrebbero mimare una festa di nozze ballando al suono del flauto, altri desidererebbero invece imitare un funerale piangendo e lamentandosi (Matteo, 11, 16-17).
Dopo tutto già nell’Antico Testamento l’era messianica era vista anche attraverso il bambino che si diverte con gli animali e che, travolto dalla curiosità che accompagna il gioco, infila la manina nella buca della vipera (Isaia, 11, 8). Oppure si sognava una Gerusalemme le cui piazze « formicolavano di ragazzi e di ragazzi che giocavano divertendosi » (Zaccaria, 8, 5). La stessa rappresentazione escatologica nell’immaginario di secoli e secoli di arte ha sognato sempre un « paradiso » di festa, di musica, di danze. Un severo Lutero non era imbarazzato a descrivere la gloria celeste così: « Allora l’uomo giocherà col cielo e con la terra, giocherà col sole e con tutte le creature. E tutte le creature proveranno un piacere, un divertimento, un amore immenso e rideranno con te, Signore ». Un serioso teologo come Karl Barth non temeva di prospettarsi un paradiso ove la musica della liturgia dell’Agnello fosse solo quella di Bach, ma ai santi, ritornati nelle loro stanze celesti, fosse concesso di abbandonarsi al godimento della musica di Mozart!
Il vero divertimento non è, quindi, il semplice passatempo, il diversivo, la distrazione: è qualcosa di più profondo che coinvolge tutto l’essere in maniera sia « dionisiaca » sia « apollinea ». Se però prevale solo Dioniso, abbiamo l’abbrutimento di un certo tifo barbarico da stadio calcistico ove il divertimento può precipitare nel sadismo lugubre e macabro. Se il divertimento è inquinato da fattori estranei come l’economia, l’interesse, la moda, l’obbligo sociale del « divertirsi » a tutti i costi, allora si comprende l’ambiguità di fondo del vocabolo adottato per esprimere questa esperienza. « Divertirsi » deriva, infatti, dal latino devertere, cioè « distogliere, stornare, distrarre » ed è il contrario di « convertirsi », anzi può correre verso il tratto oscuro dello spettro semantico legato al vertere, divenendo un « pervertirsi » o un’ »eversione ». Non si dimentichi che « divorzio » deriva ugualmente da devertere.
È per questo, allora, che esiste un sospetto nei confronti del divertimento a causa della sua ambiguità che, in ultima analisi, è la stessa ambiguità della libertà umana. Così, il Qohelet, vecchio sapiente realistico di Israele, ammoniva: « Divertiti, o giovane, nella tua giovinezza, si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. Sappi, però, che su tutto questo Dio ti convocherà in giudizio » (11, 9). E un altro sapiente biblico, il Siracide, continuava: « Corri a casa e non indugiare: là divertiti e fa quello che desideri, ma non peccare! ». Di fronte a un certo « divertimento » imbastardito, stupido e volgare a cui ci sta abituando la società contemporanea soprattutto attraverso la televisione, questi moniti sono meno moralistici di quanto sembrino a prima vista. Essi potrebbero salvaguardarci dal perdere il gusto per il vero divertimento, nauseati da certi divertimenti. Avrebbe, allora, ragione Edward Bulwer-Lytton, politico e scrittore inglese dell’Ottocento, quando ci ricordava che « la vita sarebbe abbastanza divertente se non fosse per i suoi divertimenti ».

(©L’Osservatore Romano 20 agosto 2010)

 

Publié dans:Gianfranco Ravasi |on 26 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

«SARÒ SEMPRE CON VOI» di Gianfranco Ravasi

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«SARÒ SEMPRE CON VOI» di Gianfranco Ravasi

