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ALCUNE RIFLESSIONI SUI SALMI – DI D.BONHOEFFER – GLI ORANTI DEI SALMI

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ALCUNE RIFLESSIONI SUI SALMI – DI D.BONHOEFFER

GLI ORANTI DEI SALMI

Dei 150 Salmi, settantatré sono attribuiti al re Davide, dodici al maestro cantore nominato da Davide, Asaf, dodici ai figli di Core, una famiglia di cantori leviti operanti sotto Davide, due al re Salomone, e uno ciascuno ai maestri di musica Heman ed Etan che operarono presumibilmente al tempo di Davide e di Salomone. E quindi comprensibile che il nome di Davide sia particolarmente legato al Salterio.
Di Davide si narra che, dopo la sua segreta unzione a re, fosse stato convocato dal re Saul, ripudiato da Dio e tormentato da uno spirito maligno, perché gli suonasse l’arpa. «Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui» (1Sam 16,23).
Così potrebbe essere iniziata l’attività di Davide come compositore di salmi. In forza dello Spirito di Dio, disceso su di lui con l’unzione a re, scacciava con il canto lo spirito maligno. Non ci è giunto alcun salmo precedente la sua unzione. Soltanto quando fu chiamato a essere il re messianico dalla cui discendenza sarebbe nato il re promesso, Gesù Cristo, intonò i canti che in seguito sarebbero stati accolti nel canone delle sacre Scritture.
Secondo la testimonianza della Bibbia, Davide, in quanto re consacrato del popolo eletto da Dio, prefigura Gesù Cristo. Ciò che gli accade avviene per mezzo di colui che è in lui e da lui discenderà: Gesù Cristo; e Davide non ne è ignaro, anzi: «Poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò» (At 2,30-31).
Davide fu un testimone di Cristo nella sua funzione, nella sua vita e nelle sue parole. Anzi, il Nuovo Testamento ci dice ancora di più. Nei Salmi di Davide parla già lo stesso Cristo promesso (Eb 2,12; 10,5), o, per dirla in altri termini, lo Spirito santo (Eb 3,7). Le stesse parole pronunciate da Davide le pronunciava dunque in lui il futuro Messia. Le preghiere di Davide erano recitate anche dal Cristo o, meglio, Cristo stesso pregava nel suo precursore Davide.
Questa breve osservazione contenuta nel Nuovo Testamento getta una luce particolare sull’intero Salterio. Lo collega a Cristo. Ci sarà ancora da riflettere sui particolari, ma ciò che conta è che neppure Davide pregava per lo slancio personale del suo cuore, bensì spinto dal Cristo che dimorava in lui. È sì Davide a intonare i propri salmi, ma in lui e con lui Cristo. Ciò è espresso in modo misterioso nelle ultime parole di Davide ormai vecchio: «Oracolo di Davide, figlio di lesse, oracolo dell’uomo che l’Altissimo ha innalzato, del consacrato del Dio di Giacobbe, del soave cantore d’Israele. Lo spirito del Signore parla in me, la sua parola è sulla mia lingua» (2Sam 23,1-2). Segue poi un’ultima profezia circa il futuro re di giustizia, Gesù Cristo.
E con ciò torniamo a quanto avevamo già compreso. Certo, non tutti i Salmi sono di Davide né il Nuovo Testamento mette in bocca al Cristo l’intero Salterio. Ciò nonostante, dobbiamo tenere conto di questi accenni per l’intero libro, che è comunque legato al nome di Davide; lo stesso Gesù, inoltre, dice dei Salmi nel loro insieme che hanno annunciato la sua morte, la sua risurrezione e la predicazione del Vangelo (Lc 24,44).
Ma com’è possibile che un uomo e Gesù recitino insieme i Salmi? È il Figlio di Dio fattosi uomo, che ha assunto nella propria carne tutte le debolezze umane, che qui apre a Dio il cuore dell’umanità intera, mettendosi al nostro posto e pregando per noi. Ha conosciuto più profondamente di noi la pena e la sofferenza, la colpa e la morte; perciò a presentarsi a Dio è la preghiera della natura umana da lui assunta. È davvero la nostra preghiera, ma poiché egli ci conosce meglio di noi stessi, essendosi fatto uomo per noi, è anche la sua preghiera, e può divenire la nostra proprio perché era la sua.
Chi prega i Salmi? Davide, Salomone, Asaf, Cristo, noi… Noi, l’intera comunità, in seno alla quale diviene possibile recitare i Salmi in tutta la loro ricchezza, ma anche ogni singolo uomo nella misura in cui partecipa a Cristo e alla sua comunità recitandone le preghiere. Davide, Cristo, la comunità, io stesso… e se ci riflettiamo insieme scopriremo il cammino meraviglioso percorso da Dio per insegnarci a pregare. (pp. 38-41)

I SALMI NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI
Abbiamo scorso rapidamente il Salterio per imparare forse a pregare meglio alcuni Salmi. Non sarebbe difficile ricollegare tutti i Salmi citati al Padre nostro. Basterebbe cambiare qualcosa nell’ordine dei capitoli che abbiamo trattato.
Ciò che conta ora è che iniziamo a pregare di nuovo i Salmi, con fedeltà e amore, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.
«Il nostro diletto Signore, che ci ha donato il Salterio e il Padre nostro e ci ha insegnato a pregarli, ci dona anche lo Spirito della preghiera e della grazia affinché preghiamo con zelo e fede sincera, senza mai smettere, perché di questo abbiamo bisogno; così ci ha ordinato e questo vuole da noi. A lui sia lode, onore e grazie. Amen» (Lutero).
Quando si riesce a dare unità alla nostra giornata, essa acquista ordine e disciplina. Quest’unità va cercata e trovata nella preghiera mattutina. Solo così potrà essere conservata nel lavoro. La preghiera del mattino è decisiva per tutto il giorno. Il tempo sprecato di cui ci vergogniamo, le tentazioni alle quali cediamo, la debolezza e lo scoraggiamento sul lavoro, il disordine e l’indisciplina nei nostri pensieri e nel rapporto con gli altri, affondano molto spesso le radici nell’aver trascurato la preghiera del mattino.
L’ordine e l’organizzazione del nostro tempo divengono più sicuri se scaturiscono dalla preghiera. Le tentazioni che la giornata lavorativa porta con sé sono superate con il ricorso a Dio. Le decisioni che il lavoro richiede diventano più facili e leggere se prese non nel timore degli uomini ma al cospetto di Dio. « Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini» (Col 3,23).
Anche il lavoro meccanico sarà svolto con maggiore pazienza, se deriva dalla conoscenza di Dio e dei suoi comandamenti. Le forze per lavorare aumentano se abbiamo pregato Dio di darci oggi la forza che ci serve per il nostro lavoro. (pp. 92-94)

Articolo tratto da:
FORUM (120) Koinonia
http://www.koinonia-online.it

GIOVANNI PAOLO II – Salmo 134, 1-12 – Lodate il Signore che opera meraviglie

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2003/documents/hf_jp-ii_aud_20030409.html

GIOVANNI PAOLO II – Salmo 134, 1-12 – Lodate il Signore che opera meraviglie

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 9 aprile 2003

Lodi del Lunedì della 4a settimana (Lettura: Sal 134, 1-6)

