Archive pour novembre, 2019

Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.

ciottoli e diario

Publié dans:immagini sacre |on 29 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (01/12/2019)

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I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (01/12/2019)

Avvento addizione di impegni
padre Gian Franco Scarpitta

Cominciamo oggi il tempo dell’attesa e il tempo dell’incontro. Avvento vuol dire infatti “venuta”, “ciò che viene” oppure ciò che è imminente; ma il senso del termine assume anche un significato correlato di “attesa” e di preparazione. C’è infatti qualcosa che arriva e qualcuno che lo aspetta. Arrivo + attesa fervente uguale Incontro. Verrà il Signore nella data speciale liturgica del 25 Dicembre e noi ci avvicendiamo a lui solleciti, premurosi e creativi, omettendo ansie e tentennamenti ma predisponendo l’animo al fervore e all’immedesimazione per poterlo incontrare nella gioia, questo è il significato dell’Avvento liturgico.
Le letture odierne ce lo descrivono per mezzo di argomenti escatologici, che riguardano più la fine dei tempi, il tempo del giudizio finale, ma che ugualmente ci descrivono sia l’atteggiamento della venuta di Dio, sia quello conveniente da parte nostra, perché queste pagine così profonde e (ammettiamolo) di non facile interpretazione possano applicarsi anche all’immediato avvento che ci prepara al Natale.
Isaia, che parla al popolo in tempi di guerre e di disorientamento morale, annuncia un giorno futuro in cui tutti i popoli si riuniranno finalmente in un solo punto: Gerusalemme. Qui, nella roccaforte do ve sorge la città vecchia e che indicherà anche in tempio, tutti gli uomini formeranno una sola famiglia, unita appunto dalla Parola, unico elemento capace di creare concordia e coesione. Una parola quella di Isaia che prefigura il nostro tempo, quello in cui con la nascita nella carne del Salvatore tutti i popoli formeranno una sola nazione, anzi un solo uomo, perché in Cristo Gesù non esiterà più Giudeo o Greco, schiavo o libero, ma tutti quanti in lui saremo uno (cfr Gal 3, 28 – 29). Lo stesso profeta annuncerà la nascita dell’Emmanuele Dio con noi da una fanciulla vergine apportatore di giustizia e di pace e ribadirà così la promessa che si adempirà a Betlemme.
Occorre attendere e sperare questo arrivo del Messia, ma anche prepararci ad accoglierlo, predisponendo l’animo e incoraggiando in noi la gioia e l’entusiasmo di dover realizzare l’incontro. Il che significa che occorre vigilare, restare desti e pronti, anzi per dirla con Paolo “è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”(Rm 13, 11 – 12). L’apostolo ci invita a “non assopirci dal sonno”, cioè a non lasciarci coinvolgere oltre misura dalle attrattive di questo mondo, a non darla vinta alla seduzione e al peccato, ma a tenere desto lo spirito nei confronti della Parola del Signore, che vuole interessare la nostra vita per prepararci gradualmente all’incontro suddetto. Occorre vigilare per non essere sorpresi dall’abulia e dall’indolenza e non cadere nella morsa dell’indifferenza che inducono alla vita difforme e disordinata, concentrarci nell’ascolto e nella meditazione della Parola, nella sua assimilazione affinché questa diventi vita. Occorre evitare anche oggi ciò che avveniva ai tempi di Noè, poco prima che le acque del diluvio sommergessero tutto il mondo, cioè fuggire l’apatia e l’indolenza che meritarono la punizione divina delle acque e orientarci costantemente verso Dio. Crapulare, adagiarsi ai piaceri e alla vita sibaritica e dissoluta noncuranti dello spirito è il tipico diniego secco a Dio, il rifiuto categorico che questi possa anche esistere. Tale era di quegli uomini compiaciuti e soddisfatti che mangiavano e bevevano fin quando il diluvio non li sommerse; tale è anche ai nostri giorni la nostra situazione, avvinti come siamo dal morbo maligno della secolarizzazione e dell’edonismo che ci inducono a identificare il bene con il piacere effimero, talora perfino identificando il sacro o la religione come una sorta di pericolo per la realizzazione umana, assorti come siamo dal torpore e dalle frivolezze.
Come si diceva all’inizio, il brano evangelico odierno è riferito effettivamente al giorno a noi ignoto del giudizio finale, nel quale “un uomo sarà preso, l’altro lasciato; una donna sarà prelevata e l’altra lasciata dove si troverà”, il che significa che ciascun singolo soggetto riceverà il premio o la condanna in base alle sue azioni e al metro della sua fedeltà e solo al momento del giudizio potremo essere definitivamente certi se saremo stati davvero fedeli a Dio al punto da meritare di essere “prelevati” da lui; solo nell’incontro con il Signore alla fine dei tempi potremo misurare la nostra effettiva volontà di aver perseverato in vista del Signore medesimo. Questi giungerà “come un ladro”, inaspettatamente e senza preavviso e proprio per questo occorre che lo aspettiamo senza pretendere di anticipare i tempi o di fare pronostici. Un ladro infatti non telefona, non chatta e non comunica a nessuna delle sue vittime il giorno e l’ora in cui verranno derubate; l’unico modo per prevenirlo è aspettarsi che possa venire da un momento all’altro, quindi attenderlo e predisporsi adeguatamente all’incontro con lui. Vigilare e attendere è allora la prerogativa del cristiano, che però vive di speranza e di fiducia quando imposta la sua attesa in modo costruttivo, ossia quando si prepara all’incontro ben disposto ad accogliere colui che verrà alla fine dei tempi.
Si rilevava però che questo discorso è applicabile già ai giorni che ci precedono dal Natale, ma anche all’Avvento continuo della nostra vita: essa è sempre un attendere e un vigilare perché non siamo mai avvinti dal sonno e l’unico antidoto per restare svegli è la Parola di Dio. In essa noi vegliamo, attendiamo, preghiamo e intanto ci predisponiamo alla venuta perché con Dio possiamo realizzare un vero incontro. A Natale, alla fine dei tempi, in tutta la vita