Estratto da « I VANGELI DEL DIO RISORTO » – Paoline Editoriale

La nostra riflessione parte ancora una volta dal famoso brano paolino della Prima lettera ai Corinzi: «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e apparve…» (15,3-5).
Questo testo risuona costantemente all’interno delle chiese cristiane disperse nel mondo. In esso si condensa quello che gli studiosi hanno chiamato con un termine tecnico greco il kerygma, cioè l’“annunzio” fondamentale cristiano, radicato nell’evento pasquale, senza il quale – è Paolo che lo dice ai Corinzi – «vana sarebbe la nostra predicazione e vana anche la vostra fede». Ora, l’ultimo elemento di quel Credo-kerygma è racchiuso in un verbo, «apparve», in greco oftê, letteralmente “fu visto”, e Paolo elenca con puntiglio i testimoni di questa particolare esperienza di “visione” del Cristo risorto: «Apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo tra tutti apparve a me come a un aborto» (15,5-8).
Gli stessi quattro Vangeli testimoniano questa esperienza, anche se la esprimono soprattutto con altri verbi che rimandano piuttosto a una rivelazione o a un incontro o a un ingresso inatteso: “venire, avvicinarsi, accostarsi, stare in mezzo, manifestarsi, mostrarsi”. Certo, da parte dei discepoli di Cristo la reazione è quella del “vedere, guardare, riconoscere”. Proprio sulla base di questo particolare e molteplice “vocabolario” usato dal Nuovo Testamento la prevalenza del solo termine “apparizione” non è giustificata. Anzi, ai nostri giorni col diffondersi di un gusto morboso per il paranormale, l’astrologico, la magia, l’“apparizione” acquista un sapore spettrale, da visitors o ghostbusters, da alieni…! Forse il vocabolario più pertinente sarebbe quello dell’“incontro” tra il Cristo risorto e la sua Chiesa.
I Vangeli, però, non si accontentano di esprimere con un vocabolo quell’esperienza ma ce la descrivono attraverso alcune trame fisse, modellate certamente sulla scia delle cosiddette “teofanie” o apparizioni divine dell’Antico Testamento: Dio o il suo angelo o la sua “gloria” si presentano ad Abramo, a Mosè, a Davide, a Salomone, a Elia, talora in una coreografia accecante di luce oppure in una specie di cataclisma fatto di terremoto, tempesta, tuono, squilli di tromba. Il modello biblico è presente agli occhi degli scrittori neotestamentari ma è ben presto superato, semplificato, reso più quotidiano ed essenziale. Anche il fondale è quello dell’esistenza terrena del Cristo. Per Matteo, Luca e Giovanni è una stanza di Gerusalemme, quella del Cenacolo, o un strada che conduce al sepolcro o alla periferia della città (Emmaus). Per Matteo, Marco e Giovanni c’è anche la Galilea, la regione settentrionale della Palestina, sede della prima predicazione di Gesù.
Se poi volessimo confrontare tra loro tutti i racconti di questi incontri del Risorto coi primi credenti, ci accorgeremmo dell’esistenza di due trame o sequenze o schemi narrativi fissi. Il primo gli studiosi l’hanno definito come apparizione di riconoscimento e ha per sfondo Gerusalemme. Ai discepoli riuniti o in viaggio Cristo si presenta all’improvviso. Stranamente essi non lo identificano subito: paradossale è il caso di Maria Maddalena che lo scambia col custode del cimitero ove era stato sepolto il corpo di Gesù. Il momento centrale della scena (narrata nel capitolo 20 di Giovanni) è proprio nel “riconoscimento” che è aiutato dal Cristo stesso con parole e segni. A questo punto il racconto si conclude con una separazione di Gesù, improvvisa com’era stata la sua “apparizione”. Ma anche nello stupendo racconto lucano dei discepoli di Emmaus il viaggio è contrassegnato da una specie di cecità: «I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo» (Luca 24,16). Sarà solo allo «spezzare il pane» che «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista» (24,31).
Anche la narrazione posta in appendice al Vangelo di Giovanni, pur essendo ambientata in Galilea, sul lago di Tiberiade, contiene questo strano elemento di “cecità”. Sette discepoli sono tornati alla loro professione di prima insieme con Pietro. Dopo una notte faticosa e infruttuosa, vedono un uomo sul litorale ma, osserva Giovanni, «non si erano accorti che era Gesù» (21,4). L’unico a cui si aprono subito gli occhi è il discepolo amato da Gesù, emblema del perfetto credente, che si rivolge a Pietro gridandogli: «È il Signore!» (21,7). In un’altra “apparizione” di Galilea, quella che sigilla il Vangelo di Matteo – della quale parleremo -, ritorna questa misteriosa incapacità di riconoscere nel Cristo risorto il Gesù di Nazaret con cui si era vissuto per due o tre anni. Nota, infatti, Matteo: «Gli Undici gli si prostrarono innanzi; alcuni, però, dubitavano» (28,17). In un caso riferito da Luca, il Cristo che appare è scambiato dai discepoli con un fantasma ed egli per convincerli deve compiere un gesto “fisico” di riconoscimento.
Nella stessa linea si colloca quell’incontro nel Cenacolo che Giovanni distribuisce nell’arco di una settimana, prima coi discepoli assente Tommaso e poi con quest’ultimo (20,19-29). Anche qui c’è l’invito di Gesù a un contatto “fisico” per il riconoscimento: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato!» (20,27).
A questo punto è legittima una domanda: come può darsi che i discepoli non riconoscano subito Gesù nel Cristo risorto? Perché hanno bisogno di verifiche “fisiche”? La risposta che noi ora abbozziamo è stata ampiamente formulata e documentata nei moltissimi studi esegetici e teologici che sono sorti in questi ultimi anni attorno all’evento centrale della Pasqua cristiana. Essa ha come base l’evento pasquale che è, sì, un dato che incide nella storia e lascia tracce verificabili, ma è anche e soprattutto un evento trascendente, soprannaturale, misterioso, divino, che supera la storia.
Per avere il “riconoscimento” del Cristo risorto non basta essere stati con lui per qualche anno lungo le strade palestinesi, aver mangiato con lui, averlo ascoltato mentre parlava nelle piazze. È necessario avere un “canale” di conoscenza e di comprensione superiore, quello della fede. È solo attraverso l’adesione della fede che gli occhi si aprono: non per nulla, dicevamo, il primo a “riconoscere” Gesù risorto è il discepolo amato. Non per nulla è solo alla voce del Pastore, «che chiama le sue pecore per nome», che anche Maria Maddalena riscopre nella figura che le sta di fronte il Signore. In questo senso dobbiamo dire che l’esperienza delle “apparizioni” non è ristretta ai testimoni privilegiati delle origini che avevano incontrato anche il Gesù storico ma è aperta anche a tutti coloro che crederanno.
Significativo al riguardo è il racconto lucano dei discepoli di Emmaus. Luca, infatti, fa intravedere in filigrana la trama della celebrazione liturgica domenicale. Da un lato c’è la proclamazione della Parola di Dio, accompagnata dall’omelia: «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (24,27). Già a questo livello inizia a dissiparsi il velo dell’oscurità: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (24,32). D’altro lato, il racconto ha come approdo lo “spezzare del pane”, cioè l’eucaristia, che è il momento del “riconoscimento” pieno, è l’atto supremo di fede e di comunione col Risorto.
E necessario, perciò, ricondurre le “apparizioni” pasquali di Gesù al loro vero ambito di incontri e di esperienze di fede, spogliandole di tutti gli apparati paranormali o parapsicologici che talora sono immaginati da certe descrizioni superficiali o troppo letteraliste. Tuttavia c’è un altro dato da sottolineare. L’esperienza di fede non vuole dire fantasia, evanescenza, assenza del reale storico. Ecco perché nell’altra narrazione di Luca sopra citata si insiste sul Cristo che «mangia una porzione di pesce arrostito», come avverrà anche lungo il lago di Tiberiade secondo il Vangelo di Giovanni («Gesù prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce»). La Pasqua incide nella storia, Cristo non è un fantasma, la fede non è un’esperienza “spiritica”, la presenza di Gesù continua all’interno dei nostri giorni anche se in forma diversa, la sua azione all’interno di noi è così reale ed efficace da mutare radicalmente la vita di una persona come Paolo.
Oltre alle cosiddette “apparizioni di riconoscimento” i Vangeli ci offrono anche un altro schema narrativo che è stato chiamato dagli studiosi con la terminologia di apparizioni di missione. Il Cristo risorto incarica i discepoli di un compito missionario, ed è in questo il centro del racconto. L’“apparizione”, ambientata in Galilea, che fa da vertice al Vangelo di Matteo (28,16-20), è l’esempio più luminoso. Gli apostoli devono proclamare il Vangelo e battezzare, devono insegnare la morale cristiana e farla praticare, devono impegnarsi nell’evangelizzazione e nell’amministrazione dei sacramenti della salvezza. Ed è appunto questa la missione della Chiesa nata dalla Pasqua di Cristo. Anche la Maddalena è invitata ad «andare dai fratelli» per annunziare loro la risurrezione. Anche per Luca il Cristo che ascende alla gloria del cielo lascia come testamento ai discepoli che «nel suo nome devono essere predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme» (24,47). E tutta la seconda opera di Luca, gli Atti degli Apostoli, è la testimonianza di questo impegno missionario che ha la sua radice nella risurrezione del Signore.
Destinatari di questo incarico sono innanzitutto gli apostoli. Primeggia, infatti, nelle “apparizioni” pasquali la figura di Pietro, Cefa come lo chiama Paolo nella Prima lettera ai Corinzi. Anche Luca, quando i due discepoli di Emmaus ritornano la sera a Gerusalemme, fa rispondere loro da parte della comunità cristiana con questo annunzio: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Pietro!» (24,34). Accanto a Pietro ecco il gruppo degli Undici, ai quali si aggiungono altri discepoli non sempre nominati, come i sette del lago di Tiberiade o i due di Emmaus (dei quali un solo nome è evocato, Cleopa). Di Paolo si è già detto: nello stesso scritto indirizzato ai cristiani di Corinto egli dichiara: «Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro?» (9,1), mentre la triplice relazione che negli Atti degli Apostoli egli fa della sua conversione, avvenuta sulla strada di Damasco, ha al centro una vera e propria “apparizione” pasquale.
Come si è visto, i vangeli apocrifi – sorti dalla pietà popolare e intrisi spesso di leggende – hanno allargato l’orizzonte e hanno cercato di mettere Gesù risorto sulla strada di tanti personaggi evangelici, a partire proprio da sua madre Maria, che curiosamente nei Vangeli canonici non è destinataria di nessun incontro col Figlio risorto. Così, nel Vangelo di Gamaliele, un’opera copta (quindi egiziana) del V sec., Maria è consolata da Gesù: «Hai versato abbastanza lacrime. Colui che fu crocifisso è vivo e parla con te e ora indossa la porpora celeste». Maria allora risponde: «Sei tu dunque risorto, mio Signore e mio figlio? Felice risurrezione!». E s’inginocchia per baciarlo e per essere da lui benedetta mentre riceve la missione di «correre dai fratelli e portare la notizia e il felice annunzio della sua risurrezione dai morti».
Anche Pietro è di scena negli scritti apocrifi, ma lo è con un incontro inedito col Cristo risorto, un incontro che diverrà celebre nella tradizione popolare, tanto da offrire lo spunto a un famoso romanzo (e al relativo film), il Quo vadis? dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz (1846-1916), premio Nobel nel 1905. Il racconto originario è presente negli Atti di Pietro, un antico apocrifo composto tra il 180 e il 190: «Mentre attraversava la porta, Pietro vide il Signore che entrava in Roma e gli disse: “Signore, dove vai?”. Il Signore gli rispose: “Entro in Roma per essere nuovamente crocifisso”. Pietro, allora, rientrato in se stesso, vide salire il Signore in cielo. E se ne ritornò sereno a Roma». E ancor oggi, sulla via Appia antica, una chiesetta rifatta nel ’600 conserva la memoria di questo incontro.
Se continuiamo a sfogliare l’immenso materiale apocrifo a noi giunto troviamo anche un’apparizione pasquale riservata all’apostolo Bartolomeo nell’omonimo vangelo. In quell’occasione Gesù svela al discepolo tutti i segreti dell’Ade, cioè del soggiorno dei morti in cui il Cristo aveva trascorso il periodo tra la sua morte e l’alba di Pasqua. In un altro testo, da noi già citato, è Giuseppe d’Arimatea a incontrare il Signore risorto. Arrestato dai Giudei per aver offerto a Gesù il sepolcro, egli vede venir avanti nella prigione, durante la notte, Gesù col ladrone pentito: «Nella camera risplendette una luce accecante, l’edificio fu sospeso ai quattro angoli, si aprì un passaggio e io uscii. Ci mettemmo, allora, in cammino per la Galilea, mentre brillava attorno a Gesù una luce insopportabile ad occhio umano e dal ladrone emanava un gradito profumo che era quello del paradiso». Il Risorto apparve anche a Nicodemo, il capo dei farisei che aveva voluto un incontro notturno con Gesù. Ce ne parlano le Memorie di Nicodemo, un apocrifo giunto a noi in diverse redazioni e lingue. Dopo averlo vanamente cercato sui monti, Nicodemo apprende da Giuseppe d’Arimatea la notizia della risurrezione e può anch’egli incontrare il Signore risorto.
Ma l’apparizione apocrifa più sensazionale è quella riservata a Pilato e riferita dal citato Vangelo di Gamaliele. Il procuratore incontrò colui che egli ha condannato a morte in una visione notturna: «Lo vidi a fianco di me! Il suo splendore superava quello del sole e tutta la città ne era illuminata, ad eccezione della sinagoga degli Ebrei. Mi disse: “Pilato, piangi forse perché hai fatto flagellare Gesù? Non aver paura! Sono io il Gesù che morì sull’albero della croce e sono io il Gesù che oggi è risorto dai morti. Questa luce che tu vedi è la gloria della mia risurrezione che irradia di gioia il mondo intero! Corri dunque alla mia tomba: troverai le fasce mortuarie rimaste e gli angeli che le custodiscono; gettati davanti ad esse e baciale, diventa assertore della mia risurrezione e vedrai nella mia tomba grandi miracoli: i paralitici camminare, i ciechi vedere e i morti risorgere. Sii forte, Pilato, per essere illuminato dallo splendore della mia risurrezione che gli Ebrei negheranno”». E difatti Ponzio Pilato, giunto al sepolcro di Cristo, passerà di sorpresa in sorpresa, incontrando anche il ladrone risorto e diventando così quel santo che certe Chiese antiche d’Oriente inseriranno nel loro calendario.
Ma lasciamo queste e altre pie creazioni della fantasia popolare e ritorniamo, in conclusione, ai Vangeli canonici, alla loro sobrietà e purezza, alla loro intensità di rivelazione e di fede. Le apparizioni del Signore risorto, diversamente da tante pseudo-apparizioni o rivelazioni che anche ai nostri giorni affiorano qua e là e seducono molti, sono eventi non clamorosi, non smuovono il sole, non producono esaltazioni, non sono neppure accompagnate da grandi guarigioni e segni impressionanti. Sono solo (e questo è il tutto e la cosa fondamentale) la testimonianza della salvezza operata dal Cristo, il Figlio di Dio, all’interno della storia e del mondo. Entrato nel grembo del male, della morte e della terra, egli vi ha deposto il seme del divino e la scintilla dell’eterno. E per questo che «la morte è stata ingoiata per la vittoria»: sono queste le parole finali che l’apostolo Paolo indirizzava in quei giorni primaverili del 57 da Efeso ai cristiani di Corinto. Sono queste le parole decisive che ancor oggi la Chiesa indirizza a tutti coloro che nella liturgia incontreranno il Signore risorto e glorificato.

