Archive pour octobre, 2019

Zaccheo

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Publié dans:immagini sacre |on 31 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) Quando Gesù si autoinvita alla nostra tavola

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) Quando Gesù si autoinvita alla nostra tavola

Commento di Ermes Ronchi

Gesù passando alzò lo sguardo. Zaccheo cerca di vedere Gesù e scopre di essere guardato. Il cercatore si accorge di essere cercato: Zaccheo, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua. Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome.
Non dice: Zaccheo, scendi e cambia vita; scendi e andiamo a pregare… Se avesse detto così, non sarebbe successo nulla: quelle parole Zaccheo le aveva già sentite da tutti i pii farisei della città. Zaccheo prima incontra, poi si converte.
Da Gesù nessuna richiesta di confessare o espiare il peccato, come del resto non accade mai nel Vangelo; quello che Gesù dichiara è il suo bisogno di stare con lui: “devo venire a casa tua. Devo, lo desidero, ho bisogno di entrare nel tuo mondo. Non ti voglio portare nel mio mondo, come un qualsiasi predicatore fondamentalista; voglio entrare io nel tuo, parlare con il tuo linguaggio piano e semplice”.
E non pone nessuna condizione all’incontro, perché la misericordia fa così: previene, anticipa, precede. Non pone nessuna clausola, apre sentieri, insegna respiri e orizzonti. È lo scandalo della misericordia incondizionata.
Devo venire a casa tua. Ma poi non basta. Non solo a casa tua, ma alla tua tavola. La tavola che è il luogo dell’amicizia, dove si fa e di rifà la vita, dove ci si nutre gli uni degli altri, dove l’amicizia si rallegra di sguardi e si rafforza di intese; che stabilisce legami, unisce i commensali…
Quelle tavole attorno alle quali Gesù riunisce i peccatori sono lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
Dio alla mia tavola, come un familiare, intimo come una persona cara, un Dio alla portata di tutti.
Ecco il metodo sconcertante di Gesù: cambia i peccatori mangiando con loro, cioè condividendo cibo e vita; non cala prediche dall’alto del pulpito, ma si ferma ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi. Ammonisce senza averne l’aria, con la sorpresa dell’amicizia, che ripara le vite in frantumi.
Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando segno alla sua vita, facendo quello che il maestro non gli aveva neppure chiesto, facendo più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto.
Qual è il motore di questa trasformazione? Lo sbalordimento per la misericordia, una impensata, immeritata, non richiesta misericordia; lo stupore per l’amicizia. Gesù non ha elencato gli errori di Zaccheo, non l’ha giudicato, non ha puntato il dito. Ha offerto se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito totale e immeritato.
Il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. E allora rinasce.

Publié dans:OMELIE |on 31 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

il Fariseo e il Pubblicano

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Publié dans:immagini sacre |on 25 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (23/10/2016)

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (23/10/2016)

Lasciati amare e vivi fruttuosamente in pace. « La corona di giustizia » ti sarà consegnata.
don Simone Salvadore

