Archive pour avril, 2020

Gesù e i discepoli

diario

Publié dans:immagini sacre |on 29 avril, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Gesù è il nostro compagno di pellegrinaggio » 26.4.20

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CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA
DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Gesù è il nostro compagno di pellegrinaggio » 26.4.20

Domenica, 26 aprile 2020

Introduzione

Preghiamo oggi, in questa Messa, per tutte le persone che soffrono la tristezza, perché sono sole o perché non sanno quale futuro le aspetta o perché non possono portare avanti la famiglia perché non hanno soldi, perché non hanno lavoro. Tanta gente che soffre la tristezza. Per loro preghiamo oggi.

Omelia

Tante volte abbiamo sentito che il cristianesimo non è solo una dottrina, non è un modo di comportarsi, non è una cultura. Sì, è tutto questo, ma più importante e per primo, è un incontro. Una persona è cristiana perché ha incontrato Gesù Cristo, si è lasciata incontrare da Lui.
Questo passo del Vangelo di Luca, ci racconta un incontro, in modo da far capire bene come agisce il Signore e come è il modo nostro di agire. Noi siamo nati con un seme di inquietudine. Dio ha voluto così: inquietudine di trovare pienezza, inquietudine di trovare Dio, tante volte anche senza sapere che noi abbiamo questa inquietudine. Il nostro cuore è inquieto, il nostro cuore ha sete: sete dell’incontro con Dio. Lo cerca, tante volte per strade sbagliate: si perde, poi torna, lo cerca… Dall’altra parte, Dio ha sete dell’incontro, a tal punto che ha inviato Gesù per incontrarci, per venire incontro a questa inquietudine.
Come agisce Gesù? In questo passo del Vangelo (cfr Lc 24,13-35) vediamo bene che Lui rispetta, rispetta la nostra propria situazione, non va avanti. Soltanto, qualche volta, con i testardi, pensiamo a Paolo, quando lo butta giù dal cavallo. Ma di solito va lentamente, rispettoso dei nostri tempi. È il Signore della pazienza. Quanta pazienza ha il Signore con noi, con ognuno di noi!
Il Signore cammina accanto a noi, come abbiamo visto qui con questi due discepoli. Ascolta le nostre inquietudini, le conosce, e a un certo punto ci dice qualcosa. Al Signore piace sentire come noi parliamo, per capirci bene e per dare la risposta giusta a quella inquietudine. Il Signore non accelera il passo, va sempre al nostro passo, tante volte lento, ma la sua pazienza è così.
C’è un’antica regola dei pellegrini che dice che il vero pellegrino deve andare al passo della persona più lenta. E Gesù è capace di questo, lo fa, non accelera, aspetta che noi facciamo il primo passo. E quando è il momento, ci fa la domanda. In questo caso è chiaro: “Di cosa parlate voi?” (cfr v. 17). Si fa ignorante per farci parlare. A Lui piace che noi parliamo. Gli piace sentire questo, gli piace che noi parliamo così, per ascoltarci e rispondere, ci fa parlare. Come se facesse l’ignorante, ma con tanto rispetto. E poi risponde, spiega, fino al punto necessario. Qui ci dice: «“Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui» (v. 26). Spiega, fa chiarire. Io confesso che ho la curiosità di sapere come Gesù ha spiegato, per fare lo stesso. È stata una catechesi bellissima.
E poi lo stesso Gesù che ci ha accompagnato, che ci ha avvicinato, fa finta di andare oltre, per vedere la misura della nostra inquietudine: “No, vieni, vieni, rimani un po’ con noi” (v. 29). E così si dà l’incontro. Ma l’incontro non è soltanto il momento dello spezzare il pane, qui, ma è tutto il cammino. Noi incontriamo Gesù nel buio dei nostri dubbi, anche nel dubbio brutto dei nostri peccati, Lui è lì per aiutarci, nelle nostre inquietudini… È sempre con noi.
Il Signore ci accompagna perché ha voglia di incontrarci. Per questo diciamo che il nocciolo del cristianesimo è un incontro: è l’incontro con Gesù. “Perché tu sei cristiano? Perché tu sei cristiana?”. E tanta gente non sa dirlo. Alcuni, per tradizione. Altri non sanno dirlo, perché hanno incontrato Gesù, ma non si sono accorti che era un incontro con Gesù. Gesù sempre ci cerca. Sempre. E noi abbiamo la nostra inquietudine. Nel momento in cui la nostra inquietudine incontra Gesù, lì incomincia la vita della grazia, la vita della pienezza, la vita del cammino cristiano.
Che il Signore dia a tutti noi questa grazia di incontrare Gesù tutti i giorni; di sapere, di conoscere proprio che Lui cammina con noi in tutti i nostri momenti. È il nostro compagno di pellegrinaggio.