Publié dans:Gianfranco Ravasi |on 5 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

IL BIBLISTA: L’AMORE E IL RISPETTO NEI CONFRONTI DEI GENITORI, PRIMI MAESTRI DELLA FEDE – Ravasi, Serafini

http://www.stpauls.it/fc04/0411fc/0411fc89.htm

IV / ONORA IL PADRE E LA MADRE

IL BIBLISTA: L’AMORE E IL RISPETTO NEI CONFRONTI DEI GENITORI, PRIMI MAESTRI DELLA FEDE - Ravasi, Serafini

LE NOSTRE RADICI - 

Come il terzo comandamento riguardante il riposo festivo, anche il quarto è un precetto esposto in forma positiva, a differenza degli altri comandamenti del Decalogo, martellati da un severo « Non », seguìto dall’imperativo della proibizione («Non uccidere!»). Inoltre, quello sull’amore nei confronti dei genitori è l’unico comandamento a essere seguìto da una benedizione nella formulazione originaria biblica: «Onora tuo padre e tua madre, come il Signore tuo Dio ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sia felice nella terra che il Signore tuo Dio ti dà» (Deuteronomio 5,16).
Il verbo centrale del precetto è quell’ » onorare », in ebraico kabbed, un termine usato anche per la « venerazione » nei confronti di Dio, tant’è vero che il profeta Malachia appaia i doveri verso Dio con quelli verso i genitori: «Il figlio onora suo padre… Se io sono padre, dov’è l’onore che mi spetta? Dice il Signore degli eserciti» (1,6). Il vocabolo ha un arco di significati molto ampio e, oltre al rispetto, comprende il sostegno economico, l’obbedienza e l’amore.
Nell’Antico Testamento sono molteplici i passi che riprendono questo comandamento, talora con una veemenza particolare: «Colui che percuote suo padre o sua madre sarà messo a morte. Colui che maledice suo padre o sua madre sarà messo a morte» (Esodo 21,15.17). Al di là della pena di morte, legata alla cultura e alla società di allora, c’è anche l’idea di una « scomunica » del peccatore in questione dall’orizzonte vitale della comunità civile e religiosa.
Uno dei commenti più intensi e appassionati al quarto comandamento è, comunque, offerto da un sapiente biblico del II sec. a.C., il Siracide: invitiamo i nostri lettori a cercare nella loro Bibbia il capitolo 3 di questo autore e a meditarne l’appello caloroso, consapevoli che «la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati» (3,14). Anche Gesù sarà severo quando denuncerà la prassi, allora vigente, del qorban (« realtà sacra ») attraverso la quale ci si sentiva esentati dal dovere del sostentamento dei genitori anziani, dedicando a Dio in alternativa una cifra da offrire al tempio (Matteo 15,3-7). E Paolo ammonirà i figli cristiani: «Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché è giusto. « Onora tuo padre e tua madre »: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una lunga vita sopra la terra» (Efesini 6,1-3).
C’è una dimensione più vasta
Ma qual è il contenuto genuino del quarto comandamento secondo la visione generale biblica? Oltre all’aspetto direttamente familiare e tribale, per cui si deve favorire ed esaltare la famiglia nella sua struttura, il precetto ha una dimensione più vasta di taglio sociale. Nei genitori e nei figli, e nel loro rapporto corretto, si delinea il retto funzionamento di tutte le relazioni proprie della vita socio-politica. Si esalta, allora, il diritto-dovere di partecipare alla costruzione di una società armonica e giusta.
C’è, poi, un’altra prospettiva che potremmo chiamare tradizionale. I genitori incarnano la storia di una comunità coi suoi valori che devono essere trasmessi e attualizzati. Nell’onore da rendere ai genitori è, allora, implicito anche il riconoscimento della loro funzione di maestri, di tutori della tradizione, di custodi dell’eredità morale di una famiglia e di un popolo, di testimoni dei valori spirituali e religiosi.
Nel Salmo 78 si dice: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore e la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto… Egli ha posto una legge in Israele: ha comandato ai nostri padri di farle conoscere ai loro figli, perché le sappia la generazione futura, i figli che nasceranno. Anch’essi sorgeranno a raccontarlo ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia» (78,3-7).
Il quarto comandamento propone, perciò, un legame non solo biologico ma anche spirituale tra padri e figli, in un dialogo di valori trasmessi e accolti. Non per nulla il Concilio Vaticano II suggerisce che «i genitori devono essere per i figli i primi maestri della fede» (Lumen gentium n. 11). Infine, un biblista tedesco, R. Albertz, ha sottolineato in questo comandamento una dimensione che chiameremo psicofisica: il figlio, ormai autonomo e adulto, divenuto a sua volta responsabile della patria potestà, è invitato a sostenere moralmente ed economicamente i genitori, sorgente della sua vita, mentre essi si avviano verso il viale del tramonto fisico e psichico. È questo un capitolo importante in una società patriarcale com’era quella biblica, rilevante però anche ai nostri giorni con l’aumento della fascia sociale degli anziani.
Rimane, comunque, vivo l’appello a una serena e armonica convivenza familiare, perché – come ammonisce il libro dei Proverbi – «chi maledice il padre e la madre vedrà spegnersi la sua lucerna nel cuore delle tenebre» (20,20). Perciò, «ascolta tuo padre che ti ha generato e non disprezzare tua madre quando è vecchia!» (23,22).
Gianfranco Ravasi

