Archive pour février, 2020

Le tentazioni di Gesù

diario

Publié dans:immagini sacre |on 28 février, 2020 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (01/03/2020)

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (01/03/2020)

Il nuovo Adamo vincitore
padre Gian Franco Scarpitta

Tantissimi anni or sono, in una chiesa parrocchiale gestita in Calabria dai confratelli dei mio Ordine, si celebravano almeno quattro funerali al mese di persone che venivano uccise, vittime della mafia locale. Ai sacerdoti celebranti veniva raccomandato di evitare le arringhe aggressive contro la cultura dell’omicidio, onde evitare possibili ritorsioni. Mi fu raccontato allora che un religioso che si trovò ad officiare l’ennesimo rito funebre di un morto ammazzato, appena letto il vangelo si soffermò alcuni istanti ad osservare i silenzio il feretro chiuso del defunto. Poi gettò uno sguardo sul popolo, quindi tornò a guardare la bara e alla fine commentò:
“Guai a voi, uomini, che vi mettete al posto di Dio”. E proseguì regolarmente la celebrazione.
Pretendere di sostituirsi a Dio è alla radice di ogni male poiché comporta di voler far emergere se stessi su una posizione che non ci compete, della quale non siamo capaci e per la quale saremo solo in grado di mancare a noi stessi e agli altri. Equivale a voler predisporre il crollo e il rovinio sotto le cui macerie siamo destinati a perire, ma questo non concerne solamente gli omicidi e i peccati di grave entità, ma qualsiasi tendenza peccaminosa. Collocarsi al di sopra di Dio è la comune tentazione che all’origine di qualsiasi peccato e di qualsiasi mancanza e che individua anzi il peccato stesso, e di questo Gesù era ben consapevole, sia come Dio che come Uomo.
Scrive Anselm Grun che le tentazioni di Gesù nel deserto furono fondamentalmente tre: 1) farsi forte della sua posizione di Figlio di Dio per soddisfare la propria fame e sete e altre esigenze fisiche; 2) usufruire di riconoscimenti e di ottima fama e vantarsene al cospetto del diavolo tentatore, anche qui sfruttando la divinità a proprio vantaggio; 3) soddisfare la propria bramosia di dominio e la propria cupidigia inginocchiandosi di fronte al demonio che gli offriva tutti i regni delle terra in cambio di venerazione. Anche in tal caso avrebbe potuto farsi forte della sua posizione di Dio Uomo per soddisfare codesti desideri impropri. Sintetizzando le tre tentazioni, si può affermare che Gesù fu sedotto dal maligno ad esercitare la propria signoria divina, a farsi forte della sua onnipotenza e della sua preponderanza di Dio Figlio in comunione con il Padre e con lo Spirito, ai fini di soddisfare le sue passioni e i suoi appetiti non soltanto fisiologici. Avidità, intemperanza e falso orgoglio sarebbero stati gli obiettivi della tentazione di Satana, effettivamente difficile da gestire per chiunque in una situazione di inopia assoluta e di indigenza quale quella del deserto. E di fatto Gesù avrebbe potuto cedere a queste allettanti proposte, esaltando la sua divinità ma facendo fallire la sua umanità. E invece, uomo fra gli uomini suscettibile di debolezza e di caduta, nel pieno del deserto, ossia nella dimensione del “nulla” e dell’assolutamente precario, resiste alle tentazioni uscendone a testa alta. Come? Facendo esattamente l’opposto di quello che avrebbe voluto il diavolo, cioè anteponendo la volontà di Dio Padre alla propria, sottomettendosi a Dio ritenendolo suo Signore e relativizzando ogni cosa pur di attribuire il primato supremo al Padre. Come già era