Archive pour la catégorie 'PAPA GIOVANNI PAOLO II'

GIOVANNI PAOLO II – UDIENZA GENERALE – (lo Spirito Santo come persone) – anno dello Spirito Santo 1990 -

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1990/documents/hf_jp-ii_aud_19901017.html

GIOVANNI PAOLO II – UDIENZA GENERALE – (lo Spirito Santo come persone) – anno dello Spirito Santo 1990 -

Mercoledì, 17 ottobre 1990

1. Nel Nuovo Testamento è contenuta la rivelazione circa lo Spirito Santo come Persona, sussistente col Padre e col Figlio nell’unità della Trinità. Ma non è rivelazione con i tratti marcati e precisi di quella riguardante le due prime Persone. L’affermazione di Isaia, secondo cui il nostro è un “Dio nascosto” (Is 45, 15), si può riferire in particolare proprio allo Spirito Santo. Il Figlio, infatti, facendosi uomo, è entrato nella sfera della visibilità sperimentale per quelli che hanno potuto “vedere con i loro occhi e toccare con le loro mani qualcosa del Verbo della vita”, come dice san Giovanni (1 Gv 1, 1); e la loro testimonianza offre un concreto punto di riferimento anche per le generazioni cristiane successive. Il Padre, a sua volta, pur rimanendo nella sua trascendenza invisibile e ineffabile, si è manifestato nel Figlio. Diceva Gesù: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14, 9). Del resto la “paternità” – anche a livello divino – è abbastanza conoscibile per l’analogia con la paternità umana, che è un riflesso, sia pure imperfetto, di quella increata ed eterna, come dice san Paolo (Ef 3, 15).
2. La Persona dello Spirito Santo, invece, è più radicalmente al di là di tutti i nostri mezzi di avvicinamento conoscitivo. Per noi la Terza Persona è un Dio nascosto e invisibile, anche perché ha analogie più fragili in ciò che avviene nel mondo della conoscenza umana. La stessa genesi e spirazione dell’amore, che nell’anima umana è un riflesso dell’Amore increato, non ha la trasparenza dell’atto conoscitivo, che in qualche modo è autocosciente. Di qui il mistero dell’amore, a livello psicologico e teologico, come fa notare san Tommaso. Si spiega così che lo Spirito Santo – come lo stesso amore umano – trovi espressione specialmente nei simboli. Questi indicano il suo dinamismo operativo, ma anche la sua Persona presente nell’azione.
3. Così il simbolo del vento, che è centrale nella Pentecoste, evento fondamentale nella rivelazione dello Spirito Santo: “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano (i discepoli con Maria)” (At 2, 2).
Il vento viene spesso presentato, nei testi biblici e altrove, come una persona che va e viene. Così fa Gesù nel colloquio con Nicodemo, quando prende l’esempio del vento per parlare della persona dello Spirito Santo: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3, 8). L’azione dello Spirito Santo, per cui si “nasce dallo Spirito” (come avviene nella figliolanza adottiva operata dalla grazia divina) è paragonata al vento. Questa analogia impiegata da Gesù mette in rilievo la totale spontaneità e gratuità di questa azione, per mezzo della quale gli uomini sono resi partecipi della vita di Dio. Il simbolo del vento sembra rendere in modo particolare quel soprannaturale dinamismo, per mezzo del quale Dio stesso si avvicina agli uomini, per trasformarli interiormente, per santificarli e – in certo senso, secondo il linguaggio dei Padri – per divinizzarli.
4. Bisogna aggiungere che dal punto di vista etimologico e linguistico il simbolo del vento è quello più strettamente connesso con lo Spirito. Ne abbiamo già parlato in catechesi precedenti. Qui basti ricordare soltanto il senso della parola “ruah” (Gen 1, 2), cioè “il soffio”. Sappiamo che quando Gesù, dopo la risurrezione, appare agli apostoli, “alita” su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22-23).
Occorre anche notare che il simbolo del vento, in riferimento esplicito allo Spirito Santo e alla sua azione, appartiene al linguaggio e alla dottrina del Nuovo Testamento. Nell’Antico Testamento il vento, come “uragano”, propriamente è l’espressione dell’ira di Dio (cf. Ez 13, 13), mentre il “mormorio di un vento leggero”, parla dell’intimità della sua conversazione con i profeti (cf. 1 Re 19, 12). Lo stesso termine è usato per indicare l’alito vitale, significativo della potenza di Dio, che restituisce la vita agli scheletri umani nella profezia di Ezechiele (Ez 37, 9): “Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano”. Col Nuovo Testamento il vento diventa dichiaratamente simbolo dell’azione e della presenza dello Spirito Santo.
5. Altro simbolo: la colomba, che secondo i sinottici e il Vangelo di Giovanni si manifesta in occasione del battesimo di Gesù nel Giordano. Questo simbolo è più adatto di quello del vento per indicare la Persona dello Spirito Santo, perché la colomba è un essere vivente, mentre il vento è solo un fenomeno naturale. Gli evangelisti ne parlano in termini quasi identici. Scrive Matteo (Mt 3, 16): “Si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui” (cioè su Gesù). Similmente Marco (Mc 1,10), Luca (Lc 3, 21-22), Giovanni (Gv 1, 32). A motivo dell’importanza di questo momento nella vita di Gesù, che riceve in modo visibile l’“investitura messianica”, il simbolo della colomba si è consolidato nelle immagini artistiche, e nella stessa rappresentazione immaginativa del mistero dello Spirito Santo, della sua azione e della sua Persona.
Nell’antico Testamento la colomba era stata messaggera della riconciliazione di Dio con l’umanità ai tempi di Noè. Essa infatti aveva portato a quel patriarca l’annuncio della cessazione del diluvio sulla superficie della terra (cf. Gen 8, 9-11).
Nel Nuovo Testamento questa riconciliazione avviene mediante il battesimo, del quale parla Pietro nella sua prima Lettera, mettendolo in riferimento alle “persone . . . salvate per mezzo dell’acqua” nell’arca di Noè (1 Pt 3, 20-21). Si può dunque pensare a una anticipazione del simbolo pneumatologico, perché lo Spirito Santo, che è Amore, “versando quest’amore nei cuori degli uomini”, come dice san Paolo (Rm 5, 5), è anche il datore della pace, che è dono di Dio.
6. E ancora: l’azione e la Persona dello Spirito Santo sono indicate anche con il simbolo del fuoco. Sappiamo che Giovanni Battista annunciava sul Giordano: “Egli (cioè il Cristo) vi battezzerà in Spirito e fuoco” (Mt 3, 11). Il fuoco è fonte di calore e di luce, ma è anche una forza che distrugge. Per questo nei Vangeli si parla di “gettare nel fuoco” l’albero che non porta frutto (Mt 3, 10); si parla anche di “bruciare la pula in un fuoco inestinguibile” (Mt 3, 12). Il battesimo “in Spirito e fuoco” indica la potenza purificatrice del fuoco: di un fuoco misterioso, che esprime l’esigenza di santità e di purezza di cui lo Spirito di Dio è portatore.
Gesù stesso diceva: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso” (Lc 12, 49). In questo caso si tratta del fuoco dell’amore di Dio, di quell’amore che “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rm 5, 5). Quando il giorno di Pentecoste sopra le teste degli apostoli “apparvero lingue come di fuoco”, esse significavano che lo Spirito portava il dono della partecipazione all’amore salvifico di Dio. Un giorno san Tommaso avrebbe detto che la carità – il fuoco portato da Gesù Cristo sulla terra – è “una certa partecipazione dello Spirito Santo”. In questo senso il fuoco è un simbolo dello Spirito Santo, la cui Persona nella Trinità divina è Amore.