Il « Decalogo » spiegato ai bambini
Onorare i genitori e gli altri. Così si onora anche Dio
Il quarto comandamento è: «Onora tuo padre e tua madre». Onorare significa anzitutto essere grati ai nostri genitori perché, partecipando all’opera di Dio che dona la vita, ci hanno fatto nascere. Onorare significa anche manifestare il nostro affetto ai genitori. Quando si è ancora bambini il modo migliore per farlo è obbedire a ciò che ci insegnano per il nostro bene. Diventando grandi bisogna continuare ad amare e rispettare i genitori, ma in modi diversi. Capita, quando si diventa grandi, di avere sempre tante cose da fare, lavorare, pensare alla casa, alla macchina, a questo e a quest’altro… Però in tutte queste « cose » non ci si deve dimenticare dei propri genitori. Poi, pian piano, papà e mamma diventeranno vecchi e saranno loro ad avere bisogno dei figli. «Onorare il padre e la madre» significa quindi essere sempre pronti ad aiutarli quando saranno loro ad avere bisogno di noi. Imparare a rispettare i genitori, a obbedire, ad amarli significa pure imparare a rispettare gli altri. Dai genitori si imparano anche le regole che permettono di stare bene con tutti. Sono regole piccole, come quelle di buona educazione, oppure un po’ più impegnative, come essere onesti e leali, rispettare le leggi eccetera. Sono regole che a volte possono apparirci fastidiose e noiose, ma invece sono importanti perché se non ci fossero, sarebbe difficile vivere insieme a tante persone in una città o in un paese. Quindi il Signore ci chiede anzitutto di volere sempre bene ai nostri genitori, che ci hanno fatto nascere e ci hanno aiutato a diventare grandi, ma anche di saper vivere con rispetto, sincerità e onestà con tutte le persone che incontriamo ogni giorno. Facendo tutto questo noi onoriamo anche il Padre nostro che è nei cieli.

Filippo Serafini

 

MARIA INCINTA DI GESÙ DI GIANFRANCO RAVASI (31 maggio festa della Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta)

https://liberstef.myblog.it/2008/12/30/maria-incinta-di-gesu-di-gianfranco-ravasi/