Publié dans:OMELIE |on 29 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

il Tallit (preghiera dello Shema) se conoscete un po’ di ebraico in alto sull’immagine l’inizio della preghiera dello Shema!

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Publié dans:immagini sacre |on 27 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

IL TALLIT: SEGNO DI GIUSTIZIA E MISERICORDIA DIVINA (2007)

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IL TALLIT: SEGNO DI GIUSTIZIA E MISERICORDIA DIVINA (2007)

Elena Lea Bartolini
11 luglio 2007

Forse non tutti sanno che la bandiera dello Stato di Israele, che nasce come Stato laico, è in realtà un tallit (o talled), cioè uno scialle da preghiera ebraico al quale è stato aggiunto il simbolo della «stella di Davide» che, secondo la tradizione, possedeva uno scudo di questa particolare forma. Ma cosa significa per l’ebreo avvolgersi in tale indumento liturgico?
Questo scialle, che richiama gli antichi mantelli con cui gli uomini del deserto si proteggevano dal sole e dalle tempeste di sabbia, è costituito da un ampio telo di stoffa bianca (lana, cotone o seta) sul quale spiccano delle strisce azzurre o blu scuro. Ciò che immediatamente colpisce è la prevalenza del bianco rispetto al colore che richiama il cielo e che, dal punto di vista religioso, rimanda alle dinamiche del rapporto che Dio stabilisce con gli uomini. Il colore prevalente – il bianco – è segno infatti della sua misericordia che, come ricorda la Scrittura, è decisamente superiore alla sua giustizia simboleggiata nel tallit dal colore azzurro/blu: come attestato nell’Esodo il rapporto è «mille a quattro» (cfr Es 20,5-6).
Avvolgersi in questo scialle significa dunque avvolgersi nella misericordia divina, che alcuni maestri paragonano a una sorta di «tunica di luce» che richiama le cinture di pelli intrecciate da Dio per la prima coppia umana che percepisce il disagio della nudità dopo il primo peccato della storia (cfr Gen 3,21). Ma alla misericordia divina, segno di un amore particolare per le creature, deve corrispondere la coscienza umana degli impegni derivanti dall’aver accolto gli insegnamenti rivelati al Sinai – i «precetti» -, e per questo il tallit è ornato da frange che simboleggiano il particolare legame derivante dall’Alleanza, il quale implica obblighi reciproci, ed è garantito dalla fedeltà di Dio il cui Nome è simbolicamente richiamato dal numero dei nodi con cui le frange sono fra loro intrecciate. Alcuni ebrei molto religiosi non si limitano ad avvolgersi in questo scialle nei momenti di preghiera, ne indossano uno simile di formato un po’ più piccolo sotto i vestiti e spesso ne lasciano uscire le frange – chiamate ziziot – dalla cintura dei pantaloni, come prescritto nel terzo brano dello Shema, la professione di fede tradizionale: «Si facciano delle frange sugli angoli dei loro abiti per le loro generazioni e pongano fra le frange di ogni angolo un filo di lana azzurra. E sarà per voi di ornamento e quando lo vedrete vi ricorderete di tutti i comandamenti dell’Eterno e li eseguirete» (Nm 15,37-39). Probabilmente sono frange di questo tipo che ha toccato l’emoroissa di cui si parla nei Vangeli avvicinandosi a Gesù perché la guarisse (cfr Lc 8,43-48).
Il tallit è pertanto uno dei segni che impegna l’ebreo a fare costante memoria del motivo per cui il popolo a cui appartiene è stato scelto da Dio fra gli altri popoli: una testimonianza di santità che possa diventare benedizione per tutte le genti (cfr Es 19,5-6 e Gen 12,3). Ed è per questo che accompagna non solo particolari momenti liturgici ma anche le tappe religiose della vita: dalla circoncisione, alla maturità religiosa, al matrimonio, alla sepoltura; sotto il medesimo la famiglia si raduna a Kippur in un momento particolarmente suggestivo della liturgia che attesta il perdono divino dopo la teshuvah (la conversione), e rimanda ogni volta alla presenza della Shekhinah che è il dimorare di Dio in mezzo agli uomini.

Publié dans:EBRAISMO |on 27 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

Tempo di Avvento, in attesa del Signore

diario e pens

Publié dans:immagini sacre |on 25 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – ANGELUS – (INIZIO DEL TEMPO DI AVVENTO 2018)

http://www.vatican.va/content/francesco/it/angelus/2018/documents/papa-francesco_angelus_20181202.html

PAPA FRANCESCO – ANGELUS – (INIZIO DEL TEMPO DI AVVENTO 2018)

