Archive pour octobre, 2018

Resurrezione dai morti

imm diario

Publié dans:immagini sacre |on 31 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI, Angelus, Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti (2.11.2008)

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BENEDETTO XVI, Angelus, Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti (2.11.2008)

ANGELUS

Piazza San Pietro

Domenica, 2 novembre 2008

Cari fratelli e sorelle!

Ieri la festa di Tutti i Santi ci ha fatto contemplare « la città del cielo, la Gerusalemme celeste che è nostra madre » (Prefazio di Tutti i Santi). Oggi, con l’animo ancora rivolto a queste realtà ultime, commemoriamo tutti i fedeli defunti, che « ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace » (Preghiera eucaristica I). E’ molto importante che noi cristiani viviamo il rapporto con i defunti nella verità della fede, e guardiamo alla morte e all’aldilà nella luce della Rivelazione. Già l’apostolo Paolo, scrivendo alle prime comunità, esortava i fedeli a « non essere tristi come gli altri che non hanno speranza ». « Se infatti – scriveva – crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti » (1 Ts 4,13-14). E’ necessario anche oggi evangelizzare la realtà della morte e della vita eterna, realtà particolarmente soggette a credenze superstiziose e a sincretismi, perché la verità cristiana non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere.
Nella mia Enciclica sulla speranza cristiana, mi sono interrogato sul mistero della vita eterna (cfr Spe salvi, 10-12). Mi sono chiesto: la fede cristiana è anche per gli uomini di oggi una speranza che trasforma e sorregge la loro vita (cfr ivi, 10)? E più radicalmente: gli uomini e le donne di questa nostra epoca desiderano ancora la vita eterna? O forse l’esistenza terrena è diventata l’unico loro orizzonte? In realtà, come già osservava sant’Agostino, tutti vogliamo la « vita beata », la felicità. Non sappiamo bene che cosa sia e come sia, ma ci sentiamo attratti verso di essa. E’ questa una speranza universale, comune agli uomini di tutti i tempi e di tutti luoghi. L’espressione « vita eterna » vorrebbe dare un nome a questa attesa insopprimibile: non una successione senza fine, ma l’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo, il prima e il dopo non esistono più. Una pienezza di vita e di gioia: è questo che speriamo e attendiamo dal nostro essere con Cristo (cfr ivi, 12).
Rinnoviamo quest’oggi la speranza della vita eterna fondata realmente nella morte e risurrezione di Cristo. « Sono risorto e ora sono sempre con te », ci dice il Signore, e la mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce. La speranza cristiana non è però mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri. Le nostre esistenze sono profondamente legate le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri. Così la preghiera di un’anima pellegrina nel mondo può aiutare un’altra anima che si sta purificando dopo la morte. Ecco perché oggi la Chiesa ci invita a pregare per i nostri cari defunti e a sostare presso le loro tombe nei cimiteri. Maria, stella della speranza, renda più forte e autentica la nostra fede nella vita eterna e sostenga la nostra preghiera di suffragio per i fratelli defunti.

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Festa di Tutti i Santi

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Publié dans:FESTA DI TUTTI I SANTI |on 30 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

