Archive pour décembre, 2018

Madre di Dio della tenerezza (icona russa)

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Publié dans:immagini sacre |on 31 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (1 gennaio), Omelia

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MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (1 gennaio)

Scoprire un Dio dalle grandi braccia e dal cuore di luce
padre Ermes Ronchi

Otto giorni dopo Natale, lo stesso racconto di quella notte: Natale non è facile da capire, è una lenta conquista. Ci disorienta: per la nascita, quella nascita, che divenne nella notte un passare di voci che raccontavano una storia incredibile. Da stropicciarsi gli occhi. È venuto il Messia ed è nel giro di poche fasce, nella ruvida paglia di una mangiatoia. Chi va a cercarlo nei sacri palazzi non lo trova.
« Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette dai pastori ». Riscoprire lo stupore della fede. Lasciarci incantare almeno da una parola del Signore, stupirci ancora della mangiatoia e della Croce, di questo mistero di un Dio che sa di stelle e di latte, di infinito e di casa.
Dimentichiamo tutta la liturgia senz’anima che presiede a questi giorni: regali, botti, auguri, sms clonati, luci, per conservare ciò che vale davvero: la capacità di sorprenderci per la speranza indomita di Dio nell’uomo e in questa nostra storia barbara e magnifica, per il suo ricominciare dagli ultimi della fila.
E impariamo da Maria, che « custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore », Da lei, che salvaguarda come in uno scrigno emozioni e domande, angeli e stalla, un bambino « caduto da una stella fra le sue braccia e che cerca l’infinito perduto e lo trova nel suo petto » (M. Marcolini); da lei che medita nel cuore fatti e parole, fino a che non si dipani il filo d’oro che tutto legherà insieme, da lei impariamo a prenderci del tempo per aver cura dei nostri sogni. « Con il cuore », con la forma più alta di intelligenza, quella che mette insieme pensiero e amore.
E impariamo il Natale anche dai pastori, che non ce la fanno a trattenere per sé la gioia e lo stupore, come non si può trattenere il respiro, ma ritornano cantando, e contagiano di sorrisi chi li incontra, dicendo a tutti: è nato l’Amore!
In questo giorno di auguri, le prime parole che la Bibbia ci rivolge sono: Il Signore parlò a Mosè, ad Aronne, ai suoi figli e disse: Voi benedirete i vostri fratelli. Per prima cosa, che lo meritino o no, voi benedirete.
Dio ci chiede di imparare a benedire: uomini e storie, il blu del cielo e il giro degli anni, il cuore dell’uomo e il volto di Dio. Se non impara a benedire, l’uomo non potrà mai essere felice.
Benedire è invocare dal cielo una forza che faccia crescere la vita, e ripartire e risorgere; significa cercare, trovare, proclamare il bene che c’è in ogni fratello. E continua: Il Signore faccia brillare per te il suo volto. Scopri che Dio è luminoso, ritrova nell’anno che viene un Dio solare, ricco non di troni, di leggi, di dichiarazioni, ma il cui più vero tabernacolo è un volto luminoso. Scopri un Dio dalle grandi braccia e dal cuore di luce.

Publié dans:OMELIE |on 31 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

La Sacra Famiglia

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Publié dans:immagini sacre |on 28 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO C) (30/12/2018)

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SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO C) (30/12/2018)