Piazza San Pietro
Domenica, 2 dicembre 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi inizia l’Avvento, il tempo liturgico che ci prepara al Natale, invitandoci ad alzare lo sguardo e ad aprire il cuore per accogliere Gesù. In Avvento non viviamo solo l’attesa del Natale; veniamo invitati anche a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo – quando alla fine dei tempi tornerà –, preparandoci all’incontro finale con Lui con scelte coerenti e coraggiose. Ricordiamo il Natale, aspettiamo il ritorno glorioso di Cristo, e anche il nostro incontro personale: il giorno nel quale il Signore chiamerà. In queste quattro settimane siamo chiamati a uscire da un modo di vivere rassegnato e abitudinario, e ad uscire alimentando speranze, alimentando sogni per un futuro nuovo. Il Vangelo di questa domenica (cfr Lc 21,25-28.34-36) va proprio in tale direzione e ci mette in guardia dal lasciarci opprimere da uno stile di vita egocentrico o dai ritmi convulsi delle giornate. Risuonano particolarmente incisive le parole di Gesù: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso. […] Vegliate in ogni momento pregando» (vv. 34.36).
Stare svegli e pregare: ecco come vivere questo tempo da oggi fino a Natale. Stare svegli e pregare. Il sonno interiore nasce dal girare sempre attorno a noi stessi e dal restare bloccati nel chiuso della propria vita coi suoi problemi, le sue gioie e i suoi dolori, ma sempre girare intorno a noi stessi. E questo stanca, questo annoia, questo chiude alla speranza. Si trova qui la radice del torpore e della pigrizia di cui parla il Vangelo. L’Avvento ci invita a un impegno di vigilanza guardando fuori da noi stessi, allargando la mente e il cuore per aprirci alle necessità della gente, dei fratelli, al desiderio di un mondo nuovo. È il desiderio di tanti popoli martoriati dalla fame, dall’ingiustizia, dalla guerra; è il desiderio dei poveri, dei deboli, degli abbandonati. Questo tempo è opportuno per aprire il nostro cuore, per farci domande concrete su come e per chi spendiamo la nostra vita.
Il secondo atteggiamento per vivere bene il tempo dell’attesa del Signore è quello della preghiera. «Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (v. 28), ammonisce il Vangelo di Luca. Si tratta di alzarsi e pregare, rivolgendo i nostri pensieri e il nostro cuore a Gesù che sta per venire. Ci si alza quando si attende qualcosa o qualcuno. Noi attendiamo Gesù, lo vogliamo attendere nella preghiera, che è strettamente legata alla vigilanza. Pregare, attendere Gesù, aprirsi agli altri, essere svegli, non chiusi in noi stessi. Ma se noi pensiamo al Natale in un clima di consumismo, di vedere cosa posso comprare per fare questo e quest’altro, di festa mondana, Gesù passerà e non lo troveremo. Noi attendiamo Gesù e lo vogliamo attendere nella preghiera, che è strettamente legata alla vigilanza.
Ma qual è l’orizzonte della nostra attesa orante? Ce lo indicano nella Bibbia soprattutto le voci dei profeti. Oggi è quella di Geremia, che parla al popolo duramente provato dall’esilio e che rischia di smarrire la propria identità. Anche noi cristiani, che pure siamo popolo di Dio, rischiamo di mondanizzarci e di perdere la nostra identità, anzi, di “paganizzare” lo stile cristiano. Perciò abbiamo bisogno della Parola di Dio che attraverso il profeta ci annuncia: «Ecco, verranno giorni nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto [...]. Farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra» (33,14-15). E quel germoglio giusto è Gesù, è Gesù che viene e che noi attendiamo. La Vergine Maria, che ci porta Gesù, donna dell’attesa e della preghiera, ci aiuti a rafforzare la nostra speranza nelle promesse del suo Figlio Gesù, per farci sperimentare che, attraverso il travaglio della storia, Dio resta sempre fedele e si serve anche degli errori umani per manifestare la sua misericordia.

 

Publié dans:Tempi <liturgici< |on 25 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

Cristo Re dell’Universo

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Publié dans:immagini sacre |on 22 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – CRISTO RE (24/11/2019)

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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – CRISTO RE (24/11/2019)

