Archive pour novembre, 2020

I domenica di Avvento

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Publié dans:immagini sacre |on 27 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (29/11/2020)

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I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (29/11/2020)

Quale desiderio di Dio ho nel cuore?
don Roberto Rossi

Stiamo portando dentro di noi questa domanda struggente: ma che cos’è tutto questo? Cosa sta succedendo? Qualcosa che non si ricorda a memoria di uomo. E ci viene spontaneo il grido della preghiera: “Signore aiutaci, Signore vieni a salvarci… Vieni a salvarci dalla pandemia del coronavirus”. Ma poi allora allunghiamo lo sguardo e siamo coscienti e sofferenti per i tanti mali del mondo, per le tante pandemie, per i tanti peccati che ci sono nel nostro mondo: guerre e violenze povertà, miseria, sfruttamenti, cattiverie, odio, corruzione, razzismo, soppressione incosciente della vita, quando invece dovremmo proteggerla, custodirla, dal suo primo inizio del grembo materno fino al suo naturale tramonto. Noi forse alcuni di questi mali non li avvertiamo, perché non li abbiamo davanti agli occhi o quando ci vengono presentati in televisione sono messi accanto a tante altre cose a volte anche frivole…
Ma possiamo e dobbiamo pensare alle tante persone, migliaia, milioni, che vivono nella sofferenza più grande a causa di questi mali, a causa di questi peccati. Nella situazione attuale, in mezzo a tutte queste preoccupazioni e sofferenze: vogliamo davvero che il Signore ci venga a salvare? Siamo capaci di volere, con Lui, la vita vera delle persone, su questa terra e la loro e nostra nella salvezza dell’eternità? Molte volte viene posta la domanda: “dov’è Dio?” Dio… c’è! Il problema è se ci siamo noi con Lui a volere e a collaborare a questa salvezza. Ecco la grande preghiera del profeta, che diventa oggi la nostra preghiera: “Tu, Signore, sei nostro padre nostro redentore…
Non ci lasciare in balia dei nostri peccati. Ritorna per amore dei tuoi servi. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Sì abbiamo peccato contro di te, da lungo tempo siamo ribelli. Tu ci hai messo in balia delle nostre iniquità. Ma tu Signore, sei nostro padre, noi siamo argilla e tu ci plasmi, tutti noi siamo opera delle tue mani”. Iniziamo l’ avvento: come voglio che sia il mio avvento? Quale desiderio di Dio ho nel cuore? Desiderio vero, concreto. Voglio cogliere l’esperienza e la presenza di Dio nella mia vita? Come sarà l’avvento, il Natale quest’anno? Sta noi riempirli di fede, di amore, riempirli di Dio… Perché l’Avvento e il Natale sono presenza di Dio e devono esserlo, altrimenti solo favole, consumi, lamenti, rimpianto di cose piccine, depressione… Avvento e Natale: Dio, Gesù Cristo, fraternità tra di noi nel mondo…
Così possiamo vivere la nostra vigilanza, la nostra attesa, la nostra preparazione. Cominciamo subito a vivere bene l’avvento: l’amore a Dio e l’amore al prossimo. Quanto tempo do alla preghiera. Quanta attenzione di amore do al prossimo, do ai poveri? È bello che seguiamo il percorso dell’avvento: ogni giorno la lettura del Vangelo, del Vangelo del giorno, personalmente, in famiglia, il Vangelo della domenica in qualche gruppo. L’amore e la carità: la condivisione della mia vita, delle mie cose, dei tanti doni che Dio mi ha dato, con i fratelli, con i poveri, in tutte le iniziative di beneficenza in cui posso mettermi., “Signore, aiutaci, vieni a salvarci. Mostraci il tuo volto e noi saremo salvi!”