 

GIOVANNI PAOLO II – Salmo 134, 1-12 – Lodate il Signore che opera meraviglie

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2003/documents/hf_jp-ii_aud_20030409.html

GIOVANNI PAOLO II – Salmo 134, 1-12 – Lodate il Signore che opera meraviglie

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 9 aprile 2003

Lodi del Lunedì della 4a settimana (Lettura: Sal 134, 1-6)

1. La Liturgia delle Lodi, che stiamo seguendo nel suo svolgersi attraverso le nostre catechesi, ci propone la prima parte del Salmo 134, ora risuonata nel canto dei coristi. Il testo rivela una fitta serie di allusioni ad altri passi biblici e l’atmosfera che lo avvolge sembra essere quella pasquale. Non per nulla la tradizione giudaica ha unito il nostro al successivo Salmo 135, considerando l’insieme come «il grande Hallel», cioè la lode solenne e festosa da innalzare al Signore in occasione della Pasqua.
Il Salmo, infatti, pone in forte rilievo l’Esodo, con la menzione delle « piaghe » di Egitto e con l’evocazione dell’ingresso nella terra promessa. Ma seguiamo ora le tappe successive, che il Salmo 134 rivela nello svolgersi dei primi 12 versetti: è una riflessione che vogliamo trasformare in preghiera.
2. In apertura ci incontriamo col caratteristico invito alla lode, un elemento tipico degli inni rivolti al Signore nel Salterio. L’appello a cantare l’alleluia è indirizzato ai «servi del Signore» (cfr v. 1), che nell’originale ebraico sono presentati come «ritti» nello spazio sacro del tempio (cfr v. 2), cioè nell’atteggiamento rituale della preghiera (cfr Sal 133,1-2).
Sono coinvolti nella lode innanzitutto i ministri del culto, sacerdoti e leviti, che vivono e operano «negli atri della casa del nostro Dio» (cfr Sal 134,2). Tuttavia a questi «servi del Signore» sono idealmente associati tutti i fedeli. Infatti subito dopo si fa menzione dell’elezione di tutto Israele ad essere alleato e testimone dell’amore del Signore: «Il Signore si è scelto Giacobbe, Israele come suo possesso» (v. 4). In questa prospettiva, si celebrano due qualità fondamentali di Dio: egli è «buono», egli è «amabile» (cfr v. 3). Il legame che intercorre tra noi e il Signore è segnato dall’amore, dall’intimità, dall’adesione gioiosa.
3. Dopo l’invito alla lode, il Salmista prosegue con una solenne professione di fede, aperta dall’espressione tipica «Io so», cioè io riconosco, io credo (cfr v. 5). Due sono gli articoli di fede che vengono proclamati da un solista a nome di tutto il popolo, riunito in assemblea liturgica. Innanzitutto si esalta l’operare di Dio in tutto l’universo: Egli è per eccellenza il Signore del cosmo: «Tutto ciò che vuole il Signore lo compie in cielo e sulla terra» (v. 6). Domina perfino i mari e gli abissi che sono l’emblema del caos, delle energie negative, del limite e del nulla.
È ancora il Signore a formare le nubi, le folgori, la pioggia e i venti, ricorrendo alle sue «riserve» (cfr v. 7). L’antico uomo del Vicino Oriente immaginava, infatti, che gli agenti climatici fossero custoditi in appositi serbatoi, simili a scrigni celesti a cui Dio attingeva per disseminarli poi sulla terra.
4. L’altra componente della professione di fede riguarda la storia della salvezza. Il Dio creatore è riconosciuto ora come il Signore redentore, evocando gli eventi fondamentali della liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana. Il Salmista cita innanzitutto la «piaga» dei primogeniti (cfr Es 12,29-30), che riassume tutti i «segni e prodigi» operati dal Dio liberatore durante l’epopea dell’Esodo (cfr Sal 134,8-9). Subito dopo si fanno scorrere nel ricordo le clamorose vittorie che hanno permesso a Israele di superare le difficoltà e gli ostacoli incontrati sul suo cammino (cfr vv. 10-11). Infine, ecco profilarsi all’orizzonte la terra promessa, che Israele riceve «in eredità» dal Signore (cfr v. 12).
Ebbene, tutti questi segni di alleanza che saranno più ampiamente professati nel Salmo successivo, il 135, attestano la verità fondamentale, proclamata nel primo comandamento del Decalogo. Dio è unico ed è persona che opera e parla, ama e salva: «Grande è il Signore, il nostro Dio sopra tutti gli dèi» (v. 5; cfr Es 20,2-3; Sal 94,3).
5. Sulla scia di questa professione di fede, anche noi eleviamo la nostra lode a Dio. Il Papa san Clemente Primo nella sua Lettera ai Corinzi ci rivolge questo invito: «Guardiamo il Padre e Creatore di tutto l’universo. Attacchiamoci ai doni e ai benefici della pace, magnifici e sublimi. ContempliamoLo con il pensiero e guardiamo con gli occhi dell’anima la grande sua volontà!
Consideriamo quanto sia equanime verso ogni sua creatura. I cieli che si muovono secondo l’ordine di Lui gli ubbidiscono nell’armonia. Il giorno e la notte compiono il corso da Lui stabilito e non si intralciano a vicenda. Il sole e la luna e i cori delle stelle secondo la Sua direzione girano in armonia senza deviazione per le orbite ad essi assegnate. La terra, feconda per Sua volontà, produce abbondante nutrimento per gli uomini, per le fiere e per tutti gli animali che vivono su di essa, senza riluttanza e senza cambiare nulla dei Suoi ordinamenti» (19,2-20,4: I Padri Apostolici, Roma 1984, pp. 62-63). Clemente Primo conclude osservando: «Il Creatore e Signore dell’universo dispose che tutte queste cose fossero nella pace e nella concordia, benefico verso tutto e particolarmente verso di noi che ricorriamo alla sua pietà per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo.
A Lui la gloria e maestà nei secoli dei secoli. Amen» (20,11-12: ibidem, p. 63).

 

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II – 1. “Tu sei mio padre . . . roccia della mia salvezza” (Sal 89, 27). (1985) per il 1 maggio festa di San Giuseppe lavoratore

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850324_cattedrale-avezzano.html

VISITA PASTORALE NEL FUCINO E AD AVEZZANO

SANTA MESSA SUL SAGRATO DELLA CATTEDRALE DI AVEZZANO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II – 1. “Tu sei mio padre . . . roccia della mia salvezza” (Sal 89, 27). (1985) per il 1 maggio festa di San Giuseppe lavoratore