1. La Liturgia delle Lodi, che stiamo seguendo nel suo svolgersi attraverso le nostre catechesi, ci propone la prima parte del Salmo 134, ora risuonata nel canto dei coristi. Il testo rivela una fitta serie di allusioni ad altri passi biblici e l’atmosfera che lo avvolge sembra essere quella pasquale. Non per nulla la tradizione giudaica ha unito il nostro al successivo Salmo 135, considerando l’insieme come «il grande Hallel», cioè la lode solenne e festosa da innalzare al Signore in occasione della Pasqua.
Il Salmo, infatti, pone in forte rilievo l’Esodo, con la menzione delle « piaghe » di Egitto e con l’evocazione dell’ingresso nella terra promessa. Ma seguiamo ora le tappe successive, che il Salmo 134 rivela nello svolgersi dei primi 12 versetti: è una riflessione che vogliamo trasformare in preghiera.
2. In apertura ci incontriamo col caratteristico invito alla lode, un elemento tipico degli inni rivolti al Signore nel Salterio. L’appello a cantare l’alleluia è indirizzato ai «servi del Signore» (cfr v. 1), che nell’originale ebraico sono presentati come «ritti» nello spazio sacro del tempio (cfr v. 2), cioè nell’atteggiamento rituale della preghiera (cfr Sal 133,1-2).
Sono coinvolti nella lode innanzitutto i ministri del culto, sacerdoti e leviti, che vivono e operano «negli atri della casa del nostro Dio» (cfr Sal 134,2). Tuttavia a questi «servi del Signore» sono idealmente associati tutti i fedeli. Infatti subito dopo si fa menzione dell’elezione di tutto Israele ad essere alleato e testimone dell’amore del Signore: «Il Signore si è scelto Giacobbe, Israele come suo possesso» (v. 4). In questa prospettiva, si celebrano due qualità fondamentali di Dio: egli è «buono», egli è «amabile» (cfr v. 3). Il legame che intercorre tra noi e il Signore è segnato dall’amore, dall’intimità, dall’adesione gioiosa.
3. Dopo l’invito alla lode, il Salmista prosegue con una solenne professione di fede, aperta dall’espressione tipica «Io so», cioè io riconosco, io credo (cfr v. 5). Due sono gli articoli di fede che vengono proclamati da un solista a nome di tutto il popolo, riunito in assemblea liturgica. Innanzitutto si esalta l’operare di Dio in tutto l’universo: Egli è per eccellenza il Signore del cosmo: «Tutto ciò che vuole il Signore lo compie in cielo e sulla terra» (v. 6). Domina perfino i mari e gli abissi che sono l’emblema del caos, delle energie negative, del limite e del nulla.
È ancora il Signore a formare le nubi, le folgori, la pioggia e i venti, ricorrendo alle sue «riserve» (cfr v. 7). L’antico uomo del Vicino Oriente immaginava, infatti, che gli agenti climatici fossero custoditi in appositi serbatoi, simili a scrigni celesti a cui Dio attingeva per disseminarli poi sulla terra.
4. L’altra componente della professione di fede riguarda la storia della salvezza. Il Dio creatore è riconosciuto ora come il Signore redentore, evocando gli eventi fondamentali della liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana. Il Salmista cita innanzitutto la «piaga» dei primogeniti (cfr Es 12,29-30), che riassume tutti i «segni e prodigi» operati dal Dio liberatore durante l’epopea dell’Esodo (cfr Sal 134,8-9). Subito dopo si fanno scorrere nel ricordo le clamorose vittorie che hanno permesso a Israele di superare le difficoltà e gli ostacoli incontrati sul suo cammino (cfr vv. 10-11). Infine, ecco profilarsi all’orizzonte la terra promessa, che Israele riceve «in eredità» dal Signore (cfr v. 12).
Ebbene, tutti questi segni di alleanza che saranno più ampiamente professati nel Salmo successivo, il 135, attestano la verità fondamentale, proclamata nel primo comandamento del Decalogo. Dio è unico ed è persona che opera e parla, ama e salva: «Grande è il Signore, il nostro Dio sopra tutti gli dèi» (v. 5; cfr Es 20,2-3; Sal 94,3).
5. Sulla scia di questa professione di fede, anche noi eleviamo la nostra lode a Dio. Il Papa san Clemente Primo nella sua Lettera ai Corinzi ci rivolge questo invito: «Guardiamo il Padre e Creatore di tutto l’universo. Attacchiamoci ai doni e ai benefici della pace, magnifici e sublimi. ContempliamoLo con il pensiero e guardiamo con gli occhi dell’anima la grande sua volontà!
Consideriamo quanto sia equanime verso ogni sua creatura. I cieli che si muovono secondo l’ordine di Lui gli ubbidiscono nell’armonia. Il giorno e la notte compiono il corso da Lui stabilito e non si intralciano a vicenda. Il sole e la luna e i cori delle stelle secondo la Sua direzione girano in armonia senza deviazione per le orbite ad essi assegnate. La terra, feconda per Sua volontà, produce abbondante nutrimento per gli uomini, per le fiere e per tutti gli animali che vivono su di essa, senza riluttanza e senza cambiare nulla dei Suoi ordinamenti» (19,2-20,4: I Padri Apostolici, Roma 1984, pp. 62-63). Clemente Primo conclude osservando: «Il Creatore e Signore dell’universo dispose che tutte queste cose fossero nella pace e nella concordia, benefico verso tutto e particolarmente verso di noi che ricorriamo alla sua pietà per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo.
A Lui la gloria e maestà nei secoli dei secoli. Amen» (20,11-12: ibidem, p. 63).

 

