Archive pour janvier, 2019

Elia e la vedova di Sarepta

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Publié dans:immagini sacre |on 31 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

L’inno alla carità e alla misericordia
padre Antonio Rungi

Questa quarta domenica del tempo ordinario ci offre testi della parola di Dio, molto impegnativi da un punto di vista morale, soprattutto la seconda lettura, tratta dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi, nella quale è presentato il celebre inno alla carità, che ben a ragione, possiamo definire l’inno alla misericordia. Approfondendo il testo, si comprende perfettamente quanto siamo lontani da questo stile di vita che dovrebbe essere tipico di ogni buon cristiano e di ogni uomo di buona volontà. Invece, molto spesso ci troviamo a parlare e ad inneggiare all’amore e alla carità, ma poi, nella vita quotidiana, non la viviamo affatto, non sappiamo immergerci nell’esperienza vera della tolleranza, del perdono e della misericordia. L’Apostolo Paolo ci fa comprendere l’importanza di questo tema centrale per un autentico cammino di conversione che chiunque vuole farlo, non può prescindere dal porsi con senso di responsabilità davanti al grande mistero del dono e del perdono.
Possiamo avere di tutto e di più nella vita, ma se non abbiamo amore, se non viviamo la carità, siamo campane stonate, che danno semplicemente fastidio al solo primo rintocco del loro dire. Quante prediche, in tutti gli ambienti, in ordine alla carità e all’amore, e poi nessuno, o poche persone, sanno vivere l’amore nel vero senso della parola, secondo un modello che Paolo Apostolo ci propone in questa sinfonia del cuore, che batte per un solo scopo: dono e perdono. « La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta ». Saper vivere in questa logica dell’amore e del perdono è sicuramente l’esperienza mistica più bella ed esaltante di ogni credente. Non un amore distorto e deviato, non un amore egoistico, fine a se stesso e interessato al proprio successo e alla propria carriera, ma un amore sincero, capace di entrare nelle maglie più intime e profonde della nostra personalità, spesso contorta e senza apertura alla relazione. Non bisogna aver paura di amare e di annunciare l’amore, di proclamarlo e gridarlo al mondo intero, di cantarlo con la stessa passione dello spirito con cui lo canta anche il profeta Geremia, nel brano della prima lettura della liturgia della parola di questa domenica di fine gennaio 2016. «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti». Annunciare l’amore come via di salvezza e liberazione dell’uomo, schiavo di tante cose che lo rendono pauroso e dubbioso su molte questione, anche apparentemente banali ed insignificanti. Si ha paura di amare, di essere amati e soprattutto si ha terrore di annunciare l’amore ogni giorno, con la gioia nel cuore di chi incontra il Signore e trova forza e coraggio per combattere e vincere la noia del quotidiano. Il coraggio vero ce l’ho dimostrato Gesù, che, durante la sua vita e nella sua attività pubblica, ha parlato dell’amore, ma ha vissuto nell’amore, perché è stato e continua ad essere dalla parte degli umili e degli ultimi. Non c’è vangelo dell’amore e della carità, se non passa attraverso la testimonianza di un profondo convincimento interiore che solo amando, si sogna e si spera, ma anche ci si impegna concretamente a dare un volto nuovo alla nostra storia. Gesù ci provò a farlo, partendo proprio dalla Sinagoga del suo Nazaret, ma ebbe forti resistenze, al punto tale che Egli stesso cita un antico proverbio (medico, cura te stesso) per dire che un profeta è rifiutato proprio tra i suoi e nella sua patria. Come è vera questa affermazione di principio, lo dimostra il fatto che i cristiani sono considerati, dal coloro che non credono, a partire dai familiari più stretti, alla capacità di ogni persona umana di riabilitarsi mediante il dono, il perdono e s l’amore. Di fronte alle parole di contestazione da parte di Gesù nei confronti dei falsi giusti di Israele, egli usa parole dure, che fanno scuola da sole: « All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino ». Se una comunità non sa entrare in un vero dialogo d’amore, bisogna andare oltre, passare in altre zone, dove più sentita è l’accoglienza della parola di Dio. Se una persona non sa condividere vere esperienze di carità, fraternità, misericordia, si fa necessaria passare oltre, come fece Gesù con i suoi compaesani, per nulla aperti all’accoglienza.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo a Dio in questo giorno di festa: « Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo ». Amen.