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la preghiera

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Publié dans:immagini sacre |on 25 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 11 novembre 2020 – Catechesi sulla preghiera – 14. La preghiera perseverante

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 11 novembre 2020 – Catechesi sulla preghiera – 14. La preghiera perseverante

Biblioteca del Palazzo Apostolico

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo le catechesi sulla preghiera. Qualcuno mi ha detto: “Lei parla troppo sulla preghiera. Non è necessario”. Sì, è necessario. Perché se noi non preghiamo, non avremo la forza per andare avanti nella vita. La preghiera è come l’ossigeno della vita. La preghiera è attirare su di noi la presenza dello Spirito Santo che ci porta sempre avanti. Per questo, io parlo tanto sulla preghiera.
Gesù ha dato esempio di una preghiera continua, praticata con perseveranza. Il dialogo costante con il Padre, nel silenzio e nel raccoglimento, è il fulcro di tutta la sua missione. I Vangeli ci riportano anche le sue esortazioni ai discepoli, perché preghino con insistenza, senza stancarsi. Il Catechismo ricorda le tre parabole contenute nel Vangelo di Luca che sottolineano questa caratteristica dell’orazione (cfr CCC, 2613) di Gesù.
La preghiera dev’essere anzitutto tenace: come il personaggio della parabola che, dovendo accogliere un ospite arrivato all’improvviso, in piena notte va a bussare da un amico e gli chiede del pane. L’amico risponde “no!”, perché è già a letto, ma lui insiste e insiste finché non lo costringe ad alzarsi e a dargli il pane (cfr Lc 11,5-8). Una richiesta tenace. Ma Dio è più paziente di noi, e chi bussa con fede e perseveranza alla porta del suo cuore non rimane deluso. Dio sempre risponde. Sempre. Il nostro Padre sa bene di cosa abbiamo bisogno; l’insistenza non serve a informarlo o a convincerlo, ma serve ad alimentare in noi il desiderio e l’attesa.
La seconda parabola è quella della vedova che si rivolge al giudice perché l’aiuti a ottenere giustizia. Questo giudice è corrotto, è un uomo senza scrupoli, ma alla fine, esasperato dall’insistenza della vedova, si decide ad accontentarla (cfr Lc 18,1-8). E pensa: “Ma, è meglio che le risolva il problema e me la tolgo di dosso, e non che continuamente venga a lamentarsi davanti a me”. Questa parabola ci fa capire che la fede non è lo slancio di un momento, ma una disposizione coraggiosa a invocare Dio, anche a “discutere” con Lui, senza rassegnarsi davanti al male e all’ingiustizia.
La terza parabola presenta un fariseo e un pubblicano che vanno al Tempio a pregare. Il primo si rivolge a Dio vantandosi dei suoi meriti; l’altro si sente indegno anche solo di entrare nel santuario. Dio però non ascolta la preghiera del primo, cioè dei superbi, mentre esaudisce quella degli umili (cfr Lc 18,9-14). Non c’è vera preghiera senza spirito di umiltà. È proprio l’umiltà che ci porta a chiedere nella preghiera.
L’insegnamento del Vangelo è chiaro: si deve pregare sempre, anche quando tutto sembra vano, quando Dio ci appare sordo e muto e ci pare di perdere tempo. Anche se il cielo si offusca, il cristiano non smette di pregare. La sua orazione va di pari passo con la fede. E la fede, in tanti giorni della nostra vita, può sembrare un’illusione, una fatica sterile. Ci sono dei momenti bui, nella nostra vita e in quei momenti la fede sembra un’illusione. Ma praticare la preghiera significa anche accettare questa fatica. “Padre, io vado a pregare e non sento nulla … mi sento così, con il cuore asciutto, con il cuore arido”. Ma dobbiamo andare avanti, con questa fatica dei momenti brutti, dei momenti che non sentiamo nulla. Tanti santi e sante hanno sperimentato la notte della fede e il silenzio di Dio – quando noi bussiamo e Dio non risponde – e questi santi sono stati perseveranti.
In queste notti della fede, chi prega non è mai solo. Gesù infatti non è solo testimone e maestro di preghiera, è di più. Egli ci accoglie nella sua preghiera, perché noi possiamo pregare in Lui e attraverso di Lui. E questo è opera dello Spirito Santo. È per questa ragione che il Vangelo ci invita a pregare il Padre nel nome di Gesù. San Giovanni riporta queste parole del Signore: «Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio» (14,13). E il Catechismo spiega che «la certezza di essere esauditi nelle nostre suppliche è fondata sulla preghiera di Gesù» (n. 2614). Essa dona le ali che la preghiera dell’uomo ha sempre desiderato di possedere.
Come non ricordare qui le parole del salmo 91, cariche di fiducia, sgorgate da un cuore che spera tutto da Dio: «Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio; la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Non temerai il terrore della notte né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno» (vv. 4-6). È in Cristo che si compie questa stupenda preghiera, è in Lui che essa trova la sua piena verità. Senza Gesù, le nostre preghiere rischierebbero di ridursi a degli sforzi umani, destinati il più delle volte al fallimento. Ma Lui ha preso su di sé ogni grido, ogni gemito, ogni giubilo, ogni supplica… ogni preghiera umana. E non dimentichiamo lo Spirito Santo che prega in noi; è Colui che ci porta a pregare, ci porta da Gesù. È il dono che il Padre e il Figlio ci hanno dato per procedere all’incontro di Dio. E lo Spirito Santo, quando noi preghiamo, è lo Spirito Santo che prega nei nostri cuori.
Cristo è tutto per noi, anche nella nostra vita di preghiera. Lo diceva Sant’Agostino con un’espressione illuminante, che troviamo anche nel Catechismo: Gesù «prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo, dunque, in Lui la nostra voce, e in noi la sua voce» (n. 2616). Ed è per questo che il cristiano che prega non teme nulla, si affida allo Spirito Santo, che è stato dato a noi come dono e che prega in noi, suscitando la preghiera. Che sia lo stesso Spirito Santo, Maestro di orazione, a insegnarci la strada della preghiera.

