Archive pour la catégorie 'immagini e testi'

Il Mandylion o Immagine di Edessa era un telo sul quale era raffigurato il volto di Gesù. L’immagine era ritenuta di origine miracolosa e detta acheropita, cioè « non fatta da mano umana » – studio e molte immagini (link al sito)

 Il Mandylion o Immagine di Edessa era un telo sul quale era raffigurato il volto di Gesù. L'immagine era ritenuta di origine miracolosa e detta acheropita, cioè

http://iconaimmaginedio.blogspot.com/2013/05/il-s-volto-di-edessa-o-mandylion.html

Publié dans:immagini e testi |on 10 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Epitaffio di Santa Monica nella Chiesa di Sant’Aurea ad Ostia antica (su un sito in inglese ho trovato la scritta in latino ed altre notizie, vi metto il link)

Frammento-epitaffio-Santa-Monica-a-Ostia-Antica

 

HIC POSVIT CINERES GENETRIX CASTISSIMA PROLIS
AVGVSTINE TVI(s) ALTERA LUX MERITI(s)
QVI SERVANS PACIS CAELESTIA IVRA SACERDOS
COMMISSOS POPVLOS MORIBVS INSTITVIS
GLORIA VOS MAIOR GESTORVM LAVDE CORONAT
VIRTVTVM MATER FELICIOR SVBOLE

non riesco ad aprire il link in inglese, vi metto un collegamento ad un sito in italiano, molte foto:

https://www.lamoneta.it/topic/162248-monnica-madre-di-agostino-d%E2%80%99ippona/

Publié dans:immagini e testi |on 27 août, 2018 |Pas de commentaires »

ICONA DELLA RIUNIONE – GIACCHINO ED ANNA

http://sermig.org/nponline/163-articoli/14509-icona-della-riunione

ICONA DELLA RIUNIONE – GIACCHINO ED ANNA

ICONA DELLA RIUNIONE - GIACCHINO ED ANNA     dans immagini e testi gioacchino%20e%20anna

Dicembre 2014

di Chiara dal Corso -

Tra tutte, le icone che raffigurano un abbraccio sono poche. Oltre all’icona della Madre della Tenerezza, c’è quella dell’abbraccio tra Pietro e Paolo, e quella meno conosciuta della deposizione dal titolo “Non piangere su di me, madre”. Ma ce n’è una che si intitola proprio L’abbraccio o Ri-unione tra i santi Gioacchino ed Anna, i genitori di Maria. L’abbraccio è il gesto di diventare uno, di un uomo e di una donna, ma esprime anche il desiderio insito in tutta l’umanità, che tende all’unità.

La tradizione trova la storia di Gioacchino ed Anna nel protovangelo di Giacomo. Gioacchino è uomo ricco e benedetto da Dio, Anna una donna rispettabile della tribù di Giuda, ma dopo venti anni di matrimonio non hanno ancora figli. Gioacchino vive questo come un’umiliazione talmente grande che ad un certo punto abbandona la moglie, ma un angelo parla in sogno ad entrambi e dice loro che devono ri-incontrarsi davanti alle mura di Gerusalemme. La tradizione dice che Anna dopo aver acconsentito, concepisce in grembo, prima di ri-incontrare Gioacchino e abbracciarlo là dove l’angelo aveva indicato.
Dal loro semplice desiderio di nascondere la vergogna, Dio fa qualcosa di meraviglioso! Da loro nasce Maria, la Madre immacolata di Dio. Come Dio può fare qualcosa di straordinario anche partendo dai nostri desideri più umani! Questo abbraccio non esaurisce il suo significato in un incontro e nel concepimento di Maria, ma è figura di tutto il cammino che i due fanno insieme, di una vita spesa in un reciproco dono di sé e di accoglienza. E se è di augurio e benedizione per la famiglia, è anche simbolo di una Chiesa, di un popolo che nel suo cammino verso Dio cerca l’unità, la comunione, il camminare insieme. C’è una geometria di 5 cerchi uguali e uno sull’altro, nella costruzione di questo abbraccio: il cerchio delle aureole, segno della santità. Il cerchio delle mani e del cuore: le mani sono prolungamenti, espressioni del cuore, luogo della coscienza, delle decisioni e della fede.
Il cerchio della misericordia – i due ventri vicini: perché nel mondo biblico il ventre è la sede della misericordia.

Il cerchio delle ginocchia e quello dei piedi: il movimento di entrambi di andare uno verso l’altro. In tutto 5 cerchi, 5 è il numero di Maria, l’Immacolata, la nuova umanità senza peccato.

Inoltre il loro abbraccio è inscritto in un triangolo, segno di un cammino di salvezza che non finisce.

Sotto i loro piedi c’è una predella, che indica la regalità di ciò che le sta sopra, dice che questo incontro, questo avvenimento è sacro, ha a che fare direttamente con Dio! Infatti Gioacchino e Anna sono uniti sulla terra ma il loro amore li porta già nel Cielo, come è vero che nell’amore umano si sperimentano il cielo e la terra.
Le case sullo sfondo rappresentano le loro individualità, le loro storie, caratteri, con i colori che hanno dei significati … sopra c’è un drappo rosso – il colore dello Spirito Santo – che indica che l’incontro avviene “all’interno”, non della casa, ma all’interno della persona, avviene nello spazio che io faccio all’altro in me. Un’icona che parla dell’amore umano, che lo valorizza e ne esprime la sacralità, e l’origine e la natura divina, infatti noi possiamo amare e amarci perché abbiamo sperimentato l’amore di qualcuno verso di noi, abbiamo sperimentato un aspetto della misericordia di Dio per noi.
E più ne facciamo esperienza e ci rendiamo conto di quanto Lui ci ami e più siamo in grado di amare in modo sano e libero, possiamo uscire da noi stessi e andare incontro agli altri.

