Archive pour juin, 2019

Lc 9, 57-62

diario ti seguirò ovunque tu vada

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XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

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XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Fedeli e radicali verso l’Unico che ci sceglie
padre Gian Franco Scarpitta

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”(Mt 15, 16 – 17) Gesù con queste parole ribadisce una verità più volte ripetuta sulla necessità di prescindere dalle nostre facoltà o dalle nostre volontà decisionali nell’intraprendere un percorso o un progetto di vita.
In primo luogo, nessuno conosce se stesso fino in fondo e non sarà mai completo ogni sforzo che ciascuno farà per individuare le proprie risorse e i proprio carismi. A meno che il giudizio degli altri non sia gratuito, avventato e spropositato (e in tal caso non va preso in considerazione), abbiamo sempre bisogno che altri esprimano un parere su di noi per comprendere fino in fondo le nostre risorse; occorre che ci confrontiamo con altri, che chiediamo la loro opinione e il loro (serio) giudizio per individuare quali siano le scelte adeguate da intraprendere per non commettere errori e per avere una valutazione delle nostre potenzialità, appunto perché non è sufficiente che noi scrutiamo noi stessi per conoscerci, anche se necessario.
Ma chi ci conosce fino in fondo ed è in grado di farci comprendere tutta la nostra realtà è Colui che, unico, può condurci a realizzare questo o quel progetto, cioè Dio. “Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri”, recita il Salmo 139 affermando una verità inconfutabile.
E’ regolare allora che nella pagina del vangelo di oggi Gesù tratti in modo differente chi lo avvicina per porsi al suo seguito, una volta constato che nei suoi riguardi non tutti hanno lo stesso entusiasmo di accoglienza: viene respinto da un villaggio di Samaritani che mal sopportavano che lui transitasse da loro per raggiungere Gerusalemme, territorio ostile alla Samaria.
Ma quando uno sconosciuto gli si avvicina per proporgli di diventare suo discepolo, non considera quell’incontro una sorta di consolazione psicologica al fatto di essere stato respinto e non si entusiasma perché comunque la sua presenza e la sua missione, nonostante le reticenze, ottengono meritato successo. Piuttosto replica a quel viandante sconosciuto che la sequela del Cristo comporta perfino di dover rinunciare alla propria libertà per essere disposti a recarsi in ogni luogo, mettendo al bando ogni sicurezza personale. Di conseguenza si ravvisa che non è Gesù a chiamare in causa direttamente quella persona: probabilmente questa sarà orientata vocazionalmente altrove e dovrà realizzare altri progetti impostati da Dio Padre. Diverso è invece l’atteggiamento di Gesù nei confronti del secondo personaggio sconosciuto che si imbatte sul suo cammino, perché egli stesso prende l’iniziativa di chiamarlo. Lo esorta: Seguimi, ma sia a lui che a un terzo interlocutore raccomanda che tale sequela avvenga con persistenza e senza rimpianti, perché la deliberazione per il Regno non può essere commista a preferenze personali neppure intorno agli affetti familiari. Seppellire i propri genitori è certamente doveroso e irrinunciabile, ma in un caso come questo si intende dire che tante volte l’amore verso la propria famiglia di origine può diventare un alibi per non iniziare il percorso di sequela del Signore o per non perseverare in esso. Anche Eliseo, invitato da Elia a seguire il Signore, abbandona immediatamente le dodici paia di buoi di cui si sta occupando, ben disposto a realizzare il progetto di Dio su di lui. E tuttavia non gli viene negato di espletare una particolare attenzione verso il suo genitore, perché la sua decisione per il Signore si mostra già seria e motivata in ogni caso. Otterrà anche due terzi dello spirito di Elia quando questi verrà elevato al cielo su un carro di fuoco (2Re 2, 7 – 13).
Gesù non solamente chiede corrispondenza, ma anche radicalità e fedeltà, decisione e ferma costanza nella sua sequela. Non è sufficiente aderire alla chiamata ma occorre vivere come se questa avvenisse ogni giorno per la prima volta, cioè con entusiasmo, gioia e convinzione.
Quando si trascurano gli incentivi delle origini e si perde di vista la motivazione iniziale per cui ci eravamo decisi, le motivazioni della nostra scelta vocazionale diventano ben altre e cominciano a identificarsi nelle motivazioni effimere e banali, ci si concede alla rilassatezza e al compiacimento nella spiritualità fino a perdere l’identità vocazionale stessa.
Per meglio essere espliciti, qualora nella vita sacerdotale si smette di coltivare lo slancio iniziale di formazione e non ci si radica nelle ragioni serie della nostra scelta, omettendo preghiera, meditazione, amore preferenziale per Cristo, avviene che il ministero assume un po’ alla volta ben altre finalità che quelle relative al Regno, lo Spirito viene un po’ alla volta smorzato per lasciare il posto alla frivolezza, al vizio e non di rado alla concupiscienza con la nefasta conseguenza di ben noti episodi di immoralità e di depravazione. Al pericolo però non è esposto solamente chi ha assunto uno speciale stato di consacrazione o una particolare attività missionaria, ma tutti coloro che si sono impegnati a corrispondere al dono della vocazione alla sequela di Cristo nelle varie forme e sotto tutti gli aspetti, perché alla sequela radicale del Signore non subentrino altre alternative devianti del secolo, così come si verifica anche nella vita matrimoniale: qualora non si rinnova negli sposi la gioia del primo momento, quando si ometta di coltivare l’entusiasmo delle origini e non ci si radica con impegno, criterio e radicalità nell’amore incondizionato l’uno verso l’altra affrontando qualsiasi sfida e banco di prova, le crisi nella coppia saranno invitabili, come inevitabile anche il pericolo che la coppia si distrugga.
Diceva Oscar Wilde: “Bisognerebbe essere sempre innamorati, per questo occorrerebbe non sposarsi mai”Bello sarebbe invece se in ogni deliberazione per Cristo si tramutasse l’innamoramento in amore e questo fosse coltivato per sempre con decisione, come se ci si amasse per la prima volta.
Fermo restando quindi che l’unico a conoscerci nell’intimo e a poter deliberare della nostra vita è solo Gesù, rimane indiscutibile che in qualsiasi scelta non va omessa costanza, perseveranza e decisione e che la vocazione in quanto chiamata non è un fattore che avvenga una volta per tutte.
La motivazione è evidente: Gesù sceglie liberamente e secondo parametri stabiliti dal Padre e ben differenti dai nostri, ai fini di edificare noi stessi e gli altri con il disegno di amore che egli stesso ha impostato su di noi fin dall’inizio dei tempi, affinché ogni vocazione sia foriere di benefici sempre e ad ogni costo e per l’appunto per questo in essa si possa perseverare costantemente.