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI |on 25 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

La creazione

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Publié dans:immagini sacre |on 23 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

QUAL È LA SORGENTE DELLA SPERANZA CRISTIANA?

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QUAL È LA SORGENTE DELLA SPERANZA CRISTIANA?

In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15). Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene di specifico, per poter viverlo.
Ora, anche se per definizione la speranza guarda al futuro, per la Bibbia essa si radica nell’oggi di Dio. Nella Lettera 2003, frère Roger lo ricorda: «[La sorgente della speranza] è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca».
Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perché chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce un’alleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dell’alleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (per es. Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione.
Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà – se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione – per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono l’attesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore.
Nella Bibbia, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3).
Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso l’avvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella mia vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio.
Questo radicamento nel presente diventa ancora più forte con la venuta di Gesù Cristo. In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20).
Un altro testo di san Paolo è ancora più chiaro. «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Lungi dall’essere un semplice augurio per l’avvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.
Come vivere della speranza cristiana?
La speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente oggi, grazie all’identità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione.
Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli è offerta, Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio.
Così pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? … Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura… Voi mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Marco 16,15; Atti 1,8).
Sotto l’impulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con l’umanità priva dalle sue radici in Dio. Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua: «Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente» (Romani 8,18-23). La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi «gemiamo» con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Giovanni 2,8).
Sperare, è dunque scoprire dapprima nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un sì di tutto il nostro essere. Gettandoci in questa Vita, siamo portati a porre, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno il loro frutto.
Per i primi cristiani, il segno più chiaro di questo mondo rinnovato era l’esistenza di comunità composte da persone di provenienze e lingue diverse. A causa di Cristo, quelle piccole comunità sorgevano ovunque nel mondo mediterraneo. Superando divisioni di ogni tipo che li tenevano lontani gli uni dagli altri, quegli uomini e quelle donne vivevano come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando insieme e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. Atti 2,42-47). Si sforzavano ad avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Filippesi 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti di luce (cfr. Filippesi 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un fuoco sulla terra.