avvenuto nell’incarnazione, nella promiscuità con i peccatori al Giordano e nel Battesimo ricevuto da Giovanni, Gesù si rende uomo vulnerabile e bersaglio di possibili sconfitte anche spirituali, confidando però nell’assistenza del Padre al quale si sottomette e alla sua stessa paternità affidandosi. Al contrario di Adamo (I Lettura) che aveva peccato per la presunzione di voler essere pari a Dio e di voler anche prevaricare su di lui e sull’intero cosmo; al contrario del primo uomo, che avrebbe voluto decidere egli stesso della propria vita arrogandosi il diritto di disobbedire a Dio prevaricandolo e collocandosi egli stesso al suo posto, Gesù, si umilia di fronte al Padre affidando a lui la sua umanità, si sottomette alla volontà di Dio e a lui affida la sua vita e la sua stessa umanità, tributando sempre a Dio il primato che gli compete. Gesù obbedisce al Padre pur essendo Figlio e come dirà la Lettera agli Ebrei “impara l’obbedienza dalle cose che patisce e proprio questa sua umiliazione e mortificazione vincono la cupidigia e l’intemperanza e fanno in modo che Gesù possa mettere in fuga il diavolo. Gesù riesce laddove Adamo aveva fallito, trionfa nella stessa dimensione in cui questi era stato sconfitto, vince e guadagna se stesso dove Adamo si era perso e diventa egli stesso il nuovo Adamo, restauratore della vera umanità, quella che lotta con successo contro le proprie passioni e le proprie bramosie e che non da’ occasione al maligno, ma piuttosto mette in fuga il tentatore. Tutto questo non sarà senza risvolti positivi, visto che nella scena finale degli angeli si riscontra una sorta di esaltazione e di ricompensa che consegue alla pena del deserto.
Sulla scia di Gesù che pur avendo sempre ragione del demonio accetta di sottomettersi alle sue insidie per averne ragione e uscirne vincitore, siamo spronati a vivere i quaranta giorni del nostro deserto di Quaresima individuando in esso la nostra insufficienza e la nostra pochezza, la nostra fondamentale aridità e pochezza che ci induce a cedere, la tendenza comune che ci caratterizza a voler distruggere la nostra umanità dandola vinta al peccato, che è all’origine di tutti i mali. Contemporaneamente però siamo spronati e motivati nella lotta contro le nostre passioni, i vizi e le succitate tendenze a rovinarci, siamo sostenuti dallo stesso Signore che non manca di darci le armi adeguate a vincere le seduzioni del maligno. Ci vengono posti nello stesso episodio della vittoria del “nuovo Adamo” i coefficienti della preghiera corredata dalla meditazione, del digiuno e della carità operosa attraverso i quali è sempre possibile guadagnare noi stessi in vista di Dio e del prossimo.
La prova del deserto è quindi anche per noi un’opportunità per comprendere l’importanza di Dio come alternativa al diavolo. Del resto, se leggiamo attentamente il testo messo a raffronto con il parallelo di Marco, scopriremo che a condurre Gesù nel deserto era stato proprio lo Spirito Santo. Il che spiega tutto.
Nonostante non se ne renda conto e non lo accetti, l’uomo non può rivestire i panni di Adamo, ma ha bisogno del Nuovo Adamo che è il Dio che ci viene incontro in Gesù Cristo e il nostro secolo è appunto il tempo del deserto epocale nel quale le tentazioni ci tartassano da ogni parte e nel quale siamo chiamati ad esercitare la costanza e la vigilanza per non cadere in tranelli insinuosi, e per estensione è il teatro della nostra lotta contro il peccato e contro la malizia dalla quale è possibile uscire vittoriosi ed esaltati.

