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ATLANTIDE: DAL MITO ALLA STORIA?

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ATLANTIDE: DAL MITO ALLA STORIA?

All’interno di questo articolo ci siamo prefissi, oltre che di indagare storicamente nella ricerca nel mistero, anche lo scopo di analizzare le radici di alcuni dei miti più importanti, insomma, degli archetipi del mistero. Se ripercorriamo la storia e la letteratura del mondo antico, non possiamo non soffermarci ad analizzare uno dei miti più longevi di sempre, che ancora oggi catalizza l’attenzione di un folto numero di ricercatori, il mito della fiorente e sfortunata civiltà di Atlantide. A parlarcene è l’erudito Platone tra il 350 e il 380 a.C., al momento della stesura delle sue due opere, il Timeo e il Crizia. Progettato come trilogia (Timeo, Crizia ed Ermocrate), il racconto fu ridotto a dialogo tra due personaggi, Timeo e Crizia appunto. Nel suo scritto Platone cerca di rimettere insieme i pezzi del puzzle per spiegare come la storia del mitico regno perduto sia arrivata fino a lui attraverso le generazioni: attraverso alcune confidenze di un sacerdote del tempio della dea Neith, a Sais, una delle più antiche città dell’Egitto, il legislatore ateniese Solone venne a conoscenza, nel 590 a.C., dell’esistenza di documentazione scritta riguardante un’antica storia di guerrieri greci. Secondo questi documenti, i soldati antenati degli ateniesi, avevano sconfitto un potente esercito invasore che: “insolentemente invadeva ad un tempo tutta l’Europa e l’Asia, movendo di fuori dall’Oceano Atlantico […] Ma nel tempo successivo, accaduti grandi terremoti e inondazioni, nello spazio di un giorno e di una notte tremenda, tutti i nostri guerrieri sprofondarono insieme dentro terra, e similmente scomparve l’isola Atlantide assorbita dal mare”. La vicenda fu poi tramandata da Solone all’amico Dropide e poi a Crizia il vecchio, a Crizia il giovane, a Timeo, a Ermocrate e infine a Socrate. Ma prima e dopo Platone, esistono testimonianze di Atlantide? Se per Ecateo di Mileto (VI-V secolo a.C.) e per Erodoto (484-425 a.C.) il territorio della “figlia di Atlante” si trovava nella parte nord-occidentale dell’Africa (testimonianze rintracciabili in Descrizione della Terra e Istorie), per Aristotele (384-322 a.C.) si trattò unicamente di un’invenzione. Il filosofo infatti riteneva lapidariamente che: “L’uomo che l’ha sognata l’ha anche fatta scomparire”.
Per capire la tangibilità del mito, ci fu anche chi tentò di fare indagini storiche in Egitto, come il primo editore del Timeo, Crantore, che riuscì a parlare con i sacerdoti, i quali gli confermarono come la fonte del racconto di Atlantide fosse leggibile sulle “colonne”. Dalla Biblioteca Storica di Diodoro Siculo (90-20 a.C.), pur non leggendovi nulla di esplicitamente riferito alla “figlia di Atlante”, possiamo estrarre il seguente passo: “perciò anche quando i Tirreni dominavano il mare e intendevano di mandare in quell’isola una colonia, impedirono a loro ciò i cartaginesi, pensando che per i pregi dell’isola, vi si potessero trasferire molti da Cartagine, ed insieme per prepararsi un rifugio di fronte alle sorprese della fortuna, perché se capitasse a Cartagine qualche disastro universale, essi, dominando il mare, avrebbero potuto andarsene tutti, nell’isola sconosciuta ai sopraffattori”.
In molti collegano questi passi alla storia di un navigatore, Annone: il protagonista, nel suo peregrinare, conquista numerosi territori e costruisce un tempio dedicato a Poseidone fino ad arrivare su un’isola popolata da uomini irsuti chiamati gorilla dalle guide locali. La storia, ambientata nel V secolo a.C. lungo le coste atlantiche dell’Africa, è contenuta nel testo greco dal titolo Periplo di Annone.