Signoria a vantaggio dell’uomo
padre Gian Franco Scarpitta

Il Cristo di cui si celebra l’Avvento e il mistero dell’incarnazione all’inizio di ogni Anno Liturgico, del quale si esalta la Resurrezione in seguito all’immolazione e alla morte di croce e del quale si segue la pedagogia dei miracoli, delle guarigioni e degli insegnamenti nel corso dello stesso Anno, già nel mistero della Trasfigurazione viene identificato come il Dio di gloria dalle vesti candide. Emerge in questo episodio, come in diversi altri, il Cristo Vero Dio e Vero Uomo, Dio che nella seconda Persona della Trinità assume la nostra carne divenendo in tutto simile a noi fuorché nel peccato, ma che non per questo smentisce la sua gloria e magnificenza. La medesima idea di divinità suggerisce che lui sia anche Re e Signore della vita, del cosmo e della storia perché Creatore di tutte le cose che dalla sua Provvidenza vengono mantenute in essere.
Essendo Dio eterno e preesistente con il Padre e lo Spirito Santo (Gv 1, 1 – 14; Gv 17, 5; 1Gv 5, 20 – 22) Cristo è anche il Padrone assoluto del cosmo, Signore e Dominatore universale. Ecco che allora, all’epilogo di ogni Anno Liturgico, ci si trova a celebrare questa Solennità liturgica che lo esalta con questi appellativi: Cristo, Signore e Verbo di Dio è il Re dell’Universo e tale va riconosciuto ed esaltato dall’intera creazione soprattutto dall’uomo redento.
Il Cristo di cui si parla durante l’intero Anno ricco di culti, riti e celebrazioni che ne esaltano il mistero, è pur sempre in Sovrano dell’intero sistema universale che da lui proviene, a lui converge e di cui egli stesso è il centro. In relazione a Cristo va guardato l’universo intero e ciascuna delle sue componenti, perché ogni cosa in Cristo assume senso e rilevanza e tutto vive in armonia grazie al suo essere unico Mediatore universale. Assai nota è l’espressione di San Paolo ai Colossesi a tal proposito: “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui (Col 1, 12 – 17). Essa ci delinea la figura di Colui (il Verbo) che era sin dall’eternità con il Padre, a Lui associato come Dio preesistente e per mezzo del quale il Padre ha posto in essere tutte le cose che sottostanno a lui e che a lui convergono come ad un fulcro centrale. Egli oltre che il Principio è anche il fine ultimo di tutte le cose (Ap 21, 6), perché tutto il cosmo avendo avuto origine da lui, trova in lui il suo obiettivo finale.
A rendere palese e definitivo il primato di Cristo su tutte le cose è particolarmente l’elemento della Resurrezione, che rende Cristo Signore, ma tale regalità viene espressa come indubbia ancor prima della Pasqua, attraverso le suddette opere di amore e di umiliazione con cui Cristo ha spogliato se stesso, facendosi obbediente fino alla morte per essere poi “esaltato con un nome ad sopra di ogni altro nome, perché ogni ginocchio davanti a lui si pieghi e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore”(Fil 2, 1 – 10).