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inizio della quaresima

en e diario

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SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI – 6 marzo 2019

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SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI – 6 marzo 2019

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di Santa Sabina

«Suonate il corno, proclamate un solenne digiuno» (Gl 2,15), dice il profeta nella prima Lettura. La Quaresima si apre con un suono stridente, quello di un corno che non accarezza le orecchie, ma bandisce un digiuno. È un suono forte, che vuole rallentare la nostra vita che va sempre di corsa, ma spesso non sa bene dove. È un richiamo a fermarsi – un “fermati!” -, ad andare all’essenziale, a digiunare dal superfluo che distrae. È una sveglia per l’anima.
Al suono di questa sveglia si accompagna il messaggio che il Signore trasmette per bocca del profeta, un messaggio breve e accorato: «Ritornate a me» (v. 12). Ritornare. Se dobbiamo ritornare, vuol dire che siamo andati altrove. La Quaresima è il tempo per ritrovare la rotta della vita. Perché nel percorso della vita, come in ogni cammino, ciò che davvero conta è non perdere di vista la meta. Quando invece nel viaggio quel che interessa è guardare il paesaggio o fermarsi a mangiare, non si va lontano. Ognuno di noi può chiedersi: nel cammino della vita, cerco la rotta? O mi accontento di vivere alla giornata, pensando solo a star bene, a risolvere qualche problema e a divertirmi un po’? Qual è la rotta? Forse la ricerca della salute, che tanti oggi dicono venire prima di tutto ma che prima o poi passerà? Forse i beni e il benessere? Ma non siamo al mondo per questo. Ritornate a me, dice il Signore. A me. È il Signore la meta del nostro viaggio nel mondo. La rotta va impostata su di Lui.
Per ritrovare la rotta, oggi ci è offerto un segno: cenere in testa. È un segno che ci fa pensare a che cosa abbiamo in testa. I nostri pensieri inseguono spesso cose passeggere, che vanno e vengono. Il lieve strato di cenere che riceveremo è per dirci, con delicatezza e verità: di tante cose che hai per la testa, dietro cui ogni giorno corri e ti affanni, non resterà nulla. Per quanto ti affatichi, dalla vita non porterai con te alcuna ricchezza. Le realtà terrene svaniscono, come polvere al vento. I beni sono provvisori, il potere passa, il successo tramonta. La cultura dell’apparenza, oggi dominante, che induce a vivere per le cose che passano, è un grande inganno. Perché è come una fiammata: una volta finita, resta solo la cenere. La Quaresima è il tempo per liberarci dall’illusione di vivere inseguendo la polvere. La Quaresima è riscoprire che siamo fatti per il fuoco che sempre arde, non per la cenere che subito si spegne; per Dio, non per il mondo; per l’eternità del Cielo, non per l’inganno della terra; per la libertà dei figli, non per la schiavitù delle cose. Possiamo chiederci oggi: da che parte sto? Vivo per il fuoco o per la cenere?
In questo viaggio di ritorno all’essenziale che è la Quaresima, il Vangelo propone tre tappe, che il Signore chiede di percorrere senza ipocrisia, senza finzioni: l’elemosina, la preghiera, il digiuno. A che cosa servono? L’elemosina, la preghiera e il digiuno ci riportano alle tre sole realtà che non svaniscono. La preghiera ci riannoda a Dio; la carità al prossimo; il digiuno a noi stessi. Dio, i fratelli, la mia vita: ecco le realtà che non finiscono nel nulla, su cui bisogna investire. Ecco dove ci invita a guardare la Quaresima: verso l’Alto, con la preghiera, che libera da una vita orizzontale, piatta, dove si trova tempo per l’io ma si dimentica Dio. E poi verso l’altro, con la carità, che libera dalla vanità dell’avere, dal pensare che le cose vanno bene se vanno bene a me. Infine, ci invita a guardarci dentro, col digiuno, che libera dagli attaccamenti alle cose, dalla mondanità che anestetizza il cuore. Preghiera, carità, digiuno: tre investimenti per un tesoro che dura.
Gesù ha detto: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Il nostro cuore punta sempre in qualche direzione: è come una bussola in cerca di orientamento. Possiamo anche paragonarlo a una calamita: ha bisogno di attaccarsi a qualcosa. Ma se si attacca solo alle cose terrene, prima o poi ne diventa schiavo: le cose di cui servirsi diventano cose da servire. L’aspetto esteriore, il denaro, la carriera, i passatempi: se viviamo per loro, diventeranno idoli che ci usano, sirene che ci incantano e poi ci mandano alla deriva. Invece, se il cuore si attacca a quello che non passa, ritroviamo noi stessi e diventiamo liberi. Quaresima è il tempo di grazia per liberare il cuore dalle vanità. È tempo di guarigione dalle dipendenze che ci seducono. È tempo per fissare lo sguardo su ciò che resta.
Dove fissare allora lo sguardo lungo il cammino della Quaresima? È semplice: sul Crocifisso. Gesù in croce è la bussola della vita, che ci orienta al Cielo. La povertà del legno, il silenzio del Signore, la sua spogliazione per amore ci mostrano la necessità di una vita più semplice, libera dai troppi affanni per le cose. Gesù dalla croce ci insegna il coraggio forte della rinuncia. Perché carichi di pesi ingombranti non andremo mai avanti. Abbiamo bisogno di liberarci dai tentacoli del consumismo e dai lacci dell’egoismo, dal voler sempre di più, dal non accontentarci mai, dal cuore chiuso ai bisogni del povero. Gesù, che sul legno della croce arde di amore, ci chiama a una vita infuocata di Lui, che non si perde tra le ceneri del mondo; una vita che brucia di carità e non si spegne nella mediocrità. È difficile vivere come Lui chiede? Sì, è difficile, ma conduce alla meta. Ce lo mostra la Quaresima. Essa inizia con la cenere, ma alla fine ci porta al fuoco della notte di Pasqua; a scoprire che, nel sepolcro, la carne di Gesù non diventa cenere, ma risorge gloriosa. Vale anche per noi, che siamo polvere: se con le nostre fragilità ritorniamo al Signore, se prendiamo la via dell’amore, abbracceremo la vita che non tramonta. E certamente saremo nella gioia.