Secondo Proclo (V secolo a.C.), lo storico ellenico Marcello avrebbe varcato le Colonne d’Ercole navigando verso l’Oceano Atlantico incappando in numerose isole, tra le quali, la più grande, consacrata a Poseidone. Anche dopo la scoperta dell’America, le ipotesi su Atlantide avanzano imperterrite perdendosi lentamente nel romanzato: il geografo tedesco Sebastian Munster (1540), Francisco Lopez de Gomara (1552) e Francesco Bacone (1627), situano il mitico continente nell’America del Sud, mentre, nel 1882, il senatore americano Ignatius Donnelly sostiene che: “nell’Oceano Atlantico, di fronte all’ingresso del Mare Mediterraneo, esisteva una grande isola, conosciuta dagli antichi con il nome di Atlantide, ed era ciò che restava di un continente atlantico”.
Sull’ubicazione reale o ipotetica di Atlantide torneremo tra poco, ma prima occorre approfondire la storia che Platone ci racconta di questa rigogliosa e ricca isola. Fin dall’inizio, di questo “continente” viene messa in risalto la potenza e la vastità: “dicono infatti le scritture quanto grande fu quella potenza che la vostra città sconfisse, la quale invadeva tutta l’Europa e l’Asia nel contempo, procedendo dal di fuori dell’Oceano Atlantico. Allora infatti quel mare era navigabile, e davanti a quell’imboccatura che, come dite, voi chiamate colonne d’Ercole, aveva un’isola, e quest’isola era più grande della Libia e dell’Asia messe insieme”. Quest’ultima constatazione lascia interdetti un buon numero di ricercatori, soprattutto dopo che vari studi hanno accertato come nell’Oceano Atlantico non sia mai esistito un territorio così ampio poi sommerso dalle acque. Analizzando le parole usate da Platone, in molti credono che ci siano altri metodi per calcolare la reale grandezza del territorio di Atlantide allontanandola dall’immagine di “continente”. Secondo la leggenda, l’isola era di 540 per 350 km e protetta dai venti grazie alle montagne che ne proteggevano il perimetro su tre lati. Un funzionale impianto di canali artificiali, la divideva in lotti quadrati di terra coltivata. Atlantide, sempre secondo la leggenda, sarebbe frutto dell’opera di Poseidone, a difesa della sua progenie e della madre dei suoi figli. Egli, infatti, avrebbe generato cinque coppie di gemelli con una donna mortale, Clito, collocandoli poi su di una collina circondata da due cerchi concentrici di terra e tre di acqua. Per finire, assegnò a ognuno dei suoi figli (il primo dei quali Atlante e da qui il nome dell’isola) il potere su svariati territori e sull’intero popolo. Ecco, a questo punto, generarsi la caratteristica forma che ha reso celebre Atlantide: i cerchi concentrici di acqua e di mare che conducono fino al nucleo centrale dell’immenso e ricco Impero. Secondo quanto ci dice Platone il territorio atlantideo era ricco di acqua e di minerali di ogni tipo, erano presenti, in grande quantità e specie, anche animali e piante. Collegata da ponti agli altri anelli, la collina centrale accoglieva il maestoso palazzo reale che era “meraviglia a vedersi per la grandiosità e la bellezza dei lavori”. Venne costruito anche un tempio dedicato a Poseidone e a Clito anch’esso fatto di oro, avorio e oricalco (su questo particolare materiale torneremo a breve). La loro civiltà, amministrata in modo equo dai signori di Atlantide, prosperò a lungo finché in loro regnò il “divino”. Quando però, con il passare del tempo, “la parte di divino venne estinguendosi in loro”, surclassata dalla sete di potere, Zeus decise di punirli brutalmente: “Dopo che in seguito, però, avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola notte tremendi, tutto il vostro esercito sprofondò insieme alla terra e allo stesso modo l’isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare: perciò anche adesso quella parte di mare è impraticabile e inesplorata, poiché lo impedisce l’enorme deposito di fango che vi è sul fondo formato dall’isola quando si adagiò sul fondale”. Crizia, nel dialogo successivo, torna sull’argomento sottolineando come “mentre adesso, sommersa da terremoti, è una melma insormontabile, che impedisce il passo a coloro che navigano da qui per raggiungere il mare aperto, per cui il viaggio non va oltre”.
