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IL CIELO – SIMBOLI BIBLICI

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IL CIELO – SIMBOLI BIBLICI

Pubblicato in Conoscere la Bibbia Scritto da Filippa Castronovo 26 Ott 2016

Nella storia delle religioni, come anche nella Bibbia, il cielo è simbolo della trascendenza, del sacro, del luogo dove Dio abita e dal quale guarda la terra.

I riferimenti al cielo nella Bibbia sono numerosissimi, al punto che il termine cielo designa la stessa identità di Dio e la sua relazione con l’umanità. La prima pagina della Scrittura presenta Dio che crea i cieli e la terra (cfr. Gen 1,1) e l’ultima annuncia l’avvento di nuovi cieli e nuove terre (Ap 21, 1). Dio chiama il cielo firmamento (Gen 1,8) ed esso, secondo la mentalità antica, è immaginato come luogo solido: poggia su colonne robuste (Gb 2,11) e ha fondamenta solide (2 Sam 22,8). Dotato da finestre, dette cateratte, da esse fa uscire la pioggia (Gen 7,11; 2 Re 7,2.19 ). Dio abita nel cielo/firmamento che ha creato (Gen 14,18,19; Sal 33,13-14; Is 66,1; Est 4,17), vi si siede sopra e distende la sua volta come la tenda (Is 40,22; 1Re 8,27; Sal 104,2). Dal cielo governa il mondo e invia le sue benedizioni, il suo aiuto e la sua Sapienza (Dt 33,13; Sal 121,2; Sap 9,10). Alzare gli occhi verso il cielo equivale a rivolgersi a Dio che in esso risiede (Dt 4,19; Dn 13,35; At 7, 55) mentre innalzarsi fino al cielo indica il voler giungere, con le proprie forze, fino a Dio (cfr. Gen 11,4).

Nel Nuovo Testamento il cielo presenta la stessa simbologia. Gesù insegna a pregare: «Padre nostro, che sei nei cieli» (Mt 6,9). Egli viene dal cielo, dal Padre e tornerà al cielo, al Padre (cfr. Gv 3,13; 6,62; Mc 16,19). E’ il pane vivo disceso dal cielo; nel suo battesimo, al fiume Giordano, i cieli si aprono (Lc 3,21). Dopo la risurrezione mentre ascende in alto (At 1,10-11) invita i discepoli a smettere di fissare il cielo perché devono, mediante l’annuncio evangelico, trasformare il mondo in un ‘nuovo cielo e in una nuova terra’, nella nuova umanità che riconosce Cristo morto e risorto suo unico Signore. I cristiani nel compiere le loro scelte «rivolgono il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,2) non per estraniarsi da essa ma perché, guidati dalla vita nuova in Cristo, possano renderla terra dove abita Dio e dove vi è Dio la vi è pure il ‘cielo’. Nel cielo il veggente dell’Apocalisse vede una donna (Ap 12,1) rivestita di sole, simbolo di Gesù risorto, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle. La donna è la Chiesa che annuncia Cristo morto e risorto nella storia, per rinnovare l’umanità intorno a Lui, Signore della storia e del creato. Il cielo, infine, è la vera patria dei credenti i quali solo da esso attendono il loro salvatore (Fil 3,20).

Da Sapere
Nei vangeli sinottici ricorre l’espressione regno dei Cieli e/o regno di Dio che, di fatto, hanno lo stesso significato. La forma regno dei Cieli è adoperata da Matteo, perché scrive alla comunità cristiana di origine giudaica la quale anziché nominare Dio adopera un termine che lo sostituisce. Quindi cielo indica Dio. Anche noi anziché dire ‘grazie a Dio’ usiamo dire ‘grazie al cielo’.
L’apostolo Paolo narra di essere salito al ‘terzo cielo’ (2 Cor 12,2). Quest’espressione allude al fatto che il cielo s’immaginava diviso in tre sezioni, l’ultima della quale era quella dove abita Dio, o cielo dei cieli (cfr. 1Re 8,27). Il terzo cielo corrisponde al ‘Paradiso’ (2 Cor 12,4).

Publié dans:BIBBIA - VARI TEMI |on 7 février, 2019 |Pas de commentaires »

«IO SONO COLUI CHE SONO»: PERCHÉ DIO SI PRESENTA COSÌ?

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«IO SONO COLUI CHE SONO»: PERCHÉ DIO SI PRESENTA COSÌ?

Una domanda che prende lo spunto dal racconto biblico dell’Esodo, quando Dio si rivela a Mosé. Risponde don Francesco Carensi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

Percorsi: BIBBIA – SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
Dio creatore
23/10/2016 di Redazione Toscana Oggi

Nella Bibbia troviamo spesso l’affermazione di Dio «Io Sono» sopratutto quando Dio chiamò Mosè sull’Oreb e Mosè appare incuriosito al punto che vuole sapere se Dio ha un nome. Ma Dio gli risponde così: «Io Sono colui che sono» Mosè non comprende e Dio prosegue dicendo: «Io sono il Dio dei tuo padri il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe». La mia domanda è questa: come mai Dio si manifesta in maniera invisibile senza farsi vedere e senza svelare la sua vera identità che si vedrà meglio con l’arrivo di Gesù in quanto «Messia» tanto atteso ma sopratutto in quanto Figlio di Dio?
Marco Giraldi
Per rispondere alla domanda del lettore propongo la lettura del testo dell’Esodo, capitolo 3, versetti 13-15. Si legge: «Mosè disse a Dio: “Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: ’Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’. Mi diranno: ’Qual è il suo nome?’. E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”» Dio presenta la sua identità in modo misterioso. Mosè immagina giustamente che il popolo reagirà con una domanda. All’annuncio del suo incarico, chiederà: «Qual è il suo nome?».
La domanda è allo stesso tempo una richiesta di informazione sul suo nome, e di spiegazione del suo significato. Certamente il popolo vuole sapere qualcosa di più sulle vere intenzioni di Dio. Chiedendogli di conoscere il suo nome, cerca di comprendere il nuovo tipo di relazione che Dio stabilisce con lui. In passato Dio si era rapportato come il Dio dei padri. In quale rapporto sarà ora con Israele?
Adesso Dio da una risposta a Mosè, che si distingue da quella destinata al popolo, in risposta alla sua eventuale richiesta. Il fatto che la risposta sia indirizzata a Mosè, sta ad indicare che la domanda non è presa in modo superficiale. Essa rivela qualcosa di Mosè e del popolo. Disse Dio: «Io sono colui che sono». Questa espressione è paradossalmente sia una risposta che un rifiuto a rispondere. Dio vuol far capire a Mosè che si manifesterà secondo il suo piano. In seguito Dio darà una risposta al quesito del popolo posto da Mosè, «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”» (versetto 15). Anche il popolo sperimenterà il piano di Dio che gli riserva per il futuro. Una volta spiegato il significato del nome, in una proposizione che è parallela a quella del versetto 14, viene dato lo stesso nome ineffabile: yahwehè il Dio dei padri. È lui che ha inviato Mosè. La parte finale del versetto 15 è rivolta di nuovo a Mosè: «Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione». Il nome viene rivelato non per soddisfare la curiosità di Israele, ma per essere lo strumento di un’adorazione continua.
Dopo aver inquadrato il discorso sul nome, mi volevo concentrare sul significato del nome di Dio. La frase «io sono colui che sono», stando alle regole della grammatica ebraica ,significa «io sono colui che c’era, che c’è e che ci sarà», cioè «io sono colui che è sempre presente», «io ci sono». Dio si rivela come un Dio personale, (Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe), continuamente presente nella storia accanto all’uomo. Il versetto 14 ci aiuta a conoscere il significato del nome di Dio con quattro consonanti, il cosiddetto tetragramma, yhwh, che veniva pronunciato come yahweh. Per rispetto del nome sacro gli ebrei del tempo non lo hanno più pronunciato, sostituendolo con «Adonai» che significa «Signore». Yahweh significa, «egli c’era, c’è e ci sarà», «egli è presente».
Il nome non è una definizione filosofica dell’essenza divina, quanto piuttosto una descrizione del suo agire sul mondo a favore dell’uomo, del popolo. Il nome indica nella Bibbia l’identità di Dio che agisce nella storia. Pensiamo ad un altro testo del nuovo testamento, Romani 10, 13: «chiunque invoca il nome del Signore sarà salvo». In questo caso si tratta di Gesù risorto che nella risurrezione è stato costituito Signore , cioè con lo stesso nome di Dio.
Dio si rivela rivelando il suo nome. L’uomo talvolta pretende di ridurre Dio ad un immagine e ad inserirlo nei propri schemi. In questo senso si deve ricordare come nell’antichità l’immagine della divinità fosse considerata come una realtà magica, possedendo la quale è possibile dominare Dio stesso. La lotta contro le immagini di Dio è una lotta contro ogni tentativo di ridurre Dio ad oggetto manipolabile dall’uomo, di farsi un Dio a proprio uso e consumo. Dunque è un Dio che si deve ascoltare prima ancora di vedere. Dio si farà visibile in Gesù, nel quale possiamo scoprire la vera immagine di Dio.
Dunque Dio rivela se stesso senza offrire un’immagine, ma cercando una relazione con l’uomo. E nella pienezza dei tempi si scoprirà che questa immagine assume i tratti di un uomo, Gesù.

