Archive pour mai, 2016

Impollinazione (vi avverto che fa un po’ schifo!)

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Publié dans:fiori e piante, You tube |on 23 mai, 2016 |Pas de commentaires »

LO SPIRITO DI FRANCESCO : LA PERFETTA LETIZIA (si ritiene autentica)

http://www.diquipassofrancesco.it/It/index.asp?page=LaPerfettaLetizia

LO SPIRITO DI FRANCESCO : LA PERFETTA LETIZIA (si ritiene autentica)

Come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose quelle cose che sono perfetta letizia.

Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angioli con frate Lione a tempo di verno, e ‘l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse così: “Frate Lione avvegnadiochè li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione; nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia”. E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: “O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti, iscacci le dimonia, renda l’udire alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch’è maggior cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”. Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: “O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d’Agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e dè pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”. E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: “O frate Lione, benché ‘l frate Minore sapesse sì bene predicare, che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia”.
E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione con grande ammirazione il domandò e disse: “Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia. E santo Francesco sì gli rispose: “Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto ed afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: “Chi siete voi?” E noi diremo: “Noi siamo due de’ vostri frati, e colui dirà: “Voi non dite il vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via” e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gottate dicendo: “Partitevi quinci, ladroncelli vivissimi, andate allo spedale, chè qui non mangerete voi né albergherete” se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: “Costoro sono gaglioffi, importuni, io li pagherò bene come sono degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza pensando le pene di Cristo Benedetto le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: “Che hai tu, che tu non abbi da Dio? E se tu lo hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo”.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

Fioretti di San Francesco n° 1836 – 4292

A cui è bello accostare la
Lettera di San Giacomo 1, 2–4

“Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla.”

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La versione che segue è attribuita allo stesso Francesco ed è quindi precedente a quella molto più conosciuta dei Fioretti che sono del 1300 ovvero dopo che erano state fatte sparire le prime leggende (parola che a quel tempo voleva dire biografie) e quando le sole Leggende che circolavano erano la Maggiore e la Minore di San Bonaventura, agiografie vere e proprie.
In questa prima versione traspare tutto il dolore di Francesco messo fuori dai suoi, è meno colorita di quella dei Fioretti ma, a mio avviso, molto più vera…forse troppo vera per essere divulgata come è quella dei Fioretti…

Della vera e Perfetta Letizia
Lo stesso fra Leonardo riferì che un giorno il beato Francesco , presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: « Frate Leone, scrivi » questi rispose: « Eccomi, sono pronto ». « Scrivi- disse – quale è la vera letizia « 
« Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’ordine; scrivi: Non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia ».
« Ma quale è la vera letizia? »
« Ecco, io torno da Perugia e, a notte fonda, giungo qui, ed è inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo del ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: « Chi è? ». Io rispondo: « Frate Francesco ». E quegli dice: « Vattene, non è ora decente, questa, di andare in giro, non entrerai ». E poiché io insisto ancora, l’altro risponde:
« Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te ».
E io sempre resto davanti la porta e dico: « Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte ».
E quegli risponde: « Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là ».
Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima ».

Fonti francescane 

Publié dans:SAN FRANCESCO D'ASSISI |on 21 mai, 2016 |Pas de commentaires »

