Archive pour avril, 2016

Cannon Ball Tree (Couroupita guianensis), buona domenica

Cannon Ball Tree (Couroupita guianensis), buona domenica dans immagini buona notte, buon giorno e....♥ 578ee322fe60789472599d15b4e084a5

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La Sagrada Familia, Barcelona, Spain – due bellissime foto di questa Chiesa, da rimanere incantati

La Sagrada Familia, Barcelona, Spain - due bellissime foto di questa Chiesa, da rimanere incantati dans CHIESE

Antonio Gaudi’s magnificent baldachin and crucifix hangs over the high altar in the Sagrada Família Basilica in Barcelona, Spain.

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Publié dans:CHIESE |on 27 avril, 2016 |Pas de commentaires »

La Sagrada Familia, Barcelona, Spain.

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Publié dans:CHIESE |on 27 avril, 2016 |Pas de commentaires »

Turtur chalcospilos (Parco Nazionale del Kenya, testo in spagnolo)

Turtur chalcospilos (Parco Nazionale del Kenya, testo in spagnolo) dans A. UCCELLI 1-emerald-spotted-wood-dove

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http://www.ikuska.com/Africa/natura/parques/kenia/baringo.htm

Publié dans:A. UCCELLI |on 26 avril, 2016 |Pas de commentaires »

SALVADOR DALÍ – SURREALISMO (interessante vero?

