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BELLEZZA E SALVEZZA – IL PANE E LE ROSE (2001)

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BELLEZZA E SALVEZZA – IL PANE E LE ROSE (2001)

sintesi della relazione di Armido Rizzi

Verbania Pallanza, 13 gennaio 2001

Oggi l’approccio alla bellezza ha un carattere prevalentemente soggettivistico. Molti ritengono che, al posto dei difficili discorsi razionali elaborati da filosofi e teologi, occorra far leva, come via regale per andare a Dio, sulla via pulchritudinis, sulla via della bellezza. Se vogliamo parlare ai giovani dobbiamo abbandonare, si dice, la presentazione oggettiva e razionale della verità cristiana, e far breccia sulla loro affettività, prendendo in considerazione quegli aspetti che, come la bellezza, possano parlare alla loro soggettività.
Non credo che si possa andare a Dio per questa strada. L’attuale soggettivizzazione del religioso, o il prendere dalle religioni solo ciò che possa soddisfare e gratificare il mio personale bisogno di senso non porta tanto a Dio quanto a se stessi. Dio diventa un momento della mia soggettività. La scoperta della dimensione religiosa spesso si presenta come tormento, come ricerca faticosa esistenziale e anche intellettuale. Non è solo gratificazione immediata.
La bellezza, più che un cammino verso Dio, diventa un sostituto (debole) di Dio nell’epoca della eclisse e del silenzio di Dio, come alcuni anni fa era un sostituto (forte) di Dio la militanza, l’impegno politico, l’utopia totalizzante.
In un mondo del disincanto, l’unico incanto possibile sembra essere quello delle cose belle di cui possiamo sempre più abbondantemente circondare la nostra vita.
la bellezza come strada regale per andare a Dio
Nel « Simposio » di Platone c’è un testo molto noto che riporta un discorso riguardante cosa è l’amore, o meglio l’eros, il desiderio. E’ un testo che esprime una concezione che, battezzata, è servita da base sino a Lutero per tutta la spiritualità cristiana.
Dio è visto come bellezza, come bellezza sussistente, e l’uomo è eros, desiderio di questa bellezza. E’ un desiderio che inizialmente si ignora e viene attivato da ciò che vede attorno a sé (nel Simposio sono i corpi dei giovinetti). Da questo punto di partenza il desiderio viene mosso da oggetti sempre più ricchi di bellezza (dal corpo singolo, alla universalità dei corpi, dall’anima, alle leggi…). La ragion d’essere dell’eros o desiderio, che noi siamo, è d’essere fatto per il punto finale, per il divino come bellezza. Dio, in quanto bellezza, è il punto terminale, il fine di ciò che noi siamo.
Aristotile allargherà questa visione dal soggetto umano a tutto il cosmo. Dio, motore immobile, attira tutto a sé.
eros platonico e Dio creatore
Ma il Dio biblico non è il terminale di un cammino da parte del desiderio umano, il Dio biblico è il protagonista del rapporto con l’uomo. Dio nella bibbia non è l’amato che affascina e attira, ma è l’amante. E’ lui che assume in libertà l’iniziativa, è lui che ha creato e eletto un popolo.
I teologi cristiani, fino a Lutero, hanno assunto la visione platonica, introducendo in essa la visione del Dio creatore, del Dio che liberamente ha deciso di creare e che crea tutte le cose belle. Nell’idea del Dio creatore viene incorporata la filosofia platonica del rapporto tra l’uomo come desiderio e Dio come fine e compimento del desiderio.
Ma questa idea di creazione inserita nella visione platonica è estrinseca al movimento del cammino verso Dio. Il fatto che le cose belle siano anche create non modifica a fondo la visione: ciò che muove il mio cuore è la bellezza delle cose, non il fatto che siano create. La logica resta ancora quella platonica.
un desiderio infinito