Penso a San Paolo, a tutti quelli che sono partiti agli albori del cristianesimo, quando la nostra fede non era socialmente accettata e non era garanzia di tranquillità, di sicurezza o di privilegi.
Penso a tutte quelle persone che hanno affrontato fatiche e pericoli inimmaginabili, per annunciare l’esperienza potente e disarmante di essere stati amati da un uomo davvero speciale: il Signore della Vita, il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, che ha vinto la morte ed è ancora con noi, vivente della Vita Nuova senza fine.
Penso a tutte quelle persone che si sono spogliate, messe a nudo davanti a Lui, nelle loro miserie, nelle loro nefandezze, smettendo di scappare da sé stessi.
Di fronte a Gesù non si sono sentiti giudicati; sono stati sedotti, hanno conosciuto l’Amore che non avevano mai compreso prima d’allora. Sono stati aiutati a vivere insieme, così diversi e variegati, a rappresentare un campione dell’universale umanità riconciliata.
Con la loro testimonianza, con il loro sacrificio e molte volte con il loro martirio, hanno toccato il cuore degli uomini del loro tempo, sgretolando con l’Amore, l’alterigia di quel potere malato della storia di sempre, che non è mai stato, che non è e non sarà mai a servizio dell’uomo.
Quando un uomo vive in maniera arrogante, la manìa di protagonismo, la voglia di successo a tutti i costi, animato sempre e solamente da una smodata ansia di affermazione, significa solamente una cosa: non ha fatto mai l’esperienza di sentirsi amato gratuitamente da nessuno e la sua piccolezza non è stata mai riempita da questa splendida certezza, da questa splendida grazia come dolcemente armonizza « Amazing Grace » di John Newton. L’amore dà valore, fiducia in sé stessi e consapevolezza di chi si è veramente.
La megalomania è forse la patologia più comune della storia per aizzare nell’uomo le peggiori contese, litigi e guerre.
Non a caso il peccato preferito dal demonio e che lo ha fatto decadere dal suo stato originale di Grazia è la vanità. Da sempre con la vanità, vuole rovesciare e deformare l’immagine di Dio nell’uomo.
È un continuo combattimento, al quale non si sottrae mai, perché gli piace contrattare, e imbrogliare l’uomo su queste cose procurandogli solo affanno e distogliendolo dai suoi veri bisogni, dalla sua vera identità.
Questo accade anche tra le persone che si reputano « salvate » e che molte volte non si rendono conto che la loro umanità non riesce neanche lontanamente a lasciar trasparire di essere partecipi di una vita da « risorti ».
Sono come tutti gli altri: talvolta anche peggio, perché il rischio di diventare o forse di essere sempre state persone anaffettive, è grande.
La vanità nel sacro poi, assume la portata dell’ennesima potenza, incoscientemente e irresponsabilmente nel nome di Dio. Il fariseo infatti, pio ebreo osservante, diceva: « O Dio ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano ».
Non dobbiamo mai dimenticarci da dove veniamo, da cosa siamo stati salvati, ognuno nella sua storia personale, nella propria storia comunitaria, se c’è mai stata.
È solo l’Amore di Cristo in noi, che risuonerà efficacemente.
Solo questo rimarrà, perché « Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone »(Sir 35,15).
Solo chi è povero in spirito si lascia amare veramente e trova sicurezza nell’Amore di Cristo.
Solo chi è povero e contento di esserlo, perché amato, è in grado di chiedere perdono sincero, di amare e servire gli uomini, senza disprezzarli, « soccorrendoli e accogliendoli con benevolenza »(Sir 35,20).
Diversamente dal fariseo, la preghiera del pubblicano è qualificata da Gesù come la preghiera che giustifica, perché « La preghiera del povero attraversa le nubi, né si quieta finché non sia arrivata » (Sir 35,21).

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Ghiande di quercia (acorn oak), mi piacciono tanto, in un giardino vicino casa una volta ne ho raccolte una piccola cesta

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Maria Maddalena

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Publié dans:immagini sacre |on 23 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – La Speranza cristiana – 22. Maria Maddalena Apostola della Speranza (2017)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170517_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – La Speranza cristiana – 22. Maria Maddalena Apostola della Speranza (2017)