Preghiera per la comunione spirituale
Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te.

Emmaus

diario

Publié dans:immagini sacre |on 24 avril, 2020 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (26/04/2020)

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III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (26/04/2020)

Il viandante di Emmaus che si ferma a casa nostra
padre Ermes Ronchi

Gesù si avvicinò e camminava con loro. Dio si avvicina sempre, viandante dei secoli e dei giorni, e muove tutta la storia. Cammina con noi, non per correggere il nostro passo o dettare il ritmo. Non comanda nessun passo, prende il nostro. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento. Gesù raggiunge i due viandanti, li guarda li vede tristi, rallenta: che cosa sono questi discorsi? Ed essi gli raccontano la sua storia: una illusione naufragata nel sangue sulla collina.
Lo hanno seguito, lo hanno amato: noi speravamo fosse lui… Unica volta che nei Vangeli ricorre il termine speranza, ma solo come rimpianto e nostalgia, mentre essa è «il presente del futuro» (san Tommaso); come rammarico per le attese di potere tramontate. Per questo «non possono riconoscere» quel Gesù che aveva capovolto al sole e all’aria le radici stesse del potere. Ed è, come agli inizi in Galilea, tutto un parlare, confrontarsi, insegnare, imparare, discutere, lungo ore di strada.
Giunti a Emmaus Gesù mostra di voler «andare più lontano». Come un senza fissa dimora, un Dio migratore per spazi liberi e aperti che appartengono a tutti. Allora nascono parole che sono diventate canto, una delle nostre preghiere più belle: resta con noi, perché si fa sera. Hanno fame di parola, di compagnia, di casa. Lo invitano a restare, in una maniera così delicata che par quasi siano loro a chiedere ospitalità. Poi la casa, non è detto niente di essa, perché possa essere la casa di tutti. Dio non sta dappertutto, sta nella casa dove lo si lascia entrare. Resta. E il viandante si ferma, era a suo agio sulla strada, dove tutti sono più liberi; è a suo agio nella casa, dove tutti sono più veri.
Il racconto ora si raccoglie attorno al profumo del pane e alla tavola, fatta per radunare tanti attorno a sé, per essere circondata da ogni lato di commensali, per collegarli tra loro: gli sguardi si cercano, si incrociano, si fondono, ci si nutre gli uni degli altri.
Lo riconobbero allo spezzare il pane. Lo riconobbero non perché fosse un gesto esclusivo e inconfondibile di Gesù – ogni padre spezzava il pane ai propri figli – chissà quante volte l’avevano fatto anche loro, magari in quella stessa stanza, ogni volta che la sera scendeva su Emmaus. Ma tre giorni prima, il giovedì sera, Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato un corpo di pane: prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Lo riconobbero perché spezzare, rompere e consegnarsi contiene il segreto del Vangelo: Dio è pane che si consegna alla fame dell’uomo. Si dona, nutre e scompare: prendete, è per voi! Il miracolo grande: non siamo noi ad esistere per Dio, è Dio che vive per noi.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 24 avril, 2020 |Pas de commentaires »

Pesach

diario

Publié dans:immagini sacre |on 20 avril, 2020 |Pas de commentaires »

H COME… HALLEL!

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H COME… HALLEL!

Pubblicato il 28 Marzo, 2016
H come… Hallel!