Si è sostenuto allora che l’essere belle delle cose coincide con il loro essere create da Dio. E’ la concezione della creazione come partecipazione: tutte le cose partecipano dell’essere e della bellezza di Dio. In ogni cosa che conosciamo implicitamente conosciamo Dio e in ogni cosa che amiamo implicitamente amiamo Dio (Tommaso d’Aquino). E poiché il mio cuore è fatto per l’infinito, non può fermarsi alla bellezza delle cose. Il desiderio è di natura sua infinito.
Se però osserviamo i nostri desideri (analisi fenomenologica), nulla ci dice che il nostro desiderio sia desiderio di infinito. Il nostro desiderio non è mai contento, che è tutt’altra cosa dall’affermare che è desiderio di infinito.
La caratteristica del desiderio è quella di tenersi vivo in forza dell’assenza dell’oggetto. Raggiunto l’oggetto il desiderio appassisce, si logora e si desiderano altri oggetti. E’ la logica del desiderio di volere sempre di più, ma non un sempre « oltre », verso oggetti sempre più ricchi di bellezza.
un Dio in cerca dell’uomo
La rivelazione biblica indica un asse discendente: non l’uomo in cerca di Dio, ma Dio in cerca dell’uomo. Soprattutto il Nuovo Testamento per parlare dell’amore si usa il termine agape, che non deve essere confuso con eros. Eros e agape sono termini non inconciliabili, ma irriducibili, nel senso che la radice o è l’eros o è l’agape, e sulla radice dell’uno può poi innestarsi l’altro. Nella visione biblica la radice di tutto è l’agape, l’amore con cui Dio ha assunto l’iniziativa libera, la decisione di creare il mondo e di creare l’uomo e di stringere con questo un’alleanza.
L’agape non è sulla corda del desiderio. Dio ha creato l’uomo, non perché desiderasse avere un amico fedele (avrebbe creato ben altro!), ma per amore gratuito, senza nessun altra ragione che l’amore stesso, perché l’uomo fosse felice.
Il destinatario dell’agape non è Dio, ma l’uomo. E l’uomo ha il compito di aprirsi all’agape, di accoglierlo (è la fede). Dio ci chiede di lasciarci amare, più che di amarlo. O meglio ci chiede anche l’amore, ma per gli altri, nella logica dell’agape.
per un’estetica biblica
La creazione è certamente sette volte buona e bella. Ma le cose sono belle e buone innanzitutto in se stesse, non in quanto suscitano e colmano i nostri desideri, anzi proprio perché sono buone e belle in se stesse, suscitano e colmano i nostri desideri.
dietro la bellezza delle cose c’è la bellezza dell’amore
Le cose create sono belle e buone perché non tradiscono, perché dentro e dietro loro c’è l’amore di Dio che le dona. Le cose sono segni, concrezioni dell’amore di Dio.
Come non c’è un legame necessario tra il valore intrinseco di un oggetto-dono che ricevo e il valore dell’amore della persona che me lo ha donato, allo stesso modo l’oggetto creato non è partecipazione alla bellezza di Dio, ma segno del suo amore.
Nel mondo del disincanto posso benissimo esaurire la mia esperienza nella fruizione dell’oggetto bello (può essere la musica, la poesia, l’amicizia, un tramonto…). Ma da questa dimensione non passo necessariamente ad un’altra dimensione. Se passo ad un’altra dimensione, alla dimensione religiosa o di fede, è perché scopro che in quella poesia, in quell’amicizia, in quel tramonto, in tutto ciò che vivo c’è un amore che conferisce senso.
Nel salmo 136 si loda Dio per tutti i suoi interventi: dalla creazione alla liberazione di Israele. Ma il salmo si dilata a cantare il gesto della sollecitudine universale di Dio, che « dà il pane ad ogni uomo ». Il pane della tavola, dato e condiviso, è il punto di arrivo nella quotidianità, di tutta la bontà e bellezza della creazione e della liberazione. In questo salmo si contempla la bellezza che sta dietro-dentro le cose.