VOGLIO SVEGLIARE L’AURORA – SALMO 56

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/2000-2001/Salmo_56.html

VOGLIO SVEGLIARE L’AURORA – SALMO 56

È una notte tenebrosa, nella quale s’avvertono intorno belve voraci. L’orante è in attesa che sorga l’alba, perché la luce vinca l’oscurità e le paure. È questo lo sfondo del salmo 56: un canto notturno che prepara l’orante alla luce dell’aurora, attesa con ansia per poter lodare il Signore nella gioia (cf vv. 9-12).
Si assiste al passaggio dalla paura alla gioia, dalla notte al giorno, dall’incubo alla serenità, dalla supplica alla lode. È un’esperienza frequentemente descritta nel Salterio: “Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia, perché io possa cantare senza posa. Signore, mio Dio, ti loderò per sempre!” (Sal 29,12-13).
Due sono i momenti del Salmo 56 che stiamo meditando. Il primo riguarda l’esperienza del timore per l’assalto del male che tenta di colpire il giusto (cf vv. 2-7). Al centro della scena ci sono dei leoni in posizione d’attacco. Ben presto questa immagine viene trasformata in un simbolo bellico, delineato con lance, frecce, spade. L’orante si sente assalito da una sorta di squadrone della morte. Intorno a lui c’è una banda di cacciatori, che tende trappole e scava fosse per catturare la preda. Ma questa atmosfera di tensione è subito distolta. Infatti, già in apertura appare il simbolo protettivo delle ali divine, che concretamente richiamano l’arca dell’alleanza coi cherubini alati, cioè la presenza di Dio accanto ai fedeli nel tempio santo di Sion.
L’orante chiede istantemente che Dio mandi dal cielo i suoi messaggeri, ai quali egli attribuisce i nomi emblematici di “Fedeltà” e “Grazia” (v. 4), qualità proprie dell’amore salvifico di Dio. Perciò, anche se rabbrividisce per il ruggito terribile delle fiere e per la perfidia dei persecutori, il fedele nell’intimo rimane sereno e fiducioso, come Daniele nella fossa dei leoni (cf Dn 6,17-25).
La presenza del Signore non tarda a mostrare la sua efficacia, mediante l’autopunizione degli avversari: questi piombano nella fossa che avevano scavato per il giusto (cf v. 7). Tale fiducia nella giustizia divina, sempre viva nel Salterio, impedisce lo scoraggiamento e la resa alla prepotenza del male. Dalla parte del fedele prima o poi si schiera Dio, che sconvolge le manovre degli empi facendoli inciampare nei loro stessi progetti malvagi.
Giungiamo, così, al secondo momento del Salmo, quello del ringraziamento (cf vv. 8-12). C’è un passo che brilla per intensità e bellezza: “Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore. Voglio cantare, a te voglio inneggiare: svegliati, mio cuore, svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora” (vv. 8-9). Ormai le tenebre si sono dileguate: l’alba della salvezza è resa vicina dal canto dell’orante.
Applicando a sé questa immagine, il Salmista forse traduce nei termini della religiosità biblica, rigorosamente monoteistica, l’uso dei sacerdoti egiziani o fenici che erano incaricati di “svegliare l’aurora”, cioè di far riapparire il sole, considerato una divinità benefica. Egli allude anche all’uso di appendere e velare gli strumenti musicali nel tempo del lutto e della prova (cf Sal 136,2), e di “risvegliarli” al suono festivo nel tempo della liberazione e della gioia. La liturgia, quindi, fa sbocciare la speranza: si rivolge a Dio invitandolo ad avvicinarsi di nuovo al suo popolo e ad ascoltare la sua supplica. Spesso nel salterio l’alba è il momento dell’esaudimento divino, dopo una notte di preghiera.
Il Salmo si chiude, così, con un canto di lode rivolto al Signore, che opera con le sue due grandi qualità salvifiche, già apparse con termini differenti nella prima parte della supplica (cf v. 4). Ora sono di scena, quasi personificate, la Bontà e la Fedeltà divina. Esse inondano i cieli con la loro presenza e sono come la luce che brilla nell’oscurità delle prove e delle persecuzioni (cf v. 11). Per questo motivo il Salmo 56 si è trasformato nella tradizione cristiana in canto del risveglio alla luce e alla gioia pasquale, che si irradia nel fedele cancellando la paura della morte e aprendo l’orizzonte della gloria celeste.
Gregorio di Nissa scopre nelle parole di questo Salmo una sorta di descrizione tipica di ciò che avviene in ogni esperienza umana aperta al riconoscimento della sapienza di Dio. “Mi salvò infatti – egli esclama – avendomi fatto ombra con la nube dello Spirito, e coloro che mi avevano calpestato sono stati umiliati” (Sui titoli del salmi, Roma 1994, p. 183).
Rifacendosi poi alle espressioni che concludono il Salmo, dove è detto: “Innalzati sopra il cielo, o Dio, su tutta la terra la tua gloria”, egli conclude: “Nella misura in cui la gloria di Dio si estende sulla terra, accresciuta dalla fede di coloro che vengono salvati, le potenze celesti, esultando per la nostra salvezza, inneggiano a Dio” (ivi, p. 184).
Giovanni Paolo II
Osservatore Romano 20-9-2001

I SALMI COME LIBRO DI POESIA

http://www.retesicomoro.it/Objects/Pagina.asp?ID=6969

Leggere, comprendere, pregare i Salmi / 1

I SALMI COME LIBRO DI POESIA

In queste tre serate è stato chiesto di parlare del libro dei Salmi. Noi conosciamo i salmi responsoriali e quelli che leggiamo dicendo le lodi e i vespri, ma non tutti conoscono il libro dei salmi che raccoglie in totale 150 componimenti. La prima sfida potrebbe essere questa: giorno per giorno leggerne uno, se è lungo, e due se è breve: si scoprirà che questo libro ha una sua logica.
Che cosa sono i salmi? Salmo è una parola greca che significa componimento musicale. In greco psalmos indica un componimento musicale che si suonava con quello strumento che la Bibbia chiama salterio, probabilmente una specie di arpa. Questo significa che i salmi sono stati fatti per essere cantati, sono poesie in forma di canzoni e, come tali, anche nella liturgia dovrebbero essere cantati, anche se pochi lo fanno. Non entro in cose tecniche: solo una breve annotazione. Qualcuno si sarà accorto che il numero del salmo riportato nella Bibbia non corrisponde a quello della messa: questo perché la Bibbia segue la numerazione del testo ebraico, mentre il breviario e la liturgia quella del testo latino e greco della LXX.
La prima chiave di lettura per capire i salmi non è leggere i salmi, ma leggere la poesia. Purtroppo la gente non sa più leggere la poesia: Questo l’ho imparato quando ero a Roma a studiare dal padre gesuita Luis Alonso Schökel, un grandissimo esegeta spagnolo. Se noi non fossimo cristiani o credenti riterremmo il libro dei salmi un libro di poesie e, come sappiamo, la poesia ha modi e regole per essere letta.
Quindi prima di tutto rendersi conto che i salmi sono poesie e come tali non vanno tanto spiegate quanto lette, gustate, fatte risuonare nelle orecchie; la poesia più che di concetti è fatta di immagini e di simboli. Così il salmo deve essere letto imparando a gustare le immagini e i simboli che sono molto semplici perché tratti dalla vita quotidiana dell’uomo. La poesia è fatta anche di immagini fantastiche. Ecco alcuni esempi. Nel salmo 114 si legge:

Il mare vide e si ritrasse,
il Giordano si volse indietro,
i monti saltellarono come arieti,
le colline come agnelli di un gregge.

La prima cosa quando si legge un salmo, quindi, è imparare a coglierne l’aspetto poetico, i simboli e le immagini e lasciarci guidare da esse, senza ragionarci troppo sopra. Per esempio, il salmo 30 che inizia:Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato è tutto giocato sul simbolo della fossa:

4Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.
10Quale guadagno dalla mia morte, dalla mia discesa nella fossa?
8Nella tua bontà, o Signore,
mi avevi posto sul mio monte sicuro.

Lo immaginate: da una parte c’è un buco e dall’altra c’è una montagna. Stavo per cadere in questo buco, ma il Signore mi ha messo sul monte. È chiaro che è una metafora: stavo per morire e tu, Signore, mi ha salvato. È un’esperienza di caduta e di sollevamento. Nello stesso salmo c’è anche il simbolo del lamento e della danza:

12Hai mutato il mio lamento in danza,
mi hai tolto l’abito di sacco,
e mi hai rivestito di gioia.

Cioè il Signore mi ha fatto passare dalla tristezza (gli ebrei in segno di lutto indossavano un sacco) alla gioia. Già fermandosi su questi simboli del salmo 30 ci chiediamo: Quando è che mi sento cadere in una fossa? Quand’è che mi capita di vestirmi con un sacco? Quand’è invece che il Signore mi ha messo un abito da festa? Il salmo gioca su queste esperienze molto semplici e molto poetiche, ricche di simboli.
I simboli sono applicati anche a Dio: Mi rifugio all’ombra delle tue ali. È una bella immagine di Dio che ti copre e ti protegge quando sei in pericolo. In un altro salmo c’è un versetto che dice: Tu, o Dio, salva dai rapaci la vita della tua tortora. La prima cosa dunque è imparare a leggere i salmi come poesia, e sapere che la poesia ha delle regole: ha il ritmo, la rima. In italiano se voglio dare alla poesia un tono marziale, uso il decasillabo (Soffermàti sull’arida sponda…); se voglio dare un tono più disteso, uso l’endecasillabo come nei versi della Divina Commedia. Ci sono poi vari tipi di rima la quale aiuta tra l’altro a imparare la poesia a mente.
In ebraico non è così. Per di più noi leggiamo i salmi in italiano e perdiamo un po’ della poesia. Ma una regola che si vede bene nei salmi – tipica della poesia ebraica – è quella che si chiama legge del parallelismo . Se avete presente il breviario, quando dite le lodi o i vespri, avrete notato che i versetti dei salmi sono sempre di due o tre versi, mai di più. Questa è una regola fissa, se ne trovate di più vuol dire che li ha messi insieme chi ha redatto il breviario. Avete visto che al termine del versetto c’è un asterisco che tra l’altro ha una funzione tecnica: è un invito a fare una breve pausa. Cosa vuol dire parallelismo? Guardiamo il salmo 1:

6il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.