Sono molti i ricercatori contemporanei che si sono aggrappati a queste testimonianze, in quanto fanno intuire che il territorio di Atlantide non sia mai scomparso completamente sott’acqua ma anzi, sia “solo” stato vittima di un maremoto sconvolgente che l’ha ridotta a un ammasso di “melma insormontabile”. Altro punto chiave della vicenda, sul quale in molti hanno scritto fiumi di inchiostro, è rappresentato dalla data in cui Platone colloca la tragedia che sconvolse il mitico continente; nel Crizia, egli scrive che vi furono “molte e gravi inondazioni in questi novemila anni, perché tanti sono gli anni che sono passati da allora a oggi”. Conteggiando gli anni in cui fu scritto il suo racconto, riconduciamo la fine di Atlantide al 9.500 a.C. circa. Dato che non vi sono testimonianze di civiltà così evolute sviluppatesi circa 12.000 anni fa, sono in molti a ritenere inattendibile in racconto di Platone. Secondo il ricercatore Marco Bulloni però, va considerato il fatto che a parlare sia un egizio, e che quindi il conteggio sia basato su altri criteri temporali. Diodoro Siculo scrive l’opinione dei sacerdoti in merito alla faccenda: “sono passati più di 23.000 anni dal regno di Elio al passaggio di Alessandro in Asia”; ciò testimonia come probabilmente il conteggio dei “cicli di tempo” da parte degli egizi non fosse basato sugli anni solari (che durano circa 365 giorni) ma bensì su quelli lunari (che durano in media 29,5 giorni). A darne ulteriore prova è nuovamente Diodoro che afferma: “Non è poi così improbabile pensare che una persona possa avere vissuto 1.200 anni se pensiamo che in realtà questi non siano 1.200 anni solari, bensì 1.200 mesi lunari, equivalenti a cento anni”.
Facendo quindi i dovuti calcoli, in conclusione, gli eventi raccontati da Platone potrebbero risalire al 1297 a.C. e quindi a circa 3.300 anni fa, e non 11.500. Dopo aver ipotizzato una più recente collocazione della tragedia, facciamo un’osservazione anche sul misterioso materiale presente nel territorio della “figlia di Atlante”, l’oricalco. Questo metallo per Platone è rossastro ed estraibile solo sul territorio di Atlantide, tant’è che dopo la sua scomparsa non se ne sente più parlare. Secondo, per valore, solo all’oro, fu impiegato ampiamente nel territorio atlantideo e fu definito come possedere “dei riflessi di fuoco”. Per molti l’oricalco non è altro che bronzo o, per altri, una sorta di ferro al carbonio, il primo della storia. Il bronzo infatti non viene mai nominato espressamente dal filosofo ma il fatto che si conoscessero rame e stagno fa ipotizzare che si potesse produrre anche del bronzo. Il ricercatore Marco Bulloni si esprime così a riguardo del misterioso oricalco: “Io colloco la distruzione di Atlantide più o meno intorno al 1.300 a.C. Questo periodo ha segnato la transizione dall’età del bronzo all’età del ferro, e la nascita del primo acciaio della storia. Per questo io ipotizzo che la rocca di Atlantide fosse rivestita da piastre di acciaio, nato casualmente mescolando del ferro fuso con bastoni di legno, che hanno permesso la carburazione del minerale conferendogli robustezza. Sono, infatti, convinto che fecero parte della coalizione di Atlantide coloro che per primi produssero acciaio di ottima qualità in quel periodo storico, cambiando poi le sorti di tutto il bacino del Mediterraneo”. Per identificare Atlantide sul nostro pianeta, l’attenzione e gli studi si concentrano principalmente su alcuni elementi chiave dei quali abbiamo già parlato: da una parte abbiamo l’effettiva collocazione geografica delle Colonne d’Ercole, il cui spostamento porterebbe a nuovi e suggestivi scenari; dall’altra troviamo invece la famosa catastrofe che coinvolse il territorio atlantideo: da cosa derivò? L’esplosione di un vulcano? Un maremoto? Un terremoto? Anche in questo caso, “l’assassino di Atlantide” potrebbe contribuire alla sua identificazione. Infine, va considerata la grandezza del territorio e la sua effettiva presenza dopo la catastrofe: era davvero di grandissime dimensioni oppure si tratta di un errore di calcolo? Possibile che sia rintracciabile anche in una piccola isola? E inoltre, cosa rimane della mitica civiltà di Atlantide? È scomparsa nelle profondità