« Svegliati mio cuore, sveglierò l’aurora » si dice nei salmi 57 e 108. Come è possibile svegliare l’aurora, se è l’aurora che ci sveglia? Il rapporto biblico col mondo non parte dal mondo ma parte da Dio. E’ la parola di Dio che sveglia e costituisce il nostro cuore, il nostro centro decisionale, ed è il nostro cuore, svegliato dalla parola di Dio, che sveglia e fa cantare il mondo.
importanza della lode
Facciamo cantare il mondo a partire da ciò che ci canta nel nostro cuore. Se ci canta la parola di Dio, allora scaturisce la lode. Non lode della bellezza di Dio in sé e per sé, ma lode per la bellezza di Dio manifestatasi nella sua creazione e nella sua alleanza con gli umani.
La lode è la fede che canta. (Oltre alla fede che canta c’è anche la fede paziente e fiduciosa dei momenti di tormento e di deserto).
un eros rigenerato
L’accogliere l’amore di Dio e la bellezza dell’amore di Dio non espelle l’eros, ma lo reintegra e gli dà una nuova base. Il desiderio non è cancellato dalla fede o dall’amore di solidarietà verso gli altri, ma viene rifondato, rinverdito, rigenerato. La fede che loda ha la capacità di tener viva l’effervescenza dell’eros, di ritrovare ogni mattina la bellezza delle Alpi, di svegliare l’aurora, di ritornare ogni giorno al dono della luce, di mettersi nel mattino della creazione e di vedere le cose con quello sguardo con cui Dio vide che erano sette volte buone e belle. In questo modo il desiderio non si logora mai.
la bellezza dell’uomo e il dono della legge
Anche noi umani siamo creati e siamo creati ad immagine di Dio, in quanto Dio ha fatto alleanza con l’uomo, e, con il dono della legge, lo ha chiamato a essere suo partner, a stare di fronte a lui, a vivere l’alleanza.
La bellezza propriamente umana sta nell’essere chiamati ad essere immagine di Dio, nell’accogliere il dono della legge, o nel vivere l’esperienza etico-religiosa (viene da Dio e chiama ad una libera e responsabile obbedienza).
La bellezza propria degli umani è di coloro che vivono in conformità alla volontà dei Dio.
È la bellezza dei gesti santi: è la bellezza di don Puglisi che sorride a chi lo sta uccidendo, è la bellezza dei gesti di Gino Strada, il chirurgo che ha messo a disposizione il suo bisturi e le sue competenze a favore di chi è ferito e colpito dalla sciagura della guerra.
È la bellezza dell’uomo giusto.
la bellezza del crocifisso
La bellezza di Gesù è la bellezza del crocifisso. Non è la bellezza che affascina e che attira le folle. Il fascino di Gesù non ha portato molto lontano. Nel momento critico della passione scappano via tutti. Gesù rifiuta il « come è bello stare qui » del momento della Trasfigurazione, per rinviare alla passione e alla morte.
La bellezza del crocifisso è dello stesso tipo della bellezza di don Puglisi che sorride all’uccisore.
Dalla fonte della croce di Gesù sono poi sgorgati altri frutti.
E’ il significato anche del film di Benigni « La vita è bella »: dalla morte viene la risurrezione, dal finto gioco e dal martirio del padre riprende la vita del bambino.
il pane e le rose
Si risponde al dono della creazione, non trattenendola, ma facendola circolare. Tutto quanto abbiamo ricevuto è una specie di debito che dobbiamo pagare non direttamente a Dio, ma a Dio colmando il bisogno dei nostri fratelli: è la bellezza dell’amore gratuito in quanto amore dovuto.
La bellezza dell’amore nella quotidianità diventa la bellezza della fraternità, della solidarietà.
La bellezza biblica delle cose è farle arrivare ad essere quello che sono: segni concreti dell’amore di Dio e della nostra risposta all’amore di Dio nella solidarietà e condivisione.
Non sono la stessa cosa avere e custodire i granai pieni o condividere con tutti il pane sulla tavola: imboscare il grano è negare la sua bellezza ultima, la quale è affermata, invece, nel farlo arrivare lì dove serve, facendolo giungere al suo compimento.
In questo senso non è la bellezza che salva il mondo, ma è il mondo salvato dall’amore che è bellezza.

