Archive pour la catégorie 'Letteratura Italiana'

AMOR DE CARITATE di Jacopone da Todi

http://www.letturegiovani.it/semprenatale/Natale/grandi_autori/AMOR%20DE%20CARITATE.htm

AMOR DE CARITATE

di Jacopone da Todi

En Cristo è nata nova creatura,
spogliato l vecchio om, fatto novello;
ma tanto l’amor monta con ardura,
lo cor par che se fenda con coltello;
mente con senno tolle tal calura,
Cristo me trae tutto, tanto è bello!
Abbracciome con ello per amor sì claro:
« Amor, cui anto bramo, famme morir d’amore!

Per te, amor consumome languendo,
e vo stridendo per te abbracciare;
quando te parti, sì moio vivendo,
sospiro e piango per te retrovare;
e, retornando, el cor se va stendendo,
ch’en te se possa tutto trasformare;
donqua, più non tardare, amor, or me sovvene,
ligato sì me tene, consumame lo core!

Resguarda, dolce amor, la pena mia!
Tanto calore non posso patire:
l’amor m’ha preso, non so do’ me sia,
che faccio o dico non posso sentire;
como stordito sì vo per la via,
spesso trangoscio per forte languire;
non so co sofferire possa tale tormento,
e però me sento, che m’ha secco lo core.

Cor m’e furato: non posso vedere
che deggia fare, o che spesso faccia;
e chi me vede, dice vol sapere
amor senza atto se a te, Cristo piaccia.
Se non te piace, che posso valere?
De tal mesura la mente m’allaccia
l’amor che sì m’abbraccia, tolleme lo parlare,
volere ed operare, perdo tutto sentore.

Publié dans:Letteratura Italiana, NATALE 2015 |on 19 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PASCOLI « LA MIA SERA »

http://balbruno.altervista.org/index-2194.html

(sul sito c’è un commento alla poesia e..troppa pubblicità, purtroppo)

GIOVANNI PASCOLI « LA MIA SERA »

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera.
E’, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l’ebbero intera.
Nè io … che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don … Don … E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra …
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era …
sentivo mia madre … poi nulla …
sul far della sera.

 

Publié dans:Letteratura Italiana, POESIE |on 6 mai, 2015 |Pas de commentaires »

Il Natale – Alessandro Manzoni

dal sito:

http://www.ilnatale.org/leggende/natale-manzoni.htm

IL NATALE

Alessandro Manzoni

Qual masso che dal vertice
di lunga erta montana,
abbandonato all’impeto
di rumorosa frana,
per lo scheggiato calle
precipitando a valle,
barre sul fondo e sta;

là dove cadde, immobile
giace in sua lenta mole;
né, per mutar di secoli,
fia che riveda il sole
della sua cima antica,
se una virtude amica
in alto nol trarrà:

tal si giaceva il misero
figliol del fallo primo,
dal dì che un’ineffabile
ira promessa all’imo
d’ogni malor gravollo,
donde il superbo collo
più non potea levar.

Qual mai tra i nati all’odio,
quale era mai persona
che al Santo inaccessibile
potesse dir: perdona?
far novo patto eterno?
al vincitore inferno
la preda sua strappar?

Ecco ci è nato un Pargolo,
ci fu largito un Figlio:
le avverse forze tremano
al mover del suo ciglio:
all’ uom la mano Ei porge,
che sì ravviva, e sorge
oltre l’antico onor.

Dalle magioni eteree
sgorga una fonte, e scende,
e nel borron de’ triboli
vivida si distende:
stillano mele i tronchi
dove copriano i bronchi,
ivi germoglia il fior.

O Figlio, o Tu cui genera
l’Eterno, eterno seco;
qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
non ti comprende il giro:
la tua parola il fe’.

E Tu degnasti assumere
questa creata argilla?
qual merto suo, qual grazia
a tanto onor sortilla
se in suo consiglio ascoso
vince il perdon, pietoso
immensamente Egli è.

Oggi Egli è nato: ad Efrata,
vaticinato ostello,
ascese un’alma Vergine,
la gloria d’lsraello,
grave di tal portato
da cui promise è nato,
donde era atteso usci.

La mira Madre in poveri
panni il Figliol compose,
e nell’umil presepio
soavemente il pose;
e l’adorò: beata!
innazi al Dio prostrata,
che il puro sen le aprì.

L’Angel del cielo, agli uomini
nunzio di tanta sorte,
non de’ potenti volgesi
alle vegliate porte;
ma tra i pastor devoti,
al duro mondo ignoti,
subito in luce appar.

E intorno a lui per l’ampia
notte calati a stuolo,
mille celesti strinsero
il fiammeggiante volo;
e accesi in dolce zelo,
come si canta in cielo
A Dio gloria cantar.

L’allegro inno seguirono,
tornando al firmamento:
tra le varcare nuvole
allontanossi, e lento
il suon sacrato ascese,
fin che più nulla intese
la compagnia fedel.

Senza indugiar, cercarono
l’albergo poveretto
que’ fortunati, e videro,
siccome a lor fu detto
videro in panni avvolto,
in un presepe accolto,
vagire il Re del Ciel.

Dormi, o Fanciul; non piangere;
dormi, o Fanciul celeste:
sovra il tuo capo stridere
non osin le tempeste,
use sull’empia terra,
come cavalli in guerra,
correr davanti a Te.

Dormi, o Celeste: i popoli
chi nato sia non sanno;
ma il dì verrà che nobile
retaggio tuo saranno;
che in quell’umil riposo,
che nella polve ascoso,
conosceranno il Re.