A tutto il creato non resta che riconoscere questa sovranità che Cristo esercita sottomettendosi a lui ed esaltando la sua signoria universale, ma anche confidando nella sua centralità come motivo di salvezza e di redenzione. La creazione geme e “aspetta di essere liberata dalla caducità e dalla corruzione per entrare nella libertà e nella gloria dei figli di Dio”(Rm 8, 19. 21) il che vuol dire che essa aspetta il compimento della gloria finale quando la corruzione e la sofferenza avranno fine al momento del Giudizio e al momento soccombe alle brutture e alle empietà. Un giorno il Figlio di Dio porterà il cosmo allo stato di liberazione definitiva e la natura, ivi compreso l’uomo gioirà nella misura in cui ha sofferto al presente, come una donna che vive le doglie del parto in attesa della gioia del nascituro. Cristo Verbo di Dio, Signore della storia, condurrà tutta la creazione alla gloria finale, tuttavia anche adesso essa può sperare in lui e trovare la caparra di questo compimento finale. Essendo Cristo al centro di tutta la creazione, ogni elemento di essa infatti acquista il suo senso e la sua ragion d’essere e può avvalersi della sua protezione e del suo sostegno.
Possiamo allora considerare la figura di Cristo re dell’Universo in rapporto alla creazione anche nella sua condizione attuale di estrema emergenza a causa dell’innalzamento della temperatura globale, l’aumento di anidride carbonica nell’aria, la dilatazione del buco dell’ozono, lo scioglimento repentino dei ghiacci, l’aumento delle alluvioni e dei nubifragi e la turbativa sempre crescente del nostro ecosistema nel quale potrebbero subentrare in un futuro assai prossimo condizioni di invivibilità irreversibili.
Tutto questo imputabile per la maggior parte all’incuria e all’irresponsabilità delle attività umane che in nome di un presunto progresso e complice la volontà di prevaricare e di affermare se stessa tende ad annientare Cristo non accorgendosi che in realtà elimina l’uomo medesimo con le stesse armi con cui offende. Il Re dell’Universo viene costantemente minacciato da chi vuole a lui sostituirsi, ma questo con conseguenze dannose per la sua stessa vita. Esse richiamano piuttosto a un ravvedimento e a una presa di coscienza che è dovere di ciascuno salvaguardare la creazione intera senza togliere nulla alle competenze del Creatore nonché Redentore del mondo. Papa Francesco osserva che qualsiasi impostazione adeguata di ecologia non può che essere preceduta da una seria base culturale e antropologica che tenda a arginare l’attività dell’uomo pur riconoscendo a questi la debita posizione di superiorità fra tutte le creature. Occorre cioè non smentire l’inventiva dell’uomo e non demotivarla, ma allo stesso tempo scongiurare il pericolo che essa soppianti se stessa e l’intero sistema in cui vive.
Cristo Re dell’Universo apporta la soluzione più congeniale poiché il primato di Cristo sul cosmo nulla omette alla posizione legittima dell’uomo e allo stesso tempo l’appello all’umiltà e al buon senso costituiscono un richiamo alla salvaguardia della stessa dignità umana. Che nell’universo identifica se stessa in rapporto allo stesso Signore. Salvaguardare il creato rispettando in esso la presenza di Colui che tutto ha posto in essere è sempre a vantaggio dell’uomo e altrettanto vantaggioso per l’uomo è affermare se stesso riconoscendo il primato di Dio e del suo Verbo, che a lui ha dato fiducia incondizionata.