E’ un verso in due parti: la stessa immagine ma alla rovescia; si dice una cosa, poi si dice il contrario. Questo è detto parallelismo antitetico che è tipico dei salmi e serve per creare opposizione,per suscitare attenzione. C’è poi il parallelismo sinonimico: dire la stessa cosa con parole diverse. Sempre nel salmo 1:

2ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

C’è ancora un terzo tipo di parallelismo in cui si dice una cosa e poi si dice qualcosa di più su quell’argomento. Lo vediamo ancora nel salmo 1:

1Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti.

Da notare la progressione in queste tre frasi: beato l’uomo che non entra dove sono i malvagi; non si ferma a parlare con loro, e non si siede con loro. È psicologicamente interessante: il malvagio è quello che si interessa dei cattivi, li ascolta, si siede a parlare con loro. In un solo verso si danno tre immagini in successione.
Tutti salmi sono scritti così: o in opposizione, o in sintesi o in sinonimia. Perché l’ebraismo sceglie questa regola che non è la nostra della rima o del ritmo? Gli autori che l’hanno studiata hanno tratto una conclusione a mio parere interessante: il salmo è poesia e la poesia ha la capacità di comprendere la realtà attraverso immagini, frasi e sensazioni che nessuna riflessione razionale può riuscire a cogliere. Con la regola del parallelismo il salmista si accorge che la realtà è complessa: talvolta è antitetica e così in un solo verso riesce a mettere insieme le cose più diverse che la filosofia non riuscirebbe a dare.
Pensate a certi poemi brevissimi del ‘900, per esempio a Ungaretti: “Si sta come d’autunno /sugli alberi le foglie” In solo due versi dà l’idea del soldato in guerra: nessun racconto riuscirebbe a esprimerlo. Questa sinteticità l’ebraismo l’ottiene attraverso la legge del parallelismo antitetico: regola così ferrea che a volte basterebbe leggere la prima metà di ogni versetto . Prendiamo il salmo 114: io vi leggo la prima metà del verso, saltando la seconda:

Quando Israele uscì dall’Egitto,
Giuda divenne il suo santuario.
Il mare vide e si ritrasse,
i monti saltellarono come arieti,
Che hai tu, mare, per fuggire?
Perché voi monti saltellate come arieti?
Trema,o terra, davanti al Signore,
che muta la rupe in un lago.

Se io vi leggo la seconda parte del versetto, viene fuori una cosa senza senso:

la casa di Giacobbe da un popolo barbaro,
Israele il suo dominio.
Il Giordano si volse indietro,
le colline come agnelli di un gregge.
E tu, Giordano, per voltarti indietro?
E voi, colline, come agnelli di un gregge?
Davanti a Dio di Giacobbe,
la roccia in sorgenti d’acqua.

Questo vuol dire che la seconda parte di ogni verso è in funzione della prima, quindi il salmo va letto connettendolo di continuo tra una parte e l’altra. Se si leggesse il salmo in ebraico ci si accorgerebbe del gioco continuo dei suoni, della scelta delle parole e delle consonanti . Per fare un esempio prendiamo il Passero solitario di Leopardi:

Passero solitario, alla campagna
cantando vai finché non more il giorno;
ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno brilla nell’aria ecc.

Notate l’abbondanza della ‘erre’ che dà una sonorità particolare. Questo gioco di consonanti che evoca sonorità è presente anche nella poesia ebraica; un esempio nel salmo 121:

1Quale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore!”.
5Domandate pace per Gerusalemme…

‘Chiedere’ si dice sha’al, ‘pace’ in ebraico si dice shalom, Yerushalayim è Gerusalemme e richiama la città della pace. Queste cose possono sembrare un po’ pedanti, ma è la poesia che è fatta di suoni, di sensazioni, è fatta anche dalla capacità di saper cogliere tutto questo. Fate la prova leggendo una poesia a voce alta, così come ad alta voce si dovrebbero leggere i salmi.
Ma la cosa più importante dei salmi è proprio l’uso dei simboli. Non voglio rubare il mestiere a don Stefano perché il filosofo è lui, ma il simbolo è una cosa molto importante. Simbolo è una parola greca che viene dal verbo symballo che vuol dire”mettere insieme”, mentre il contrario diaballo vuol dire “dividere”, da cui diabolus che è il divisore, quindi il diavolo è il contrario del simbolo.
Leggere la realtà in chiave simbolica significa cogliere in quello che vedo qualcosa di più, cogliere significati che vanno oltre a quello che vedo. Se io parlo di terra, cielo, sole, luna, stelle, non parlo solo di un elemento fisico, parlo anche di chi ha creato questi elementi; il simbolo mi fa vedere l’invisibile, ossia Dio. Ed è quanto accade leggendo i salmi. Se non si riesce a fare questo la realtà si frammenta e diventa semplicemente un dato di fatto che sfugge ad ogni significato.
Un grande filosofo francese, Paul Ricoeur diceva che il simbolo fa pensare [dà da pensare]: alla fine rimanda all’Altro. Per questo i salmi parlano di simboli, di realtà molto concrete, perché invitano a vedere cosa c’è dietro alla realtà nella quale viviamo. Questo è vero per tutta la poesia, che fa sempre pensare perché rimanda comunque ad altro.
Spesso i salmi usano i simboli per parlare di Dio e questo vuol dire che il Dio dei salmi non è un Dio astratto, un Dio del catechismo di Pio X, un Dio filosofico che non esiste nella realtà. Il Dio dei salmi ha un volto, un braccio, si arrabbia… tutti simboli per indicare Dio. Questa è una prima chiave di lettura per quanto riguarda il salterio. Per avere un esempio di simboli, guardiamo il salmo 29:

3Il tuono del Signore è sopra alle acque,
4Il tuono dl Signore è forza,
il tuono del Signore è potenza.
Il tuono del Signore schianta i cedri
Il Signore schianta i cedri del Libano.