Lettera da Taizé: 2003/3

Publié dans:MEDITAZIONI BIBLICHE |on 23 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

Cristo Re dell’Universo

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Publié dans:immagini sacre |on 20 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA (22-11-2020) – MONS. ROBERTO BRUNELLI – ANCORA UN INVITO A GUARDARE AVANTI

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OMELIA (22-11-2020) – MONS. ROBERTO BRUNELLI – ANCORA UN INVITO A GUARDARE AVANTI

L’ultima domenica dell’anno liturgico, che celebra Cristo Re, al pari delle due precedenti suona come un invito a guardare agli ultimi tempi della nostra vita terrena.
La prima lettura (Ezechiele 34,11-17) si apre e si chiude con queste frasi: « Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna (…) Così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri ». Nell’Antico Testamento ricorre spesso l’immagine di Dio come pastore del suo gregge, il popolo d’Israele: un pastore sollecito, che guida ai buoni pascoli, ma anche rigoroso, che vaglia chi dalla sua guida si allontana.
Venuto Gesù, egli ha rivelato di essere Dio, anche riferendo quel simbolo a se stesso. Più volte infatti ha detto: « Io sono il buon Pastore », tanto buono da dare la vita per il suo gregge. E, come il divino Pastore delineato dall’antico profeta, neppure Gesù resta indifferente rispetto a chi si allontana da lui. Anch’egli vaglia e giudica; non obbliga nessuno a seguirlo: prende atto che c’è chi lo segue, e chi si rifiuta di farlo, andandosene dove gli pare, pur se avvisato che lontano da lui troverà solo deserto.
Il giudizio avviene, si sa, singolarmente, al passaggio di ciascuno da questa all’altra vita. Il vangelo di oggi (Matteo 25,31-46) lo riassume, per così dire, in un unico momento collettivo: « Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo ». La scena è grandiosa: il Figlio dell’uomo (così lo stesso Gesù designava se stesso) è il re, assiso sul trono glorioso, e ha davanti a sé l’incalcolabile numero degli uomini transitati per questo mondo, vagliati ad uno ad uno per riconoscere quali meritino il passaporto per il regno preparato per loro.
Chi lo meriti, è detto subito dopo: « Venite… perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me ». Contrapposti, gli altri, quelli alla sua sinistra, ai quali dirà: « Via, lontano da me… perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere » eccetera: « Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me ».
Queste parole trovano conferma in quelle rivolte anni dopo a un fanatico sulla via di Damasco: « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? » Saulo, poi divenuto l’apostolo Paolo, andava a caccia di cristiani da incarcerare; non cercava Gesù, ma proprio Gesù gli annunciò di considerare fatto a sé quello che si fa ai suoi amici. In negativo, ma anche in positivo, come manifestano le parole del vangelo, che elencano esempi di quanto si può fare per i « fratelli più piccoli », vale a dire per chi è in necessità. Quelli elencati sono soltanto esempi: il bene possibile presenta una casistica infinita, determinata di volta in volta dalle necessità di chi si incontra e dalle possibilità di alleviarle. In sintesi, quello che conta – e su cui saremo giudicati – è l’amore, sull’esempio del divino Maestro che per amore è giunto a dare la vita.
La festa di oggi invita a guardare al futuro, per contemplare la scena grandiosa del Re in tutta la sua gloria, con l’intera umanità davanti a lui, convocata a manifestare chi avrà dimostrato di aver voluto essergli amico, amando quelli che egli ama. Guardare al futuro, per regolarsi adesso in modo da trovarsi, quando sarà il momento, dalla parte giusta.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI ❤ |on 20 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

Maria donna orante

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Publié dans:immagini sacre |on 18 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 14 ottobre 2020 – Catechesi: 10. La preghiera dei Salmi. 1 « il “saper pregare” attraverso l’esperienza del dialogo con Dio. »