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 28 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SS. Piero e Paolo

diario

Publié dans:immagini sacre |on 27 juin, 2019 |Pas de commentaires »

LA FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO NELLA TRADIZIONE BIZANTINA

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LA FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO NELLA TRADIZIONE BIZANTINA

Ali della conoscenza di Dio
e braccia della croce

di Manuel Nin

La festa degli apostoli Pietro e Paolo è celebrata il 29 giugno in tutte le Chiese cristiane d’oriente e occidente, e in alcune tradizioni orientali è preceduta da un digiuno di durata variabile che inizia il lunedì dopo la domenica di Tutti i santi, successiva a Pentecoste. Collegata alla festa, è il giorno seguente la celebrazione dei Dodici apostoli, testimoni di Cristo e predicatori del Vangelo.
L’iconografia rappresenta l’abbraccio fraterno tra Pietro e Paolo, o i due apostoli che sorreggono la Chiesa. I tratti sono quelli tradizionali: Pietro con capelli ricci, fronte bassa e barba corta e tonda; Paolo calvo, con la fronte alta, la barba lunga e liscia. Questa fedeltà permette di riconoscerli nelle icone della Pentecoste, della Dormizione della Madre di Dio e della comunione degli apostoli, dove Cristo su un lato dà il suo corpo a Pietro e a cinque apostoli, e sull’altro porge il calice con il suo sangue a Paolo e ad altri cinque apostoli. Queste icone, dalla chiara simbologia, vogliono sottolineare il ruolo centrale dei due apostoli nella vita della Chiesa.
L’ufficiatura vespertina celebra i due apostoli come « primi tra i divini araldi », « bocche della spada dello Spirito », strumenti dell’opera di salvezza che Cristo porta a termine: « Essi sono le ali della conoscenza di Dio che hanno percorso a volo i confini della terra e si sono innalzate sino al cielo; sono le mani del vangelo della grazia, i piedi della verità dell’annuncio, i fiumi della sapienza, le braccia della croce ».
Per entrambi il martirio è la meta per raggiungere Cristo: « L’uno, inchiodato sulla croce, ha fatto il suo viaggio verso il cielo, dove gli sono state affidate da Cristo le chiavi del regno; l’altro, decapitato dalla spada, se ne è andato al Salvatore ». Pietro è invocato anche come « sincero amico di Cristo Dio nostro », e Paolo come « araldo della fede e maestro della terra ». L’innografia li collega a Roma, dove resero la loro testimonianza, « stupendi ornamenti » della città: « O Pietro, pietra della fede, Paolo, vanto di tutta la terra, venite insieme da Roma per confermarci ».
Nel mattutino Pietro è celebrato come « primo », « capo della Chiesa e grande vescovo », ma anche teologo in quanto ha confessato Gesù come Cristo: « Sulla pietra della tua teologia, il sovrano Gesù ha fissato salda la Chiesa ». Il pescatore viene paragonato al mercante in cerca di perle preziose: « Lasciato, o Pietro, ciò che non è, hai raggiunto ciò che è, come il mercante: e hai realmente pescato la perla preziosissima, il Cristo ». E la Pasqua è per lui manifestazione del risorto e perdono: « A te che eri stato chiamato per primo e che intensamente lo amavi, a te come insigne capo degli apostoli, Cristo si manifesta per primo, dopo la risurrezione dal sepolcro. Per cancellare il triplice rinnegamento il sovrano rinsalda l’amore con la triplice domanda dalla sua voce divina ».
Paolo invece è presentato come predicatore e maestro, chiamato a portare alle genti il nome di Cristo: « Tu hai posto come fondamento per le anime dei fedeli una pietra preziosa, angolare, il Salvatore e Signore ». Il suo essere portato fino al terzo cielo significa il dono della professione di fede trinitaria: « Levato in alto nell’estasi, hai raggiunto il terzo cielo, o felicissimo, e, udite ineffabili parole, acclami: Gloria al Padre altissimo e al Figlio sua irradiazione, con lui assiso in trono, e allo Spirito che scruta le profondità di Dio ». E verso la Chiesa svolge il ruolo di chi la porta a Cristo: « Tu hai fidanzato la Chiesa per presentarla come sposa al Cristo sposo: sei stato infatti il suo paraninfo, o Paolo teoforo; per questo, com’è suo dovere, essa onora la tua memoria ».
Insieme, Pietro e Paolo sono « i primi corifei », cioè coloro che occupano il primo posto e « i primi nella dignità » (prototroni). Per « intercedere presso il sovrano dell’universo perché doni alla terra la pace, e alle anime nostre la grande misericordia ».

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Sacro Cuore di Gesù

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GIOVANNI PAOLO II – ANGELUS (Sacro Cuore di Gesù 28.6)

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GIOVANNI PAOLO II – ANGELUS (Sacro Cuore di Gesù 28.6)

Domenica, 3 settembre 1989

“Cuore di Gesù, nostra pace e riconciliazione abbi pietà di noi”.