dell’Oceano oppure affiora da esso ancora oggi? Seguendo queste incognite, Atlantide è stata collocata nei luoghi più disparati: l’isola di Santorini, sconvolta nel 1.627 a.C. dall’esplosione del vulcano, sembra per molti essere una delle candidate favorite a figurare come la mitica città di cui parla Platone; se spostiamo le Colonne d’Ercole tra la Sicilia e le coste africane (che segnavano il confine tra impero fenicio e impero greco) ecco aprirsi, proprio oltre esse il mitico territorio di Atlantide, la Sardegna. Per molti il popolo nuragico potrebbe essere stato il rappresentante del popolo di questo mitico continente scomparso. Inoltre alcune strutture nuragiche della Sardegna di grandi dimensioni sono state ritrovate sotto grandi accumuli di fango facendo intuire, anche in questo caso, un cataclisma che ha sconvolto il territorio. Molti ricercatori attribuiscono la difficoltà nell’identificare Atlantide, anche al fatto che in molti abbiano studiato Platone attraverso traduzioni che spesso e volentieri non seguono correttamente le parole della fonte originale.
Traduzioni effettuate negli ultimi anni, hanno provato a risalire alle parole originarli utilizzate da Platone arrivando a numerosi chiarimenti: come abbiamo citato poco fa innanzitutto Atlantide non “affondò” ma fu “coperta”; l’utilizzo di un vocabolo cambia enormemente le cose; così come il termine che usa Platone per identificare quello che viene definito come oceano: egli utilizza il termine pelagos (mare) che nulla ha a che fare con quest’ultimo. Queste analisi, hanno portato recentemente a collocare il territorio di cui parla Platone addirittura nel Mar Bianco, nell’estremo nord Europa, dove, su un’isola, sembrano esservi ancora tracce degli antichi cerchi concentrici di acqua e di terra. Altre teorie vedono Atlantide sulle coste dell’Africa, nella piccola isola di Sherbro e altri ancora si rifanno ai mitici continenti di Lemuria (nell’Oceano Indiano) e Mu (nell’Oceano Pacifico). Le ricerche di Diego Marin, di Erik Schievenin e di Ivan Minella portano le indagini fin in Antartide, dove tracce di un’antica civiltà potrebbero essere celate sotto alla spessa coltre di ghiaccio: “I motivi sono essenzialmente due. Il primo viene dai testi, che continuamente si riferiscono a una terra a sud dove il giorno e la notte durano sei mesi, dove le stelle non tramontano ma fanno cerchi in cielo, dove improvvisamente l’“inverno eterno” avrebbe cancellato uno splendido paradiso. Se uniamo a queste affermazioni la conferma della paleoclimatologia secondo cui l’Antartide, 15.000 anni fa, era in gran parte caratterizzata da un clima temperato, allora la conclusione viene da sé”.
Le ipotesi dell’astrofisico Vittorio Castellani vedono come “grande isola” la placca emersa della Gran Bretagna così come appariva tra 10.000 e 7.000 anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione. Essendo il livello del mare più basso di almeno 100 metri, probabilmente il territorio inglese era unito a quello francese creando un vero e proprio ponte con il continente. L’ipotesi è che chi abitava quelle regioni, forse gli atlantidei, sfruttò questo ponte per conquistare e controllare la Libia fino all’Egitto, e l’Europa fino al Tirreno. A sostegno di tale teoria vi sarebbero ritrovamenti subacquei di antichi edifici fatti proprio pochi mesi fa non lontano dalle coste orientali del Regno Unito. Potrebbe trattarsi solo di leggenda? È possibile che un uomo colto come Platone abbia utilizzato la “questione Atlantide” unicamente come metafora? C’è, infatti, chi ipotizza che Platone abbia presentato il mito atlantideo unicamente a fini politici: era, infatti, un momento storico di degrado della vita politica Ateniese, in cui era necessario decantare lo stato ideale quale esempio da seguire; ed ecco nascere Atlantide come mito di civiltà perfetta, di civiltà gestita da persone rette con intenti mirati al bene comune. Solo coincidenze? La vicenda di Atlantide, per ora ha molte risposte ma risulta difficile, in mancanza di ulteriori prove, trovare quella giusta.