 

Publié dans:immagini e testi |on 26 juillet, 2018 |Pas de commentaires »

CARAVAGGIO: L’INCREDULITÀ DI SAN TOMMASO

http://kairosterzomillennio.blogspot.com/2012/04/san-tommaso-nellarte.html

imm diario -caravaggio_incredulita-san-tommaso

CARAVAGGIO: L’INCREDULITÀ DI SAN TOMMASO

Vedere e toccare Lui vivo
In questo quadro Caravaggio ha una percezione così reale del fatto, da immaginare che l’invito verbale di Gesù all’apostolo avesse un suo naturale sviluppo nel gesto pieno di tenerezza del Risorto che prende e guida la mano di Tommaso. E lo sguardo sgranato e teso dell’apostolo sotto la fronte aggrottata segue il dito come se avesse calcolato che il riscontro di due sensi è meglio di uno

di Giuseppe Frangi
Per immaginare l’effetto che fece il San Tommaso di Caravaggio nella Roma di quattrocento anni fa, basta una cifra: di quel suo quadro si contano 24 copie realizzate negli anni successivi. Quasi un record, che assume ancor più valore se si pensa che tra quei copisti vanno annoverati anche Rubens e Guercino. Si tratta di una tela di 107×146 centimetri dipinta per Vincenzo Giustiniani, più o meno entro i primi due anni del 1600, e che ora è tornata per qualche settimana a Roma in occasione della mostra dedicata proprio alle collezioni dei Giustiniani (erano due fratelli: oltre a Vincenzo c’era anche il cardinale Benedetto). Ma che cosa aveva quel quadro da colpire in questo modo chiunque lo guardasse? A Roma in quei mesi si parlava molto di Caravaggio, di questo strano lombardo, geniale e losco («un misto di grano e di pula» lo definì un pittore olandese a Roma in quei tempi), che aveva sovvertito con una naturalezza sconcertante tutte le regole della pittura. Nel 1599 erano state scoperte le tele della cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi. Nel 1601 era stata la volta delle due tele per la cappella Cerasi a Santa Maria del Popolo. Tutti lo cercavano, tutti volevano sue opere. Anche il cardinale Federico Borromeo, amico dei Giustiniani, si era portato a Milano la celebre Canestra di frutta, oggi conservata all’Ambrosiana. Certamente ogni sua opera creava anche un po’ di apprensione. Ne sapeva qualcosa il Giustiniani, che nel 1602 aveva preso per la sua collezione il San Matteo con l’Angelo dipinto per l’altare della stessa cappella Contarelli e, come racconta il Caravaggio stesso in una delle tante deposizioni processuali, era «stato tolto via dai preti» (quella prima stesura del dipinto arrivò a Berlino nel secolo scorso e venne distrutta dalle bombe dell’ultima guerra). E anche le due tele di Santa Maria del Popolo, con la Crocefissione di san Pietro e la Conversione di san Paolo, vennero rifatte due volte, perché rifiutate dal committente.
Quindi davanti all’Incredulità di san Tommaso c’era da aspettarsi qualche sorpresa da parte del Caravaggio. In realtà, al primo sguardo, la tela appariva di una semplicità assoluta e di una perfezione compositiva inattaccabile: quattro personaggi, le cui teste formano un rombo perfetto al centro della composizione; un asse orizzontale costituito dal braccio dell’apostolo incredulo e dalle mani di Gesù; un asse verticale che passa per la testa dei due apostoli al centro. Infine, le schiene dell’apostolo di destra e quella di Gesù formano un arco che sigilla il quadro dentro la più classica e sapiente delle costruzioni. Anche il più pedante dei maestri d’Accademia non avrebbe trovato proprio nulla da eccepire.
Caravaggio poi toglie ogni enfasi al racconto. Il fondo è bruno e spoglio che più spoglio non si può. La luce che entra da sinistra è così normale che proprio non vien da attribuirle nessuna valenza simbolica. Che cosa c’è allora di così insolito in quel quadro? Il primo fattore è un fattore impercettibile. Caravaggio, rispetto a tutta la tradizionale iconografia sul tema, è come se ricorresse a uno zoom. I protagonisti non sono più inquadrati a distanza nella sala, teatro dell’episodio. Sono a portata immediata di sguardo, anzi di mano. Per di più sono ad altezza dell’osservatore, per cui, chiunque sia di fronte a quella tela, diventa il quinto personaggio della scena: anche lui si trova a chinare lo sguardo, incredulo e stupito, sul centro dell’evento. Il secondo fattore che Caravaggio introduce è invece ben visibile. È la mano di Gesù che prende quella di Tommaso e la guida verso la ferita. Iconograficamente non è una novità, perché già Dürer in una sua famosa incisione aveva rappresentato così l’episodio, andando quasi al di là del racconto evangelico. Ma in Dürer quel gesto si perdeva nella miriade di particolari. Qui invece è proprio il centro della scena: Caravaggio ha una percezione così reale del fatto da immaginare che l’invito verbale di Gesù a Tommaso avesse un suo naturale sviluppo in quel gesto così pieno di tenerezza. Del resto è un gesto che scoperchia il carattere di Tommaso, spaccone e inquieto dietro le quinte, timido e quasi indietreggiante sulla scena. Incoraggiato da Gesù, che gli ha letto nel cuore, Tommaso può liberare la sua curiosità. Così il dito non si limita a sfiorare la ferita, ma vi entra dentro come a voler fugare davvero ogni ombra di dubbio. E lo sguardo sgranato e teso, sotto la fronte aggrottata, segue il dito, come se l’apostolo avesse calcolato, in quel momento, che il riscontro di due sensi è meglio di uno.
Eccoci così arrivati al fulcro del quadro, al particolare su cui Caravaggio fa convergere tutti gli altri, occhio dello spettatore compreso. Il dito di Tommaso tocca un uomo vivo, s’addentra nella carne viva: la semplicità geniale di Caravaggio spazza via, quasi con brutalità, ogni connotato visionario dalla scena. Racconta ancora una volta «l’accaduto, nient’altro che l’accaduto», come avrebbe scritto nel 1951 Roberto Longhi. E la conferma viene dagli altri due apostoli. Quello al centro è lo stesso modello usato nella Crocefissione di san Pietro e come Nicodemo nella Deposizione della Vaticana. Non hanno avuto la sfrontatezza di Tommaso, ma si vede benissimo dai rispettivi sguardi che il dubbio era attecchito anche nel loro cuore: Gesù era risorto davvero con il suo corpo o quello che avevano davanti era un fantasma? Così i loro occhi fremono nell’attesa: altro che preoccuparsi di rimproverare Tommaso per la sua incredulità…
Caravaggio, insomma, indovina tutte le dinamiche umane della scena. Non lascia scampo a ipotesi alternative, e declina il suo quadro al tempo presente. Come infatti gli era accaduto nella Vocazione di Matteo, veste i protagonisti della vicenda con abiti contemporanei, mentre lascia Cristo con un mantello. È un corto circuito quasi impercettibile che gli serve per dare una verità ancora più diretta e comprensibile all’episodio raccontato: l’episodio accadde quel giorno di tanti secoli prima in Palestina, ma proprio perché realmente accaduto può essere riscontrabile, toccabile con mano, anche oggi.
Rimasto a Roma sino alla fine del Settecento questo capolavoro venne comperato nel 1815 dal re di Prussia, insieme ad altre tele caravaggesche dei Giustiniani. Passò di castello in castello, nelle varie residenze degli Hohenzollern. Poi, con il 1945, se ne persero le tracce, tanto che non poté essere presente alla grande mostra di Caravaggio a Milano del 1951. In quell’occasione Roberto Longhi ne presentò una versione antica, attribuita a Rodríguez e conservata al museo di Messina: caso curioso vuole che quella versione oggi costituisca il manifesto della mostra in corso a Palermo, dedicata ai caravaggeschi siciliani. Nel 1958, la tela, che era stata portata via dai russi, venne restituita ai tedeschi della Ddr, che dal 1963 la esposero nella quadreria del castello di Potsdam, alle porte di Berlino, dove tutt’ora è conservata.
Quanto a Caravaggio, allora trentenne, era atteso da una vera via crucis giudiziaria. L’11 settembre 1603 era stato arrestato per aver diffuso sonetti che diffamavano Giovanni Baglione, un pittore molto benvoluto dall’entourage di papa Clemente VIII. Grazie alle sue entrature il Baglione aveva strappato una commessa di grande importanza, la pala dell’altare della chiesa madre dei Gesuiti. Dipinse una Resurrezione, tutta visionaria, che Caravaggio definì non una pittura ma «una pitturessa». Restò in prigione sino al 25 settembre. Ma quando uscì, in tanti gli avevano voltato le spalle, compresi alcuni suoi potenti protettori. Così quando i committenti della sua Morte della Vergine gli rifiutarono la tela, non trovò più i Giustiniani a coprirgli le spalle. Il quadro restò nel suo studio di vicolo San Biagio per qualche mese. Sin quando non si fece vivo un certo pittore venuto da Anversa, chiedendo di poterlo comperare per conto del suo padrone, il duca Gonzaga. Si chiamava Pieter Paul Rubens.