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 14 ottobre 2020 – Catechesi: 10. La preghiera dei Salmi. 1 « il “saper pregare” attraverso l’esperienza del dialogo con Dio. »

Aula Paolo VI

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Leggendo la Bibbia ci imbattiamo continuamente in preghiere di vario genere. Ma troviamo anche un libro composto di sole preghiere, libro che è diventato patria, palestra e casa di innumerevoli oranti. Si tratta del Libro dei Salmi. Sono 150 Salmi per pregare.
Esso fa parte dei libri sapienziali, perché comunica il “saper pregare” attraverso l’esperienza del dialogo con Dio. Nei salmi troviamo tutti i sentimenti umani: le gioie, i dolori, i dubbi, le speranze, le amarezze che colorano la nostra vita. Il Catechismo afferma che ogni salmo «è di una sobrietà tale da poter essere pregato in verità dagli uomini di ogni condizione e di ogni tempo» (CCC, 2588). Leggendo e rileggendo i salmi, noi impariamo il linguaggio della preghiera. Dio Padre, infatti, con il suo Spirito li ha ispirati nel cuore del re Davide e di altri oranti, per insegnare ad ogni uomo e donna come lodarlo, come ringraziarlo e supplicarlo, come invocarlo nella gioia e nel dolore, come raccontare le meraviglie delle sue opere e della sua Legge. In sintesi, i salmi sono la parola di Dio che noi umani usiamo per parlare con Lui.
In questo libro non incontriamo persone eteree, persone astratte, gente che confonde la preghiera con un’esperienza estetica o alienante. I salmi non sono testi nati a tavolino; sono invocazioni, spesso drammatiche, che sgorgano dal vivo dell’esistenza. Per pregarli basta essere quello che siamo. Non dobbiamo dimenticare che per pregare bene dobbiamo pregare così come siamo, non truccati. Non bisogna truccare l’anima per pregare. “Signore, io sono così”, e andare davanti al Signore come siamo, con le cose belle e anche con le cose brutte che nessuno conosce, ma noi, dentro, conosciamo. Nei salmi sentiamo le voci di oranti in carne e ossa, la cui vita, come quella di tutti, è irta di problemi, di fatiche, di incertezze. Il salmista non contesta in maniera radicale questa sofferenza: sa che essa appartiene al vivere. Nei salmi, però, la sofferenza si trasforma in domanda. Dal soffrire al domandare.
E tra le tante domande, ce n’è una che rimane sospesa, come un grido incessante che attraversa l’intero libro da parte a parte. Una domanda, che noi la ripetiamo tante volte: “Fino a quando, Signore? Fino a quando?”. Ogni dolore reclama una liberazione, ogni lacrima invoca una consolazione, ogni ferita attende una guarigione, ogni calunnia una sentenza di assoluzione. “Fino a quando, Signore, dovrò soffrire questo? Ascoltami, Signore!”: quante volte noi abbiamo pregato così, con “Fino a quando?”, basta Signore!
Ponendo in continuazione domande del genere, i salmi ci insegnano a non assuefarci al dolore, e ci ricordano che la vita non è salvata se non è sanata. L’esistenza dell’uomo è un soffio, la sua vicenda è fugace, ma l’orante sa di essere prezioso agli occhi di Dio, per cui ha senso gridare. E questo è importante. Quando noi preghiamo, lo facciamo perché sappiamo di essere preziosi agli occhi di Dio. È la grazia dello Spirito Santo che, da dentro, ci suscita questa consapevolezza: di essere preziosi agli occhi di Dio. E per questo siamo indotti a pregare.
La preghiera dei salmi è la testimonianza di questo grido: un grido molteplice, perché nella vita il dolore assume mille forme, e prende il nome di malattia, odio, guerra, persecuzione, sfiducia… Fino allo “scandalo” supremo, quello della morte. La morte appare nel Salterio come la più irragionevole nemica dell’uomo: quale delitto merita una punizione così crudele, che comporta l’annientamento e la fine? L’orante dei salmi chiede a Dio di intervenire laddove tutti gli sforzi umani sono vani. Ecco perché la preghiera, già in sé stessa, è via di salvezza e inizio di salvezza.