Con esso si intendono 6 salmi, dal 113 al 118, introdotti dall’acclamazione «Alleluia» (Sal 113,1). Dall’ebraico Hallelu e Yah, “lodiamo Dio”, questa sestina di salmi veniva e viene cantata solennemente dagli ebrei nelle feste più importanti, tanto che, per sottolinearne l’importanza, ne introducono la recita con una benedizione apposita: «Benedetto sii Tu, Dio nostro, Re del Mondo, che ci ha santificato con i Suoi precetti e ci ha permesso di completare l’Hallel». In particolare, assieme al Sal 136 che viene definito il Grande Hallel (il ritornello «perché il suo amore è per sempre» vi viene ripetuto per ben 26 volte, uno per versetto), l’Hallel è la preghiera della cena pasquale, e più esattamente i primi due salmi 113-114 sono cantati prima del pasto e gli altri quattro dopo il pasto: nel rievocare la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, il popolo ebraico loda la potenza liberatrice della misericordia di Dio. Potenza di cui hanno beneficato non solo i padri antichi, ma che lambisce l’esistenza di ognuno dei figli di Dio. Potenza che libera non solo dalla schiavitù umana, esteriore, ma anche da quella del male, interiore. Significativamente nella liturgia cristiana il canto cosiddetto dell’Alleluia è quello che precede la proclamazione del Vangelo.
Probabilmente, perciò, è stato pregato da Gesù anche nell’ultima Pasqua celebrata con i discepoli; ad esso sembra infatti alludere l’annotazione degli Evangelisti: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (cf. Mt 26,30; Mc 14,26). «L’orizzonte della lode illumina così la difficile strada del Golgota» (Benedetto XVI, Il Salmo 136, udienza generale del 19 ottobre 2011). Dove perciò la liberazione diventa in pienezza quella che ci è donata dalla morte e resurrezione di Gesù! Una preghiera che diventa proclamazione della bontà di Dio non in maniera astratta o generica, ma vera e propria memoria delle meraviglie fatte dal Dio di Gesù Cristo nella vita di ognuno di noi e delle nostre comunità.
Non ci stupiamo allora se i cristiani di tutti i tempi abbiano fatto abbondante uso di questi salmi. E così Francesco e Chiara. Francesco li cita abbondantemente (cf. Sal 136,1 in LOrd 8: FF 216; Sal 115,15 in LOrd 49: FF 232), san Bonaventura prende in prestito dal Sal 136,13 l’immagine del mare che si divide per parlarci della gloria di Francesco, che grazie alla Croce farà passare indenni i suoi discepoli in questo mondo (LegM 10,9: FF 1329), mentre Angelo Clareno sembrerebbe piuttosto citare il Sal 114,1 per sferrare una delle sue stilettate alla degenerazione dei frati che non vogliono seguire Francesco, che pure aveva loro indicato la strada (Clar 1: FF 2155). Sora Agnese di messere Oportulo testimonia che le ultime parole da lei udite dalla bocca di Chiara furono quelle del Sal 116,15: «Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius» (Proc 9,10: FF 3078, naturalmente in latino!). Mentre l’invito «Lodate il Signore» (Sal 117,1), Chiara lo rivolse alle sorelle pochi giorni prima di morire, ricevuta l’eucaristia e la visita di papa Innocenzo IV (LegsC 27: FF 3243). Anche in ciò i nostri due santi furono… “pasquali”!
(Alfabeti improbabili. A zonzo tra Bibbia e Fonti Francescane/36)

Fabio Scarsato
ARTICOLO DI: Fabio Scarsato

“Fra Fabio Scarsato – Originario di Brescia, frate minore conventuale, è appassionato di san Francesco e francescanesimo, che declina come stile di vita personale e come testimonianza agli altri. È passato attraverso esperienze caritativo-sociali con minori e giovani in difficoltà, esperienze parrocchiali e santuariali nella trentina Val di Non (Sanzeno e S. Romedio), di insegnamento della spiritualità francescana, condivisione di esercizi spirituali e ritiri, grest e campiscuola anche intereligiosi, esperienze di eremo e silenzio. Attualmente vive al Villaggio S. Antonio di Noventa Padovana, ed è direttore editoriale del Messaggero di S. Antonio, del Messaggero dei ragazzi e delle Edizioni Messaggero Padova.”