http://www.francescomorante.it/pag_3/313a.htm

SALVADOR DALÍ – SURREALISMO

SALVADOR DALÍ - SURREALISMO (interessante vero? dans ARTE : PITTURA 313a5

Salvador Dalí (1904-1989) nacque a Figueras, in Catalogna, nel 1904. A Madrid frequentò l’Accademia di Belle Arti ma nel 1926 ne fu espulso per indegnità. L’anno successivo si recò a Parigi dove venne a contatto con il vivace ambiente intellettuale della capitale francese. Qui conobbe Pablo Picasso, Juan Mirò, André Breton e il poeta Paul Eluard. È il momento di maggior vitalità del movimento surrealista e Dalí ne venne immediatamente coinvolto. Egli infatti vide nelle teorie del movimento la possibilità di far emergere la sua dirompente immaginazione. Rotti i freni inibitori della coscienza razionale, la sua arte portava in superficie tutte le pulsioni e i desideri inconsci, dando loro l’immagine di allucinazioni iperrealistiche. In Dalí non esiste limite o senso della misura, così che la sua sfrenata fantasia, unita ad un virtuosismo tecnico notevole, ne fecero il più intenso ed eccessivo dei surrealisti al punto che nel 1934 fu espulso dal gruppo dallo stesso Breton. Ciò tuttavia non scalfì minimamente la produzione artistica di Dalí, il quale, dopo essersi professato essere lui l’unico vero artista surrealista esistente, intensificò notevolmente l’universo delle sue forme « surreali ».
Il Surrealismo per Dalí era l’occasione per far emergere il suo inconscio, secondo quel principio dell’automatismo psichico teorizzato da Breton. E a questo automatismo psichico Dalí diede anche un nome preciso: metodo paranoico-critico.
La paranoia, secondo la descrizione che ne dà l’artista stesso, è: «una malattia mentale cronica, la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi. Le delusioni possono prendere la forma di mania di persecuzione o di grandezza o di ambizione».
Dunque le immagini che l’artista cerca di fissare sulla tela nascono dal torbido agitarsi del suo inconscio (la paranoia) e riescono a prendere forma solo grazie alla razionalizzazione del delirio (momento critico).
Da questo suo metodo nacquero immagini di straordinaria fantasia, tese a stupire e meravigliare grazie alla grande artificiosità della loro concezione e realizzazione. La tecnica di Dalí si rifà esplicitamente alla pittura del Rinascimento italiano, ma da esso prende solo il nitore del disegno e dei cromatismi, non la misura e l’equilibrio formale. Nei suoi quadri prevalgono effetti illusionistici e complessità di meccanismi che rimandano inevitabilmente alla magniloquenza ed esuberanza del barocco iberico.
Nel 1929 Dalì dipinse il suo primo quadro surrealista: «Il gioco lugubre». In esso appare in primo piano una figura maschile di spalle con mutande sporche di escrementi. Questo particolare suscitò notevole sconcerto tra gli altri surrealisti decretando già le prime distanze tra Dalí e il gruppo di Breton. In questa fase della sua pittura Dalí fa largo ricorso agli spazi prospettici molto dilatati in cui inserisce una notevole quantità di elementi (uomini, animali, oggetti) secondo procedimenti combinatori irrazionali. In queste figure, e nei loro rapporti, la deformazione si inserisce come ulteriore elemento di sconcerto.
Allo stesso 1929 risale il suo legame con Gala Deluvina Diakonoff, moglie del poeta Paul Eluard. Ella fu prima amante e poi moglie di Dalí, divenendo la sua musa ispiratrice. Appare in numerosissimi quadri, per lo più nuda e sensuale, rappresentando nel mondo figurativo di Dalí uno degli ingredienti più certi del suo inconscio: la libido.
In seguito la sua pittura tende a trovare una sinteticità più netta, in cui la concentrazione su pochi elementi permette al quadro di esprimere contenuti più chiari ed univoci. È il caso di un quadro come «La persistenza della memoria» dove Dalì crea una delle sue immagini più celebri: quella degli orologi deformi.
Al metodo paranoico-critico si collegano una serie di immagini di virtuosistico effetto. Si tratta di immagini doppie, dove la combinazione delle figure fa apparire più cose simultaneamente. Scrisse Dalí: «Attraverso un processo nettamente paranoico è possibile ottenere un’immagine doppia, rappresentazione di un oggetto che, senza la minima modificazione figurativa o anatomica, sia al tempo stesso la rappresentazione di un oggetto assolutamente diverso». In questo gruppo di opere rientrano alcuni dei quadri più famosi di Dalí, quali «Figure paranoiche», «Cigni che riflettono elefanti», «Apparizione di un volto e di una fruttiera sulla spiaggia», «L’enigma senza fine».
Nel 1939 si trasferì negli Stati Uniti dove rimane per quasi un decennio. Negli ultimi decenni della sua vita egli ha continuato ad alimentare a dismisura la sua fama di artista eccentrico, originale e a volte delirante, fino a diventare prigioniero del suo stesso personaggio: sempre più scostante, altezzoso e imprevedibile. Dalí si è spento a Figueras il 23 gennaio 1989.

 

Publié dans:ARTE : PITTURA |on 25 avril, 2016 |Pas de commentaires »

un enorme sbadiglio

un enorme sbadiglio dans a. grandi mammiferi 1114929__huge-yawn_p

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SONO UN ORFANO DI ACQUA E DI CIELO

http://www.apostoline.it/pino_fanelli/N-P/Niccol%C3%B2_Fabi-Buona_Idea.htm

NICCOLÒ FABI IN “ECCO”, 2012 – SONO UN ORFANO DI ACQUA E DI CIELO

A 44 ANNI NICCOLÒ FABI PUBBLICA “ECCO”, IL SUO 7° ALBUM DI INEDITI. 11 BELLE CANZONI CHE PARLANO AL CUORE! RIFLESSIONI, SFOGHI, NARRAZIONI, RICORDI E SGUARDI RIVOLTI A UNA SOCIETÀ CHE ANNASPA NELLA SOLITUDINE ED È INCAPACE DI CONDIVIDERE. “UNA BUONA IDEA” È IL PRIMO SINGOLO DI LANCIO E INVITA A RIFLETTERE SU VALORI DELLA VITA SOCIALE E POLITICA DI CUI CI SENTIAMO TUTTI UN PO’ ORFANI E SULLA NECESSITÀ DI OFFRIRE BUONE IDEE, UTILI ALLA COLLETTIVITÀ

UNA BUONA IDEA

Sono un orfano
di acqua e di cielo
un frutto che da terra guarda
il ramo
orfano di origine e di storia
e di una chiara traiettoria.