Publié dans:BIBBIA - VARI TEMI |on 11 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

IL BIBLISTA: L’AMORE E IL RISPETTO NEI CONFRONTI DEI GENITORI, PRIMI MAESTRI DELLA FEDE – Ravasi, Serafini

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IV / ONORA IL PADRE E LA MADRE

IL BIBLISTA: L’AMORE E IL RISPETTO NEI CONFRONTI DEI GENITORI, PRIMI MAESTRI DELLA FEDE - Ravasi, Serafini

LE NOSTRE RADICI - 

Come il terzo comandamento riguardante il riposo festivo, anche il quarto è un precetto esposto in forma positiva, a differenza degli altri comandamenti del Decalogo, martellati da un severo « Non », seguìto dall’imperativo della proibizione («Non uccidere!»). Inoltre, quello sull’amore nei confronti dei genitori è l’unico comandamento a essere seguìto da una benedizione nella formulazione originaria biblica: «Onora tuo padre e tua madre, come il Signore tuo Dio ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sia felice nella terra che il Signore tuo Dio ti dà» (Deuteronomio 5,16).
Il verbo centrale del precetto è quell’ » onorare », in ebraico kabbed, un termine usato anche per la « venerazione » nei confronti di Dio, tant’è vero che il profeta Malachia appaia i doveri verso Dio con quelli verso i genitori: «Il figlio onora suo padre… Se io sono padre, dov’è l’onore che mi spetta? Dice il Signore degli eserciti» (1,6). Il vocabolo ha un arco di significati molto ampio e, oltre al rispetto, comprende il sostegno economico, l’obbedienza e l’amore.
Nell’Antico Testamento sono molteplici i passi che riprendono questo comandamento, talora con una veemenza particolare: «Colui che percuote suo padre o sua madre sarà messo a morte. Colui che maledice suo padre o sua madre sarà messo a morte» (Esodo 21,15.17). Al di là della pena di morte, legata alla cultura e alla società di allora, c’è anche l’idea di una « scomunica » del peccatore in questione dall’orizzonte vitale della comunità civile e religiosa.
Uno dei commenti più intensi e appassionati al quarto comandamento è, comunque, offerto da un sapiente biblico del II sec. a.C., il Siracide: invitiamo i nostri lettori a cercare nella loro Bibbia il capitolo 3 di questo autore e a meditarne l’appello caloroso, consapevoli che «la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati» (3,14). Anche Gesù sarà severo quando denuncerà la prassi, allora vigente, del qorban (« realtà sacra ») attraverso la quale ci si sentiva esentati dal dovere del sostentamento dei genitori anziani, dedicando a Dio in alternativa una cifra da offrire al tempio (Matteo 15,3-7). E Paolo ammonirà i figli cristiani: «Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché è giusto. « Onora tuo padre e tua madre »: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una lunga vita sopra la terra» (Efesini 6,1-3).
C’è una dimensione più vasta
Ma qual è il contenuto genuino del quarto comandamento secondo la visione generale biblica? Oltre all’aspetto direttamente familiare e tribale, per cui si deve favorire ed esaltare la famiglia nella sua struttura, il precetto ha una dimensione più vasta di taglio sociale. Nei genitori e nei figli, e nel loro rapporto corretto, si delinea il retto funzionamento di tutte le relazioni proprie della vita socio-politica. Si esalta, allora, il diritto-dovere di partecipare alla costruzione di una società armonica e giusta.
C’è, poi, un’altra prospettiva che potremmo chiamare tradizionale. I genitori incarnano la storia di una comunità coi suoi valori che devono essere trasmessi e attualizzati. Nell’onore da rendere ai genitori è, allora, implicito anche il riconoscimento della loro funzione di maestri, di tutori della tradizione, di custodi dell’eredità morale di una famiglia e di un popolo, di testimoni dei valori spirituali e religiosi.
Nel Salmo 78 si dice: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore e la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto… Egli ha posto una legge in Israele: ha comandato ai nostri padri di farle conoscere ai loro figli, perché le sappia la generazione futura, i figli che nasceranno. Anch’essi sorgeranno a raccontarlo ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia» (78,3-7).
Il quarto comandamento propone, perciò, un legame non solo biologico ma anche spirituale tra padri e figli, in un dialogo di valori trasmessi e accolti. Non per nulla il Concilio Vaticano II suggerisce che «i genitori devono essere per i figli i primi maestri della fede» (Lumen gentium n. 11). Infine, un biblista tedesco, R. Albertz, ha sottolineato in questo comandamento una dimensione che chiameremo psicofisica: il figlio, ormai autonomo e adulto, divenuto a sua volta responsabile della patria potestà, è invitato a sostenere moralmente ed economicamente i genitori, sorgente della sua vita, mentre essi si avviano verso il viale del tramonto fisico e psichico. È questo un capitolo importante in una società patriarcale com’era quella biblica, rilevante però anche ai nostri giorni con l’aumento della fascia sociale degli anziani.
Rimane, comunque, vivo l’appello a una serena e armonica convivenza familiare, perché – come ammonisce il libro dei Proverbi – «chi maledice il padre e la madre vedrà spegnersi la sua lucerna nel cuore delle tenebre» (20,20). Perciò, «ascolta tuo padre che ti ha generato e non disprezzare tua madre quando è vecchia!» (23,22).
Gianfranco Ravasi