Publié dans:TEOLOGIA |on 8 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

LA CONCEZIONE CRISTIANA DELL’ANIMA È SIMILE A QUELLA DELLE RELIGIONI ORIENTALI?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/La-concezione-cristiana-dell-anima-e-simile-a-quella-delle-religioni-orientali

LA CONCEZIONE CRISTIANA DELL’ANIMA È SIMILE A QUELLA DELLE RELIGIONI ORIENTALI?

Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
Luca Signorelli, anime dannate
15/04/2018 di Redazione Toscana Oggi

Ho letto la risposta di padre Athos Turchi riguardo l’anima nella concezione cristiana, mi è piaciuta molto. Vorrei chiedere un ulteriore chiarimento in proposito. Nelle religioni orientali l’anima viene considerata come una scintilla divina in noi, dovrebbe essere così anche in quella cristiana. Ma cosa si intende veramente? C’è del divino in noi? Che differenza c’è tra la concezione cristiana e quella delle religioni orientali circa questa scintilla divina? Inoltre vorrei chiedere se le anime in attesa della resurrezione dei corpi, mantengono la loro individualità.
Riuscire a districarsi tra le concezioni e tra le teorie circa l’anima e il suo rapporto con l’essere tutto nelle religioni e nelle sette orientali è un’impresa titanica, talmente sono diseguali e a volte antitetiche. Seguo perciò l’indicazione della domanda che chiede sul rapporto tra l’Atman, che è l’anima universale del mondo, e Jiva che è l’individuale ego, come una discesa o riduzione dell’anima universale a piccola scintilla ristretta dalla materialità delle cose e in particolare dal corpo umano. Lo Yoga è proprio la forma di ascesi tesa a riunificare l’individua anima all’Atman donde è derivata. Rimaniamo a questa molto sommaria teoria della religiosità orientale.
Bene, con la concezione dell’anima della religione cristiana non c’entra niente.
È diversa sia la visione religiosa nel suo insieme e sia l’idea di anima stessa. Il cristianesimo non è un panteismo. Cioè il mondo, le cose, le anime non emanano da Dio in modo necessario come la luce dalla fiamma, il cristianesimo professa la creazione: un atto di Dio determinato, deliberato e voluto, e le cose emergono dal nulla e diverse da Lui. Tra l’Essere di Dio e la creazione c’è un abisso incolmabile, nessuna scintilla emana da Lui e nessuna anima può rifondersi in Lui. Dio è semplicemente diverso dal suo creato e anche dalle anime, proprio perché le crea ex nihilo: l’anima potrebbe annientarsi ma non riunificarsi.
Il libro di Genesi scrive che Dio plasmò l’uomo dalla creta e poi soffiò un alito di vita, questo per dirci l’appartenenza dell’uomo alla materialità del mondo, ma non così radicale da non possedere un principio vitale: l’anima. Che cos’è l’anima? Non è per niente facile dirlo perché non si vede, ma se ne cerca una spiegazione in ragione di quelli che noi intendiamo i suoi «effetti», come la ragione, la coscienza, la moralità, la libertà. L’anima è la forma del corpo, è ciò che fa sì che quel corpo sia una persona in quel modo specifico, unico, irripetibile che è ogni singolo uomo e donna. Come lo scalpello di Michelangelo modella il marmo, così l’anima aderisce alla prima cellula vitale per accompagnarla allo sviluppo pieno della persona, anima che Dio stesso, come nel soffio vitale originario, alita nella nascita e nella crescita di ogni essere umano.
In filosofia si dice che ogni essere umano ha una causa duplice, quella fiendi e quella essendi: la fiendi o del nascere è costituita dai genitori; la essendi o dell’esistere è data da Dio stesso. Per esempio, la luce della lampada è data sia dai filamenti o causa fiendi, sia dalla elettricità o causa essendi; entrambe le cause devono stare in simultanea come fossero una. La forma dunque della corporeità è l’anima stessa che la eleva a persona, ad essere cioè una materialità trascendente il mondo perché capace di valori, di moralità, di libertà come l’atto d’amare rivela.
Ogni statua poi per essere tale ha una sua forma, ora a chi somiglia tale forma: a Garibaldi, a Padre Pio, a Papa Francesco…? Così ogni essere umano quando nasce somiglia alla mamma, o al babbo, o alla nonna ecc. E questo vale per i tratti fisici, ma non per l’anima la quale fa di ogni essere umano una personalità che somiglia a Dio stesso. L’anima imprime in ogni uomo l’immagine di Dio. Sia chiaro: per quanto possiamo somigliare a Dio, dato che tra noi e Dio c’è un abisso talmente enorme che è impossibile dire che siamo dunque una «scintilla del divino», come l’immagine di P. Pio nel bronzo non ha niente a che vedere con Padre Pio vivo, se non imitarne i lineamenti. Ecco l’anima, come un «soffio», ci reca l’immagine del Dio che ama, che conosce, che vuole, che opera, che è in relazione.
Quando l’uomo muore l’anima non si fonde con Dio perché rimarrà sempre diversa e se stessa, in attesa del corpo glorioso col quale vivrà in eterno nell’eterno abbraccio di Dio. Infatti perché noi possiamo essere in eterno beati è necessario che rimaniamo noi stessi e diversi da Dio, perché se Dio ci risucchiasse in sé, ci annullerebbe e non potremmo essere noi stessi per vivere con lui in eterno, con buona pace delle scintille, dei flussi, delle forze e di quant’altro ritenga di essere un qualche «pezzo» di Dio.
Dunque l’anima nel senso cristiano è una creazione di Dio, è diversa da Dio, come il figlio dalla madre, ma come il figlio porta l’immagine e la somiglianza della madre così ogni essere umano – proprio nella sua unica individualità – porta i tratti di Dio stesso: «In Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9), e questo perché ogni essere umano, nella sua vita esistenziale, possa esprimere la vita stessa di Dio, e lo può fare proprio perché è lui stesso e in se stesso diverso da Dio.