Tuono in ebraico – qol – è la stessa parola che si può tradurre anche con voce. Per il salmista il tuono è simbolo della potenza del Signore; quando sente un tuono immagina che Dio ha una voce potente. Il salmo 29 è tutto costruito sulla sonorità di un tuono che arriva davvero, che si scatena sulle montagne, poi sul mare, poi sul deserto ma alla fine questo tuono non è altro che il simbolo di Dio che parla al suo popolo: 11”Il Signore benedirà il suo popolo con la pace”, mentre
normalmente i tuoni nella realtà portano i fulmini.
Quindi la prima cosa da ricordare quando si legge un salmo è la poesia. I poeti hanno capito bene che i salmi sono poesia; limitandoci alla letteratura italiana sarebbe interessante vedere quante volte un poeta italiano riprende i salmi, anche in maniera inattesa. Avete mai letto la poesia di Quasimodo che richiama il salmo 137 “E come potevamo mai cantare/ con il piede straniero sopra il cuore/ tra morti abbandonati nelle piazze/…al lamento d’agnello dei fanciulli…/ alle fronde dei salici per voto, appendemmo le nostre cetre. Tutta questa riflessione sulla poesia serve ad indicare che il salmo ha valore anche per un non credente, proprio perché il salmo è poesia e le poesie sono transculturali e transreligiose
I salmi rispecchiano un’esperienza religiosa dell’uomo
L’altra cosa per capire i salmi è che sono preghiere in forma di poesia e come tali rispecchiano un’esperienza religiosa dell’uomo, è un incontro con la divinità. Da qui una considerazione interessante. Per i credenti la Bibbia è parola di Dio, è quella parola che Dio mi dice attraverso questi testi. Ma i salmi, se sono preghiere, sono parole che noi diciamo a Dio.
Come mai allora nella Bibbia c’è un libro di preghiere? Non dovrebbe essere così perché la Bibbia è tutta parola di Dio rivolta a noi, mentre i salmi sono preghiere rivolte a Lui. Ho trovato questa riflessione in un bel libro di un pastore luterano, Bonoeffher, ucciso dai nazisti nel ’44, autore anche di un libro sui salmi – Pregare coi salmi con Cristo –, in cui appunto si pone questa domanda e lui risponde che i salmi sono le preghiere che Dio ci ha messo in bocca. Un po’ come il Padre nostro nel Vangelo, quando Gesù dice: ”Pregate così”.
Questo significa che pregare con i salmi non è la stessa cosa che pregare con altre preghiere, né con quelle spontanee, né con quelle dei santi, né con quelle della tradizione cristiana. I salmi sono un’altra cosa, sono la preghiera per eccellenza che il Signore vuole da ciascuno di noi. Pregare con i salmi significa alla fine entrare in un mondo nel quale Dio si abbassa fino a me per entrare nel mio mondo umano e rivolgere attraverso di questo la preghiera che io non so fare e che Lui mi aiuta a fare.
Qualcuno può rimanere sorpreso perché si aspetterebbe preghiere sublimi, roba da San Giovanni della Croce o Santa Teresa D’Avila in cui si entra nelle sfere della contemplazione; invece nei salmi troviamo espressioni tipo “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?”, “Signore, fino a quando continuerai a dimenticarmi?”,” Dov’è il tuo amore di un tempo?” Allora scopro che la preghiera che Dio vuole non è una preghiera mistica o, peggio, devozionale, ma una preghiera molto umana.
Nel salmo c’è il dolore, c’è la disperazione, c’è perfino la rabbia (ci fermeremo poi sui così detti salmi imprecatori). Questo vuol dire che Dio entra anche nei lati più brutti del nostro carattere, perché i salmi sono preghiere incarnate profondamente nella vita umana. Il professore di cui vi parlavo prima ci diceva che bisogna imparare ad esplorare il mondo dei salmi e nel suo libro sui salmi aveva un indice: le emozioni nel salterio (rancore, odio, rabbia, gioia, vendetta ecc.).
Entrare in sintonia col mondo dei salmi non è un’idea moderna. Già nel III-IV secolo c’era un padre della Chiesa, Sant’Atanasio, vescovo di Alessandra d’Egitto, che aveva un amico, Marcellino, che gli scrive dicendo di non riuscire a pregare coi salmi perché non corrispondono al suo stato d’animo. Nella “Lettera a Marcellino” Atanasio gli risponde dicendo: ”Il libro dei salmi ha questo di meraviglioso: che riporta impressi e scritti i moti di ciascun’anima e il modo con il quale l’animo umano cambia e si corregge, affinché chi è inesperto, se vuole, possa vedere e trovare se stesso nel salterio e plasmare se stesso come nel salmo è scritto. I salmi diventano allora uno specchio perché ognuno possa osservare se stesso e recitare i salmi con tale sentimento. Se il salmo gioisce, gioisci con lui, se il salmo piange, piangi con lui.
La preghiera non è questione di avere voglia o di non avere voglia, ma è questione di esplorare quel mondo che il salmo ci mette davanti; può darsi che in quel momento non sia arrabbiato, ma rifletterò su quando mi capita di essere arrabbiato e pregherò per chi lo sono in quel momento o, viceversa, se in un momento che sono arrabbiato trovo un bel salmo di lode, forse il Signore me lo fa recitare apposta per vedere se , nonostante tutto, c’è un motivo per ringraziarlo.
Quello dei salmi è un mondo che mi costringe a far mio quel salmo e, come dice Atanasio,a farne uno specchio nel quale guardare me stesso. Questa è la seconda chiave di lettura; la prima è puramente letteraria e vale per tutti credenti e non credenti; la seconda è una chiave di lettura di fede e vale per quelli che credono che i salmi sono parola di Dio.
Quando nasce il libro dei Salmi?
Terza e ultima cosa: quando nasce questo libro? Chi è che ha scritto e quando sono stati scritti i salmi? Per i musulmani il Corano è solo in cielo, è un’opera diretta di Allah; quello sulla terra è la copia fedele dettata dall’Arcangelo Gabriele; quindi non si può modificare né spiegare perché così l’ha scritto Dio. Per noi invece la Bibbia è stata scritta da Dio e dagli uomini ed entrambi ci hanno messo del loro, tanto è vero che alla messa quando si legge una lettura si dice: ”Dal libro del profeta Isaia…” e al termine della lettura i fedeli dicono “Parola di Dio”. È il mistero della Bibbia che è parola di Dio nel linguaggio umano, in un gioco di relazione tra Dio e l’uomo.
Sapere da chi e quando un libro della Bibbia è stato scritto è importante per contestualizzarlo ed inserirlo in un preciso momento storico. I salmi sono 150 e probabilmente appartengono a 150 epoche diverse. Molti sono stati attribuiti a Davide, ma sono quelle attribuzioni che nell’antichità venivano fatte attribuendo le opere a personaggi famosi del passato. In realtà gli autori non li conosciamo e le epoche sono le più varie: ci sono salmi antichi (700, 800, 900 anni prima di Cristo) e salmi più recenti risalenti a 150 anni prima di Cristo.
Quindi sono stati composti in un periodo molto ampio, ma l’unica cosa certa è che tutti i 150 salmi vengono raccolti “pubblicati” 150, massimo 200 anni a.C. fuori da Gerusalemme e fuori da Israele, cioè durante la diaspora. Saprete certamente che l’ebraismo si considera in diaspora fino a che non è in Israele e il salterio nasce in qualche comunità ebraica fuori da Israele, forse in Siria, in Babilonia, per gente che non aveva più nulla: non aveva più il tempio, né un loro re, né la libertà perché erano schiavi.
A questa gente non restava che la preghiera, che puoi fare anche se ti trovi a diecimila chilometri di distanza dal tempio di Gerusalemme. Allora i salmi diventano la preghiera del pellegrino che sente questa lontananza e avverte che l’unico legame rimasto con la sua terra è un libro di preghiere. Ecco allora i salmi delle salite (“quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore”) che rievocano un viaggio a Gerusalemme. Molti sono i salmi nostalgici che rievocano la patria (“là sui fiumi di Babilonia sedevamo e piangevamo al ricordo di Sion…”).
I salmi nascono come preghiera di persone povere semplici che si sentono lontane e oppresse, perché, se avete notato, nei salmi il protagonista è sempre il povero (“Io sono povero e umile, ma i l Signore ha pietà di me”. “Signore, alza la tua mano per non dimenticare i poveri… eppure tu vedi l’affanno e il dolore dei poveri… a te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei l’aiuto…”). I salmi sono stati scritti da comunità di poveri, anche in senso materiale, oppressi e lontani dalla propria terra, che non avevano altro se non la preghiera e la parola di Dio; infatti nel salmo1 che dà il tono a tutto il salterio,dice ; “Beato l ’uomo che… nella legge del Signore trova la sua gioia”. Per legge del Signore non si intendono i 10 comandamenti ma la Bibbia, cioè la parola di Dio.
Questo è il contesto storico in cui nascono i salmi e la Chiesa ha fatto del salterio la preghiera delle comunità cristiane in cammino verso il regno di Dio. Queste sono le tre linee con cui leggere il salterio i salmi come poesia, i salmi come preghiera, e l’origine dei salmi [...].

Luca Mazzinghi

(articolo tratto da www.pievedisesto.it)

SALMI 103 – DIO È AMORE

https://www.biblegateway.com/passage/?search=Salmi+103&version=CEI

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA (CEI)

SALMI 103 – DIO È AMORE

103 DI DAVIDE.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
2 Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici.