Domenica, 24 marzo 1985

Con queste parole della liturgia desidero, insieme con voi, cari fratelli e sorelle della Marsica, adorare la paternità di Dio nella grande e umile figura dello sposo di Maria santissima, San Giuseppe, che noi ricordiamo in questa domenica, immediatamente successiva alla sua festa.
Da quanti secoli e generazioni la paternità di Dio è adorata dai figli e dalle figlie di questa terra! Da quanti secoli e generazioni essa è qui invocata come la “roccia della nostra salvezza”!
La Chiesa dei Marsi ha un suo lungo passato.
Qui giunse l’annuncio del Vangelo fin dai tempi immediatamente successivi a quelli apostolici; qui la fede mise radici profonde, suscitando una fioritura di vita cristiana, di cui sono tuttora visibili i segni in chiese e monasteri di notevole valore storico e artistico; qui la fede persevera vigorosa anche oggi.
2. Animati da questa fede, ci troviamo oggi raccolti intorno all’altare per celebrare insieme i divini misteri davanti a questa cattedrale sorta, come l’intera città di Avezzano, dopo il terremoto del 1915. Saluto il vescovo, monsignor Biagio Vittorio Terrinoni, col clero, i religiosi e le religiose della diocesi; saluto i laici delle varie associazioni e movimenti di impegno cristiano; e saluto tutti voi, fratelli e sorelle, che siete qui convenuti per questo incontro di fede e di preghiera; un pensiero particolare rivolgo agli ammalati, che con le loro sofferenze tanto contribuiscono al bene spirituale dell’intera comunità.
Esprimo la mia viva gioia di poter oggi, come Vescovo di Roma e successore di San Pietro, adorare insieme con voi il Dio dell’alleanza, che la Chiesa venera con le parole del salmista:
“Ho stretto un’alleanza con il mio eletto, / ho giurato a Davide mio servo: / stabilirò per sempre la tua discendenza . . .” (Sal 89, 4-5).
Il salmista parla di Davide-re, ma la liturgia indica Giuseppe di Nazaret, il carpentiere.
Dio ha stretto proprio con lui un’alleanza particolare, che la Chiesa paragona con quella stretta da Dio con Abramo e con Davide.
Ad Abramo il Dio dell’alleanza dice: “Padre di una moltitudine di popoli ti renderò” (Gen 17, 5). E a Giuseppe di Nazaret Dio dice: ti ho reso padre . . . il padre del mio Figlio!
Davanti agli uomini ho fatto di te il padre di colui “il quale fu concepito da Spirito Santo”; di te, che come Abramo “avesti fede sperando contro ogni speranza” (Rm 4, 18; cf. Gen 15, 6). E in questa fede hai accolto sotto il tetto della tua casa colui che fu speranza e attesa di tutti i popoli: Gesù, figlio di Maria.
In questa liturgia la Chiesa professa e loda questa particolare alleanza nella paternità, nella quale Giuseppe di Nazaret ha avuto parte ancor più che Abramo.
3. Abramo credette “contro ogni speranza” al fatto di poter diventare “padre di una moltitudine di popoli”, “contro ogni speranza”, perché, umanamente, non poteva aspettare un figlio.
Giuseppe credette che al suo fianco avrebbe avuto luogo il compimento della speranza. Credette che “per opera dello Spirito Santo” Maria, la sua promessa sposa, la Vergine di Nazaret, era diventata madre “prima che andassero a vivere insieme” (Mt 1, 18).
Ecco le parole del messaggero di Dio alle quali Giuseppe credette: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 20-21).
Quanto simili sono queste parole dell’“annunciazione dell’angelo”, udite da Giuseppe, a quelle dell’annunciazione che aveva udito Maria! Si completano reciprocamente e insieme spiegano il mistero divino dell’incarnazione del Verbo, Figlio di Dio.
4. Giuseppe, che aveva creduto a queste parole, strinse con Dio un’alleanza particolare: l’alleanza nella paternità.
D’ora in poi avrebbe saputo che cosa dovevano significare nella sua vita e nella sua vocazione le espressioni del salmo: “Egli mi invocherà: Tu sei mio padre” (Sal 89, 27).
Infatti Gesù lo chiamava così. E tutto l’ambiente diceva lo stesso chiamando Gesù “il figlio del carpentiere” (Mt 13, 55). Ed egli, Giuseppe, sapeva che queste parole si riferivano al Padre eterno, Creatore del cielo e della terra.
Sapeva che si era compiuta la più sacra alleanza. Sapeva che la sua povera casa di Nazaret era stata riempita con l’imperscrutabile mistero della paternità divina, di cui lui stesso, Giuseppe, era divenuto il fiduciario più vicino e il servo fedele.
Lui, lo sposo di Maria, la serva del Signore.
E quando ogni giorno si accostava al suo banco di lavoro, sapeva che il suo lavoro si univa in una sola cosa col mistero della famiglia nella quale l’eterno Figlio di Dio era divenuto bambino. Sapeva e credeva, “ebbe fede sperando contro ogni speranza”.
5. Sono lieto di adorare oggi insieme con voi, cari fratelli e sorelle, la paternità divina che si è rivelata in modo mirabile nella vita e nella vocazione di Giuseppe di Nazaret.
In lui il lavoro umano s’unisce in modo coerente con la vita della famiglia. E perciò la celebrazione di San Giuseppe è, nello stesso tempo, la festa della famiglia e del lavoro.
Abbiamo reso a ciò testimonianza incontrandoci precedentemente con l’ambiente del multiforme lavoro umano, qui nella vostra terra, nel piazzale antistante Telespazio: con i lavoratori della terra e quelli della fabbrica, con gli uomini dediti alle attività più antiche e quelli impegnati nei settori della tecnologia più avanzata.
E adesso, mediante la liturgia di San Giuseppe, uniamo il lavoro e la famiglia, riflettendo su queste due realtà alla luce della parola di Dio.
6. L’alleanza tra lavoro e famiglia, che si attuò nella vita di San Giuseppe, trova il suo riflesso nella vita di ogni famiglia e nella vicenda umana di ogni lavoratore. Nel piano di Dio, infatti, l’uomo ha il naturale diritto di formarsi una propria famiglia e questa, per sostentarsi, deve poter contare sull’apporto del lavoro umano. Su questi due cerchi di valori, l’uno congiunto al lavoro, l’altro conseguente al carattere familiare della vita umana, mi sono soffermato nell’enciclica Laborem exercens (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 10).
È necessario che i due ambiti di valori si colleghino fra loro correttamente, e correttamente si permeino. Se è vero infatti, che il lavoro rende possibile la fondazione e la vita di una nuova famiglia, è vero anche che nella famiglia ci si educa al lavoro e mediante il lavoro ci si matura come esseri umani. Occorre dunque affermare con chiarezza che “la famiglia è, al tempo stesso, una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo” (Ivi).
Voi vedete, allora, carissimi fratelli e sorelle, la conseguenza immediata che deriva da quanto ora affermato. La conseguenza è che “la famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l’ordine socio-etico del lavoro umano” (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 10). Questa dimensione familiare del lavoro costituisce uno dei capisaldi della dottrina sociale della Chiesa.
Ed è un caposaldo confermato dalla vicenda di San Giuseppe e della Sacra Famiglia: lì i due ambiti di valori si sono incontrati e mirabilmente congiunti. Non è senza significato che il Figlio di Dio abbia voluto nascere in una famiglia e caricarsi della fatica di un lavoro pesante come quello del carpentiere. In un certo senso può dirsi veramente che il mistero dell’incarnazione “passa” attraverso queste due realtà umane: la realtà della famiglia e quella del lavoro. Di tale mistero San Giuseppe divenne il fiduciario più intimo e il servo più fedele, lui che la Provvidenza aveva destinato a rivestire i ruoli di padre di famiglia e di uomo del lavoro. Nell’onorare oggi la figura di San Giuseppe, noi rendiamo omaggio alla santità della famiglia e del lavoro, queste due dimensioni umane fondamentali, che in lui trovarono attuazione tanto alta e singolare.
7. Il ricordo di San Giuseppe non è la festa soltanto del lavoro e della famiglia. Essa è anche una festa particolare della Chiesa: di questa Chiesa che è nella terra dei Marsi.
Sul mistero divino dell’“alleanza nella paternità” riflettono oggi anche coloro che sono i ministri dell’altare e dell’Eucaristia nella Chiesa dei Marsi, e che sono oggi qui riuniti intorno al loro vescovo e al successore di Pietro.
Anch’essi hanno stretto con Dio un’“alleanza nella paternità” grazie alla quale tante anime hanno potuto essere generate alla vita nuova in Cristo. È una vera paternità spirituale quella del ministro di Dio. Ad essa si richiamava San Paolo, quando con fierezza esclamava: “Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo” (1 Cor 4, 15). E, poiché anche sul piano soprannaturale come su quello naturale, la missione della paternità non si esaurisce con l’evento della nascita, ma si estende ad abbracciare in certo modo tutta la vita, l’Apostolo poteva rivolgersi ai suoi cristiani con quell’altra vibrante apostrofe: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!” (Gal 4, 19).
Il ministero del sacerdote è ministero di paternità. Comprenderlo significa comprendere anche il senso profondo di quella speciale alleanza con Dio che è il celibato. Si tratta di un’alleanza nella paternità che, se vissuta nella fede “sperando contro ogni speranza”, si rivela straordinariamente feconda: come Abramo, anche il sacerdote diventa “padre di molti popoli” (Rm 4, 18), e trova nelle generazioni di cristiani che gli fioriscono intorno la ricompensa alle fatiche, alle rinunce, alle sofferenze di cui è intessuto il suo quotidiano servizio.
Cari sacerdoti dell’antica e gloriosa Chiesa dei Marsi! Sappiate vivere con generosità ogni giorno rinnovata questa alleanza con Dio nella paternità spirituale, ad essa orientando ogni adempimento del vostro ministero. Date buona testimonianza alla santità della parola di Dio, annunciandola con cura e con amore, affinché sia compresa e vissuta dal popolo a voi affidato. Celebrate con convinzione interiore i sacramenti della salvezza, specie quelli dell’Eucaristia e della Riconciliazione, portando i fedeli a gustare i tesori della liturgia e a nutrirsene per una vita cristiana sempre più intensa. Guidate con senso di responsabilità le comunità che siete chiamati a presiedere, partecipando attivamente alle gioie e ai dolori della gente e avvalendovi sempre più e sempre meglio della collaborazione dei laici impegnati. Io voglio dire a voi tutti la mia stima cordiale e il mio sincero apprezzamento per la costanza con cui restate al vostro posto, a volte in paesi piccoli e disagiati, testimoniando a persone spesso anziane e isolate la sensibilità di Dio, che non cessa di preoccuparsi amorevolmente di ogni suo figlio, anche il più povero e dimenticato.
8. Il mio pensiero si volge ora ai religiosi e alle religiose, che in questa Chiesa dei Marsi vivono la loro consacrazione a Dio nella professione dei voti di povertà, castità e obbedienza. Quale esempio mirabile è per tutti voi, carissimi fratelli e sorelle, il casto sposo della Vergine santissima, Giuseppe, il povero carpentiere di Nazaret, l’esecutore attento e fedelissimo delle volontà del Padre celeste! La sua alleanza con Dio nella paternità si riflette nella vostra vita di consacrati, perché ciascuno di voi, adempiendo al rispettivo carisma, contribuisce alla generazione e alla crescita del Cristo totale. La vita di Giuseppe, consacrato a Dio accanto a Maria per svolgere le funzioni di padre nei confronti del Verbo incarnato, vi ispiri e vi sostenga nel quotidiano impegno di corrispondenza alla vocazione ricevuta.
Col grazie sincero per la vostra presenza attiva nella vita pastorale di questa Chiesa – nelle parrocchie, negli ospedali, negli asili, nelle scuole, nelle opere caritative e assistenziali – desidero rivolgervi un’esortazione pressante a essere fedeli alle esigenze della vita consacrata. Si esprima, questa vostra fedeltà, nell’adesione gioiosa alla vita comunitaria; nella testimonianza in mezzo al popolo dei rispettivi carismi; nel servizio paziente e premuroso verso ogni persona in difficoltà; nel fare di voi stessi, in mezzo ai fratelli, un segno profetico del primato di Dio su tutto e su tutti.
9. Questo primato Giuseppe testimoniò con tutta la sua vita. La liturgia mette in un certo senso nel suo cuore e sulle sue labbra le parole del salmo:
“Canterò senza fine le grazie del Signore, / con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli, / perché hai detto: “La mia grazia rimane per sempre”, / la tua fedeltà nei cieli” (Sal 89, 2-3).
Giuseppe, uomo giusto, sposo castissimo di Maria, carpentiere di Nazaret, proclama la grazia straordinaria di Dio, che gli fu partecipata a somiglianza di Abramo; la grazia dell’alleanza nella paternità!
E proclama la fedeltà di Dio a quest’alleanza, che si compie nel silenzio della povera casa in Galilea, dove il lavoro riempiva i giorni della vita della Sacra Famiglia.
E noi guardando la figura del carpentiere di Nazaret, preghiamo affinché la grazia dell’eterno Padre:
- accompagni il nostro lavoro quotidiano;
- unisca nella comunione le nostre famiglie;
- fruttifichi nel servizio della Chiesa di cui Giuseppe è protettore e padre, così come fu protettore e padre sulla terra dell’eterno Figlio di Dio.