Piazza San Pietro
Mercoledì, 17 maggio 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In queste settimane la nostra riflessione si muove, per così dire, nell’orbita del mistero pasquale. Oggi incontriamo colei che, secondo i vangeli, per prima vide Gesù risorto: Maria Maddalena. Era terminato da poco il riposo del sabato. Nel giorno della passione non c’era stato tempo per completare i riti funebri; per questo, in quell’alba colma di tristezza, le donne vanno alla tomba di Gesù con gli unguenti profumati. La prima ad arrivare è lei: Maria di Magdala, una delle discepole che avevano accompagnato Gesù fin dalla Galilea, mettendosi a servizio della Chiesa nascente. Nel suo tragitto verso il sepolcro si rispecchia la fedeltà di tante donne che sono devote per anni ai vialetti dei cimiteri, in ricordo di qualcuno che non c’è più. I legami più autentici non sono spezzati nemmeno dalla morte: c’è chi continua a voler bene, anche se la persona amata se n’è andata per sempre.
Il vangelo (cfr Gv 20,1-2.11-18) descrive la Maddalena mettendo subito in evidenza che non era una donna di facili entusiasmi. Infatti, dopo la prima visita al sepolcro, lei torna delusa nel luogo dove i discepoli si nascondevano; riferisce che la pietra è stata spostata dall’ingresso del sepolcro, e la sua prima ipotesi è la più semplice che si possa formulare: qualcuno deve aver trafugato il corpo di Gesù. Così il primo annuncio che Maria porta non è quello della risurrezione, ma di un furto che ignoti hanno perpetrato, mentre tutta Gerusalemme dormiva.
Poi i vangeli raccontano di un secondo viaggio della Maddalena verso il sepolcro di Gesù. Era testarda lei! E’ andata, è tornata … perché non si convinceva! Questa volta il suo passo è lento, pesantissimo. Maria soffre doppiamente: anzitutto per la morte di Gesù, e poi per l’inspiegabile scomparsa del suo corpo.
E’ mentre sta china vicino alla tomba, con gli occhi pieni di lacrime, che Dio la sorprende nella maniera più inaspettata. L’evangelista Giovanni sottolinea quanto sia persistente la sua cecità: non si accorge della presenza di due angeli che la interrogano, e nemmeno s’insospettisce vedendo l’uomo alle sue spalle, che lei pensa sia il custode del giardino. E invece scopre l’avvenimento più sconvolgente della storia umana quando finalmente viene chiamata per nome: «Maria!» (v. 16).
Com’è bello pensare che la prima apparizione del Risorto – secondo i vangeli – sia avvenuta in un modo così personale! Che c’è qualcuno che ci conosce, che vede la nostra sofferenza e delusione, e che si commuove per noi, e ci chiama per nome. È una legge che troviamo scolpita in molte pagine del vangelo. Intorno a Gesù ci sono tante persone che cercano Dio; ma la realtà più prodigiosa è che, molto prima, c’è anzitutto Dio che si preoccupa per la nostra vita, che la vuole risollevare, e per fare questo ci chiama per nome, riconoscendo il volto personale di ciascuno. Ogni uomo è una storia di amore che Dio scrive su questa terra. Ognuno di noi è una storia di amore di Dio. Ognuno di noi Dio chiama con il proprio nome: ci conosce per nome, ci guarda, ci aspetta, ci perdona, ha pazienza con noi. E’ vero o non è vero? Ognuno di noi fa questa esperienza.
E Gesù la chiama: «Maria!»: la rivoluzione della sua vita, la rivoluzione destinata a trasformare l’esistenza di ogni uomo e donna, comincia con un nome che riecheggia nel giardino del sepolcro vuoto. I vangeli ci descrivono la felicità di Maria: la risurrezione di Gesù non è una gioia data col contagocce, ma una cascata che investe tutta la vita. L’esistenza cristiana non è intessuta di felicità soffici, ma di onde che travolgono tutto. Provate a pensare anche voi, in questo istante, col bagaglio di delusioni e sconfitte che ognuno di noi porta nel cuore, che c’è un Dio vicino a noi che ci chiama per nome e ci dice: “Rialzati, smetti di piangere, perché sono venuto a liberarti!”. E’ bello questo.
Gesù non è uno che si adatta al mondo, tollerando che in esso perdurino la morte, la tristezza, l’odio, la distruzione morale delle persone… Il nostro Dio non è inerte, ma il nostro Dio – mi permetto la parola – è un sognatore: sogna la trasformazione del mondo, e l’ha realizzata nel mistero della Risurrezione.
Maria vorrebbe abbracciare il suo Signore, ma Lui è ormai orientato al Padre celeste, mentre lei è inviata a portare l’annuncio ai fratelli. E così quella donna, che prima di incontrare Gesù era in balìa del maligno (cfr Lc 8,2), ora è diventata apostola della nuova e più grande speranza. La sua intercessione ci aiuti a vivere anche noi questa esperienza: nell’ora del pianto, e nell’ora dell’abbandono, ascoltare Gesù Risorto che ci chiama per nome, e col cuore pieno di gioia andare ad annunciare: «Ho visto il Signore!» (v. 18). Ho cambiato vita perché ho visto il Signore! Adesso sono diverso da prima, sono un’altra persona. Sono cambiato perché ho visto il Signore. Questa è la nostra forza e questa è la nostra speranza. Grazie.

