Archive pour septembre, 2018

Mc 9,38-43.45.47-48

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LO SPIRITO DEL DIALOGO E DELL’APERTURA

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LO SPIRITO DEL DIALOGO E DELL’APERTURA

padre Gian Franco Scarpitta

E’ risaputo che tante volte, quando vediamo gli altri migliori di noi o più fortunati di noi possiamo essere colti da invidia e dal desiderio di possedere qualità che sono proprie di altri e di cui noi vorremmo disporre. Anche nell’ambito della medesima professione che si svolge possiamo usare gelosia nei confronti di colleghi che, lavorando sullo stesso campo, se la cavano meglio di noi e quando certuni raggiungono un traguardo o conseguono un premio, invidia e gelosia si accrescono. Vittime di orgoglio e di presunzione, in casi come questi dovremmo in realtà rallegrarci che altri siano migliori e che raggiungano meritate posizioni; altrettanto dovremmo essere contenti che altri svolgano il nostro lavoro con maggiore efficienza di noi, poiché ciò che conta è appunto che un determinato ruolo venga puntualmente eseguito. Dovremmo omettere di considerarci più meritori degli altri, come se soltanto noi avessimo qualità e carismi e riconoscere le qualità e le potenzialità altrui; e se questo vale in ambito della vita comune, ancora più valore assume nella vita cristiana. Sia nella prima lettura che nella pagina evangelica di oggi si parla di persone non appartenenti allo stesso partito intrapreso, non professanti la stessa fede e lontani dalla scelta di vita comune, che tuttavia vengono approvati quando svolgono la medesima opera dei credenti e dei profeti. Per meglio spiegarci, la pagina evangelica dei Numeri vede che, oltre ai 70 anziani prestabiliti al profetismo, che ricevono lo stesso spirito di profezia di Mosè, vi sono altri due uomini, apparentemente esclusi dalla grazia divina, che vengono parimenti rivestiti dello stesso spirito e che si mettono a profetizzare come tutti gli altri. Il che suscita lo stupore e la disapprovazione di Giosue, che sarà chiamato a condurre il popolo d’Israele all’interno della terra promessa. Questi non vorrebbe che due uomini, lontani dai primi 70, profetizzassero.

Nella pagina del vangelo Gesù placa l’animo di Giovanni che ha visto qualcuno scacciare i demoni nel nome di Gesù pur non essendo suo discepolo. Nell’uno e nell’altro caso la soluzione è esaltante: non va impedito a nessuno di essere apportatori dei benefici della grazia di Dio e chiunque voglia operare nel nome di Gesù pur non essendo suo discepolo svolge sempre un’opera gradita allo stesso Signore: “Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me.” Un’opera buona qualsiasi, non importa da chi provenga, corrisponde sempre all’adempimento della volontà del Signore. Un qualsiasi atto d’amore è sempre il contrassegno della presenza di Dio in mezzo a noi, non importa se a compierlo è chi non ha la nostra stessa fede. Chiunque opera il bene viene da Dio e da Dio è approvato. Del resto non possiamo non riconoscere che tanti doni, carismi e qualità possono presenziare anche al di fuori della nostra religione, e non dovremmo meravigliarci nel constatare che vi sono eloquenti qualità anche presso altri popoli e altre religioni. Per il semplice motivo che lo stesso Spirito Santo, agente di santificazione e fautore di doni e di carismi, agisce ed edifica anche fuori dalla nostra religione e le risorse di umanità e di spiritualità edificante si trovano con abbondanza anche in altre dimensioni lontane dalla nostra. Esse sono opera dello stesso Spirito.

Proprio per questo, specialmente attraverso i pontefici più recenti, la Chiesa pur riaffermando di essere l’unica depositaria della verità, pur annunciandosi come unica Istituzione voluta da Dio per la salvezza e pur rivendicando per sé la legittima autorità in ambito spirituale, non omette di considerare che parecchi elementi di edificazione spirituale si trovano anche presso altre professioni religiose. Siamo invitati certamente a guadare alla Chiesa come unica Madre e Maestra e ad attingere a lei tutti gli elementi di grazia e di salvezza, ciononostante non possiamo negare che lo Spirito Santo agisca anche in altri luoghi ben lontani da noi e che elementi di verità possono trovarsi anche nel mondo ateo oltre che nelle altre religioni.

