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NEL MARE DELLA VITA

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NEL MARE DELLA VITA

di fra Alberto Joan Pari ofm | settembre-ottobre 2015

L’acqua e il mare sono elementi presenti nel testo biblico e in tutta la storia della Salvezza. L’acqua è principio di vita e di morte, il viaggio per mare metafora della vita.
Durante l’estate appena trascorsa ho avuto l’occasione di vivere una bellissima esperienza in mare. Mentre mi trovavo per alcuni giorni con i miei genitori sull’isola di Lampedusa, ospite di amici di famiglia, una mattina all’alba siamo salpati dal porto con un peschereccio e siamo stati in compagnia di un gruppo di pescatori che uscivano in mare aperto per la pesca. Non era la prima volta che viaggiavo su una nave, ma in assoluto è stata la prima volta che ho saltato dalla banchina del porto per imbarcarmi, mentre il peschereccio oscillava leggermente trattenuto vicino al porto da grosse corde. Seduto a prua, ho trascorso alcune ore a contemplare il mare, le onde, il vento e l’orizzonte… che immensità meravigliosa! La calma del mattino, il rumore del motore e delle onde che sbattevano con forza contro la nave che le infrangeva, sobbalzando a volte in modo molto brusco, il vento che soffiava forte e fresco sul mio viso, hanno creato un ambiente ideale perché la mia mente spaziasse e si immergesse in pensieri e riflessioni intense sul mare, sul Creatore, sugli Apostoli pescatori di pesce e poi di uomini, su san Paolo e i suoi viaggi e sulla piccolezza dell’uomo. Non ho potuto evitare di pensare a quanto l’acqua e il mare fossero presenti nel testo biblico e in tutta la storia della Salvezza.
Ad uno sguardo complessivo si può affermare che una considerevole parte della tradizione biblica fa riferimento all’acqua come elemento fondamentale della struttura del mondo (in Genesi 1,6: «Divise poi in acque superiori ed inferiori»). Essa è principio di vita e di morte a seconda della situazione in cui si trova e in cui si usa, è semplice e chiara nella sua costituzione fluida, ma può costituire nella sua grande massa un senso di mistero, di penetrabilità di luce solo parziale e di forza incontrollabile. Sono tantissimi i versetti biblici «bagnati» dall’acqua (oltre 1500 riferimenti nel testo sacro) e pertanto la categoria dell’acqua porta in sé una consistente valenza simbolica legata alle origini della creazione, alla vita degli uomini e alla loro esperienza di fede, con un’ampia gamma di significati. Il mare, iam in ebraico, oppure le «grandi acque», in ebraico maiim rabbim, o il «diluvio», in ebraico mabbul, sono infatti simbolo del caos, della morte, del nulla e del male. Anche nella cultura indigena della Terra Santa, quella cananea, il mare era una divinità negativa, Jam, appunto, era in eterno conflitto col dio delle acque benefiche e fecondatrici delle piogge e delle sorgenti, Baal («Signore»).
Secondo la Bibbia, il mare è popolato di mostri dai nomi impressionanti: il Leviatan, «serpente tortuoso, guizzante, drago marino», secondo Isaia (27,1), simile a un enorme coccodrillo, stando a Giobbe (cap. 41); Rahab, altro cetaceo mostruoso; Behemot, simile all’ippopotamo (Giobbe 40,15-24); la Bestia marina dell’Apocalisse (13,1-2) che sale dall’Abisso (17,8). Ebbene, l’Abisso evoca nel suo nome ebraico tehôm (Genesi 1,2) Tiamat, divinità negativa dei racconti cosmologici mesopotamici. Perché il mare facesse così paura agli israeliti e al popolo ebraico, così tanto da riferirsi al mare quasi esclusivamente per evocare il senso di paura dello sconosciuto, di minaccia e di peccato, non è difficile da capire. Infatti Israele fu un popolo di terra, non di marinai; un piccolo popolo di pastori e abitanti di zone desertiche e aride che per la prima volta giungendo nella terra promessa vide le grandi acque, il Giordano, il mare come confine naturale della terra di Canaan e il lago di Galilea. Quando Pietro chiede al Maestro di poterlo raggiungere camminando sull’acqua, fiducioso si getta dalla barca e avanza, ma appena il vento imperversa, perde la fiducia e inizia ad affondare… è un’immagine così vera della nostra fede, entusiasta a volte per l’incontro con Cristo e poi quasi annullata dall’arrivo dello sconforto per le vicende della vita, che non poche volte ci fa affondare nel mare dei nostri dubbi e mormorazioni.
Il mare è sempre con noi, sia che siamo gente di mare, sia che siamo semplici abitanti del mondo; come lo è stato per i nostri padri, come lo è stato per i primi discepoli, pescatori di Galilea, come lo fu per san Paolo, durante i suoi interminabili viaggi missionari; un compagno da conoscere, simbolo del mistero e dell’imprevisto. Il mare rappresenta tutte le sfide che possiamo incontrare nella nostra vita, ma non deve trasformarsi in muro invalicabile, come non lo fu per Israele che lo attraversò all’asciutto perché Dio era con lui. La fede che salva è la risposta, semplice abbandono al Dio Signore dell’Universo al quale anche il vento e il mare obbediscono e fanno tornare la bonaccia, soprattutto nelle nostre vite e nei nostri cuori.