 

LA PREGHIERA ALLA MADONNA RECITATA DA GIOVANNI PAOLO II

https://www.papaboys.org/la-preghiera-alla-madonna-recitata-da-giovanni-paolo-ii-che-commosse-il-cuore-della-vergine/

LA PREGHIERA ALLA MADONNA RECITATA DA GIOVANNI PAOLO II

21 Gennaio 2019

Madre della Chiesa, e Madre nostra Maria,
raccogliamo nelle nostre mani
quanto un popolo è capace di offrirti;
l’innocenza dei bambini,
la generosità e l’entusiasmo dei giovani,
la sofferenza dei malati,
gli affetti più veri coltivati nelle famiglie,
la fatica dei lavoratori,
le angustie dei disoccupati,
la solitudine degli anziani,
l’angoscia di chi ricerca il senso vero dell’esistenza,
il pentimento sincero di chi si è smarrito nel peccato,
i propositi e le speranze
di chi scopre l’amore del Padre,
la fedeltà e la dedizione
di chi spende le proprie energie nell’apostolato
e nelle opere di misericordia.

E Tu, o Vergine Santa, fa’ di noi
altrettanti coraggiosi testimoni di Cristo.
Vogliamo che la nostra carità sia autentica,
così da ricondurre alla fede gli increduli,
conquistare i dubbiosi, raggiungere tutti.
Concedi, o Maria, alla comunità civile
di progredire nella solidarietà,
di operare con vivo senso della giustizia,
di crescere sempre nella fraternità.

Aiuta tutti noi ad elevare gli orizzonti della speranza
fino alle realtà eterne del Cielo.
Vergine Santissima, noi ci affidiamo a Te
e Ti invochiamo, perché ottenga alla Chiesa
di testimoniare in ogni sua scelta il Vangelo,
per far risplendere davanti al mondo
il volto del tuo Figlio e nostro Signore Gesù Cristo.

(Giovanni Paolo II)

 

GIOVANNI PAOLO II – LA « VISITAZIONE » – SAN LUCA EVANGELISTA (f)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1996/documents/hf_jp-ii_aud_19961002.html

GIOVANNI PAOLO II – LA « VISITAZIONE » – SAN LUCA EVANGELISTA (f)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 2 ottobre 1996

1. Nell’episodio della Visitazione san Luca mostra come la grazia dell’Incarnazione, dopo aver inondato Maria, rechi salvezza e gioia alla casa di Elisabetta. Il Salvatore degli uomini, racchiuso nel grembo di sua Madre, effonde lo Spirito Santo, manifestandosi fin dall’inizio della sua venuta nel mondo.
Descrivendo la partenza di Maria per la Giudea, l’evangelista usa il verbo “anístemi”, che significa “alzarsi”, “mettersi in movimento”. Considerando che tale verbo viene adoperato nei Vangeli per indicare la resurrezione di Gesù (Mc 8, 31; 9, 9.31; Lc 24, 7.46) o azioni materiali che comportano uno slancio spirituale (Lc 5, 27-28; 15, 18.20), possiamo supporre che Luca voglia sottolineare, con questa espressione, lo slancio vigoroso che conduce Maria, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, a donare al mondo il Salvatore.
2. Il testo evangelico riferisce, altresì, che Maria compie il viaggio “in fretta” (Lc 1, 39).Anche la notazione “verso la montagna” (Lc 1, 39), nel contesto lucano, appare molto di più che una semplice indicazione topografica, poiché fa pensare al messaggero della buona novella descritto nel Libro di Isaia: “Come sono belli sui moonti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: « Regna il tuo Dio »” (Is 52, 7).
Come fa san Paolo, che riconosce il compimento di tale testo profetico nella predicazione del Vangelo (Rm 10, 15), anche san Luca sembra invitare a vedere in Maria la prima “evangelista”, che diffonde la “buona notizia”, dando inizio ai viaggi missionari del divin Figlio.
Particolarmente significativa, infine, è la direzione del viaggio della Vergine Santissima: sarà dalla Galilea alla Giudea, come il cammino missionario di Gesù (cf. 9, 51).
Infatti, con la visita ad Elisabetta, Maria realizza il preludio della Missione di Gesù e, collaborando sin dall’inizio della sua maternità all’opera redentrice del Figlio, diventa il modello di coloro che nella Chiesa si pongono in cammino per recare la luce e la gioia di Cristo agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo.
3. L’incontro con Elisabetta riveste i caratteri di un gioioso evento salvifico che supera il sentimento spontaneo della simpatia familiare. Là dove l’imbarazzo dell’incredulità pare concretizzarsi nel mutismo di Zaccaria, Maria irrompe con la gioia della sua fede pronta e disponibile: “Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta” (Lc 1, 40).
San Luca riferisce che “appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo” (Lc 1, 41). Il saluto di Maria suscita nel figlio di Elisabetta un sussulto di gioia: l’ingresso di Gesù nella casa di Elisabetta, ad opera della Madre, porta al nascituro profeta quella letizia che l’Antico Testamento annuncia come segno della presenza del Messia.
Al saluto di Maria, la gioia messianica investe anche Elisabetta che “fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: « Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! »” (Lc 1, 41-42).
In virtù di un’illuminazione superiore, ella comprende la grandezza di Maria che, più di Giaele e di Giuditta, sue prefigurazioni nell’Antico Testamento, è benedetta fra le donne, a causa del frutto del suo grembo, Gesù, il Messia.
4. L’esclamazione di Elisabetta, fatta “a gran voce”, manifesta un vero entusiasmo religioso, che la preghiera dell’Ave Maria continua a far risuonare sulle labbra dei credenti, quale cantico di lode della Chiesa per le grandi opere realizzate dall’Altissimo nella Madre del suo Figlio.
Proclamandola “benedetta fra le donne”, Elisabetta addita il motivo della beatitudine di Maria nella sua fede: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1, 45). La grandezza e la gioia di Maria hanno origine dal fatto che ella è colei che crede.
Di fronte all’eccellenza di Maria, Elisabetta comprende anche quale onore costituisca per lei la sua visita: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” (Lc 1, 43). Con l’espressione “mio Signore” Elisabetta riconosce la dignità regale, anzi messianica, del Figlio di Maria. Nell’Antico Testamento, infatti, questa espressione veniva usata per rivolgersi al re (cf. 1 Re 1, 13.20, 21 ecc.) e per parlare del Re-Messia (Sal 110, 1).Di Gesù, l’angelo aveva detto: “Il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre” (Lc 1, 32). “Piena di Spirito Santo”, Elisabetta ha la stessa intuizione. Più tardi, la glorificazione pasquale di Cristo rivelerà in che senso questo titolo sia da intendersi, in un senso, cioè, trascendente (cf. Gv 20, 28; At 2, 34-36).
Con la sua esclamazione ammirativa, Elisabetta ci invita ad apprezzare tutto ciò che la presenza della Vergine reca in dono alla vita di ogni credente.
Nella Visitazione la Vergine porta alla madre del Battista il Cristo, che effonde lo Spirito Santo. Tale ruolo di mediatrice viene ben evidenziato dalle parole stesse di Elisabetta: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo” (Lc 1, 44). L’intervento di Maria produce, con il dono dello Spirito Santo, quasi un preludio della Pentecoste, confermando una cooperazione che, iniziata con l’Incarnazione, è destinata ad esprimersi in tutta l’opera della divina salvezza.

