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GIANFRANCO RAVASI – PREGHIERA: QUANDO L’UOMO PARLA CON DIO

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GIANFRANCO RAVASI – PREGHIERA: QUANDO L’UOMO PARLA CON DIO

(La Repubblica 10 aprile 2004)

«Il pregare è nella religione ciò che è il pensiero nella filosofia. Il senso religioso prega come l’organo del pensiero pensa». Questa dichiarazione del grande poeta romantico tedesco Novalis fa subito comprendere non solo quanto fondamentale sia la preghiera nell’esperienza religiosa, ma anche quanto sia arduo tentarne un profilo descrittivo. Anzi, un filosofo, il danese Søren Kierkegaard, non esitava nel suo diario a comparare il pregare al respirare: «Giustamente gli antichi dicevano che pregare è respirare. Qui si vede quanto sia sciocco voler parlare di un « perché ». Perché io respiro? Perché altrimenti muoio. Così con la preghiera». A lui faceva eco un teologo importante come Yves Congar che nella sua opera Le vie del Dio vivente ribadiva: «Con la preghiera riceviamo l’ossigeno per respirare. Coi sacramenti ci nutriamo. Ma, prima del nutrimento, c’è la respirazione e la respirazione è la preghiera». In questa linea è facilmente comprensibile come il pregare coinvolga tutto l’essere della creatura in una totalità ben espressa, ad esempio, dalle tecniche orientali di contemplazione « corporale » o nel tipico agitarsi dondolante dell’orante ebreo. Il quale, mentre prega, muove anche le giunture del corpo così da attuare quello che, in modo simbolico, aveva evocato lo stesso apostolo Paolo: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale» (Romani 12, 1). Un famoso mistico tedesco vissuto a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, Meister Eckhart, sottolineava che «bisogna pregare con tanto fervore così da tener avvinte tutte le membra e le facoltà umane; orecchi, occhi, bocca, cuore e ogni senso e non cessare finché non si sente di voler essere uno con Colui che è presente e che preghiamo, con Dio». Ma si può anche andare oltre e ritenere con il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein che «pregare è pensare al senso della vita», come egli annotava nei suoi appunti del 1914-1916. Quando l’uomo si rivolge alla divinità cerca, infatti, non solo di penetrare nel mistero del suo interlocutore infinito, ma anche di scavare nel mistero della sua stessa esistenza. tentando di scoprirne un senso e un valore. In questa stessa direzione si potrebbe, allora, riprendere il giuoco di parole creato da un altro importante filosofo del Novecento, il tedesco Martin Heidegger, quando affermava che denken ist danken, cioè che pensare è ringraziare. Per questo si potrebbe condividere un’ultima affermazione teorica, quella del filosofo mistico ebreo Abraham J. Heschel, convinto che «pregare è la grande ricompensa dell’essere uomini». Ora, la preghiera rispecchia necessariamente la particolare visione di Dio dell’orante. Così, a una concezione « fredda » della trascendenza divina corrisponde una preghiera distante e striata dal timore e dal rispetto per l’inconoscibile volontà della divinità. Esemplare è il distacco tra il divino e l’umano marcato dall’orazione musulmana, specchio di un trascendentalismo teologico rigorosissimo. Ma già tra i Sumeri il dio Enlil era invocato così: «Le tue molte perfezioni fanno restare attoniti; la loro natura segreta è come una matassa arruffata che nessuno sa dipanare, è arruffio di fili di cui non si vede il bandolo» (Inno a Enlil, IX, 131-134). Anche nel mondo greco quel «Dio ignoto» che Paolo nomina durante il suo passaggio da Atene (Atti 17, 23) costringe l’orante a invocazioni « negative » come quelle evocate dalle Coefore di Eschilo: «Zeus, Zeus, che dico? Come comincerò» (v. 85). Ma è proprio nella stessa cultura greca che riusciamo a identificare uno splendido modello di spiritualità « calda » in cui il rapporto con Dio è intenso, diretto, personale. Intendiamo riferirci a quel gioiello stoico che è l’Inno a Zeus di Cleante (III secolo a. C.): i suoi trentanove esametri esaltano non solo l’onnipotenza e la giustizia divina, ma anche l’ordine cosmico a cui partecipa l’orante e la stessa « simbiosi », dalle iridescenze panteiste, che connette la divinità al fedele. È curioso ricordare che l’apostolo Paolo nel celebre discorso all’Areopago