DUE CALCI IN PARADISO

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/2010/200q04a1.html

DUE CALCI IN PARADISO

di Gaetano Vallini

Il calcio come metafora della vita. Fin qui nulla di nuovo. Ma se a questo si aggiunge che il calcio mette in campo la libertà dell’uomo, quella che può fare del suo ideale una realizzazione compiuta nella forma di una convivenza possibile, il discorso si fa ancora più impegnativo. Diventa addirittura arduo se dalla sociologia e dalla filosofia si passa nientemeno che alla teologia, attribuendo al gioco più popolare del mondo una visione escatologica, una sorta di utopia attraverso la quale riuscire a scorgere un indizio di paradiso. Un’enormità. Eppure è ciò che sostiene Bernhard Welte (1906-1983), uno dei maggiori filosofi della religione, in un saggio del 1978 dal titolo « La partita come simbolo della vita. Riflessioni filosofico-teologiche sul gioco del calcio ».
Oggi quel testo, tratto da una conferenza, viene riproposto da Morcelliana, insieme con un altro breve lavoro del 1982 su « L’esistenza nel simbolo del gioco », nel volumetto Filosofia del calcio (Brescia, 2010, pagine 65, euro 8). E così facendo si porta la speculazione sul football a un livello ben superiore e impegnativo di quello che trova quotidianamente spazio sui mezzi di informazione.
« Il gioco della palla – scrive in un’ampia introduzione Oreste Tolone, che ha curato anche la traduzione dei due saggi – non è soltanto un modo per tirare un calcio a una sfera e imprimerle una traiettoria imprevista, introducendo così nel mondo una variabile impazzita; non è solo una testimonianza della creatività irriducibile dell’uomo. Giocando l’uomo aspira a una realtà diversa, superiore, di cui fa esperienza proprio in un rettangolo di gioco, al cui interno vigono leggi e norme del tutto speciali ».
Partendo da questa base, per giungere alla sua teoria Welte fa sintesi di molteplici letture filosofiche del calcio. Il quale non è solamente retaggio di un passato arcaico in una società ormai evoluta. Così come non è solo un’astuzia della vita, che ne utilizza le energie come strumento pedagogico per le nuove generazioni; e neppure una trovata della società per contenere l’aggressività derivante dalla progressiva interdizione della violenza. Non è, infine, un mero strumento politico all’interno di una società di massa sempre più sensibile alla spettacolarizzazione degli eventi. Per il filosofo, sintetizza Tolone, « il calcio, oltre a essere tutto questo, potrebbe rappresentare un modo singolare di delineare mondi alternativi, di ipotizzare regni diversi da quello vigente, nei quali si affermino forme di convivenza più avanzate, pacifiche, o addirittura in grado di anticipare in terra il regno di Dio ».
Ma come arriva Welte a una conclusione tanto suggestiva quanto sorprendente? Inserendosi nella linea interpretativa di Eugen Fink, secondo il quale il gioco del calcio appare come « un’oasi dell’eternità, una sospensione improvvisa della realtà in cui il comportamento non è più direzionato, finalizzato, né afflitto dalla tensione verso l’avvenire ». Così, la partita di calcio « ha la caratteristica di un’estasi, di una redenzione temporanea, nella quale, per un attimo, l’uomo attinge direttamente alla quiete e alla creatività di un altro mondo ».
Anche secondo Welte il calcio è una metafora della vita, di cui si sentono parte e protagonisti sia gli atleti in campo sia gli spettatori. Al pari della vita, la partita è un evento unico, che continua a riproporsi nel tempo ogni volta come se fosse il solo ad avere senso e come se fosse l’ultimo, la sfida definitiva, caricandosi di un valore che va molto al di là del significato oggettivo dell’incontro. Tutto ciò ha origine nella parentela che il calcio – archetipo del comportamento umano – ha con il mito e rintraccia un senso nell’affascinante simbolo dell’ordine continuamente desiderato e richiesto, profondamente radicato nella natura umana.
« Il gioco – spiega ancora il filosofo – sembra insegnare che c’è un orizzonte di conflitti legittimi ». Però, aggiunge, esso sottostà a una regola, per così dire a un rituale, che ha una sua precisa funzione: garantire parità di possibilità a entrambi i contendenti attraverso norme oggettivabili. « Tale rituale normativo – afferma Welte – da un lato fornisce alla gara e alle sue situazioni conflittuali una forma dotata di senso. Soprattutto, però, distingue una forma di disputa agonistica significativa da una forma insensata e cattiva ». Insomma, le norme servono a contenere l’agonismo, anima del combattimento, evitando che degeneri. L’autore vede in questo lo specchio di una dialettica della storia che continua « a volersi rappacificare senza poterlo fare mai del tutto ». Così, aggiunge, « l’archetipo mitico su cui l’intera vicenda storica è e deve essere misurata diventa, almeno in quanto gioco, realtà ».
Tutto ciò « permette e addirittura richiede – sostiene il filosofo – un’interpretazione teologica ». Il gioco, in tale ottica, sarebbe « un’espressione del principio di speranza », ovvero « di una forma di vita che, nella sua natura pacificata, non dovrebbe essere monotona per mancanza di vivaci conflitti, e che nella sua vivacità e audacia non dovrebbe mai essere ostile. Non è questa – si chiede Welte – un’anticipazione di ciò che nella Bibbia viene profetizzato come il regno di Dio? »
Tuttavia in questa visione escatologica occorre avere chiaro un concetto: tutti i tentativi di attuare la speranza, non solo il gioco, « rimarranno dal canto loro sempre anticipazioni e la spcalcio