Sono orfano di valide occasioni
del palpitare di un’idea con grandi ali
di cibo sano e sane discussioni
delle storie, degli anziani,
cordoni ombelicali
orfano di tempo e silenzio
dell’illusione e della sua disillusione
di uno slancio che ci porti verso l’alto
di una cometa da seguire,
un maestro d’ascoltare
di ogni mia giornata
che è passata
vissuta, buttata e mai restituita
orfan della morte,
e quindi della vita.
Mi basterebbe essere padre di una buona idea…

Sono orfano
di pomeriggi al sole,
delle mattine senza giustificazione
dell’era di lavagne e di vinile,
di lenzuola sui balconi
di voci nel cortile
orfano di partecipazione
e di una legge che assomiglia all’uguaglianza
di una democrazia che non sia un paravento
di onore e dignità, misura e sobrietà
e di una terra che è soltanto calpestata
comprata, sfruttata, usata e poi svilita
orfan di una casa, di un’Italia che è sparita.
Mi basterebbe
essere padre di una buona idea… Una buona idea…

”sono orfano di cielo… di un’idea con grandi ali… di uno slancio che mi porti verso l’alto”: la “nostalgia di Dio” riaffiora, specialmente nei periodi di crisi, a conferma che non basta il progresso o il benessere… l’uomo ha in sé l’immagine e il desiderio di Dio, di un orizzonte di senso che spieghi e riempia l’esistenza. La Bibbia lo ricorda: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (cf. il vangelo delle tentazioni di Gesù in Mt 4,4). Credere è “volare alto”, e non appiattire o omologare pensiero e volontà.
“sono orfano di origine e di storia e di una chiara traiettoria”: conoscere la storia è conoscere le proprie radici, formarsi una coscienza, personale e di popolo. Sapere da dove veniamo è fondamentale per costruire la nostra identità. C’è chi pensa che il passato in quanto tale sia un capitolo chiuso: non deve influenzare il presente altrimenti rischia di compromettere il futuro, ma ciò è vero solo se si ripetono gli stessi errori del passato, senza trarne insegnamenti utili… un mondo senza storia è una casa senza fondamenta.
“sono orfano di tempo e di silenzio”: una fotografia della nostra società, tra le corse quotidiane e i più svariati rumori che fanno da colonna sonora. Il rischio è di ritagliare poco tempo per riprendere in mano le redini della nostra vita e ritrovare pace.
“sono orfano di un maestro da ascoltare”: …alla ricerca di buoni maestri che trasmettano la sapienza della vita, la passione per i valori autenticamente umani e per gli ideali alti che fanno crescere le persone e la collettività.
“sono orfano di una democrazia che non sia un paravento”: il vero senso della democrazia è stato un po’ tradito: i principi di uguaglianza, onestà, giustizia, partecipazione, trasparenza e moralità non di rado vengono calpestati. Urge perciò un recupero di responsabilità e di credibilità da parte di tutti.
“sono orfano di misura e sobrietà”: la sobrietà nasce dalla consapevolezza che la nostra felicità, la nostra realizzazione non dipendono solo dalle condizioni esterne, che esistono limiti fisici che dobbiamo riconoscere per vivere serenamente e in armonia con noi stessi, gli altri e l’ambiente. Dopo anni di consumismo e di spreco occorre recuperare la sobrietà come stile di vita per le piccole e grandi scelte della quotidianità.
“Mi basterebbe essere padre di una buona idea”: seminare buone idee è importante e richiede un senso di responsabilità verso quella nuova civiltà che vogliamo costruire. Le “idee buone” si possono trasformare in “vita buona” e contribuire così a migliorare il mondo intorno a noi.