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI |on 23 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

un musetto di gattino per la buona notte, era un po’ che non ve la mandavo, ma mi mancavate, ciao

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l’Arcobaleno nella Bibbia

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Publié dans:immagini sacre |on 21 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

L’ARCO SULLE NUBI: LA SIMBOLOGIA DELL’ARCOBALENO NELLA BIBBIA

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L’ARCO SULLE NUBI: LA SIMBOLOGIA DELL’ARCOBALENO NELLA BIBBIA

Filippo Serafini
docente di Sacra Scrittura, Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Apollinare, Roma
Giugno 2015

L’apparire dell’arcobaleno sulle nubi, quasi sempre dopo un’intensa pioggia, ha evocato fin dalle origini della cultura umana emozioni di stupore ma anche sentimenti di natura religiosa. Non sorprende, pertanto, che anche la sacra Scrittura ospiti brani ed episodi in relazione a questo fenomeno della bassa atmosfera.
Il brano biblico più famoso in cui si fa riferimento all’arcobaleno è il capitolo 9 del libro della Genesi, a conclusione della narrazione del diluvio. A partire dal v. 8 si descrive la stipulazione di un’alleanza tra Dio, da una parte, e Noè, i suoi figli, i loro discendenti (quindi l’umanità intera nella prospettiva del racconto biblico) e tutti gli animali, dall’altra: «Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne (cioè ogni essere vivente, uomo o animale) dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra» (Gen 9,11). Nei successivi vv. 12-16 si insiste sul «segno» di quest’alleanza che è l’«arco sulle nubi», ovvero l’arcobaleno.
Gli studiosi sono concordi nel ritenere che la redazione del brano di Gen 9 vada fatta risalire all’autore (o scuola) convenzionalmente chiamato “Sacerdotale”, da collocare all’epoca dell’esilio babilonese, nel VI sec. a.C.; inoltre considerano assai probabile che la sua descrizione dell’arcobaleno come «segno dell’alleanza» riprenda tradizioni o racconti o convinzioni popolari al riguardo. Nella spiegazione di tale sfondo, però, i commentatori si dividono. Alcuni prendono spunto dal fatto che in Gen 9,13.14.16 si parla sempre di «arco», usando nel testo ebraico il sostantivo qešet che di solito indica un’arma, e ritengono che il retroterra sia l’immagine di un Dio guerriero (la metafora del Signore che impugna l’arco si trova in alcuni passi dell’Antico Testamento, cfr. Sal 7,13-14; Lam 2,4; 3,12; Ab 3,9). In questo caso l’arcobaleno sarebbe appunto l’arma divina, che viene deposta per non essere più impugnata (da qui l’idea dell’arcobaleno come simbolo di pace), segnando la fine dell’intervento punitivo di Dio. Altri studiosi, invece, ritengono che lo sfondo del testo sia più semplicemente una spiegazione del fenomeno naturale dell’arcobaleno che lo faceva risalire, già in epoca antica, all’intervento di una divinità al termine del diluvio, senza alcun riferimento militare (la specificazione «sulle nubi» servirebbe proprio per segnalare la differenza fra l’arcobaleno e l’arma da caccia o da guerra).
In ogni caso l’autore biblico insiste piuttosto sulla sua funzione di «segno» ed è interessante notare che ciò valga soprattutto per Dio «Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne. L’arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra». Questo va rilevato perché gli altri due passi in cui si fa riferimento a un «segno» dell’alleanza» (Gen 17,11, dove si tratta della circoncisione, e Es 31,16-17, dove si tratta del sabato) esso vale per la controparte umana. L’uso di Gen 9 è del tutto peculiare, perché è Dio stesso che, con un antropomorfismo evidente e forse anche un po’ ingenuo ai nostri occhi, ha bisogno di un segno per ricordare i suoi impegni. Lo scopo è quello di sottolineare l’azione divina in favore della creazione e la situazione di dipendenza della vita di uomini e animali dalla sua provvidenza. In altri termini, come nel racconto di creazione di Gen 1, con cui Gen 9 ha alcuni collegamenti letterari e tematici, si ribadisce che l’esistenza della terra, come luogo in cui è possibile la vita, non può essere pensata separandola dalla volontà divina; d’altra parte si afferma che la strutturale fragilità di uomini e animali, manifestata in modo drammatico dalle calamità naturali simboleggiate dal diluvio, viene custodita dalla stessa volontà. Da questo punto di vista la funzione dell’arcobaleno è anche di rassicurazione: Dio non dimentica di prendersi cura della sue creature.