calceranza non verrà mai completamente soddisfatta all’interno della storia. La speranza, per poter rimanere tale, deve sperare al di là di ogni storia. La speranza e la sua anticipazione esigono una reale configurazione della storia: richiedono e necessitano di uomini nella storia, ma rimandano in conclusione al di là di ogni storia, nel mistero, che è più grande di tutto ciò che è umano e che tuttavia è il solo capace di rendere del tutto umana, nell’uomo, ogni cosa: nel mistero di Dio e del suo regno, nel quale speriamo e per il quale preghiamo ».
Dopo aver letto una tale interpretazione, affascinante e impegnativa, quasi azzardata, viene spontaneo ripensare a tante partite di calcio considerate epiche, consegnate alla moderna mitologia, e ai leggendari eroi che vi presero parte. Allora come non leggere in esse qualcosa che va oltre l’agire umano per collocarsi nella sfera dell’insondabile? Come non vedere nelle imprese degli atleti più dotati di classe e creatività, di istinto e di intelligenza, una scintilla di divinità? Come non riconoscere in un gesto tecnico sublime o in un gol meraviglioso, affidati per sempre agli almanacchi e ai manuali del calcio, un soffio di soprannaturale?
Con un solo dubbio, ora: c’era davvero qualcosa di trascendente nella famosa « mano di dio », quella con la quale l’argentino Maradona segnò una rete storica all’Inghilterra ai mondiali del 1986?

(L’Osservatore Romano 1 settembre 2010)

Publié dans:FOOTBALL, OSSEERVATORE ROMANO |on 20 mai, 2016 |Pas de commentaires »