Athos Turchi

Publié dans:TEOLOGIA |on 2 juillet, 2018 |Pas de commentaires »

LO SGUARDO INNOCENTE (guardate gli uccelli del cielo) – RAIMON PANIKKAR

http://www.solidando.net/teologia/testi/sguardopani2.htm

LO SGUARDO INNOCENTE (guardate gli uccelli del cielo) – RAIMON PANIKKAR

« Guardate gli uccelli del cielo, guardate i gigli del campo » disse il Maestro di Nazaret. Filosofi e teologi di ogni specie meditano sopra la causa o l’autore dei gigli, ma si dimenticano dei gigli. Gli uomini di scienza e i ricercatori di tutte le tendenze studiano le componenti o le funzioni dei gigli, ma davanti ai gigli girano al largo. I politici e gli economisti di tutte le scuole si concentrano sull’uso che se può fare. Gli innamorati e i devoti tagliano i gigli e li portano in grembo all’amata o ai piedi del santo preferito. Gli artisti ne ammirano la bellezza, li disegnano o li descrivono e si dimenticano di odorarne la fragranza.
Tutti siamo stati “educati” a usare intermediari, a servirci di tutto, gigli compresi, e siamo soltanto capaci di – o eventualmente ci interessiamo soltanto a – analizzare o “redigere rapporti” come dei buoni giornalisti, cosicché, successivamente, noi o qualcun altro possiamo trarre profitto dai nostri dati.
Spesso penso che, se la maggioranza dei nostri contemporanei fossero stati presenti – supponiamo – a quello che accadde a Betlemme o nel cenacolo, oggi di tali avvenimenti avremmo un mucchio di fotografie ma non l’esperienza. I credenti di oggi si lamentano persino che gli evangelisti, per esempio, furono troppo sobri nel descrivere i fatti della vita di Gesù.
San Giuseppe avrebbe dovuto disporre di una piccola cinepresa e di un magnetofono nascosto. Allora si che sapremmo veramente che cosa accadde .
La maggioranza dei cittadini di oggi crede che l’uomo “sappia” quasi tutto sui gigli: sicuramente ne conosce la composizione chimica e il colore, la funzione del polline, i tipi e la varietà, il prezzo al mercato dei fiori, il simbolismo, il metabolismo con la terra, e molte altre cose ancora.