MARIA INCINTA DI GESÙ DI GIANFRANCO RAVASI

Pubblicato il 30 dicembre 2008

Fonte: L’Osservatore Romano di giovedì 25 dicembre 2008

Mistero e sacralità del concepimento

C’è un bellissimo proverbio dei Berberi, popolazione discendente dagli antichi Egizi e stanziata nelle regioni montuose dell’Algeria e del Marocco, che afferma: «Se una madre ha nel ventre il figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore». Tutte le grandi culture e le più modeste hanno sempre celebrato con rispetto e amore la gestazione. Si legga, solo per fare un esempio a noi vicino, la stupenda strofa del Salmo 139 che canta la misteriosa azione di Dio che sta «tessendo» e «impastando» la creatura umana all’interno del grembo della madre, realizzando così un vero capolavoro: «Sei tu che hai creato i miei reni, mi hai intessuto nel grembo di mia madre. Ti ringrazio perché con atti miracolosi mi hai fatto meraviglioso. Il mio scheletro non ti era nascosto quando fui plasmato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Anche l’embrione i tuoi occhi l’hanno visto e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni, già formati prima ancora che ne esistesse uno solo» (13-16). Le immagini sono quelle del tessitore e del vasaio: talora nell’arte egizia si raffigura nel grembo della donna incinta un tornio, simbolo del dio Khnum, il creatore. Giobbe, in un’altra strofa di grande suggestione, immagina che Dio sia nel grembo della madre – oltre che tessitore e vasaio – come un pastore che sta impastando una forma di cacio: «Sono state le tue mani a plasmarmi e a modellarmi in tutto il mio profilo (…) Come argilla mi hai maneggiato (…) Non mi hai forse colato come latte e fatto cagliare come cacio? Non mi hai rivestito di pelle e di carne, non mi hai intessuto di ossa e di tendini?» (10, 8-11). Secondo la curiosa scienza medica del tempo si riteneva che l’embrione fosse la semplice coagulazione del seme maschile, favorita dal mestruo della donna: tra l’altro, si deve notare che l’ovulo femminile verrà identificato solo nel 1827 da Karl Ernst von Baer. Il libro biblico della Sapienza, infatti, mette in bocca a Salomone queste parole: «Fui formato di carne nel seno d’una madre, durante dieci mesi (lunari), consolidato nel sangue mestruale, frutto del seme d’un uomo e del piacere compagno del sonno» (7, 1-2). Ma c’è qualcosa di più nella Bibbia: Dio chiama il feto non solo a essere creatura umana ma anche a una vocazione, a un destino, a una meta che l’esistenza dovrà poi attuare. Quante volte si ripete che Isacco, Sansone, Samuele, Isaia, Geremia, lo stesso Israele, il Servo del Signore, il Battista, Paolo e così via sono stati chiamati da Dio fin dal «seno materno». Per tutti citiamo un passo del racconto della vocazione di Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni!» (1, 5). Un padre della Chiesa di Cappadocia in Turchia, Gregorio di Nissa, fratello di san Basilio, vissuto nel iv secolo esclamava: «Il modo con cui l’uomo viene al mondo è inspiegabile e inaccessibile alla nostra comprensione. Come infatti il seme umano, questa sostanza umida, informe e fluida può solidificarsi divenendo una testa, gambe e costole, come può formare il cervello tenero e molle e la cassa ossea così dura e resistente che lo racchiude, come può in una parola produrre questo insieme così complesso che è il corpo? Il seme, prima informe, si organizza e cresce sotto l’effetto dell’arte ineffabile di Dio» (Patrologia Graeca, 46, 667). D’altronde, come si è detto, questa specie di sacralità del feto e del grembo materno è celebrata da tutti i popoli. Basta solo come esempio quanto è scritto nel celebre poema babilonese della creazione, l’Enuma Elish, nella vi tavoletta: «Il dio Marduk decise di creare un capolavoro. Voglio dire un reticolo di sangue, formare un’ossatura e suscitare un essere il cui nome sarà: Uomo. Sì, voglio creare un essere umano, un uomo!». Se ogni sbocciare della vita umana è un evento mirabile, se ogni esperienza di madre è straordinaria, unica è però l’«attesa» della donna di cui ora vorremmo parlare alle soglie del Natale, quella di Maria di Nazaret, incinta di Gesù. San Paolo, nell’unica menzione che ci offre della figura di Maria nei suoi scritti, la presenta semplicemente come madre del Cristo, «Figlio di Dio nato da donna, nato sotto la legge» (Galati, 4, 4). E non ci sarà nessun imbarazzo nell’arte cristiana, soprattutto nelle miniature dei libri d’ore, a raffigurare Maria gravida col ventre ormai ingrossato, mentre la Chiesa etiopica in un genere di inni detto malkee (effigie) esalta le parti del corpo di Maria, sulla scia dei ritratti della sposa presenti nel Cantico dei cantici (4 e 7), arrivando a identificare fino a 52 organi e benedicendo soprattutto il grembo che ha portato Gesù. Per Maria, come è noto dal Vangelo di Luca, tutto era iniziato in quel giorno in cui nel modesto villaggio di Nazaret ella aveva avuto un’esperienza eccezionale: è quella che si è soliti chiamare Annunciazione, una scena divenuta uno dei modelli più luminosi dell’arte cristiana. L’immaginazione di tutti corre, credo, in modo spontaneo all’intatto splendore dell’Annunciazione del Beato Angelico nel Convento di San Marco a Firenze. Noi, invece, immaginiamo ora di entrare nella Nazaret antica, il cuore dell’attuale città della Galilea. Allora essa era un villaggio insignificante e semitroglodita: infatti le povere case erano per buona parte addossate a grotte che fungevano da dispensa, da soggiorno estivo invernale, da camera per ospiti. Ora i pellegrini vedono incombere su Nazaret la mole della basilica francescana progettata dall’architetto italiano Giovanni Muzio e inaugurata nel 1969. Ma questo edificio, come è noto, ingloba nel suo interno non solo le reliquie dei precedenti edifici bizantini e crociati ma anche una grotta che fin dalle origini cristiane era stata una sorta di sinagoga-chiesa giudeo-cristiana gestita dai cosiddetti «fratelli del Signore», cioè i membri della sua parentela e del suo clan. Contadini e gente modesta, essi avevano però conservato il ricordo vivo e ininterrotto della residenza di Maria. Ed è su queste pareti molto umili che è stata trovata quella che potremmo definire come la prima Ave Maria. Ascoltiamo la testimonianza dello stesso scopritore, il francescano Bellarmino Bagatti, famoso archeologo, scomparso nel 1990: «Nell’intonaco dell’edificio-sinagoga si trovò un’iscrizione in caratteri greci. Essa recava in alto le lettere greche XE e, sotto, MAPIA. È ovvio riferirsi alle parole greche che il Vangelo di Luca mette in bocca all’angelo annunziatore: Cháire Maria (Ave Maria). L’ignoto autore di quell’iscrizione aveva insomma voluto ripetere il gentile saluto. Nell’intonaco di una colonna si è trovata quest’altra iscrizione: «In questo santo luogo di M(aria) ha scritto». Nell’intonaco di un’altra pietra, che contiene molti graffiti, ce n’è uno in armeno, nel quale si legge la parola keganuish, la quale è il titolo «bella ragazza» che gli armeni sogliono dare a Maria. Nella stessa casa di Maria si praticava il culto di lei fin dalle origini della Chiesa, perché lì essa era stata scelta a «madre di Cristo». Sullo sfondo di questa grotta che aveva accanto a sé una povera residenza la «bella ragazza» Maria riceve quell’annunzio assolutamente sorprendente: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (…) Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Luca, 1, 32-33.35). Le parole che l’angelo pronunzia assomigliano a un piccolo Credo che offre una perfetta definizione dell’identità del Cristo. Egli è il Grande in assoluto, re eterno, discendente davidico, Figlio dell’Altissimo e Figlio di Dio, il Santo per eccellenza. Non siamo di fronte, dunque, al pur mirabile mistero di ogni nascita umana ma a qualcosa di assoluto e di supremo, che non fiorisce dalle normali vicende della concezione e della procreazione. È per questo che il racconto lucano insiste sulla verginità di Maria: «Non conosco uomo», essa risponde all’angelo. Più che all’intenzione di conservare la verginità anche durante il matrimonio come voto, come voleva l’interpretazione di alcuni Padri della Chiesa, questa frase rimanda al mistero che l’evangelista vuole esaltare. Gesù non nasce dalla carne e dal sangue ma dallo Spirito Santo. Pur percorrendo la via biologica dell’embrione, del feto e del neonato, egli non è concepito dal seme di Giuseppe ma dall’ingresso di Dio stesso, attraverso il suo Spirito fecondatore, nel grembo di Maria che Luca compara all’arca dell’alleanza di Sion. Infatti, nell’originale greco abbiamo kecharitoméne, che è un participio passivo «teologico», cioè avente come soggetto sottinteso Dio: Maria è stata pervasa dalla grazia divina che risplende nel Figlio Gesù, la presenza perfetta di Dio tra gli uomini. Di fronte allo sconcerto di Maria e alla sua esitazione, san Bernardo costruisce una deliziosa meditazione: «L’angelo aspetta la tua risposta, o Maria! Stiamo aspettando anche noi, o Signora, questo tuo dono che è dono di Dio. Sta nelle tue mani il prezzo del nostro riscatto. Rispondi presto, o Vergine, pronuncia, o Signora, la parola che terra e inferi e persino il cielo aspettano. Apri dunque, o Vergine beata, il tuo cuore alla fede, le tue labbra alla parola, il tuo seno al Creatore. Ecco, colui che è il desiderio di tutte le genti, sta fuori e bussa alla tua porta (…) Alzati, corri, apri! Alzati con la tua fede, corri col tuo affetto, apri col tuo consenso». L’esegeta americano Raymond Edward Brown nel suo saggio sulla Nascita del Messia (edizioni Cittadella) mette giustamente a confronto le due annunciazioni parallele, quella a Elisabetta per la nascita del Battista e quella a Maria, e conclude: «Nell’annunciazione della nascita di Giovanni Battista ci troviamo di fronte a un ardente desiderio e a una preghiera da parte dei genitori che sentono molto la mancanza di un figlio; siccome, però, Maria è una vergine che non è ancora andata a vivere con il proprio marito, non esiste da parte sua ardente desiderio o umana attesa di avere un figlio: si tratta della sorpresa della donazione. Non si ha più a che fare con la supplica da parte dell’uomo e il generoso esaudimento da parte di Dio: qui ci troviamo davanti all’iniziativa di Dio che oltrepassa qualsiasi cosa sognata da uomo o da donna». Per un momento lasciamo il testo evangelico e inoltriamoci nel mondo della pietà popolare dei primi secoli, rappresentato soprattutto dai cosiddetti Vangeli apocrifi, espressione di fede e di folclore, di storia e di fantasia. Scegliamo il testo più famoso, il Protovangelo di Giacomo (ma sarebbe meglio chiamarlo La Natività di Maria), scoperto da un umanista francese, Guglielmo Postel, morto nel 1582, opera da collocare già nel ii secolo. L’annunciazione a Maria viene descritta in due tappe: la prima alla fontana del villaggio, che ancor oggi è indicata a Nazaret e la cui sorgente è all’interno dell’attuale chiesa ortodossa di San Gabriele; la seconda all’interno della sua abitazione. Leggiamo la narrazione: «Presa la brocca, Maria uscì ad attingere acqua. Ecco all’improvviso una voce: Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta fra le donne! Maria guardava intorno, a destra e a sinistra, per scoprire donde veniva la voce. Tutta tremante, tornò a casa, posò la brocca, prese la porpora, si sedette su uno sgabello e si mise a filare. Ma ecco un angelo del Signore davanti a lei: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Signore di tutte le cose. Tu concepirai per la sua parola! Udendo ciò, Maria restò perplessa, pensando: Dovrò io concepire per opera del Signore Dio vivente e poi partorire come ogni altra donna? Ma l’angelo del Signore le disse: Non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra la potenza del Signore. Perciò l’essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell’Altissimo». Ritornando