Al di la dello smarrimento in carovana
padre Gian Franco Scarpitta

Incresciosi atti di disperazione anche legati a stati di instabilità psichica inducono non pochi genitori a uccidere barbaramente i propri figli o a gettarli appena nati nei cassonetti della spazzatura. L’inesperienza e l’impreparazione di tante ragazze che prematuramente si trovano ad essere madri sospingono queste ad abortire per poi trovarsi a sostenere gravosi sensi di colpa. L’egoismo di tante coppie che, una volta professionalmente affermate, vogliono escludere dal loro matrimonio gli impegni, le lotte e le responsabilità che per loro comporterebbe la prole, induce a ricorrere con facilità all’aborto, alla contraccezione o comunque all’esclusione dei figli dalla vita sponsale. Nello stesso tempo però i fa esperienza anche di donne in preda alla depressione e allo scoramento per l’impossibilità di avere dei bambini, a causa dell’impotenza o della sterilità congenita e tantissime donne spasimano e soffrono confrontandosi con altre che hanno avuto il dono dei figli. Ci sono coloro che i figli non li vogliono e farebbero di tutto per evitarli, altri che darebbero qualsiasi cosa pur di portare a termine una sola gestazione. Ciò dovrebbe essere sufficiente a prendere coscienza del fatto che la presenza di bambini nella vita sponsale è sempre una gioia comunque vadano le cose e che non è ammissibile concepire un matrimonio con l’esclusione volontaria della prole. Non solamente ogni matrimonio, per il solo diritto naturale, è orientato alla procreazione oltre che al bene stesso dei coniugi, ma la presenza dei figli è sempre da considerarsi un traguardo raggiunto, un motivo di gioia e di esultanza non importa se questi siano nati tarati o con deformazioni fisiche o mentali. Non importa se la loro crescita e il loro accudimento comporterà poi seri impegni e responsabilità e a volte sofferenze. Stando alla dimensione della fede, i figli sono sempre un dono di Dio e come tale vanno valorizzati e come vorremmo che le donne sterili e impossibilitate a partorire si trovassero tutte nell’esultanza di Anna, moglie di Elkana, di cui parla la prima lettura. Che è la stessa situazione privilegiata di Sara, moglie di Abramo, di Elisabetta e di tante altre donne della Scrittura la cui fede nel Signore viene ricompensata.
La formazione e l’educazione della prole comportano certamente non pochi sacrifici e a volte preoccupazioni e pericoli per loro, soprattutto man mano che i ragazzi si avviano all’adolescenza, tempo difficile sia per i ragazzi stessi che per le loro mamme, a volte in grande difficoltà a capirli o a saperli trattare. Non è facile educare e spesso confronto e dialogo restano delle teorie inapplicabili, ciò tuttavia non pregiudica che l’arrivo e la presenza dei figli costituisce sempre una benedizione che non può non incuterci coraggio e invitarci a perseverare nei problemi e nelle difficoltà. Del resto è sempre allettante e motivo di soddisfazione e di grande contentezza notare, quando si è avanti negli anni, che i nostri figli ci hanno superati nelle affermazioni professionali o che hanno accresciuto i nostri stessi successi qualora abbiano intrapreso la nostra stessa attività. E’ bello poter notare che in un modo o nell’altro i nostri sforzi per crescere e per formare alla vita non sono mai inani e improduttivi.
Il famoso episodio dello smarrimento di Gesù durante il pellegrinaggio di Maria e Giuseppe a Gerusalemme è allusivo di come le attenzioni che il Divino Fanciullo debba avere nei confronti del Padre celeste hanno sempre la prevalenza su quelle – certamente importanti e inderogabili – da usare verso i genitori terreni: seppure egli è umilmente e fedelmente sottomesso ai suoi, Gesù non può mancare di occuparsi delle “cose del Padre suo” e questo non dovrebbe stupire né impensierire di fatto i suoi genitori. Gesù è pur sempre il Figlio di Dio che un giorno annuncerà in parole e in opere il Regno parlando con autorità e dando fondamento alla Legge e alla Scrittura e nell’episodio della Trasfigurazione sosterà accanto a Mosè e a Elia e il fatto che adesso “siede in mezzo ai dottori” lascia intendere che non è solamente spettatore passivo, ma partecipe e intenzionale procacciatore della volontà del Padre suo che egli stesso dovrà eseguire. Non che vi sia disinteresse nel ragazzo verso i suoi genitori o insensibilità alle loro pene; semplicemente si evince che la sua familiarità profonda con il Padre ha la prevalenza su di loro. Anche a Cana di Galilea (Gv 2) userà nei confronti di sua madre l’espressione fredda e distaccata di “Donna”, per qualificare che l’”ora” della volontà del Padre ha la preminenza sulla sua richiesta di intervento.
Tuttavia l’episodio tratteggia anche la costanza e la perseveranza di due giovani sposi nel condurre la vita del loro pargoletto, il loro impegno, l’abnegazione che usano, la puntualità nei doveri e nelle responsabilità, la premura e ogni altra prerogativa tipica del vivere il tempo della formazione da genitori. Si nota sullo sfondo la volontà di Giuseppe e di Maria che il loro bambino cresca in sapienza e in umanità fidandosi e confidandosi con loro e fra le righe anche la disponibilità a prodigarsi in tutti i modi per lui. Vi è altresì in Maria e Giuseppe l’unità e la concordia anche nella prova e nell’angoscia che la ricerca frenetica del bambino comporta per loro, il perdurare della loro fedeltà reciproca anche nelle difficoltà e nelle sofferenze che oltretutto pongono sempre pace fra i coniugi quando l’obiettivo da perseguire è il bene dei loro figli.
La famiglia di Nazaret ha la meglio sullo smarrimento in carovana.

