Archive pour janvier, 2020

Presentazione al Tempio

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Publié dans:immagini sacre |on 31 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2020)

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2020)

Umiltà, salvezza, luminosità
padre Gian Franco Scarpitta

Recita un famoso detto che “l’Epifania tutte le feste porta via”. Ad esso se ne aggiunge un altro, “La Candelora: ci sono io ancora”. La presente liturgia, popolarmente denominata “Candelora”, riguardante la presentazione al tempio di Gesù, assume connotati di vicinanza alla festa della manifestazione del Bambino divino di Bertlemme (Epifania) ed effettivamente ne costituisce un prolungamento significativo. Il Bambino divino, che ha già dimostrato di essere asservito a due genitori terreni dimorando in un alloggio di fortuna fra le asperità e le precarietà di una mangiatoia, sottomesso all’umanità di cui in realtà è Re indomito e universale, dimostra ancora una volta di sottomettersi agli uomini e alle Istituzioni vigenti. Paolo dirà: “nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge”. Era infatti norma prescritta e inesorabile che ogni primogenito venuto al mondo dovesse essere consacrato a Dio dopo otto giorni dal concepimento (Es 13, 2), con un relativo rito di circoncisione e per mezzo del benvolere di Maria e Giuseppe il Figlio di Dio usa ancora una volta umiliarsi nella sottomissione a tale disposizione terrena, senza recalcitrare e senza fare eccezione rispetto ad altri. Una generosità che tuttavia non gli smentisce la trascendenza di Figlio di Dio nonché Salvatore, come si evince dalle parole del vecchio Simeone che confida di poter chiudere gli occhi soddisfatto di aver visto in questo Bambino la “salvezza preparata davanti a tutti i popoli”. Come già nel Natale e nell’Epifania vi è quindi un episodio di affermata umiltà e sottomissione immediatamente associato alla gloria e all’esaltazione. A Betlemme Gesù, nato umile e vulnerabile e accudito in una spelonca nella sua umiliazione viene esaltato da pastori e magi che ne cantano la gloria; nel tempio la sua mortificazione di sottomettersi alle disposizioni vigenti viene accompagnata dall’esaltazione da parte di questo anziano uomo pio e devoto.
Un’altra osservazione: nella notte in cui il popolo di Israele veniva liberato dalla schiavitù dell’Egitto, mentre Dio per mezzo di Mosè invitava le generazioni future a consacrare a Lui ogni maschio primogenito, si accingeva a provocare la morte di ogni primogenito fra gli Egiziani ai fini di convincere il Faraone a lasciar partire gli Israeliti: la primogenitura contrassegna pertanto la salvezza e la liberazione, diventa occasione di libertà e di emancipazione per il popolo anche se in circostanze così drammatiche per i nemici. Anche la primogenitura di Cristo è sinonimo di salvezza, poiché egli è venuto al mondo “per primo” per essere il Salvatore del mondo e del resto verrà definito anche “primogenito i coloro che risorgono dai morti e principio di tutta la creazione”(Col 1, 15 – 16).
Che egli sia “primogenito” non comporta necessariamente che dopo di lui vengano concepiti altri figli dal grembo di Maria: la Madre del Signore manterrà infatti inalterata la sua purezza, illibatezza e preventivata verginità. Piuttosto l’essere primogenito per Cristo equivale a vivere sin dalla prima infanzia la propria comunione con il Padre nell’atto della consacrazione, a realizzare la necessaria intimità di relazione con Lui, la relazione per essere con lui una cosa sola (Gv 10, 30); ma anche per estendere questa sua intimità con il padre a tutti gli uomini, perché ne diventino partecipi e nello Spirito Santo giungano al Padre per mezzo del Figlio. La primogenitura di Gesù Bambino è di conseguenza un’espressione di salvezza perché si estende a tutti gli uomini che guardando a Cristo vedono anche il Padre e a lui aspirano per avere la via, la verità e la vita.
L’umiltà di Gesù diventa quindi elemento di salvezza. Ma proprio per questo Gesù è anche “luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”. E’ anche questo il senso dell’incedere odierno il chiesa ciascuno con la sua candela accesa. Che Cristo sia Luce del mondo (Gv 8, 12) è risaputo anche per la profezia di Isaia che si realizza in lui, di cui si rifletteva la scorsa domenica: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”(Is 9, 1), come pure per il fulgore della cometa che indirizzava i Magi dall’Oriente, ma in questo particolare ambito a riscontrarne il valore e la portata è la semplice professione di fede di un uomo che riconosce nel Bambino il Figlio di Dio che apporta la pace, la giustizia e realizza la speranza del suo popolo.
Il procedere di oggi con le candele accese in chiesa che come consuetudine si portano a casa per devozione non può non essere espressione di radicalità nella sequela di Cristo da noi concepito veramente come luce che illumina ogni uomo. Dovremmo innanzitutto lasciare che lui ci illumini, cioè orienti il nostro cammino e riconoscere nel suo fulgore, e non in altre luminosità fittizie, il nostro orientamento. Che Cristo sia la luce del mondo va professato nella prassi quotidiana della vita di fede e di speranza che sfociano irrimediabilmente nella carità operosa; va testimoniato con la coerenza evangelica dell’umiltà e dell’amore al prossimo, nella ricerca del bene e della giustizia e con la seria disposizione a metterci al seguito di Gesù in qualsiasi circostanza, allontanando la tentazione di farci abbagliare da altre luminosità fittizie deplorevoli, non ultimo il peccato e le felicità passeggere.
Come lo stesso Cristo di conseguenza ci invita, di questa luce non possiamo non essere riflesso per gli altri nella radicalità della testimonianza evangelica attraverso la santità della vita e la ricerca continua delle perfezione, in modo da essere apportatori di un sistema rinnovato nel quale le tenebre dell’errore vengano per sempre dissipate.
L’umiltà di Gesù che scaturisce nella salvezza universale della sua primogenitura deve così diventare prerogativa anche nostra, da incarnare in tutti i tempi e in ogni ambito di vita affinché non banalizziamo quanto il Bambino Divino ha realizzato nel farsi uomo per noi.