TUTTI I SANTI (01/11/2018) – I SANTI SCONOSCIUTI DI OGNI GIORNO

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TUTTI I SANTI (01/11/2018) – I SANTI SCONOSCIUTI DI OGNI GIORNO

don Mario Simula

La santità è semplice. Prché è quotidiana. Fa parte della vita di ciascuno, delle sue normali azioni, delle conversazioni solite, delle relazioni fra le persone. La costruiamo giorno dopo giorno, come ogni giorno diamo alimento al nostro corpo che da bambino diventa adulto.
Nella vita di una parrocchia e in quella attorno a noi, esistono persone che non conoscono malizia. Accolgono tutti con garbo e delicatezza. Sanno parlare e fare silenzio al momento opportuno.
Sorridono e piangono con chi sorride e con chi piange. Nessuno le considera. Come nessuno si accorge delle fondazioni di una casa. Però tengono in piedi il mondo.
A volte mi domando con quale sguardo Dio si attardi a contemplarle. Sicuramente dirà che sono i suoi capolavori. Niente di più splendente illumina i nostri orizzonti oscuri.
La santità è semplice.
Chiede umiltà di cuore: un atteggiamento che sa mettere avanti gli altri, senza svalutare se stessi; non si vanta ma ha piena coscienza del valore di ciascuno; non si colloca su un piedestallo, eppure tutti quelli che la vedono nelle persone più insignificanti, provano sentimenti di amore e di stima, di apprezzamento e di accoglienza buona.
Chiede semplicità d’animo: un atteggiamento che non porta mai al giudizio, allo sguardo malizioso, alla parola inopportuna. Nella persona semplice non c’è posto per la cattiveria, anche se ce n’è molto per la verità. La santità vissuta corregge e non offende. Richiama ma non fa star male. Si indigna senza distruggere.
Chiede un profondo silenzio interiore: davanti ad ogni situazione sa tuffarsi nel pozzo profondissimo del dialogo intimo con Dio. Da Lui attinge l’acqua della sapienza. In lui cerca sempre ristoro e riposo per essere pronta a nuove giornate, a nuove difficoltà, a nuove gioie. Il silenzio sa fare spazio agli altri. E’ uno scrigno che custodisce ogni cosa per non perdere la bellezza e la problematicità delle persone che incontra.
Ascolta molto e parla poco. E quando parla lo fa bene e per il bene, senza sotterfugi, senza parole occulte e cattive quando è assente “la vittima”. Il silenzio accorcia la distanza da Dio e fa incontrare, nella contemplazione, Gesù nostro amore e nostra tenerezza. Offre spazi di purificazione interiore efficaci, stabili e allo stesso tempo offre i doni necessari per perseverare.
La santità chiede autenticità: il nostro parlare sia sempre sì quando deve essere sì e no quando deve essere no. I rapporti che stabiliamo non sono double-face, una per delineare la nostra personalità ufficiale, l’altra per demolire la persona “concorrente”. Non transige sulle virtù umane tanto apprezzate e vissute. E quindi non pone mai gesti ambigui, indecifrabili, leggibili in mille maniere e attraverso mille interpretazioni. Senza virtù umane non c’è uomo. E se non c’è uomo, come potrà brillare il credente credibile?
La santità è una chiamata da parte di Dio, destinata non ad alcuni privilegiati ma a tutti.
E’ una vocazione universale da condividere e da vivere.
Una vocazione da vivere insieme, aiutando gli altri a percorrere lo stesso cammino: quello che Gesù ha tracciato nelle Beatitudini.
Esistono strumenti per camminare nella santità. Ce li ha offerti il Signore stesso. Si possono tradurre in alcuni verbi significativi.
Vigilare: la pigrizia che porta a dormire, porta anche ad ogni sorta di mediocrità.
Pregare: il dialogo con Dio è l’ossigeno della santità.
Restare nel Signore: un continuo e ininterrotto dialogo con Lui permette di rimanere nell’amore. L’eucaristia è un dono particolarissimo per entrare nell’intimità con Dio.
Riconciliarsi: c’è un fonte battesimale inesauribile che è costituito dal sacramento del perdono.
Vivere nella pace: che senso avrebbe una preghiera senza fraternità? Che senso avrebbe il perdono di Dio senza il “nostro” perdono per gli altri? La pace costruisce ponti e colma i fossati e abbatte i muri di separazione.
Servire: anche un bicchiere d’acqua appartiene al codice comportamentale della santità. Un gesto di attenzione e di accoglienza, una richiesta di perdono, una parola di gratitudine, un viso disteso, un’ospitalità concreta e soprattutto un’ospitalità che fa spazio nella nostra vita e nel nostro cuore.
Vivere con pazienza e gioia il limite, la fragilità, la povertà di dover dipendere da altri. La nostra debolezza apre gli spazi più larghi alla potenza di Dio nella vita di ciascuno. I passi più spediti verso la santità, li mette chi sa far prevalere nella propria vita l’azione di Dio e del suo amore.
Gesù, insegnami a percorrere le strade di una santità semplice, nella quale Tu sei il punto di riferimento, la Luce e la Gioia. Non mi chiedi cose grandi, superiori alle mie forze. Mi domandi soltanto di essere come un bambino svezzato in braccio a sua madre. Semplice e umile, affidato a Te con tutta la confidenza di un malato che ricorre al Tuo Unguento, alla tua Carezza e al tuo Amore.
Gesù, non vorrei essere più io a vivere, ma che tu vivessi in me. Fammi comprendere che questo desiderio non è un’aspirazione impossibile, ma un bisogno del cuore.
Donami, Gesù, la santità semplice che riflette nel mio volto il tuo volto, nelle mie parole le tue parole, nei miei gesti i tuoi gesti, nelle mie scelte le tue scelte. Una santità così quotidiana e senza clamori, da essere delicata, impercettibile eppure visibile, efficace, sobria, dolce, affabile, dialogica, accogliente.
Gesù incammina la mia vita lungo i viottoli del nascondimento. Non voglio ostentare nulla, non voglio apparire in nulla, non voglio essere “santo ingombrante”. Desidero soltanto passare in mezzo agli uomini e alle donne che mi circondano, senza farmi notare, in silenzio, quasi premuroso per non disturbare.
Gesù, desidero che sia la mia vita a parlare, non le parole a parlare della mia vita.
Gesù tu sei Santo. Tu sei mite e umile. Tu sei donato senza riserve. Tu sei offerto per amore. Tu passi facendo del bene a tutti, mentre chiedi il silenzio su ciò che operi. Tu sei il Santo semplice che fa bene ogni cosa: fa parlare i muti e camminare chi è zoppo. Tu sai fasciare le nostre ferite, anche le più purulente.
Gesù, voglio contemplare Te fino a scoprire che il mio cuore è il cuore Tuo, talmente ti ho assimilato, e fatto mio, senza merito mio, ma soltanto per Tua Grazia.