Publié dans:OMELIE |on 22 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

è una « Tarassaco » o Dandelion o soffione

ciottoli e diario - Copia

Publié dans:a. PIANTE (le) |on 21 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

TEOLOGIA DEI PADRI- LA BELLEZZA DELLA CREAZIONE 1. – Le meraviglie della creazione

http://www.unionecatechisti.it/Testi/Padri/TeologiaP/07.htm

TEOLOGIA DEI PADRI- LA BELLEZZA DELLA CREAZIONE

1. – Le meraviglie della creazione

Contempla la primavera e ogni genere di fiori, tutti così eguali eppure così diversi: il rosso della rosa, il bianco candido del giglio.
Chi mai li crea così distinti, dalla stessa pioggia e dalla stessa terra?
Osserva quanta precisione: uno stesso legno d’albero, ora si dischiude in una chioma ombrosa, ora produce molteplici frutti; e uno solo ne è l’artefice.
Di una sola vite, una parte si brucia, un’altra fiorisce, una terza si ricopre di foglie, un’altra ancora di viticci, una quarta, infine, si trasforma in uva.
Ammira anche il grosso anello di nodi della canna, come l’ha fatto il Creatore.
Da una sola terra provengono i serpenti, le fiere, i giumenti, la legna, i cibi commestibili, l’oro, l’argento, il rame, il ferro, la pietra.
Unica è la sostanza dell’acqua; eppure da essa provengono le razze dei pesci e degli uccelli: gli uni fatti per nuotare nelle acque, gli altri per volare nel cielo.
Questo è il mare grande e spazioso ove risiedono rettili senza numero ( Sal 104,25 ).
Chi potrebbe descrivere la bellezza dei pesci che vi vivono?
Chi, la grandezza dei cetacei e le caratteristiche degli anfibi che abitano sulla terra asciutta come nelle acque?
Chi potrebbe parlare della profondità e dell’estensione del mare o della poderosa violenza delle sue onde, quando si levano in alto?
Esso, tuttavia, è rimasto fermo nei suoi limiti, secondo il comando di colui che disse: Fin qui giungerai e non oltre; in te stesso le tue onde si deporranno con furia ( Gb 38,11 ).
E il mare, dal canto suo, rende chiara testimonianza di quest’ordine ricevuto: ritirandosi con le sue onde, descrive una visibile linea sulla spiaggia, come per dimostrare a chi guarda di non aver oltrepassato i limiti impostigli.
Chi può sapere come sono fatti gli uccelli dell’aria?
Alcuni di essi muovono la lingua esperta nel cantare, altri hanno le penne multicolori, altri ancora, come lo sparviero, sono capaci, mentre volano, di restare immobili nel vuoto: infatti, per volontà di Dio, lo sparviero sta immobile con le ali distese, guardando verso le regioni del sud ( Gb 39,26 ).
Chi fra gli uomini può guardare l’aquila quando si leva in alto ( Gb 39,27 )?
Se dunque il più sciocco degli uccelli si sottrae alla tua vista, una volta levatosi in alto, come vuoi comprendere il Creatore di tutte le cose?
Quale persona conosce i nomi di tutte le fiere?
Oppure, chi potrebbe esaminare la fisiologia di ciascuna di esse?