Publié dans:OMELIE |on 31 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

Vetrata, Cattedrale di Chartres

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Publié dans:immagini sacre |on 29 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Da dove arriva la luce? (24.11.2014)

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PAPA FRANCESCO – Da dove arriva la luce? (24.11.2014)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 24 novembre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.269, Mar. 25/11/2014)

Nella vedova che getta le sue due monetine nel tesoro nel tempio possiamo vedere l’«immagine della Chiesa» che deve essere povera, umile e fedele. Parte dal vangelo del giorno, tratto dal capitolo 21 di Luca (1-4), la riflessione di Papa Francesco durante la messa a Santa Marta lunedì 24 novembre. Nell’omelia viene richiamato il passo in cui Gesù, «dopo lunghe discussioni» con i sadducei e con i discepoli riguardo ai farisei e agli scribi che «si compiacciono di avere i primi posti, i primi seggi nelle sinagoghe, nei banchetti, di essere salutati», alzato lo sguardo «vede la vedova». Il «contrasto» è immediato e «forte» rispetto ai «ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio». Ed è proprio la vedova «la persona più forte qui, in questo brano».
Della vedova, ha spiegato il Pontefice, «si dice due volte che è povera: due volte. E che è nella miseria». È come se il Signore avesse voluto sottolineare ai dottori della legge: «Avete tante ricchezze di vanità, di apparenza o anche di superbia. Questa è povera. Voi, che mangiate le case delle vedove…». Ma «nella Bibbia l’orfano e la vedova sono le figure dei più emarginati» così come anche i lebbrosi, e «per questo ci sono tanti comandamenti per aiutare, per prendersi cura delle vedove, degli orfani». E Gesù «guarda questa donna sola, semplicemente vestita» e «che getta tutto quello che ha per vivere: due monetine». Il pensiero corre anche a un’altra vedova, quella di Sarepta, «che aveva ricevuto il profeta Elia e ha dato tutto quello che aveva prima di morire: un po’ di farina con l’olio…».
Il Pontefice ha ricomposto la scena narrata dal Vangelo: «Una povera donna in mezzo ai potenti, in mezzo ai dottori, ai sacerdoti, agli scribi… anche in mezzo a quei ricchi che gettavano le loro offerte, e anche alcuni per farsi vedere». A loro Gesù dice: «Questo è il cammino, questo è l’esempio. Questa è la strada per la quale voi dovete andare». Emerge forte il «gesto di questa donna che era tutta per Dio, come la vedova Anna che ha ricevuto Gesù nel Tempio: tutta per Dio. La sua speranza era solo nel Signore».
«Il Signore sottolinea la persona della vedova», ha detto Francesco, e ha continuato: «Mi piace vedere qui, in questa donna una immagine della Chiesa». Innanzitutto la «Chiesa povera, perché la Chiesa non deve avere altre ricchezze che il suo Sposo»; poi la «Chiesa umile, come lo erano le vedove di quel tempo, perché in quel tempo non c’era la pensione, non c’erano gli aiuti sociali, niente». In un certo senso la Chiesa «è un po’ vedova, perché aspetta il suo Sposo che tornerà». Certo, «ha il suo Sposo nell’Eucaristia, nella parola di Dio, nei poveri: ma aspetta che torni».
