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Quaresima

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Publié dans:immagini sacre, QUARESIMA 2020 |on 11 mars, 2020 |Pas de commentaires »

QUARESIMA – MEDITAZIONI S. MASSIMO

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QUARESIMA – MEDITAZIONI S. MASSIMO

Questo numero di quaranta giorni non fu stabilito dagli uomini, ma consacrato da Dio, né indetto per considerazioni terrene, ma ordinato dalla celeste maestà (…)
E Dio ci ha ordinato di osservare l’impegno quaresimale in questo periodo dell’anno quando tutta la natura si rinnova e risorge.
(…) Dico che la terra all’inizio della Quaresima depone la tristezza dell’inverno, ed io all’inizio della Quaresima respingo la tristezza dei peccati; la terra è aperta dall’aratro per essere pronta a ricevere la sua semente, la terra della mia anima è arata dai digiuni perché sia pronta a ricevere la semente celeste.
Perché, come trae maggior raccolto colui che lavora piú assiduamente il suo campo, cosí raccoglie maggiori grazie colui che piú lavora il campo del suo corpo con frequenti digiuni.
Ecco infatti che in questo tempo di astinenza nei seminati rinverdisce la messe, i polloni s’alzano in arbusti, le viti si coprono di gemme, tutta la natura si aderge verso l’alto; cosí in questo stesso tempo torna a guardare al futuro la speranza ch’era semimorta, si ritrova la gloriosa fede perduta, la vita temporale si innalza verso la vita eterna, e tutto il genere umano si sottrae al dominio infernale, puntando alto verso il cielo.
(…) e in questo ciclo di quaranta giorni tutte le creature si danno cura di purgarsi di ciò che è nocivo per giungere pulite e adorne alla Pasqua.
Ora tutte le creature sono in parto, per presentarsi poi col loro frutto. Allora, infatti, inaspettatamente la spina porterà la rosa, sul giungo sboccerà il giglio, gli aridi virgulti daranno profumo, e tutto s’adornerà di fiori cosí che la stessa natura sembrerà col suo splendore celebrare la festa del gran giorno.
(…) Queste infatti sono le spine del nostro corpo che pungono l’anima, delle quali dice la Scrittura: La terra ti germinerà triboli e spine (Genesi, 3, 18). Mi germina spine la mia terra quando mi stuzzica coi blandimenti della carnale libidine; mi germina triboli quando mi tormenta con l’avidità delle mondane ricchezze.
È spina per il cristiano l’avarizia, spina per l’uomo valente l’ambizione: sembrano dar piacere, ma invece fan danno. Da esse non possiamo difenderci se non con la vigilanza e il digiuno; anzi, in virtú della astinenza quelle stesse spine si mutano in rose. Il digiuno può trasformare la libidine in castità, la superbia in umiltà, l’ingordigia in frugalità.
Questi sono i fiori della nostra vita che olezzano soavemente per il Cristo, che mandano buon profumo a Dio, onde dice l’Apostolo: Perché noi siamo il buon profumo di Cristo per Dio (II Corinti, 2, 15).
Il Signore ci ha dunque elargito la Quaresima perché durante questo tempo, cosí come fa tutta la natura, noi concepiamo i germi delle virtú per produrre il frutto della giustizia nel giorno della Pasqua.
Ora, nello stesso spazio di quaranta giorni, il Cristo s’è esercitato (Matteo, 4, 2), non per progredire Egli stesso, ma per mostrare a noi come progredire verso la salvezza. In Lui non v’era spina di peccato da trasformare in fiore; poiché era egli stesso il fiore nato non da spina ma da verga, come dice il profeta: Uscirà una verga dalla radice di Jesse, e un fiore salirà su dalla radice (Isaia, 11, 1).
La verga infatti era Maria, gentile, semplice e vergine, che germinò il Cristo come un fiore dalla integrità del suo corpo.
Il Signore dunque ha stabilito per noi questa osservanza quaresimale digiunando egli stesso ininterrottamente per quaranta giorni e notti senza voler mangiare.
Ma infine, dice l’Evangelista, ebbe fame. Come può dunque essere che, non avendo sentito fame né sete per cosí tanti giorni, dopo abbia avuto desiderio di mangiare? Ebbe fame, certo; e non possiamo negare che abbia desiderato di mangiare: perché desiderava non il cibo degli uomini ma la loro salvezza, non agognava banchetti di vivande terrene ma bramava la santificazione delle anime immortali.
Infatti il cibo del Cristo è la redenzione dei popoli, cibo del Cristo è l’adempimento della volontà del Padre, come disse Egli stesso: Mio cibo è di fare la volontà del Padre che mi ha mandato (Giovanni, 4, 34).
Quindi dobbiamo anche noi sentire la fame, non di quel cibo che si imbandisce sulle mense di questo mondo, ma di quello che si coglie dalla lezione delle divine Scritture!
Poiché quello nutre il corpo per il tempo, questo ristora l’anima per l’eternità.