1. Carissimi fratelli e sorelle.

Recitando con fede questa bella invocazione delle litanie del Sacro Cuore, un senso di fiducia e di sicurezza si diffonde nel nostro animo: Gesù è veramente la nostra pace, la nostra suprema riconciliazione.
Gesù è la nostra pace. È noto il significato biblico del termine “pace”: esso indica, in sintesi, la somma dei beni che Gesù, il Messia, ha portato agli uomini. Per questo, il dono della pace segna l’inizio della sua missione sulla terra, ne accompagna lo svolgimento, ne costituisce il coronamento. “Pace” cantano gli angeli presso il presepe del neonato “Principe della Pace” (cf. Lc 2, 14; Is 9, 5). “Pace” è l’augurio che sgorga dal Cuore di Cristo, commosso dinanzi alla miseria dell’uomo infermo nel corpo (cf. Lc 8, 48) o nello spirito (cf. Lc 7, 50). “Pace” è il saluto luminoso del Risorto ai suoi discepoli (cf. Lc 24, 36; Gv 20, 19. 26), che egli, al momento di lasciare questa terra, affida all’azione dello Spirito, sorgente di “amore, gioia, pace” (Gal 5, 22).
2. Gesù è, al tempo stesso, la nostra riconciliazione. In seguito al peccato si è prodotta una profonda e misteriosa frattura tra Dio, il creatore, e l’uomo, sua creatura. Tutta la storia della salvezza altro non è che il resoconto mirabile degli interventi di Dio in favore dell’uomo perché questi, nella libertà e nell’amore, ritorni a lui; perché alla situazione di frattura succeda una situazione di riconciliazione e di amicizia, di comunione e di pace.
Nel Cuore di Cristo, pieno di amore per il Padre e per gli uomini, suoi fratelli, ha avuto luogo la perfetta riconciliazione tra cielo e terra: “Siamo stati riconciliati con Dio – dice l’Apostolo – per mezzo della morte del Figlio suo” (Rm 5, 10).
Chi vuol fare l’esperienza della riconciliazione e della pace deve accogliere l’invito del Signore e andare da lui (cf. Mt 11, 28). Nel suo Cuore troverà pace e riposo; là, il suo dubbio si muterà in certezza; l’affanno, in quiete; la tristezza, in gioia; il turbamento, in serenità. Là troverà sollievo al dolore, coraggio per superare la paura, generosità per non arrendersi all’avvilimento e per riprendere il cammino della speranza.
3. In tutto simile al Cuore del Figlio è il cuore della Madre. Anche la beata Vergine è per la Chiesa una presenza di pace e di riconciliazione: non è lei che, per mezzo dell’angelo Gabriele, ha ricevuto il più grande messaggio di riconciliazione e di pace, che Dio abbia mai inviato al genere umano (cf. Lc 1, 26-38)?
Maria ha dato alla luce colui che è la nostra riconciliazione; ella stava accanto alla Croce, allorché, nel sangue del Figlio Dio ha riconciliato “a sé tutte le cose” (Col 1, 20); ora, glorificata in cielo, ha – come ricorda una preghiera liturgica – “un cuore pieno di misericordia verso i peccatori, / che volgendo lo sguardo alla sua carità materna / in lei si rifugiano e implorano il perdono” di Dio (cf. Missale Romanum, Praefatio “de Beata Maria Vergine”).
Maria, regina della pace, ci ottenga da Cristo il dono messianico della pace e la grazia della riconciliazione, piena e perenne, con Dio e con i fratelli. Per questo la preghiamo.

 

Publié dans:FESTE DEL SIGNORE |on 25 juin, 2019 |Pas de commentaires »

Ultima cena

diario

Publié dans:immagini sacre |on 21 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