Il « Decalogo » spiegato ai bambini
Onorare i genitori e gli altri. Così si onora anche Dio
Il quarto comandamento è: «Onora tuo padre e tua madre». Onorare significa anzitutto essere grati ai nostri genitori perché, partecipando all’opera di Dio che dona la vita, ci hanno fatto nascere. Onorare significa anche manifestare il nostro affetto ai genitori. Quando si è ancora bambini il modo migliore per farlo è obbedire a ciò che ci insegnano per il nostro bene. Diventando grandi bisogna continuare ad amare e rispettare i genitori, ma in modi diversi. Capita, quando si diventa grandi, di avere sempre tante cose da fare, lavorare, pensare alla casa, alla macchina, a questo e a quest’altro… Però in tutte queste « cose » non ci si deve dimenticare dei propri genitori. Poi, pian piano, papà e mamma diventeranno vecchi e saranno loro ad avere bisogno dei figli. «Onorare il padre e la madre» significa quindi essere sempre pronti ad aiutarli quando saranno loro ad avere bisogno di noi. Imparare a rispettare i genitori, a obbedire, ad amarli significa pure imparare a rispettare gli altri. Dai genitori si imparano anche le regole che permettono di stare bene con tutti. Sono regole piccole, come quelle di buona educazione, oppure un po’ più impegnative, come essere onesti e leali, rispettare le leggi eccetera. Sono regole che a volte possono apparirci fastidiose e noiose, ma invece sono importanti perché se non ci fossero, sarebbe difficile vivere insieme a tante persone in una città o in un paese. Quindi il Signore ci chiede anzitutto di volere sempre bene ai nostri genitori, che ci hanno fatto nascere e ci hanno aiutato a diventare grandi, ma anche di saper vivere con rispetto, sincerità e onestà con tutte le persone che incontriamo ogni giorno. Facendo tutto questo noi onoriamo anche il Padre nostro che è nei cieli.

Filippo Serafini

 

LA SAPIENZA DEL MONDO E LA STOLTEZZA DI DIO (FAUSTINO FERRARI)

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LA SAPIENZA DEL MONDO E LA STOLTEZZA DI DIO (FAUSTINO FERRARI)

La sapienza del mondo – come la chiama l’apostolo Paolo – resta sotto lo scacco del fallimento. È una sapienza che non riesce a dire tutto sull’uomo. A dargli le risposte ultime sul senso della sua vita e della sua esistenza.
Cos’è la sapienza? Cos’è la saggezza? Abbiamo un metro per misurare l’essere saggi e l’essere sapienti? Quando diciamo di una persona che è saggia? Che è sapiente? Un uomo, una donna sono detti sapienti, non quando hanno una buona preparazione culturale o scientifica o quando hanno una vasta conoscenza di nozioni, ma quando si ritiene che abbiano fatto tesoro nella loro esperienza delle cose della vita. L’uomo saggio, la donna sapiente sono coloro che, attraverso l’esperienza, sanno fare un buon uso della propria vita. E questo viene loro riconosciuto da quanti gli stanno intorno.
Nei vari tempi e nelle diverse culture, la figura del saggio e del sapiente è strettamente legata a quella dell’anziano. L’uomo carico di anni, la donna con alle spalle una lunga esperienza “sanno” cosa vuol dire vivere. Il loro stile di vita lo conferma, la loro parola diventa consiglio ed aiuto a quanti sono più giovani. C’è da notare, tuttavia, che oggi, nella società occidentale, saggezza e sapienza sembrano essere aspetti della vita poco attraenti, scarsamente valorizzati. Possiamo considerarlo uno dei grandi peccati della nostra società. Una società dominata dall’interesse economico ritiene le persone “sagge” meno manipolabili in fatto di consumi, maggiormente impermeabili. L’anziano è la persona che – lo ha imparato nel corso del tempo – ha un atteggiamento più disincantato sull’uso delle cose. Sa che non è l’ultimo modello di automobile o l’ultimo ritrovato elettrodomestico a fargli cambiare il proprio status o ad offrirgli nuove opportunità. Egli conosce l’arte del lungo uso, del riciclo e del riuso. Un vestito usato a lungo, può ancora essere portato. Un oggetto familiare non è soltanto una cosa sciupata dal tempo, ma è anche carica di ricordi. I mass media, la televisione, la pubblicità ci presentano altri modelli di vita. Non ci vengono presentati i modelli di coloro che hanno saputo fare un buon uso della propria vita, ma che anzi, ne stanno facendo un cattivo uso. Un pessimo uso. La trasgressione, l’esagerazione, l’esaltazione di comportamenti dubbi o problematici, sono gli aspetti quotidiani che ci vengono proposti. C’è da chiedersi se resta ancora posto per la saggezza e per la sapienza, oggi, nella nostra società.
Ma cos’è la sapienza dal punto di vista della Parola di Dio? Chi è saggio davanti a Dio? Il testo biblico ci presenta una gradualità di risposte. Innanzi tutto, ci viene detto che la sapienza va ricercata. È la cosa più preziosa per l’esperienza umana. “E’ trovata da chiunque la cerca” (Sap. 6, 12). Ma non solo: è la sapienza stessa che si mette in cerca e va incontro a chi è ben disposto, a chi si è messo in sua ricerca (Sap 6, 16).
C’è da chiedersi in che cosa consista questa cosa così preziosa per l’esperienza umana. Il testo biblico ci dà una prima risposta a riguardo della domanda. Ci dice che la persona sapiente è colei che sa contare il procedere dei propri giorni. «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Sal 90, 12). È la persona che sa misurare il valore del proprio tempo e sa vivere la propria vita in pienezza. Il sapiente è colui che non spreca il suo tempo, non lo butta via, ma che sa dare il giusto valore alle sue opere e sa cogliere che – pur nella brevità della vita – Dio gli riserva un tempo opportuno – questo – da vivere.
«Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo». Leggiamo nel libro del Qoelet. Ed ancora: «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire… Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare… Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttare via. Un tempo per fare a pezzi e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare…» (3, 1-8). Per ogni cosa c’è il suo tempo. La persona saggia è quella che impara che per ogni cosa c’è il suo tempo e ne sa fare un buon uso.
Questo del buon uso del tempo e della vita è il primo passo sulla via della sapienza e della saggezza. La bibbia ci dice che è necessario fare un passo successivo: la consapevolezza che siamo nelle mani di Dio. «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Sal 8, 5; Sal 144, 3). L’uomo saggio, la donna sapiente sono coloro che vivono nella consapevolezza di essere nelle mani di Dio. Anche se apparentemente sembra una cosa facile, in realtà risulta ben difficile poiché la nostra esperienza si basa sulla convinzione di potercela fare sempre e comunque da soli. Di non dipendere dagli altri. Neppure da Dio. Possono sembrare parole affrettate, ma proviamo a chiederci se si è disposti a dire a Dio, dal profondo del proprio cuore: «sia fatta la tua volontà»! (Mt 6, 10). «Sia fatta, non la mia, ma la tua volontà» (Lc 22, 42). Si è disposti a ripeterlo? Sempre e comunque? Vera sapienza, per la Parola di Dio, è essere capaci di affidarsi alla mano provvidente di Dio. Sempre e comunque. «Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? … Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi?» e Gesù aggiunge un rimprovero: «gente di poca fede». «Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno» (Mt. 6, 25-34).
In una delle parabole evangeliche ci viene raccontato l’episodio delle dieci ragazze sagge (Mt 25, 1-13). Cinque di esse, vengono definite sagge da Gesù. In che cosa consiste la loro saggezza? Nell’aver fatto un buon uso del loro tempo. Hanno provveduto per tempo. C’è stato un tempo per la spesa ed uno per l’attesa. Un tempo per la veglia ed uno per il riposo. Il tempo del risveglio ed il tempo per la festa. Al contrario, le cinque ragazze stolte, non hanno saputo fare un buon uso del proprio tempo. Sono state trovate “impreparate”.
Ma c’è una sapienza che si rivela stoltezza. «Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1, 20-25). La sapienza del mondo – come la chiama l’apostolo Paolo – resta sotto lo scacco del fallimento. È una sapienza che non riesce a dire tutto sull’uomo. A dargli le risposte ultime sul senso della sua vita e della sua esistenza. È una sapienza che resta muta davanti allo scandalo della croce.
La sapienza umana è irriducibile alla stoltezza di Dio? L’uomo deve necessariamente abbandonare questa sapienza umana per poter camminare sulle strade di Dio? La sapienza umana è destinata al fallimento se macchiata dall’ubris (cioè dall’orgogliosa pretesa di elevarsi al mondo divino) per cercare di vivere come déi senza Dio. La sapienza umana che Paolo stigmatizza è quella sapienza incapace di riconoscere che Dio può essere incontrato non attraverso una conoscenza (una gnosi), ma attraverso l’esperienza storica di Gesù di Nazareth. È una sapienza alla ricerca di molte risposte, ma che non sa sostare davanti al silenzio che scaturisce dalle contraddizioni dell’esistenza umana e al silenzio che necessariamente accompagna ogni autentica esperienza del divino.
Non sappiamo né il tempo né l’ora (Cfr Mt 25, 13). La nostra vita è nelle mani di Dio. Ma questo che ci viene dato è il tempo opportuno per fare un buon uso della nostra vita. Lo sposo del quale viene dato l’annuncio dell’arrivo è il Cristo (Mt 25, 6). L’apostolo Paolo ci dice che: «Noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (1Ts 4, 14). Per ogni cosa c’è il suo tempo. Un tempo per vivere ed un tempo per morire. Per il cristiano, questo è anche il tempo dell’attesa. Egli vive nell’attesa di essere totalmente riconciliato nella pienezza di Dio.
«O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 63, 2). L’uomo saggio, la donna sapiente sono coloro che sanno cercare Dio nella propria vita. Cercare per trovarlo, per lodarlo e benedirlo. Nel giorno come nelle veglie notturne. Sapendo di restare all’ombra delle sue ali. Di essere nelle sue mani. Sotto il suo sguardo provvidente.
«Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino», ci dice il libro di Isaia (55,6). La sapienza che si mette in ricerca dell’uomo è Dio stesso. È Lui che per primo si muove verso le sue creature. Che si manifesta ben disposto lungo le strade della vita. È questo il tempo opportuno per andarGli incontro perché egli stesso per primo viene incontro all’uomo. E’ l’invito, il grido di gioia che nella notte desta le dieci ragazze: «Ecco lo sposo, andategli incontro!». Nel libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (3, 20-22). La persona saggia è colei che sa ascoltare la voce dello Spirito. «Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio» (Sal 90, 17).