Publié dans:FESTA DI TUTTI I SANTI |on 30 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

quando Dio parla

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Publié dans:immagini sacre |on 29 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

UN SUSSURRO NELL’ANIMA: IL SILENZIO DI DIO

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UN SUSSURRO NELL’ANIMA: IL SILENZIO DI DIO

Spesso il silenzio è il «luogo» nel quale Dio ci aspetta: così riusciremo ad ascoltare Lui invece di ascoltare il rumore della nostra stessa voce.

TESTI DI VITA CRISTIANA
12/04/2018

Opus Dei – Un sussurro nell’anima: Il silenzio di Dio
Il libro dell’Esodo racconta il modo in cui Dio apparve a Mosè sul Sinai nello splendore della sua gloria: la montagna intera fu scossa violentemente, Mosè parlava e Dio gli rispondeva fra tuoni e lampi (Es 19, 16-22). Tutto il popolo ascoltava impressionato dalla potenza e dalla maestà di Dio. Benché vi siano altre teofanie simili che scandiscono la storia di Israele[1], la maggior parte delle volte Dio si manifestava al suo Popolo in un modo diverso: non nello splendore della luce, ma nel silenzio, nell’oscurità.
Alcuni secoli dopo Mosè, il profeta Elia, in fuga dalla persecuzione di Jezabel, inizia ancora una volta il cammino verso il monte santo, incitato da Dio. Nascosto in una caverna, il profeta vede gli stessi segni della teofania dell’Esodo: il terremoto, l’uragano, il fuoco; però Dio non era lì. Dopo il fuoco, dice lo scrittore sacro, «ci fu il mormorio di un vento leggero». Elia si coprì il volto con il mantello e uscì all’incontro di Dio. Fu allora che Dio gli parlò (cfr. 1 Re 19, 9-18). Il testo ebraico dice letteralmente che Elia udì «il rumore o la voce di un silenzio (demama) leggero».
La versione greca dei Settanta e la Vulgata hanno tradotto «un vento leggero», probabilmente per evitare l’apparente contraddizione tra rumore o voce, da una parte, e silenzio, dall’altra. Ma la parola demama significa proprio silenzio. Con questo paradosso l’autore sacro suggerisce, perciò, che il silenzio non è vuoto, ma pieno della presenza divina. «Il silenzio custodisce il mistero»[2], il mistero di Dio. E la Scrittura ci invita a entrare in questo silenzio se vogliamo incontrarlo.
“Quanto lieve è il sussurro che noi ne percepiamo”
Tuttavia, questo modo di parlare di Dio ci appare ostico. I salmi lo dichiarano in modo eloquente: «Dio, non darti riposo, non restare muto e inerte, o Dio» (Sal 83, 2). «Perché nascondi il tuo volto?» (Sal 44, 25). «Perché i popoli dovrebbero dire: “Dov’è il loro Dio?”» (Sal 115, 2). Attraverso il testo sacro Dio stesso pone queste domande sulle nostre labbra e nel nostro cuore: vuole che gliele rivolgiamo, che le meditiamo nella forgia della preghiera. Sono domande importanti. Per un verso, perché fanno riferimento direttamente al modo in cui Egli si rivela abitualmente, alla sua logica: ci aiutano a capire come cercare il suo Volto, come ascoltare la sua voce. Dall’altro verso, perché dimostrano che la difficoltà nel cogliere la vicinanza di Dio, specialmente nelle situazioni difficili della vita, è un’esperienza comune a credenti e non credenti, benché assuma forme diverse negli uni e negli altri. La fede e la vita della grazia non rendono Dio evidente: anche il credente può provare la sensazione di un‘apparente assenza di Dio.