Publié dans:Letteratura Italiana, NATALE 2010 |on 2 décembre, 2010 |Pas de commentaires »

Giosuè Carducci: Sogno d’Estate

ho ancora qualche vecchio libro di poesie, di letteratura italiana, vale la pena di sfogliarla ogni tanto:

Giosuè Carducci

Sogno d’Estate  
Tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti
la calda ora mi vinse: chinommisi il capo tra ‘l sonno
in riva di Scamandro, ma il cor mi fuggì su ‘l Tirreno.
Sognai, placide cose de’ miei novelli anni sognai.
Non più libri: la stanza da ‘l sole di luglio affocata,
rintronata da i carri rotolanti su ‘l ciottolato
de la città, slargossi: sorgeanmi intorno i miei colli,
cari selvaggi colli che il giovane april rifioría.
Scendeva per la piaggia con mormorii freschi un zampillo
pur divenendo rio: su ‘l rio passeggiava mia madre
florida ancor ne gli anni, traendosi un pargolo a mano
cui per le spalle bianche splendevano i riccioli d’oro.
Andava il fanciulletto con piccolo passo di gloria,
superbo de l’amore materno, percosso nel core
da quella festa immensa che l’alma natura intonava.
Però che le campane sonavano su da ‘l castello
annunziando Cristo tornante dimane a’ suoi cieli;
e su le cime e al piano, per l’aure, pe’ rami, per l’acque,
correa la melodia spiritale di primavera;
ed i peschi ed i meli tutti eran fior’ bianchi e vermigli,
e fior’ gialli e turchini ridea tutta l’erba al di sotto,
ed il trifoglio rosso vestiva i declivii de’ prati,
e molli d’auree ginestre si paravano i colli,
e un’aura dolce movendo quei fiori e gli odori
veniva giú dal mare; nel mar quattro candide vele
andavano andavano cullandosi lente nel sole,
che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva.
La giovine madre guardava beata nel sole.
Io guardava la madre, guardava pensoso il fratello,
questo che or giace lungi su ‘l poggio d’Arno fiorito,
quella che dorme presso ne l’erma solenne Certosa;
pensoso e dubitoso s’ancora ei spirassero l’aure
o ritornasser pii del dolor mio da una plaga
ove tra note forme rivivono gli anni felici.
Passar le care imagini, disparvero lievi co ‘l sonno.
Lauretta empieva intanto di gioia canora le stanze,
Bice china al telaio seguía cheta l’opra de l’ago.

Publié dans:Letteratura Italiana |on 20 avril, 2009 |Pas de commentaires »

Alessandro Manzoni : Regala ciò che non hai

REGALA CIÒ CHE NON HAI 

Occupati dei guai,
dei problemi del tuo prossimo.
Prenditi a cuore gli affanni,
le esigenze di chi ti sta vicino.
Regala agli altri la luce che non hai,
la forza che non possiedi,
la speranza che senti vacillare in te,
la fiducia di cui sei privo.
Illuminali dal tuo buio.
Arricchiscili con la tua povertà.
Regala un sorriso
quando hai voglia di piangere.
Produci serenità
dalla tempesta che hai dentro.
“Ecco, quello che non hai, te lo do”.
Questo è il tuo paradosso.
Ti accorgerai che la gioia
a poco a poco entrerà in te,
invaderà il tuo essere,
diventerà veramente tua
nella misura in cui
l’avrai regalata agli altri.

A. Manzoni

Publié dans:Letteratura Italiana |on 9 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

ALESSANDRO MANZONI – INNI SACRI – OGNISSANTI

ALESSANDRO MANZONI – INNI SACRI

OGNISSANTI


Cercando col cupido sguardo,
Tra il vel della nebbia terrena,
Quel sol che in sua limpida piena
V’avvolge or beati lassù;

Il secol vi sdegna, e superbo 5
Domanda qual merto agli altari
V’addusse; che giovin gli avari
Tesor di solinghe virtù.

A Lui che nell’erba del campo
La spiga vitale ripose, 10
Il fil di tue vesti compose,
Del farmaco i succhi temprò;

Che il pino inflessibile agli austri,
Che docile il salcio alla mano,
Che il larice ai verni, e l’ontano 15
Durevole all’acque creò;

A Quello domanda, o sdegnoso,
Perché sull’inospite piagge,
All’alito d’aure selvagge,
Fa sorgere il tremulo fior, 20

Che spiega dinanzi a Lui solo
La pompa del candido velo,
Che spande ai deserti del cielo
Gli olezzi del calice, e muor.

E voi che, gran tempo, per ciechi 25
Sentier di lusinghe funeste
Correndo all’abisso, cadeste
In grembo a un’immensa pietà;

E come l’umor, che nel limo
Errava sotterra smarrito, 30
Da subita vena rapito,
Che al giorno la strada gli fa,

Si lancia, e seguendo l’amiche
Angustie con ratto gorgoglio,
Si vede d’in cima allo scoglio 35
In lucido sgorgo apparir;

Sorgeste già puri, e la vetta,
Sorgendo, toccaste, dolenti
E forti, a magnanimi intenti
Nutrendo nel pianto l’ardir; 40

Un timido ossequio non veli
Le piaghe che il fallo v’impresse:
Un segno divino sovr’esse
La man, che le chiuse, lasciò.

Tu sola a Lui festi ritorno 45
Ornata del primo suo dono;
Te sola più su del perdono
L’Amor che può tutto locò;

Te sola dall’angue nemico
Non tocca né prima né poi; 50
Dall’angue, che appena su noi
L’indegna vittoria compiè,

Traendo l’oblique rivolte,
Rigonfio e tremante, tra l’erba,
Sentì sulla testa superba 55
Il peso del puro tuo piè.

Publié dans:Letteratura Italiana |on 2 novembre, 2008 |Pas de commentaires »

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