Contemplare
Comunque i gigli sono. Non oso dire “qui” perché sono anche “li”. Non dico “furono” – forse meno inquinati al tempo in cui il giovane rabbi raccomandò che li guardassimo – perché i gigli “saranno” anche.
Guardare i gigli non vuol dire fissare lo sguardo qui o là, proprio ora, prima o dopo.
Conoscere i gigli e più che situarli nello spazio e nel tempo o analizzare le parti e le funzioni. Conoscerli e più che classificarli e poter sapere come evolveranno.
Occorre precisare che i Vangeli ci dicono di guardare gli uccelli, di considerare i corvi e i gigli, e, ancora una volta, di osservare i gigli (Matteo 6, 26s.; Luca 12, 24s.) ; non è questo il luogo per farne l’esegesi letterale.
Tutti e tre i verbi dicono la stessa cosa: contemplate gli uccelli e i gigli.
Guardare gli uccelli e vederli volare. Ciò mi ricorda quei versi di Acarya Atisa, il grande saggio buddhista della tradizione mahayana dell’XI secolo, che diceva che un uccello con le ali piegate non può volare, allo stesso modo un uomo che ancora non ha dispiegato il suo sapere primordiale non può contribuire al benessere dell’umanità . Guardare gli uccelli equivale a volare con loro.
La contemplazione è l’attività olistica indivisa che successivamente noi dividiamo in teoria e pratica.
Contemplare i gigli non è considerarne lo sviluppo e concludere che non occorre far loro nulla. Tanto meno e prenderli soltanto come esempio. Guardare i gigli può servire per liberarsi da un’angoscia: questo però in realtà non è guardare. Guardare e, prima di tutto, un atto primario. Per guardare bisogna essere acquietati (samata – calma, riposo … direbbero i buddhisti), non sentire angoscia di niente, così da essere in condizioni di osservare.
Guardare i gigli e conoscerli per davvero: cosa che è possibile solo se si è liberi non soltanto dai pregiudizi, ma anche da altri blocchi mentali. Con linguaggio tradizionale, possiamo conoscere solo se il nostro spirito è puro, ossia se è vuoto. Solo il vuoto – sunyata – rende trasparenti le cose e fornisce lo “spazio” – akasa – necessario per la libertà.
« Il cuore dell’illuminazione è lo spazio », dice Santideva, un altro buddhista del secolo VIII – secondo quanto riferisce il già citato Atisa.
Conoscere i gigli è anche diventare giglio – chiaramente non per transustanziazione .
Già disse Aristotele: « Psyche panta pos » che gli scolastici tradussero: « Anima quodammodo omnia». Questo non sarà possibile se abbiamo paura di perdere la nostra identità e diventare pianta, anche se si tratta di un bel fiore. Noi siamo più di un fiore, come il testo evangelico ci ricorda. Non parliamo di una “partecipazione mistica”, romantica né di una identificazione pre-logica amorfa. Quanto più siamo l’altro, tanto più siamo noi stessi.