ateniese evoca il v.5 dell’inno di Cleante, affermando che in Dio «noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: « poiché di lui stirpe noi siamo »» (Atti 17, 28). Tale prospettiva domina nell’ambito biblico dove è facile incontrare frasi salmiche di questo tenore: «Sei il mio Signore, senza di te non ho alcun bene / Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio / Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto / Fuori di te nulla bramo sulla terra / Il mio bene è stare vicino a Dio» (Salmi 16, 2; 22, 10; 27, 10; 73, 25.28). L’invocazione aramaica abba’, papà, che sta alla radice del Padre nostro, la preghiera emblematica del cristiano, è un’illustrazione esemplare di questa intimità orante. A questo punto si potrebbero definire le tipologie della preghiera: esse occupano uno spettro di colori variegatissimo. Due, però, sono le tonalità dominanti: per continuare nel linguaggio cromatico, potremmo dire che si oscilla costantemente tra l’infrarosso della lode e l’ultravioletto della supplica. Entro questi due archetipi si raccoglie l’intera gamma delle orazioni e tutta la sua espressione letteraria. Da un lato, dunque, c’è il colore vivo e forte della lode, della glorificazione, dell’adorazione, del ringraziamento, dell’esaltazione, della celebrazione gioiosa, della contemplazione della divinità e delle sue opere. L’innologia, di taglio mistico, libera da interessi immediati e da richieste, popola tutte le religiosità e tutte le liturgie. «O Signore, nostro Dio, quant’è glorioso il tuo nome su tutta la terra! La tua maestà vorrei cantare lassù nei cieli balbettando come il fanciullo» è l’incipit del celebre Salmo 8 che canta il capolavoro di Dio, la creatura umana. Il Salmo 19 esalta il sole, come il 104, che però dipinge anche uno straordinario arazzo cosmico, mentre nel Salmo 63 è l’adesione totale a Dio a divenire sostanza orante: «O Dio, tu sei il mio Dio, fin dall’alba ti cerco, di te ha sete la mia gola, a te anela la mia carne come terra deserta, arida, senz’acqua / Il tuo amore val più della vita / Io esulto all’ombra delle tue ali». Ma si potrebbe attingere anche all’enorme repertorio delle invocazioni buddhiste e indiane, alle « aretalogie » greche di Ossirinco (Egitto) in cui si cantano le virtù e le perfezioni divine, alla reiterazione dei «novantanove bellissimi nomi di Allah», allo stesso Rosario cristiano: la ripetizione diventa coinvolgimento quasi estatico, «moto perpetuo», della lode, ascensione di luce in luce nel mistero infinito di Dio, contemplazione abbacinata. L’esordio del citato inno di Cleante suona così: «O più glorioso degli immortali, sotto mille nomi sempre onnipotente, Zeus, Signore della natura, che con la legge governi ogni cosa, salve! Perché sei tu che i mortali hanno la gioia d’invocare!» (vv. 1-3). Ma molto più estesa è la regione dalla quale sale il grido gelido e lacerante della supplica, l’ultravioletto della preghiera, che esprime il limite dell’uomo, le sue necessità, il « male di vivere ». Cesare Pavese nel suo diario Il mestiere di vivere annotava: «La massima sventura è la solitudine tant’è vero che il supremo conforto, la religione, consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio. La preghiera è uno sfogo come un amico». La lamentazione classica segue uno spartito strutturale di tipo triangolare, quasi comandato dalle circostanze: al presente amaro si oppone il passato e si prospetta il futuro radioso sperato; all’ »io » dell’orante sofferente si connette l’ »altro » che è il nemico e il male, mentre ci si affida al terzo personaggio decisivo, Dio, il Salvatore. Talora l’io e l’altro si trovano sovrapposti: è il caso delle confessioni del peccato (celebre è il Miserere, il Salmo 51) in cui il nemico si annida all’interno dell’orante stesso. Anche se non mancano suppliche senza speranza esplicita, simili quasi a un vano SOS lanciato verso Dio, imperatore impassibile relegato nel suo cielo dorato, è prevalente la certezza dell’ascolto finale, anche se dilazionato. «La divinità, infatti, non è insensibile alla giusta preghiera» dichiara Menandro (fr. 217), mentre Gesù aveva invitato a «chiedere per ottenere, a bussare» perché ci si aprirà, perché «qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome egli ve lo concederà» (Matteo 7, 7; Giovanni 15, 16).