Questo aspetto va approfondito tenendo conto che all’inizio del diluvio il narratore biblico pone il peccato (Gen 6,5 «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre»). La promessa di Gen 9, quindi, vale come custodia della vita anche rispetto alle potenzialità distruttive che scaturiscono dalle scelte di male compiute dagli esseri umani. Va d’altra parte ricordato che i due aspetti, che la nostra mentalità moderna tiene ben separati, distinguendo le catastrofi che derivano dall’agire e dalla responsabilità umana da quelle che invece sono frutto di fenomeni naturali imprevedibili e incontrollabili, si potevano intrecciare più facilmente nella mentalità antica che traspare nell’Antico Testamento, per la quale il male commesso dagli uomini ha spesso un riflesso anche nell’ordine della natura (d’altra parte, la sensibilità ambientalista e l’attenzione ai cambiamenti climatici negli ultimi anni ha riportato l’attenzione sul legame fra comportamenti umani e calamità naturali). Così se è anzitutto il peccato umano che provoca l’intervento distruttivo divino mediante il diluvio, che coinvolge anche gli animali, l’alleanza che Dio stipula alla fine di esso riguarda ogni forma di vita perché essa mira a superare l’inclinazione al male presente nel cuore dell’uomo e i suoi effetti negativi (cfr Gen 8,21). Mediante la struttura simbolica del racconto si giunge quindi ad affermare che la visione essenzialmente positiva del mondo, tipica dell’Antico Testamento, non può essere messa in discussione né dalle catastrofi naturali né dall’agire malvagio degli esseri umani; questo perché in ogni caso il creato manifesta la volontà divina di custodire e favorire la vita.
Di tutto questo è segno l’arcobaleno forse proprio perché le condizioni atmosferiche che lo rendono possibile si presentano solo in determinate occasioni, quando la forza distruttiva della tempesta lascia spazio anche ai raggi del sole.
Tale aspetto eccezionale e sorprendente dell’arcobaleno, e il fascino dei suoi colori, spiegano perché in altri passi dell’Antico Testamento esso sia associato allo «splendore» e, in quanto tale, divenga un’immagine della «gloria» divina. Nella visione inaugurale del libro di Ezechiele il profeta ha la percezione di una «figura dalle sembianze umane» (1,26) che dai «suoi fianchi in su mi apparve splendido come metallo incandescente e, dai suoi fianchi in giù, mi apparve come di fuoco. Era circondato da un splendore simile a quello dell’arcobaleno fra le nubi di un giorno di pioggia. Così percepii la visione della gloria del Signore» (1,27-28). È difficile dire se questa rappresentazione del divino voglia in qualche modo richiamare il testo di Gen 9: da una parte, il contesto e la funzione riconosciuta all’arcobaleno sono molto diversi e indirizzerebbero a una risposta negativa; dall’altra la scarsità di riferimenti all’arcobaleno nell’Antico Testamento e i legami letterari ampiamente attestati fra il libro di Ezechiele e i testi “Sacerdotali” del Pentateuco spingerebbero a una risposta positiva. Se si segue quest’ultima ipotesi, si deve ritenere che Ezechiele voglia richiamare implicitamente, all’inizio del suo libro, l’impegno solenne di Dio in favore del mondo e dei viventi che lo popolano. Così, gli oracoli di condanna e di minaccia che dominano la prima parte del suo libro riceverebbero una precisa chiave di lettura: il Signore che interviene a punire il suo popolo infedele (cfr. Ez 4-24) e le nazioni straniere (cfr. Ez 25-32) ha di mira, anche in questa sua azione apparentemente distruttiva, la salvezza e la custodia dei viventi.
Allo splendore dell’arcobaleno fanno riferimento anche due passi del libro del Siracide o Ecclesiastico (libro che fa parte dell’Antico Testamento nella Bibbia cattolica, ma che non si trova nella Bibbia ebraica). Il primo è collocato nel contesto di un inno (42,15–43,33) che magnifica le opere create allo scopo di stimolare la lode al creatore e il riconoscimento della grandezza (per certi versi impenetrabile dalla sapienza umana) della sua opera. La menzione dell’arcobaleno si trova ai vv. 11-12 dopo il riferimento agli elementi celesti (firmamento, sole, luna e stelle) e prima di quelli meteorologici (vento, tempesta, neve, brina, tramontana, ghiaccio, arsura, rugiada): forse la posizione non è casuale ma riflette una certa comprensione dell’arcobaleno, che da una parte si colloca nel cielo, come gli astri, dall’altra è legato al verificarsi di determinati fenomeni meteorologici. In ogni caso l’accento va sulla