Che occorra usare prudenza e discrezione nei confronti delle chiese non cattoliche a scopo proselitistico è innegabile e non sarà mai abbastanza nella nostra pastorale raccomandare massima attenzione alle varie dottrine che ci vengono propinate; ciononostante non possiamo non considerare la varietà dei doni e delle risorse edificanti che ci vengono comunicati dalle religioni protestanti o da altre non cristiane. Personalmente sono sempre rimasto affascinato dagli scritti e dalle massime di saggezza di Confucio e anche diverse Sure del Corano mi sono parse molto belle ed edificanti. Lo Spirito Santo è davvero fautore di doni e di carismi e davvero soffia dove vuole e giammai dovremmo avere l’idea che esso sia appannaggio dei soli cristiani.

Nelle sue “apologie” Giustino parlava dei “loci spermatikoi”, ossia dei semi che lo stesso Verbo Incarnato ha disseminato presso tutte le culture in modo che, sia pure indirettamente, anche altri popoli e altre nazioni, possano aderire a Lui.

Generalmente siamo propensi ad additare protestanti e non credenti quando si pronuncino su argomenti insulsi e fuori luogo; poche volte invece consideriamo il bene che essi possono comunicarci anche per la stessa edificazione della nostra Chiesa Cattolica.

Non siamo noi a dover indirizzare lo Spirito Santo, ma lui ci indirizza a un giudizio più maturo ed equilibrato, che associ la prudenza con il dialogo e con l’apertura.

Publié dans:OMELIE |on 28 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Angelo (Natività, particolare), Pinturicchio

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Publié dans:immagini sacre |on 25 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

GRANDIOSITÀ E BELLEZZA DELLA LUCE – BASILIO IL GRANDE, ESAMERONE, 2,7

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GRANDIOSITÀ E BELLEZZA DELLA LUCE – BASILIO IL GRANDE, ESAMERONE, 2,7

« E Dio disse: «Sia la luce» (Gen 1,3)! La prima parola di Dio creò la luce, dissipò le tenebre, allontanò la tristezza, illuminò il cosmo, rivestì ogni cosa di un aspetto gradevole e giocondo.
Apparve, infatti anche il cielo, prima nascosto nelle tenebre; apparve la sua bellezza, tanto grande come anche adesso gli occhi possono testimoniare. L’aria stessa brillava, o meglio tratteneva in sé tutta la luce, inviandone grandiose inondazioni per tutta la sua estensione. Attraverso l’aria, infatti, la luce giunse, in alto, sino all’etere e al cielo; in latitudine, illuminò tutte le regioni del mondo: da quella boreale a quella australe, dall’oriente all’occidente; tutto nel breve spazio di un momento.
L’atmosfera, infatti, è così sottile e trasparente che la luce, per attraversarla non ha bisogno di alcun intervallo di tempo. Come il nostro sguardo percepisce immediatamente gli oggetti sui quali si posa, con altrettanta rapidità, in un tempo che nessuno potrebbe immaginarsi più breve, l’atmosfera accoglie dappertutto i raggi della luce.
Dopo l’apparizione della luce, anche il cielo divenne più giocondo e le acque più limpide, non soltanto accogliendo la luce, ma anche riflettendola in ogni punto con innumerevoli scintillii.
La parola divina donò ad ogni cosa un aspetto bellissimo e piacevolissimo. Come coloro che, immergendosi, versano dell’olio in fondo all’acqua, per rischiarare quel punto; allo stesso modo il Creatore, non appena ebbe parlato, subito recò al mondo la grazia della luce.
«Sia la luce». E il comando era subito attuato, così fu creato qualcosa di cui la mente umana non può immaginare nulla di più giocondo e di più bello.
Quando poi parliamo della voce o della parola o del comando di Dio, non intendiamo affermare che la parola divina costituisca un suono emesso attraverso le corde vocali né una quantità d’aria regolata dalla lingua; riteniamo, invece, che, in modo più comprensibile per coloro che vengono istruiti, essa rappresenti l’impulso della volontà divina, significato sotto la forma del comando.
E Dio vide che la luce era bella (Gen 1,4). Quali lodi potremmo noi mai pronunciare, che siano degne della luce, dal momento che il Creatore stesso l’ha riconosciuta bella fin dal principio? »

 

Eucaliptus paciflora (sono incantata dalla perfezione della natura)

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Publié dans:a. i fiori |on 24 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Gesù e la sapienza

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Publié dans:immagini sacre |on 24 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

LA SAPIENZA DEL MONDO E LA STOLTEZZA DI DIO (FAUSTINO FERRARI)

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LA SAPIENZA DEL MONDO E LA STOLTEZZA DI DIO (FAUSTINO FERRARI)