10 aprile 2004

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le orme sulla sabbia

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LE VOLTE CHE TI HO PRESO IN BRACCIO – CONSOLATI PER CONSOLARE…

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LE VOLTE CHE TI HO PRESO IN BRACCIO

CONSOLATI PER CONSOLARE: LA PREGHIERA DI CONSOLAZIONE

di Elena Ramassotto
medico, laica “Ordo Virginum”

«Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,3-4).

Parlare di consolazione nel nostro tempo può apparire inusitato o addirittura fuori luogo; eppure sempre più oggi il cuore dell’uomo, afflitto per la solitudine, per ogni tipo di sofferenza e per l’impatto a volte drammatico con la morte, ha profondamente bisogno di essere consolato.
Non intendo parlare di una consolazione a livello psicologico o a basso prezzo. Non si tratta di imparare a dire delle paroline buone, vaghe o di dare la classica pacca sulla spalla. È necessario andare oltre e cercare nell’ambito della fede e della parola di Dio cosa significhi vivere questa realtà nelle situazioni concrete della vita.
“Consolare” in senso biblico significa “rianimare”, “permettere di dare un profondo sospiro di sollievo”, “riattivare lo spirito dell’uomo”. Chi consola è proprio chiamato a fare questo: sollevare, dare fiato a chi sta camminando e ha il cuore in gola e non riesce più ad andare avanti. Questo fa il Secondo Isaia nel Libro della Consolazione per ordine di Dio: si sente che il profeta ha piena coscienza di quello che sta facendo, crede nella Parola che è viva ed efficace e può consolare perché ha una fede e una speranza forti.
San Paolo parla della consolazione come dell’attività tipica dell’apostolo verso i fratelli, verso la comunità. Le prove, lo scoraggiamento possono ostacolare il cammino e c’è bisogno di esortare i deboli, consolidare e far crescere tutto ciò che è stato prima annunciato.
Nel secondo tempo della Chiesa, quello caratterizzato da divisioni interne e persecuzioni, i responsabili delle comunità sono chiamati a consolare, dare fiato, rianimare. Già gli apostoli impauriti e nascosti avevano ricevuto forza e coraggio dal dono dello Spirito, il Paraclito, Colui che conforta, incoraggia, esorta, il Consolatore, che li spinse ad uscire allo scoperto.
Nel tempo della prova, che può essere un grave lutto, un fallimento destabilizzante, una malattia importante e protratta, una rottura di legami affettivi particolari, la realtà del peccato, in cui tutto sembra essere perduto e viene meno il senso della vita, c’è bisogno di riporre la fiducia in Qualcuno che possa veramente salvare, che sia fedele alla parola data. Dio solo salva, Dio solo è fedele. Nelle varie prove che hanno attraversato la mia esistenza ho avuto la grazia di rivolgermi a Dio, di guardare a lui.