E cosa spinge il Papa a «vedere in questa donna la figura della Chiesa»? Il fatto che «non era importante: il nome di questa vedova non appariva nei giornali, nessuno la conosceva, non aveva lauree… niente. Niente. Non brillava di luce propria». E la «grande virtù della Chiesa» dev’essere appunto quella «di non brillare di luce propria», ma di riflettere «la luce che viene dal suo Sposo». Tanto più che «nei secoli, quando la Chiesa ha voluto avere luce propria, ha sbagliato». Lo dicevano anche «i primi Padri», la Chiesa è «un mistero come quello della luna. La chiamavano mysterium lunae: la luna non ha luce propria; sempre la riceve dal sole».
Certo, ha specificato il Papa, «è vero che alcune volte il Signore può chiedere alla sua Chiesa di avere, di prendersi un po’ di luce propria», come quando chiese «alla vedova Giuditta di deporre le vesti di vedova e indossare le vesti di festa per fare una missione». Ma, ha ribadito, «sempre rimane l’atteggiamento della Chiesa verso il suo Sposo, verso il Signore». La Chiesa «riceve la luce da là, dal Signore» e «tutti i servizi che noi facciamo» in essa servono a «ricevere quella luce». Quando un servizio manca di questa luce «non va bene», perché «fa che la Chiesa diventi o ricca, o potente, o che cerchi il potere, o che sbagli strada, come è accaduto tante volte, nella storia, e come accade nelle nostre vite quando noi vogliamo avere un’altra luce, che non è proprio quella del Signore: una luce propria».
Il Vangelo, ha notato il Papa, presenta l’immagine della vedova proprio nel momento in cui «Gesù incomincia a sentire le resistenze della classe dirigente del suo popolo: i sadducei, i farisei, gli scribi, i dottori della legge». Ed è come se egli dicesse: «Succede tutto questo, ma guardate lì!», verso quella vedova. Il confronto è fondamentale per riconoscere la vera realtà della Chiesa che «quando è fedele alla speranza e al suo Sposo, è gioiosa di ricevere la luce da lui, di essere — in questo senso — vedova: aspettando quel sole che verrà».
Del resto, «non a caso il primo confronto forte, dopo quello che ha avuto con Satana, che Gesù ha avuto a Nazareth, è stato per aver nominato una vedova e per aver nominato un lebbroso: due emarginati». C’erano «tante vedove, in Israele, a quel tempo, ma soltanto Elia è stato inviato da quella vedova di Sarepta. E loro si arrabbiarono e volevano ucciderlo».
Quando la Chiesa, ha concluso Francesco, è «umile» e «povera», e anche quando «confessa le sue miserie — poi tutti ne abbiamo — la Chiesa è fedele». È come se essa dicesse: «Io sono oscura, ma la luce mi viene da lì!». E questo, ha aggiunto il Pontefice, «ci fa tanto bene». Allora «preghiamo questa vedova che è in cielo, sicuro», affinché «ci insegni a essere Chiesa così», rinunciando a «tutto quello che abbiamo» e non tenendo «niente per noi» ma «tutto per il Signore e per il prossimo». Sempre «umili» e «senza vantarci di avere luce propria», ma «cercando sempre la luce che viene dal Signore».