La sapienza del mondo – come la chiama l’apostolo Paolo – resta sotto lo scacco del fallimento. È una sapienza che non riesce a dire tutto sull’uomo. A dargli le risposte ultime sul senso della sua vita e della sua esistenza.
Cos’è la sapienza? Cos’è la saggezza? Abbiamo un metro per misurare l’essere saggi e l’essere sapienti? Quando diciamo di una persona che è saggia? Che è sapiente? Un uomo, una donna sono detti sapienti, non quando hanno una buona preparazione culturale o scientifica o quando hanno una vasta conoscenza di nozioni, ma quando si ritiene che abbiano fatto tesoro nella loro esperienza delle cose della vita. L’uomo saggio, la donna sapiente sono coloro che, attraverso l’esperienza, sanno fare un buon uso della propria vita. E questo viene loro riconosciuto da quanti gli stanno intorno.
Nei vari tempi e nelle diverse culture, la figura del saggio e del sapiente è strettamente legata a quella dell’anziano. L’uomo carico di anni, la donna con alle spalle una lunga esperienza “sanno” cosa vuol dire vivere. Il loro stile di vita lo conferma, la loro parola diventa consiglio ed aiuto a quanti sono più giovani. C’è da notare, tuttavia, che oggi, nella società occidentale, saggezza e sapienza sembrano essere aspetti della vita poco attraenti, scarsamente valorizzati. Possiamo considerarlo uno dei grandi peccati della nostra società. Una società dominata dall’interesse economico ritiene le persone “sagge” meno manipolabili in fatto di consumi, maggiormente impermeabili. L’anziano è la persona che – lo ha imparato nel corso del tempo – ha un atteggiamento più disincantato sull’uso delle cose. Sa che non è l’ultimo modello di automobile o l’ultimo ritrovato elettrodomestico a fargli cambiare il proprio status o ad offrirgli nuove opportunità. Egli conosce l’arte del lungo uso, del riciclo e del riuso. Un vestito usato a lungo, può ancora essere portato. Un oggetto familiare non è soltanto una cosa sciupata dal tempo, ma è anche carica di ricordi. I mass media, la televisione, la pubblicità ci presentano altri modelli di vita. Non ci vengono presentati i modelli di coloro che hanno saputo fare un buon uso della propria vita, ma che anzi, ne stanno facendo un cattivo uso. Un pessimo uso. La trasgressione, l’esagerazione, l’esaltazione di comportamenti dubbi o problematici, sono gli aspetti quotidiani che ci vengono proposti. C’è da chiedersi se resta ancora posto per la saggezza e per la sapienza, oggi, nella nostra società.
Ma cos’è la sapienza dal punto di vista della Parola di Dio? Chi è saggio davanti a Dio? Il testo biblico ci presenta una gradualità di risposte. Innanzi tutto, ci viene detto che la sapienza va ricercata. È la cosa più preziosa per l’esperienza umana. “E’ trovata da chiunque la cerca” (Sap. 6, 12). Ma non solo: è la sapienza stessa che si mette in cerca e va incontro a chi è ben disposto, a chi si è messo in sua ricerca (Sap 6, 16).
C’è da chiedersi in che cosa consista questa cosa così preziosa per l’esperienza umana. Il testo biblico ci dà una prima risposta a riguardo della domanda. Ci dice che la persona sapiente è colei che sa contare il procedere dei propri giorni. «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Sal 90, 12). È la persona che sa misurare il valore del proprio tempo e sa vivere la propria vita in pienezza. Il sapiente è colui che non spreca il suo tempo, non lo butta via, ma che sa dare il giusto valore alle sue opere e sa cogliere che – pur nella brevità della vita – Dio gli riserva un tempo opportuno – questo – da vivere.
«Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo». Leggiamo nel libro del Qoelet. Ed ancora: «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire… Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare… Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttare via. Un tempo per fare a pezzi e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare…» (3, 1-8). Per ogni cosa c’è il suo tempo. La persona saggia è quella che impara che per ogni cosa c’è il suo tempo e ne sa fare un buon uso.