Ho conosciuto il buio
Ma questo non è sempre stato facile: ho conosciuto il buio, l’angoscia, il nascondimento del Signore. Ho fatto l’esperienza di non saper più pregare e sono rimasta muta davanti a Dio, in attesa del suo intervento, solo con la forza che mi veniva da lui. Non parlo di un’ora, un giorno, una settimana o un mese. A volte mi pareva di avere l’acqua alla gola, come si legge nei salmi di lamentazione e di supplica.
Ramassotto 02Tuttavia posso assicurare che il Signore non mi ha abbandonata; come avevo già potuto vedere nella mia vita in altre occasioni, Dio è intervenuto e non mi ha lasciata sola. Certo non ha risolto il mio problema, non ha cambiato la mia situazione, ma mi ha dato forza e pace profonda. Dio a volte si nasconde, ma non può essere “assente”.
Dopo quell’esperienza, posso recitare anch’io con il salmista: «Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo / e segue con amore il suo cammino. / Se cade, non rimane a terra, / perché il Signore lo tiene per mano. / Sono stato fanciullo e ora sono vecchio, / non ho mai visto il giusto abbandonato / né i suoi figli mendicare il pane. / Egli ha sempre compassione e dà in prestito, / per questo la sua stirpe è benedetta» (Sal 37,23-26).
Ciò che consola è sapere che Dio c’è ed è vicino a noi anche nel nostro buio, che ha fatto cose grandi e può farne di nuove. Dio è sempre sorpresa, è novità! Ai discepoli scoraggiati e tristi sulla strada di Emmaus, Gesù propone una rilettura delle Scritture per mostrare ciò che in esse si riferisce a lui. Dopo questo cammino in compagnia del Pellegrino sconosciuto, i loro occhi si aprono e lo riconoscono. Ma già lungo la strada il loro cuore ardeva per la presenza e le parole del Risorto.

Orme di una presenza fattiva
Dio non ha abbandonato il proprio Figlio nel sepolcro, lo ha risuscitato, ha risposto con la sua approvazione a quello che gli stolti consideravano un fallimento. La morte di Gesù in croce per amore di tutti noi, nell’obbedienza alla volontà del Padre, non è l’ultima parola, anzi Gesù è «la Parola definitiva di Dio» (come giustamente afferma il teologo Hansjurgen Verweyen), Cristo è il Signore della storia. Non dobbiamo più attendere altro.
Per quanto dolorosa possa essere la nostra situazione, il Cristo Risorto ci autorizza a sperare che ci sarà del “nuovo”, che Dio interverrà per consolarci, per trasfigurare la miseria del presente in occasione di Pasqua, di passaggio del Signore. E quando Dio interviene, salva.
Questa fede ci può venire in aiuto quando incontriamo qualcuno bisognoso di consolazione. Ma facciamo attenzione a non cadere nel facile “moralismo”: noi siamo semplici strumenti perché la consolazione di Dio arrivi a chi ne ha bisogno. Il più delle volte non serve dire parole, anzi può essere nocivo; servono i gesti della vicinanza, dell’accompagnamento silenzioso ed orante, della presenza.
Vorrei concludere con una poesia intitolata Orme nella sabbia della canadese Margaret Fishback Powers, che è quasi un midràsh: «Una notte ho fatto un sogno. / Camminavo lungo la spiaggia insieme a Dio. / Nel cielo scuro scorrevano scene della mia vita, / e per ciascuna vidi / due paia d’orme, sulla sabbia: / le mie e quelle del Signore. / Ma quando anche l’ultima scena svanì, / guardando indietro le orme sulla sabbia, / ne scorsi un paio solo. / Quello, mi resi conto, era il periodo / più triste e sconsolato della mia vita. / A lungo ne restai turbata, / e in fine esposi al Signore / quel mio dilemma. / “Signore, quando decisi di seguirti, tu mi dicesti / che mi saresti sempre stato accanto, / che mai avresti smesso di parlarmi. / Ma ora, nel periodo più difficile della mia vita, / vedo un solo paio d’orme sulla sabbia. / Perché, proprio quando avevo più bisogno di te, / mi hai lasciata sola?”. / “Figlia mia adorata”, sussurrò il Signore, / “io ti amo, e mai, mai ti lascerò sola / nel tempo della sofferenza e della prova. / Là dove hai visto un solo paio d’orme, / è perché allora ti portavo in braccio”».

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L’Arcangelo Gabriele – domani è il mio onomastico WOW!

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Gli Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele

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GLI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE – 29 SETTEMBRE

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GLI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE – 29 SETTEMBRE

Essi vengono da Dio «inviati in servizio, a vantaggio di coloro che devono essere salvati». La nostra «azione di grazie», l’ Eucaristia, è una «concelebrazione» in cui ci uniamo agli Angeli nel triplice canto: «Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo».