al testo evangelico di Luca, Maria, in seguito alla sua accettazione, espressa con la formula solenne: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Luca, 1, 38), diventa incinta di Gesù. La liturgia cristiana, collocando convenzionalmente la nascita di Cristo il 25 dicembre, sovrapponendola alla festa pagana del dio Sole, ha retrodatato secondo i regolari nove mesi di gestazione l’annunciazione a Maria, datandola al 25 marzo. Questa solennità, che giustamente è definita dalla liturgia «festa del Signore», apparve nel vi secolo in Asia Minore e fu accolta anche a Roma da Papa Sergio (687-701). Famoso è il suo bel prefazio ancor oggi usato, ispirato – pare – all’antica liturgia ispanica: «All’annunzio dell’angelo la Vergine accolse nella fede la tua parola e per l’azione misteriosa dello Spirito Santo concepì e con ineffabile amore portò in grembo il primogenito della nuova umanità». Ma questa improvvisa e sorprendente maternità di Maria creò sconcerto anche in un’altra persona, il promesso sposo Giuseppe. Nella prassi matrimoniale ebraica antica il fidanzamento era considerato a tutti gli effetti il primo atto del matrimonio stesso. A segnalarci questo sconcerto è l’evangelista Matteo che ci narra l’annunciazione a Giuseppe. Di fronte al desiderio di Giuseppe di «ripudiare» – sia pure senza un processo pubblico e col relativo atto ufficiale di ripudio – Maria incinta (per reazione umana o per rispetto di fronte al mistero che si compiva in lei? Il testo matteano può essere interpretato in entrambi i modi), l’angelo Gabriele invita lo sposo promesso di Maria a completare la prassi matrimoniale e a divenire il padre legale di Gesù: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù» (1, 20-21). Molto più pittoresca è, invece, la relazione che gli apocrifi fanno della reazione di Giuseppe di fronte alla scoperta della gravidanza di Maria. Lasciamo ancora la parola al Protovangelo di Giacomo: «Maria era ormai al sesto mese. Giuseppe, tornato a casa dal lavoro, la vide incinta. Allora si schiaffeggiò la faccia, si gettò a terra su un sacco, pianse amaramente e disse: Come farò a guardare e pregare il Signore per lei? L’ho ricevuta vergine dal tempio del Signore e non l’ho custodita! Chi l’ha insidiata? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia contaminandola? Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse: Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore tuo Dio? Perché hai avvilito l’anima tua, tu che sei stata allevata nel Santo dei Santi e ricevevi il cibo dalla mano di un angelo? Maria si mise a piangere amaramente: Io sono pura, non conosco uomo! E Giuseppe: Da che parte viene, allora, quello che hai nel ventre? Maria rispose: Quanto è vero il Dio vivente, questo che è in me non so donde sia!». Confortato dall’angelo, Giuseppe è però costretto dai sacerdoti a sottoporre Maria a una specie di ordalia, detta «della gelosia», e descritta nel capitolo 5 del libro biblico dei Numeri. Essa consisteva nel bere una pozione, chiamata «acqua della prova», che avrebbe rivelato il peccato, facendo morire l’adultera. Maria, sottoposta a questa verifica rituale, ne esce sana e salva. Più aspra e sarcastica sarà, invece, la reazione del mondo giudaico dei primi tempi cristiani nei confronti della concezione verginale di Maria. La testimonianza che abbiamo al riguardo è particolarmente complessa. Essa ci proviene da un autore cristiano, Origene, che cita polemicamente il filosofo platonico del ii secolo, Celso, il quale nella sua opera Dottrina verace presentava a sua volta le argomentazioni di un giudeo ostile al cristianesimo. Ora, una delle accuse riguarda proprio «la storia della nascita di Gesù da una vergine». In realtà, stando sempre al giudeo di Celso, le cose sarebbero andate ben diversamente: «Gesù era originario di un villaggio della Giudea e aveva avuto per madre una povera indigena che si guadagnava da vivere filando. Accusata di adulterio, perché resa incinta da un certo soldato di nome Panthera, fu scacciata da suo marito, un artigiano. Errando in modo miserevole, dette alla luce di nascosto Gesù. Costui, cresciuto, spinto dalla povertà, andò in Egitto a lavorare; qui apprese alcune di quelle arti segrete per cui gli Egiziani sono celebri, ritornò dai suoi tutto fiero per le arti apprese e grazie ad esse si autoproclamò Dio» (Contro Celso, 1, 28.32). Effettivamente alcuni rabbini dei primi anni del secondo secolo chiamano Gesù «figlio di Panthera», una tradizione che continuerà nel giudaismo fino al Medioevo quando nell’opera Generazioni di Gesù si dichiarerà «Giuseppe Pandera» padre di Gesù. Non è da escludere che questo nome «Panthera» non sia che una deformazione della parola greca parthènos, «vergine», che i cristiani applicavano a Maria. Si confermava così, sia pure indirettamente, la dottrina cristiana della verginità di Maria, considerata come un dato comune nella Chiesa delle origini. Una curiosa testimonianza indiretta ci è offerta anche da una frase del celebre prologo del Vangelo di Giovanni, passibile di una duplice lettura, stando ai testi antichi che ce l’hanno trasmesso. Una prima lettura suona così: i figli di Dio, che credono in Cristo, «non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Giovanni, 1, 13). Un’altra lettura, che è attestata anche dai Padri della Chiesa del ii secolo, legge al singolare la frase così da trasformarla in una professione di fede nella concezione verginale di Cristo, «il quale non da sangue – in greco si ha il plurale «sangui» – né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio fu generato». Il plurale «sangui» si spiegherebbe secondo le leggi levitiche della purificazione della donna (Levitico, 12, 4.7; 20, 18). Sta di fatto, comunque, che la frase così letta dichiarerebbe esplicitamente che il figlio di Maria è «l’Unigenito venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità», come ancora si legge nel prologo giovanneo (1, 14), e non giunto a noi attraverso i processi genetici umani. Se, però, si volesse tentare una strada di taglio «comparativistico», considerando la verginità di Maria come un reperto mitologico desunto da qualche altro orizzonte storico-culturale, al di là delle varianti strutturali e tematiche, varrebbe sempre la considerazione che l’allora teologo Joseph Ratzinger proponeva nella sua famosa Introduzione al cristianesimo: «Le leggende extrabibliche di questo tipo sono profondamente diverse dal racconto della nascita di Gesù, sia nel loro vocabolario sia nella loro morfologia concettuale. La divergenza centrale sta nel fatto che, nei testi pagani, la divinità appare quasi sempre come una potenza fecondatrice, generatrice, ossia sotto un aspetto più o meno sessuale, e quindi in veste di ‘padre’ in senso fisico del bimbo redentore. Nulla di tutto ciò nel Nuovo Testamento: la concezione di Gesù è una nuova realtà, non una generazione da parte di Dio. Pertanto, Dio non diventa suppergiù il padre biologico di Gesù». Oltre alla demitizzazione c’è, dunque, una dematerializzazione da introdurre per comprendere correttamente l’originalità dell’evento della generazione di Cristo. Ma ritorniamo ai mesi dell’attesa di Maria. Luca ci offre un episodio, quello della visita di Maria alla cugina Elisabetta anch’essa incinta, in cui riappare il mistero di ciò che sta germogliando nel grembo della madre di Gesù. La narrazione ha come sfondo «la montagna e una città di Giuda» anonima, che però la tradizione bizantina e crociata ha voluto identificare con Ain Karim («sorgente della vigna»), un delizioso villaggio ormai aggregato a Gerusalemme. Esso è ora dominato dal santuario francescano della Visitazione, eretto nel 1939, nel cui cortile esterno è riprodotto, su maioliche in decine e decine di lingue diverse, il canto di Maria, il Magnificat. Ma sono le parole di Elisabetta a esaltare la gestazione di Maria. Infatti, se è vero che il bimbo di Elisabetta, il futuro Giovanni Battista, «esulta di gioia nel suo grembo» appena udita la voce di Maria, la benedizione più solenne è riservata alla «madre del Signore»: «Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!». Si tratta di una frase modellata sull’Antico Testamento, ed entrata poi nella più celebre e costante preghiera mariana, l’Ave Maria. Tutta la prima Alleanza incarnata dal Battista, l’ultimo dei profeti, si rivolge al Figlio di Dio e a sua madre accogliendoli con amore e gioia. Maria resta circa tre mesi dalla cugina, fino alla nascita di Giovanni e poi ritorna a casa sua (cfr. Luca, 1, 56). Ormai anche per lei si avvicina progressivamente il grande momento del parto. L’evangelista, infatti, ci aveva ricordato che Maria aveva ricevuto l’annunciazione «nel sesto mese» dalla concezione del Battista. Quando le ultime settimane stanno per scadere, ecco l’incubo del censimento di Quirinio. Lasciamo ancora la parola a Luca: «Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo» (2, 4-7). Gli apocrifi non si accontentano della sobrietà asciutta del racconto evangelico e quei particolari momenti li vogliono seguire con maggior colore e fantasia. Ecco come il citato Protovangelo di Giacomo descrive quel viaggio (a cui partecipa anche un figlio avuto da Giuseppe, vedovo di un precedente ipotetico matrimonio): «Giuseppe sellò l’asino e vi fece sedere Maria. Il figlio di lui tirava la bestia e Giuseppe li accompagnava. Giunti a tre miglia da Betlemme, Giuseppe si voltò e la vide triste. Disse tra sé: Ormai è ciò che è in lei a crearle travaglio. Ma, voltatosi poco dopo, vide che rideva. Le chiese: Cos’hai, Maria, che vedo il tuo viso ora sorridente ora triste? Rispose: È perché io vedo coi miei occhi due popoli: uno piange e fa cordoglio, mentre l’altro è pieno di gioia ed esulta. Giunti a metà strada, Maria disse a Giuseppe: Calami giù dall’asino perché colui che è in me ha fretta di venire fuori. Egli la calò giù e le disse: Dove posso condurti per mettere al riparo il pudore? Il luogo, infatti, è deserto. Trovò però una grotta, ve la condusse e lasciò presso di lei suo figlio e corse a cercare un’ostetrica nella regione di Betlemme». E da questo momento in avanti comincia per questo autore ignoto del ii secolo una sfilata di prodigi che accompagneranno la nascita del Cristo. Noi ci fermiamo qui davanti a Maria, alle soglie del parto, di quel momento in cui, come dirà Gesù nell’ultima sera della sua vita terrena, «la partoriente è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bimbo, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Giovanni, 16, 21). Lo zelo di alcuni scrittori cristiani antichi e di alcuni mariologi aveva negato a Maria le doglie del parto, considerate frutto del peccato originale. In realtà nel testo della Genesi, come altrove nella Bibbia, le doglie sono usate come simbolo per indicare piuttosto la frattura che il peccato ha introdotto nell’armonia dell’amore di coppia e nella stessa generazione. L’esperienza della gestazione e di quei dolori, come dice Gesù, in realtà dona una ricchezza particolare alla donna. Una ricchezza che in Maria raggiunse l’ineffabile. Un’esperienza che solo Maria poté assaporare e che noi possiamo soltanto immaginare. Una maternità che sorprendentemente lo scrittore e fìlosofo ateo francese Jean-Paul Sartre ha ben rappresentato anche sotto l’aspetto «psicologico» nel suo primo testo teatrale, Bariona o il figlio del tuono, composto per il Natale del 1940 nello Stalag xiiD nazista di Treviri, dove era stato internato. Scrive infatti: «Maria avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatto di me. Ha i miei occhi. La forma della sua bocca è la forma della mia. M’assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola. Un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride e respira. Un Dio che si può toccare e che ride».