Perché Dio tace? Spesso le scritture ci presentano il suo silenzio, la sua lontananza, come una conseguenza dell’infedeltà dell’uomo. Nel Deuteronomio, per esempio, si dà questa spiegazione: «Questo popolo si alzerà e si prostituirà con gli dei stranieri del paese nel quale sta per entrare; mi abbandonerà e romperà l’alleanza che io ho stabilito con lui [...]. Io, in quel giorno, nasconderò il volto a causa di tutto il male che avranno fatto rivolgendosi ad altri dei» (Dt 31, 16-18). Il peccato, l’idolatria, è come un velo che rende opaco Dio, che impedisce di vederlo; è come un rumore che impedisce di ascoltarlo. Allora Dio aspetta con pazienza, dietro lo schermo che poniamo tra noi e Lui, in attesa di un momento opportuno per ritornare a incontrarci. «Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso» (Ger 3, 12). Pertanto, accade spesso che non è Dio che non parla, ma siamo noi che non lo lasciamo parlare, che non lo udiamo, perché nella nostra vita c’è troppo rumore. «Non esiste soltanto la sordità fisica, che taglia l’uomo in gran parte fuori della vita sociale. Esiste una debolezza d’udito nei confronti di Dio di cui soffriamo specialmente in questo nostro tempo. Noi, semplicemente, non riusciamo più a sentirlo; sono troppe le frequenze diverse che occupano i nostri orecchi. Quello che si dice di Lui ci sembra pre-scientifico, non più adatto al nostro tempo. Con la debolezza d’udito, o addirittura la sordità nei confronti di Dio, si perde naturalmente anche la nostra capacità di parlare con Lui o a Lui. In questo modo, però, viene a mancarci una percezione decisiva. I nostri sensi interiori corrono il pericolo di spegnersi. Con il venir meno di questa percezione viene circoscritto poi in modo drastico e pericoloso il raggio del nostro rapporto con la realtà in genere»[3].
Eppure certe volte non è l’uomo che non sente Dio: sembra piuttosto che Egli non ascolti, che rimanga passivo. Il libro di Giobbe, per esempio, mostra che anche le preghiere del giusto nelle avversità possono rimanere per un certo tempo senza una risposta da parte di Dio. «Quanto lieve è il sussurro che noi ne percepiamo!» (Gb 26, 14). L’esperienza quotidiana di ogni uomo dimostra anche in che misura la necessità di ricevere da Dio una parola o un aiuto rimanga a volte come sospesa nel vuoto. A volte può diventare difficile percepire la misericordia di Dio, della quale tanto parlano le Scritture e la catechesi cristiana, per quelle persone che si trovano in situazioni dolorose, segnate dalla malattia o dall’ingiustizia, per cui anche pregando non sembra che si ottenga una risposta. Perché Dio non ascolta? Perché, se è un Padre, non viene in mio aiuto, visto che può farlo? «La lontananza di Dio, l’oscurità e la problematica su di Lui, oggi sono sentite più intensamente che mai; anche noi, che ci sforziamo di essere credenti, abbiamo spesso la sensazione che la realtà di Dio ci sia sfuggita dalle mani. Non ci domandiamo spesso perché Egli continui a rimanere immerso nel profondo silenzio di questo mondo? Non abbiamo a volte l’impressione che, dopo aver riflettuto molto, ci rimangano soltanto delle parole, mentre la realtà di Dio è più lontana che mai?»[4].
Al centro della Rivelazione, più che in ogni altra nostra esperienza, c’è la storia di Gesù stesso, quella che ci introduce con maggiore profondità nel mistero del silenzio di Dio. A Gesù, che è il vero giusto, il servo fedele, il Figlio amato, non vengono risparmiate le sofferenze della passione e della Croce. La sua orazione nel Getsemani riceve come risposta l’invio di un angelo per consolarlo, ma non la liberazione dalla tortura imminente. Né possiamo evitare di meravigliarci che Gesù ripeta sulla Croce questa frase del Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza: sono le parole del mio lamento» (Sal 22, 2). Il fatto che colui che non aveva conosciuto peccato (2 Cor 5, 21) abbia provato in questo modo la sofferenza mette in evidenza che il dolore che alcune volte segna in maniera drammatica la vita degli uomini non può essere interpretato come segno di disapprovazione da parte di Dio, né il suo silenzio come assenza o lontananza.
“Dio lo si conosce nel suo silenzio”