MICHELE, nome ebraico che vuol dire « Chi è come Dio? » viene ricordato nel libro di Daniele del popolo eletto (Dan 10,13 e 12,1). La lettera di san Giuda lo presenta in lotta contro Satana per il corpo di Mosè. Anche l’Apocalisse ricorda il combattimento di Michele e dei suoi angeli contro il drago. La liturgia dei defunti lo vuole accompagnatore delle anime. Molto venerato dagli Ebrei divenne presto assai popolare nel culto cristiano. Il 29-IX cade l’anniversario della dedicazione di una chiesa in suo onore sulla via Salaria (sec. V).
GABRIELE «forza di Dio», si presentò a Zaccaria come «colui che sta al cospetto di Dio» (Lc 1,19). Portare l’annuncio di Dio è il compito che gli riconosce Daniele (8,16; 9,21): annunziò infatti la nascita del Battista e di Gesù Cristo (Lc 1,5-22.26-38).
RAFFAELE, «Dio ha curato», compare nel libro di Tobia come accompagnatore nel viaggio del giovane Tobia e come portatore di salvezza al vecchio padre cieco.
San Luca mostra sovente l’intervento degli angeli nelle origini della Chiesa perché con la venuta di Cristo l’umanità è entrata nell’era definitiva in cui Dio è vicino all’uomo e il cielo è unito alla terra. Essi vengono da Dio «inviati in servizio, a vantaggio di coloro che devono essere salvati». La nostra «azione di grazie», l’ Eucaristia, è una «concelebrazione» in cui ci uniamo agli Angeli nel triplice canto: «Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo».

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
E’ da sapere che il termine «angelo» denota l’ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli.
Per questo alla Vergine Maria non viene inviato un angelo qualsiasi, ma l’arcangelo Gabriele. Era ben giusto, infatti, che per questa missione fosse inviato un angelo tra i maggiori, per recare il più grande degli annunzi. A essi vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato. Nella santa città del cielo, resa perfetta dalla piena conoscenza che scaturisce dalla visione di Dio onnipotente, gli angeli non hanno nomi particolari, che contraddistinguono le loro persone, ma quando vengono a noi per qualche missione, prendono anche il nome dall’ufficio che esercitano.

Così Michele significa: Chi è come Dio?, Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio.
Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio. L’antico avversario che bramò, nella sua superbia, di essere simile a Dio, dicendo: Salirò in cielo (cfr. Is 14, 13-14), sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all’Altissimo, alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all’estremo supplizio. Orbene egli viene presentato in atto di combattere con l’arcangelo Michele, come è detto da Giovanni: «Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Ap 12, 7).
A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato Fortezza di Dio; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell’umiltà per debellare le potenze maligne dell’aria. Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio» colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero.
Raffaele, come abbiamo detto, significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni.

Preghiera
San Michele Arcangelo,
difendici nella lotta;
sii nostro aiuto contro la cattiveria e le insidie del demonio.
Gli comandi Iddio,
supplichevoli ti preghiamo:
tu, che sei il Principe della milizia celeste,
con la forza divina rinchiudi nell’inferno Satana
e gli altri spiriti maligni
che girano il mondo
per portare le anime alla dannazione.
Amen.

Angeli e arcangeli nella fede cattolica
Le affermazioni sugli angeli, nella fede cattolica, sono precise ed insieme discrete. Se ne riconosce come verità di fede l’esistenza ed il ministero di servitori di Cristo e della sua opera di salvezza e, perciò, la loro presenza a vantaggio dell’uomo e della Chiesa. E’ la testimonianza biblica il continuo punto di riferimento per queste affermazioni teologiche.
Gli angeli nel Catechismo della Chiesa cattolica
L’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione.

Chi sono?
Sant’Agostino dice a loro riguardo: “Angelus officii nomen est, non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus – La parola angelo designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura si risponde che è spirito; se si chiede l’ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo” [Sant'Agostino, Enarratio in Psalmos, 103, 1, 15]. In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che “vedono sempre la faccia del Padre. . . che è nei cieli” (Mt 18,10), essi sono “potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola” (Sal 103,20).