Publié dans:OMELIE |on 31 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

Giona profeta

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Publié dans:immagini sacre |on 30 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – La Speranza cristiana – 7. Giona: speranza e preghiera

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170118_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – La Speranza cristiana – 7. Giona: speranza e preghiera

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 18 gennaio 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Nella Sacra Scrittura, tra i profeti di Israele, spicca una figura un po’ anomala, un profeta che tenta di sottrarsi alla chiamata del Signore rifiutando di mettersi al servizio del piano divino di salvezza. Si tratta del profeta Giona, di cui si narra la storia in un piccolo libretto di soli quattro capitoli, una sorta di parabola portatrice di un grande insegnamento, quello della misericordia di Dio che perdona.
Giona è un profeta “in uscita” ed anche un profeta in fuga! E’ un profeta in uscita che Dio invia “in periferia”, a Ninive, per convertire gli abitanti di quella grande città. Ma Ninive, per un israelita come Giona, rappresentava una realtà minacciosa, il nemico che metteva in pericolo la stessa Gerusalemme, e dunque da distruggere, non certo da salvare. Perciò, quando Dio manda Giona a predicare in quella città, il profeta, che conosce la bontà del Signore e il suo desiderio di perdonare, cerca di sottrarsi al suo compito e fugge.
Durante la sua fuga, il profeta entra in contatto con dei pagani, i marinai della nave su cui si era imbarcato per allontanarsi da Dio e dalla sua missione. E fugge lontano, perché Ninive era nella zona dell’Iraq e lui fugge in Spagna, fugge sul serio. Ed è proprio il comportamento di questi uomini pagani, come poi sarà quello degli abitanti di Ninive, che ci permette oggi di riflettere un poco sulla speranza che, davanti al pericolo e alla morte, si esprime in preghiera.
Infatti, durante la traversata in mare, scoppia una tremenda tempesta, e Giona scende nella stiva della nave e si abbandona al sonno. I marinai invece, vedendosi perduti, «invocarono ciascuno il proprio dio»: erano pagani (Gn 1,5). Il capitano della nave sveglia Giona dicendogli: «Che cosa fai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo» (Gn 1,6).
La reazione di questi “pagani” è la giusta reazione davanti alla morte, davanti al pericolo; perché è allora che l’uomo fa completa esperienza della propria fragilità e del proprio bisogno di salvezza. L’istintivo orrore del morire svela la necessità di sperare nel Dio della vita. «Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo»: sono le parole della speranza che diventa preghiera, quella supplica colma di angoscia che sale alle labbra dell’uomo davanti a un imminente pericolo di morte.
Troppo facilmente noi disdegniamo il rivolgerci a Dio nel bisogno come se fosse solo una preghiera interessata, e perciò imperfetta. Ma Dio conosce la nostra debolezza, sa che ci ricordiamo di Lui per chiedere aiuto, e con il sorriso indulgente di un padre, Dio risponde benevolmente.
Quando Giona, riconoscendo le proprie responsabilità, si fa gettare in mare per salvare i suoi compagni di viaggio, la tempesta si placa. La morte incombente ha portato quegli uomini pagani alla preghiera, ha fatto sì che il profeta, nonostante tutto, vivesse la propria vocazione al servizio degli altri accettando di sacrificarsi per loro, e ora conduce i sopravvissuti al riconoscimento del vero Signore e alla lode. I marinai, che avevano pregato in preda alla paura rivolgendosi ai loro dèi, ora, con sincero timore del Signore, riconoscono il vero Dio e offrono sacrifici e sciolgono voti. La speranza, che li aveva indotti a pregare per non morire, si rivela ancora più potente e opera una realtà che va anche al di là di quanto essi speravano: non solo non periscono nella tempesta, ma si aprono al riconoscimento del vero e unico Signore del cielo e della terra.
Successivamente, anche gli abitanti di Ninive, davanti alla prospettiva di essere distrutti, pregheranno, spinti dalla speranza nel perdono di Dio. Faranno penitenza, invocheranno il Signore e si convertiranno a Lui, a cominciare dal re, che, come il capitano della nave, dà voce alla speranza dicendo: «Chi sa che Dio non cambi, […] e noi non abbiamo a perire!» (Gn 3,9). Anche per loro, come per l’equipaggio nella tempesta, aver affrontato la morte ed esserne usciti salvi li ha portati alla verità. Così, sotto la misericordia divina, e ancor più alla luce del mistero pasquale, la morte può diventare, come è stato per san Francesco d’Assisi, “nostra sorella morte” e rappresentare, per ogni uomo e per ciascuno di noi, la sorprendente occasione di conoscere la speranza e di incontrare il Signore. Che il Signore ci faccia capire questo legame fra preghiera e speranza. La preghiera ti porta avanti nella speranza e quando le cose diventano buie, occorre più preghiera! E ci sarà più speranza. Grazie.