LA CATECHESI DEL SANTO PADRE (1997) – CON CRISTO L’ETERNITÀ HA FATTO IL SUO INGRESSO NEL TEMPO

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01121997_p-20_it.html

LA CATECHESI DEL SANTO PADRE

CON CRISTO L’ETERNITÀ HA FATTO IL SUO INGRESSO NEL TEMPO

All’Udienza Generale del mercoledì. 26 novembre 1997

1. La celebrazione del Giubileo ci fa contemplare Gesù Cristo come punto di arrivo del tempo che lo precede e punto di partenza di quello che lo segue. Egli ha infatti inaugurato una storia nuova non solo per quanti credono in Lui, ma per l’intera comunità umana, perché la salvezza da Lui operata è offerta ad ogni uomo. Ormai in tutta la storia si diffondono misteriosamente i frutti della sua opera salvatrice. Con Cristo l’eternità ha fatto il suo ingresso nel tempo!
«In principio era il Verbo» (Gv 1,1). Con queste parole Giovanni comincia il suo Vangelo facendoci risalire al di là dell’inizio del nostro tempo, fino all’eternità divina. A differenza di Matteo e di Luca che si soffermano soprattutto sulle circostanze della nascita umana del Figlio di Dio, Giovanni punta lo sguardo sul mistero della sua preesistenza divina. In questa frase, «in principio» significa l’inizio assoluto, inizio senza inizio, l’eternità appunto. L’espressione fa eco a quella presente nel racconto della creazione: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gn 1,1). Ma nella creazione si trattava dell’inizio del tempo, mentre qui, ove si parla del Verbo, si tratta dell’eternità. Tra i due principi, la distanza è infinita. È la distanza tra il tempo e l’eternità, tra le creature e Dio.
2. Possedendo, come Verbo, un’esistenza eterna, Cristo ha un’origine che risale ben al di là della sua nascita nel tempo. Questa affermazione di Giovanni si fonda su di una precisa parola di Gesù stesso. Ai giudei che gli rimproverano la pretesa di aver visto Abramo pur non avendo ancora cinquanta anni, Gesù replica: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo venisse all’esistenza, Io Sono» (Gv 8,58). L’affermazione sottolinea il contrasto fra il divenire di Abramo e l’essere di Gesù. Il verbo genésthai usato nel testo greco per Abramo significa infatti «divenire» o «venire all’esistenza»: è il verbo adatto a designare il modo di esistere proprio delle creature. Al contrario solo Gesù può dire: «Io Sono», indicando con tale espressione la pienezza dell’essere che rimane al di sopra di ogni divenire. Egli esprime così la coscienza di possedere un essere personale eterno.
3. Applicando a sé l’espressione «Io Sono», Gesù fa suo il nome di Dio, rivelato a Mosè nell’Esodo. Dopo avergli dato la missione di liberare il suo popolo dalla schiavitù in Egitto, Jahvè, il Signore gli assicura assistenza e vicinanza, e quasi come pegno della sua fedeltà gli svela il mistero del suo nome: «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Mosè potrà dunque dire agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi» (ibid.). Questo nome esprime la presenza salvifica di Dio a favore del suo popolo, ma anche il suo mistero inaccessibile. Gesù fa suo questo nome divino. Nel Vangelo di Giovanni questa espressione appare più volte sulle sue labbra (cfr 8,24.28.58; 13,19). Con essa Gesù mostra efficacemente che l’eternità, nella sua persona, non solo precede il tempo, ma entra nel tempo.
Pur condividendo la condizione umana, Gesù ha coscienza del suo essere eterno che conferisce un valore superiore a tutta la sua attività. Egli stesso ha sottolineato questo valore eterno: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mc 13,31; par.). Le sue parole, come anche le sue azioni, hanno un valore unico, definitivo, e continueranno ad interpellare l’umanità sino alla fine dei tempi.
4. L’opera di Gesù comporta due aspetti strettamente uniti: è un’azione salvatrice, che libera l’umanità dal potere del male, ed è una nuova creazione, che procura agli uomini la partecipazione alla vita divina. La liberazione dal male era stata prefigurata nell’Antica Alleanza, ma solo Cristo la può pienamente realizzare. Solo Lui, come Figlio, dispone di un potere eterno sulla storia umana: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,36). La Lettera agli Ebrei sottolinea fortemente questa verità, mostrando come l’unico sacrificio del Figlio ci abbia ottenuto una «redenzione eterna» (9,12), superando di gran lunga il valore dei sacrifici dell’Antica Alleanza. La nuova creazione può essere realizzata soltanto da Colui che è onnipotente, poiché implica la comunicazione della vita divina all’esistenza umana.
5. La prospettiva dell’origine eterna del Verbo, particolarmente sottolineata dal Vangelo di Giovanni, ci stimola a penetrare nella profondità del mistero di Cristo. Andiamo, dunque, verso il Giubileo professando sempre più fortemente la nostra fede in Cristo, «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero». Queste espressioni del Credo ci aprono la via al mistero, sono un invito ad accostarlo. Gesù continua a testimoniare alla nostra generazione, come duemila anni fa ai suoi discepoli ed ascoltatori, la consapevolezza della sua identità divina: il mistero dell’Io Sono. Per questo mistero la storia umana non è più abbandonata alla caducità, ma ha un senso ed una direzione: è stata come fecondata dall’eternità. Per tutti risuona consolante la promessa che Cristo ha fatto ai suoi discepoli: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

GIOVANNI PAOLO II – TRIDUO PASQUALE – GIOVANNI PAOLO II PELLEGRINO A GERUSALEMME (1997)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1997/documents/hf_jp-ii_aud_26031997.html

GIOVANNI PAOLO II – TRIDUO PASQUALE – GIOVANNI PAOLO II PELLEGRINO A GERUSALEMME (1997)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì Santo, 26 marzo 1997

1. «Vexilla Regis prodeunt / fulget Crucis mysterium . . .».