Il Pane vivo capace di belle cose
padre Gian Franco Scarpitta

Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ». Mentre inviava gli apostoli a rendere discepoli gli uomini di tutte le nazioni, a battezzare nel suo Nome e a rendergli testimonianza fino agli estremi confini della terra, Gesù prometteva loro che non li avrebbe lasciati soli: lo Spirito Santo avrebbe consentito che esperissero la sua presenza invisibile man mano che procedevano nella loro missione e li avrebbe guidati alla verità tutta intera. Lo Spirito infatti, promesso prima della dipartita e poi effuso il giorno di Pentecoste, introduce il Cristo in ogni ambito della nostra vita, agisce insieme a lui e ce ne fa percepire la presenza, certa anche se ineffabile e misteriosa. Lo Spirito Santo ci fa conoscere oltre alla presenza anche l’azione diretta di Gesù, l’efficacia della sua parola e la ricca trasformazione che avviene in noi quando lui agisce e questo particolarmente in quei segni visibili della sua presenza invisibile: i sacramenti. In ciascuno di essi, per opera dello Spirito Gesù interviene, opera, trasforma ed edifica e cambia la situazione del soggetto che li riceve, elevandolo spiritualmente e rinnovandolo nella dignità. Fra tutti i sacramenti, la Chiesa ci invita a considerarne uno in particolare, nel quale, sempre per opera dello Spirito Santo, il Cristo non solamente presenzia e agisce, ma resta sostanzialmente, egli stesso, in mezzo a noi.
Durante la celebrazione dell’Eucarestia, il sacerdote pronuncia a un certo punto la preghiera di “epiclesi” affinché Dio Padre mandi il suo Spirito sul pane e sul vino e perché questi diventino il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Gesù divine presente nel pane e nel vino che vengono dati in offerta. Durante la celebrazione eucaristica infatti questo si verifica: alle parole “Questo è il mio Corpo” e “Questo è il mio Sangue” proferite alla presenza della piccola ostia nella patena e al sorso di vino nel calice, questi due elementi diventano rispettivamente il Corpo e il Sangue dello stesso Gesù di Nazareth, il quale attualizza la succitata presenza di restare con noi fino alla fine della nostra storia e questo avviene a motivo di quella famosa Cena a Gerusalemme durante la quale invitò i discepoli a rinnovare nel tempo i segni della sua presenza nel pane e nel vino. Davanti agli occhi stupiti degli apostoli orami consapevoli che lui sarebbe stato consegnato alla morte, Gesù benedice un pane pronunciando parole inequivocabili che idrntificano questo con il suo Corpo: la copula “è” indica in effetti che non può trattarsi di un simbolo o di una rappresentazione o di un’allegoria, ma che esso è davvero il suo Corpo reale, materiale. L’avverbio “questo” è reso del resto con il neutro “touto”, che si riferisce direttamente al Corpo, in modo che il pane presente in quel momento non sia più pane, ma che si trasformi in Lui. Il Sangue è quello dell’alleanza nuova fra Dio e l’uomo, che verrà sparso di li a poco sulla croce e che verrà a sostituire il sangue antico delle vittime animali con cui si espiavano i peccati del popolo. Sarà il suo Sangue sulla croce infatti ad espiare i peccati, non soltanto nostri, ma anche del mondo intero (1Gv 2, 22) “Fate questo in memoria di me” è l’indicazione a perpetuare nel tempo il memoriale della passione, morte e risurrezione, ripresentando ogni volta la trasformazione dei medesimi segni di pane e vino nel suo Corpo e Sangue e ripresentando sull’altare lo stesso sacrificio compiuto una volta per tutte sulla croce.