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI |on 30 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

Volto di Cristo (il resto del testo era in russo)

diario testo in russo

Publié dans:immagini sacre |on 29 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

1. L’UMANA SOFFERENZA (II)

http://www.pastoralesalutevenezia.it/ufficio_della_salute/area_teologica/00001581_L_umana_sofferenza___Parte_seconda.html

1. L’UMANA SOFFERENZA (II)

5. La fecondità dell’umana sofferenza
L’opera compiuta dall’amore di Cristo non resta riservata alla sua singolare persona. Tanto meno può essere ridotta a pura sorgente di ammirazione. Essa ha la forza di contagiare ogni umana sofferenza per mutarla in opera di amore e di speranza.
La sofferenza dell’uomo, investita dall’amore del Crocifisso, diventa a sua volta feconda. Per quanti, esplicitamente o implicitamente, aderiscono a Cristo questa prospettiva della vita piena (eterna) è già in atto. Qui, nella storia, non unicamente nell’al di là. Lo confermano molti uomini e donne, non solo i santi già canonizzati dalla Chiesa: la sofferenza è in grado di mutare le sorti della storia personale e sociale (Pastorelli di Fatima), perché partecipa della Redenzione di Gesù.
«Perché mi hai abbandonato?»: una domanda filiale che ha come risposta il silenzio paterno. Non una domanda senza risposta, perché anche il silenzio è una risposta. Non è forse l’esperienza preponderante che ciascuno di noi fa di fronte alla sofferenza altrui? Il restare zitti, il non sapere cosa dire. Orbene, tale silenzio, in maniera apparentemente paradossale (come sempre nella fede cristiana) anziché allontanarci da Dio ci avvicina a Lui: «La sofferenza del mondo ci unisce al cuore di Dio. È un’illusione che “filosofeggia” supporre che la sofferenza avviene “qui sotto”, e “lassù” sta guardando un Dio beato che non vi prende parte. Tutti i pugni chiusi degli uomini rivolti contro il cielo puntano nella direzione falsa. Il sofferente che grida nell’agonia, è in Dio. Egli lo è perché il mondo intero, così come esso è, con tutto il sangue e tutte le sue lacrime è in Cristo e detto più esattamente: nel Cristo crocifisso (e risorto) è stato pensato e creato» (Balthasar).
Il Redentore non ha cercato di cancellare il dolore attraverso una teoria più brillante delle altre, ma ha compiuto un’opera di totale immedesimazione nella sofferenza, illuminandone il significato profondo: la collaborazione alla Sua redenzione del mondo. Per quanto parlare di espiazione delle colpe del mondo possa infastidire la nostra sensibilità post-moderna, non possiamo negare questa realtà. Don Gnocchi, che sarà fra poco proclamato Beato, condividendo lungo tutta la sua vita il dolore e, soprattutto il dolore innocente – quello che più ci tenta di ribellione contro Dio , in un celebre scritto, racconta come i suoi mutilatini, una volta resi partecipi di questa prospettiva, trovassero energia quasi sovrumana di sopportazione del dolore. In tal modo il dolore da condanna diventa merito, da limite espressione di gloria sovrabbondante, da morte risurrezione.
La sofferenza di Cristo è, quindi, inclusiva, cioè consente l’accesso alle altre sofferenze, che possono, in unione con la sua, espiare in modo vicario. San Paolo osa scrivere ai cristiani di Colossi: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24).
Qualche settimana fa un padre, parlando del figlio dodicenne appena morto in un incidente stradale, poteva dire: “Non è vero che Dio dà e toglie; Dio dona sempre”. Qui siamo scesi in profondità, ben oltre la tesi della pura permissione del male.
Questa consapevolezza non rinuncia all’indefesso impegno teso a combattere la sofferenza umana, ma – come mostrano le plurisecolari opere di carità cristiana – sprigiona una creatività non utopica.
6. Per una cura integrale
Vorrei ora lasciarmi condurre dalla logica dell’incarnazione propria della fede cristiana a considerare il nostro comportamento di fronte ad alcuni casi di sofferenza estrema. Spesso, davanti a queste situazioni-limite, ci smarriamo e sembriamo incapaci di un atteggiamento costruttivo. Non mi riferisco innanzitutto ad una fragilità personale nel portarle, quanto piuttosto ad una mancanza di chiarezza nel valutarle.