di Diego Marin, Erik Schievenin e Ivan Minella

Publié dans:MITI, MITI E STORIA |on 2 mai, 2016 |Pas de commentaires »

IL MITO DEL SERPENTE – (oggi stavo studiando il Libro del Genesi ed ho trovato questo mi sembra molto interessante)

http://www.toscanaoggi.it/Cultura-Societa/Il-mito-del-serpente

IL MITO DEL SERPENTE

L’istintiva repulsione suscitata il serpente, anche innocuo, con la sua sola apparizione, rivela un ribrezzo naturale che ha origini nella notte dei tempi. Perfino i rospi, i topi possono, se non coabitare, essere vicini di casa o inquilini degli uomini, godendo di qualche attenzione, o comunque essere sopportati, mentre il serpente viene immediatamente soppresso o allontanato. Colpa del veleno mortale che hanno alcune specie, del suo nascondersi e aggredire di sorpresa, ma soprattutto della cultura che riguarda questo animale. Nella dimensione mitologica e religiosa la funzione principale per la quale è stato scelto è quella di rappresentare il male.
DI CARLO LAPUCCI

Il mito del serpente
31/05/2012 di Archivio Notizie
di Carlo Lapucci

Maggio risveglia i nidi,
maggio risveglia i cuori,
porta le ortiche e i fiori
i serpi e gli usignol.

Così canta il Carducci indicando che la bella stagione porta a nuovi incontri nella campagna, tra i quali quello col serpente è sempre più frequente, dato l’inselvatichirsi di molte zone un tempo coltivate e il maggior rispetto della natura. Per la verità questo animale è poco amato, anche se convive con l’uomo fin dai primordi ed è stato per la mente sempre un enigma.
I Pigmei del Cameroum hanno mantenuto fino ad oggi nel loro linguaggio rappresentativo il segno che indica il serpente come un semplice tratto dritto sopra una superficie; lo stesso elemento simbolico si ritrova in diverse culture primitive, anche nei graffiti dell’era paleolitica ed è, insieme al punto, il più elementare e astratto che si possa immaginare, che elimina anche il reale procedere sinuoso dell’animale (oggi a noi è più comune la rappresentazione ad esse), nasconde probabilmente un pensiero primitivo che potrebbe spiegare l’elementarità del simbolo, vale a dire che il serpente è stato concepito sovente dalle culture arcaiche come la creatura più antica di tutte le creature, quella che ha aperto il sentiero della vita alle altre, uscita dall’increato primordiale allorché nulla ancora aveva preso forma. Per questo il serpente è detto figlio della materia o della Terra.
Inoltre quel tratto che si presenta come il segmento d’una retta indica due possibilità di spostamento contrapposte e di conseguenza un logico indirizzo del procedere: dall’informe alla forma, dal passato al futuro, dall’inerzia alla vita, dal tempo all’eterno. Una traccia di questa idea si può ritrovare anche nella Genesi. Quando vi arrivano i nostri progenitori il serpente è già nel paradiso: sapiente, scaltro, nascosto, maligno, è già il signore della natura dalla quale è uscito come primo figlio, geloso della nuova primogenitura e della predilezione di Dio per gli esseri umani.

Il primo essere vivente
Prima creatura che ha preso forma, figlio della terra proprio nella terra vive, abita e su questa striscia quasi ad indicare lo stretto contatto che lo lega. In quanto primo essere è il più elementare, rozzo, istintivo, animato da cieca vitalità allo stato puro, ha la forza infinita della vita e della morte, rigenerandosi senza morire e possedendo il veleno che uccide.
Di fronte a questa primitività, a questa forza enorme dell’istinto, sta anche la capacità di detenere in nuce tutte le fasi dello sviluppo successivo della vita degli esseri che si riveleranno nel tempo. Provenendo dall’uno materiale indifferenziato detiene in se tutte le potenzialità, restando nella sua dimensione primigenia, non è estraneo affatto a qualunque manifestazione anche antitetica alla sua sostanziale natura: è creatura lunare e solare, ctonia e luminosa, ha nel suo veleno la morte e la salute, incarna l’istinto e la ragione, è sacro a Tifone e ad Atena, a Dioniso e ad Apollo.
Questa è la ragione per la quale spesso il modo di considerare il serpente da parte degli antichi disorienta per la facilità con cui gli vengono attribuiti elementi, qualità, prerogative, funzioni contraddittorie. In particolare le sue conoscenze sono abissali, assolute, avendo attinto e detenendo quel primo germe della vita che contiene tutto, quello che è nascosto e quello che si vede, il passato, il presente e il futuro. Di conseguenza è accanto a coloro che hanno la sapienza, medici, saggi, profeti si trova la figura del serpente, presente in quasi tutti i luoghi sacri dove si trovano profeti, indovini, sibille, santuari dove di danno i responsi.
Apollo è la divinità che tutela l’arte di conoscere, soprattutto il futuro e il dio, per insediare il suo santuario di vaticini a Delfi deve vincere il serpente Pitone, terribile mostro che col suo corpo per sette volte circondava l’altura e impediva al dio l’accesso al santuario di cui era il nume. Di Pitone non si conosceva quando e come fosse nato, tradizioni più tarde vogliono che nascesse dal fango della Terra fecondata dal Diluvio. La figura del rettile è collegata anche con Cassandra, Crise, Pitone, Pizia.