Publié dans:NATALE 2018 |on 28 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

“FATTOMI UOMO IO IL CREATORE DELL’UOMO E REDENTORE DELLA MIA CREATURA GIUDICO DA UOMO E REDENTORE DELLA MIA CREATURA E GIUDICO DA UOMO I CORPI (per l’ottava di Natale)

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“FATTOMI UOMO IO IL CREATORE DELL’UOMO E REDENTORE DELLA MIA CREATURA GIUDICO DA
UOMO E REDENTORE DELLA MIA CREATURA E GIUDICO DA UOMO I CORPI (per l’ottava di Natale)

La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. L’amore — « caritas » — è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. È una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Gv 8,32). Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, « si compiace della verità » (1 Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l’interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente, perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell’amore e della verità e ci svela in pienezza l’iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una veritavocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr Gv 14,6). (Enciclica “Caritas in veritate”, Benedetto XVI)
Che cosa ci è stato promesso? «La lingua si è espressa meglio che ha potuto, ma il resto bisogna immaginarlo con la mente. Infatti cosa ha rivelato lo stesso Giovanni a paragone di colui che è, o che cosa possiamo dire noi creature che siamo così lontane dalla sua grandezza? Ritorniamo perciò a soffermarci sulla sua unzione, su quella unzione che ci insegna interiormente quanto non siamo capaci di esprimere in parole. E poiché ora non potete avere questa visione, vostro compito è desiderarla. L’intera vita del fervente cristiano è un santo desiderio. Ciò che poi desideri, ancora non lo vedi, ma vivendo di sante aspirazioni ti rendi capace di essere riempito quando arriverà il tempo della visione. Se tu devi riempire un recipiente e sai che sarà molto abbondante quanto ti verrà dato, cerchi di aumentare la capacità del sacco, dell’otre o di qualsiasi altro contenitore adottato. Ampliandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo si comporta Dio. Facendoci attendere, intensifica il nostro desiderio, col desiderio dilata l’animo e, dilatandolo, lo rende più capace. Cerchiamo, quindi, di vivere in un clima di desiderio perché dobbiamo essere riempiti. Considerate l’apostolo Paolo che dilata il suo animo, per poter ricevere ciò che verrà. Dice infatti: «Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto» (Fil 3,13). Allora che cosa fai in questa vita, se non sei arrivato alla pienezza del desiderio? «Questo soltanto so: Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 13-14). Paolo ha dichiarato di essere proteso verso il futuro e di tendervi pienamente. Era consapevole di non essere ancora capace di ricevere «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo» (1 Cor 2,9). La nostra vita è una ginnastica del desiderio. Il santo desiderio sarà tanto più efficace quanto più strapperemo le radici della vanità ai nostri desideri. Già abbiamo detto altre volte che per essere riempiti bisogna prima svuotarsi. Tu devi essere riempito dal bene, e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa. Quando diciamo miele, oro, vino, ecc., non facciamo che riferirci a quell’unica realtà che vogliamo enunziare, ma che è indefinibile. Questa realtà si chiama Dio. E quando diciamo Dio, che cosa vogliamo esprimere? Queste due sillabe sono tutto ciò che aspettiamo. Perciò qualunque cosa siamo stati capaci di spiegare è al di sotto della realtà. Protendiamoci verso di lui perché ci riempia quando verrà. «Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3,2). (ai «Trattati sulla prima lettera di Giovanni» di sant`Agostino, vescovo)