per il Giorno della memoria

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Publié dans:immagini |on 27 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

LEGGIAMO INSIEME: C’È UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE DI JOYCE LUSSU (per il giorno della memoria)

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LEGGIAMO INSIEME: C’È UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE DI JOYCE LUSSU (per il giorno della memoria)

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”.

C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald.

Più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald.
Servivano a far coperte per i soldati.
Non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas.

C’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald.
Erano di un bimbo di tre anni,
forse di tre anni e mezzo.
Chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni,
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare,
si sa come piangono i bambini.

Anche i suoi piedini
li possiamo immaginare.
Scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald,
quasi nuove,
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…

 

Publié dans:SHOAH |on 27 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

Chiamata dei Discepoli

ciottoli e diario Giovanni_maria_baldassini,_vocazione_di_pietro_e_andrea,_1574

Publié dans:immagini sacre |on 24 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (26/01/2020)

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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (26/01/2020)

« Convertitevi » ai duri di cervice
padre Gian Franco Scarpitta

A Gesù viene inevitabilmente applicato l’appellativo di “luce”, che nella Bibbia assume il significato di vita e di salvezza perché dovunque vi sia la luce vi è il diradarsi graduale dell’oscurità e delle tenebre che offuscano la vita dell’uomo e che rappresentano la morte o la perdizione.
Giovanni stesso nella liturgia della scorsa Domenica identificava Gesù con la Luce di cui il Battista doveva essere testimone: “Non era lui la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce”(Gv 1, 8) e rapportava questa luce alla vita, con la garanzia che ne beneficiassero tutti coloro che ne avevano necessità. E coloro che ne hanno necessità sono quanti vivono immersi nel peccato, che ottenebra la vita fino a deturparla e a sopprimerla. Ecco perché l’evangelista Matteo, collegandosi al profeta Isaia (I Lettura) afferma che ad avvalersi principalmente della luce = vita che è il Cristo di Dio sono i territori di Zabulon e di Neftali, da sempre considerati come la parte più pagana e refrattaria della già tanto pagana Galilea: “sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti”. A dire il vero il riferimento immediato è al prossimo re Ezechia di Israele, attraverso il cui governo Dio ristabilirà le sorti di quei popoli tanto angariati con la fine della angustie e l’avvento della vita nuova, tuttavia il passo può anche riferirsi al Messia atteso che dovrà venire secondo le promesse antesignane e che di fatto arriva nella persona del Cristo luce che illumina ogni uomo (Gv 1, 9). In lui Dio opera il rinnovamento e la restaurazione interiore dell’uomo, rischiarando e illuminando ciascuno fin dall’interiorità e mettendolo a rapporto con se stesso e con la propria fragilità morale e spirituale. Proprio il popolo pagano, distaccato e riluttante nei confronti del sacro e refrattario al mondo del trascendente e della verità, conosce di fatto la verità che viene rivelata in Cristo e lo stesso Cristo anche secondo i progetti del Padre accetta ben volentieri di essere “luce del mondo” in un esordio del tutto difficile e complesso e in un territorio ben lontano dalle comuni aspettative. La missione di Gesù inizia infatti a Cafarnao, nel territorio succitato del paganesimo avverso e riluttante nel quale tuttavia il Cristo non manca di apportare la propria luce, propagando il suo fulgore tutt’intorno. Già uomini come Geremia e Ezechiele venivano inviati a un popolo “dalla dura cervice”(Es 32, 9) e anche Giona viene mandato a predicare a Ninive, città atea e miscredente per antonomasia, che incute timore al latore di divini messaggi che