 

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Le beatitudini

diario

Publié dans:immagini sacre |on 14 février, 2020 |Pas de commentaires »

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (16/02/2020)

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (16/02/2020)

Cristo compimento della legge antica
padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa sesta domenica del tempo ordinario è ricca di riflessioni e stimoli che posso aiutare a cambiare la nostra vita.
Nel testo di Matteo che viene proclamato nella liturgia della parola di Dio, Gesù parla di molte cose ai suoi discepoli, indicando ad essi ciò che devono fare per essere coerenti con la loro condizione di credenti e di suoi seguaci, che conoscono bene i testi biblici, la legge antica e che sono disposti interiormente a completare un cammino di perfezione di amore, rispetto ed attenzione verso gli altri e specialmente verso la donna.
In una cultura come la nostra, questo brano del vangelo capita a proposito per sostenere quel cammino culturale, morale, spirituale, sociale, giuridico che dia massima attenzione e promuova il rispetto della donna in tutti gli ambienti compresi quelli ecclesiali.
Partiamo proprio da quanto dice Gesù in merito a questo tema: “Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”.
Il rispetto della donna parte dal cuore e dalla mente dell’uomo, E’lui che deve cambiare atteggiamento e comportamento nei confronti di un essere umano, di sesso diverso, che merita tutto l’amore e rispetto, in tutte le sue personali situazioni.
Non a caso Gesù aggiunge un altro dispositivo della norma antica “Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”.
Si comprende l’importanza del legame affettivo e definitivo tra un uomo e una donna e in termini molto espliciti del valore del matrimonio.
La clausola, cosiddetta matteana, del permesso del ripudio e quindi del divorzio, secondo quanto aveva stabilito Mosè, non trova accoglienza nella morale e nella prassi cristiana: il matrimonio è monogamico ed è definivo ed unico.
Non ci sono alternative. Lasciare una donna ricorda Gesù la espone all’adulterio, cioè la mette in una condizione di fragilità sociale e morale, che può generare comportamenti da parte di altri uomini indegni di essere classificati come tali.
Gesù quindi rivendica un comportamento di totale rispetto verso la donna sposata o legata sentimentalmente ad un uomo o libera da qualsiasi vincolo affettivo.
Come è facile capire, il problema è alla radice, cioè alla base di certe scelte che si fanno nell’ambito della vita coniugale ed affettiva. Gesù quindi non legittima divorzi o altre forme di convivenza tra uomo e donna o di altro genere, ma ricorda semplicemente la grandezza e la bellezza di una vita relazionale, basata sull’amore tra uomo e donna che sia definitivo e non occasionale o temporale.
Non rientra nella visione di una scelta di vita cristiana la possibilità di lasciare e prendere con facilità una donna o un uomo perché non si va più d’accordo. Le intese coniugali, affettive e familiari saltano, a volte, per sciocchezze, gelosie e banalità di ogni genere.
Oggi ci troviamo davanti a violenze sistematiche nei confronti delle donne, con femminicidi e offese di ogni tipo verso di loro.
Basta con questo scempio della dignità della donna e facciamo spazio, nella nostra cultura, che tanto si rifà alla fede cristiana, all’accoglienza totale di ogni uomo e di ogni donna in un progetto d’amore che parta dal rispetto e dalla protezione del matrimonio e della famiglia.
I diritti civili acquisiti nel tempo, in certi contesti culturali e politici, non hanno nulla a che fare con la dignità e la sacralità del matrimonio e della famiglia, che non è una scelta temporanea, né un contratto civile a termine, ma una scelta definitiva basata sull’amore e sul rispetto reciproco.