Nel passare accanto a un cieco di nascita, gli apostoli fanno una domanda che mette in evidenza un modo di pensare allora molto comune: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» (Gv 9, 1). Anche se oggi sarebbe strano sentir parlare in questi termini, in realtà la domanda non è tanto lontana da una mentalità odierna, secondo la quale la sofferenza, di qualunque tipo essa sia, è vista come dovuta a un destino cieco per il quale non c’è posto se non nella rassegnazione, una volta falliti i tentativi di annullarla. Gesù corregge gli apostoli: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9, 3). Dio a volte rimane in silenzio, apparentemente inattivo e indifferente alla nostra sorte, perché vuole farsi strada nella nostra anima. Soltanto così, per esempio, s’intuisce che permetta la sofferenza di san Giuseppe, perplesso davanti all’inattesa maternità della Madonna (cfr. Mt 1, 18-20), avendo egli «programmato» le cose in modo diverso. Dio stava preparando Giuseppe per qualcosa di grande. Egli «non turba mai la gioia dei suoi figli, se non è per prepararli a una gioia più sicura e più grande»[5].
Sant’Ignazio di Antiochia scriveva che «chi ha compreso le parole del Signore, comprende il suo silenzio, perché il Signore lo si conosce nel suo silenzio»[6]. Spesso il silenzio di Dio è per l’uomo il «luogo», la possibilità e la premessa per ascoltare Dio, invece di ascoltare soltanto se stesso. Senza la voce silenziosa di Dio nell’orazione, «l’io umano finisce per chiudersi in se stesso, e la coscienza, che dovrebbe essere eco della voce di Dio, rischia di ridursi a uno specchio dell’io, così che il colloquio interiore diventa un monologo dando adito a mille auto-giustificazioni»[7]. A pensarci bene, se Dio parlasse e intervenisse continuamente nella nostra vita per risolvere i problemi, dovremmo ammetteredi banalizzare la sua presenza. Non finiremmo, come i due figli della parabola (cfr. Lc 15, 11-32), preferendo il nostro tornaconto alla gioia di vivere con Lui?
«Il silenzio è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi, perché l’amore per Lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore, e animi la nostra vita»[8]. Con la ricerca, con l’orazione fiduciosa pur nelle difficoltà, l’uomo si libera della sua auto-sufficienza; mette in movimento le sue risorse interiori; vede come si fortificano i rapporti di comunione con gli altri. Il silenzio di Dio, il fatto che non intervenga sempre immediatamente per risolvere le cose nel modo in cui noi vorremmo, risveglia il dinamismo della libertà umana; chiama l’uomo a farsi carico della propria vita o di quella degli altri, e delle proprie necessità concrete. Per questo la fede è «la forza, che in silenzio e senza clamori cambia il mondo e lo trasforma nel Regno di Dio, ed espressione della fede è la preghiera [...]. Dio non può cambiare le cose senza la nostra conversione, e la nostra vera conversione inizia con il « grido » dell’anima, che implora perdono e salvezza»[9].
Nell’insegnamento di Gesù, l’orazione appare un dialogo tra l’uomo come figlio e il Padre del Cielo, nel quale la domanda occupa un posto molto importante (cfr. Lc 11, 5-11; Mt 7, 7-11). Il bambino sa che suo Padre lo ascolta sempre, ma ciò che gli è assicurato non è tanto una sorta di uscita dalla sofferenza o dalla malattia, quanto il dono dello Spirito Santo (Lc 11, 13). La risposta con la quale Dio viene sempre in aiuto dell’uomo è il Donodello Spirito-Amore. Questo può non sembrarci un granché, ma è un dono molto più prezioso e fondamentale di qualunque soluzione terrena dei problemi. È un dono che dev’essere accettato nella fede filiale, ma che non elimina la necessità dello sforzo umano per affrontare le difficoltà. Con Dio le «valli oscure» che a volte dobbiamo attraversare non si illuminano automaticamente; continuiamo a camminare, magari timorosi, ma con un timore fiducioso: «Non temo alcun male, perché Tu sei con me» (Sal 23, 4).