Siamo nella Settimana Santa, giorni nei quali veneriamo il mistero della Croce. La Chiesa proclama con immensa commozione l’antico inno liturgico, trasmesso di generazione in generazione, e ripetuto nei secoli dai credenti. La «Settimana Santa», centro dell’Anno Liturgico, ci fa rivivere gli avvenimenti fondamentali della Redenzione legati alla morte e risurrezione di Gesù. Sono giorni commoventi e toccanti, colmi di una speciale atmosfera che investe tutti i cristiani. Giorni di silenzio interiore, di preghiera intensa e di profonda meditazione sugli eventi straordinari che hanno cambiato la storia dell’umanità e danno valore autentico alla nostra esistenza.
Oggi, alla vigilia del Sacro Triduo, desidero recarmi insieme a voi in pellegrinaggio, con la mente ed il cuore, a Gerusalemme. La liturgia stessa dei prossimi giorni ci guiderà: ci introdurrà nel Cenacolo, ci porterà sul Calvario ed infine davanti al Sepolcro nuovo scavato nella roccia.
2. Il Giovedì Santo troveremo nel Cenacolo di Gerusalemme del pane e del vino. Questo giorno ci riporta all’istituzione dell’Eucaristia, dono supremo dell’amore di Dio nel suo progetto di redenzione. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti negli anni 53-56, confermava i primi cristiani nella verità del «mistero eucaristico», comunicando loro quanto egli stesso aveva appreso: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo, che è per voi: fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice, dicendo: ‘Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me’» (1 Cor 11, 23-26).
Queste parole manifestano con chiarezza l’intenzione di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente col suo corpo « dato » e col suo sangue « versato » quale sacrificio della Nuova Alleanza. Al tempo stesso, Egli costituisce gli Apostoli e i loro successori ministri di questo Sacramento, che consegna alla sua Chiesa come prova suprema del suo amore.
Ecco il contenuto essenziale del Giovedì Santo. Ci conceda il Figlio di Dio di vivere questo giorno secondo le parole della bella preghiera bizantina: « O Figlio di Dio, fammi oggi partecipe della tua mistica Cena: io non svelerò il Mistero ai tuoi nemici, né ti darò il bacio di Giuda, ma come il buon ladrone ti confesserò: Ricordati di me, o Signore, quando sarai nel tuo Regno! » (Liturgia di San Basilio del Giovedì Santo, Canto alla Comunione).
3. Il Venerdì Santo contempleremo sul Calvario la Croce. « Ecce lignum Crucis . . . », « Ecco il legno della Croce, a cui fu appeso Cristo, Salvatore del mondo ». Rivivremo i « misteri dolorosi » della passione e morte di Gesù. Di fronte al Crocifisso ricevono drammatica rilevanza le parole da Lui pronunciate nel corso dell’Ultima Cena: «Questo è il sangue mio dell’alleanza, che è sparso per molti, in remissione dei peccati» (cfr Mc 14, 24; Mt 26, 28; Lc 22, 20). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante, la crocifissione. Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione umana. La salita al Calvario è stata una indescrivibile sofferenza, sfociata nel terribile supplizio della crocifissione. Quale mistero! Iddio, fattosi uomo, soffre per salvare l’uomo, caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità.
Il Venerdì Santo ci fa pensare al continuo succedersi di prove nella storia, tra le quali non possiamo dimenticare le tragedie dei nostri giorni. Come non ricordare a questo proposito le drammatiche vicende che ancor oggi insanguinano alcune nazioni del mondo? La passione del Signore continua nella sofferenza degli uomini. Continua particolarmente nel martirio di sacerdoti, religiose, religiosi e laici impegnati in prima fila nell’annuncio del Vangelo. Proprio l’altro ieri abbiamo celebrato la « giornata di preghiera e di digiuno per i missionari martiri »: la Comunità cristiana è invitata a meditare su tali eroiche testimonianze e a ricordare nella preghiera questi fratelli e sorelle che con la vita hanno pagato il prezzo della loro fedeltà a Cristo.
Il cristiano deve imparare a portare la sua croce con umiltà, fiducia e abbandono alla volontà di Dio, trovando sostegno e conforto, in mezzo alle tribolazioni della vita, nella Croce di Cristo. Che il Padre ci conceda in ogni momento difficile di poter pregare: « Adoramus Te, Christe, et benedicimus tibi . . . « , « Ti adoriamo, o Cristo, e Ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo ».
4. E dopo l’attesa del Sabato Santo, sperimenteremo la gioia della Santa Pasqua. Il Triduo Sacro si conclude nel radioso «mistero glorioso» della risurrezione di Cristo. Egli aveva predetto: «Il terzo giorno risorgerò!». E’ la vittoria definitiva della vita sulla morte.
La più solenne e la più grande delle celebrazioni cristiane, la Veglia pasquale, avverrà di notte. Una notte di attesa… ricca di luce: la notte del fuoco benedetto, la notte dell’acqua battesimale, la notte del Battesimo, della Cresima e dell’Eucaristia. Notte di Pasqua, di passaggio: il passaggio di Cristo dalla morte alla vita; il nostro passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio. Lo Spirito Santo ci conceda l’esultanza delle donne discepole del Signore, che – come pone in evidenza la liturgia bizantina – dissero agli Apostoli: « E’ stata sconfitta la morte; Cristo Dio è risorto elargendo al mondo la sua grande misericordia! » (Liturgia bizantina, Tropario del Sabato Santo, tono IV).
Ci accompagni in questo itinerario spirituale la Vergine Santissima, Lei che seguì Gesù nella sua passione e fu presente sotto la Croce alla sua morte. Ci introduca Maria nel mistero pasquale, perché con Lei possiamo sperimentare la letizia e la pace della Pasqua.

Saluti

 

GIOVANNI PAOLO II (sugli angeli) (1986)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1986/documents/hf_jp-ii_aud_19860806.html

GIOVANNI PAOLO II (sugli angeli) (1986)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 6 agosto 1986

1. Nelle recenti catechesi abbiamo visto come la Chiesa, illuminata dalla luce proveniente dalla Sacra Scrittura, ha professato lungo i secoli la verità sull’esistenza degli angeli come esseri puramente spirituali, creati da Dio. Lo ha fatto fin dall’inizio con il simbolo niceno-costantinopolitano e lo ha confermato nel Concilio Lateranense IV (1215), la cui formulazione è ripresa dal Concilio Vaticano I nel contesto della dottrina sulla creazione: Dio “creò insieme dal nulla fin dall’inizio del tempo l’una e l’altra creatura, quella spirituale e quella corporea, cioè l’angelica e la terrena, e quindi creò la natura umana come ad entrambi comune, essendo costituita di spirito e di corpo” (DS 3002). Ossia: Dio creò fin dal principio entrambe le realtà: quella spirituale e quella corporale, il mondo terreno e quello angelico. Tutto ciò egli creò insieme (“simul”) in ordine alla creazione dell’uomo, costituito di spirito e di materia e posto secondo la narrazione biblica nel quadro di un mondo già stabilito secondo le sue leggi e già misurato dal tempo (“deinde”).

2. Assieme all’esistenza, la fede della Chiesa riconosce certi tratti distintivi della natura degli angeli. Il loro essere puramente spirituale implica prima di tutto la loro non materialità e la loro immortalità. Gli angeli non hanno “corpo” (anche se in determinate circostanze si manifestano sotto forme visibili in ragione della loro missione a favore degli uomini) e quindi non sono soggetti alla legge della corruttibilità che accomuna tutto il mondo materiale. Gesù stesso, riferendosi alla condizione angelica, dirà che nella vita futura i risorti “non possono più morire, perché sono uguali agli angeli” (Lc 20, 36).