In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali [Cf Pio XII, Lett. enc. Humani generis: Denz. -Schönm., 3891] e immortali [Cf Lc 20,36]. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria [Cf Dn 10,9-12].
Cristo “con tutti i suoi angeli”
Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono “i suoi angeli”: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli… ” (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: “Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1,16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: “Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?” (Eb 1,14).
Essi, fin dalla creazione [Cf Gb 38,7] e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre, [Cf Gen 3,24] proteggono Lot. [Cf Gen 19] salvano Agar e il suo bambino, [Cf Gen 21,17] trattengono la mano di Abramo; [Cf Gen 22,11] la Legge viene comunicata “per mano degli angeli” (At 7,53), essi guidano il Popolo di Dio, [Cf Es 23,20-23] annunziano nascite [Cf Gdc 13] e vocazioni, [Cf Gdc 6,11-24; Is 6,6] assistono i profeti, [Cf 1Re 19,5] per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l’angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù [Cf Lc 1,11; Lc 1,26].
Dall’Incarnazione all’Ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio “introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio” (Eb 1,6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: “Gloria a Dio… ” (Lc 2,14). Essi proteggono l’infanzia di Gesù, [Cf Mt 1,20; Mt 2,13; Mt 1,19] servono Gesù nel deserto, [Cf Mc 1,12; Mt 4,11] lo confortano durante l’agonia, [Cf Lc 22,43] quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici [Cf Mt 26,53] come un tempo Israele [Cf 2Mac 10,29-30; 2Mac 11,8]. Sono ancora gli angeli che “evangelizzano” (Lc 2,10) annunziando la Buona Novella dell’Incarnazione [Cf Lc 2,8-14] e della Risurrezione [Cf Mc 16,5-7] di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, [Cf At 1,10-11] saranno là, al servizio del suo giudizio [Cf Mt 13,41; Mt 25,31; Lc 12,8-9].

Gli angeli nella vita della Chiesa
Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell’aiuto misterioso e potente degli angeli [Cf At 5,18-20; At 8,26-29; At 10,3-8; At 12,6-11; At 27,23-25].
Nella Liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; [Messale Romano, “Sanctus”] invoca la loro assistenza (così nell’“In Paradisum deducant te angeli…” – In Paradiso ti accompagnino gli angeli – della Liturgia dei defunti, o ancora nell’“Inno dei Cherubini” della Liturgia bizantina), e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi).
Dal suo inizio [Cf Mt 18,10] fino all’ora della morte [Cf Lc 16,22] la vita umana è circondata dalla loro protezione [Cf Sal 34,8; Sal 91,10-13] e dalla loro intercessione [Cf Gb 33,23-24; Zc 1,12; Tb 12,12]. “Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita” [San Basilio di Cesarea, Adversus Eunomium, 3, 1: PG 29, 656B]. Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio.

Link utili:
http://liturgia.silvestrini.org
(Teologo Borèl) Settembre 2012

Publié dans:ARCANGELI, ARCANGELO GABRIELE |on 28 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