Questo del buon uso del tempo e della vita è il primo passo sulla via della sapienza e della saggezza. La bibbia ci dice che è necessario fare un passo successivo: la consapevolezza che siamo nelle mani di Dio. «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Sal 8, 5; Sal 144, 3). L’uomo saggio, la donna sapiente sono coloro che vivono nella consapevolezza di essere nelle mani di Dio. Anche se apparentemente sembra una cosa facile, in realtà risulta ben difficile poiché la nostra esperienza si basa sulla convinzione di potercela fare sempre e comunque da soli. Di non dipendere dagli altri. Neppure da Dio. Possono sembrare parole affrettate, ma proviamo a chiederci se si è disposti a dire a Dio, dal profondo del proprio cuore: «sia fatta la tua volontà»! (Mt 6, 10). «Sia fatta, non la mia, ma la tua volontà» (Lc 22, 42). Si è disposti a ripeterlo? Sempre e comunque? Vera sapienza, per la Parola di Dio, è essere capaci di affidarsi alla mano provvidente di Dio. Sempre e comunque. «Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? … Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi?» e Gesù aggiunge un rimprovero: «gente di poca fede». «Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno» (Mt. 6, 25-34).
In una delle parabole evangeliche ci viene raccontato l’episodio delle dieci ragazze sagge (Mt 25, 1-13). Cinque di esse, vengono definite sagge da Gesù. In che cosa consiste la loro saggezza? Nell’aver fatto un buon uso del loro tempo. Hanno provveduto per tempo. C’è stato un tempo per la spesa ed uno per l’attesa. Un tempo per la veglia ed uno per il riposo. Il tempo del risveglio ed il tempo per la festa. Al contrario, le cinque ragazze stolte, non hanno saputo fare un buon uso del proprio tempo. Sono state trovate “impreparate”.
Ma c’è una sapienza che si rivela stoltezza. «Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1, 20-25). La sapienza del mondo – come la chiama l’apostolo Paolo – resta sotto lo scacco del fallimento. È una sapienza che non riesce a dire tutto sull’uomo. A dargli le risposte ultime sul senso della sua vita e della sua esistenza. È una sapienza che resta muta davanti allo scandalo della croce.
La sapienza umana è irriducibile alla stoltezza di Dio? L’uomo deve necessariamente abbandonare questa sapienza umana per poter camminare sulle strade di Dio? La sapienza umana è destinata al fallimento se macchiata dall’ubris (cioè dall’orgogliosa pretesa di elevarsi al mondo divino) per cercare di vivere come déi senza Dio. La sapienza umana che Paolo stigmatizza è quella sapienza incapace di riconoscere che Dio può essere incontrato non attraverso una conoscenza (una gnosi), ma attraverso l’esperienza storica di Gesù di Nazareth. È una sapienza alla ricerca di molte risposte, ma che non sa sostare davanti al silenzio che scaturisce dalle contraddizioni dell’esistenza umana e al silenzio che necessariamente accompagna ogni autentica esperienza del divino.
Non sappiamo né il tempo né l’ora (Cfr Mt 25, 13). La nostra vita è nelle mani di Dio. Ma questo che ci viene dato è il tempo opportuno per fare un buon uso della nostra vita. Lo sposo del quale viene dato l’annuncio dell’arrivo è il Cristo (Mt 25, 6). L’apostolo Paolo ci dice che: «Noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (1Ts 4, 14). Per ogni cosa c’è il suo tempo. Un tempo per vivere ed un tempo per morire. Per il cristiano, questo è anche il tempo dell’attesa. Egli vive nell’attesa di essere totalmente riconciliato nella pienezza di Dio.
«O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 63, 2). L’uomo saggio, la donna sapiente sono coloro che sanno cercare Dio nella propria vita. Cercare per trovarlo, per lodarlo e benedirlo. Nel giorno come nelle veglie notturne. Sapendo di restare all’ombra delle sue ali. Di essere nelle sue mani. Sotto il suo sguardo provvidente.
«Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino», ci dice il libro di Isaia (55,6). La sapienza che si mette in ricerca dell’uomo è Dio stesso. È Lui che per primo si muove verso le sue creature. Che si manifesta ben disposto lungo le strade della vita. È questo il tempo opportuno per andarGli incontro perché egli stesso per primo viene incontro all’uomo. E’ l’invito, il grido di gioia che nella notte desta le dieci ragazze: «Ecco lo sposo, andategli incontro!». Nel libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (3, 20-22). La persona saggia è colei che sa ascoltare la voce dello Spirito. «Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio» (Sal 90, 17).