Publié dans:NATALE 2018 |on 27 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

Buona Natale a tutti! (Lorenzo Monaco)

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Presepio, Milano

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Publié dans:immagini sacre |on 15 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

IL PRESEPE NELLA STORIA, QUANDO FEDE E ARTE FIRMANO IL NATALE – Gianfranco Ravasi

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IL PRESEPE NELLA STORIA, QUANDO FEDE E ARTE FIRMANO IL NATALE – Gianfranco Ravasi

23/12/2015

Il primo a Greggio, nel 1223: «In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà». Pittura, scultura, sacre rappresentazioni: cielo e terra s’intrecciano nei più diversi modi. Un’evoluzione lunga otto secoli. Perdere questa tradizione vuol dire non solo cancellare un emblema spirituale ma anche strappare pagine della nostra storia culturale più alta.

«Vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Era l’anno 1223 e mancavano quindici giorni al Natale: san Francesco – che due settimane prima aveva avuto la gioia di veder approvata da papa Onorio III la Regola dei suoi frati – esprime questo desiderio a un certo Giovanni, «un uomo molto caro» al santo. E la notte di Natale «Greccio diventa la nuova Betlemme», con la scena della nascita di Cristo resa viva e palpitante, mentre Francesco «vestito da levita, perché era diacono, canta con voce sonora il santo Vangelo e parla poi al popolo con parole dolcissime».
Anche se tutti conoscono questa storia della genesi del presepio, ho voluto rievocarla attraverso la testimonianza di un suo contemporaneo, Tommaso da Celano nella sua biografia del santo, nota come Vita Prima. È ancora lui a spiegare il senso di quella sacra rappresentazione natalizia: «In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà». Sono queste le tre stelle simboliche che brillano nella notte del Natale di Gesù ed è proprio questa costellazione a far comprendere quanto il presepio travalichi la stessa fede cristiana e diventi un segno universale per tutti gli uomini e le donne dal cuore e dalla vita semplice, povera e umile.
Anzi, quel quadretto, modellato un po’ liberamente sul racconto dell’evangelista Luca (2,1?20), da allora si è trasformato in un caposaldo della storia dell’arte e, quindi, cancellarlo dalla conoscenza delle giovani generazioni attuali vorrebbe dire rendere incomprensibile una serie sterminata di opere d’arte distribuite nei secoli.
Qualche tempo fa ero stato invitato a stendere una lista di raffigurazioni della nascita di Cristo selezionando i maggiori pittori nei secoli: dopo aver iniziato la ricerca, ho dovuto abbandonarla perché in pratica avrei dovuto inseguire tutta la storia dell’arte occidentale, da Giotto all’Angelico, da Masaccio a Donatello, da Duccio di Buoninsegna a Jacopo della Quercia, da Botticelli a Raffaello, al Correggio al Bassano e così via, solo per fare alcuni nomi.
Inoltre, è curioso notare che miniscene raffiguranti il presepio erano già scolpite sui sarcofagi cristiani dei primi secoli e, a partire dalle icone della scuola pittorica russa di Novgorod (XV sec.), era facile vedere il Bambino deposto in una mangiatoia a forma di sepolcro. Si voleva, così, esaltare il nesso tra la vita fisica di Gesù e la vita gloriosa e divina che sarebbe sfolgorata nella sua risurrezione. Perdere il presepio, perciò, vuol dire non solo cancellare un emblema spirituale nel quale si possono ritrovare le famiglie misere dei barconi che approdano alle nostre coste con madri che stringono al seno bambini denutriti e sfiniti, ma è anche strappare un numero enorme di pagine della nostra storia culturale più alta.
Nel presepio, dunque, s’incontrano componenti squisitamente cristiane, come l’incarnazione del Figlio di Dio («Il Verbo divenne carne», scriverà san Giovanni), assumendo un volto, una storia, una patria terrena, o temi come la maternità divina di Maria e il compimento dell’attesa messianica. Essi, però, s’intrecciano con soggetti universali, come la vita, la maternità, l’infanzia, la sofferenza, la povertà, l’oppressione, la persecuzione. L’altezza teologica, spirituale, umana di questi temi è espressa con grande sobrietà e intensità nel racconto evangelico, ma è stata anche resa più calda e colorita attraverso la tradizione popolare e persino il folclore.
Pensiamo solo alla pittoresca sequenza dei presepi napoletani che dal Settecento cercano di attualizzare il Natale di Gesù con l’introduzione di elementi delle vicende contemporanee, cadendo talora nel cattivo gusto, ma dimostrando sempre l’importanza di quel segno religioso per la vita quotidiana delle persone semplici. Dopo tutto, come è noto, l’entrata in scena – già con san Francesco – dell’asino e del bue è apocrifa e non evangelica, perché nasce dall’applicazione molto libera all’evento di Betlemme di un passo del profeta Isaia il quale bollava così l’indifferenza del popolo ebraico nei confronti del suo Dio: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce il mio popolo non comprende» (1,3).
Siamo partiti dalla figura di un santo che è davanti al presepio. Vorremmo ora concludere con un ateo, il celebre drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, che in una sua poesia ricompone il suo presepio vivente costituito da una famiglia povera, simile a quella dei tanti profughi che vivono negli accampamenti o nelle città sotto l’incubo della guerra e anche di non poche case italiane che stanno vivendo momenti difficili. «Oggi siamo seduti, alla vigilia di Natale, / noi, gente misera / in una gelida stanzetta. / Il vento corre di fuori, / il vento entra. / Vieni, buon Signore Gesù, da noi!/ Volgi lo sguardo: / perché Tu ci sei davvero necessario».