fa di tutto per non raggiungerla. Anche Cristo inizia il suo ministero in Galilea, rincorrendo i sentimenti e le speranze, amando e concedendo se stesso alla fiducia, lottando anche con la sua solitudine e con la sua natura di uomo che comunque è anche Figlio di Dio. Proprio le terre ostili e avverse sono quelle a cui il messaggero è inviato e non ci si può negare di arrivarvi, a meno che non vogliamo confondere il ministero con i nostri comodi e con il nostro amor proprio. Il popolo « lontano », distante e avverso è il vero destinatario della Parola di Dio e non possiamo esimerci dal raggiungerlo con la nostra testimonianza e con la nostra parola di uomini di riflesso illuminati dal Cristo. Non dimentichiamo che Gesù, pur mostrando se stesso come « luce del mondo » ha proclamato anche noi « luce » che non va collocata sotto il moggio ma sul lucerniere (Mt 5, 13 – 16) e non possiamo esimerci dall’essere latori di Cristo sopratutto a coloro che non lo conoscono o che lo rifiutano.
Oltretutto coloro che respingono il vangelo in fin dei conti ne vanno continuamente alla ricerca e inconsapevolmente ne avvertono la necessità- In effetti attendono che qualcuno lo annunci loro ma ancor d più ne cercano la testimonianza coerente e lineare. E in ogni caso, predicare a coloro che già ascoltano è fin troppo semplice; parlare a quanti sono già propensi ad ascoltarci senza obiezioni, critiche, reazioni è altrettanto vile e meschino e non guadagna merito alcuno; al contrario, lo sforzo umiliante di chi lotta da solo contro tutti per la causa del vangelo verrà notato e ricompensato.
Che cosa proclama innanzitutto il Figlio di Dio? Quale invito rivolge a tutti, cominciando dalla città di Cafarnao? Lo si riassume nelle parole semplici ed esplicite che racchiudono tutto il messaggio evangelico, o se non altro ne evincono la sostanza fondamentale: « Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino. » In esse si esalta la vicinanza della realtà del Regno, che è in costante avvicinamento, che si compirà un giorno a noi sconosciuto nell’incontro ultimo con Dio, ma che adesso è già una realtà di fatto concreta nelle parole e nelle opere del Cristo. Egli è la pienezza della Rivelazione, poiché vedendo lui si vede anche il Padre (Dei Verbum) e le sue parole e le opere di misericordia ne svelano tutta la portata attualizzante. Il Regno di Dio è una realtà già compita in Cristo, sebbene non ancora del tutto visibile in pienezza. Di conseguenza l’atteggiamento dell’uomo non può essere se non quello della predisposizione e dell’accoglienza, del cambiamento radicale in vista della novità: « Convertitevi. » L’inizio della predicazione di Cristo, il compendio effettivo e la centralità del vangelo, viene dato pertanto da una promessa e da una necessità che consistono rispettivamente nel fatto che in Cristo Dio ci è vicino e che occorre aderirvi semplicemente con la radicale mutazione di noi stessi, la convinzione della precarietà della persistenza nel peccato e la necessità di recuperare la dignità di soggetti umani che solo Dio può donare. Insomma la conversione per la fede.
Convertirsi, cioè convincersi dell »amore di Dio che ci raggiunge per primo in Cristo, affascinarsi del suo mistero, lasciarci coinvolgere da esso e vivere la piena familiarità con Dio equivale a trasformare radicalmente noi stessi nei pensieri, nelle parole e nelle concezioni personali per abbandonare ogni effimeratezza che ci distolga da Dio ed è la condizione essenziale del credere; di conseguenza è alla base dell’umiltà che sfocia nella carità cristiana e nella concretezza delle opere di bene. E’ questo quindi in effetti il compendio del Vangelo: il convertirsi e il credere e Gesù lo proclama all’inizio della sua predicazione.
E proprio in questo consiste l’essere luce che rischiara le tenebre: la proclamazione della conversione come presupposto necessario alla fede, perché la conversione è convinzione personale, presa di coscienza non condizionata da alcuno esternamente ma solamente dal fatto che Dio ci ama. Gesù è la luce del mondo perché annuncia e dimostra la condizione essenziale della nostra fede, cioè il mutare vita e il consolidarci interamente in Dio cercato al di sopra di ogni cosa.