3. In quanto creature di natura spirituale, gli angeli sono dotati di intelletto e di libera volontà, come l’uomo, ma in grado a lui superiore, anche se sempre finito, per il limite che è inerente a tutte le creature. Gli angeli sono quindi esseri personali e, in quanto tali, sono anch’essi a “immagine e somiglianza” di Dio. La Sacra Scrittura si riferisce agli angeli adoperando anche appellativi non solo personali (come i nomi propri di Raffaele, Gabriele, Michele), ma anche collettivi” (come le qualifiche di Serafini, Cherubini Troni, Potestà, Dominazioni, Principati), così come opera una distinzione tra angeli e arcangeli. Pur tenendo conto del linguaggio analogico e rappresentativo del testo sacro, possiamo dedurre che questi esseri-persone, quasi raggruppati in società, si suddividono in ordini e gradi, rispondenti alla misura della loro perfezione e ai compiti loro affidati. Gli autori antichi e la stessa liturgia parlano anche dei cori angelici (nove, secondo Dionigi l’Areopagita). La teologia, specialmente quella patristica e medievale, non ha rifiutato queste rappresentazioni cercando invece di darne una spiegazione dottrinale e mistica, ma senza attribuirvi un valore assoluto. San Tommaso ha preferito approfondire le ricerche sulla condizione ontologica, sull’attività conoscitiva e volitiva e sulla elevazione spirituale di queste creature puramente spirituali, sia per la loro dignità nella scala degli esseri, sia perché in loro poteva meglio approfondire le capacità e le attività proprie dello spirito allo stato puro, traendone non poca luce per illuminare i problemi di fondo che da sempre agitano e stimolano il pensiero umano: la conoscenza, l’amore, la libertà, la docilità a Dio, il raggiungimento del suo regno.

4. Il tema cui abbiamo accennato potrà sembrare “lontano” oppure “meno vitale alla mentalità dell’uomo moderno. Eppure la Chiesa, proponendo con franchezza la totalità della verità su Dio Creatore anche degli angeli, crede di recare un grande servizio all’uomo. L’uomo nutre la convinzione che in Cristo, Uomo Dio, è lui (e non gli angeli) a trovarsi al centro della divina rivelazione. Ebbene, l’incontro religioso con il mondo degli esseri puramente spirituali diventa preziosa rivelazione del suo essere non solo corpo ma anche spirito, e della sua appartenenza a un progetto di salvezza veramente grande ed efficace, entro una comunità di esseri personali che per l’uomo e con l’uomo servono il disegno provvidenziale di Dio.

5. Notiamo che la Sacra Scrittura e la Tradizione chiamano propriamente angeli quegli spiriti puri che nella fondamentale prova di libertà hanno scelto Dio, la sua gloria e il suo regno. Essi sono uniti a Dio mediante l’amore consumato che scaturisce dalla beatificante visione, faccia a faccia, della santissima Trinità. Lo dice Gesù stesso: “Gli angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 10). Quel “vedere sempre la faccia del Padre” è la manifestazione più alta dell’adorazione di Dio. Si può dire che essa costituisce quella “liturgia celeste”, compiuta a nome di tutto l’universo, alla quale incessantemente si associa la terrena liturgia della Chiesa, specialmente nei suoi momenti culminanti. Basti qui ricordare l’atto col quale la Chiesa, ogni giorno e ogni ora, nel mondo intero, prima di dare inizio alla preghiera eucaristica nel cuore della santa Messa, si richiama “agli angeli e agli arcangeli” per cantare la gloria di Dio tre volte Santo, unendosi così a quei primi adoratori di Dio, nel culto e nell’amorosa conoscenza dell’ineffabile mistero della sua santità.

6. Sempre secondo la rivelazione, gli angeli, che partecipano alla vita della Trinità nella luce della gloria, sono anche chiamati ad avere la loro parte nella storia nella salvezza degli uomini, nei momenti stabiliti dal disegno della divina Provvidenza. “Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero inviati per servire coloro che devono entrare in possesso della salvezza?”, domanda l’autore della Lettera agli Ebrei (Eb 1, 14). E questo crede e insegna la Chiesa, in base alla Sacra Scrittura dalla quale apprendiamo che compito degli angeli buoni è la protezione degli uomini e la sollecitudine per la loro salvezza. Troviamo queste espressioni in diversi passi della Sacra Scrittura, come ad esempio nel Salmo 90 già più volte citato: “Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede” (Sal 90, 11-12). Gesù stesso, parlando dei bambini e ammonendo di non dar loro scandalo, si richiama ai “loro angeli” (Mt 18, 10); attribuisce inoltre agli angeli la funzione di testimoni nel supremo giudizio divino sulla sorte di chi ha riconosciuto o ha rinnegato il Cristo: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio” (Lc 12, 8-9). Queste parole sono significative perché se gli angeli prendono parte al giudizio di Dio, sono interessati alla vita dell’uomo. Interesse e partecipazione che sembrano ricevere una accentuazione nel discorso escatologico, nel quale Gesù fa intervenire gli angeli nella parusia, ossia nella definitiva venuta di Cristo alla fine della storia (cf. Mt 24, 31; 25, 31. 41).

7. Tra i libri del Nuovo Testamento, sono specialmente gli Atti degli apostoli che ci fanno conoscere alcuni fatti che attestano la sollecitudine degli angeli per l’uomo e per la sua salvezza. Così, quando l’angelo di Dio libera gli apostoli dalla prigione (cf. At 5, 18-20)e prima di tutto Pietro, che era minacciato di morte dalla mano di Erode. (cf. At 12, 5-10) O quando guida l’attività di Pietro nei riguardi del centurione Cornelio, il primo pagano convertito (cf. At 10, 3-8; 11, 12-16), e analogamente l’attività del diacono Filippo lungo la via da Gerusalemme a Gaza. (cf. At 8, 26-29)

Da questi pochi fatti citati a titolo esemplificativo, si comprende come nella coscienza della Chiesa abbia potuto formarsi la persuasione sul ministero affidato agli Angeli in favore degli uomini. Perciò la Chiesa confessa la sua fede negli angeli custodi, venerandoli nella liturgia con una festa apposita, e raccomandando il ricorso alla loro protezione con una preghiera frequente, come nell’invocazione dell’“Angelo di Dio”. Questa preghiera sembra fare tesoro delle belle parole di san Basilio: “Ogni fedele ha accanto a sé un angelo come tutore e pastore, per portarlo alla vita” (Adversus Eunomium, III,1; si veda anche san Tommaso, Summa Theologiae, I, q. 11, a. 3).

8. È infine opportuno notare che la Chiesa onora con culto liturgico tre figure di angeli, che nella Sacra Scrittura sono chiamati per nome. Il primo è Michele arcangelo (cf. Dn 10, 13. 20; Ap 12, 7; Gd 9). Il suo nome esprime sinteticamente l’atteggiamento essenziale degli spiriti buoni. “Mica-El” significa infatti: “Chi come Dio?”. In questo nome si trova dunque espressa la scelta salvifica grazie alla quale gli angeli “vedono la faccia del Padre” che è nei cieli. Il secondo è Gabriele: figura legata soprattutto al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. (cf. Lc 1, 19-26) Il suo nome significa: “la mia potenza è Dio” oppure “potenza di Dio”, quasi a dire che, al culmine della creazione, l’incarnazione è il segno supremo del Padre onnipotente. Infine il terzo arcangelo si chiama Raffaele. “Rafa-El” significa: “Dio guarisce”. Egli ci è fatto conoscere dalla storia di Tobia nell’Antico Testamento (cf. Tb 12, 15 ss), così significativa circa l’affidamento agli angeli dei piccoli figli di Dio, sempre bisognosi di custodia, di cura e di protezione.

A ben riflettere si vede che ciascuna di queste tre figure – Mica-El, Gabri-El, Rafa-El – riflette in modo particolare la verità contenuta nella domanda sollevata dall’autore della Lettera agli Ebrei: “Non sono forse essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono entrare in possesso della salvezza?” (Eb 1, 14).

Publié dans:ANGELI, PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 5 février, 2018 |Pas de commentaires »

NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA E SENZA PERDONO – GIOVANNI PAOLO II 2002, 2003

http://www.gliscritti.it/approf/gpao2/pace_giust.htm

NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA E SENZA PERDONO

DAI MESSAGGI PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2002 E 2003 DI GIOVANNI PAOLO II (TPFS*)

In questo momento di intensa preoccupazione e preghiera per la pace, vi proponiamo alcuni stralci degli ultimi messaggi del nostro Papa e Vescovo Giovanni Paolo II per la giornata mondiale della pace.
Così si esprimeva il cardinale Sodano su Avvenire del 18/03/2003: « Più che pacifista, il Papa è pacificatore ». Possano le sue parole e le sue preghiere essere ascoltate.