Amare
« Amare il prossimo come noi stessi » non significa volergli bene come a un altro essere separato, ma vuol dire ampliare il nostro cuore (amore) in modo tale che l’altro diventi parte di me stesso. Il vero tu non è né un io né un non-io. Per questo è un tu e non un egli-ella.
E evidente che non desideriamo smettere di essere noi per convertirci in gigli. Ma, per quanto io sia io, devo trascendere il mio ego e diventare anche giglio. E così che giungiamo ad essere ciò che (ancora non) siamo. Questo passare oltre i nostri limiti assume la designazione filosofica di trascendenza e il semplice nome di amore.
L’amore è la radice del comprendere. Questa scoperta è stata fatta dalla maggior parte delle tradizioni. Amare e essere catapultato verso l’amato. Senza la conoscenza si corre il pericolo dell’alienazione e non sarebbe vero amore. Ma neppure conoscenza senza amore è vera conoscenza. E solo afferrare, comprendere, appropriarsi di…, in definitiva, un furto, un saccheggio. Conoscere veramente e diventare la cosa conosciuta senza cessare di essere quello che si è. Questo diventare o passare a essere non è propriamente un cambiamento, né un movimento che partendo da ciò che eravamo ci indirizza verso ciò che saremo. Questo passare a essere… è la genuina crescita dell’essere – che “è essere”. E’ il ritmo della realtà.
Fermarsi a pensare che i gigli crescono e fare che crescano tanto dentro quanto fuori, sulla superficie della terra e nella nostra coscienza, come pure nel regno di Dio.
Conoscere i gigli è essere con i gigli. Ciò si chiama esperienza. Guardarli è osservazione.
Strapparli, per metterli da parte è far loro violenza, è sperimentazione. Attraverso l’esperienza i gigli crescono in me; attraverso l’osservazione mi arricchisco; attraverso la sperimentazione sfrutto la crescita dei gigli per ottenerne quello che io credo sia il motivo per cui esistono.
L’esperienza segue il ritmo della natura; l’osservazione rispetta i nostri ritmi, la sperimentazione tronca tutti questi ritmi introducendovi l’accelerazione: non può aspettare, freme… Allora la vita è sperimentata come un compito (per fare qualcosa) urgente, non necessariamente come un atto (essere) importante.

Realtà
La visione della realtà è la visione che la realtà ha in noi stessi; è così che la cosa diventa reale. Ecco l’atto umano: essere partecipe della parola creatrice così come il Veda ce lo ricorda (Reg-veda 1, 164, 37). La visione della realtà non è la mia vecchia o nuova visione delle cose, ma la visione delle cose così come la realtà le rivela in me.
Quanto più puro e più vuoto io sono, tanto più chiara sarà la visione e meno distorta sarà l’immagine. Noi siamo specchi della totalità delle cose. Ecco la specifica dignità dell’uomo – dicevano gli scolastici –, quella di poter speculare, cioè quella di essere speculum della realtà.
Il testo evangelico non tralascia di ricordare il contesto: gli uccelli del cielo, i fiori del campo. Il cielo e il campo formano il contesto della nostra visione contemplativa.
Non basta dire che non c’è un uccello o un giglio, né in me, né tantomeno per sè né quoad nos. Il cielo e il campo sono i mediatori della nostra visione ma non gli intermediari. Uccello e cielo, giglio e campo, vanno insieme. Non c’è uccello senza cielo, né giglio senza campo. E viceversa: non cielo né campo senza “qualcosa” in essi. La visione olistica distingue ma non separa. Tuttavia non si può lasciar da parte l’irradiazione della realtà, il svaiamprakasa delle tradizioni indiane. La visione non è né una rappresentazione oggettiva né una comprensione soggettiva.
La visione è invisibile come la luce che illumina, luce che è tenebra nell’isolamento.
« Benedetti quelli che hanno raggiunto l’ignoranza infinita », disse Evagrio Pontico (sec. III), un saggio della tradizione occidentale.
La contemplazione non è cecità, né tantomeno è pura visione, theoria. E anche praxis. E’ la costruzione di quel tempio dal quale scaturisce la realtà. Noi siamo spettatori, attori e autori della realtà non quando siamo soli, ma quando siamo in solidarietà, vale a dire quando siamo integrati.
Un modo di conseguire questa integrazione è uno dei suoi risultati (l’upaya, anupaia dello sivaismo del Kashmir) è guardare gli uccelli e osservare i gigli.

Tratto da: Mistica Pienezza di Vita, Vol.I/1 Opera Omnia, Jaca Book

Publié dans:FILOSOFIA, TEOLOGIA |on 9 avril, 2018 |Pas de commentaires »

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