Publié dans:immagini sacre |on 24 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

Conversione di San Paolo

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Publié dans:immagini sacre |on 23 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2010/documents/hf_ben-xvi_hom_20100125_week-prayer.html

CELEBRAZIONE DEI VESPRI A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA
PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

Basilica di San Paolo fuori le Mura
Lunedì, 25 gennaio 2010

Cari fratelli e sorelle,

riuniti in fraterna assemblea liturgica, nella festa della conversione dell’apostolo Paolo, concludiamo oggi l’annuale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Vorrei salutare voi tutti con affetto e, in particolare, il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e l’Arciprete di questa Basilica, Mons. Francesco Monterisi, con l’Abate e la Comunità dei monaci, che ci ospitano. Rivolgo, altresì, il mio cordiale pensiero ai Signori Cardinali presenti, ai Vescovi ed a tutti i rappresentanti delle Chiese e delle Comunità ecclesiali della Città, qui convenuti.
Non sono passati molti mesi da quando si è concluso l’Anno dedicato a San Paolo, che ci ha offerto la possibilità di approfondire la sua straordinaria opera di predicatore del Vangelo, e, come ci ha ricordato il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – “Di questo voi siete testimoni” (Lc 24,48) -, la nostra chiamata ad essere missionari del Vangelo. Paolo, pur serbando viva ed intensa memoria del proprio passato di persecutore dei cristiani, non esita a chiamarsi Apostolo. A fondamento di tale titolo, vi è per lui l’incontro con il Risorto sulla via di Damasco, che diventa anche l’inizio di una instancabile attività missionaria, in cui spenderà ogni sua energia per annunciare a tutte le genti quel Cristo che aveva personalmente incontrato. Così Paolo, da persecutore della Chiesa, diventerà egli stesso vittima di persecuzione a causa del Vangelo a cui dava testimonianza: “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato… Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese” (2 Cor 11,24-25.26-28). La testimonianza di Paolo raggiungerà il culmine nel suo martirio quando, proprio non lontano da qui, darà prova della sua fede nel Cristo che vince la morte.
La dinamica presente nell’esperienza di Paolo è la stessa che troviamo nella pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. I discepoli di Emmaus, dopo aver riconosciuto il Signore risorto, tornano a Gerusalemme e trovano gli Undici riuniti insieme con gli altri. Il Cristo risorto appare loro, li conforta, vince il loro timore, i loro dubbi, si fa loro commensale e apre il loro cuore all’intelligenza delle Scritture, ricordando quanto doveva accadere e che costituirà il nucleo centrale dell’annuncio cristiano. Gesù afferma: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (Lc 24,46-47). Questi sono gli eventi dei quali renderanno testimonianza innanzitutto i discepoli della prima ora e, in seguito, i credenti in Cristo di ogni tempo e di ogni luogo. E’ importante, però, sottolineare che questa testimonianza, allora come oggi, nasce dall’incontro col Risorto, si nutre del rapporto costante con Lui, è animata dall’amore profondo verso di Lui. Solo chi ha fatto esperienza di sentire il Cristo presente e vivo – “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!” (Lc 24,39) -, di sedersi a mensa con Lui, di ascoltarlo perché faccia ardere il cuore, può essere Suo testimone! Per questo, Gesù promette ai discepoli e a ciascuno di noi una potente assistenza dall’alto, una nuova presenza, quella dello Spirito Santo, dono del Cristo risorto, che ci guida alla verità tutta intera: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso” (Lc 24,49). Gli Undici spenderanno tutta la vita per annunciare la buona notizia della morte e risurrezione del Signore e quasi tutti sigilleranno la loro testimonianza con il sangue del martirio, seme fecondo che ha prodotto un raccolto abbondante.