Le particole consacrate sull’altare, distribuite ai fedeli nella mensa eucaristica, riposte nel sacrario per la venerazione continua dei fedeli e talvolta ostentate nelle liturgie di Adorazione Eucaristica realizzano il mantenimento della suddetta promessa di Gesù di essere con noi fino alla fine del mondo, di una presenza reale, sostanziale e duratura, nella quale Gesù permane costantemente e non solo dal puro punto di vista spirituale: è lo stesso Gesù Cristo, nel suo vero Corpo, ad essere in mezzo a noi. Il Concilio Vaticano II afferma che “in essa (nell’Eucarestia) è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo”.
Il nobilissimo Sacramento infatti sostiene nell’intimo, rinvigorisce, dona lo sprone, edifica ed esalta la persona e allo stesso tempo ravvicina le distanze e crea comunione innanzitutto con Dio Padre raggiunto per mezzo dello stesso Cristo Eucarestia, quindi anche fra di noi e con gli altri, perché lo stesso Corpo del Signore raduna tutti in unità e in concordia, promuovendo la condivisione e la mutua donazione. E’ mia esperienza personale che ricevere l’Eucarestia con vera fede, convinti ogni volta di Chi andiamo a ricevere e non per una mera consuetudine sterile e asettica, apporta sempre il beneficio di un sollievo spirituale, uno stato particolare di fiducia nell’affrontare le sfide della vita di tutti i giorni, un maggiore incoraggiamento e sprone nelle difficoltà; del resto è proprio dello Spirito Santo donare slancio e vigore. Tutte le volte che la Domenica termina una celebrazione eucaristica personalmente non di rado avverto che si instaura un clima di festa e di contentezza fra tutti coloro che vi hanno partecipato e che ora si intrattengono in chiesa a conversare e talvolta a condividere un caffè o un dolce, specialmente nelle piccole comunità di paese; o almeno si evince sempre uno stato di contentezza e di sollievo generale che non può che essere scaturito dalla celebrazione della Messa. Il pane eucaristico realizza sempre la comunione e e la protrae anche agli altri, riavvicinando le distanze e pacificando gli animi sconvolti.
A dire il vero, la comunione dovrebbe essere l’elemento caratterizzante la nostra vita associata di cristiani. Nella realtà si resta invece delusi e amareggiati notando che spesso l’Eucarestia non consegue il dono dell’unità quotidiana e nonostante la presenza del Signore nel suo vero Corpo restiamo insensibili e refrattari a codesto dono dello Spirito. Celebrando un Matrimonio nella mia chiesa assieme a un sacerdote ortodosso, riflettevo lo scorso mese su come nonostante la condivisione dell’Eucarestia ci sia stata divisione fra le Chiese, quando con un po’ di buona volontà ci si potrebbe riconciliare fra le varie confessioni nella comunione piena, eliminando ogni sospetto e distacco, e proprio la condivisione del Sacramento dovrebbe essere lo sprone di ciò.
Il “pane vivo disceso dal cielo” Gesù Cristo che ci invita al pasto comune di sé non dovrebbe trovare terreno arido in animi scostanti e insensibili alla sua azione, ma piuttosto trovare la corrispondenza della maturità da parte nostra di voler essere docili alla sua azione trasformante e riconciliante. L’obiettivo di questa presenza speciale di Gesù è l’edificazione interiore, la comunione e la missione e finalmente la salvezza nostra e di tutti e l’efficacia intrinseca del Pane Vivo è indiscussa; ma quanti di noi vorranno avvalersi di tali benefici?