(Dalla raccolta antologica: Sermoni di S. Massimo, Il Tempo della Santa Quaresima, Vescovo di Torino, édita dalle Ed. Paoline nel 1975)

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (01/03/2020)

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (01/03/2020)

Il nuovo Adamo vincitore
padre Gian Franco Scarpitta

Tantissimi anni or sono, in una chiesa parrocchiale gestita in Calabria dai confratelli dei mio Ordine, si celebravano almeno quattro funerali al mese di persone che venivano uccise, vittime della mafia locale. Ai sacerdoti celebranti veniva raccomandato di evitare le arringhe aggressive contro la cultura dell’omicidio, onde evitare possibili ritorsioni. Mi fu raccontato allora che un religioso che si trovò ad officiare l’ennesimo rito funebre di un morto ammazzato, appena letto il vangelo si soffermò alcuni istanti ad osservare i silenzio il feretro chiuso del defunto. Poi gettò uno sguardo sul popolo, quindi tornò a guardare la bara e alla fine commentò:
“Guai a voi, uomini, che vi mettete al posto di Dio”. E proseguì regolarmente la celebrazione.
Pretendere di sostituirsi a Dio è alla radice di ogni male poiché comporta di voler far emergere se stessi su una posizione che non ci compete, della quale non siamo capaci e per la quale saremo solo in grado di mancare a noi stessi e agli altri. Equivale a voler predisporre il crollo e il rovinio sotto le cui macerie siamo destinati a perire, ma questo non concerne solamente gli omicidi e i peccati di grave entità, ma qualsiasi tendenza peccaminosa. Collocarsi al di sopra di Dio è la comune tentazione che all’origine di qualsiasi peccato e di qualsiasi mancanza e che individua anzi il peccato stesso, e di questo Gesù era ben consapevole, sia come Dio che come Uomo.
Scrive Anselm Grun che le tentazioni di Gesù nel deserto furono fondamentalmente tre: 1) farsi forte della sua posizione di Figlio di Dio per soddisfare la propria fame e sete e altre esigenze fisiche; 2) usufruire di riconoscimenti e di ottima fama e vantarsene al cospetto del diavolo tentatore, anche qui sfruttando la divinità a proprio vantaggio; 3) soddisfare la propria bramosia di dominio e la propria cupidigia inginocchiandosi di fronte al demonio che gli offriva tutti i regni delle terra in cambio di venerazione. Anche in tal caso avrebbe potuto farsi forte della sua posizione di Dio Uomo per soddisfare codesti desideri impropri. Sintetizzando le tre tentazioni, si può affermare che Gesù fu sedotto dal maligno ad esercitare la propria signoria divina, a farsi forte della sua onnipotenza e della sua preponderanza di Dio Figlio in comunione con il Padre e con lo Spirito, ai fini di soddisfare le sue passioni e i suoi appetiti non soltanto fisiologici. Avidità, intemperanza e falso orgoglio sarebbero stati gli obiettivi della tentazione di Satana, effettivamente difficile da gestire per chiunque in una situazione di inopia assoluta e di indigenza quale quella del deserto. E di fatto Gesù avrebbe potuto cedere a queste allettanti proposte, esaltando la sua divinità ma facendo fallire la sua umanità. E invece, uomo fra gli uomini suscettibile di debolezza e di caduta, nel pieno del deserto, ossia nella dimensione del “nulla” e dell’assolutamente precario, resiste alle tentazioni uscendone a testa alta. Come? Facendo esattamente l’opposto di quello che avrebbe voluto il diavolo, cioè anteponendo la volontà di Dio Padre alla propria, sottomettendosi a Dio ritenendolo suo Signore e relativizzando ogni cosa pur di attribuire il primato supremo al