Publié dans:BIBBIA AT SALMI |on 20 avril, 2020 |Pas de commentaires »

l’incredulità di San Tommaso

diario

Publié dans:immagini sacre |on 17 avril, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (19/04/2020)

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II DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (19/04/2020)

Le ferite del Signore e la gioia di credere
padre Ermes Ronchi

I discepoli erano chiusi in casa per paura dei giudei. Hanno tradito, sono scappati, hanno ancora paura: che cosa di meno affidabile di quel gruppetto allo sbando? E tuttavia Gesù viene. Una comunità chiusa dove non si sta bene, porte e finestre sbarrate, dove manca l’aria e ci si sente allo stretto. E tuttavia Gesù viene. Non al di sopra, non ai margini, ma, dice il Vangelo, in mezzo a loro. E dice: Pace a voi. Non si tratta di un augurio o di una promessa, ma di una affermazione: la pace è, la pace qui. Pace che scende dentro di voi, che proviene da Dio. È pace sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulle insoddisfazioni che scolorano i giorni. Qualcuno però va e viene da quella stanza, entra ed esce: i due di Emmaus, Tommaso il coraggioso. Gesù e Tommaso, loro due cercano. Si cercano.
Otto giorni dopo, erano ancora lì tutti insieme. Gesù ritorna, nel più profondo rispetto: invece di rimproverarli, si mette a disposizione delle loro mani. Tommaso non si era accontentato delle parole degli altri dieci; non di un racconto aveva bisogno, ma di un incontro con il suo Signore. Che viene una prima volta ma poi ritorna, che invece di imporsi, si propone; invece di ritrarsi, si espone alle mani di Tommaso: Metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, e allora resteranno eternamente aperte. Su quella carne l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, indelebili ormai come l’amore stesso.
Il Vangelo non dice che Tommaso abbia davvero toccato, messo il dito nel foro. A lui è bastato quel Gesù che si propone, ancora una volta, un’ennesima volta, con questa umiltà, con questa fiducia, con questa libertà, che non si stanca di venire incontro, che non molla i suoi, neppure se loro l’hanno abbandonato. È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare: mio Signore e mio Dio. Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Una beatitudine per noi che non vediamo, che cerchiamo a tentoni e facciamo fatica, che finalmente sento mia. Grande educatore, Gesù: forma i suoi alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, alla ricerca personale più che alla docilità. Beati i credenti!
La fede è il rischio di essere felici. Una vita non certo più facile, ma più piena e vibrante. Ferita sì, ma luminosa. Così termina il Vangelo, così inizia il nostro discepolato: col rischio di essere felici, portando le nostre piaghe di luce.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 17 avril, 2020 |Pas de commentaires »

Lo riconobbero allo spezzare del pane (vangelo di oggi)

diario

Publié dans:immagini sacre |on 15 avril, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Con il “cuore nudo” » – 21 marzo 2020

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CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA
DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Con il “cuore nudo” » – 21 marzo 2020

Introduzione alla Messa
Oggi vorrei ricordare le famiglie che non possono uscire di casa. Forse l’unico orizzonte che hanno è il balcone. E lì dentro, la famiglia, con i bambini, i ragazzi, i genitori… Perché sappiano trovare il modo di comunicare bene tra loro, di costruire rapporti di amore nella famiglia, e sappiano vincere le angosce di questo tempo insieme, in famiglia. Preghiamo per la pace delle famiglie oggi, in questa crisi, e per la creatività.