Quei due empirici Tommaso, la fede a portata di mano
Pina Baglioni
Col suo voler toccare testimonia non scetticismo, ma serietà di fronte alla realtà. E quel che egli ha fatto con Gesù, l’ha fatto per tutti. In una presenza l’inizio della conoscenza
Quando Giovanni nel suo Vangelo scrive che quello che sta scrivendo è « ciò che abbiamo visto e toccato », aveva in mente anche lui: lui è Tommaso, l’apostolo « empirico », quello che i sinottici (i Vangeli di Matteo, Marco e Luca; ndr) includono nel secondo gruppo, accanto a Matteo, e che nel nome contiene una pista sulla sua origine. Tommaso in siriaco è l’equivalente del greco Didimo, cioè gemello. Del resto, un’antichissima tradizione attesta il culto dell’apostolo a Edessa di Siria (l’attuale Urfa, in Turchia). Se i sinottici lo citano solo in occasione della presentazione dei dodici, Giovanni mostra molta più attenzione nei suoi confronti. Lo ricorda in sette circostanze precise. E tre di queste sono molto significative per definire il carattere di Tommaso. La prima (Gv 11,6) è relativa alla malattia di Lazzaro: Gesù decide di tornare in Giudea, a Betania, per trovare l’amico. Gli apostoli sono scettici, perché sanno che in Giudea l’ostilità delle autorità verso di Lui è esplosa e c’è anche pericolo fisico per chi lo segue. Tutti tacciono, tranne Tommaso, che rivolgendosi ai suoi amici sbotta: « Allora andiamo anche noi a morire con lui! ». La franchezza non è dote che manchi certo a Tommaso. E anche il secondo episodio lo dimostra. L’Ultima Cena si sta per concludere; l’annuncio del prossimo tradimento è stato fatto, anche se non tutti lo hanno colto (quando Giuda lascia il Cenacolo, sottolinea Giovanni, « nessuno dei commensali capì »). Gesù cerca di tranquillizzare i suoi: « Io vado a prepararvi un posto… E del luogo dove io vado, voi conoscete la via ». Ma a Tommaso qualcosa non torna: « Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via? ». E Gesù: « Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me » (Gv 14,1-6). La sola possibilità di salvezza sta in quest’ordine di precedenza invertito: nel conoscere la via prima di sapere dove si va, anzi nell’essere sulla via senza neanche saperlo. Tre richieste
Infine c’è l’episodio più celebre, quello che accade dopo la Resurrezione. Gesù si fa vivo a un gruppo di apostoli, ma fra loro non c’è Tommaso. Chi c’era, però, si premura di riferire subito all’assente quello che avevano visto. La reazione di Tommaso non è dettata da scetticismo. È la sua natura empirica che lo porta a dubitare di tutto ciò che non ha visto con i suoi occhi e toccato con le sue mani. È una reazione immediata, un esito della sua franchezza: « Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò ». Tre richieste, precise, incalzanti, quasi impudenti. Ma a Gesù non fanno nessun problema: conoscendo nel profondo i suoi amici, ne capisce anche le debolezze o le pretese. Così otto giorni dopo Gesù si fa di nuovo vivo tra i suoi. E appena vede che c’è anche Tommaso, lo chiama vicino a sé senza dimenticare nessuna delle sue richieste: « Metti qua il dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente » (Gv 20, 24-28). Poi Gesù aggiunge quello che è sempre suonato come un rimprovero: « Perché mi hai visto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno ». Padre Ignace De la Potterie, gesuita, grande biblista, ha spiegato questo passaggio, sottolineando che in realtà la traduzione va fatta al passato: « Non è corretto tradurre al futuro. Ci sono due verbi all’aoristo, e in tutti gli altri casi di aoristo utilizzati da Giovanni questi hanno valore di anteriorità ». E spiega, quindi, De la Potterie: « Il rimprovero cade sul fatto che Tommaso ha rifiutato, all’inizio, di dare credito all’annuncio dei discepoli ».
Caravaggio, raccontando questa scena in uno dei quadri più belli dell’intera storia della pittura (è conservato a Potsdam, in Germania, alle porte di Berlino), svela un particolare molto umano che fa capire come la condizione di Tommaso sia la condizione di tutti: per questo è così vera. Infatti, mentre l’apostolo mette brutalmente il dito nel costato, da dietro due altri apostoli guardano, con lo sguardo teso nella curiosità. Anche loro vogliono empiricamente avere la certezza che quello che hanno davanti è Gesù in carne e ossa. E quello che Tommaso sta facendo lo sta facendo anche per loro. Hanno visto, hanno toccato, hanno creduto. Hanno esclamato: « Mio Signore e mio Dio! ».
L’apostolo empirico ritorna nelle pagine di Giovanni in occasione dell’apparizione di Gesù sul lago di Galilea: sono in sette che vanno a pescare, seguendo Pietro. E tra questi Giovanni, con cronistica precisione, dice che c’era pure Tommaso.