Il serpente e la malvagità
L’istintiva repulsione suscitata il serpente, anche innocuo, con la sua sola apparizione, rivela un ribrezzo naturale che ha origini nella notte dei tempi. Perfino i rospi, i topi possono, se non coabitare, essere vicini di casa o inquilini degli uomini, godendo di qualche attenzione, o comunque essere sopportati, mentre il serpente viene immediatamente soppresso o allontanato. Colpa del veleno mortale che hanno alcune specie, del suo nascondersi e aggredire di sorpresa, ma soprattutto della cultura che riguarda questo animale.
Basta guardare il numero dei simboli che riveste per accorgersi che la sua forza suggestiva, simbolica, metaforica supera di gran lunga quella di qualsiasi animale. Affrontare anche superficialmente la sua presenza nel mito, nelle religioni, nel simbolo, richiederebbe un trattato. Nel linguaggio, oltre ai traslati per lo più offensivi della parola, intesa nel caso migliore come furbo, nel peggiore come l’essenza della malvagità, dell’insidia e dell’inganno, l’uso metaforico del termine è quasi sempre negativo.

Nella dimensione mitologica e religiosa la funzione principale per la quale è stato scelto è quella di rappresentare il male e, in questo, non ha rivali. Dio stesso nella Bibbia lo maledice: «…sii maledetto fra tutti gli animali e le bestie della campagna; striscerai sul tuo ventre e mangerai la polvere per tutti i giorni della tua vita» (Genesi III, 149).
In realtà le caratteristiche del serpente, le sue originalità, stranezze, perfino lo strisciare per muoversi, sono tante e molto caratterizzate, al punto d’aver sedotto, forse prima della coscienza, la fantasia dell’uomo. Sia pure nell’ambivalenza del simbolo e l’ambiguità attribuita alla sua natura, il serpente non è ambiguo e non presenta aspetti simbolici benigni di coabitazione, di simpatia con la specie umana. Neppure le favole e i cartoni animati sono riusciti a crearne figure gradevoli, sia pure nella mistificazione. Le eccezioni sono rare, spesso forzate ed episodiche.

I comportamenti singolari
Gli elementi della vita del serpente, oltre alla forma, la freddezza del corpo, l’avvinghiarsi come una frusta, che hanno colpito la fantasia umana sono diversi a cominciare dalla sua rigenerazione annuale, che certo turbò i primitivi, per cui a lungo è stato creduto che, al sopraggiungere della vecchiaia, cambiasse pelle e tornasse giovane perennemente. Infatti ogni anno, uscendo dal letargo, la serpe lascia la sua vecchia spoglia e si rigenera. Si credeva che digiunasse quaranta dì e quaranta notti per poter uscire dalla sua pelle. Lo faceva passando per uno stretto pertugio tra le pietre, dove lasciava la vecchia copertura. Così dice il Tasso (Gerusalemme liberata XVIII, 16): «…e tal di vaga gioventù ritorna / lieto il serpente, e di nov’ôr s’adorna».
L’uomo, trovando le spoglie abbandonate, pensò che questo animale fosse immortale e collegò la sua rigenerazione con quella mensile della luna, facendo della spirale serpentina il simbolo del perenne rinnovamento come la luna che muore e risorge. Del resto già la sua origine tellurica gli conferiva una vita senza fine.
Altro elemento conturbante è lo sguardo fascinatore: si vuole che con gli occhi incanti gli uccelli e gli animaletti che gli vanno intorno: prima li paralizza, li immobilizza, poi si avvicina e li divora.
Tra i molti attributi fantastici della bestia c’è l’alito pestilenziale che farebbe cadere tramortiti perfino ranocchi e rospi, appena l’avvertono. La lingua biforcuta, che alcune specie hanno e che in altre appare per i movimenti rapidi, è simbolo della calunnia e della menzogna: fece credere ad Eva che, mangiando il frutto, sarebbe divenuta simile a Dio che lo maledisse: «Porrò inimicizia tra te e la donna. Essa ti schiaccerà il capo», si legge nella Bibbia (Genesi III, 15). La Madonna è raffigurata appunto nell’atto di schiacciare il capo al serpente.