Sto parlando dei malati in stato vegetativo e di quelli terminali. Sollevano questioni scottanti che sono, tra l’altro, proprio in questi giorni, oggetto di dibattito parlamentare. Mi riferisco al Disegno di legge sul fine-vita e a quello sulle cure palliative.
Vista nel quadro delle considerazioni svolte, l’esperienza dell’uomo provato dalla malattia e dalla disabilità, con l’inevitabile carico di dolore e di sofferenza, getta luce anche sull’azione terapeutica della medicina. Questa è autentica solo se l’intervento lenitivo della sofferenza è proposto all’interno di una visione integrale dell’uomo.
Infatti, nella salute e, specialmente, nella malattia («L’uomo nella prosperità non comprende, è come un animale che perisce» ci rammenta con crudezza il Salmo 48), benessere e dolore non sono separabili, come si è visto, da una domanda di significato.
La scienza medica è chiamata a tentare con tutte le sue forze di far regredire il più possibile i confini della malattia e della morte, senza mai dimenticare che anche le situazioni di sofferenza estrema, e perfino il morire, possiedono un significato obiettivo nell’economia della vita umana.
a) Lo “stato vegetativo”
Non pare falsificabile la convinzione, maturata da molti esperti, che quello che comunemente si chiama “stato vegetativo” non sia una malattia, ma la più grave delle disabilità. La vita di chi si trova in questa condizione non dipende dai sempre più sofisticati strumenti della medicina tecnologica né da una particolare terapia medica, ma da quello da cui noi stessi dipendiamo per vivere: l’acqua, il cibo, la mobilizzazione, l’igiene, la relazione e un ambiente disposto a sostenere le nostre fragilità. Lo stato vegetativo, quindi, non ha bisogno di straordinarie apparecchiature di supporto delle funzioni vitali, ma solo di vicariare le esigenze che il malato non è in grado di assolvere da solo: igiene, movimenti, deglutizione (quindi alimentazione e idratazione). Forse questa è la più misteriosa delle situazioni, di grande difficoltà diagnostica, ed interroga molto profondamente sulla dignità della persona umana e sul mistero del suo essere.
Le tecniche della neuroradiologia funzionale mostrano, a detta dei suoi cultori, che la coscienza di colui che si trova in simile stato non è affatto spenta. Inoltre gli esperti che hanno coniato il termine “stato vegetativo” a proposito della sua presunta irreversibilità affermano che questa categoria «non ha valore di certezza, ma è di tipo probabilistico».
La cura della persona in questo stato è, allora, una presa in carico semplice, a basso contenuto tecnologico, anche se ad elevato impegno umano ed assistenziale. Pur consapevole delle forti improbabilità di ripresa, sa accompagnare sempre il paziente, senza mai cadere negli opposti eccessi di un accanimento o di un abbandono.
La letteratura attesta che una simile cura integrale, in taluni casi, consente di ottenere risultati sorprendenti ed assolutamente inattesi come il recupero stabile della coscienza e la capacità di alimentarsi per via orale fino al rientro al domicilio.
b) I malati terminali e le cure palliative
Secondo gli esperti un “caso” assai diverso è quello dei cosiddetti “malati terminali” (ad esempio quelli affetti da SLA). È proprio questo l’ambito in cui si aprono gli interrogativi sui presunti accanimenti terapeutici e sulle pratiche di eutanasia.
Visitando taluni di questi ammalati, mi è sorta una domanda: non siamo piuttosto noi sani a chiedere la “morte degna”, mentre i malati chiedono una vita degna anche con la malattia, una vita degna fino all’ultimo istante, fatta di quello che caratterizza l’uomo: la capacità di amare e di essere amati? Essi hanno il problema del non abbandono, di qualcuno che li accompagni nel percorso di cura in tutte le sue fasi e in tutti i suoi aspetti. Raramente ho intuito la decisiva parte che hanno le relazioni amorose nella cura di un paziente terminale come quando ho visto tre figli – di 8, 10 e 11 anni – accudire un padre quarantottenne malato di SLA in grado di comunicare solo con le palpebre.