Tutti soffrono in questo mondo: sia che si creda in Dio, sia che lo si respinga. Ma nel Salterio il dolore diventa relazione, rapporto: grido di aiuto che attende di intercettare un orecchio che ascolti. Non può rimanere senza senso, senza scopo. Anche i dolori che subiamo non possono essere solo casi specifici di una legge universale: sono sempre le “mie” lacrime. Pensate a questo: le lacrime non sono universali, sono le “mie” lacrime. Ognuno ha le proprie. Le “mie” lacrime e il “mio” dolore mi spingono ad andare avanti con la preghiera. Sono le “mie” lacrime che nessuno ha mai versato prima di me. Sì, tanti hanno pianto, tanti. Ma le “mie” lacrime sono le mie, il “mio” dolore è mio, la “mia” sofferenza è mia.
Prima di entrare in Aula, ho incontrato i genitori di quel sacerdote della diocesi di Como che è stato ucciso; proprio è stato ucciso nel suo servizio per aiutare. Le lacrime di quei genitori sono le lacrime “loro” e ognuno di loro sa quanto ha sofferto nel vedere questo figlio che ha dato la vita nel servizio dei poveri. Quando noi vogliamo consolare qualcuno, non troviamo le parole. Perché? Perché non possiamo arrivare al suo dolore, perché il “suo” dolore è suo, le “sue” lacrime sono sue. Lo stesso è di noi: le lacrime, il “mio” dolore è mio, le lacrime sono “mie” e con queste lacrime, con questo dolore mi rivolgo al Signore.
Tutti i dolori degli uomini per Dio sono sacri. Così prega l’orante del salmo 56: «I passi del mio vagare tu li hai contati, nel tuo otre raccogli le mie lacrime: non sono forse scritte nel tuo libro?» (v. 9). Davanti a Dio non siamo degli sconosciuti, o dei numeri. Siamo volti e cuori, conosciuti ad uno ad uno, per nome.
Nei salmi, il credente trova una risposta. Egli sa che, se anche tutte le porte umane fossero sprangate, la porta di Dio è aperta. Se anche tutto il mondo avesse emesso un verdetto di condanna, in Dio c’è salvezza.
“Il Signore ascolta”: qualche volta nella preghiera basta sapere questo. Non sempre i problemi si risolvono. Chi prega non è un illuso: sa che tante questioni della vita di quaggiù rimangono insolute, senza via d’uscita; la sofferenza ci accompagnerà e, superata una battaglia, ce ne saranno altre che ci attendono. Però, se siamo ascoltati, tutto diventa più sopportabile.
La cosa peggiore che può capitare è soffrire nell’abbandono, senza essere ricordati. Da questo ci salva la preghiera. Perché può succedere, e anche spesso, di non capire i disegni di Dio. Ma le nostre grida non ristagnano quaggiù: salgono fino a Lui che ha cuore di Padre, e che piange Lui stesso per ogni figlio e figlia che soffre e che muore. Io vi dirò una cosa: a me fa bene, nei momenti brutti, pensare ai pianti di Gesù, quando pianse guardando Gerusalemme, quando pianse davanti alla tomba di Lazzaro. Dio ha pianto per me, Dio piange, piange per i nostri dolori. Perché Dio ha voluto farsi uomo – diceva uno scrittore spirituale – per poter piangere. Pensare che Gesù piange con me nel dolore è una consolazione: ci aiuta ad andare avanti. Se rimaniamo nella relazione con Lui, la vita non ci risparmia le sofferenze, ma si apre a un grande orizzonte di bene e si incammina verso il suo compimento. Coraggio, avanti con la preghiera. Gesù sempre è accanto a noi.

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI |on 18 novembre, 2020 |Pas de commentaires »
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