LEOPARDI – ELOGIO DEGLI UCCELLI

http://www.leopardi.it/operette_morali17.php

LEOPARDI – ELOGIO DEGLI UCCELLI

LE OPERETTE MORALI

Amelio filosofo solitario, stando una mattina di primavera, co’ suoi libri, seduto all’ombra di una sua casa in villa, e leggendo; scosso dal cantare degli uccelli per la campagna, a poco a poco datosi ad ascoltare e pensare, e lasciato il leggere; all’ultimo pose mano alla penna, e in quel medesimo luogo scrisse le cose che seguono.
Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo. Non dico ciò in quanto se tu li vedi o gli odi, sempre ti rallegrano; ma intendo di essi medesimi in sé, volendo dire che sentono giocondità e letizia più che alcuno altro animale. Si veggono gli altri animali comunemente seri e gravi; e molti di loro anche paiono malinconici: rade volte fanno segni di gioia, e questi piccoli e brevi; nella più parte dei loro godimenti e diletti, non fanno festa, né significazione alcuna di allegrezza; delle campagne verdi, delle vedute aperte e leggiadre, dei soli splendidi, delle arie cristalline e dolci, se anco sono dilettati, non ne sogliono dare indizio di fuori: eccetto che delle lepri si dice che la notte, ai tempi della luna, e massime della luna piena, saltano e giuocano insieme, compiacendosi di quel chiaro, secondo che scrive Senofonte. Gli uccelli per lo più si dimostrano nei moti e nell’aspetto lietissimi; e non da altro procede quella virtù che hanno di rallegrarci colla vista, se non che le loro forme e i loro atti, universalmente, sono tali, che per natura dinotano abilità e disposizione speciale a provare godimento e gioia: la quale apparenza non è da riputare vana e ingannevole. Per ogni diletto e ogni contentezza che hanno, cantano; e quanto è maggiore il diletto o la contentezza, tanto più lena e più studio pongono nel cantare. E cantando buona parte del tempo, s’inferisce che ordinariamente stanno di buona voglia e godono. E se bene è notato che mentre sono in amore, cantano meglio, e più spesso, e più lungamente che mai; non è da credere però, che a cantare non li muovano altri diletti e altre contentezze fuori di queste dell’amore. Imperocché si vede palesemente che al dì sereno e placido, cantano più che all’oscuro e inquieto: e nella tempesta si tacciono, come anche fanno in ciascuno altro timore che provano; e passata quella, tornano fuori cantando e giocolando gli uni cogli altri. Similmente si vede che usano di cantare in sulla mattina allo svegliarsi; a che sono mossi parte dalla letizia che prendono del giorno nuovo, parte da quel piacere che è generalmente a ogni animale sentirsi ristorati dal sonno e rifatti. Anche si rallegrano sommamente delle verzure liete, vallette fertili, delle acque pure e lucenti, del paese bello. Nelle quali cose è notabile che quello che pare ameno e leggiadro a noi, quello pare anche a loro; come si può conoscere dagli allettamenti coi quali sono tratti alle reti o alle panie, negli uccellari e paretai. Si può conoscere altresì dalla condizione di quei luoghi alla campagna, nei quali per l’ordinario è più frequenza di uccelli, e il canto loro assiduo e fervido. Laddove gli altri animali, se non forse quelli che sono dimesticati e usi a vivere cogli uomini, o nessuno o pochi fanno quello stesso giudizio che facciamo noi, dell’amenità e della vaghezza dei luoghi. E non è da maravigliarsene: perocché non sono dilettati se non solamente dal naturale. Ora in queste cose, una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura. Dicono alcuni, e farebbe a questo proposito, che la voce degli uccelli è più gentile e più dolce, e il canto più modulato, nelle parti nostre, che in quelle dove gli uomini sono selvaggi e rozzi; e conchiudono che gli uccelli, anco essendo liberi, pigliano alcun poco della civiltà di quegli uomini alle cui stanze sono usati.
O che questi dicano il vero o no, certo fu notabile provvedimento della natura l’assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo; in guisa che quelli che avevano a ricreare gli altri viventi colla voce, fossero per l’ordinario in luogo alto; donde ella si spandesse all’intorno per maggiore spazio, e pervenisse a maggior numero di uditori. E in guisa che l’aria, la quale si è l’elemento destinato al suono, fosse popolata di creature vocali e musiche. Veramente molto conforto e diletto ci porge, e non meno, per mio parere, agli altri animali che agli uomini, l’udire il canto degli uccelli. E ciò credo io che nasca principalmente, non dalla soavità de’ suoni, quanta che ella si sia, né dalla loro varietà, né dalla convenienza scambievole; ma da quella significazione di allegrezza che è contenuta per natura, sì nel canto in genere, e sì nel canto degli uccelli in ispecie. Il quale è, come a dire, un riso, che l’uccello fa quando egli si sente star bene e piacevolmente.
Onde si potrebbe dire in qualche modo, che gli uccelli partecipano del privilegio che ha l’uomo di ridere: il quale non hanno gli altri animali; e perciò pensarono alcuni che siccome l’uomo è definito per animale intellettivo o razionale, potesse non meno sufficientemente essere definito per animale risibile; parendo loro che il riso non fosse meno proprio e particolare all’uomo, che la ragione. Cosa certamente mirabile è questa, che nell’uomo, il quale infra tutte le creature è la più travagliata e misera, si trovi la facoltà del riso, aliena da ogni altro animale. Mirabile ancora si è l’uso che noi facciamo di questa facoltà: poiché si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in grande tristezza d’animo, altri che quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, e privi di ogni speranza; nondimeno ridere. Anzi, quanto conoscono meglio la vanità dei predetti beni, e l’infelicità della vita; e quanto meno sperano, e meno eziandio sono atti a godere; tanto maggiormente sogliono i particolari uomini essere inclinati al riso. La natura del quale generalmente, e gl’intimi principii e modi, in quanto si è a quella parte che consiste nell’animo, appena si potrebbero definire e spiegare; se non se forse dicendo che il riso e specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento e delirio. Perciocché gli uomini, non essendo mai soddisfatti né mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono aver causa di riso che sia ragionevole e giusta. Eziandio sarebbe curioso a cercare, donde e in quale occasione più verisimilmente, l’uomo fosse recato la prima volta a usare e a conoscere questa sua potenza. Imperocché non è dubbio che esso nello stato primitivo e selvaggio, si dimostra per lo più serio, come fanno gli altri animali; anzi alla vista malinconico. Onde io sono di opinione che il riso, non solo apparisse al mondo dopo il pianto, della qual cosa non si può fare controversia veruna; ma che penasse un buono spazio di tempo a essere sperimentato e veduto primieramente. Nel qual tempo, né la madre sorridesse al bambino, né questo riconoscesse lei col sorriso, come dice Virgilio. Che se oggi, almeno dove la gente è ridotta a vita civile, incominciano gli uomini a ridere poco dopo nati; fannolo principalmente in virtù dell’esempio, perché veggono altri che ridono. E crederei che la prima occasione e la prima causa di ridere, fosse stata agli uomini la ubbriachezza; altro effetto proprio e particolare al genere umano. Questa ebbe origine lungo tempo innanzi che gli uomini fossero venuti ad alcuna specie di civiltà; poiché sappiamo che quasi non si ritrova popolo così rozzo, che non abbia provveduto di qualche bevanda o di qualche altro modo da inebbriarsi, e non lo soglia usare cupidamente. Delle quali cose non è da maravigliare; considerando che gli uomini, come sono infelicissimi sopra tutti gli altri animali, eziandio sono dilettati più che