Faustino Ferrari

Publié dans:BIBBIA - VARI TEMI, SAPIENZA (LA) |on 24 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

LA BIBBIA E LA LUNA

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LA BIBBIA E LA LUNA

Articolo ripreso da Popotus del 16 giugno 2016.
Un occasione per ritornare a vedere il mondo con la meraviglia dei nostri antenati e con gli occhi di chi sa guardare oltre.

«Ormai lo sappiamo da tempo: la Bibbia non è un libro di astronomia e non può essere usata per creare una mappa dell’universo, come avveniva in passato. Eppure le Scritture possono essere ancora oggi una valida bussola per orientarsi davanti all’infinito dello spazio che circonda il nostro piccolo pianeta.
È noto che secondo gli autori biblici la Terra sta al centro di tutto, anche se in realtà questa centralità è un modo concreto per far capire che l’uomo ha una responsabilità enorme nei confronti di tutto il creato. Ma chi ha scritto i libri biblici alzava spesso gli occhi al cielo e guardava con stupore alla luna, il più vicino di quelli che genericamente erano considerati come «astri», stelle.
Molto spesso, infatti, la luna viene citata insieme alle stelle, come quando il libro del Deuteronomio ricorda che non ci si deve inginocchiare davanti ai corpi celesti, perché sono parte del Creato e non divinità da adorare. E i libri sapienziali come i Salmi o Siracide non di rado accostano la luna al sole, sottolineando che essi sono complementari: la nostra stella principale segna le giornate, le albe e i tramonti, mentre la luna segna lo scorrere dei mesi e quindi del calendario (che nell’antichità era basato proprio sui cicli lunari).
Per la prima volta la luna, che viene citata poi altre 54 volte nella Bibbia, compare al capitolo 37 del libro della Genesi, quando Giuseppe, figlio di Giacobbe, racconta la padre di un sogno: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a lui. La luna rappresenta la madre di Giuseppe, il sole è il padre e le stelle gli undici fratelli.
Dietro a questa interpretazione c’è l’idea che il satellite notturno è complementare al sole: come il sole illumina il giorno, la luna splende durante la notte. In questo modo essa ci ricorda che la creazione è sempre un dialogo a più voci, un tessuto prezioso in cui nulla è completo a sé ma tutto ha bisogno di vivere in relazione con la realtà circostante, proprio come il marito vive in relazione con la moglie. Ogni astro, ricorda anche san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, è diverso dall’altro, ognuno risplende in modo diverso: ognuno di noi, insomma, è unico e irripetibile proprio come le stelle. Ma nessuno degli astri, per quanto bello e luminoso, nota ancora il profeta Baruc, è superiore a Dio. Ma tutti ci ricordano ogni giorno di dire grazie al creatore per la meraviglia che ci ha donato nel Creato».