lode e sul riconoscimento dell’opera divina: «Osserva l’arcobaleno e benedici colui che lo ha fatto: quanto è bello nel suo splendore! Avvolge il cielo con un cerchio di gloria, lo hanno teso le mani dell’Altissimo». Si può accostare questo passo a quello del libro di Ezechiele non soltanto perché entrambi fanno riferimento allo «splendore» e alla «gloria», ma anche perché entrambi richiamano l’idea di una manifestazione divina: nella forma di una visione il passo profetico, nella mediazione dell’opere create quello sapienziale. D’altra parte, rispetto a Gen 9, dove l’arcobaleno era un segno per Dio, il Siracide ha un punto di vista complementare: per lui, infatti, è un segno per l’uomo.
In Sir 50,7 l’arcobaleno ritorna per descrivere non la «gloria» divina, ma quella del sommo sacerdote Simone durante la celebrazione del culto nel tempio di Gerusalemme: «Com’era glorioso quando si affacciava dal tempio, quando usciva dal santuario dietro il velo! Come astro mattutino in mezzo alle nubi, come la luna nei giorni in cui è piena, come sole sfolgorante sul tempio dell’Altissimo, come arcobaleno splendente fra nubi di gloria» (Sir 50,5-7). Lo splendore della liturgia, così esaltata dal Siracide, rimanda all’efficacia del culto e della mediazione sacerdotale per mantenere vivo il legame fra Dio e il suo popolo. In questo senso c’è un’analogia con Sir 43,11-12: come lo splendore del creato invita al riconoscimento della grandezza del Creatore, lo splendore del culto invita a riconoscere la grandezza di ciò che il Signore ha fatto per Israele.
Nel Nuovo Testamento il brano del c. 1 di Ezechiele sta sullo sfondo della visione che inaugura la seconda parte del libro dell’Apocalisse (4,1-11): in essa al veggente (Giovanni) è concesso di accedere (cfr. vv. 1-2) alla sala del trono di Dio in cielo: qui egli ha la visione di «uno seduto» sul trono (a differenza di Ezechiele, l’autore neotestamentario non azzarda una similitudine per la sua figura) con «un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo» che «avvolgeva il trono» (v. 3). Nel prosieguo della visione si descrive (riprendendo alcuni elementi di Is 6) una liturgia celeste: nell’insieme lo scopo del brano è chiaramente quello di fondare il messaggio che si trova nel libro, indicando che Giovanni è un profeta cui vengono rivelati i disegni divini.
Anche la menzione dell’arcobaleno in Ap 10,1 serve a caratterizzare l’essere che ne è circondato come appartenente alla sfera divina: «E vidi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo e il suo volto era come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco». Quasi tutto in questo versetto rimanda al linguaggio delle apparizioni divine: diversi passi del Pentateuco descrivono il Signore che «discende nella nube» (cfr. Es 34,5; Nm 11,25; 12,5; anche Dt 31,15 nella versione greca dei Settanta) e la «colonna di fuoco» guidava il cammino di Israele nel deserto (Es 13,21.22; 14,24; Nm 14,14; cfr. Ne 9,12.19). L’angelo tiene in mano un «piccolo libro» (10,2) che il veggente deve ingoiare (10,8-10) per continuare a profetizzare (v. 11). In questo senso il contesto riprende quello del c. 4: l’apparizione della figura celeste legittima Giovanni a una nuova fase della su profezia.
Va notato che mentre l’antica versione greca dei Settanta (III-II sec. a.C.), nel tradurre i passi dell’Antico Testamento che fanno riferimento all’arcobaleno usa il greco toxón, «arco», corrispondente all’ebraico qešet, l’autore dell’Apocalisse usa il termine proprio della lingua greca, ovvero îris, forse perché meno equivoco per i suoi lettori. Così risulta più difficile fare un collegamento fra questi passi dell’Apocalisse e il brano di Gen 9, anche se alcuni autori hanno voluto comunque scorgerlo. In tal caso il senso sarebbe simile a quella che si individua per il libro di Ezechiele: sebbene diversi passi dell’Apocalisse si presentino come annuncio di un giudizio, in realtà il Dio che si manifesta in esso è sempre colui che si preoccupa anzitutto della salvezza e della vita delle sue creature.
A conclusione di questo breve percorso si può sottolineare, al di là delle diverse interpretazioni possibili, il valore certamente positivo dell’arcobaleno nella Bibbia: esso rimanda alla manifestazione di un Dio che non teme di affrontare gli aspetti negativi della realtà e del cuore dell’uomo, prendendosi continuamente cura della sue creature cui dona la vita.

Publié dans:BIBLICA SIMBOLI |on 21 octobre, 2019 |Pas de commentaires »
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