qualunque altro, da ogni non travagliosa alienazione di mente, dalla dimenticanza di se medesimi, dalla intermissione, per dir così, della vita; donde o interrompendosi o per qualche tempo scemandosi loro il senso e il conoscimento dei propri mali, ricevono non piccolo benefizio. E in quanto al riso, vedesi che i selvaggi, quantunque di aspetto seri e tristi negli altri tempi, pure nella ubbriachezza ridono profusamente; favellando ancora molto e cantando, contro al loro usato. Ma di queste cose tratterò più distesamente in una storia del riso, che ho in animo di fare: nella quale, cercato che avrò del nascimento di quello, seguiterò narrando i suoi fatti e i suoi casi e le sue fortune, da indi in poi, fino a questo tempo presente; nel quale egli si trova essere in dignità e stato maggiore che fosse mai; tenendo nelle nazioni civili un luogo, e facendo un ufficio, coi quali esso supplisce per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù, dalla giustizia, dall’onore e simili; e in molte cose raffrenando e spaventando gli uomini dalle male opere. Ora conchiudendo del canto degli uccelli, dico, che imperocché la letizia veduta o conosciuta in altri, della quale non si abbia invidia, suole confortare e rallegrare; però molto lodevolmente la natura provvide che il canto degli uccelli, il quale è dimostrazione di allegrezza, e specie di riso, fosse pubblico; dove che il canto e il riso degli uomini, per rispetto al rimanente del mondo, sono privati: e sapientemente operò che la terra e l’aria fossero sparse di animali che tutto dì, mettendo voci di gioia risonanti e solenni, quasi applaudissero alla vita universale, e incitassero gli altri viventi ad allegrezza, facendo continue testimonianze, ancorché false, della felicità delle cose.
E che gli uccelli sieno e si mostrino lieti più che gli altri animali, non è senza ragione grande. Perché veramente, come ho accennato a principio, sono di natura meglio accomodati a godere e ad essere felici. Primieramente, non pare che sieno sottoposti alla noia. Cangiano luogo a ogni tratto; passano da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall’infima alla somma parte dell’aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile; veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime; esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita estrinseca. Tutti gli altri animali, provveduto che hanno ai loro bisogni, amano di starsene quieti e oziosi; nessuno, se già non fossero i pesci, ed eccettuati pure alquanti degl’insetti volatili, va lungamente scorrendo per solo diporto. Così l’uomo silvestre, eccetto per supplire di giorno in giorno alle sue necessità, le quali ricercano piccola e breve opera; ovvero se la tempesta, o alcuna fiera, o altra sì fatta cagione non lo caccia; appena è solito di muovere un passo: ama principalmente l’ozio e la negligenza: consuma poco meno che i giorni intieri sedendo neghittosamente in silenzio nella sua capannetta informe, o all’aperto, o nelle rotture e caverne delle rupi e dei sassi. Gli uccelli, per lo contrario, pochissimo soprastanno in un medesimo luogo; vanno e vengono di continuo senza necessità veruna; usano il volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto più centinaia di miglia dal paese dove sogliono praticare, il dì medesimo in sul vespro vi si riducono. Anche nel piccolo tempo che soprasseggono in un luogo, tu non li vedi stare mai fermi della persona; sempre si volgono qua e là, sempre si aggirano, si piegano, si protendono, si crollano, si dimenano; con quella vispezza, quell’agilità, quella prestezza di moti indicibile. In somma, da poi che l’uccello è schiuso dall’uovo, insino a quando muore, salvo gl’intervalli del sonno, non si posa un momento di tempo. Per le quali considerazioni parrebbe si potesse affermare, che naturalmente lo stato ordinario degli altri animali, compresovi ancora gli uomini, si è la quiete; degli uccelli, il moto.
A queste loro qualità e condizioni esteriori corrispondono le intrinseche, cioè dell’animo; per le quali medesimamente sono meglio atti alla felicità che gli altri animali. Avendo l’udito acutissimo, e la vista efficace e perfetta in modo, che l’animo nostro a fatica se ne può fare una immagine proporzionata; per la qual potenza godono tutto giorno immensi spettacoli e variatissimi, e dall’alto scuoprono, a un tempo solo, tanto spazio di terra, e distintamente scorgono tanti paesi coll’occhio, quanti, pur colla mente, appena si possono comprendere dall’uomo in un tratto; s’inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d’immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso; la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. Di modo che gli uccelli hanno di questa facoltà, in copia grande, il buono, e l’utile alla giocondità dell’animo, senza però partecipare del nocivo e penoso. E siccome abbondano della vita estrinseca, parimente sono ricchi della interiore: ma in guisa, che tale abbondanza risulta in loro benefizio e diletto, come nei fanciulli; non in danno e miseria insigne, come per lo più negli uomini. Perocché nel modo che l’uccello quanto alla vispezza e alla mobilità di fuori, ha col fanciullo una manifesta similitudine; così nelle qualità dell’animo dentro, ragionevolmente è da credere che lo somigli. I beni della quale età se fossero comuni alle altre, e i mali non maggiori in queste che in quella; forse l’uomo avrebbe cagione di portare la vita pazientemente. A parer mio, la natura degli uccelli, se noi la consideriamo in certi modi, avanza di perfezione quelle degli altri animali. Per maniera di esempio, se consideriamo che l’uccello vince di gran lunga tutti gli altri nella facoltà del vedere e dell’udire, che secondo l’ordine naturale appartenente al genere delle creature animate, sono i sentimenti principali; in questo modo seguita che la natura dell’uccello sia cosa più perfetta che sieno le altre nature di detto genere. Ancora, essendo gli altri animali, come è scritto di sopra, inclinati naturalmente alla quiete, e gli uccelli al moto; e il moto essendo cosa più viva che la quiete, anzi consistendo la vita nel moto, e gli uccelli abbondando di movimento esteriore più che veruno altro animale; e oltre di ciò, la vista e l’udito, dove essi i eccedono tutti gli altri, e che maggioreggiano tra le loro potenze, essendo i due sensi più particolari ai viventi, come anche più vivi e più mobili, tanto in se medesimi, quanto negli abiti e altri effetti che da loro si producono nell’animale dentro e fuori; e finalmente stando le altre cose dette dinanzi; conchiudesi che l’uccello ha maggior copia di vita esteriore e interiore, che non hanno gli altri animali. Ora, se la vita è cosa più perfetta che il suo contrario, almeno nelle creature viventi; e se perciò la maggior copia di vita è maggiore perfezione; anche per questo modo seguita che la natura degli uccelli sia più perfetta. Al qual proposito non è da passare in silenzio che gli uccelli sono parimente acconci a sopportare gli estremi del freddo e del caldo; anche senza intervallo di tempo tra l’uno e l’altro: poiché veggiamo spesse volte, che da terra, in poco più che un attimo, si levano su per l’aria insino a qualche parte altissima, che è come dire a un luogo smisuratamente freddo; e molti di loro, in breve tempo, trascorrono volando diversi climi.
In fine, siccome Anacreonte desiderava potersi trasformare in ispecchio per esser mirato continuamente da quella che egli amava, o in gonnellino per coprirla, o in unguento per ungerla, o in acqua per lavarla, o in fascia, che ella se lo stringesse al seno, o in perla da portare al collo, o in calzare, che almeno ella lo premesse col piede; similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita.