Il serpente come demonio
C’è materia sufficiente per fare del serpente il simbolo del demonio, ovvero l’animale nel quale più spesso si trasforma e infatti è l’aspetto che assunse fin dalla storia del peccato originale.
Ora il demonio, proprio in quanto elemento negativo, costituisce la polarità universale, è un termine fondamentale della realtà, ineliminabile nell’ordine tradizionale della Creazione nella quale è e rimane come nel Paradiso Terrestre. Nella Divina Commedia Dante pone Lucifero al centro dell’Universo, nel punto che raccoglie tutte le tensioni che tengono in piedi, regolano e governano il sistema generale. Il gran vermo è sì il verme che si annida al centro del mondo e lo inquina: «al pel del vermo reo che ‘l mondo fora» (Inferno XXXIV, 108), ma è anche «il punto / al qual si traggon d’ogne parte i pesi» (XXXIV, 111), e anche: «lo mezzo / al quale ogne gravezza si rauna» (XXXII, 73-74). Lucifero è il punto di conversione delle forze materiali come l’egoismo è la legge generale che determina la parte istintiva, animale della società e dell’individuo, contro cui combatte lo spirito.
In questo senso la figura del serpente si ricollega al principio del male rappresentando l’alternativa per la scelta e la libertà dell’uomo: principio alto, terribile, sconvolgente e incomprensibile che non ha nulla a che vedere con quel fantoccio con la coda, le corna e i piedi di capra nel quale è stato ridotto dal moderno quietismo pacioso e indolente, che vorrebbe trasformare il mondo da teatro della prova tragica della vita dell’uomo, decisiva per l’eternità, a un ospizio per il benessere e la Chiesa a una società di muto soccorso.
Nella letteratura biblica araba si trova una tradizione conservata dalle popolazioni del deserto, secondo la quale il serpente in origine aveva una ben strana natura: tutta la parte posteriore del corpo era fissata, per così dire murata e confusa, con la materia che separava il creato dallo spazio esteriore caotico e amorfo; la sua testa, il muso, gli occhi non potevano volgersi in fuori, ma dovevano guardare dentro il mondo reale, ordinato: era il guardiano tra il caos e l’ordine, tra l’indeterminato, l’informe e la vita, il depositario della conoscenza di quello che sta oltre il mondo e fuori del mondo. Questa posizione privilegiata viene insidiata dalla creazione di Adamo e di Eva che egli decide e riesce a compromettere, ma non a scalzare dalla predilezione divina.
Indubbiamente la speculazione antica si servì del serpente facendone un pilastro simbolico per il tentativo di avanzare nella comprensione del mistero del male: come tale, nella sua rappresentazione il principio diviene una metafora tra le più profonde e un segno tra i più inquietanti, tanto che ancor oggi la vista di questo essere strisciante sul terreno o nell’erba, nuotante nell’acqua o avvinto al ramo di una pianta, pur ammantato d’orribile bellezza, suscita ben altre reazioni irrazionali che non quella di vedere una bestia sia pure pericolosa.
Lucifero (e la sua ipostasi serpentina) si pone al passaggio dell’Uno nella dualità, sfiorando la contemporaneità istantanea e senza misura dell’Eterno, conosce quindi del Verbo dal Padre, è l’anello di congiunzione tra l’assoluto e il contingente e questo può spiegare l’assunzione della figura a simbolo del Verbo nel biblico serpente di bronzo.