Padre. Come già era avvenuto nell’incarnazione, nella promiscuità con i peccatori al Giordano e nel Battesimo ricevuto da Giovanni, Gesù si rende uomo vulnerabile e bersaglio di possibili sconfitte anche spirituali, confidando però nell’assistenza del Padre al quale si sottomette e alla sua stessa paternità affidandosi. Al contrario di Adamo (I Lettura) che aveva peccato per la presunzione di voler essere pari a Dio e di voler anche prevaricare su di lui e sull’intero cosmo; al contrario del primo uomo, che avrebbe voluto decidere egli stesso della propria vita arrogandosi il diritto di disobbedire a Dio prevaricandolo e collocandosi egli stesso al suo posto, Gesù, si umilia di fronte al Padre affidando a lui la sua umanità, si sottomette alla volontà di Dio e a lui affida la sua vita e la sua stessa umanità, tributando sempre a Dio il primato che gli compete. Gesù obbedisce al Padre pur essendo Figlio e come dirà la Lettera agli Ebrei “impara l’obbedienza dalle cose che patisce e proprio questa sua umiliazione e mortificazione vincono la cupidigia e l’intemperanza e fanno in modo che Gesù possa mettere in fuga il diavolo. Gesù riesce laddove Adamo aveva fallito, trionfa nella stessa dimensione in cui questi era stato sconfitto, vince e guadagna se stesso dove Adamo si era perso e diventa egli stesso il nuovo Adamo, restauratore della vera umanità, quella che lotta con successo contro le proprie passioni e le proprie bramosie e che non da’ occasione al maligno, ma piuttosto mette in fuga il tentatore. Tutto questo non sarà senza risvolti positivi, visto che nella scena finale degli angeli si riscontra una sorta di esaltazione e di ricompensa che consegue alla pena del deserto.
Sulla scia di Gesù che pur avendo sempre ragione del demonio accetta di sottomettersi alle sue insidie per averne ragione e uscirne vincitore, siamo spronati a vivere i quaranta giorni del nostro deserto di Quaresima individuando in esso la nostra insufficienza e la nostra pochezza, la nostra fondamentale aridità e pochezza che ci induce a cedere, la tendenza comune che ci caratterizza a voler distruggere la nostra umanità dandola vinta al peccato, che è all’origine di tutti i mali. Contemporaneamente però siamo spronati e motivati nella lotta contro le nostre passioni, i vizi e le succitate tendenze a rovinarci, siamo sostenuti dallo stesso Signore che non manca di darci le armi adeguate a vincere le seduzioni del maligno. Ci vengono posti nello stesso episodio della vittoria del “nuovo Adamo” i coefficienti della preghiera corredata dalla meditazione, del digiuno e della carità operosa attraverso i quali è sempre possibile guadagnare noi stessi in vista di Dio e del prossimo.
La prova del deserto è quindi anche per noi un’opportunità per comprendere l’importanza di Dio come alternativa al diavolo. Del resto, se leggiamo attentamente il testo messo a raffronto con il parallelo di Marco, scopriremo che a condurre Gesù nel deserto era stato proprio lo Spirito Santo. Il che spiega tutto.
Nonostante non se ne renda conto e non lo accetti, l’uomo non può rivestire i panni di Adamo, ma ha bisogno del Nuovo Adamo che è il Dio che ci viene incontro in Gesù Cristo e il nostro secolo è appunto il tempo del deserto epocale nel quale le tentazioni ci tartassano da ogni parte e nel quale siamo chiamati ad esercitare la costanza e la vigilanza per non cadere in tranelli insinuosi, e per estensione è il teatro della nostra lotta contro il peccato e contro la malizia dalla quale è possibile uscire vittoriosi ed esaltati.