Questo modo di fare di Dio, che risveglia la decisione e la fiducia dell’uomo, si può riconoscere nel modo in cui Dio ha compiuto la sua Rivelazione nella storia. Possiamo pensare alla storia di Abraham, che lascia il suo paese e si mette in cammino verso una terra sconosciuta; confidando nella promessa divina, senza sapere dove Dio lo conduce (cfr. Gn 12, 1-4); o alla fiducia del Popolo di Israele nella salvezza di Dio, anche quando tutte le speranze umane sembrano essere tramontate (cfr. Est 4, 17a-17k); o alla fuga serena della Sacra Famiglia in Egitto (cfr. Mt 2, 13-15) quando Dio sembra piegarsi ai capricci di un monarca retrogrado… In questo senso, pensare che la fede era più semplice per i testimoni della vita di Gesù non corrisponde alla realtà, perché neppure a questi testimoni è stata risparmiata la serietà della decisione di credere o no a Lui, di riconoscere in Lui la presenza e l’azione di Dio[10]. Numerosi sono i passi del Nuovo Testamento nei quali si vede con chiarezza che tale decisione non era scontata[11].
Ieri come oggi, malgrado la Rivelazione di Dio offra autentici segni di credibilità, il velo dell’inaccessibilità di Dio nonè completamente eliminato; i suoi silenzi continuano a sfidare l’uomo. «L’esistenza umana è un cammino di fede e, come tale, procede più nella penombra che in piena luce, non senza momenti di oscurità e anche di buio fitto. Finché siamo quaggiù, il nostro rapporto con Dio avviene più nell’ascolto che nella visione»[12]. Questo non è solo dovuto al fatto che Dio è sempre più grande della nostra intelligenza, ma anche alla logica di chiamata e risposta, di dono e compito, con la quale Egli vuole condurre la nostra storia: quella di tutti e quella personale di ciascuno. In fin dei conti, dunque, stanno in una relazione reciproca il modo di rivelarsi di Dio e la libertà che abbiamo in quanto siamo sua immagine. La Rivelazione di Dio rimane in un chiaroscuro che permette la libertà di scegliere di aprirci a Lui o di rimanere chiusi nella nostra autosufficienza. Dio è «un Re dal cuore di carne, come il nostro, che pur essendo l’autore dell’universo e di ogni singola creatura, non impone il suo dominio con prepotenza, ma viene come un poverello a chiedere un po’ d’amore, mostrandoci, in silenzio, le sue mani piagate»[13].
La nube del silenzio
Con la sua preghiera sulla Croce – «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46) – Gesù «fa suo quel grido dell’umanità che soffre per l’apparente assenza di Dio e dirige questo grido al cuore del Padre. Pregando così in quest’ultima solitudine, insieme a tutta l’umanità, ci apre il cuore di Dio»[14]. In effetti, il salmo con il quale Gesù grida al Padre dà adito, tra i lamenti, a una grande prospettiva di speranza (cfr. Sal 22, 20-32)[15]; una prospettiva che Egli ha davanti agli occhi, anche in piena agonia. «Nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46), dice al Padre prima di spirare. Gesù sa che la donazione della sua vitanon cade nel vuoto, ma cambia la storia per sempre, benché sembra che il male e la morte abbiano l’ultima parola. Il suo silenzio sulla Croce ha una forza maggiore delle grida di quelli che lo condannano. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5).
«La fede significa anche credere in Lui, credere che veramente ci ama, che è vivo, che è capace di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza e con la sua infinita creatività. Significa credere che Egli avanza vittorioso nella storia [...], che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là»[16]. Con i suoi silenzi, Dio fa crescere la fede e la speranza dei suoi: le fa nuove, e con loro fa «nuove tutte le cose». A ciascuno e a ciascuna tocca rispondere al silenzio soave di Dio con un silenzio attento, un silenzio che ascolta, per scoprire «come misteriosamente opera il Signore» nel nostro cuore, «e qual è la nube, [...] lo stile dello Spirito Santo per coprire il nostro mistero. Questa nube in noi, nella nostra vita, si chiama silenzio. Il silenzio è proprio la nube che copre il mistero del nostro rapporto col Signore, della nostra santità e dei nostri peccati»[17].