GIUBILEO DEL 2000, DEGLI ARTISTI – NEL VOLTO DI CRISTO LA BELLEZZA PIÙ ALTA

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01032000_p-54_it.html

 GIUBILEO DEL 2000, ANNO 2000

IL GIUBILEO DEGLI ARTISTI

NEL VOLTO DI CRISTO LA BELLEZZA PIÙ ALTA

A CURA DI DARIO BUSOLINI

“Il Giubileo è Cristo! È lui la nostra salvezza e la nostra gioia, è lui il nostro canto e la nostra speranza… Quel corpo martoriato, e pur dolce, del “più bello tra i figli dell’uomo”, è sorgente di vita”. Con un’esortazione ad accogliere tale “grazia di risurrezione” Giovanni Paolo II ha salutato i quasi quattromila artisti (pittori, scultori, musicisti, ma anche gente di teatro, cinema e televisione) riuniti in San Pietro per il loro Giubileo. Celebrato il 18 febbraio, giorno della memoria del protettore degli artisti, il frate pittore Beato Angelico. Iniziato la sera precedente nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva con la celebrazione dei Vespri, il Giubileo degli Artisti ha vissuto il suo momento più intenso alle 9.30, nella Basilica Vaticana, con la celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Roger Etchegaray, Presidente del Comitato Centrale del Grande Giubileo dell’Anno 2000. Nella sua toccante e poetica omelia, il Cardinale ha negato che quello degli Artisti possa definirsi come un pellegrinaggio di categoria: “Voi rappresentate semplicemente l’uomo, l’uomo nella sua integrità che non può essere amputato della dimensione artistica… Più sarete vicini a Dio, e più aspirerete voi stessi il suo soffio creatore, più soffierete voi pure sulle ceneri l’incandescenza e la singolarità della vita a uomini che non sanno più che fabbricare il mondo in serie e senza calore”. Citando Paul Claudel e Schiller, il Cardinale ha descritto l’Artista come una creatura creatrice che porta avanti l’opera del Signore scoprendo, nel profondo di sé, i tratti e la bellezza del Dio incarnato, Cristo, attraverso l’icona della Passione e della Croce. “Che questo pellegrinaggio giubilare aiuti voi esploratori della luce, voi catturatori della luce, voi giocatori con la luce, a fare dapprima luce in voi stessi… Nella vita cristiana, come nella vita artistica, ciò che conta è l’occhio. Dimmi com’è il tuo occhio e ti dirò chi sei. ‘Se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce’, dice Gesù”. Al termine del rito, il Santo Padre ha raggiunto l’altare della Confessione per rivolgere un discorso a tutti i presenti. Riaffermando la “fe-conda alleanza tra Chiesa ed arte” e prendendo spunto dal significato religioso dei capolavori artistici che compongono la Basilica di San Pietro, il Papa ha detto agli Artisti che “se si è capaci di scorgere nelle molteplici manifestazioni del bello un raggio della bellezza suprema, allora l’arte diventa una via verso Dio, e spinge l’artista a coniugare il suo talento creativo con l’impegno di una vita sempre più conforme alla legge divina… È allora che la no-stra umanità si libra in alto, in un’esperienza di libertà, e direi d’infinito, come quella che ancora Michelangelo ci ispira nella cupola che insieme sovrasta e corona questo tempio. Guardata dall’esterno, essa sembra disegnare un curvarsi del cielo sulla comunità raccolta in preghiera, quasi a simboleggiare l’amore con cui Dio si fa ad essa vicino. Contemplata dall’interno, nel suo vertiginoso slancio verso l’alto, essa evoca in-vece il fascino insieme e la fatica dell’elevarsi verso il pieno incontro con Dio” al quale chiama il Giubileo. Nel pomeriggio, nell’Aula Paolo VI, il tema “Chiesa ed Arte nel pellegrinaggio verso Dio” è stato al centro di un Simposio internazionale di approfondimento organizzato dalla Pontificia Commissione per i Beni Culturali nella Chiesa. “Un momento di impegno culturale nello specifico settore dell’arte, intesa nel senso più ampio del termine, – come lo ha definito il Presidente della Pontificia Commissione Mons. Francesco Marchisano – perché siamo convinti che anche un momento di riflessione artistica rientra nelle alte finalità del Giubileo” dal momento che, più di altre, la dimensione spirituale “è spesso presente come movente principale in una manifestazione artistica”. Ed inoltre il patrimonio storico-artistico ed i beni culturali, ha aggiunto il Segretario della medesima Commissione Prof. Don Carlo Chenis, “possono diventare un valido strumento di promozione umana e spirituale in vista di un nuovo umanesimo e della nuova evangelizzazione”. Lo scultore Venancio Blanco, i pittori Emília Nadal e P. André Gence, il regista Krzystof Zanussi, il compositore Ennio Morricone, il mosaicista P. Marko Ivan Rupnik, Mons. Friedhelm Hofmann e l’architetto Austin Winkley (di alcuni pubblichiamo di seguito in estratto le testimonianze) hanno esplorato insieme, sulla base delle rispettive esperienze, il legame tra l’artista, l’arte e la creazione, il bello, i valori morali, il culto, la preghiera, la testimonianza cristiana, la “nuova evangelizzazione” e l’annuncio ai “lontani”.