RAHAMÌM: IL GRANDE UTERO (LA MISERICORDIA DI DIO)

https://lacapannadellozioblog.wordpress.com/2013/03/06/rahamim-il-grande-utero/

RAHAMÌM: IL GRANDE UTERO (LA MISERICORDIA DI DIO)

In ebraico e in altre lingue semitiche, come l’arabo e l’aramaico, la misericordia di Dio si esprime con la radice r-h-m, da cui il termine ebraico rahamim, plurale o accrescitivo di rehem, utero, seno materno. Sempre in questa lingua, quindi, misericordia ha il significato di “uteri”, al plurale, o meglio ancora di “grande utero”, un’unione infinita di tanti seni materni. Alla luce di questo, riesce più facile comprendere il passo in cui è scritto:
Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai (Isaia 49,15)
Di madri che si dimenticano dei loro figli, li abbandonano, li abortiscono, li sacrificano alla propria carriera, agli amori, al successo oggi abbiamo tanti, troppi esempi. Di altrettante madri che, involontariamente, feriscono, sbagliano e, in qualche modo, deludono sentiamo ugualmente parlare. In ultimo, tutti sperimentiamo o sperimenteremo un primo, un secondo, tanti distacchi dalla madre, dalla sicurezza e dall’affettuoso calore che ci proteggevano e ci circondavano prima di venire al mondo e nella prima infanzia. C’è il parto, il freddo, traumatico contatto con il mondo esterno, ci sono le luci al neon dell’ospedale e le tante persone che circondano il neonato, lo affliggono con mille controlli, lo schiaffeggiano leggermente per farlo iniziare a piangere e a respirare da solo, gli tagliano il cordone ombelicale; ci sono gli altri legami da tagliare, il primo giorno di scuola, l’adolescenza, la ribellione, l’uscita di casa per andare a studiare fuori e poi il matrimonio, la malattia, i capelli che divengono bianchi e i volti che si riempiono di rughe e di segni che tradiscono il passare del tempo che condurrà, inevitabilmente, all’ultima, definitiva separazione.
La vita non è priva di madri che dimenticano i figli, molto più spesso è piena di figli che dimenticano le madri e, ancor più frequentemente, di persone costrette – perché è naturale che sia così – ad imparare a camminare ogni giorno con le proprie gambe e a non poter contare più su qualcuno che ti aspettava al ritorno a casa, che ti riempiva di attenzioni e il cui mondo ruotava intorno a te.
In questo tempo di particolari e drammatiche incertezze, poi, siamo un po’ tutti attoniti di fronte a tanti avvenimenti, tanti abbandoni, mancanze e nostalgie. E’ come se l’umanità intera avesse paura, si sentisse smarrita di fronte agli eventi che stanno inevitabilmente marcando il momento storico nel quale ci troviamo. Da un lato, emerge la necessità, per ognuno di noi, di una maggiore virilità e di una più grande consapevolezza delle nostre responsabilità di adulti; dall’altro, la nostra povera umanità ci spinge sempre a guardare in su, anche se siamo cresciuti, verso qualcuno che è più grande di noi, verso occhi che ci rassicurino, occhi che siano più in alto rispetto ai nostri, proprio come quelli della madre quando eravamo bambini.
Penso che la misericordia di Dio sia proprio questo: uno sguardo dall’alto, delle braccia che avvolgono; una voce soave ma, allo stesso tempo, autorevole che spinge, conduce, indica, traccia il cammino da seguire e che incoraggia a non fermarsi; un grande utero che, nonostante, i mille difetti, i mille tradimenti della creatura che custodisce, nonostante le accuse di chi afferma che la nostra umanità sia indegna di vivere, di esistere perché difettosa, imperfetta, piena di handicap e di deformità, si rifiuta di abortire il frutto delle sue viscere, ma gli dona la vita gratuitamente una, dieci, cento, mille volte, lo chiama ad amare, a divenire grande come l’universo di cui, apparentemente, questo piccolo essere costituisce solo una parte infinitesimale e trascurabile. E, perché questo puntino ricordi di essere amato dall’Infinito, il grande utero che lo porta in grembo ne assume la forma e gli dona persino una Madre in carne ed ossa, quella stessa Madre che lo magnifica per averla tenuta nel suo grembo, ovvero per aver avuto misericordia di lei, sua serva, figlia del suo Figlio, cosicché anche quelli di noi che non hanno mai conosciuto la dolcezza di una mamma terrena possano essere certi di essere figli amati di qualcuno.
Nell’ora della morte, della prova e dell’errore, sarebbe bello invocare la misericordia di Dio in ebraico: ??? ????, ?????, rehàm alei, adonì, abbi misericordia di me, o Signore, fammi rimanere nel tuo grembo, non abortirmi anche se sono deforme e indegno di vivere, tienimi ancora avvolto nella tua dolce presenza, lasciami vivere nel tuo utero! Là, io sarò al sicuro, certo che, se anche esistesse una madre capace di espellere il frutto del suo grembo, di dimenticarsene, di ucciderlo o di abbandonarlo, tu, o Signore, mi terrai, mi farai vivere perché hai fiducia che, anche peccatore, io possa essere un bene per me stesso e per l’umanità.

Salmo 138
Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie.
La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile.
Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei;
se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra.
Se dico: “Almeno le tenebre mi avvolgano e la luce intorno a me sia notte”, nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce. Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.
Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati
quando ancora non ne esisteva uno

I TRE INEFFABILI (LETTERA AI ROMANI)

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I tre ineffabili (Lettera ai Romani)

Questo nostro viaggio nella lettera ai Romani, lo scritto più celebre di Paolo, intrapreso già da alcune settimane, sosta ora in una pagina di grande bellezza, il capitolo 8. Esso affascina soprattutto per la sua visione cosmica della salvezza.
Il gesuita scienziato e filosofo Pierre Teilhard de Chardin (1888-1955) nel suo Inno all’universo cantava sulla scia dell’Apostolo: «Immergiti nella materia, figlio della terra, bagnati nelle sue falde ardenti perché essa è la sorgente e la giovinezza della tua vita e anche in lei risuona il gemito dello Spirito».
Ebbene, è proprio attraverso l’immagine del gemito che esce dalle labbra di una donna partoriente che Paolo compone una specie di parabola della redenzione: essa non coinvolge solo l’umanità ma tutto il creato. Tre sono i gemiti che s’intrecciano. C’è innanzitutto quello della natura intera che «a capo eretto attende da lontano la rivelazione dei figli di Dio» (8,19): «tutta la creazione geme e soffre fin da ora le doglie del parto» (8,22).
C’è, poi, il gemito dell’uomo che anela alla salvezza piena: « La creazione non è sola ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito gemiamo interiormente attendendo da lontano l’adozione a figli di Dio» (8,23). C’è, infine, lo stesso gemito dello Spirito divino che vuole condurre a pienezza la redenzione:
«Lo Spirito stesso viene in aiuto alla nostra debolezza… intercedendo per noi con gemiti ineffabili» (8,26). Questi tre gemiti sono il segno di una tensione viva che è in tutto l’essere, proteso verso la salvezza piena, desideroso di essere rigenerato così da essere « nuova creatura ».
È quel destino ultimo glorioso che il cristianesimo chiama « risurrezione » , di cui la Pasqua di Cristo è anticipazione e «caparra » o « primizia», per usare espressioni paoline. L’apostolo Paolo descriveva così ai Corinzi questa meta che ci attende: «Ciò che semini non prende vita se prima non muore. Quello che semini non è il corpo che nascerà ma un semplice chicco… Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile, si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge potente, si semina un corpo animale e risorge un corpo animato dallo Spirito» (1 Corinzi15, 36-37.42-44).
Ebbene, questa grandiosa vicenda di salvezza e di rinascita che coinvolge noi e il creato fa parte di un progetto divino che Paolo descrive proprio nel capitolo 8 con una cascata di verbi posti in successione.
Essi riguardano il nostro destino glorioso che è già prefigurato nel disegno eterno della mente di Dio. Leggiamo, perciò, con attenzione questi verbi che scandiscono le tappe della nostra chiamata alla fede e alla gloria: « Quelli che Dio ha pre-conosciuto li ha anche pre-destinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia primogenito tra molti fratelli; quelli che ha pre-destinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (8,29-30).