IL SANTO SEPOLCRO DI CRISTO: META DEL PELLEGRINAGGIO CRISTIANO

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IL SANTO SEPOLCRO DI CRISTO: META DEL PELLEGRINAGGIO CRISTIANO

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IL Santo Sepolcro

Il cristianesimo non è legato a nessun paese né luogo in particolare, ma si basa su una rivelazione storica e così come esiste una “storia della salvezza” esiste anche una “geografia della salvezza”: la Terra Santa.
Così la descrive Paolo VI: “Terra dove un tempo vissero i nostri padri nella fede; terra in cui risuonò la voce dei profeti, i quali parlarono in nome di Dio, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; e soprattutto terra che la presenza di Gesù ha reso benedetta e sacra per i cristiani e tutto il genere umano”.
Essa è “la terra di Gesù, ossia patrimonio spirituale di tutti i cristiani che desiderano visitarla almeno una volta nella vita”.
Dunque, per ogni cristiano, Gerusalemme è il cuore della Terra Santa, la sintesi dell’azione di Dio per il bene di tutta l’umanità.
Lo esprime con parole piene di emozione Giovanni Paolo II: “Quanti ricordi, quante immagini, quanta passione e che gran mistero avvolge la parola Gerusalemme!
Per noi cristiani rappresenta il punto geografico dell’unione fra Dio e gli uomini, fra l’eternità e la storia.
La predicazione, la passione e la resurrezione di Gesù, l’ultima Cena, il dono dello Spirito alla Chiesa, le fondamenta della nostra fede sono impiantate per sempre, come rocce, sulle colline luminose della Città Santa.
Quante volte il suo nome riecheggia nei libri storici, nei Salmi, nei Profeti, nei Vangeli! Gerusalemme, sempre amata e desiderata, denigrata e pianta, calpestata e risuscitata, rimproverata, consolata e glorificata. Davvero una città unica al mondo!”