Marco Vanzini – Carlos Ayxelá

un gatto intento ad un compito molto importante (la cassetta è piccola, ma è la foto che ho trovato, ma povero micio!)

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Publié dans:a-mici, a. mici gatti |on 28 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

scritti sui gatti, seri e divertenti, (link al sito)

I gatti sono creature strane e, come è noto, molto schizzinose. Per loro il posto dove vanno in bagno è importante quasi quanto il cibo che mangiano. L’atto stesso di evacuare è un’opera d’arte cinestetica, un balletto con passi e piroette semiprogrammati. Un gatto soddisfatto entra nella cassetta con decisione, sceglie con cura il punto giusto, poi, scavata una piccola buca nella sabbia, si gira, vi posiziona sopra il sedere, e voilà! Le zampe rimangono saldamente piantate nella cassetta per tutto il tempo necessario a compiere queste abili manovre che richiedono palesemente grande esperienza e notevole concentrazione. Quando ha finito, il gatto ispeziona il frutto delle sue fatiche e spesso lo copre con cura. Infine la bestiola salta fuori dalla cassetta per dedicarsi ad altre attività. Se un gatto non è soddisfatto della sua cassetta, il discorso cambia. Vi si avvicina con esitazione e si accovaccia senza tanti preamboli. Se indugia a cercare un punto pulito nella cassetta, la ricerca è di solito accompagnata da sdegnate scrollatine di zampe, come se stesse cercando di liberarle da qualche sostanza orribile che vi si è appiccicata. Quand’è pronto a evacuare, assume un’espressione sofferta, con le orecchie basse e il corpo teso. Alcuni stanno in equilibrio precario al limite della cassetta nel tentativo di ridurre al minimo il contatto con la sabbia e finiscono per sporgere oltre il bordo con conseguenze vergognose. Una volta finito, questi gatti non indugiano, se ne vanno subito senza coprire niente.
(Nicholas Dodman)

http://antonellaongaro.blogspot.com/2012/07/scritti-sui-gatti.html

Publié dans:a. mici gatti |on 28 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

un pensiero sui gatti per la buona notte

aforismi-frasi-gatti

uccelli migratori, link ad un sito

444

 

hjk

 

https://andwoodpigeon.blogspot.com/p/blog-page.html

Publié dans:A. UCCELLI |on 27 octobre, 2018 |Pas de commentaires »
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