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Luca 3, 10-18

per ciottoli Vennero+anche+dei+pubblicani+a+farsi+battezzare,+e+gli+chiesero_+«Maestro,+che+dobbiamo+fare+».

Publié dans:immagini sacre |on 14 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – GAUDETE (16/12/2018)

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – GAUDETE (16/12/2018)

Conversione + gioia = carità

padre Gian Franco Scarpitta

Ancora una volta ci si rivolge l’invito alla speranza e al coraggio, mentre contemporaneamente ci viene rivolta una promessa: non occorre più temere, perché il Signore sarà con noi ed estinguerà ogni lacrima infondendoci gioia per sempre. A parlare questa volta è il profeta Sofonia (I Lettura) che si rivolge alla città di Gerusalemme che, prima punita per i suoi atteggiamenti pagani e idolatrici, adesso attende il giorno del giudizio nel quale i suoi nemici verranno sterminati e lei sarà risollevata. Dio vendicherà il popolo eletto dalle aberrazioni che ha subito dai popoli nemici, Come a proposito del profeta Baruc di cui alla Lettura della Domenica precedente, anche adesso il messaggio di coraggio e di speranza si protrae indefinitamente fino ai nostri tempi e anche noi veniamo rassicurati della certezza che Dio viene a trovarci per convivere con noi. Verrà a trovarci dal punto di vista liturgico ormai a breve distanza, la notte del 24 Dicembre, quando ci commuoveremo osservando la sua prescelta umiltà nelle vesti di un Bambino indifeso, ma “viene” anche ogni qual volta avvertiamo la sfiducia e lo sconforto, “viene” in quanto si manifesta nella nostra vita sotto gli aspetti lieti e tristi. E verrà anche al temine della storia presente, quando apporterà il suo giudizio definitivo di giustizia. In ciascuno di questi casi va coltivata la tenacia nella perseveranza nella fede e non va omessa la fiducia e la speranza: Dio è con noi. Soprattutto quando si tratti di eliminare il peccato, ragione dei nostri malesseri e origine di tutte i mali del mondo. Sulla scia di Sofonia (che citerà poi nel libro dell’Apocalisse) Giovanni Battista si associa anch’egli all’allegro proclama di gioia ventura, ma come già nel brano evangelico della scorsa settimana ci chiede anche l’adesione incondizionata alla nuova realtà, invitandoci alla conversione, perché possiamo prendere coscienza dei tempi nuovi che ci riguarderanno con la venuta del Messia, possiamo comprenderne la portata innovativa, la necessità, consapevoli anche del malessere esistenziale che il peccato provoca nella nostra vita. Quindi ci invita a cambiare aspettativa, a impostare pensieri e congetture secondo nuovi parametri e ad abbandonare le nostre personali convinzioni deleterie e dannose. Ci invita insomma alla conversione e questa dovrà dare effetti evidenti che siano speculari di una rinnovata condotta di vita. Giovanni si rivolge a pubblicani, categoria di persone ben nota per affari truffaldini e manovre di guadagno interessate e li invita a desistere dalle loro consuetudini disoneste. Esorta anche i soldati, evidentemente propensi a trarre benefici dalla loro posizione per derubare il prossimo, a non oltraggiare più nessuno e a vivere onestamente. In linea generale invita tutti alla condivisione, alla generosità e alla concordia. Se ci si è convertiti ciò significa che si è operata una