E allora, se non conosciamo neppure i nomi delle fiere, come possiamo comprendere il loro Creatore?
Uno solo fu il comando di Dio, quando disse: La terra produca le bestie selvagge e i giumenti e i rettili, secondo la loro specie ( Gen 1,24 ).
Fu così che le diverse razze di animali, con un solo ordine, da una sola origine, vennero alla luce: la mitissima pecora, il leone carnivoro e molti altri animali che sembrano imitare, in diversi modi, i diversi caratteri umani: la volpe, ad esempio, esprime l’astuzia maliziosa degli uomini; il serpente, ricorda gli amici che feriscono con veleni; il cavallo che nitrisce rammenta la sensualità degli adolescenti ( Ger 5,8 ); la laboriosissima formica stimola il neghittoso e il pigro: infatti, quando un giovane vive oziosamente, la Scrittura, rimproverandolo, lo esorta a prendere esempio dagli animali: O pigro, va’ dalla formica e imitala e, osservando le sue vie, diventa ancor più sapiente di quella ( Pr 6,6 ).
Vedendola, infatti, mettere da parte i cibi al momento opportuno, imitala, facendo tesoro dei frutti delle opere buone per i secoli che verranno.
E ancora: Avvicinati all’ape e impara quanto sia operosa ( Pr 6,8 ).
Come quella, infatti, volando intorno a fiori d’ogni genere, raccoglie il miele che serve a te; allo stesso modo anche tu, percorrendo le divine Scritture, afferra la tua salvezza.
Quando ti sarai saziato di esse, esclamerai: Com’è soave al mio gusto la tua parola!
É più dolce del miele e del favo alla mia bocca ( Sal 119,103 ).
Allora il Creatore non è ancora più degno di essere glorificato?
Infatti, anche se tu non conosci come siano fatti tutti gli esseri, ciò vuol forse dire che le creature siano inutili?
Puoi conoscere le qualità di tutte le piante?
O puoi forse discernere tutti i benefici che derivano da ogni animale?
Dal veleno di vipera si preparano antidoti per la salute degli uomini.
Mi dirai che il serpente è orrendo.
Temi il Signore, ed esso non potrà nuocerti.
Lo scorpione può pungerti; temi il Signore e non ti pungerà.
Il leone è affamato di sangue.
Temi il Signore e, come un tempo accadde a Daniele ( Dn 6,18 ), si accovaccerà accanto a te.
D’altronde, c’è da meravigliarsi per la potenza di questi animali.
Osserva lo scorpione, ad esempio, che possiede le sue armi nei pungiglioni, altri hanno la forza riposta nei denti; altri ancora combattono con le unghie; per il basilisco, invece, la potenza è nello sguardo.
Dalla varietà della creazione, dunque, puoi renderti in qualche modo conto della grandezza del Creatore.
Ma, forse, tu non conosci queste cose; forse non t’importa nulla della natura che ti circonda.

Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimale, 9,10-15

Publié dans:Padri della Chiesa |on 21 novembre, 2019 |Pas de commentaires »
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