Publié dans:QUARESIMA 2020 |on 28 février, 2020 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI – 6 marzo 2019

http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2019/documents/papa-francesco_20190306_omelia-ceneri.html

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI – 6 marzo 2019

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di Santa Sabina

«Suonate il corno, proclamate un solenne digiuno» (Gl 2,15), dice il profeta nella prima Lettura. La Quaresima si apre con un suono stridente, quello di un corno che non accarezza le orecchie, ma bandisce un digiuno. È un suono forte, che vuole rallentare la nostra vita che va sempre di corsa, ma spesso non sa bene dove. È un richiamo a fermarsi – un “fermati!” -, ad andare all’essenziale, a digiunare dal superfluo che distrae. È una sveglia per l’anima.
Al suono di questa sveglia si accompagna il messaggio che il Signore trasmette per bocca del profeta, un messaggio breve e accorato: «Ritornate a me» (v. 12). Ritornare. Se dobbiamo ritornare, vuol dire che siamo andati altrove. La Quaresima è il tempo per ritrovare la rotta della vita. Perché nel percorso della vita, come in ogni cammino, ciò che davvero conta è non perdere di vista la meta. Quando invece nel viaggio quel che interessa è guardare il paesaggio o fermarsi a mangiare, non si va lontano. Ognuno di noi può chiedersi: nel cammino della vita, cerco la rotta? O mi accontento di vivere alla giornata, pensando solo a star bene, a risolvere qualche problema e a divertirmi un po’? Qual è la rotta? Forse la ricerca della salute, che tanti oggi dicono venire prima di tutto ma che prima o poi passerà? Forse i beni e il benessere? Ma non siamo al mondo per questo. Ritornate a me, dice il Signore. A me. È il Signore la meta del nostro viaggio nel mondo. La rotta va impostata su di Lui.
Per ritrovare la rotta, oggi ci è offerto un segno: cenere in testa. È un segno che ci fa pensare a che cosa abbiamo in testa. I nostri pensieri inseguono spesso cose passeggere, che vanno e vengono. Il lieve strato di cenere che riceveremo è per dirci, con delicatezza e verità: di tante cose che hai per la testa, dietro cui ogni giorno corri e ti affanni, non resterà nulla. Per quanto ti affatichi, dalla vita non porterai con te alcuna ricchezza. Le realtà terrene svaniscono, come polvere al vento. I beni sono provvisori, il potere passa, il successo tramonta. La cultura dell’apparenza, oggi dominante, che induce a vivere per le cose che passano, è un grande inganno. Perché è come una fiammata: una volta finita, resta solo la cenere. La Quaresima è il tempo per liberarci dall’illusione di vivere inseguendo la polvere. La Quaresima è riscoprire che siamo fatti per il fuoco che sempre arde, non per la cenere che subito si spegne; per Dio, non per il mondo; per l’eternità del Cielo, non per l’inganno della terra; per la libertà dei figli, non per la schiavitù delle cose. Possiamo chiederci oggi: da che parte sto? Vivo per il fuoco o per la cenere?
In questo viaggio di ritorno all’essenziale che è la Quaresima, il Vangelo propone tre tappe, che il Signore chiede di percorrere senza ipocrisia, senza finzioni: l’elemosina, la preghiera, il digiuno. A che cosa servono? L’elemosina, la preghiera e il digiuno ci riportano alle tre sole realtà che non svaniscono. La preghiera ci riannoda a Dio; la carità al prossimo; il digiuno a noi stessi. Dio, i fratelli, la mia vita: ecco le realtà che non finiscono nel nulla, su cui bisogna investire. Ecco dove ci invita a guardare la Quaresima: verso l’Alto, con la preghiera, che libera da una vita orizzontale, piatta, dove si trova tempo per l’io ma si dimentica Dio. E poi verso l’altro, con la carità, che libera dalla vanità dell’avere, dal pensare che le cose vanno bene se vanno bene a me. Infine, ci invita a guardarci dentro, col digiuno, che libera dagli attaccamenti alle cose, dalla mondanità che anestetizza il cuore. Preghiera, carità, digiuno: tre investimenti per un tesoro che dura.
Gesù ha detto: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Il nostro cuore punta sempre in qualche direzione: è come una bussola in cerca di orientamento. Possiamo anche paragonarlo a una calamita: ha bisogno di attaccarsi a qualcosa. Ma se si attacca solo alle cose terrene, prima o poi ne diventa schiavo: le cose di cui servirsi diventano cose da servire. L’aspetto esteriore, il denaro, la carriera, i passatempi: se viviamo per loro, diventeranno idoli che ci usano, sirene che ci incantano e poi ci mandano alla deriva. Invece, se il cuore si attacca a quello che non passa, ritroviamo noi stessi e diventiamo liberi. Quaresima è il tempo di grazia per liberare il cuore dalle vanità. È tempo di guarigione dalle dipendenze che ci seducono. È tempo per fissare lo sguardo su ciò che resta.
Dove fissare allora lo sguardo lungo il cammino della Quaresima? È semplice: sul Crocifisso. Gesù in croce è la bussola della vita, che ci orienta al Cielo. La povertà del legno, il silenzio del Signore, la sua spogliazione per amore ci mostrano la necessità di una vita più semplice, libera dai troppi affanni per le cose. Gesù dalla croce ci insegna il coraggio forte della rinuncia. Perché carichi di pesi ingombranti non andremo mai avanti. Abbiamo bisogno di liberarci dai tentacoli del consumismo e dai lacci dell’egoismo, dal voler sempre di più, dal non accontentarci mai, dal cuore chiuso ai bisogni del povero. Gesù, che sul legno della croce arde di amore, ci chiama a una vita infuocata di Lui, che non si perde tra le ceneri del mondo; una vita che brucia di carità e non si spegne nella mediocrità. È difficile vivere come Lui chiede? Sì, è difficile, ma conduce alla meta. Ce lo mostra la Quaresima. Essa inizia con la cenere, ma alla fine ci porta al fuoco della notte di Pasqua; a scoprire che, nel sepolcro, la carne di Gesù non diventa cenere, ma risorge gloriosa. Vale anche per noi, che siamo polvere: se con le nostre fragilità ritorniamo al Signore, se prendiamo la via dell’amore, abbracceremo la vita che non tramonta. E certamente saremo nella gioia.

 

Publié dans:QUARESIMA 2020 |on 26 février, 2020 |Pas de commentaires »

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