Publié dans:OMELIE |on 21 juin, 2019 |Pas de commentaires »

Gli Apostoli

diario

Publié dans:immagini sacre |on 20 juin, 2019 |Pas de commentaires »

UNA INTRODUZIONE AGLI ATTI DEGLI APOSTOLI, DI CARLO MARIA MARTINI

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UNA INTRODUZIONE AGLI ATTI DEGLI APOSTOLI, DI CARLO MARIA MARTINI

Il Centro culturale Gli scritti (15/2/2010)

La cristianità primitiva ci ha lasciato un racconto sui primi sviluppi del movimento cristiano. Citato verso il 180 dagli Atti dei Martiri di Lione e dalla Epistula Apostolorum, esso è menzionato nel Canone Muratoriano (seconda metà del II secolo) sotto il titolo di Acta omnium Apostolorum e ne viene indicato anche il nome dell’autore, cioè Luca. Il titolo usuale del libro è “Atti degli Apostoli”. Tale titolo non gli è stato però attribuito dall’autore, che aveva concepito questo libretto come la seconda parte di un’opera complessiva sulle origini cristiane (cfr. Lc 1,1-4 e At 1,1).
Negli Atti è narrata la diffusione del messaggio della risurrezione di Gesù secondo una linea di progressione geografica che parte da Gerusalemme e, attraverso la Giudea e la Samaria, si estende fino alle regioni della Siria e dell’Asia Minore, e di là alla Grecia, per terminare a Roma.
La missione di far percorrere questo itinerario alla Parola di Dio è narrata nei primi dodici capitoli e viene affidata a Pietro. L’azione di Pietro raggiunge il suo momento culminante quando egli ammette al battesimo il pagano Cornelio, centurione romano, senza obbligarlo ad abbracciare la legge di Mosè (At 10,1 – 11,18).
A partire dal capitolo 13, il compito di attuare questa predicazione è affidato principalmente a Paolo, che viene così a porsi nel centro della narrazione. Paolo può allargare i confini della sua missione verso le terre più lontane dell’Asia Minore, della Macedonia e della Grecia. Dopo una intensa attività missionaria e dopo una serie estenuante di processi, Paolo viene condotto a Roma. La narrazione si chiude con la descrizione di Paolo prigioniero a Roma.
Vi è oggi un sostanziale accordo tra gli studiosi nel ritenere che l’autore degli Atti degli Apostoli è lo stesso che ha scritto il terzo vangelo. L’accordo tra gli studiosi non è più unanime quando si pone il problema se l’autore sia da identificare con uno di coloro che raccontano in prima persona plurale nelle cosiddette “sezioni noi” (At 16,10-17; 20,5-21; 27,1-28,16). Accettando questa identificazione si viene ad ammettere che l’autore è stato compagno di Paolo in alcuni viaggi, ed è stato quindi testimone oculare di parte degli avvenimenti che riferisce. Si raggiunge così la testimonianza dell’antica cristianità che ha attribuito gli Atti a un compagno di viaggio di Paolo, cioè a Luca, menzionato nell’epistolario paolino (cfr. Col 4,14; Fm 24; 2Tm 4,11).
Tuttavia, sulla base della diversa mentalità dell’autore degli Atti e di quello delle Epistole, non si può rinunciare alRiprendiamo dal web un articolo scritto dal cardinale Carlo Maria Martini per il Codex Pauli.

Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gla fondata tradizione che gli Atti sono opera di uno che ha conosciuto san Paolo. Tra i compagni di viaggio dell’Apostolo, Luca è certamente quello che, a voler tenere conto delle notizie antiche e dell’analisi interna dell’opera, ha le più fondate probabilità per essere designato come l’autore degli Atti.
Luca ha composto il suo libro servendosi di elementi di origine diversa. Benché tutti gli studiosi siano d’accordo nel ritenere che l’autore utilizza per il suo racconto vari tipi di informazioni, tuttavia è molto difficile determinare quale forma avessero le fonti che Luca ha potuto utilizzare. Nel secolo scorso furono fatti vari tentativi per definire con criteri stilistici i documenti scritti che sottostanno ad At 1-15 (come l’esistenza di una fonte antiochena e di una doppia fonte gerosolimitana), ma senza risultati definitivi. Il moltiplicarsi di teorie diverse e tra loro inconciliabili produsse un certo scetticismo. Oggi si tende ad analizzare le singole unità letterarie prese in se stesse, senza pretendere di ricostruire dei veri e propri documenti scritti.
Il materiale che l’autore ha raccolto attingendo a diverse fonti di informazione venne da lui elaborato in un racconto unitario. In esso si distingue una prima epoca dominata dalla figura di Pietro, mentre la seconda ha come protagonista l’apostolo Paolo. Tra le due epoche se ne coglie come una intermedia, di grande importanza, in cui si mostra il passaggio provvidenziale dai giudei ai pagani, e insieme la continuità che permane tra i due gruppi, entrambi inseriti nell’unico disegno divino di salvezza.
Riguardo alla struttura degli Atti risultano inadeguate le divisioni che hanno per base soltanto i due personaggi principali del racconto, Pietro e Paolo, perché le loro vicende si intersecano e sono frammiste con quelle di altri personaggi di rilievo (come Stefano e Filippo). Neppure è adeguata la divisione che vorrebbe basarsi sulle parole programmatiche di Gesù in At 1,8: «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e in Samaria e fino all’estremità della terra».
È comunque possibile dividere il libro nelle cinque parti seguenti: a) Le origini della Chiesa a Gerusalemme (1,1 – 5,42). b) Una nuova e più violenta persecuzione sorge a causa di Stefano (6,1 – 12,25). c) Missione di Barnaba e Paolo in Asia (13,1 – 15,35). d) Missione di Paolo nelle principali città della Grecia e nella grande città di Efeso (15,36 – 20,38). e) Arrivo di Paolo a Gerusalemme, suo imprigionamento e viaggio a Roma, nel centro del mondo conosciuto allora, dove egli annuncia con libertà la Parola di Dio (21,1 – 28,31).
L’autore ha subordinato il disegno generale dell’opera, la sua struttura e il suo stile a una finalità che egli ha espresso nel prologo a Teofilo con queste parole: «affinché ti renda conto della solidità della dottrina su cui sei stato catechizzato». Lo scopo dell’opera rimane molto generico e soggetto a diverse interpretazioni. Per questo si è discusso assai, soprattutto a partire dal secolo XVIII, sulla finalità di Luca nella sua narrazione. Fino a quel tempo si riteneva che Luca volesse semplicemente presentare un quadro delle origini cristiane e difendere Paolo dai suoi avversari.