Nessuna violenza è legittimata, ma solo un grande amore e rispetto, anche in situazioni delicate caratterizzate da certe debolezze e fragilità. Gesù rivendica quindi un diverso atteggiamento e comportamento nei confronti della donna e della famiglia.
L’etica coniugale necessita di camminare su altre strade, quelle che Cristo ha tracciato, che sono le strade dell’amore e della condivisione, dell’accoglienza e del rispetto.
Nel testo del vangelo di questa domenica vengono poi esaminate ed affrontate altre questioni, come quella dell’omicidio.
Gesù ricorda “Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna”.
Bisogna stare attenti non solo a non alzare le mani per uccidere, ma anche ad usare la lingua e la bocca, che non devono offendere o denigrare gli altri.
Certe espressioni che normalmente usiamo nel nostro linguaggio quotidiano rivolto ad altre persone devono scomparire dalla bocca e soprattutto dal cuore e dalla mente di ogni autentico cristiano.
Gesù, poi, affronta il tema del perdono e della riconciliazione. Ci ricorda infatti come comportarci in caso di conflitti con persone, soprattutto se frequentanti lo stesso ambiente di culto e litugico: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!”.
Gesù chiede quindi un comportamento che riconcili le parti e non alimenti una diatriba per anni ed anni, come spesso capita nei vari tribunali e nella varie situazioni sociali, politiche, economiche, legislative e penali.
Arrivare ad un accordo tra le parti in conflitto è sempre un passo di riconciliazione, anche se spesso gli accordi firmati sono peggiori degli stessi disaccordi. Basta vedere ciò che nella storia dell’umanità è capitato dopo i vari conflitti locali e mondiali.
Dietro a tutto questo ragionamento di Gesù c’è un messaggio chiaro e preciso che è sottolineato dalle sue stesse parole, citate all’inizio di questo brano evangelico: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.
Un monito esplicito alla conversione, al potenziamento della nostra fede, a vivere la carità e l’amore nella pienezza di un cuore segnato dalla passione e risurrezione di nostro Signore.
Su questo stesso tono si articola la prima lettura, tratta al libro del Siràcide: osservanza della legge di Dio, ma anche libertà di agire per il bene o per il male, per la vita o per la morte. Al Signore nulla è ignoto, ma tutto è noto, ma di tutti, anche di coloro che non credono. “I suoi occhi, infatti, sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare”. Se sbagliamo e pecchiamo è solo ed esclusiva responsabilità personale e soggettiva. Non possiamo attribuire i nostri errori e sbagli sempre agli altri, scaricandoci delle nostre responsabilità e non assumendoci quelle decisioni che portano a fare il bene. E allora, come ci ricorda San Paolo Apostolo nella seconda lettura di questa domenica, tratta dalla sua prima lettera ai Corinzi, si tratta si essere sapienti e di sviluppare una conoscenza dell’io e di Dio, che ci porti a non sbagliare nella vita, ad essere fedeli e coerenti alla nostra scelta di fede, fino all’ultimo momento del nostro vivere sulla terra. Bisogna sviluppare quella umiltà della mente e del cuore che ci porti ad agire con fedeltà e coerenza nel confronti della nostra scelta di fede, effettuata liberamente e consapevolmente.
L’orgoglio e il dominio non promuovono, ma distruggono l’essere umano, lo mettono in una condizione di fragilità esistenziale, che a nulla vale ogni parola ed ogni consiglio, se il cuore è chiuso a Dio e non si apre con umiltà a quanto Egli ci comunica in ogni circostanza, lieta o triste della nostra vita. Lui c’è sempre e sempre ci sarà per tutta l’umanità che vuole camminare verso l’eternità.