In India
E dopo cosa accade di lui? Negli Atti di Tommaso, il più importante degli scritti apocrifi attribuiti all’apostolo, si racconta che nella divisione a sorte fatta a Gerusalemme, delle terre in cui andare in missione, a Tommaso fosse toccata l’India. Gli Atti testimoniano di uno scarso entusiasmo: « Non aveva voglia di andare. Diceva: « Non ho forza sufficiente, sono debole »". Gesù dovette scomodarsi di nuovo, apparendogli in sogno: « Non temere, Tommaso! È con te la mia grazia ». Ma fedele al suo temperamento Tommaso non si convince: « Mandami dove vuoi, Signore! È solo in India che non voglio andare ». Allora il Signore ricorre a un sotterfugio e vende il discepolo a un mercante indiano, venuto a cercare un costruttore per conto del re Gudnafar. A questo punto Tommaso si arrende. E, per quanto il racconto sia leggendario, parte davvero per l’India.
Infatti sono tantissimi i segni che in terra indiana si conservano di un suo passaggio (insieme a Matteo). Ne parlano nei primi secoli Ambrogio, Paolino, Gerolamo: Tommaso sarebbe sbarcato a Mylapore, l’attuale Madras, dove avrebbe subito il martirio e dove ancora oggi si venera la sua tomba. I segni di una presenza cristiana in India, del resto, sono numerosi e risalgono a secoli molto precoci. Al concilio di Nicea del 325 era presente un vescovo Giovanni, un siro caldeo proveniente dall’India. E ancor oggi esiste nella regione di Malabar, nel sud dell’India, una tradizione di cristiani che usano per la liturgia la lingua siriaca.

San Francesco Saverio
Ma chi dovette conoscere e incontrare, con suo immenso stupore, questo piccolo gregge di cristiani in India fu san Francesco Saverio, sbarcato qui nel 1541. Giunto sull’isola di Socotora, trova gente che si dice cristiana. Anzi, come scrive nelle lettere, « si dicono onorati di dirsi cristiani e possiedono chiese, croci e lampade ». Qui i sacerdoti venivano chiamati cacizes e pur non sapendo leggere né scrivere avevano ancora piena memoria delle preghiere: « Non comprendono le orazioni che recitano, poiché non sono nella loro lingua: credo che siano in caldeo. Sono devoti di san Tommaso: essi dicono di discendere da quei cristiani che san Tommaso convertì in questi luoghi ». Nel maggio 1545 Saverio si reca a Mylapore per venerare la tomba di san Tommaso. È qui che probabilmente recuperò la reliquia dell’apostolo, che, al momento della morte, gli venne trovata nel piccolo reliquiario che aveva al collo. Nello stesso reliquiario teneva le firme delle lettere dei suoi amici, ricevute dall’Europa: « Vi faccio sapere, carissimi fratelli, che dalle lettere che mi avete scritto ho ritagliato i vostri nomi, vergati dalla vostra stessa mano, e li porto sempre con me per le consolazioni che ne ricevo ». E quelle, come le reliquie del Santo, erano per Francesco un’anteprima del Paradiso: « Presto ci vedremo nell’altra vita con maggior riposo che non in questa ».
Noi conosciamo molto bene questa categoria, questo tipo di persone, anche di giovani. Questi empirici (…) sono molto preziosi, perché questo voler toccare, voler vedere, tutto questo dice la serietà con cui si tratta la realtà, la conoscenza della realtà. E questi sono pronti, se una volta Gesù viene e si presenta loro, se mostra le sue ferite, le sue mani, il suo costato, allora sono pronti a dire: « Mio Signore e mio Dio! ». Penso a tanti vostri amici, vostri coetanei, che hanno questa mentalità empirica, scientifica; ma se una volta potessero toccare Gesù da vicino – vedere il volto di Cristo – se una volta potranno toccare Gesù, se lo vedranno in voi, diranno: « Mio Signore e mio Dio! ».
(Giovanni Paolo II, 24 marzo 1994)

Nome: Tommaso
Provenienza: forse Edessa, l’attuale Urfa in Turchia, ai confini con la Siria.
Genitori: Zebedeo e Salome
Professione: pescatore
Segni particolari: barba, capelli scuri, una certa predisposizione alla pigrizia.
Festa: 3 luglio
Luoghi di culto: a Madras, nell’India del Sud, la cattedrale di San Tomé è stata ricostruita nel 1500 sul luogo dove è stato sepolto Tommaso. A Urfa, l’antica Edessa, invece, non si conservano segni dell’apostolo. Parlano di lui: i quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli, gli Acta Tommasi, testo apocrifo ma molto antico; san Francesco Saverio nelle lettere

Publié dans:immagini e testi, santi |on 3 juillet, 2018 |Pas de commentaires »

GIOTTO, SAN FRANCESCO E LA MADDALENA

http://www.magdalaproject.org/WP/?p=68

GIOTTO, SAN FRANCESCO E LA MADDALENA

per diarioGiotto_di_Bondone_-_Scenes_from_the_Life_of_Mary_Magdalene_-_Mary_Magdalene_Speaking_to_the_Angels_-_WGA09108

Pubblicato da edito In Data 09 Jun. 2008 Nella Categoria: Maria

La Cappella della Maddalena, nella Basilica Inferiore di San Francesco in Assisi, fu affrescata da Giotto e dalla sua bottega nel 1307-1308, su commissione di Teobaldo Pontano, vescovo di Assisi dal 1296 al 1329.
La Maddalena è stata sempre considerata la patrona degli eremiti, per aver condotto vita monastica e penitenziale, secondo la tradizione, nella grotta detta La Sainte Baume, in Francia. Francesco d’Assisi che alternava mesi di predicazione del vangelo a mesi di eremitaggio e preghiera solitaria (che egli chiamava, con la terminologia medioevale, Quaresime, plurale che le differenziava dall’unica Quaresima che preparava alla Pasqua) ha avuto una particolare venerazione per Santa Maria Maddalena alla quale erano dedicati alcuni degli eremi nei quali si ritirava.
La Legenda Aurea di Jacopo da Varagine condensa le notizie sui santi del calendario liturgico conosciute e credute nel Medioevo. I principali eventi della vita della Maddalena riassunti nella Legenda sono rappresentati dagli affreschi di Giotto in questa cappella.