Publié dans:BIBBIA - VARI TEMI, BIBLICA |on 13 février, 2018 |Pas de commentaires »

LA SCALA DEGLI ANGELI (Genesi 28,12) – Gianfranco Ravasi

http://www.latinitas.va/content/cultura/it/organico/cardinale-presidente/texts/famiglia-cristiana-articoli0/la-scala-degli-angeli.html

LA SCALA DEGLI ANGELI (Genesi 28,12) – Gianfranco Ravasi

Una scala poggiava sulla terra, la sua cima raggiungeva il cielo. Ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. (Genesi 28, 12)

Un uomo è in fuga dalla sua terra: sente ancora alle sue spalle il clamore del fratello maggiore che egli ha beffato. Bastano i due nomi, Giacobbe ed Esaù, per far emergere nella memoria di tutti una storia di divisioni e di prevaricazioni familiari. Eppure questo giovane di nome Giacobbe, non certo esemplare, che ora sta sfuggendo all’ira vendicatrice del fratello, sarà scelto come il capostipite del popolo dell’elezione, del quale assumerà anche il nome, Israele. Si manifestano anche in questo caso le strane, per non dire estrose, decisioni di Dio che privilegia il secondo, il debole, persino il peccatore (si pensi a Davide!) per attuare il suo disegno di salvezza.
È sera e Giacobbe, spossato per il viaggio che lo sta conducendo dal sud della Terrasanta verso l’attuale Siria, cerca un masso liscio, se lo adatta a guanciale, si sdraia e la stanchezza gli concilia il sonno. Ed ecco aprirsi davanti a lui la magia di un sogno. Secoli e secoli prima che su questi fenomeni interiori si accanisse l’interpretazione psicanalitica, già le antiche civiltà avevano elaborato una vera e propria “scienza” di decifrazione dei valori simbolici di quelle epifanie notturne.
Questa, che verrà poi chiamata con termine colto l’“oniromanzia”, cioè l’interpretazione dei sogni, affiora ininterrottamente nella Bibbia: poche pagine più avanti, nel libro della Genesi, sarà in azione Giuseppe, figlio di Giacobbe, straordinario interprete di sogni, considerati come una rivelazione divina, espressa appunto nel misterioso linguaggio onirico. Davanti al nostro protagonista ecco emergere in quella visione notturna un segno, una scala immensa, capace di ascendere e perdersi nell’infinito del cielo: l’immagine non era strana perché noti allora erano i templi a gradini, le ziqqurrat mesopotamiche, che idealmente volevano congiungere la valle della nostra terra con lo zenit celeste, residenza divina, attraverso appunto una scalinata.
Non per nulla su quella gradinata Giacobbe vede una processione di angeli, che sono i messaggeri divini e che, quindi, connettono Dio all’umanità e l’umanità a Dio. Proprio per questo, subito dopo, il Signore stesso entra in scena con la sua parola, promettendo a questo fuggiasco di divenire padre di un popolo. Al risveglio Giacobbe prende quel masso, lo infigge nel terreno a mo’ di stele, lo consacra con olio e denomina la località Betel, che in ebraico significa “casa di Dio”. È, questo, un modo per assegnare a un noto santuario di Israele, quello di Betel appunto, un’origine antica, connessa ai primordi stessi del popolo ebraico, mediante questo racconto che vede per protagonista Giacobbe-Israele.
Il simbolo della scala, però, rimarrà nella tradizione successiva come un segno della provvidenza divina esercitata attraverso gli angeli (così il filosofo ebreo del I secolo Filone d’Alessandria d’Egitto e vari Padri della Chiesa), oppure come una rappresentazione della preghiera e dell’ascesi che ci fa ascendere verso Dio (così Giovanni Climaco, abate del monastero di S. Caterina al Sinai, vissuto nel VI-VII secolo, autore di un suggestivo trattato mistico intitolato La scala del paradiso). 

IL MITO DEL SERPENTE – (oggi stavo studiando il Libro del Genesi ed ho trovato questo mi sembra molto interessante)

http://www.toscanaoggi.it/Cultura-Societa/Il-mito-del-serpente

IL MITO DEL SERPENTE

L’istintiva repulsione suscitata il serpente, anche innocuo, con la sua sola apparizione, rivela un ribrezzo naturale che ha origini nella notte dei tempi. Perfino i rospi, i topi possono, se non coabitare, essere vicini di casa o inquilini degli uomini, godendo di qualche attenzione, o comunque essere sopportati, mentre il serpente viene immediatamente soppresso o allontanato. Colpa del veleno mortale che hanno alcune specie, del suo nascondersi e aggredire di sorpresa, ma soprattutto della cultura che riguarda questo animale. Nella dimensione mitologica e religiosa la funzione principale per la quale è stato scelto è quella di rappresentare il male.
DI CARLO LAPUCCI

Il mito del serpente
31/05/2012 di Archivio Notizie
di Carlo Lapucci

Maggio risveglia i nidi,
maggio risveglia i cuori,
porta le ortiche e i fiori
i serpi e gli usignol.

Così canta il Carducci indicando che la bella stagione porta a nuovi incontri nella campagna, tra i quali quello col serpente è sempre più frequente, dato l’inselvatichirsi di molte zone un tempo coltivate e il maggior rispetto della natura. Per la verità questo animale è poco amato, anche se convive con l’uomo fin dai primordi ed è stato per la mente sempre un enigma.
I Pigmei del Cameroum hanno mantenuto fino ad oggi nel loro linguaggio rappresentativo il segno che indica il serpente come un semplice tratto dritto sopra una superficie; lo stesso elemento simbolico si ritrova in diverse culture primitive, anche nei graffiti dell’era paleolitica ed è, insieme al punto, il più elementare e astratto che si possa immaginare, che elimina anche il reale procedere sinuoso dell’animale (oggi a noi è più comune la rappresentazione ad esse), nasconde probabilmente un pensiero primitivo che potrebbe spiegare l’elementarità del simbolo, vale a dire che il serpente è stato concepito sovente dalle culture arcaiche come la creatura più antica di tutte le creature, quella che ha aperto il sentiero della vita alle altre, uscita dall’increato primordiale allorché nulla ancora aveva preso forma. Per questo il serpente è detto figlio della materia o della Terra.
Inoltre quel tratto che si presenta come il segmento d’una retta indica due possibilità di spostamento contrapposte e di conseguenza un logico indirizzo del procedere: dall’informe alla forma, dal passato al futuro, dall’inerzia alla vita, dal tempo all’eterno. Una traccia di questa idea si può ritrovare anche nella Genesi. Quando vi arrivano i nostri progenitori il serpente è già nel paradiso: sapiente, scaltro, nascosto, maligno, è già il signore della natura dalla quale è uscito come primo figlio, geloso della nuova primogenitura e della predilezione di Dio per gli esseri umani.