Un esempio prezioso e concreto di cosa significhi prendersi cura di questi malati ci viene offerto dalle cure palliative.
La moderna definizione di tali cure, data dalla European Association for Palliative Care, recita: «Le cure palliative sono la cura attiva e globale prestata al paziente quando la malattia non risponde più alle terapie aventi come scopo la guarigione. Il controllo del dolore e degli altri sintomi, dei problemi psicologici, sociali e spirituali assume importanza primaria … Le cure palliative rispettano la vita e considerano il morire un processo naturale. Il loro scopo non è quello di accelerare o differire la morte, ma quello di preservare la migliore qualità della vita possibile fino alla fine». “Inguaribile”, infatti, non è sinonimo di “incurabile”.
Questa definizione appare improntata al più grande realismo. Di essa devono tener particolare conto i curanti, dal momento che non pochi studi hanno mostrato che la domanda di eutanasia o suicidio assistito in pazienti in fase terminale dipende in modo significativo dall’atteggiamento degli operatori sanitari e dei familiari nei confronti della vita, della malattia e soprattutto dell’ammalato.
7. Leggi giuste
Tra i fattori che influenzano in modo sostanziale le scelte della persona – sia perché impongono divieti e riconoscono diritti, sia perché contribuiscono a formare una mentalità – va annoverato il contesto normativo di un Paese. Per questo il legislatore deve riporre la massima cura nel fare leggi oggettivamente giuste.
A proposito della Dichiarazione anticipata di trattamento (DAT), sento la responsabilità di invitare il legislatore a garantire quei principi irrinunciabili più volte richiamati dalla Conferenza Episcopale Italiana.
Nello stesso tempo il pronunciamento legislativo sulle cure palliative deve essere al più presto attuato e dotato di tutti i mezzi finanziari perché siano capillarmente praticabili nel nostro Paese.
Risorse economiche adeguate vanno investite anche nella normale terapia del dolore.
8. «Nel dolore lieti» (San Paolo)
Dolore e sofferenza, nel loro carattere misterioso consegnato alla libertà di ciascuno di noi, ci hanno portato al cuore dell’amore trinitario che si è coinvolto con questa condizione-limite dell’uomo.
In Cristo Gesù siamo resi capaci della paradossale ma umanissima esperienza vissuta da San Paolo: «nel dolore lieti» (cfr 2Cor 6,10) e di poter così lenire le sofferenze dei nostri fratelli uomini. Per questo ci vuole rispetto della vita, pazienza nell’accompagnamento, ma – soprattutto – educazione al gratuito, all’amore come dono totale di sé.
Questa è la testimonianza che da secoli i cristiani e gli uomini di buona volontà offrono al mondo. Ieri come oggi, migliaia di persone sono vicine ai malati, ai moribondi, agli angosciati che hanno perso tutto, ai troppi provati dalla miseria e dalla fame. L’oceano di carità che anche nelle nostre terre il popolo cristiano, con umiltà ed efficacia, offre a chi è nel dolore è il riverbero di quell’eloquente silenzio che il Redentore non smette di offrirci come credibile risposta al nostro grido di desolazione.
Ma, soprattutto, sono l’offerta di sé e la preghiera semplice (Santo Rosario) di quanti sono vittime del dolore di qualunque genere ad indicarci la grande verità che la vita è fatta per essere donata e non trattenuta: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12, 25).
In quest’ottica l’accettazione dei mali fisici e il pentimento per il male compiuto sono alla nostra portata. Perfino la nostra stessa morte può essere, come supplicava Rilke, personale, se fin dal tempo della prosperità e del benessere la si guarda come autentico dono di sé. Lo sapevano bene i nostri vecchi, usi a recitare la preghiera dell’Apparecchio alla buona morte.
Il mistero del dolore e della sofferenza sta inesorabile davanti a ciascuno di noi, ma il suo valore è già fin d’ora custodito nel nucleo incandescente dell’amore trinitario. Per affrontarli ci è stata donata, quindi, una strada luminosa. A condizione che la libertà di ognuno di noi li assuma quotidianamente nell’orizzonte dell’autentico amore di Dio, degli altri e di se stesso.