3 Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie;
4 salva dalla fossa la tua vita,
ti corona di grazia e di misericordia;
5 egli sazia di beni i tuoi giorni
e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.

6 Il Signore agisce con giustizia
e con diritto verso tutti gli oppressi.
7 Ha rivelato a Mosè le sue vie,
ai figli d’Israele le sue opere.

8 Buono e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
9 Egli non continua a contestare
e non conserva per sempre il suo sdegno.
10 Non ci tratta secondo i nostri peccati,
non ci ripaga secondo le nostre colpe.

11 Come il cielo è alto sulla terra,
così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;
12 come dista l’oriente dall’occidente,
così allontana da noi le nostre colpe.
13 Come un padre ha pietà dei suoi figli,
così il Signore ha pietà di quanti lo temono.

14 Perché egli sa di che siamo plasmati,
ricorda che noi siamo polvere.
15 Come l’erba sono i giorni dell’uomo,
come il fiore del campo, così egli fiorisce.
16 Lo investe il vento e più non esiste
e il suo posto non lo riconosce.

17 Ma la grazia del Signore è da sempre,
dura in eterno per quanti lo temono;
la sua giustizia per i figli dei figli,
18 per quanti custodiscono la sua alleanza
e ricordano di osservare i suoi precetti.
19 Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono
e il suo regno abbraccia l’universo.

20 Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli,
potenti esecutori dei suoi comandi,
pronti alla voce della sua parola.
21 Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere,
suoi ministri, che fate il suo volere.
22 Benedite il Signore, voi tutte opere sue,
in ogni luogo del suo dominio.
Benedici il Signore, anima mia.

SALMO 144: NELLA GIOIA DEL SIGNORE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/06-07/007-Salmo_%20144.html

SALMO 144: NELLA GIOIA DEL SIGNORE

O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome
in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode, la sua grandezza non si può misurare.
Una generazione narra all’altra le tue opere, annunzia le tue meraviglie.
Proclamano lo splendore della tua gloria e raccontano i tuoi prodigi.
Dicono la stupenda tua potenza e parlano della tua grandezza.
Diffondono il ricordo della tua bontà immensa, acclamano la tua giustizia.
Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza, per manifestare agli uomini i tuoi prodigi e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è regno di tutti
i secoli, il tuo dominio si estende ad ogni generazione.

Il Salmo 144 è una gioiosa lode al Signore che è esaltato come un sovrano amoroso e tenero, preoccupato per tutte le sue creature. La Liturgia ci propone questo inno in due momenti distinti, che corrispondono anche ai due movimenti poetici e spirituali del Salmo stesso. Ora noi ci soffermeremo sulla prima parte, che corrisponde ai vv. 1-13.
Il Salmo è innalzato al Signore invocato e descritto come «re» (cf Sal 144,1), una raffigurazione divina che domina altri inni salmici (cf Sal 46;92;95-98). Anzi, il centro spirituale del nostro canto è costituito proprio da una celebrazione intensa e appassionata della regalità divina. In essa si ripete per quattro volte – quasi ad indicare i quattro punti cardinali dell’essere e della storia – la parola ebraica malkut, «regno» (cf Sal 144,11-13).
Sappiamo che questa simbologia regale, che sarà centrale anche nella predicazione di Cristo, è l’espressione del progetto salvifico di Dio: egli non è indifferente riguardo alla storia umana, anzi ha nei suoi confronti il desiderio di attuare con noi e per noi un disegno di armonia e di pace. A compiere questo piano è convocata anche l’intera umanità, perché aderisca alla volontà salvifica divina, una volontà che si estende a tutti gli «uomini», a «ogni generazione» e a «tutti i secoli». Un’azione universale, che strappa il male dal mondo e vi insedia la «gloria» del Signore, ossia la sua presenza personale efficace e trascendente.

Celebrare la salvezza
Verso questo cuore del Salmo, posto proprio al centro della composizione, si indirizza la lode orante del Salmista, che si fa voce di tutti i fedeli e vorrebbe essere oggi la voce di tutti noi. La preghiera biblica più alta è, infatti, la celebrazione delle opere di salvezza che rivelano l’amore del Signore nei confronti delle sue creature. Si continua in questo Salmo a esaltare «il nome» divino, cioè la sua persona (cf vv. 1-2), che si manifesta nel suo agire storico: si parla appunto di «opere», «meraviglie», «prodigi», «potenza», «grandezza», «giustizia», «pazienza», «misericordia», «grazia», «bontà» e «tenerezza».
È una sorta di preghiera litanica che proclama l’ingresso di Dio nelle vicende umane per portare tutta la realtà creata a una pienezza salvifica. Noi non siamo in balía di forze oscure, né siamo solitari con la nostra libertà, bensì siamo affidati all’azione del Signore potente e amoroso, che ha nei nostri confronti un disegno, un «regno» da instaurare (cf v. 11).

Il regno della tenerezza
Questo «regno» non è fatto di potenza e di dominio, di trionfo e di oppressione, come purtroppo spesso accade per i regni terreni, ma è la sede di una manifestazione di pietà, di tenerezza, di bontà, di grazia, di giustizia, come si ribadisce a più riprese nel flusso dei versetti che contengono la lode.
La sintesi di questo ritratto divino è nel versetto 8: il Signore è «lento all’ira e ricco di grazia». Sono parole che rievocano l’auto-presentazione che Dio stesso aveva fatto di sé al Sinai, dove aveva detto: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34,6). Abbiamo qui una preparazione della professione di fede di San Giovanni, l’Apostolo, nei confronti di Dio, dicendoci semplicemente che Egli è amore: «Deus Caritas est» (cf 1 Gv 4,8.16).

L’opera della misericordia
Oltre che su queste belle parole, che ci mostrano un Dio «lento all’ira, ricco di misericordia», sempre disponibile a perdonare e ad aiutare, la nostra attenzione si fissa anche sul successivo bellissimo versetto 9: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature». Una parola da meditare, una parola di consolazione, una certezza che Egli porta nella nostra vita.
A tale riguardo, San Pietro Crisologo (380 ca. – 450 ca.) così si esprime nel Secondo discorso sul digiuno:
«Grandi sono le opere del Signore»: ma questa grandezza che vediamo nella grandezza della Creazione, questo potere è superato dalla grandezza della misericordia. Infatti, avendo detto il profeta: «Grandi sono le opere di Dio», in un altro passo aggiunse: «La sua misericordia è superiore a tutte le sue opere».
La misericordia, fratelli, riempie il cielo, riempie la terra… Ecco perché la grande, generosa, unica, misericordia di Cristo, che riservò ogni giudizio per un solo giorno, assegnò tutto il tempo dell’uomo alla tregua della penitenza…
Ecco perché si precipita tutto verso la misericordia il profeta che non aveva fiducia nella propria giustizia: “Abbi pietà di me, o Dio – dice –, per la tua grande misericordia” (Sal 50,3)» (42,4-5: Sermoni 1-62bis, Scrittori dell’Area Santambrosiana, 1, Milano-Roma 1996, pp. 299. 301).
E così diciamo anche noi al Signore: «Abbi pietà di me, o Dio, tu che sei grande nella misericordia».

Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 01-02-2006

 

IL VOLTO NUOVO DEL FIGLIO DI UN SORRISO (SALMO 131)

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=123837

IL VOLTO NUOVO DEL FIGLIO DI UN SORRISO (SALMO 131)

lo sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.