Il primo essere vivente
Prima creatura che ha preso forma, figlio della terra proprio nella terra vive, abita e su questa striscia quasi ad indicare lo stretto contatto che lo lega. In quanto primo essere è il più elementare, rozzo, istintivo, animato da cieca vitalità allo stato puro, ha la forza infinita della vita e della morte, rigenerandosi senza morire e possedendo il veleno che uccide.
Di fronte a questa primitività, a questa forza enorme dell’istinto, sta anche la capacità di detenere in nuce tutte le fasi dello sviluppo successivo della vita degli esseri che si riveleranno nel tempo. Provenendo dall’uno materiale indifferenziato detiene in se tutte le potenzialità, restando nella sua dimensione primigenia, non è estraneo affatto a qualunque manifestazione anche antitetica alla sua sostanziale natura: è creatura lunare e solare, ctonia e luminosa, ha nel suo veleno la morte e la salute, incarna l’istinto e la ragione, è sacro a Tifone e ad Atena, a Dioniso e ad Apollo.
Questa è la ragione per la quale spesso il modo di considerare il serpente da parte degli antichi disorienta per la facilità con cui gli vengono attribuiti elementi, qualità, prerogative, funzioni contraddittorie. In particolare le sue conoscenze sono abissali, assolute, avendo attinto e detenendo quel primo germe della vita che contiene tutto, quello che è nascosto e quello che si vede, il passato, il presente e il futuro. Di conseguenza è accanto a coloro che hanno la sapienza, medici, saggi, profeti si trova la figura del serpente, presente in quasi tutti i luoghi sacri dove si trovano profeti, indovini, sibille, santuari dove di danno i responsi.
Apollo è la divinità che tutela l’arte di conoscere, soprattutto il futuro e il dio, per insediare il suo santuario di vaticini a Delfi deve vincere il serpente Pitone, terribile mostro che col suo corpo per sette volte circondava l’altura e impediva al dio l’accesso al santuario di cui era il nume. Di Pitone non si conosceva quando e come fosse nato, tradizioni più tarde vogliono che nascesse dal fango della Terra fecondata dal Diluvio. La figura del rettile è collegata anche con Cassandra, Crise, Pitone, Pizia.

Il serpente e la malvagità
L’istintiva repulsione suscitata il serpente, anche innocuo, con la sua sola apparizione, rivela un ribrezzo naturale che ha origini nella notte dei tempi. Perfino i rospi, i topi possono, se non coabitare, essere vicini di casa o inquilini degli uomini, godendo di qualche attenzione, o comunque essere sopportati, mentre il serpente viene immediatamente soppresso o allontanato. Colpa del veleno mortale che hanno alcune specie, del suo nascondersi e aggredire di sorpresa, ma soprattutto della cultura che riguarda questo animale.
Basta guardare il numero dei simboli che riveste per accorgersi che la sua forza suggestiva, simbolica, metaforica supera di gran lunga quella di qualsiasi animale. Affrontare anche superficialmente la sua presenza nel mito, nelle religioni, nel simbolo, richiederebbe un trattato. Nel linguaggio, oltre ai traslati per lo più offensivi della parola, intesa nel caso migliore come furbo, nel peggiore come l’essenza della malvagità, dell’insidia e dell’inganno, l’uso metaforico del termine è quasi sempre negativo.

Nella dimensione mitologica e religiosa la funzione principale per la quale è stato scelto è quella di rappresentare il male e, in questo, non ha rivali. Dio stesso nella Bibbia lo maledice: «…sii maledetto fra tutti gli animali e le bestie della campagna; striscerai sul tuo ventre e mangerai la polvere per tutti i giorni della tua vita» (Genesi III, 149).
In realtà le caratteristiche del serpente, le sue originalità, stranezze, perfino lo strisciare per muoversi, sono tante e molto caratterizzate, al punto d’aver sedotto, forse prima della coscienza, la fantasia dell’uomo. Sia pure nell’ambivalenza del simbolo e l’ambiguità attribuita alla sua natura, il serpente non è ambiguo e non presenta aspetti simbolici benigni di coabitazione, di simpatia con la specie umana. Neppure le favole e i cartoni animati sono riusciti a crearne figure gradevoli, sia pure nella mistificazione. Le eccezioni sono rare, spesso forzate ed episodiche.

I comportamenti singolari
Gli elementi della vita del serpente, oltre alla forma, la freddezza del corpo, l’avvinghiarsi come una frusta, che hanno colpito la fantasia umana sono diversi a cominciare dalla sua rigenerazione annuale, che certo turbò i primitivi, per cui a lungo è stato creduto che, al sopraggiungere della vecchiaia, cambiasse pelle e tornasse giovane perennemente. Infatti ogni anno, uscendo dal letargo, la serpe lascia la sua vecchia spoglia e si rigenera. Si credeva che digiunasse quaranta dì e quaranta notti per poter uscire dalla sua pelle. Lo faceva passando per uno stretto pertugio tra le pietre, dove lasciava la vecchia copertura. Così dice il Tasso (Gerusalemme liberata XVIII, 16): «…e tal di vaga gioventù ritorna / lieto il serpente, e di nov’ôr s’adorna».
L’uomo, trovando le spoglie abbandonate, pensò che questo animale fosse immortale e collegò la sua rigenerazione con quella mensile della luna, facendo della spirale serpentina il simbolo del perenne rinnovamento come la luna che muore e risorge. Del resto già la sua origine tellurica gli conferiva una vita senza fine.
Altro elemento conturbante è lo sguardo fascinatore: si vuole che con gli occhi incanti gli uccelli e gli animaletti che gli vanno intorno: prima li paralizza, li immobilizza, poi si avvicina e li divora.
Tra i molti attributi fantastici della bestia c’è l’alito pestilenziale che farebbe cadere tramortiti perfino ranocchi e rospi, appena l’avvertono. La lingua biforcuta, che alcune specie hanno e che in altre appare per i movimenti rapidi, è simbolo della calunnia e della menzogna: fece credere ad Eva che, mangiando il frutto, sarebbe divenuta simile a Dio che lo maledisse: «Porrò inimicizia tra te e la donna. Essa ti schiaccerà il capo», si legge nella Bibbia (Genesi III, 15). La Madonna è raffigurata appunto nell’atto di schiacciare il capo al serpente.