STO CAMBIANDO CASA…CIOÈ

sto cambiando casa, cioè cI siamo affidate ad una  ditta specializzata per vendere la nostra e comperare una a piano terra non lontana da questa, il problema è mio, io ho una maculopatia all’occhio sinistro e non ci vedo più bene, l’occhio destro è a posto (ma la malattia può venire ed allora vedrò poco e non potrò più lavorare, ma spero bene) si tratta di una macchia scura che copra la vista, è un liquido che in parte può essere eliminato, ma solo in piccola parte, nel mio palazzo, dal mio appartamento, c’è l’ascensore, ma arriva solo fino ad un certo punto, cioè è uno di quei palazzi dove sotto ci sono i negozi per cui c’è una rampa di scale da fare e per me comincia ad essere difficile, adesso non tanto, ma se mi prende all’occhio destro, le scale non potrò farle più, forse pochi scalini;

stiamo cercando una casa a piano terra non molto lontano da dove siamo;

io sono serena, come vedete cerco ancora le cose belle ed interessanti, anche le persone, i pensieri, gli studi, ma anche gli animali, le piante, i fiori, 

stammattina con la finestra aperta sentivo gli uccelli cantare e per un attimo – di quelli misteriosi che capitano nella vita – per un attimo o anche meno  mi è sembrato di percepire, di sentire il paradiso, pieno di uccelli ed uccellini, bellissimo, solo un attimo,

l’altro giorno vicino ad una casa c’era una pianta in fiore era piena di uccellini, ma piccoli piccoli, così piccoli così belli e così perfetti,

ora sono stanca, ci sono un sacco di cose da fare, ciao, mi faccio risentire, forse cerco come si chiamano quegli uccellini,

Publié dans:STO CAMBIANDO CASA |on 19 mai, 2016 |Pas de commentaires »

Himalayan Cats

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Aoshima, l’isola dei gatti (da leggere assolutamente se non l’avete già fatto!)