Publié dans:ARTI (LE), GIUBILEO DEL 2000 |on 27 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

micia e micetti; Le fusa dei gatti, titolo dell’articolo

micia e micetti; Le fusa dei gatti, titolo dell'articolo  dans IMMAGINI DI GATTI

http://www.meteoweb.eu/2013/03/le-fusa-dei-gatti-ecco-perche-le-fanno-e-perche-possono-curarci/192990/

Publié dans:IMMAGINI DI GATTI |on 26 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

LINGUAGGIO FELINO : LE FUSA

http://moomylechat.altervista.org/linguaggio.htm

LINGUAGGIO FELINO : LE FUSA

Contrariamente a ciò che si possa immaginare, le fusa feline hanno molteplici significati.

Prima di tutto esse esprimono contentezza, serenità e stato di appagamento, infatti, le fusa dei gatti sono spesso accompagnate da un atteggiamento rilassato, con occhi socchiusi ed hanno la capacità di trasmettere le stesse sensazioni e lo stesso stato di benessere a chi li circonda. Non a caso, grazie a recenti studi, vengono considerate un ottimo « rimedio » allo stress.

Sicuramente si tratta della primissima forma di linguaggio fra la mamma e i suoi cuccioli, che poi il gatto adulto utilizzerà anche con l’uomo per dimostrargli il suo affetto.
Le fusa rappresentano quindi uno dei primi “dialoghi” tra mamma gatta e i suoi piccoli. La micia infatti inizia a fare le fusa durante il parto e poi i cuccioli appena nati avvertono le vibrazioni, insieme al calore del corpo, e riescono ad orientarsi raggiungendo il ventre materno per la poppata. Allo stesso modo i gattini, già dopo il secondo giorno di vita, ricambiano le fusa alla madre per comunicarle la propria presenza e la propria necessità di nutrimento e protezione.

Le ripercussioni dell’emissione delle fusa sono positive su tutto l’organismo del gatto: contribuiscono alla circolazione dell’aria nell’apparato respiratorio e a migliorare la circolazione del sangue in tutto il corpo.

Sembra che i gatti, mentre fanno le fusa, producano endorfine, sostanze prodotte dal cervello, dotate di proprietà tranquillizzanti simili a quelle della morfina e dell’oppio. Alcuni gatti, mentre fanno le fusa, sollevano la terza palpebra; altri « fanno la pasta », esibendosi in quel tipico movimento alternato delle zampe anteriori, come il gattino quando succhia il latte materno (infatti questo movimento viene detto anche « danza del latte »).

Ma un gatto purtroppo non fa le fusa solo per manifestare uno stato di benessere o di grande soddisfazione, infatti esse vengono emesse anche da soggetti malati o irrequieti. In questi ultimi casi è probabile che le fusa servono a calmare l’animale o siano una sorta di richiesta di aiuto.

Le fusa restano comunque ancora un mistero! Ancora non è chiaro come il gatto riesca a “produrre” le fusa, visto che i felini non sembrano possedere un organo dedicato esclusivamente ad esse.
L’ipotesi più diffusa suppone una contrazione molto rapida dei muscoli della laringe, che comprimerebbe e dilaterebbe la glotta facendo vibrare l’aria che passa. Secondo questa prima teoria, la più probabile, le fusa verrebbero dunque emesse dalla laringe, dal diaframma e dalle corde vocali.
Secondo un’altra teoria, le fusa sono dovute a vibrazioni della cassa toracica in seguito a turbolenze del sangue all’interno della vena cava.

Una cosa sola è certa, non è semplice non restare affascinati e non lasciarsi trasportare da questo dolce e delicato « ron-ron » che il nostro gatto produce per trasmetterci tutto il suo amore.

 

Eve and Adam in the Garden of Eden, ca 1525, area of Nardon Pénicaud. Museum of Applied Arts, Frankfurt.

Eve and Adam in the Garden of Eden, ca 1525, area of Nardon Pénicaud. Museum of Applied Arts, Frankfurt. dans immagini sacre 6-1

http://magoism.net/2014/04/16/easter-essay-part-2-the-secret-of-the-sacred-garden-the-garden-of-eden-and-the-orchard-of-the-virgin-by-harita-meenee/

Publié dans:immagini sacre |on 24 septembre, 2015 |Pas de commentaires »
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