1. La cena in casa del fariseo
Maria di Magdala era entrata in scena nei Vangeli per la prima volta come una delle donne che assistevano Gesù e i suoi discepoli coi loro beni. In quell’occasione si era aggiunta una precisazione piuttosto forte: «da lei erano usciti sette demoni» (Luca 8,1-3)… Di per sé, l’espressione poteva indicare un gravissimo (il sette è il numero della pienezza) male fisico o morale che aveva colpito la donna e da cui Gesù l’aveva liberata. Ma la tradizione, ripetuta mille volte nella storia dell’arte e perdurante fino ai nostri giorni, ha fatto di Maria una prostituta e questo solo perché nella pagina evangelica precedente – il capitolo 7,36-50 di Luca – si narra la storia della conversione di un’anonima «peccatrice nota in quella (innominata) città», colei che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli. (G. Ravasi)

2. La resurrezione di Lazzaro
Ora, questo stesso gesto verrà ripetuto nei confronti di Gesù da un’altra Maria, la sorella di Marta e Lazzaro (Giovanni 12,1-8). E, così, si consumerà un ulteriore equivoco per Maria di Magdala, confusa da alcune tradizioni popolari con Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea. (G. Ravasi)

3. Noli me tangere
È una storia strana quella di Maria, la discepola di Gesù originaria di Magdala, un villaggio di pescatori sul lago di Tiberiade, centro commerciale ittico denominato in greco Tarichea, cioè “pesce salato”. La sua figura fu, infatti, sottoposta a una serie di equivoci. Noi vorremmo partire proprio da quell’alba primaverile evocata da un brano del Vangelo di Giovanni che la liturgia di Pasqua ci propone, sia pure parzialmente (20,1-18). Maria è davanti al sepolcro ove poche ore prima era stato deposto il corpo esanime di Gesù. Paradossale è l’equivoco in cui cade la donna che scambia quel Gesù, ritornato a nuova vita e presente davanti a lei, col custode dell’area cimiteriale… Strano destino quello di Maria di Magdala, abbassata a prostituta ed elevata a Sapienza divina! Per fortuna l’unico che la chiamò per nome e la riconobbe fu proprio Gesù, il suo Maestro, il Rabbunì, in quel mattino di Pasqua. (G. Ravasi)
4. Viaggio a Marsiglia e miracolo della famiglia del governatore
La tradizione medioevale – che è sintetizzata nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine o Varazze, che fu arcivescovo di Genova (dove Legenda è un latinismo che sta per Testo che deve essere letto nel giorno della ricorrenza festiva) – vuole che Pietro abbia affidato la Maddalena a Massimino, uno dei 72 discepoli di cui ci parla il vangelo di Luca. Massimino, la Maddalena, suo fratello Lazzaro, sua sorella Marta, la serva di Marta Martilla e Cedonio, cieco dalla nascita guarito dal Signore, catturati dagli infedeli sarebbero stati abbandonati su di una nave per farli morire, ma miracolosamente la nave sarebbe giunta a Marsiglia, in Francia (nell’affresco si vede la barca con i santi che giunge in Francia). Sbarcati, la Maddalena, inorridita dal vedere che gli abitanti del luogo facevano sacrifici agli idoli, li avrebbe dissuasi dai sacrifici pagani e invitati a convertirsi al cristianesimo. Giunse allora il capo della Provincia con la moglie i quali, essendo sterili, volevano sacrificare per avere un bambino. Maria Maddalena li dissuase. Il governatore ricevette una visione della Maddalena in sogno che lo invitava a prendere i naufraghi nel suo palazzo e a non far loro patire l’indigenza (a sinistra dell’affresco si vede la città di Marsiglia). Stabilitisi nel palazzo, accadde che la moglie si rivolse alla Maddalena per chiederle l’intercessione per avere un figlio. La Maddalena acconsentì, affermando che anche a Roma, per mano di Pietro, stavano avvenendo miracoli. La donna restò in cinta. Il governatore si decise allora a partire per Roma per verificare se anche Pietro stesse facendo gli stessi miracoli per convertirsi così al cristianesimo. La moglie, pur avendo ricevuto il consiglio di non partire, pretese di accompagnare il marito e la Maddalena li benedisse. Una volta in mare, però, la donna partorì e, per il moto delle onde, morì nel parto. Il marito decise allora di lasciare il corpo della moglie su di un isola, con il bambino ancora vivo, perché morisse fra le sue braccia e non nel prosieguo del viaggio (Giotto dipinge l’isola con la donna ed il bambino, in basso a sinistra). Il marito giunse a Roma, incontrò Pietro che compiva miracoli e si convertì. Al ritorno, passando vicino all’isola, volle fermarsi. La donna riprese vita e si scoprì che il bambino miracolosamente era ancora vivo. Ringraziando così nella preghiera la Maddalena rientrarono con gioia in Marsiglia. Allora il governatore decise di distruggere tutti gli idoli della città e Lazzaro fu acclamato primo vescovo di Marsiglia e morì poi martire, decapitato per il nome di Cristo. San Massimino convertì insieme agli altri la città di Aix-en-Provence e fu eletto vescovo di quel luogo.
5. La Maddalena eremita nella grotta detta Sainte Baume
La Maddalena andò poi in un luogo solitario per vivere nella contemplazione di Dio, dove rimase in incognito per 30 anni (è appunto il luogo che la tradizione venera come la Sainte Baume, la santa grotta, tuttora meta di pellegrinaggio nel Sud della Francia). Un sacerdote, anch’egli eremita, si ritirò in preghiera a dodici stadi dalla grotta della Maddalena e si accorse che ogni giorno, per le sette ore di preghiera canonica, gli angeli la portavano in cielo a cantare le lodi del Signore. Decise di andare a visitarla e lei le rivelò la propria identità e le chiese in dono un abito (fin lì era protetta solo dai suoi lunghi capelli). L’affresco dipinge l’atto del sacerdote-monaco di offrirle la veste.
6. La Maddalena elevata ogni giorno dalla Sainte Baume a pregare con gli angeli
Nell’affresco la Maddalena mentre viene portata dagli angeli ogni giorno per sette volte (le sette ore della liturgia delle ore) in cielo per cantare con tutti i santi del Paradiso la gloria del Signore. E’ un’immagine della comunione della chiesa terrestre e della chiesa celeste nel momento della preghiera liturgica.
7. La Maddalena portata dagli angeli a ricevere la comunione da san Massimino
La Maddalena viene informata miracolosamente che è ormai giunta l’ora della sua morte. Prega il sacerdote-eremita di recarsi da San Massimino per informarlo di prepararsi perché nel mattutino della domenica di Pasqua si sarebbe recata da lui per l’ultima comunione. Portata dagli angeli si presentò nell’oratorio dove Massimino si trovava il giorno di Pasqua e ricevette da lui il corpo ed il sangue di Cristo e subito spirò. Il santo vescovo la fece seppellire ed il luogo si riempì subito di profumo. Il luogo è oggi noto come St.Maximin-la Sainte Baume.