Aoshima, l'isola dei gatti (da leggere assolutamente se non l'avete già fatto!) dans GATTI GATTI ED ANCORA GATTI reu_rtr4rugt.900x600

 

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Pentecost: Celebrating the Gifts of the Spirit (ingrandimento)

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Publié dans:immagini sacre |on 13 mai, 2016 |Pas de commentaires »

VITA LITURGICA: ALLE ORIGINI DELLA PENTECOSTE

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VITA LITURGICA: ALLE ORIGINI DELLA PENTECOSTE

VITA LITURGICA: ALLE ORIGINI DELLA PENTECOSTE dans PENTECOSTE 05-Pentecoste

Genesi della festa

Presso gli Ebrei la festa della Pentecoste era inizialmente una gioiosa festa agricola chiamata “festa della mietitura” (Es 23,16) o “festa dei primi frutti” (Nm 28,26). Si celebrava il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua e indicava l’inizio della mietitura del grano.
In altri passi era detta anche “festa dello Shavuot, delle Settimane” (Es 34, 22; Dt 16,10; 2Cr 8,13), poiché cadeva sette settimane dopo la Pasqua. Le sette settimane corrispondono al periodo dell’Omer, un periodo di lutto, memoria delle disgrazie accadute al popolo di Israele che terminava con la festa di Lag Ba Omer. Nella lingua greca, utilizzata dagli Ebrei che non abitavano in Palestina, la festa dello Shavuot veniva tradotta con la parola greca Pentecoste che significa appunto 50ª giornata. Il termine Pentecoste, riferendosi alla “festa delle Settimane”, è citato in Tobia 2,1 e 2 Maccabei, 12,31-32.

Un nuovo senso alla festa

Se lo scopo primitivo di questa festa era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, terminati i tempi biblici originari, gli Ebrei, a poco a poco le diedero un significato nuovo. Nel giorno di Pentecoste s’iniziò a commemorare il dono della Legge sul Sinai. Questo giorno, descritto come «il giorno del dono della Legge» (Maimonide More Neb., III, 41) richiedeva che gli Ebrei passassero la vigilia della festa leggendo la Legge. Per gli Israeliti della diaspora questa festa poteva durare anche due giorni a causa dell’incertezza con cui calcolavano in che giorno iniziasse il nuovo mese nella terra d’Israele.
In ogni caso, la Pentecoste era una delle tre festività, dette Shalosh regalim, feste del pellegrinaggio a Gerusalemme.
La festa comportava infatti un pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme, l’astensione totale da qualsiasi lavoro, un’adunanza sacra (‘asereth o ‘asartha) e particolari sacrifici. L’offerta sacrificale consisteva in due forme di pane lievitato prodotto con due decimi di efa (pari a circa 8 chili), oppure farina prodotta con il nuovo grano (Lv 23,17; Es 24,22). Il pane lievitato però non poteva essere posto sopra l’altare dei sacrifici (Lv 2,11) ed era solamente presentato (cioè «sollevato»); un pane veniva poi dato al Sommo Sacerdote, mentre l’altro veniva diviso tra gli altri sacerdoti ma dovevano mangiarlo dentro i sacri recinti.

La prima Pentecoste cristiana
Come per la Pasqua, un gran numero di Ebrei provenienti da tutte le parti del mondo raggiungevano Gerusalemme per partecipare alla festa. Ed è in questo contesto che si colloca la prima Pentecoste cristiana in cui si celebra la discesa dello Spirito Santo che raduna nella Chiesa tutti i popoli. L’azione dello Spirito si contrappone alla babele dei popoli prodotta dalla superbia e dall’orgoglio umano. Nella Chiesa, per puro dono divino, l’uomo ritrova l’unità in se stesso e con gli altri. Il Risorto, che vive nell’uomo che lo accoglie, ricompone nell’armonia la dispersione causata dal peccato e pone nella storia il segno della creazione nuova che riprende il suo dominio sulla dissoluzione introdotta dall’antica disobbedienza.
Lo Spirito Santo con la sua discesa sugli Apostoli e Maria ha completato l’opera dell’Incarnazione di Dio: al momento della sua prima discesa, lo Spirito Santo aveva compiuto nella santa Vergine l’Incarnazione del Verbo, permettendo che il Verbo divenisse, nel suo corpo, il Dio-Uomo, per esserlo nell’eternità. Al momento della sua seconda discesa, durante la Pentecoste, lo Spirito Santo discende per dimorare nel suo corpo che è la Chiesa.
Maria è presente poiché è l’unica che possa certificare la presenza e l’azione dello Spirito, in quanto lei è la sola che ne ha già fatto esperienza, avendo, per opera di Spirito Santo, generato al mondo il Verbo consostanziale al Padre.
Gli Apostoli sono rivestiti di Spirito Santo e annunciano al mondo quel Verbo eterno, crocifisso e risorto che Maria ha generato nella carne. Essi proclamano, lei convalida. Loro annunciano, a lei è stato annunciato. Essi diffondo la Parola di Vita, lei ha dato vita alla Parola.