Publié dans:BIBLICA, POETICA |on 20 avril, 2016 |Pas de commentaires »

preghiera della sera

argeles-gazost-112

Publié dans:a. grandi mammiferi |on 18 avril, 2016 |Pas de commentaires »

QUANTO PESA UN BICCHIERE D’ACQUA?

http://www.qumran2.net/ritagli/index.php?ritaglio=8763

QUANTO PESA UN BICCHIERE D’ACQUA?

Siamo all’Università di Berkley, in California. Un professore della Facoltà di Psicologia fa il suo ingresso in aula, come ogni martedì. Il corso è uno dei più gremiti e decine di studenti parlano del più e del meno prima dell’inizio della lezione. Il professore arriva con il classico quarto d’ora accademico di ritardo. Tutto sembra nella norma, ad eccezione di un piccolo particolare: il prof. ha in mano un bicchiere d’acqua.
Nessuno nota questo dettaglio finché il professore, sempre con il bicchiere d’acqua in mano, inizia a girovagare tra i banchi dell’aula. In silenzio. Gli studenti si scambiano sguardi divertiti, ma non particolarmente sorpresi. Sembrano dirsi: « Eccoci qua: oggi la lezione riguarderà sicuramente l’ottimismo. Il prof. ci chiederà se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Alcuni diranno che è mezzo pieno. Altri diranno che è mezzo vuoto. I nerd diranno che è completamente pieno: per metà d’acqua e per l’altra metà d’aria! Tutto così scontato! ».
Il professore invece si ferma e domanda ai suoi studenti: « Secondo voi quanto pesa questo bicchiere d’acqua? ». Gli studenti sembrano un po’ spiazzati da questa domanda, ma in molti rispondono: il bicchiere ha certamente un peso compreso tra i 200 e i 300 grammi. Il professore aspetta che tutti gli studenti abbiano risposto e poi propone il suo punto di vista: « Il peso assoluto del bicchiere d’acqua è irrilevante. Ciò che conta davvero è per quanto tempo lo tenete sollevato ». Felice di aver catturato l’attenzione dei suoi studenti, il professore continua: « Sollevatelo per un minuto e non avrete problemi. Sollevatelo per un’ora e vi ritroverete un braccio dolorante. Sollevatelo per un’intera giornata e vi ritroverete un braccio paralizzato ».
Gli studenti continuano ad ascoltare attentamente il loro professore di psicologia: « In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non è cambiato. Eppure, più il tempo passa, più il bicchiere sembra diventare pesante. Lo stress e le preoccupazioni sono come questo bicchiere d’acqua. Piccole o grandi che siano, ciò che conta è quanto tempo dedichiamo loro. Se gli dedichiamo il tempo minimo indispensabile, la nostra mente non ne risente. Se iniziamo a pensarci più volte durante la giornata, la nostra mente inizia ad essere stanca e nervosa. Se pensiamo continuamente alle nostre preoccupazioni, la nostra mente si paralizza. » Il professore capisce di avere la completa attenzione dei suoi studenti e decide di concludere il suo ragionamento: « Per ritrovare la serenità dovete imparare a lasciare andare stress e preoccupazioni. Dovete imparare a dedicare loro il minor tempo possibile, focalizzando la vostra attenzione su ciò che volete e non su ciò che non volete. Dovete imparare a mettere giù il bicchiere d’acqua ».

Publié dans:RACCONTI UN PO' STRANI |on 16 avril, 2016 |Pas de commentaires »

JOHN KEATS – ODE A UN USIGNOLO (sul sito c’è una piccola icona con la bandiera inglese, è il testo originale, per me è un po’ difficile comunque…)

http://www.keats-shelley-house.org/it/works/works-john-keats/john-keats-ode-to-a-nightingale

JOHN KEATS – ODE A UN USIGNOLO

Il cuore si strugge e un’ottusità plumbea
Affligge i miei sensi, quasi, pieno di cicuta,
O d’un sonnifero pesante trangugiato
Pochi istanti fa, fossi affondato nel Lete:
E non certo per invidia della tua razza felice,
Ma troppo felice nella tua felicità -
Tu, arborea driade dalle lievi ali,
Che in una macchia melodiosa
Di faggi verdi e sparsa d’ombre innumeri
Canti l’estate con la felicità della gola spiegata.