 

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La preghiera di Gesù nell’orto degli olivi

diario e ciottoli

Publié dans:immagini sacre |on 11 février, 2020 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – UDIENZA GENERALE – La preghiera di Gesù di fronte alla morte (Mc e Mt) (8.2.12)

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BENEDETTO XVI – UDIENZA GENERALE – La preghiera di Gesù di fronte alla morte (Mc e Mt) (8.2.12)

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei riflettere con voi sulla preghiera di Gesù nell’imminenza della morte, soffermandomi su quanto ci riferiscono san Marco e san Matteo. I due Evangelisti riportano la preghiera di Gesù morente non soltanto nella lingua greca, in cui è scritto il loro racconto, ma, per l’importanza di quelle parole, anche in una mescolanza di ebraico ed aramaico. In questo modo essi hanno tramandato non solo il contenuto, ma persino il suono che tale preghiera ha avuto sulle labbra di Gesù: ascoltiamo realmente le parole di Gesù come erano. Nel contempo, essi ci hanno descritto l’atteggiamento dei presenti alla crocifissione, che non compresero – o non vollero comprendere – questa preghiera.
Scrive san Marco, come abbiamo ascoltato: «Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”» (15,34). Nella struttura del racconto, la preghiera, il grido di Gesù si alza al culmine delle tre ore di tenebre che, da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, calarono su tutta la terra. Queste tre ore di oscurità sono, a loro volta, la continuazione di un precedente lasso di tempo, pure di tre ore, iniziato con la crocifissione di Gesù. L’Evangelista Marco, infatti, ci informa che: «Erano le nove del mattino quando lo crocifissero» (cfr 15,25). Dall’insieme delle indicazioni orarie del racconto, le sei ore di Gesù sulla croce sono articolate in due parti cronologicamente equivalenti.
Nelle prime tre ore, dalle nove fino a mezzogiorno, si collocano le derisioni di diversi gruppi di persone, che mostrano il loro scetticismo, affermano di non credere. Scrive san Marco: «Quelli che passavano di là lo insultavano» (15,29); «così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui» (15,31); «e anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano» (15,32). Nelle tre ore seguenti, da mezzogiorno «fino alle tre del pomeriggio», l’Evangelista parla soltanto delle tenebre discese su tutta la terra; il buio occupa da solo tutta la scena senza alcun riferimento a movimenti di personaggi o a parole. Quando Gesù si avvicina sempre più alla morte, c’è solo l’oscurità che cala «su tutta la terra». Anche il cosmo prende parte a questo evento: il buio avvolge persone e cose, ma pure in questo momento di tenebre Dio è presente, non abbandona. Nella tradizione biblica, il buio ha un significato ambivalente: è segno della presenza e dell’azione del male, ma anche di una misteriosa presenza e azione di Dio che è capace di vincere ogni tenebra. Nel Libro dell’Esodo, ad esempio, leggiamo: «Il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube”» (19,9); e ancora: «Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura dove era Dio» (20,21). E nei discorsi del Deuteronomio, Mosè racconta: «Il monte ardeva, con il fuoco che si innalzava fino alla sommità del cielo, fra tenebre, nuvole e oscurità» (4,11); voi «udiste la voce in mezzo alle tenebre, mentre il monte era tutto in fiamme» (5,23). Nella scena della crocifissione di Gesù le tenebre avvolgono la terra e sono tenebre di morte in cui il Figlio di Dio si immerge per portare la vita, con il suo atto di amore.
Tornando alla narrazione di san Marco, davanti agli insulti delle diverse categorie di persone, davanti al buio che cala su tutto, nel momento in cui è di fronte alla morte, Gesù con il grido della sua preghiera mostra che, assieme al peso della sofferenza e della morte in cui sembra ci sia abbandono, l’assenza di Dio, Egli ha la piena certezza della vicinanza del Padre, che approva questo atto supremo di amore, di dono totale di Sé, nonostante non si oda, come in altri momenti, la voce dall’alto. Leggendo i Vangeli, ci si accorge che in altri passaggi importanti della sua esistenza terrena Gesù aveva visto associarsi ai segni della presenza del Padre e dell’approvazione al suo cammino di amore, anche la voce chiarificatrice di Dio. Così, nella vicenda che segue il battesimo al Giordano, allo squarciarsi dei cieli, si era udita la parola del Padre: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Mc 1,11). Nella trasfigurazione, poi, al segno della nube si era affiancata la parola: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (Mc 9,7). Invece, all’avvicinarsi della morte del Crocifisso, scende il silenzio, non si ode alcuna voce, ma lo sguardo di amore del Padre rimane fisso sul dono di amore del Figlio.