MEDUSE (molte immagini sul sito)

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MEDUSE

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Le Meduse sono animali che fanno parte della categoria delle specie planctonica, cioè quegli esseri che non possiedono capacità di movimento per spostarsi in acqua, ma semplicemente galleggiano, grazie alla consistenza e al rivestimento del loro corpo (gelatinoso). Questi animali marini fanno parte della famiglia dei Cnidari e la loro vita si conclude durante la riproduzione sessuale, lasciando al loro posto un polipo (questa potrebbe essere anche considerata un’evoluzione rispetto allo stato precedente, cioè a quello di medusa). Alcuni studi hanno comunque dimostrato che alcune specie di Meduse, sarebbero immortali, riuscendo addirittura a ringiovanire da sole, riportandosi allo stato primordiale, continuando così un altro ciclo e così via.
Le Meduse possono assumere dimensioni differenti in base alle specie, per esempio la Cyanea capillata è considerata la specie più grande e può arrivare ai 2,5 metri di diametro. Per quanto riguarda la forma, quella tipica che caratterizza la Medusa è quella di un polipo rovesciato, è formata da una zona superiore convessa, chiamata esombrella e da una parte inferiore chiamata subombrella. In mezzo è presente la bocca alla quale si collega la cavità gastrovascolare, mediante un tubo chiamato manubrium; dalla parte inferiore si propagano i famosi tentacoli urticanti, unica arma di difesa e di predazione della Medusa. Il corpo della medusa è composto prevalentemente da acqua. Alcuni esemplari non sono urticanti, ma è molto difficile riconoscerle, motivo per cui si tende a evitare il più possibile questi esemplari. Il liquido, rilasciato dai suoi tentacoli, serve a paralizzare la preda e ucciderla mediante shock anafilattico.
I tentacoli rilasciano tre particolari sostanze, l’ipnotossina che paralizza, la talassina che produce una risposta infiammatoria di natura allergica e la congestina che uccide per shock anafilattico. Per l’essere umano sono altrettanto pericolose, fortunatamente non tutti gli esemplari portano alla morte come conseguenza del loro tocco, è fondamentale farsi vedere immediatamente da un medico o comunque usare la corrispettiva pomata per lenire immediatamente il gonfiore, per evitare reazioni ancora più pericolose. Chiunque sia stato, anche solo sfiorato da una Medusa, descrive questo episodio come molto doloroso, la zona della pelle in cui si è venuti a contatto dei suoi tentacoli, diventa immediatamente rossa, per poi ricoprirsi di bolle e vescicole, accompagnate da una sensazione molto dolorosa e ustionante. In caso di contatto, bisogna provvedere immediatamente a spalmare la zona con le pomate apposite o comunque utilizzare sostanze a base di ammoniaca, bicarbonato di sodio e acido acetico, il quale lenirà il dolore.
La riproduzione di questi animali è di tipo sessuale, la femmina depone le uova nel mare, il maschio libera gli spermatozoi che le fecondano. Successivamente, dallo zigote, nascerà la planula, una larva che si fisserà sul fondale marino, per poi trasformarsi in polipo. Nella specie degli Scifozoi, la riproduzione può avvenire anche tramite la fase asessuale; in questo caso, la medusa si divide in due esemplari differenti che diventeranno adulti, gli efire. I predatori per eccellenza di quest’animale sono i cetacei, i pesci palla e le tartarughe marine. Proprio a causa della scarsità di questi esemplari nel Mediterraneo, le Meduse stanno piano piano aumentando nei nostri mari.
Le Meduse sono animali che fanno parte della categoria delle specie planctonica, cioè quegli esseri che non possiedono capacità di movimento per spostarsi in acqua, ma semplicemente galleggiano, grazie alla consistenza e al rivestimento del loro corpo (gelatinoso). Questi animali marini fanno parte della famiglia dei Cnidari e la loro vita si conclude durante la riproduzione sessuale, lasciando al loro posto un polipo (questa potrebbe essere anche considerata un’evoluzione rispetto allo stato precedente, cioè a quello di medusa). Alcuni studi hanno comunque dimostrato che alcune specie di Meduse, sarebbero immortali, riuscendo addirittura a ringiovanire da sole, riportandosi allo stato primordiale, continuando così un altro ciclo e così via.
Le Meduse possono assumere dimensioni differenti in base alle specie, per esempio la Cyanea capillata è considerata la specie più grande e può arrivare ai 2,5 metri di diametro. Per quanto riguarda la forma, quella tipica che caratterizza la Medusa è quella di un polipo rovesciato, è formata da una zona superiore convessa, chiamata esombrella e da una parte inferiore chiamata subombrella. In mezzo è presente la bocca alla quale si collega la cavità gastrovascolare, mediante un tubo chiamato manubrium; dalla parte inferiore si propagano i famosi tentacoli urticanti, unica arma di difesa e di predazione della Medusa. Il corpo della medusa è composto prevalentemente da acqua. Alcuni esemplari non sono urticanti, ma è molto difficile riconoscerle, motivo per cui si tende a evitare il più possibile questi esemplari. Il liquido, rilasciato dai suoi tentacoli, serve a paralizzare la preda e ucciderla mediante shock anafilattico.
I tentacoli rilasciano tre particolari sostanze, l’ipnotossina che paralizza, la talassina che produce una risposta infiammatoria di natura allergica e la congestina che uccide per shock anafilattico. Per l’essere umano sono altrettanto pericolose, fortunatamente non tutti gli esemplari portano alla morte come conseguenza del loro tocco, è fondamentale farsi vedere immediatamente da un medico o comunque usare la corrispettiva pomata per lenire immediatamente il gonfiore, per evitare reazioni ancora più pericolose. Chiunque sia stato, anche solo sfiorato da una Medusa, descrive questo episodio come molto doloroso, la zona della pelle in cui si è venuti a contatto dei suoi tentacoli, diventa immediatamente rossa, per poi ricoprirsi di bolle e vescicole, accompagnate da una sensazione molto dolorosa e ustionante. In caso di contatto, bisogna provvedere immediatamente a spalmare la zona con le pomate apposite o comunque utilizzare sostanze a base di ammoniaca, bicarbonato di sodio e acido acetico, il quale lenirà il dolore.
La riproduzione di questi animali è di tipo sessuale, la femmina depone le uova nel mare, il maschio libera gli spermatozoi che le fecondano. Successivamente, dallo zigote, nascerà la planula, una larva che si fisserà sul fondale marino, per poi trasformarsi in polipo. Nella specie degli Scifozoi, la riproduzione può avvenire anche tramite la fase asessuale; in questo caso, la medusa si divide in due esemplari differenti che diventeranno adulti, gli efire. I predatori per eccellenza di quest’animale sono i cetacei, i pesci palla e le tartarughe marine. Proprio a causa della scarsità di questi esemplari nel Mediterraneo, le Meduse stanno piano piano aumentando nei nostri mari.