COME LA PIOGGIA E LA NEVE (Is 55, 10-11) – Gianfranco Ravasi

http://www.cultura.va/content/cultura/it/organico/cardinale-presidente/texts/famiglia-cristiana-articoli0/come-la-pioggia-e-la-neve.html

COME LA PIOGGIA E LA NEVE (Is 55, 10-11) – Gianfranco Ravasi

Come la pioggia e la neve scendono dal cielo, e non vi ritornano senza averla irrigata, fecondata e fatta germogliare, per dare seme al seminatore e pane a chi mangia, così sarà della parola uscita dalla mia bocca. (Isaia  55,10-11)
         La parola ebraica majîm, “acqua”, risuona 580 volte nell’Antico Testamento, come l’equivalente greco hydôr ritorna 76 volte nel Nuovo Testamento (metà di esse nel solo Vangelo di Giovanni). Circa 1500 versetti dell’Antico e oltre 430 del Nuovo Testamento sono “intrisi” d’acqua perché – oltre ai vocaboli citati – c’è una vera e propria costellazione di realtà che ruotano attorno a questo elemento vitale, a partire dal mare che spesso ha connotati negativi, quasi fosse simbolo del caos che attenta al creato, passando attraverso le piogge (che in ebraico hanno nomi diversi secondo le stagioni), le sorgenti, i fiumi, i torrenti, i canali, i pozzi, le cisterne, la neve e così via.
         Si comprende, allora, perché l’acqua si trasformi in un emblema di Dio che in un Salmo “primaverile”, il 65, è celebrato come il supremo agricoltore che irriga le campagne col carro delle acque. Anche nella letteratura dei Cananei, gli indigeni della Terra Santa, si cantava «la pioggia effusa dal Cavaliere divino delle nubi versate dalle stelle», mentre il bacio fecondo del dio Baal faceva germogliare la vegetazione e il temporale era concepito come il suo orgasmo che donava alla terra arida e assetata il seme vitale della pioggia. A questa visione “panteistica” e materialista la Bibbia si oppone e vede nella «sorgente di acqua viva» (Geremia 2,13) solo un simbolo del Signore.
         Nel frammento che ora proponiamo – e che costituisce in pratica l’ultima pagina del cosiddetto Secondo Isaia (capp. 40-55), profeta anonimo del VI sec. a. C. la cui opera è entrata nel libro del grande Isaia (VIII sec. a. C.) – l’acqua, unita alla neve, diventa invece un segno della parola di Dio senza la quale l’esistenza umana si tramuta in un deserto sterile. Ciò che il profeta vuole marcare è soprattutto la fecondità e l’efficacia di questa parola, comparata al tipico processo naturale della pioggia, dell’evaporazione, delle nubi e della nuova pioggia. È un ciclo vitale che trasforma la nostra vicenda umana quasi in una parola divina capace, a sua volta, di rendere fertili altri ambiti della storia.
         Soprattutto si insiste sul vigore che ha in sé la parola di Dio: essa «non ritorna a me – dice il Signore – senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». Come è evidente, l’immagine idrica trascolora e trapassa in quella di un messaggero celeste che ritorna dal suo Re dopo aver compiuto la sua missione. Lasciamo, però, questa suggestiva raffigurazione della rivelazione divina, fonte di vitalità spirituale, e ritorniamo alla più realistica pioggia da cui siamo partiti, che è anch’essa principio di vitalità ma fisica.
         Concluderemo, dunque, con un’invocazione delle Diciotto Benedizioni, testo capitale del culto giudaico: «Siano rugiada e pioggia come una benedizione su tutta la superficie della terra. Benedici i prodotti della terra perché ne goda il mondo intero e concedi benedizione, abbondanza e successo all’opera delle nostre mani!».