Ma che significato ha la preghiera di Gesù, quel grido che lancia al Padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato», il dubbio della sua missione, della presenza del Padre? In questa preghiera non c’è forse la consapevolezza proprio di essere stato abbandonato? Le parole che Gesù rivolge al Padre sono l’inizio del Salmo 22, in cui il Salmista manifesta a Dio la tensione tra il sentirsi lasciato solo e la consapevolezza certa della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il Salmista prega: «Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; di notte, e non c’è tregua per me. Eppure tu sei il Santo, tu siedi in trono fra le lodi d’Israele» (vv. 3-4). Il Salmista parla di «grido» per esprimere tutta la sofferenza della sua preghiera davanti a Dio apparentemente assente: nel momento di angoscia la preghiera diventa un grido.
E questo avviene anche nel nostro rapporto con il Signore: davanti alle situazioni più difficili e dolorose, quando sembra che Dio non senta, non dobbiamo temere di affidare a Lui tutto il peso che portiamo nel nostro cuore, non dobbiamo avere paura di gridare a Lui la nostra sofferenza, dobbiamo essere convinti che Dio è vicino, anche se apparentemente tace.
Ripetendo dalla croce proprio le parole iniziali del Salmo, “Elì, Elì, lemà sabactàni?” – “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46), gridando le parole del Salmo, Gesù prega nel momento dell’ultimo rifiuto degli uomini, nel momento dell’abbandono; prega, però, con il Salmo, nella consapevolezza della presenza di Dio Padre anche in quest’ora in cui sente il dramma umano della morte. Ma in noi emerge una domanda: come è possibile che un Dio così potente non intervenga per sottrarre il suo Figlio a questa prova terribile? E’ importante comprendere che la preghiera di Gesù non è il grido di chi va incontro con disperazione alla morte, e neppure è il grido di chi sa di essere abbandonato. Gesù in quel momento fa suo l’intero Salmo 22, il Salmo del popolo di Israele che soffre, e in questo modo prende su di Sé non solo la pena del suo popolo, ma anche quella di tutti gli uomini che soffrono per l’oppressione del male e, allo stesso tempo, porta tutto questo al cuore di Dio stesso nella certezza che il suo grido sarà esaudito nella Risurrezione: «il grido nell’estremo tormento è al contempo certezza della risposta divina, certezza della salvezza – non soltanto per Gesù stesso, ma per “molti” » (Gesù di Nazaret II, 239-240). In questa preghiera di Gesù sono racchiusi l’estrema fiducia e l’abbandono nelle mani di Dio, anche quando sembra assente, anche quando sembra rimanere in silenzio, seguendo un disegno a noi incomprensibile. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo così: «Nell’amore redentore che sempre lo univa al Padre, Gesù ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”» (n. 603). Il suo è un soffrire in comunione con noi e per noi, che deriva dall’amore e già porta in sé la redenzione, la vittoria dell’amore.
Le persone presenti sotto la croce di Gesù non riescono a capire e pensano che il suo grido sia una supplica rivolta ad Elia. In una scena concitata, essi cercano di dissetarlo per prolungarne la vita e verificare se veramente Elia venga in suo soccorso, ma un forte urlo pone termine alla vita terrena di Gesù e al loro desiderio. Nel momento estremo, Gesù lascia che il suo cuore esprima il dolore, ma lascia emergere, allo stesso tempo, il senso della presenza del Padre e il consenso al suo disegno di salvezza dell’umanità. Anche noi ci troviamo sempre e nuovamente di fronte all’«oggi» della sofferenza, del silenzio di Dio – lo esprimiamo tante volte nella nostra preghiera – ma ci troviamo anche di fronte all’«oggi» della Risurrezione, della risposta di Dio che ha preso su di Sé le nostre sofferenze, per portarle insieme con noi e darci la ferma speranza che saranno vinte (cfr Lett. enc. Spe salvi, 35-40).
Cari amici, nella preghiera portiamo a Dio le nostre croci quotidiane, nella certezza che Lui è presente e ci ascolta. Il grido di Gesù ci ricorda come nella preghiera dobbiamo superare le barriere del nostro «io» e dei nostri problemi e aprirci alle necessità e alle sofferenze degli altri. La preghiera di Gesù morente sulla Croce ci insegni a pregare con amore per tanti fratelli e sorelle che sentono il peso della vita quotidiana, che vivono momenti difficili, che sono nel dolore, che non hanno una parola di conforto; portiamo tutto questo al cuore di Dio, perché anch’essi possano sentire l’amore di Dio che non ci abbandona mai. Grazie.