Il brevissimo Salmo 131 è composto di soli tre versetti, il terzo dei quali riprende il v. 7 del Salmo 130, con lo stesso verbo in ebraico. Il Salmo 131 è così legato al precedente, al modo di una strofa aggiuntiva. Là si parla della redenzione dell’intero Israele, entro la quale si svolge la vicenda di confessione e di perdono nella quale è trasformato il nostro pellegrino.
È un evento pasquale: passaggio e risurrezione. Questo evento fa del singolo fedele un segno di redenzione per tutto il popolo. Il Salmo 131 costituisce un momento di intenso raccoglimento meditativo – come un sussurro – ma in grado di manifestare la novità che l’opera redentiva di Dio realizza per la salvezza del mondo. Un sussurro, tenue e soave, eppure espressione di un momento di pienezza pacificata nell’esperienza del perdono.
Il testo si divide in due strofe – VV. 1 e 2 – e un ritornello conclusivo: v. 3. La prima è costituita da tre negazioni. È la fine di un tempo e si dice quel che non è più. La seconda riporta un’affermazione: la novità ormai instaurata. La fine di un tempo e l’inaugurazione di un tempo nuovo.
SALMO 131
Canto delle ascensioni. Di Davide.
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.
2 lo sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.
3 Speri Israele nel Signore,
ora e sempre.
Cuore, volto e mano di fronte a Dio
La prima strofa. Per tre volte «non». Si comincia con la invocazione del Nome di Dio e così si finirà al v. 3. Si augura a tutto il popolo l’incontro con il Signore vivente che ha determinato la novità di cui il nostro pellegrino può costituire un segno.
Dice che è finito il tempo in cui il cuore si inorgogliva, lo sguardo era superbo e i passi erano orientati verso la realizzazione di grandi imprese. Si noti la terna citata: il cuore, lo sguardo, i passi. È una di quelle teme che danno una completa descrizione antropologica, nel linguaggio biblico. Siamo dinanzi a una rielaborazione raffinata di una tema di dimensioni umane che possono essere identificate con il cuore, il volto e la mano. La vita umana è queste tre cose, non ha semplicemente questi tre elementi.
Il cuore significa l’interiorità segreta, il mistero profondo, la sede interiore dove si ascolta, si pensa, si progetta e si attuano decisioni circa l’intera esistenza. Il cuore ha le sue traversie, ha durezze e chiusure sempre possibili; si impietrisce e si ripiega su se stesso. Può non ascoltare o restare indeciso, senza progetti.
L’uomo è un cuore e poi anche un volto: sacramento visibile del mistero imperscrutabile che è custodito nel cuore umano. L’invisibile identità profonda ha una trasparenza visibile nel volto; attraverso il volto, il cuore può ricevere e trasmettere: il volto, con la sua complessità e la sua mutevolezza. In esso spiccano gli occhi e la bocca. Con entrambi si assimila e si trasmette. Il volto può essere tenebroso e mascherato: chi lo purificherà e gli darà quella bellezza che il Creatore ha voluto imprimere in esso per potercisi specchiare?
Infine la mano, lo strumento dell’operatività. Nel nostro Salmo si parla del piede e dei suoi passi: gesti con cui è efficace la propria presenza nel mondo, presenza progettata e voluta nel cuore. Anche a proposito della mano – o del braccio o della gamba – lo stato di peccato e di decadenza fa sì che possa essere strumento di potere violento. Eppure la mano è stata data all’uomo perché sia pronta a benedire, perché sia laboriosa e capace di segni di comunione; è stata creata per essere aperta, paziente. Chi libererà la mano dell’uomo? Chi la costringerà ad aprirsi? Tutta la storia della salvezza si condensa nell’evento decisivo della Pasqua del Figlio dell’Uomo che muore e risorge: l’evento nuovo è un uomo dal cuore puro, dal volto luminoso e dalla mano aperta. Quest’uomo dal cuore puro è sapiente e libero e sa come interferire nei progetti del nostro cuore. Egli è il Figlio di Dio che scandaglia il cuore umano e ne scioglie la durezza. Egli ha un volto luminoso e lo offre come specchio perché il volto mascherato dell’uomo finalmente perda la propria menzogna e si specchi nella immagine esemplare di Lui: l’icona che è secondo il compiacimento di Dio. È il volto bellissimo per eccellenza… e si manifesta segnato dal dolore, piagato e orrendo, coperto da ogni vergogna umana perché noi possiamo cessare di nascondere la nostra vergogna. In Lui ritroviamo luce e bellezza, quelle che il Creatore si attendeva fin dall’inizio nel dialogo e nel confronto con la sua creatura.
Nella pienezza dei tempi il Figlio di Dio è colui che si consegna nelle nostre mani. È Lui che viene colpito, aggredito e gettato via. Egli ha mani aperte, da povero; mani di colui che si arrende, mani del Crocifisso e Risorto. Sono le nostre mani di uomini, assuefatte alla violenza, che si sono strette su di Lui e poi perdono la presa, ridotte all’impotenza e sconfitte. L’aggredito apre le sue mani e benedice, mentre – vivente e glorioso – sale al Padre. Allora noi siamo costretti alla resa. C’è un povero in mezzo a noi che libera il cuore umano; c’è uno svergognato in mezzo a noi che illumina il nostro volto e gli restituisce bellezza; c’è un derelitto, vittima della nostra violenza, che ci costringe ad aprire le mani perché siamo sconfitti. La nostra violenza si è scaricata addosso a Lui, che l’ha assorbi ta per intero con le mani alzate in gesto di resa. Il Salmo parla di queste cose fin dal v. 1.
Il cuore può indurirsi. n verbo usato indica più esattamente l’azione di arcuarsi, di ingobbirsi su se stessi. Ora esso ha perso la sua gobba, si è spaccato, aperto. Non c’è medicina che valga a guarire il cuore umano, né delicato massaggio che possa addolcirlo: il cuore umano deve essere spaccato. Questo cuore non si difende più, fortificandosi in se stesso.
Così lo sguardo non si leva con superbia, gli occhi non si affilano e tendono per ferire, come una lama minacciosa. Infine quest’uomo non si muove più per realizzare eventi spettacolari, per manovrare e manipolare. Il vortice delle grandi parate ha stancato quest’uomo, egli vuole riposare dal suo male orgoglioso e si arrende.
Sono occhi bruciati dalla vergogna personale e dalla storia umana; occhi che hanno riconosciuto il Signore sofferente e la sua bellezza indicibile, che viene dal Padre. Nella vergogna del Signore anche l’uomo è accolto e i suoi occhi si aprono a pietà e compassione; e queste non passeranno più perché egli è svergognato insieme al suo Dio.
Allora anche l’uomo è bello, nel Figlio Beneamato: e la mano è consegnata e, con lei, tutto il corpo, tutta la libertà, ambiguo strumento della ricerca di se stessi e della propria esaltazione.
Ogni astuzia che cerca di addossare il proprio orgoglio alla comunità o alla causa cui si appartiene è smascherata: è impossibile santificare o nobilitare il proprio male quando si è di fronte al Crocifisso, come il malfattore di cui parla Luca. Questo malfattore riconosce in Gesù il salvatore che lo libera dal suo male orgoglioso, il male che è ormai superiore alle proprie forze voler giustificare.
Un bimbo svezzato gioca sulla tana del serpente
Ed ecco la seconda strofa, una affermazione molto bella: placata e zittita è la mia anima, come un bimbo svezzato rivolto a sua madre. Ecco chi sono io, ora. Placato il respiro e spenta la tensione inconcludente, la vita del nostro amico non è più agitata. Ma attenzione: potremmo essere disorientati da una immagine che coincidesse con la realtà di un neonato a suo agio in braccio alla mamma, quasi un ritorno alle realtà infantili. Non è così. Qui si parla di un bambino svezzato, uscito fuori da un rapporto simbiotico con la madre e dall’intimità con lei propria del lattante. Questo bambino non è più allattato, è stato sottratto al seno della madre: guarda altrove, ormai, e ha altri interessi. Sta in braccio alla madre, ma non la guarda. Guarda il padre, in dialogo con il mondo che lo circonda e con chi lo domina. Il termine «bimbo svezzato», in ebraico gamùl, compare in alcuni testi dell’Antico Testamento. Ne citiamo tre. Il primo è nella Genesi, al cap. 21. Per la prima volta si dice di un personaggio che è svezzato. È Isacco, figlio di Abramo. Il suo nome significa figlio del sorriso: il Signore insegna ad Abramo e a Sara a sorridere, a sperare in Lui. Isacco viene svezzato, nel cap. 21, e nel cap. 22 può seguire il padre verso il sacrificio. Ora è il figlio pronto per dire ‘amen’, per aderire alla volontà del padre. Così il personaggio del nostro Salmo. Il secondo testo è nel Primo libro di Samuele, al cap. 2. Qui è Samuele lo svezzato. Viene portato dalla madre al santuario perché vi dimori. Egli resta presso Eli e cresce con lui. Il bimbo svezzato è colui che ormai appartiene alla casa del Signore e in essa diventa profeta. Nel Vangelo di Luca, al cap. 2, Gesù viene trovato dai genitori nel tempio e, sgridato, dice loro che ormai deve occuparsi «delle cose del Padre», delle faccende della sua casa. Il terzo testo è nel libro di Isaia, al cap. 11. È un oracolo messianico, visione del mondo nuovo: l’agnello e il leone, l’arsa e il capretto insieme. Un bimbo si trastulla sulla tana del serpente: gamùl. È il Messia, svezzato, che addomestica il serpente. Egli è pronto alla battaglia decisiva, a inchiodare il serpente là dove egli stesso è pronto a essere inchiodato. Il serpente è trasformato in gioco e l’universo intero si rinnova.
Quando il nostro personaggio si paragona a un bimbo svezzato non fa appello al nostro buon cuore, dunque. Stando in braccio alla madre il bimbo dell’immagine guarda alla volontà del Padre, lo segue e con lui lotta contro il male in una battaglia decisiva. Tutto questo senza garanzie o ripari: fino al limite estremo dove il Messia ci ha preceduti, contro una vipera sorda e velenosa. Quando ormai Paolo sta per concludere il suo viaggio, l’ultimo, in Atti 28, sbarca a Malta dopo una tempesta e viene morso da una vipera. Il morso, però, non lo danneggia ed egli scuote la vipera via da sé, nel fuoco. Nel Vangelo di Luca si parla di vipera nella predicazione di Giovanni il Battista. «Razza di vipere», chiama i giudei. Dall’inizio del Vangelo alla fine degli Atti tutta l’opera lucana è racchiusa da questa doppia testimonianza: il Battista chiama alla conversione i figli del serpente e Paolo è ormai sottratto alla pericolosità del suo morso, come bimbo svezzato e pronto per portare a compimento il ministero che gli è stato affidato.
(L’autore) P. Stancari, scritti vari – autore: Pino Stancari S.I.