La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono. Ma come parlare, nelle circostanze attuali, di giustizia e insieme di perdono quali fonti e condizioni della pace? La mia risposta è che si può e si deve parlarne, nonostante la difficoltà che questo discorso comporta, anche perché si tende a pensare alla giustizia e al perdono in termini alternativi. Ma il perdono si oppone al rancore e alla vendetta, non alla giustizia. La vera pace, in realtà, è « opera della giustizia » (Is 32, 17). Come ha affermato il Concilio Vaticano II, la pace è « il frutto dell’ordine immesso nella società umana dal suo Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre più perfetta » (Costituzione pastorale Gaudium et spes, 78). Da oltre quindici secoli, nella Chiesa cattolica risuona l’insegnamento di Agostino di Ippona, il quale ci ha ricordato che la pace, a cui mirare con l’apporto di tutti, consiste nella tranquillitas ordinis, nella tranquillità dell’ordine (cfr De civitate Dei, 19, 13). La vera pace, pertanto, è frutto della giustizia, virtù morale e garanzia legale che vigila sul pieno rispetto di diritti e doveri e sull’equa distribuzione di benefici e oneri. Ma poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, esposta com’è ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, essa va esercitata e in certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati. Ciò vale tanto nelle tensioni che coinvolgono i singoli quanto in quelle di portata più generale ed anche internazionale. Il perdono non si contrappone in alcun modo alla giustizia, perché non consiste nel soprassedere alle legittime esigenze di riparazione dell’ordine leso. Il perdono mira piuttosto a quella pienezza di giustizia che conduce alla tranquillità dell’ordine, la quale è ben più che una fragile e temporanea cessazione delle ostilità, ma è risanamento in profondità delle ferite che sanguinano negli animi. Per un tale risanamento la giustizia e il perdono sono ambedue essenziali.
Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: ecco ciò che voglio annunciare in questo Messaggio a credenti e non credenti, agli uomini e alle donne di buona volontà, che hanno a cuore il bene della famiglia umana e il suo futuro.
Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: questo voglio ricordare a quanti detengono le sorti delle comunità umane, affinché si lascino sempre guidare, nelle loro scelte gravi e difficili, dalla luce del vero bene dell’uomo, nella prospettiva del bene comune.
Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: questo monito non mi stancherò di ripetere a quanti, per una ragione o per l’altra, coltivano dentro di sé odio, desiderio di vendetta, bramosia di distruzione.
(GIOVANNI PAOLO II dal messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace per l’anno 2002)

A voler guardare le cose a fondo, si deve riconoscere che la pace non è tanto questione di strutture, quanto di persone. Strutture e procedure di pace – giuridiche, politiche ed economiche – sono certamente necessarie e fortunatamente sono spesso presenti. Esse tuttavia non sono che il frutto della saggezza e dell’esperienza accumulata lungo la storia mediante innumerevoli gesti di pace, posti da uomini e donne che hanno saputo sperare senza cedere mai allo scoraggiamento. Gesti di pace nascono dalla vita di persone che coltivano nel proprio animo costanti atteggiamenti di pace. Sono frutto della mente e del cuore di « operatori di pace » (Mt 5, 9). Gesti di pace sono possibili quando la gente apprezza pienamente la dimensione comunitaria della vita, così da percepire il significato e le conseguenze che certi eventi hanno sulla propria comunità e sul mondo nel suo insieme. Gesti di pace creano una tradizione e una cultura di pace. La religione possiede un ruolo vitale nel suscitare gesti di pace e nel consolidare condizioni di pace. Essa può esercitare questo ruolo tanto più efficacemente, quanto più decisamente si concentra su ciò che le è proprio: l’apertura a Dio, l’insegnamento di una fratellanza universale e la promozione di una cultura di solidarietà.
La « Giornata di preghiera per la pace », che ho promosso ad Assisi il 24 gennaio 2002 coinvolgendo i rappresentanti di numerose religioni, aveva proprio questo scopo. Voleva esprimere il desiderio di educare alla pace attraverso la diffusione di una spiritualità e di una cultura di pace
E’ questo l’augurio che mi sale spontaneo dal profondo del cuore: che nell’animo di tutti possa sbocciare uno slancio di rinnovata adesione alla nobile missione che l’Enciclica Pacem in terris proponeva quarant’anni fa a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Tale compito, che l’Enciclica qualificava come « immenso », era indicato nel « ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà ». Il Papa precisava poi di riferirsi ai « rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche, da una parte, e, dall’altra, la comunità mondiale ». E concludeva ribadendo che l’impegno di « attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio costituiva un ufficio nobilissimo » (Pacem in terris, V). Accompagno questi auspici con la preghiera a Dio Onnipotente, sorgente di ogni nostro bene. Egli, che dalle condizioni di oppressione e di conflitto ci chiama alla libertà e alla cooperazione per il bene di tutti, aiuti le persone in ogni angolo della terra a costruire un mondo di pace, sempre più saldamente fondato sui quattro pilastri che il beato Giovanni XXIII ha indicato a tutti nella sua storica Enciclica: verità, giustizia, amore e libertà.
(GIOVANNI PAOLO II dal messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace per l’anno 2003)

GIOVANNI PAOLO II – PREGHIERA – IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA 2002

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/2002/december/documents/hf_jp-ii_spe_20021208_immacolata.html

SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

PREGHIERA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

II Domenica di Avvento

Piazza di Spagna, 8 dicembre 2002

1. Ave Maria, gratia plena!
Vergine Immacolata, eccomi ancora una volta ai tuoi piedi
con animo commosso e riconoscente.
Torno in questa storica Piazza di Spagna
nel giorno solenne della tua festa
a pregare per l’amata città di Roma,
per la Chiesa, per il mondo intero.
In Te, « umile ed alta più che creatura »,
la grazia divina ha riportato piena vittoria sul male.
Preservata da ogni macchia di colpa,
Tu sei per noi, pellegrini sulle strade del mondo,
luminoso modello di coerenza evangelica
e pegno validissimo di sicura speranza.

2. Vergine Madre, Salus Populi Romani!
Veglia, Ti prego, sull’amata Diocesi di Roma:
su Pastori e fedeli, su parrocchie e comunità religiose.
Veglia specialmente sulle famiglie:
tra i coniugi regni sempre l’amore, suggellato dal Sacramento,
i figli camminino sulle vie del bene e della vera libertà,
gli anziani si sentano avvolti da attenzione ed affetto.
Suscita, Maria, in tanti giovani cuori
risposte radicali alla « chiamata per la missione »,
tema sul quale la Diocesi va riflettendo in questi anni.
Grazie ad una intensa pastorale vocazionale,
Roma sia ricca di nuove forze giovanili,
dedite con entusiasmo all’annuncio del Vangelo
nella Città e nel mondo.

3. Vergine Santa, Regina degli Apostoli!
Assisti chi, con lo studio e la preghiera,
si prepara ad operare sulle molteplici frontiere
della nuova evangelizzazione.
Oggi Ti affido, in modo speciale,
la comunità del Pontificio Collegio Urbano,
la cui sede storica si trova
proprio di fronte a questa Colonna.
Tale benemerita istituzione,
fondata 375 anni or sono
dal Papa Urbano VIII per la formazione dei missionari,
possa continuare efficacemente il suo servizio ecclesiale.
Quanti vi sono accolti, seminaristi e sacerdoti,
religiosi, religiose e laici,
siano pronti a mettere le loro energie
a disposizione di Cristo nel servizio al Vangelo
sino agli estremi confini della terra.

4. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis!
Prega, o Madre, per tutti noi.
Prega per l’umanità che soffre miseria e ingiustizia,
violenza e odio, terrore e guerre.
Aiutaci a contemplare col santo Rosario
i misteri di Colui che « è la nostra pace »,
affinché ci sentiamo tutti coinvolti
in un preciso impegno di servizio alla pace.
Abbi uno sguardo di particolare attenzione
alla terra in cui desti alla luce Gesù,
terra che insieme avete amato
e che ancor oggi è tanto provata.
Prega per noi, Madre della speranza!
« Donaci giorni di pace, veglia sul nostro cammino.
Fa’ che vediamo il tuo Figlio,
pieni di gioia nel cielo ». Amen! 

Publié dans:PAPA GIOVANNI PAOLO II, preghiere |on 9 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...