Si profilava, quindi un approccio degli Atti dal taglio storiografico e apologetico. Ma le finalità di questa opera oggi vengono comprese alla luce dell’orizzonte più ampio prospettato sia dall’esame del terzo Vangelo, sia dall’esame di questo suo “secondo libro”. Appare, così, decisivo il ruolo della comunità destinataria dell’opera lucana. Si tratta probabilmente di una comunità composta in gran parte dai pagani convertiti, preoccupati però di tener viva la coscienza delle radici anticotestamentarie del messaggio cristiano.
Il libro è posto così sotto il segno della continuità: tra Antico e Nuovo Testamento, tra attività del Cristo e vita delle Chiese; tra Israele e la Chiesa, tra i giudeo-cristiani e i pagani convertiti. Garante invisibile ma sempre operante di questa continuità è lo Spirito. Nella predicazione universale del Vangelo ai pagani le profezie messianiche trovano il loro pieno adempimento, e si mostra così l’unità e la continuità del disegno divino di salvezza.
Tuttavia lo scopo che si prefiggeva l’autore era certamente quello di comunicare importanti valori dottrinali e un autentico messaggio, valido per ogni tempo. Per avere un quadro sintetico degli elementi dottrinali presenti negli Atti, bisogna partire dall’evento centrale da cui ha origine tutto il movimento cristiano, cioè la risurrezione di Cristo.
Gesù glorificato costituisce l’oggetto della fede della Chiesa (9,13), e la predicazione ha appunto lo scopo di mostrare che egli è il Messia predetto dalle Scritture, colui che è stato costituito giudice dei vivi e dei morti, il Figlio di Dio (9,20). Soltanto per la fede in lui (16,31) e per il battesimo nel suo nome (2,38) è possibile ottenere la salvezza (cfr. 4,12) e il perdono dei peccati (5,31).
Centrale è pure il ruolo dello Spirito Santo che pervade con la sua presenza e il suo influsso tutta la vita e l’espansione della Chiesa primitiva. La manifestazione fondamentale dello Spirito si ha nella Pentecoste, che rappresenta per la dottrina sullo Spirito un po’ quello che la risurrezione rappresenta per la cristologia. Nella presenza, tra i testimoni della Pentecoste, di molti che rappresentano i principali popoli allora conosciuti si manifesta la vocazione universale della Chiesa e si realizza la sua missione di essere un segno di unità tra i diversi popoli. La Chiesa (5,11) appare come la comunità di coloro che hanno creduto nel Cristo Risorto e vivono in unità sotto l’autorità degli Apostoli. Tra gli apostoli Pietro gode di una posizione speciale.
È importante pure ricordare il posto che hanno negli Atti la fede (si veda ad es. 2,44; 3,16; 4,4.32; 5,14, ecc.), il battesimo (cfr. 2,38; 8,36; 10,47, ecc.), l’imposizione delle mani per conferire lo Spirito (8,15 – 17; 19,5-6), l’Eucaristia (2,42.46; 20,7.11) e la preghiera (si veda ad es. 4,24-30; 10,9; 12,5; 16,25).
Anche le diverse situazioni che scandiscono il cammino delle comunità cristiane (crescita, persecuzione, dispersione, riconferma della fede) e i loro atteggiamenti (gioia, carità, scambio fraterno dei beni, mutuo aiuto, unione, prontezza a soccorrere anche i lontani, ospitalità, coraggio, apertura di cuore e di orizzonti, ecc.) affiorano di continuo nella narrazione. Si ricava così dalla lettura del libro un quadro ricchissimo della vita dei primi cristiani, quadro che viene presentato alle Chiese di tutti i tempi come modello e come stimolo.
Gli Atti degli Apostoli sono perciò «un libro per tutti i tempi, un libro molto attuale per il nostro tempo. Bisogna leggerlo tutto in una volta, così come si leggono avidamente i ricordi di famiglia» (H. Jenny).

Publié dans:BIBBIA NUOVO TESTAMENTO |on 20 juin, 2019 |Pas de commentaires »
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