Faustino Ferrari

Publié dans:BIBBIA - VARI TEMI, SAPIENZA (LA) |on 24 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

decorazioni di autunno, sto cercando belle immagini ed alcune mi affascinano

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Publié dans:GHIANDE |on 23 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Gesù e i bambini

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Publié dans:immagini sacre |on 22 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – D’ORA INNANZI LA STATURA NON SI MISURERÀ PIÙ IN CENTIMETRI

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – D’ORA INNANZI LA STATURA NON SI MISURERÀ PIÙ IN CENTIMETRI

don Marco Pozza

Non li avesse scelti Lui, gli apostoli, verrebbe voglia di scommettere che fossero usciti dal genio di qualche fumettista, di un vignettista che sogna di fare cappottare dalle risate i suoi affezionatissimi lettori. Invece son usciti dal cuore di Cristo, dunque ci sono padri-nella-fede. Non per questo, però, Lui ha cancellato le tracce di ciò che fecero, di ciò che sono stati: degli emeriti incapaci in materia di Vangelo. È il caso di oggi: Gesù – appena dopo le confidenze pazze fatte tra Lui e Pietro sulla strada per Cesarea, con annessa tirata d’orecchi – inizia a dire ai suoi discepoli la verità che li attende: ne parla con precauzione, fa attenzione a non spaventarli troppo, avanza passo-passo. Loro sono molli come budini: nei loro volti c’è un’ansia senza paragoni: « Morire per vivere, perdere per vincere? Vi pare normale un uomo così, gente? » bisbigliava il Menzognero che s’infilava di continuo nelle loro confidenze. E loro, poveri-cristi amici del Cristo, arrancavano nel capire. Tanto che l’evangelista li sveste: «Essi non capivano queste cose e avevano paura di interrogarlo». Siccome non capiscono – e si vergognano di alzare la mano -, parlano di tutt’altro. Sono gente vergognosa gli apostoli, così vergognosi che si vergognano di dare risposta alla Sua domanda: «Di che cosa stavate discutendo lungo la strada?» Domanda tautologica: ha già sentito l’affar che preme loro dibattere. Vuol sentirselo dire da loro: «Essi tacevano». Troppo, per gente come loro, metterci la faccia: «Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande».
Manca poco, a Cristo, per strapparsi tutti i ok capelli.
Non s’arrende: son pur sempre amici suoi, scelti da Lui. Non riconosciamo mai Dio quando passa: Dio è sempre un incompreso, uno sconosciuto. Non capirlo è la miglior garanzia di una fede cristallina: non capirlo, ammetterlo. Li fa sedere, non si arrende alla loro ignoranza: vuole insegnare loro un’altra un’unità di misura. Non più solo centimetri, metri, chilometri: « 13cm di profondità, 20cm di lunghezza. Sono alto un metro e settanta. Sono 235 chilometri di viaggio ». D’ora innanzi il Cielo si misurerà in infanzia: « O tornerete bambini, o il Regno dei Cieli scordatevelo ». Da oggi vera solitudine sarà sperimentare l’inutilità della nostra infanzia: «Se sapessi dov’è la strada che torna indietro, la lunga strada per il paese dei bambini» scrisse il teologo protestante D. Bonhoeffer. Perché i bambini? Perché con i bambini è facile capirsi: quando ti prendono per la mano, hanno già scelto di fidarsi di te. Dio è bambino: ti prende per mano, ha deciso di fidarsi di te. Non potevano capirlo al volo quegli uomini così grezzi e spigolosi: è per questo che li fa sedere, li ammaestra, insegna loro una misurazione diversa per vedere quanto son grandi: « Più sei piccolo più sei alto, più accetti di perdere più sali in classifica, più ti metti a sciacquare i piedi più signore sarai ». Alla porta del Cielo sta affissa una scritta: « Si prega di rimanere bambini per non perdere la felicità acquisita ». È il Vangelo, come un carro ribaltato: ciò che a prima vista pare ovvio, ovvio non è più. « Avanti, guardando indietro » sembra insegnar Cristo agli amici. Non amici-gamberi, ma amici-bambini: avanzeranno senza scordare il bambino che sono stati. Senza vergognarsi dell’infanzia, la stagione nella quale si hanno sempre i tergicristalli negli occhi, la spavalderia di chi, per riuscire un giorno a capire, è disposto prima ad amare. A fidarsi a occhi chiusi.
Che, a ben pensarci, è ciò che fece Dio stesso a Betlemme: si rimpicciolì – dice Paolo agli amici di Colossi – fino a farsi bambino ed entrare nel grembo di una (ma)donna. Tornò bambino, Lui che era immensamente grande, per aprire all’uomo la strada per ritornare ad essere come Dio, com’era agli inizi di tutto: rimpicciolirsi, abbassarsi, svestirsi. Calarsi, umiliarsi, inginocchiarsi. Pare cosa buffa, ma è Vangelo: il modo migliore per arrivare ad essere noi stessi è fare di tutto per assomigliare a Dio. Lasciandoci guidare dal bambino che siamo stati.

Publié dans:OMELIE |on 22 septembre, 2018 |Pas de commentaires »
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