radicale trasformazione di noi stessi, che si è optato per un serio itinerario di cambiamento e che si è seguito costantemente un serio percorso di rinnovamento interiore abbandonando i propri criteri e orientandosi in tutto verso il Signore. La conversione porta a preferire le vie di Dio alle nostre, a bandire le illusioni e le subdole promesse del peccato dalla nostra vita e ad impostare anche il nostro pensiero secondo Dio. Quale conseguenza logica potrebbe apportare tutto questo se non l’evidenza di fatti edificanti quali le opere di misericordia e di carità? Chi si è convertito non può che darsi costantemente al bene, producendo sempre il meglio. Giovanni ci esorta alla conversione non senza che questa apporti i dovuti frutti di bontà e di carità.
E difatti non può esserci per noi Avvento in assenza di carità e fin quando non assumiamo almeno una piccola iniziativa a favore di poveri e bisognosi non possiamo affermare di vivere adeguatamente questo tempo privilegiato. Non possiamo arrivare alla festa di Natale banchettando lautamente senza aver considerato che parecchia gente, anche poco lontano da noi non sopravviverà fino a sera per assenza di generi di prima necessità. Ecco perché è importante che ci adoperiamo almeno in un atto di carità concreta verso coloro che vivono nella necessità e nel bisogno, considerando che l’amore al prossimo è la risultante di un Avvento vissuto davvero intensamente. Anche una serie di piccole rinunce personali per destinare l’equivalente in opere di bene allieterà certamente coloro che ne beneficeranno e non mancherà di apportare soddisfazione anche in noi stessi. Ma aldilà delle singole iniziative di bene, la predisposizione alla venuta del Signore deve caratterizzare il nostro stesso spirito di persone trasformate e rinnovate secondo la logica dell’amore che scaturisce da una fede sincera e da una retta coscienza (1Tm 1, 5). Riflesso della conversione e della predisposizione non può che essere la serenità esteriore che rimanda a un’interiorità limpida, sincera e coerente.
Chi gioisce per un lietissimo evento non pensa mai a propositi di male ma almeno sul momento è capace di amore e di condivisione, nel partecipare a tutti la sua gioia. Così altrettanto quando veniamo raggiunti dalla lieta notizia del Signore che viene ad affrancarci da ogni male non possiamo che trasudare la gioia nella concretezza delle opere di edificazione reciproca.
L’arrivo del Signore a Natale ci rallegrerà, motiverà le nostre speranze, accrescerà il vigore della nostra attesa, accentuerà la nostra preparazione, questo perché è in se stessa un’attesa di gioia e non di trepidazione. La gioia comporta certamente serenità interiore e fiducia, benessere e stabilità d’animo, ma per ciò stesso comporta apertura al prossimo nella condivisione e nella carità. Chi gioisce dona e moltiplica il dono di se stesso: « Non angustiatevi per nulla… siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! » Come Giovanni Battista aveva promesso la novità di vita per ciascuno (« Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio ») così anche Paolo si mostra esultante nel monito alla gioia e alla letizia in vista della prossima venuta del Signore.

Publié dans:OMELIE |on 14 décembre, 2018 |Pas de commentaires »
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