05-San_Pietro_predica dans PENTECOSTE

Una perenne Pentecoste
Tra i due avvenimenti dell’Incarnazione e della Pentecoste si svolge tutta l’economia salvifica, una e indivisibile: lo Spirito Santo discende sull’intero corpo della Chiesa per dimorarvi completamente nella vita ecclesiale. Come nel corpo dell’uomo niente può esistervi senza l’anima, così nel corpo della Chiesa niente potrebbe avere esistenza senza lo Spirito Santo che è l’anima della Chiesa. In verità, la Chiesa si trova costantemente nel «giorno dello Spirito Santo»: lo Spirito Santo è infatti perennemente presente in essa, in quanto forza vivificante e immortale, ed è Lui a discendere continuamente sui cristiani: esso discende attraverso i Sacramenti, attraverso la preghiera come attraverso ogni sospiro di nostalgia per Cristo.
Nel giorno della Pentecoste, lo Spirito scende per restare. Egli è il Dono divino per eccellenza, e come ogni dono del Padre non può venir ritirato poiché Dio è fedele. Per questo, permanentemente Egli risiede nella Chiesa e viene continuamente manifestato dai segni che pongono nel mondo i successori di coloro sui quali Egli per primo discese. È lo Spirito che consente il trasmettersi dei segni certi della salvezza. È lo Spirito che obbliga i discepoli del Risorto a comunicare questi segni dell’amore invincibile di Dio. Per questa ragione i segni dello Spirito sono trasmissibili nei secoli di generazione in generazione. Ed è ancora lo Spirito che mediante questi segni guida i discepoli del Risorto verso la Verità tutta intera, verità che è la Vita eterna dell’uomo.
Con la Pentecoste s’apre il tempo della santificazione dell’uomo che mediante l’azione vivificante dello Spirito viene reso conforme a Cristo lo Sposo-Vittoria sulla morte.
Lo Spirito riveste di Sé l’uomo, ma non per Sé. Lo offre a Cristo affinché compiendo in lui il Suo trionfo immortale, lo renda, per partecipazione gratuita ed infinita, figlio in Lui che è il Figlio consostanziale al Padre.
Come dopo la santificazione, lo Spirito non aveva trattenuto l’uomo ma l’aveva donato al Verbo perché lo cristificasse, così il Cristo non trattiene per sé l’uomo che ha amato fino a dare la Sua vita per lui, ma lo offre al Padre di ogni gloria e di ogni onore, perché lo abbracci con il suo amore, lo rivesta del vestito nuovo della dignità filiale e gli metta al dito l’anello dell’eterno potere della vita che finalmente ha sconfitto l’avversario, quello vero, l’unico: la morte.
La santificazione dell’uomo avviene quando lo Spirito attua, nel tempo della Storia, la chiamata dell’uomo alla pienezza della sua realizzazione. È Lui che seduce l’uomo con la sua Grazia, instilla in lui la nostalgia della bellezza, per lui fa squillare la tromba della conversione affinché destandosi dal sonno del peccato si allontani dalla via della morte e, prenda coscienza dell’unicità del suo essere e della sua dignità creaturale.
La cristificazione si compie quando l’uomo attratto dalla bontà del Verbo si siede alla mensa nuziale dove Cristo si offre in cibo perché l’uomo da mortale diventi immortale.
Con la definitiva offerta dell’uomo al Padre realizzata da Cristo, si compie la trinitarizzazione dell’uomo che investito dallo splendore della gloria può solo esclamare: Che cos’è l’uomo perché ti ricordi di lui?

Lorenzo Villar

IMMAGINI:
1 Pentecoste, Jean Restout, (1732), Musée du Louvre, Parigi. / La Pentecoste è il giorno in cui si riversa nella prima comunità dei credenti la Verità dello Spirito di Dio che rimarrà con essa lungo tutto il corso della storia.
2 Predicazione di San Pietro, Masolino da Panicale (1426), Santa Maria del Carmine, Firenze. / È lo Spirito Santo che ha dato agli Apostoli il coraggio di predicare e di porre sempre Gesù al primo posto nella loro vita.

Publié dans:PENTECOSTE |on 13 mai, 2016 |Pas de commentaires »

cats’ night song….. buonanotte da tutti i mici del mondo!

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