Il centro di Gerusalemme è, invece, il Santo Sepolcro.
Qui si manifesta in modo molto speciale la presenza salvatrice di Dio, il suo amore per tutti gli uomini.
Descritto dalle parole di Paolo VI, esso è il santuario “più bello che esista per il cuore di un cristiano”. Di fatto, la passione, morte e resurrezione di Cristo sono da sempre il mistero centrale del cristianesimo e ciò che da senso alla nostra vita, con la liturgia che celebra i tre giorni del Venerdì Santo, del Sabato Santo e della Domenica di Resurrezione.
La comunità cristiana primitiva, qui nella Città Santa, commemorò in tre luoghi diversi:
il Calvario, luogo della passione e risposta al problema del dolore umano;
la Grotta di Adamo, luogo che ricorda la discesa di Cristo nel regno dei morti e il significato della nostra morte come separazione e sofferenza;
il Sepolcro Vuoto luogo della vittoria di Cristo sulla morte e segno tangibile della speranza cristiana.
Soltanto nel Santo Sepolcro la terra si fa liturgia e l’atto salvifico diventa concreto nel tempo e nello spazio.
In tanti paesi, la liturgia recita “Oggi Cristo è risorto”, ma è soltanto a Gerusalemme che possiamo dire “Cristo è risorto da questo sepolcro” o “Egli fu crocifisso in questo calvario”.
Il Santo Sepolcro è l’eco della “buona notizia” che è alla base di tutte le altre: Gesù è morto a riprova dell’infinito amore verso gli uomini ed è poi risuscitato come risusciteremo noi per Cristo, con Cristo ed in Cristo.
Questo annuncio spiega meglio le ragioni per cui i pellegrini vengono a Gerusalemme, spiega perché celebriamo la morte e resurrezione di Cristo e perché professiamo la nostra fede in una futura risurrezione dell’uomo.
Fu esattamente duemila anni fa che tutto iniziò, quando alcuni pescatori della Galilea andavano dicendo che Gesù era morto, risuscitato e che essi lo avevano visto. Ed è su questa fragile ed incredibile testimonianza che tutto si fonda: le chiese, le cattedrali, il sacerdozio, le missioni, i religiosi, i Concili, la teologia.
Il Sepolcro Vuoto è il kilometro zero da cui partono tutte le vie del mondo, “l’ombelico del mondo” come lo chiamavano i nostri antenati, il centro della nostra storia.
Il pellegrino che viene a Gerusalemme fa tutto il possibile per visitare quanto prima il Santo Sepolcro, il luogo più santo della cristianità. Al suo arrivo nella Città Santa, egli ripete le parole del Salmo “Che gioia quando mi dissero: andremo nella casa del Signore” (Salmo 122,1) mentre s’incammina verso la “Tomba di Cristo”.
Pellegrina Copta in Terra Santa
Non tutto è, però, così facile. Oggigiorno, il Santo Sepolcro di Gesù si trova in mezzo a costruzioni della città antica, circondato da mercati, negozi di souvenir e minareti.
Il pellegrino, dunque, si domanda dove siano la collina, il giardino e la tomba, desiderando che il santuario principale della cristianità si elevasse in maestoso isolamento dal resto e che la luce naturale lo illuminasse tutto, lontano dalla calca e dall’oscurità.
Egli vorrebbe intorno a sé pace e tranquillità, mentre invece fa esperienza della confusione fra i cinque gruppi che lo occupano – i Francescani, i Greci ortodossi, gli Armeni, i Siriani e i Copti ortodossi – che difendono gelosamente il loro diritto di stare là.
È, di fatto, l’unico posto al mondo in cui si manifesta l’amore per Dio nel modo più palese e profondo, ma anche la debolezza umana del voler monopolizzare quello stesso Dio.
È, perciò, importante che il pellegrino, che si sente spaesato, si lasci avvolgere dal mistero e capisca che, come lui, migliaia di altri pellegrini considerarono degno di valore rischiare la propria vita per adorare il nostro Salvatore.
Soltanto inginocchiandosi sulla Tomba Vuota e dimenticando tutto ciò che lo circonda, sarà in grado di sentire le parole dell’angelo “Non è qui! È risuscitato! Venite a vedere il luogo dove è stato deposto”(Mt. 28,6).

Fr. Artemio Vítores, ofm
Vicario della Custodia di Terra Santa

Publié dans:TERRA SANTA |on 31 juillet, 2017 |Pas de commentaires »

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