Tra leggende e credenze
L’essere che guarda fuori dalle muraglie del mondo, che ha visto tutto il miracolo della Creazione, che si è ribellato all’ordine divino per sostituirsi alla stessa divinità, uscito dalla materia primigenia dai meandri della Terra, non meraviglia se, oltre alla figurazione del male, sia diventato il depositario dei misteri più segreti della Natura e della vita.
Così infinite leggende si sono aggregate sulla sua figura e molte mirano a metterlo in contatto con il mondo umano, col quale è stato sempre in dissidio, a cominciare dai miti assiro-babilonesi, dove ne L’epopea di Gilgame? si legge che fu lui l’essere a sottrarre all’uomo il ramo d’oro dell’immortalità mentre l’eroe dormiva spossato dal viaggio che aveva fatto nel mondo dei morti.
Si ripete ancora da gente incolta che i serpenti nascono per generazione spontanea, o dalla spina dorsale dei cadaveri umani. Evidentemente ciò è suggerito dall’analogia tra la struttura ad anelli del corpo del serpente e quella della spina dorsale. Ma la superstizione è antica e si trova già in Plinio: «Ho appreso da molti che il serpente è generato dal midollo della spina dorsale dell’uomo» (Storia Naturale X, 86). La credenza riconferma la connessione misteriosa tra il serpente e l’immortalità: dal mito del ramo d’oro, alla narrazione biblica del Paradiso Terrestre, alla scala evolutiva, sempre riappare tra il fogliame la testa del rettile.
Molte tradizioni dicono che il serpente dispone di un sapere capace di guarire ogni malattia e il suo veleno, opportunamente usato, è un antidoto contro tutti i mali. Fu sacro a Esculapio: il mitico medico aveva un rustico bastone intorno al quale stava avvolta una serpe (Ovidio, Metamorfosi XV). Anche nella Bibbia il serpente di bronzo che nel deserto guarì gli ebrei (Numeri XXI, 9; Giovanni III, 14) è segno di redenzione e simbolo di Cristo.
Si credeva anche che i serpenti usassero il succo del finocchio per rinnovarsi a primavera e cambiare la pelle. Non solo: riacquistavano con tale pianta anche la perfezione della vista, annebbiatasi col letargo, come riferisce Plinio (Storia Naturale XX, 95).
Nei bestiari medievali vi sono storie curiose, come quella secondo cui quando i serpenti bevono alle fonti o ai ruscelli, prima di abbeverarsi, posano sopra un sasso pulito i denti velenosi che hanno in bocca per non avvelenarsi con i loro stessi sorsi. Quando hanno finito riprendono questa specie di «dentiera» e, se uno è tanto accorto da versare e disperdere loro il veleno abbandonato mentre bevono, i serpi non saranno più velenosi, finché morranno.

Grande protettore contro i morsi dei serpenti è San Paolo in quanto, giunto a Malta, fu morso da una serpe velenosa e guarì. Cacciatori, allevatori di serpenti, serpari, sono tutti raccomandati alle celesti cure di San Domenico di Cocullo. Altri protettori sono S. Amanzio di Tiferno vissuto nel VI secolo a Città di Castello, e Florido,che portano ambedue il nome di Santi Tifernati.

Simbologia del serpente
Ambiguità: ha la lingua biforcuta
Astuzia: è il più antico degli animali
Demonio: l’aspetto nel quale è rappresentato il demonio
Discordia: tale il significato etimologico di diavolo
Ercole, che strozzò un serpente mentre era ancora nella culla
Eternità: allorché è posto ad anello, mordendosi la coda. Nell’alchimia è detto Uroboros
Falsità, tradimento e frode, in quanto insidia e inganna
Immortalità, che ha rapito agli uomini, secondo il mito
Inganno, malizia: si avvicina non visto, silenzioso. Con riferimento alla tentazione di Eva
Insidia: Latet anguis in herba: il serpente sta nascosto nell’erba (Virgilio, Egloghe III)
Intelligenza, è il più astuto degli animali
Invidia: tentò l’uomo per invidia (Apocalisse XII, 9; XX, 2. Sapienza II, 24)

Lacoonte, come è narrato da Virgilio (Eneide II, 200), Lacoonte fu avvolto e trascinato nel mare da un serpente, poiché sconsigliava i Troiani di portare in città il cavallo lasciato dai Greci

Lettera S, per la forma che assume nel procedere
Luna: come simbolo del perenne rinnovamento
Magia: la verga di Mosè che diviene serpente e divorò gli altri (Esodo VII, 9)
Male, in quanto demonio
Medicina: sacro a Esculapio.
Menzogna: con la menzogna perdé Eva.
Morte: per il veleno mortale e per la morte che portò agli uomini
Peccato, per il peccato originale narrato nella Bibbia (Genesi III)
Prudenza: «Siate prudenti come serpenti» (Matteo X, 16)
Regalità: associato al Basilisco nel quale il serpente si trasformerebbe
Salute: forma il caduceo e il simbolo d’Esculapio
Sapienza antica: conosce tutto della vita e delle cose
Seduzione: serpente con la testa di donna. Si riferisce al peccato originale
Vecchiaia: è animale antico e, rinnovando la propria spoglia, vive a lungo
Veleno: compensa la sua debolezza col veleno del suo morso

 

Publié dans:BIBBIA - VARI TEMI, MITI |on 20 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

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