 

Publié dans:Animali acquatici, immagini e testi |on 28 février, 2017 |Pas de commentaires »

BRUEGEL: LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=241&id_n=5543

BRUEGEL: LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO dans immagini e testi Conversione_San_PaoloP

BRUEGEL: LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

Autore: Riva, Sr. Maria Gloria Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

Il tema, caro all’iconografia italiana del 500 e del 600 (basti pensare all’affresco di Michelangelo e alla tela del Caravaggio), viene interpretato dall’artista olandese Brueghel il vecchio, in maniera originalissima e, per certi versi, straordinariamente attuale.
Nell’ anno in cui dipinge la tavola, il 1567, l’esercito del Duca di Alba attraversava le Alpi per sedare le rivolte dei fiamminghi (in atto a causa della lotta fra cattolici e protestanti e della lotta iconoclasta). L’evento storico si trasforma per Brueghel in una riflessione sull’atteggiamento dell’uomo di fronte al mistero di una storia Altra, quella di Dio, significata appunto dalla conversione di Paolo.
Il paesaggio alpino, che Brueghel aveva potuto osservare da vicino nel corso di un suo viaggio in Italia, appare qui minaccioso. Rocce e alberi appuntiti sembrano lance rivolte verso un cielo assente e coperto da spesse nubi. Solo all’estrema sinistra della tela – a significare il ricordo di un passato lontano e colmo di pace – si apre lo scorcio di una distesa pianeggiante e serena sotto una volta azzurrina.
Il panorama di Brueghel descrive la storia di una umanità che ha perduto le sue radici. A sinistra, infatti, si dirada la presenza degli uomini e l’esercito si inerpica su per un dirupo, dimentico della sicurezza pianeggiante che lo accoglieva. Più che l’esperienza di Saulo-Paolo, qui emerge la condizione spirituale e storica dell’uomo del 500, così drammaticamente vicina alla nostra.
Dimentico delle proprie radici anche l’uomo moderno s’inerpica per cammini improbabili, incurante delle minacce che si addensano all’orizzonte.
La parte destra della tavola di Brueghel brulica di soldati e cavalieri che maggiormente si addensano laddove il cammino, invece di aprirsi un varco, pare chiudersi definitivamente senza offrire sbocco alcuno.
Nessuno si cura del pericolo, anzi, un cavaliere in giallo sbarra la strada del ritorno, attirando la nostra attenzione. La sua tunica, più luminosa del giallo delle rocce dice, nel colore, il tradimento, la gelosia, l’ira, i vizi che allontano l’uomo dal cammino della virtù e, dunque, della pace.
Paradossalmente tuttavia è proprio grazie a questo uomo che siamo condotti a notare un altro soldato, l’unico rivolto verso di noi, un cavaliere che ornato di un curioso pennacchio indica qualcosa.
Comprendiamo solo così quanto il titolo ci sconcertasse. Dov’è infatti l’attesa caduta da cavallo di Saulo? Dov’è la luce folgorante che ci mostrerà la tela caravaggesca della Cappella Cerasi in Roma? È là sembra rispondere il soldato in blu (colore del mistero e dell’inconoscibile). È là in mezzo al corteo, anzi là dove più fitta sembra essere la mischia.
Vediamo allora un piccolissimo Saulo, vestito di un blu irradiato di luce, che stramazza a terra aprendosi un varco improvviso tra la folla di lance e cavalli.
Non è l’evento sfolgorante che sconvolge il panorama religioso dell’epoca, ma è un evento tra i tanti, quasi un incidente di percorso dentro una marcia anonima che continua inarrestabile il suo cammino. Eppure questo evento ha cambiato la storia della Chiesa e persino la storia del mondo religioso di allora.
Brueghel ci induce a riflettere. La Chiesa obbedisce sempre alla dinamica del seme. Sono gli eventi piccoli, seminati nel solco di un cammino quotidiano, accidentato, pieno di rischi a dare frutti duraturi, a far maturare l’intera massa per il Cielo.
Le rocce appuntite, la nube minacciosa che penetra all’orizzonte chiudendo il varco al corteo di soldati, preannuncia all’Apostolo delle genti la sofferenza che per questa conversione egli dovrà sopportare. Il varco che si apre attorno a lui durante la caduta, esprime il vuoto drammatico che ormai lo separerà dal suo popolo. Gli eventi di grazia, è vero, sono spesso piccoli e seminati nel solco della storia più anonima, pur tuttavia richiedono l’adesione di anime grandi.
È quanto il papa si auspica dall’anno paolino appena iniziato:
L’azione della Chiesa è credibile ed efficace solo nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono disposti a pagare di persona la loro fedeltà a Cristo, in ogni situazione. Dove manca tale disponibilità, viene meno l’argomento decisivo della verità da cui la Chiesa stessa dipende. Cari fratelli e sorelle, come agli inizi, anche oggi Cristo ha bisogno di apostoli pronti a sacrificare se stessi. Ha bisogno di testimoni e di martiri come San Paolo.

Publié dans:immagini e testi, immagini sacre |on 16 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

ROMA SPARITA: BORGO ANGELICO

ROMA SPARITA: BORGO ANGELICO dans immagini di Roma

http://www.iloveroma.it/

da « Roma sparita negli acquerelli di Ettore Roesler Franz »
di Livio Jannattoni
Newton Compton Editori

ROMA SPARITA: BORGO ANGELICO

Otto anni dopo il precedente acquarello il pittore romano ritornò a Porta Angelica, che ormai aveva le ore contate. La ritrasse dall’interno stavolta, sposandola in maniera eccellente all’ambiente circostante, dopo aver ripreso la scena anche in fotografia. E proprio dal confronto con quelle fotografie salta fuori che Roesler Franz ha fatto scomparire degli alberi sulla destra, ad esempio, ed uno di quei palazzoni umbertini che svettava stup1do e guastafeste, al di sopra della porta. Per meglio raggiungere i suoi scopi artistici, ed anche per tener fede al carattere di « Roma sparita » dei suoi acquarelli.

Su questa schietta visione di paese domina, senza infastidirsi, il Belvedere dei palazzi pontifici. Il Nicchione e nettamente visibile. Disadorno invece il prospetto interno della Porta. Lo stemma pontificio sulla chiave dell’arco e una fontanina a muro sulla destra. Ci sono dei passanti ad animare la veduta, e un cavallo solitario, un carro chiuso di ambulanti. Ma ci sono soprattutto le capre, provvidenziali distributrici di latte a domicilio. Erano di casa a Roma, come attestano pure dipinti, disegni, e brani letterari.