Publié dans:PREGHIERA (SULLA) |on 11 février, 2020 |Pas de commentaires »

La bellezza di Cristo in Croce

diario

Publié dans:immagini sacre |on 10 février, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Ogni giorno un passo (22.10.15)

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2015/documents/papa-francesco-cotidie_20151022_ogni-giorno-un-passo.html

PAPA FRANCESCO – Ogni giorno un passo (22.10.15)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.242, 23/10/2015)

Come un atleta si allena giorno dopo giorno per raggiungere i suoi traguardi, così la vita del cristiano deve essere segnata da un continuo sforzo, da un «lavoro quotidiano» per fare spazio a Dio, per «aprire la porta» al dono della grazia che salva. È una riflessione segnata dal pensiero paolino quella offerta da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina, 22 ottobre. Filo conduttore, il tema della conversione.
L’omelia del Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura del giorno, un brano della lettera di san Paolo ai Romani (6, 19-23) nel quale l’apostolo «ricorda la salvezza, la grazia della salvezza», e parla della «strada di santificazione. E dice ai nuovi cristiani: “Voi eravate al servizio dell’iniquità — cioè del peccato — e adesso siate al servizio del dono di Dio”, cioè al servizio della grazia e della santificazione». Paolo dà concretezza alle sue parole e usa «quest’immagine: voi eravate al servizio dell’iniquità con il vostro corpo, con la vostra anima, con il vostro cuore, con la vostra mente. Tutto era al servizio dell’iniquità. Adesso il vostro corpo, la vostra anima, il vostro cuore, la vostra mente devono essere al servizio» della grazia e della santificazione. L’apostolo scrive infatti ai suoi interlocutori che loro ora «sono cambiati», che a loro è accaduto qualcosa di «fondamentale, e cioè la salvezza in Gesù Cristo, il dono di Dio».
Questa, ha spiegato Francesco, «è la catechesi della conversione». Paolo, cioè, «esorta alla conversione». Ed è un messaggio che giunge fino ai nostri giorni. «Noi — ha detto il Papa — possiamo pensare: la maggioranza di noi è stata battezzata da bambini, e non sapevamo cosa fosse l’iniquità. Ma poi, l’abbiamo imparato nella catechesi», e allora anche per noi vale il consiglio di Paolo: «Non usate la vostra anima, il vostro cuore, il vostro corpo per il peccato, al servizio del male, dell’iniquità; ma usatelo al servizio del dono di Dio, della gioia» che porta «alla vita eterna in Gesù».
Ecco allora sintetizzato il significato della conversione: «per il cristiano — ha spiegato il Pontefice — la conversione è un compito, un lavoro di tutti i giorni». Per aiutare a comprendere ancora meglio, Francesco ha richiamato l’immagine dello sportivo usata dallo stesso san Paolo. Pensando all’«uomo che si allena per prepararsi alla partita, e fa uno sforzo grande» l’apostolo dice: «Ma se questo, per vincere una partita fa questo sforzo», allora anche «noi, che dobbiamo arrivare a quella vittoria grande del Cielo, come non lo faremo?», ed esorta a più riprese tutti «ad andare avanti in questo sforzo».
Potrebbe però sorgere un malinteso e qualcuno potrebbe dire: «Padre, possiamo pensare che la santificazione viene per lo sforzo che io faccio, come la vittoria per quello che fa lo sport viene per l’allenamento?».
«No», ha risposto il Papa spiegando: «Lo sforzo che noi facciamo, questo lavoro quotidiano di servire il Signore con la nostra anima, con il nostro cuore, con il nostro corpo, con tutta la nostra vita» serve soltanto ad aprire «la porta allo Spirito Santo». A quel punto è lo Spirito «che entra in noi e ci salva», lo Spirito che «è il dono in Gesù Cristo». Se non fosse così, ha aggiunto Francesco, «assomiglieremmo ai fachiri: no, noi non siamo fachiri. Noi, con il nostro sforzo, apriamo la porta».
Ci potrebbe essere, a questo punto, una legittima obiezione: «Ma, padre, è difficile… È difficile, tutti i giorni, fare questo sforzo». Ed è vero: «Non è facile — ha commentato il Pontefice — perché la nostra debolezza, il peccato originale, il diavolo sempre ci tirano indietro». Proprio a tale riguardo «l’autore della Lettera agli Ebrei ammonisce contro questa tentazione di indietreggiare» e scrive: «Noi siamo di quelli che non cedono». Perciò, il Papa ha esortato a «non andare indietro, non cedere», richiamando anche un’immagine “forte” utilizzata dall’apostolo Pietro per descrivere quelli «che si stancano di andare avanti e alla fine dicono: “Ma, rimango così”». Costoro vengono infatti paragonati al «cane che torna al suo vomito». Il passo della Scrittura odierno, invece, «ammonisce, esorta ad andare avanti, sempre: un po’ ogni giorno». Anche quando siamo costretti a fronteggiare «una grande difficoltà».
Per farsi ancora meglio comprendere, Francesco ha parlato di un incontro da lui avuto «alcuni mesi fa» con una donna, «giovane, madre di famiglia — una bella famiglia — che aveva il cancro. Un cancro brutto». Nonostante ciò, ha raccontato il Papa, «lei si muoveva con felicità, faceva come se fosse sana. E parlando di questo atteggiamento, mi ha detto: “Padre, ce la metto tutta per vincere il cancro!”». È proprio l’atteggiamento che deve avere il cristiano. Noi, ha spiegato il Pontefice, «che abbiamo ricevuto questo dono in Gesù e siamo passati dal peccato, dalla vita dell’iniquità alla vita del dono in Cristo, nello Spirito Santo, dobbiamo fare lo stesso».
Come? «Ogni giorno un passo. Ogni giorno un passo». E di opportunità «ce ne sono tante». Francesco ha fatto un paio di esempi molto semplici: «Mi viene voglia di chiacchierare contro uno? Stai zitto», oppure: «Mi viene un po’ di sonno e non ho voglia di pregare? Vai a pregare un po’». Non dobbiamo pensare a grandi gesti, ma a «piccole cosine di tutti i giorni». Perché le «piccole cosine» sono quelle che «ci aiutano a non cedere, a non andare indietro, a non tornare all’iniquità; ma ad andare avanti verso questo dono, questa promessa di Gesù che sarà l’incontro con Lui».
Come di consueto il Papa ha concluso la sua omelia con l’invito alla preghiera e all’impegno personali: «Chiediamo al Signore questa grazia: di essere bravi in questo allenamento della vita verso l’incontro, perché abbiamo ricevuto il dono della giustificazione, il dono della grazia, il dono dello Spirito in Cristo».

 

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