La scelta del tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno, l’invito, cioè, ad una testimonianza comune del Cristo risorto secondo il mandato che Egli ha affidato ai discepoli, è legata al ricordo del centesimo anniversario della Conferenza missionaria di Edimburgo in Scozia, che viene considerato da molti come un evento determinante per la nascita del movimento ecumenico moderno. Nell’estate del 1910, nella capitale scozzese si incontrarono oltre mille missionari, appartenenti a diversi rami del Protestantesimo e dell’Anglicanesimo, a cui si unì un ospite ortodosso, per riflettere insieme sulla necessità di giungere all’unità per annunciare credibilmente il Vangelo di Gesù Cristo. Infatti, è proprio il desiderio di annunciare agli altri il Cristo e di portare al mondo il suo messaggio di riconciliazione che fa sperimentare la contraddizione della divisione dei cristiani. Come potranno, infatti, gli increduli accogliere l’annuncio del Vangelo se i cristiani, sebbene si richiamino tutti al medesimo Cristo, sono in disaccordo tra loro? Del resto, come sappiamo, lo stesso Maestro, al termine dell’Ultima Cena, aveva pregato il Padre per i suoi discepoli: “Che tutti siano una sola cosa… perché il mondo creda” (Gv 17,21). La comunione e l’unità dei discepoli di Cristo è, dunque, condizione particolarmente importante per una maggiore credibilità ed efficacia della loro testimonianza.
Ad un secolo di distanza dall’evento di Edimburgo, l’intuizione di quei coraggiosi precursori è ancora attualissima. In un mondo segnato dall’indifferenza religiosa, e persino da una crescente avversione nei confronti della fede cristiana, è necessaria una nuova, intensa, attività di evangelizzazione, non solo tra i popoli che non hanno mai conosciuto il Vangelo, ma anche in quelli in cui il Cristianesimo si è diffuso e fa parte della loro storia. Non mancano, purtroppo, questioni che ci separano gli uni dagli altri e che speriamo possano essere superate attraverso la preghiera e il dialogo, ma c’è un contenuto centrale del messaggio di Cristo che possiamo annunciare assieme: la paternità di Dio, la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte con la sua croce e risurrezione, la fiducia nell’azione trasformatrice dello Spirito. Mentre siamo in cammino verso la piena comunione, siamo chiamati ad offrire una testimonianza comune di fronte alle sfide sempre più complesse del nostro tempo, quali la secolarizzazione e l’indifferenza, il relativismo e l’edonismo, i delicati temi etici riguardanti il principio e la fine della vita, i limiti della scienza e della tecnologia, il dialogo con le altre tradizioni religiose. Vi sono poi ulteriori campi nei quali dobbiamo sin da ora dare una comune testimonianza: la salvaguardia del Creato, la promozione del bene comune e della pace, la difesa della centralità della persona umana, l’impegno per sconfiggere le miserie del nostro tempo, quali la fame, l’indigenza, l’analfabetismo, la non equa distribuzione dei beni.
L’impegno per l’unità dei cristiani non è compito solo di alcuni, né attività accessoria per la vita della Chiesa. Ciascuno è chiamato a dare il suo apporto per compiere quei passi che portino verso la comunione piena tra tutti i discepoli di Cristo, senza mai dimenticare che essa è innanzitutto dono di Dio da invocare costantemente. Infatti, la forza che promuove l’unità e la missione sgorga dall’incontro fecondo e appassionante col Risorto, come avvenne per San Paolo sulla via di Damasco e per gli Undici e gli altri discepoli riuniti a Gerusalemme. La Vergine Maria, Madre della Chiesa, faccia sì che quanto prima possa realizzarsi il desiderio del Suo Figlio: “Che tutti siano una sola cosa… perché il mondo creda” (Gv 17,21).

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