Publié dans:BIBBIA - ANTICO TESTAMENTO: SALMI |on 15 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

SALMO 130, CONFIDARE IN DIO COME IL BIMBO NELLA MADRE – BENEDETTO XVI (2005)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050810.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 agosto 2005

SALMO 130 - CONFIDARE IN DIO COME IL BIMBO NELLA MADRE

Vespri del Martedì della 3a Settimana

1. Abbiamo ascoltato solo poche parole, una trentina nell’originale ebraico del Salmo 130. Eppure sono parole intense, che svolgono un tema caro a tutta la letteratura religiosa: l’infanzia spirituale. Il pensiero corre subito in modo spontaneo a santa Teresa di Lisieux, alla sua «piccola via», al suo «restare piccola» per «essere tra le braccia di Gesù» (cfr Manoscritto «C», 2r°-3v°: Opere complete, Città del Vaticano 1997, pp. 235-236).
Al centro del Salmo, infatti, si staglia l’immagine di una madre col bambino, segno dell’amore tenero e materno di Dio, come si era già espresso il profeta Osea: «Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato… Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1.4).
2. Il Salmo si apre con la descrizione dell’atteggiamento antitetico rispetto a quello dell’infanzia, la quale è consapevole della propria fragilità, ma fiduciosa nell’aiuto degli altri. Di scena, nel Salmo, sono invece l’orgoglio del cuore, la superbia dello sguardo, le «cose grandi e superiori» (cfr Sal 130,1). È la rappresentazione della persona superba, che viene tratteggiata mediante vocaboli ebraici indicanti «altezzosità» ed «esaltazione», l’atteggiamento arrogante di chi guarda gli altri con senso di superiorità, ritenendoli inferiori a se stesso.
La grande tentazione del superbo, che vuol essere come Dio, arbitro del bene e del male (cfr Gn 3,5), è decisamente respinta dall’orante, il quale opta per la fiducia umile e spontanea nell’unico Signore.
3. Si passa, così, all’immagine indimenticabile del bambino e della madre. Il testo originario ebraico non parla di un neonato, bensì di un «bimbo svezzato» (Sal 130,2). Ora, è noto che nell’antico Vicino Oriente lo svezzamento ufficiale era collocato attorno ai tre anni e celebrato con una festa (cfr Gn 21,8; 1Sam 1,20-23; 2 Mac 7,27).
Il bambino, a cui il Salmista rimanda, è legato alla madre da un rapporto ormai più personale e intimo, non quindi dal mero contatto fisico e dalla necessità di cibo. Si tratta di un legame più cosciente, anche se sempre immediato e spontaneo. È questa la parabola ideale della vera «infanzia» dello spirito, che si abbandona a Dio non in modo cieco e automatico, ma sereno e responsabile.
4. A questo punto la professione di fiducia dell’orante si allarga a tutta la comunità: «Speri Israele nel Signore, ora e sempre» (Sal 130,3). La speranza sboccia ora in tutto il popolo, che riceve da Dio sicurezza, vita e pace, e si estende dal presente al futuro, «ora e sempre».
È facile continuare la preghiera facendo echeggiare altre voci del Salterio, ispirate alla stessa fiducia in Dio: «Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio» (Sal 21,11). «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 26, 10). «Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno» (Sal 70,5-6).
5. All’umile fiducia, come si è visto, si oppone la superbia. Uno scrittore cristiano del quarto-quinto secolo, Giovanni Cassiano, ammonisce i fedeli sulla gravità di questo vizio, che «distrugge tutte le virtù nel loro insieme e non prende di mira solamente i mediocri e i deboli, ma principalmente quelli che si sono posti al vertice con l’uso delle loro forze». Egli continua: «È questo il motivo per cui il beato Davide custodisce con tanta circospezione il suo cuore fino a osare di proclamare davanti a Colui al quale non sfuggivano certamente i segreti della sua coscienza: « Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze »… E tuttavia, ben conoscendo quanto sia difficile anche per i perfetti una tale custodia, egli non presume di appoggiarsi unicamente alle sue capacità, ma supplica con preghiere il Signore di aiutarlo per riuscire a evitare i dardi del nemico e a non restarne ferito: « Non mi raggiunga il piede orgoglioso » (Sal 35,12)» (Le istituzioni cenobitiche, XII,6, Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo – Padova 1989, p. 289).
Analogamente un anziano anonimo dei Padri del deserto ci ha tramandato questa dichiarazione, che riecheggia il Salmo 130: «Io non ho mai oltrepassato il mio rango per camminare più in alto, né mi sono mai turbato in caso di umiliazione, perché ogni mio pensiero era in questo: nel pregare il Signore che mi spogliasse dell’uomo vecchio» (I Padri del deserto. Detti, Roma 1980, p. 287).

 

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