Publié dans:Gianfranco Ravasi |on 22 mai, 2018 |Pas de commentaires »

SANTA MARIA MADDALENA TROPPI EQUIVOCI ! – Gianfranco Ravasi

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SANTA MARIA MADDALENA TROPPI EQUIVOCI ! -Gianfranco Ravasi

La stessa tradizione cristiana confuse la Maddalena
prima con una prostituta, poi con la sorella di Marta e Lazzaro:
ma la deformazione vera nacque con lo gnosticismo.

(« Avvenire », 3/1/’07)

Una storia di equivoci è quella che ha segnato fin dalle origini la figura di Maria proveniente da Magdala, un villaggio posto sulla costa occidentale del lago di Tiberiade, allora centro commerciale ittico, tant’è vero che in greco si chiamava Tarichea, cioè «pesce salato». Da questa località, Maria emerge all’improvviso nel Vangelo di Luca (8, 1-3), in un elenco di discepole di Cristo. Il ritratto è abbozzato con una sola pennellata: «Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni». Il «demonio» nel linguaggio evangelico non è solo radice di un male morale ma anche fisico che può pervadere una persona. Il «sette», poi, è il numero simbolico della pienezza. Non possiamo, dunque, sapere molto sul male grave, morale o psichico o fisico che colpiva Maria e che Gesù le aveva eliminato. La tradizione popolare, però, nei secoli successivi non ha avuto esitazioni e ha fatto diventare Maria Maddalena una prostituta. Ma perché? La risposta è semplice: nella pagina evangelica precedente, il capitolo 7 di Luca, si narra la storia di un’anonima «peccatrice nota in quella (innominata) città». L’applicazione era facile ma infondata: questa «peccatrice» pubblica dovrebbe essere Maria di Magdala, presentata poche righe dopo! A lei venne, allora, attribuita tutta la vicenda raccontata dall’evangelista. Saputo della presenza di Gesù a un banchetto in casa di un notabile fariseo, essa aveva compiuto un gesto di venerazione e di amore particolarmente apprezzato dal Cristo: aveva cosparso di olio profumato i piedi del rabbì di Nazaret, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli.
A questo primo equivoco ne subentrava un altro, in una specie di giuoco delle sovrimpressioni. È noto, infatti, che nel capitolo 12 di Giovanni, Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, amici di Gesù, compie lo stesso gesto – che, tra l’altro, era segno di ospitalità e di esaltazione dell’ospite – dell’anonima peccatrice di Luca. Infatti, durante il pranzo, «cosparge i piedi di Gesù con una libbra di olio profumato di vero nardo assai prezioso e li asciuga coi suoi capelli». È così che nella tradizione cristiana Maria di Magdala viene trasformata in Maria di Betania, sobborgo di Gerusalemme! Frattanto, però, Maria Maddalena era effettivamente giunta a Gerusalemme alla sequela di Gesù per vivere con lui e coi discepoli le sue ultime ore tragiche. Tutti gli evangelisti sono, infatti, concordi nel segnalare la sua presenza al momento della crocifissione e della sepoltura di Cristo. Ed è proprio accanto a quella tomba nella luce ancora pallida dell’alba di Pasqua che il Vangelo di Giovanni (20, 11-18) ambienta il celebre incontro tra Cristo e Maria di Magdala.
Come è noto, Maria scambia il Cristo col custode dell’area cemeteriale. Ora, la «cecità» è tipica di alcune apparizioni del Risorto: si pensi solo ai discepoli di Emmaus che gli camminano insieme per ore senza riconoscerlo (« Luca » 24, 13-35). Il significato è naturalmente teologico: pur essendo ancora Gesù di Nazareth, il Cristo glorioso travalica le coordinate umane, storiche e fisiche. Per poterlo «riconoscere» è necessario mettersi su un canale di conoscenza trascendente, quello della fede. È per questo che, solo quando si sente chiamata per nome in un dialogo personale, Maria lo «riconosce» chiamandolo in aramaico « Rabbuní », «mio maestro». Ma in agguato per la Maddalena ci sono altri equivoci.
Usciamo dai Vangeli canonici ed entriamo nel mondo, magmatico e insicuro, degli apocrifi gnostici, sorti nella cristianità d’Egitto attorno al III secolo. Ora, in alcuni di questi scritti Maria di Magdala viene identificata con Maria , la madre di Gesù! Identificazione, certo, nobilissima, ma che ancora una volta impediva a questa donna di conservare la sua identità personale. Anzi, la trasfigurazione raggiungerà in quegli scritti una tale altezza da sciogliere la figura di Maria Maddalena fino a renderla quasi un’idea, un simbolo, a Sapienza per eccellenza. E questo risultato viene paradossalmente ottenuto attraverso un’immagine sulla quale la lettura posteriore con malizia ricamerà allusioni voluttuose ed erotiche. Si legge, infatti, nel vangelo apocrifo di Filippo, scoperto nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto: «Il Signore amava Maria Maddalena più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli, vedendolo con Maria, gli domandarono: Perché l’ami più di tutti noi?»
Ce n’è abbastanza per chi, ignaro di simbolica biblica (la Sapienza esce dalla bocca dell’Altissimo secondo l’Antico Testamento), voglia seminare sospetto su Maria e su Gesù, fantasticando una relazione sessuale tra i due. In realtà, in tutti gli scritti gnostici cristiani la Maddalena è solo l’esempio della conoscenza piena dei misteri divini. In un altro testo gnostico, il trattato « Pistis Sophia », ove appare per ben 77 volte, la Maddalena diventa l’emblema dell’umanità redenta di tipo androgino (un’altra deformazione!) perché, secondo Paolo, «non ci sarà più né uomo né donna ma tutti saranno uno in Cristo Gesù» (« Galati » 3, 28). Ma la sua funzione di segno della Sapienza divina sarà esplicita in questa beatitudine messa in bocca a Gesù dall’autore gnostico: «Te beata, Maria, ti renderò perfetta in tutti i misteri dell’alto. Parla apertamente tu, il cui cuore è rivolto al Regno dei cieli più di tutti i tuoi fratelli!» (17, 2). Una santa vittima di equivoci, quindi, sospesa tra due estremi: carnalmente abbassata a prostituta o ad amante, spiritualmente elevata a Sapienza trasfigurata. Per fortuna l’unico che la chiamò per nome, Maria, e la riconobbe confermandola come sua discepola fu proprio Gesù di Nazareth, in quell’alba di Pasqua.

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