Omelia
Quella Parola del Signore che abbiamo sentito ieri: “Torna, torna a casa” (cfr Os 14,2); nello stesso libro del profeta Osea troviamo anche la risposta: «Venite, ritorniamo al Signore» (Os 6,1). È la risposta quando quel “torna a casa” tocca il cuore: «Ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. […] Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora» (Os 6,1.3). La fiducia nel Signore è sicura: «Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra» (v. 3). E con questa speranza il popolo incomincia il cammino per ritornare al Signore. E una delle maniere, dei modi di trovare il Signore è la preghiera. Preghiamo il Signore, torniamo da Lui.
Nel Vangelo (cfr Lc 18,9-14) Gesù ci insegna come pregare. Ci sono due uomini, uno un presuntuoso che va a pregare, ma per dire che è bravo, come se dicesse a Dio: “Guarda, sono così bravo: se hai bisogno di qualcosa, dimmi, io risolvo il tuo problema”. Così si rivolge a Dio. Presunzione. Forse lui faceva tutte le cose che diceva la Legge, lo dice: «Digiuno due volte alla settimana, pago le decime di tutto quello che possiedo» (v. 12) … “sono bravo”. Questo ci ricorda anche altri due uomini. Ci ricorda il figlio maggiore della parabola del figliol prodigo, quando dice al padre: “Io che sono così bravo non ho la festa, e questo, che è un disgraziato, tu gli fai la festa…”. Presuntuoso (cfr Lc 15,29-30). L’altro, di cui abbiamo sentito la storia in questi giorni, è quell’uomo ricco, un senza-nome, ma era ricco, incapace di farsi un nome, ma era ricco, non gli importava nulla della miseria degli altri (cfr Lc 16,19-21). Sono questi che hanno sicurezza in sé stessi o nel denaro o nel potere…
Poi c’è l’altro, il pubblicano. Che non va davanti all’altare, no, resta a distanza. «Fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”» (Lc 18,13). Anche questo ci porta al ricordo del figliol prodigo: si accorse dei peccati fatti, delle cose brutte che aveva fatto; anche lui si batteva il petto: “Tornerò da mio padre e [gli dirò]: padre, ho peccato”. L’umiliazione (cfr Lc 15,17-19). Ci ricorda quell’altro, il mendicante, Lazzaro, alla porta del ricco, che viveva la sua miseria davanti alla presunzione di quel signore (cfr Lc 16,20-21). Sempre questo abbinamento di persone nel Vangelo.
In questo caso, il Signore ci insegna come pregare, come avvicinarci, come dobbiamo avvicinarci al Signore: con umiltà. C’è una bella immagine nell’inno liturgico della festa di San Giovanni Battista. Dice che il popolo si avvicinava al Giordano per ricevere il battesimo, “nuda l’anima e i piedi”: pregare con l’anima nuda, senza trucco, senza travestirsi delle proprie virtù. Lui, lo abbiamo letto all’inizio della Messa, perdona tutti i peccati ma ha bisogno che io gli faccia vedere i peccati, con la mia nudità. Pregare così, nudi, con il cuore nudo, senza coprire, senza avere fiducia neppure in quello che ho imparato sul modo di pregare… Pregare, tu e io, faccia a faccia, l’anima nuda. Questo è quello che il Signore ci insegna. Invece, quando andiamo dal Signore un po’ troppo sicuri di noi stessi, cadremo nella presunzione di questo [fariseo] o del figlio maggiore o di quel ricco al quale non mancava nulla. Avremo la nostra sicurezza da un’altra parte. “Io vado dal Signore…, ci voglio andare, per essere educato… e gli parlo a tu per tu, praticamente…”. Questa non è la strada. La strada è abbassarsi. L’abbassamento. La strada è la realtà. E l’unico uomo qui, in questa parabola, che aveva capito la realtà, era il pubblicano: “Tu sei Dio e io sono peccatore”. Questa è la realtà. Ma dico che sono peccatore non con la bocca: col cuore. Sentirsi peccatore.
Non dimentichiamo questo che il Signore ci insegna: giustificare sé stessi è superbia, è orgoglio, è esaltare sé stessi. È travestirsi da quello che non sono. E le miserie rimangono dentro. Il fariseo giustificava sé stesso. [Invece bisogna] Confessare direttamente i propri peccati, senza giustificarli, senza dire: “Ma, no, ho fatto questo ma non era colpa mia…”. L’anima nuda. L’anima nuda.
Il Signore ci insegni a capire questo, questo atteggiamento per incominciare la preghiera. Quando la preghiera la incominciamo con le nostre giustificazioni, con le nostre sicurezze, non sarà preghiera: sarà parlare con lo specchio. Invece, quando incominciamo la preghiera con la vera realtà – “sono peccatore, sono peccatrice” – è un buon passo avanti per lasciarsi guardare dal Signore. Che Gesù ci insegni questo.

 

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