 

Publié dans:SOFFERENZA (LA) |on 29 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

titolo della foto: se c’è un gatto c’è una famiglia

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Publié dans:gatti |on 27 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

Lc 1,1-4; 4,14-21 Oggi si è compiuta questa Scrittura.

diario

Publié dans:immagini sacre |on 24 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

COSA FA L’IRRUZIONE DEL DIVINO? – 3a DOMENICA T.O.

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COSA FA L’IRRUZIONE DEL DIVINO? – 3a DOMENICA T.O.

WILMA CHASSEUR

Luca, l’unico greco fra gli Evangelisti, dedica il suo Vangelo a un cavaliere romano, l’egregio Teofilo, dopo aver fatto ricerche accurate sui fatti accaduti. Il cristianesimo è dunque una religione fondata su un avvenimento storico che ha spaccato in due la Storia: prima di Cristo e dopo. “L’esistenza di Gesù Cristo, scrive M. Sordi, non può essere messa in dubbio da nessuno: Egli è vissuto in una delle epoche meglio conosciute della storia romana, fra l’impero di Augusto e quello di Tiberio.” Ed era urgente scrivere i fatti accaduti perché si era già nell’ 80 dopo Cristo e i testimoni oculari stavano scomparendo. Luca non aveva conosciuto personalmente Gesù, era amico di Paolo che gli avrà anche narrato la sua conversione, avrà conosciuto Maria e altri testimoni e ne scrive un resoconto dettagliato per fissare gli avvenimenti. Presenta Gesù come medico delle anime e dei corpi e sempre in cammino con i suoi discepoli; come ogni rabbi, ma anche in cammino con i peccatori e varie donne, come nessun rabbi, era troppo sconveniente…
Nel brano evangelico di questa domenica troviamo due testi del Vangelo di Luca: il prologo che presenta il metodo seguito da Luca per scrivere il suo Vangelo e l’inizio della predicazione a Nazareth dove si vede Gesù che torna nella sinagoga del suo paese dopo aver predicato altrove. Egli percorreva i villaggi e insegnava nelle sinagoghe, sappiamo che predicò in almeno quattro sinagoghe, questa volta va a quella del suo paese.

* L’omelia più corta
Era un sabato, l’equivalente della nostra domenica e il culto si svolgeva così: dopo una lunga preghiera pronunciata da uno dei presenti, mentre i fedeli in piedi, tenevano il viso rivolto verso Gerusalemme, uno dell’assemblea poteva chiedere che gli venisse dato il rotolo della Sacra Scrittura e leggere un testo dei profeti. Questa era la seconda lettura, la prima, riguardava la Torah. Gesù si fa dunque avanti, gli danno il rotolo del libro del profeta Isaia e legge un brano. Poi consegna il rotolo, si siede e fa una brevissima omelia che si faceva da seduti. Dice sette parole in tutto:” Oggi si è compiuta questa scrittura che avete ascoltato”. Tutti lo guardavano strabiliati perché la scrittura diceva: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri ecc.…”. Si era auto-presentato con un altissimo profilo, dichiarandosi l’inviato del Signore, non facendo mistero della sua consapevolezza messianica. In altre parole: applica a se stesso quelle parole, oggi diremmo fa un’autocertificazione. Subito sembrava che il discorso piacesse, poi iniziano le discussioni “ma chi è, ma che fa, ma non è il figlio del carpentiere?

* Nessuno indenne
Gesù, che sente crescere l’ostilità, riprende: “Di certo mi citerete il proverbio: medico cura te stesso; quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria, ma nessun profeta è bene accetto in patria”. A questo punto l’indignazione raggiunge il colmo e Gesù viene cacciato fuori. Chissà che tristezza avrà provato e a causa di questa incredulità non poté fare nessun miracolo, solo qualche guarigione.
Ecco cosa fa l’irruzione del divino: non lascia indenne nessuno,neppure Lui… Anzi se ce n’è UNO che è stato fatto fuori è proprio Lui. Ma ormai era troppo tardi. Lui era già dentro: dentro al cuore degli uomini di buona volontà e quindi a niente è servito farlo fuori. Anzi, si ha un bel dichiarare che Dio è morto, ma Lui sempre risorge perché è l’unico che “conosce la strada per uscire dal sepolcro”

 

Publié dans:OMELIE |on 24 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

animali nella Bibbia (metto il link a due articoli interessanti, uno è in francese, è scritto sullo stesso server di questo blog)

Pintura del estadounidense Edward Hicks (1780-1849), que muestra a los animales embarcando de dos en dos. (Wikimedia Commons)

 

https://www.illibraio.it/animali-signore-papa-362112/

http://diaconos.unblog.fr/2019/01/23/les-animaux-dans-la-bible/comment-page-1/#comment-10021

Publié dans:animali, animali (sugli) |on 23 janvier, 2019 |Pas de commentaires »
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