Avere un sorso di vino! E ghiacciato
Da secoli nelle profondità della terra,
Saporoso di Flora e della campagne verde,
Dei balli. dei canti provenzali. d’allegria solare!
Oh, si, bere una coppa piena di caldo meridione,
Colma di rosso, vero Ippocrene,
Con rosari di bolle che s’affacciano all’orlo
E la bocca macchiata di porpora;
Si poter, bere e inosservato lasciare il mondo
Per svanire, infine, con te, nelle foreste oscure:

Sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare poi
Ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:
La stanchezza, la malattia, l’ansia
Degli uomini, qui, che si sentono soffrire,
Qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,
Dove la gioventù impallidisce, si consuma e simile a un fantasma muore,
Dove il pensare stesso è riempirsi di dolore,
E la disperazione regna, dalle ciglia di piombo,
Dove la bellezza vede spenta la luce dei suoi occhi
E l’amore nuovo non riesce a piangerla oltre il domani.

Andarsene, andarsene. E arrivare da te,
Non portato da Bacco e dai suoi leopardi,
Ma sulle ali della poesia, invisibili,
Anche se la mente, lenta, ha perplessità e indugi:
E il, con te, subito la notte è tenera
Con la sua luna regina sul trono
E le fate stellate tutt’intorno:
Qui, invece, adesso, non ce n’è più di luce, niente,
Se non quella che dal cielo è soffiata
Giù dal vento, nel buio verde e tortuoso di muschio

I fiori che ho intorno, non il vedo,
E neppure l’incenso dolce che impende sui rami,
Ma nell’oscurità profumata intuisco ogni dolcezza
Con cui il mese propizio rende ricca
L’erba, il bosco e il selvaggio albero da frutta,
Il biancospino e l’arcadica eglantina,
Le viole, presto appassite, sepolte tra le foglie,
E la figlia più grande del maggio maturo:
La rosa in boccio, muschiata, piena di vino di rugiada,
Casa sussurrante d’insetti nelle sere estive.

Nel buio ascolto io che spesso
Ho quasi fatto l’amore con la facile morte,
L’ho chiamata coi versi più teneri della mia poesia,
L’ho pregata perché nell’aria via si portasse il mio respiro—
E mai come adesso m’è sembrato ricco il morire:
Spegnersi a mezzanotte, senza dolore,
Mentre tu butti fuori l’anima
In un’estasi stupenda!
Tu canteresti ancora: per le mie orecchie inutili
Per me, una semplice zolla davanti al tuo requiem altissimo.

Non sei mica nato per morire, tu, uccello immortale:
Generazioni di affamati non ti calpestano,
E la tua voce, che ascolta in questa notte fuggente,
Fu ascoltata già de re e da villani:
forse è lo stesso canto che il sentiero trovò
Del cuore di Ruth, quando malata di nostalgia
Pianse in mezzo ai campi stranieri;
Lo stesso, forse, che tante volte ha affascinato
Magiche finestre aperte sulle schiume
Di mari pericolosi in incantate terre deserte.

Deserte! Come una campana risuona questa parola
Che mi riporta alla mia solitudine.
Addio! L’immaginazione non può più illudermi,
Come si dice sia solito fare quest’elfo ingannevole.
Addio, addio. Il tuo canto doloroso svanisce
Oltre i prati vicini, oltre il fiume quieto,
Al di là del colle – ed è sepolto adesso
Tra i boschi della valle vicina.
E stato un sogno soltanto? o una visione?
La musica è svanita: – dormo? son sveglio?

Publié dans:LETTERATURA INGLESE |on 15 avril, 2016 |Pas de commentaires »
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