La chiesa di S. Maria delle Grazie, di cui si vede il campaniletto a vela e la targa del vicolo al quale aveva dato nome, rappresentava un vero santuario della pietà popolare, raccolto intorno alla immagine della Madonna che un eremita aveva portato da Gerusalemme nel 1587, tale Albenzio De Rossi. Le « grazie » ricevute si tramutavano in altrettanti
ex-voto che tappezzavano le pareti del tempio. E fra quegli ex-voto, P.G.R., c’era pure una tavoletta dal soggetto abbastanza scabroso, che aveva dato motivo a G.G. Belli di scrivere uno dei sonetti pin efficaci e rappresentativi del suo « poema »,. La vergna l’ha chi la vo’, del 17 gennaio 1833. La chiesa riuscì ad evitare di tramutarsi in una visione da Roma « sparita » fine Ottocento, ma non poté scampare purtroppo alla totale demolizione, durante la « sistemazione» dei Borghi. Nel 1939. Ma proprio allora si dimostrerà quanto autorità ecclesiastiche e fedeli tenessero a
questa loro chiesa. E al tempo stesso quanto sia pin facile trovare soldi per edifici religiosi che non per le-case di abitazione. Così veniva immediatamente iniziata la costruzione di una nuova S. Maria delle Grazie al Quartiere Trionfale, soprattutto per trasferirvi l’immagine
miracolosa. E il 15 agosto del 1941, in piena guerra mondiale, si inaugurava solennemente in Piazza Francesco Morosmi.

 

Publié dans:immagini di Roma, immagini e testi, Roma |on 9 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

Chagall: Cantico dei Cantici

Chagall: Cantico dei Cantici dans ARTISTI: CHAGALL chagall-cantico-dei-cantici-4

Chagall, Cantico dei Cantici

7-11 Io sono per il mio diletto
e la sua brama è verso di me.
7-12 Vieni, mio diletto, andiamo nei campi,
passiamo la notte nei villaggi.
7-13 Di buon mattino andremo alle vigne;
vedremo se mette gemme la vite,
se sbocciano i fiori,
se fioriscono i melograni:
là ti darò le mie carezze!

http://noisefromamerika.org/recensione/marc-chagall

The first Thanksgiving Day (24 novembre) – Storia

The first Thanksgiving Day (24 novembre) - Storia  dans immagini e testi first-thanksgiving

http://www.improntalaquila.org/2011/11/22/articolo30686/

Oggi Thanksgivins Day, la storia su Wikipedia continua, se volete sul sito:

http://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_del_ringraziamento

Il Giorno del ringraziamento (Thanksgiving Day in inglese) è una festa di origine cristiana osservata negli Stati Uniti d’America (il quarto giovedì di novembre) e in Canada (il secondo lunedì di ottobre) in segno di gratitudine per la fine della stagione del raccolto.

Storia

Questa storica tradizione, in origine di derivazione religiosa ma ora considerata secolare, risale all’anno 1621. Quando fu effettuato il raccolto nel novembre 1623 William Bradford, Governatore della Colonia fondata dai Padri pellegrini, a Plymouth, nel Massachusetts, emise l’ordine:
« Tutti voi Pellegrini, con le vostre mogli ed i vostri piccoli, radunatevi alla Casa delle Assemblee, sulla collina… per ascoltare lì il pastore e rendere Grazie a Dio Onnipotente per tutte le sue benedizioni. »
I Padri pellegrini, perseguitati in patria per le loro idee religiose piuttosto integraliste, decisero di abbandonare l’Inghilterra e andare nel nuovo mondo, l’attuale America del Nord. 102 pionieri (52 uomini, 18 donne e 32 bambini) imbarcati a bordo della Mayflower, arrivarono sulle coste americane nel 1621, dopo un duro viaggio attraverso l’Oceano Atlantico; durante il viaggio molti si ammalarono e tanti morirono. Quando arrivarono, l’inverno era ormai alle porte; si trovarono di fronte ad un territorio selvatico e inospitale, fino ad allora abitato solo da nativi americani. I Pellegrini avevano portato dall’Inghilterra dei semi di vari prodotti che si coltivavano in patria e li seminarono nella terra dei nuovi territori; vuoi per la natura del terreno, vuoi per il clima, la semina non produsse i frutti necessari al sostentamento della popolazione, per cui quasi la metà di loro non sopravvisse al rigido inverno. Questa situazione rischiava di riproporsi anche l’anno successivo se non fossero intervenuti i nativi americani (gli indiani) che indicarono ai nuovi arrivati quali prodotti coltivare e quali animali allevare, in specie il granturco ed i tacchini. Dopo il duro lavoro degli inizi, i Pellegrini indissero un giorno di ringraziamento a Dio per l’abbondanza ricevuta e per celebrare il successo del primo raccolto. I coloni invitarono alla festa anche gli indigeni, ai quali dovevano molto se la loro comunità aveva potuto superare le iniziali difficoltà di adattamento nei nuovi territori, gettando le basi per un futuro prospero e ricco di ambiziosi traguardi. Nel menù di quel primo Ringraziamento americano ci furono pietanze che divennero tradizione per le feste – in particolare il tacchino e la zucca – insieme ad altre carni bianche, carne di cervo, ostriche, molluschi, pesci, torte di cereali, frutta secca e noccioline.
Il 29 giugno 1676 Edward Rawson redisse una proclamazione ufficiale di Thanksgiving per conto del governatore della contea di Charleston, in Massachusetts, che aveva deciso di indire un giorno di ringraziamento per la buona sorte di cui godeva la comunità e per celebrare la vittoria contro gli « indigeni pagani », cioè gli stessi nativi americani che avevano accolto e condiviso il territorio con Bradford e gli altri fondatori della colonia di Plymouth.
Nei secoli successivi la tradizione del Thanksgiving si estese a tutto il Paese. Le tredici colonie (i primi stati americani) non celebrarono contemporaneamente il Giorno del ringraziamento fino all’ottobre del 1777, quando ne fu indetto uno per festeggiare la vittoria contro gli inglesi a Saratoga nella guerra per l’indipendenza. Fu George Washington, il primo presidente degli Stati Uniti d’America, a dichiarare la festa per tutti gli stati nel 1789 proclamando una giornata nazionale di ringraziamento. Molti risero dell’idea, a cominciare da Thomas Jefferson, che da presidente non vi diede alcun seguito. Ma a metà del XIX secolo il Thanksgiving era diffuso nella maggior parte del territorio americano e osservato da tutti gli strati sociali, dai ricchi ai meno abbienti.

Publié dans:immagini e testi, Thanksgiving Day |on 24 novembre, 2011 |Pas de commentaires »
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