Il serpente come demonio
C’è materia sufficiente per fare del serpente il simbolo del demonio, ovvero l’animale nel quale più spesso si trasforma e infatti è l’aspetto che assunse fin dalla storia del peccato originale.
Ora il demonio, proprio in quanto elemento negativo, costituisce la polarità universale, è un termine fondamentale della realtà, ineliminabile nell’ordine tradizionale della Creazione nella quale è e rimane come nel Paradiso Terrestre. Nella Divina Commedia Dante pone Lucifero al centro dell’Universo, nel punto che raccoglie tutte le tensioni che tengono in piedi, regolano e governano il sistema generale. Il gran vermo è sì il verme che si annida al centro del mondo e lo inquina: «al pel del vermo reo che ‘l mondo fora» (Inferno XXXIV, 108), ma è anche «il punto / al qual si traggon d’ogne parte i pesi» (XXXIV, 111), e anche: «lo mezzo / al quale ogne gravezza si rauna» (XXXII, 73-74). Lucifero è il punto di conversione delle forze materiali come l’egoismo è la legge generale che determina la parte istintiva, animale della società e dell’individuo, contro cui combatte lo spirito.
In questo senso la figura del serpente si ricollega al principio del male rappresentando l’alternativa per la scelta e la libertà dell’uomo: principio alto, terribile, sconvolgente e incomprensibile che non ha nulla a che vedere con quel fantoccio con la coda, le corna e i piedi di capra nel quale è stato ridotto dal moderno quietismo pacioso e indolente, che vorrebbe trasformare il mondo da teatro della prova tragica della vita dell’uomo, decisiva per l’eternità, a un ospizio per il benessere e la Chiesa a una società di muto soccorso.
Nella letteratura biblica araba si trova una tradizione conservata dalle popolazioni del deserto, secondo la quale il serpente in origine aveva una ben strana natura: tutta la parte posteriore del corpo era fissata, per così dire murata e confusa, con la materia che separava il creato dallo spazio esteriore caotico e amorfo; la sua testa, il muso, gli occhi non potevano volgersi in fuori, ma dovevano guardare dentro il mondo reale, ordinato: era il guardiano tra il caos e l’ordine, tra l’indeterminato, l’informe e la vita, il depositario della conoscenza di quello che sta oltre il mondo e fuori del mondo. Questa posizione privilegiata viene insidiata dalla creazione di Adamo e di Eva che egli decide e riesce a compromettere, ma non a scalzare dalla predilezione divina.
Indubbiamente la speculazione antica si servì del serpente facendone un pilastro simbolico per il tentativo di avanzare nella comprensione del mistero del male: come tale, nella sua rappresentazione il principio diviene una metafora tra le più profonde e un segno tra i più inquietanti, tanto che ancor oggi la vista di questo essere strisciante sul terreno o nell’erba, nuotante nell’acqua o avvinto al ramo di una pianta, pur ammantato d’orribile bellezza, suscita ben altre reazioni irrazionali che non quella di vedere una bestia sia pure pericolosa.
Lucifero (e la sua ipostasi serpentina) si pone al passaggio dell’Uno nella dualità, sfiorando la contemporaneità istantanea e senza misura dell’Eterno, conosce quindi del Verbo dal Padre, è l’anello di congiunzione tra l’assoluto e il contingente e questo può spiegare l’assunzione della figura a simbolo del Verbo nel biblico serpente di bronzo.

Tra leggende e credenze
L’essere che guarda fuori dalle muraglie del mondo, che ha visto tutto il miracolo della Creazione, che si è ribellato all’ordine divino per sostituirsi alla stessa divinità, uscito dalla materia primigenia dai meandri della Terra, non meraviglia se, oltre alla figurazione del male, sia diventato il depositario dei misteri più segreti della Natura e della vita.
Così infinite leggende si sono aggregate sulla sua figura e molte mirano a metterlo in contatto con il mondo umano, col quale è stato sempre in dissidio, a cominciare dai miti assiro-babilonesi, dove ne L’epopea di Gilgame? si legge che fu lui l’essere a sottrarre all’uomo il ramo d’oro dell’immortalità mentre l’eroe dormiva spossato dal viaggio che aveva fatto nel mondo dei morti.
Si ripete ancora da gente incolta che i serpenti nascono per generazione spontanea, o dalla spina dorsale dei cadaveri umani. Evidentemente ciò è suggerito dall’analogia tra la struttura ad anelli del corpo del serpente e quella della spina dorsale. Ma la superstizione è antica e si trova già in Plinio: «Ho appreso da molti che il serpente è generato dal midollo della spina dorsale dell’uomo» (Storia Naturale X, 86). La credenza riconferma la connessione misteriosa tra il serpente e l’immortalità: dal mito del ramo d’oro, alla narrazione biblica del Paradiso Terrestre, alla scala evolutiva, sempre riappare tra il fogliame la testa del rettile.
Molte tradizioni dicono che il serpente dispone di un sapere capace di guarire ogni malattia e il suo veleno, opportunamente usato, è un antidoto contro tutti i mali. Fu sacro a Esculapio: il mitico medico aveva un rustico bastone intorno al quale stava avvolta una serpe (Ovidio, Metamorfosi XV). Anche nella Bibbia il serpente di bronzo che nel deserto guarì gli ebrei (Numeri XXI, 9; Giovanni III, 14) è segno di redenzione e simbolo di Cristo.
Si credeva anche che i serpenti usassero il succo del finocchio per rinnovarsi a primavera e cambiare la pelle. Non solo: riacquistavano con tale pianta anche la perfezione della vista, annebbiatasi col letargo, come riferisce Plinio (Storia Naturale XX, 95).
Nei bestiari medievali vi sono storie curiose, come quella secondo cui quando i serpenti bevono alle fonti o ai ruscelli, prima di abbeverarsi, posano sopra un sasso pulito i denti velenosi che hanno in bocca per non avvelenarsi con i loro stessi sorsi. Quando hanno finito riprendono questa specie di «dentiera» e, se uno è tanto accorto da versare e disperdere loro il veleno abbandonato mentre bevono, i serpi non saranno più velenosi, finché morranno.

Grande protettore contro i morsi dei serpenti è San Paolo in quanto, giunto a Malta, fu morso da una serpe velenosa e guarì. Cacciatori, allevatori di serpenti, serpari, sono tutti raccomandati alle celesti cure di San Domenico di Cocullo. Altri protettori sono S. Amanzio di Tiferno vissuto nel VI secolo a Città di Castello, e Florido,che portano ambedue il nome di Santi Tifernati.

Simbologia del serpente
Ambiguità: ha la lingua biforcuta
Astuzia: è il più antico degli animali
Demonio: l’aspetto nel quale è rappresentato il demonio
Discordia: tale il significato etimologico di diavolo
Ercole, che strozzò un serpente mentre era ancora nella culla
Eternità: allorché è posto ad anello, mordendosi la coda. Nell’alchimia è detto Uroboros
Falsità, tradimento e frode, in quanto insidia e inganna
Immortalità, che ha rapito agli uomini, secondo il mito
Inganno, malizia: si avvicina non visto, silenzioso. Con riferimento alla tentazione di Eva
Insidia: Latet anguis in herba: il serpente sta nascosto nell’erba (Virgilio, Egloghe III)
Intelligenza, è il più astuto degli animali
Invidia: tentò l’uomo per invidia (Apocalisse XII, 9; XX, 2. Sapienza II, 24)

Lacoonte, come è narrato da Virgilio (Eneide II, 200), Lacoonte fu avvolto e trascinato nel mare da un serpente, poiché sconsigliava i Troiani di portare in città il cavallo lasciato dai Greci

Lettera S, per la forma che assume nel procedere
Luna: come simbolo del perenne rinnovamento
Magia: la verga di Mosè che diviene serpente e divorò gli altri (Esodo VII, 9)
Male, in quanto demonio
Medicina: sacro a Esculapio.
Menzogna: con la menzogna perdé Eva.
Morte: per il veleno mortale e per la morte che portò agli uomini
Peccato, per il peccato originale narrato nella Bibbia (Genesi III)
Prudenza: «Siate prudenti come serpenti» (Matteo X, 16)
Regalità: associato al Basilisco nel quale il serpente si trasformerebbe
Salute: forma il caduceo e il simbolo d’Esculapio
Sapienza antica: conosce tutto della vita e delle cose
Seduzione: serpente con la testa di donna. Si riferisce al peccato originale
Vecchiaia: è animale antico e, rinnovando la propria spoglia, vive a lungo
Veleno: compensa la sua debolezza col veleno del suo morso

 

Publié dans:BIBBIA - VARI TEMI, MITI |on 20 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

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